Cosa vuole fare Facebook per proteggere la sua community

Anno nuovo, Facebook nuovo. Pare sia proprio questa l’intenzione di Mark Zuckerberg per il 2018. Quello appena terminato, infatti, è stato un anno difficile per il colosso di Menlo Park. Se da un lato gli utenti continuano ad aumentare e il social sia, costantemente, in espansione, non sono mancati problemi interni che hanno messo a dura prova la piattaforma di social networking più amata del mondo.

Odio, abusi, apologia del terrorismo e fake news sembrano essere i principali nemici da cui la community di Facebook dovrà difendersi. 

Le fake news rappresentano uno dei grandi problemi di Facebook: le notizie false vengono veicolate velocemente, raggiungono nel giro di poco tempo tantissime persone, e provocano conseguenze da non sottovalutare.

Pensi che Facebook e Google siano gli unici a sapere tutto quello che fai? Sbagli

Secondo il social di Palo Alto, durante la campagna elettorale statunitense del 2016, circa 130 milioni di utenti sarebbero stati esposti a “bufale” propagandistiche di matrice russa. Ma non si tratta solo di questo: episodi di cyberbullismo, contenuti che incitano all’odio e video estremamente violenti sono all’ordine del giorno su Facebook.

Per tali motivi, Zuckerberg – attraverso un mea culpa pubblico – ha ammesso che il social commette ancora “troppi errori nel rinforzare le proprie policies e prevenire un cattivo utilizzo dei propri strumenti”. La promessa, dunque, per il nuovo anno è quella di profondere il massimo impegno nella risoluzione di questi problemi, migliorando i contenuti diffusi tramite la piattaforma.

Quali sono i progetti di Facebook per il 2018?

Nel 2017, si diede vita ad una serie di misure per aumentare la trasparenza che procurarono una spesa non indifferente ai vertici di Facebook. Nel 2018, tali spese aumenteranno, addirittura, del 45 – 60% per contrastare anche gli abusi e gli episodi d’incitamento all’odio.

Zuckerberg ha parlato di una situazione simile a quella del 2009, quando gli Stati Uniti attraversavano una delle peggiori crisi economiche da quella degli anni 30 e Facebook era un’azienda in calo.

Le persone hanno perso fiducia nel social network, sono stati commessi troppi errori nel corso degli anni e Facebook sta, lentamente, procedendo anche verso un possibile calo dell’utenza. Molti utenti non credono più nell’idea originaria che la tecnologia possa permettere alla gente di fare cose che altrimenti non avrebbe potuto fare. Al contrario, si sta consolidando l’idea che, in realtà, si tratti di un modo per concentrare – più velocemente e con più efficacia – il potere solo nelle mani di qualcuno.

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Tuttavia, tutto è ancora da decidere, la partita è ancora da giocare e Zuckerberg si dimostra alquanto ottimista e positivo (anche se, diversamente non potrebbe essere). “Se avremo successo quest’anno – ha dichiarato il CEO di Facebook – alla fine del 2018 ci troveremo su una traiettoria decisamente migliore”. 

Ok, su questo non c’è dubbio, ma la strada da percorrere quanto sarà lunga e dissestata? Intanto, Facebook ha chiuso la sua ultima seduta in calo dello 0,2% a 184,33 dollari.

I 3 migliori progetti di imprenditori under 30, secondo Land Rover

Non solo motori ruggenti, Land Rover in collaborazione con la rivista Arbiter, ha dato il via alla prima edizione di Land for Dreamer, un progetto che supporta i giovani che, in linea con la filosofia del brand, sanno andare oltre gli stereotipi e non rinunciano a inseguire i propri sogni.

Obiettivo dell’iniziativa, rivolta rigorosamente agli under 30, era trovare progetti imprenditoriali, artistici oppure no profit e trasformarli in realtà.

Una giuria d’eccezione, composta da personalità di spicco del mondo dell’imprenditoria, dell’arte, del design, della cultura e del mondo accademico, ha selezionato i tre progetti vincitori: uno nella categoria no profit, Oxygen – Ossigeno per la associazioni, e due nella categoria imprenditoria, Appennine e Let’s sharing aquaponic system.

Land Rover “guarda oltre” e premia tre progetti innovativi di giovani imprenditori under 30

«Siamo orgogliosi di essere promotori di un progetto come Land for Dreamers, che rispecchia i valori del nostro marchio, da sempre innovatore e precursore dei tempi», dichiara Daniele Maver, presidente di Jaguar Land Rover Italia. «I progetti vincitori parlano un linguaggio contemporaneo in cui la tecnologia ricopre un ruolo centrale, diventando uno strumento di convidivisione non solo di idee e prodotti, ma anche di servizi dall’anima green e con un’attenzione ai temi no profit del volontariato».

I progetti selezionati

1. Oxygen – Ossigeno per le associazioni

Una piattaforma digitale di mediazione rivolta ad associazioni in cerca di fondi, aziende ed in un secondo momento anche privati cittadini che vogliono dedicare tempo e risorse alle associazioni di volontariato.

Il progetto, realizzato da Chiara Gallana, è stato premiato dalla giuria “per avere compreso che l’associanismo e il volontariato sono il motore nel nostro paese, e per aver tradotto con un linguaggio intelligente e contemporaneo, la necessità di dare ossigeno alle associazioni no profit”.Land Rover “guarda oltre” e premia tre progetti innovativi di giovani imprenditori under 30

2. Appennine

Un team, composto da Mattia Airoldi, Francesco Orlando Bancalari, Matteo Orioli, Roberto Claudio Pirola e Nathan Vené, ha ideato un marketplace dedicato alla compravendita di prodotti italiani senza vincoli di settore.

Il progetto, che promuove il Made Italy nel territorio nazionale ed oltre confine, è stato premiato dalla giuria “per aver messo le varie competenze del team a servizio di una piattaforma digitale progettata con l’apprezzabile intento di portare il cuore italiano in giro per il mondo, facendone assaporare lo stile di vita unico e inimitabile”.

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3. Let’s sharing aquaponic system

Il progetto, di Alessandro Biagetti, Marco Falasca, Volodymir Iavarone Astakhov e Marta Speziale, è condividere e divulgare il sistema dell’acquaponica – un sistema di coltivazione innovativo che permette di allevare pesci e coltivare piante fuori suolo con un consumo minimo di acqua – per riqualificare spazi urbani dismessi.

La giuria ha premiato questo progetto “per aver saputo osservare il mondo da un’altra prospettiva applicando un sistema originale e sconosciuto ai più alla riqualificazione di spazi urbani dismessi, con particolare attenzione all’aspetto green”.

GoPro non se la passa bene, licenzia e vuole vendersi

Vendere. Questo, secondo Cnbc, l’incarico che GoPro avrebbe dato a JP Morgan Chase. La stessa banca che ha aiutato a sottoscrivere l’offerta pubblica iniziale nel 2014. Secondo Reuters, GoPro sarebbe invece disposta a collaborare con un player del settore, ma non sarebbe attivamente impegnata in una vendita.

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Licenziamenti, calo del fatturato e stop ai droni

All’inizio della settimana, dopo che il produttore aveva annunciato che stava licenziando il 20% personale, le azioni di GoPro sono calate del 19% e sono andate ulteriormente giù dopo la diffusione della notizia (non confermata dalla banca) del mandato a JP Morgan Chase.

Alla fine dello scorso anno, GoPro ha detto che avrebbe abbassato i prezzi per le sue fotocamere Hero5 Black dopo una domanda debole. Sempre lunedì, la società ha abbassato le sue previsioni di fatturato nel quarto trimestre, a causa della debole domanda per le sue telecamere nelle festività natalizie, e ha annunciato un piano per uscire dal business dei droni.

Apple promette nuove funzionalità per contrastare la dipendenza da smartphone dei bambini

C’è chi non può proprio farne a meno quando si avvicina l’ora dei pasti. C’è chi lo guarda anche mentre è seduto nel passeggino. E poi c’è chi prima dei sei anni è già “vittima” del cosiddetto second screen. Stiamo parlando dello smartphone e del fascino che esercita un po’ su tutti, ma soprattutto sui bambini. Il problema è che questo uso eccessivo dei dispositivi mobili può avere un effetto negativo sui più piccoli. È per questo che Apple ha annunciato l’introduzione di strumenti e soluzioni per permettere ai genitori di non temere di far vedere uno smartphone ai loro figli.

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Come proteggere i bambini

Cupertino non ha precisato quali strategie ha intenzione di implementare sui dispositivi che produrrà nel prossimo futuro. Ciò che è certo è che l’esigenza è stata sottolineata da due dei maggiori investitori della Mela, preoccupati per la dipendenza dei bambini dai cellulari. «Apple si è sempre presa cura dei bambini e lavoriamo per creare prodotti potenti che ispirino, intrattengano ed educhino i bambini mentre aiutano i genitori a proteggerli quando sono online», ha detto un rappresentante dell’azienda a Business Insider Us.

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Le preoccupazioni deglli investitori

In una lettera aperta pubblicata da Jana Partners LLC e dall’ente pensionistico degli insegnanti della California sono state messe in risalto le conseguenze negative dell’uso degli smartphone sulla vita dei più piccoli. Nello studio citato nel documento si fa riferimento a un 67 per cento di insegnanti che ha riscontrato l’aumento della distrazione degli alunni a causa delle tecnologie digitali e l’incapacità di concentrarsi sui compiti scolastici. Inoltre, la grande maggioranza degli operatori della scuola ha evidenziato la presenza di difficoltà emozionali e di interazione sociale da parte dei bambini eccessivamente attaccati ai dispositivi mobili.

I rischi per la salute

In una ricerca realizzata dalla professoressa Jean M. Twenge dell’università di San Diego si mette in connessione la dipendenza dagli smartphone addirittura con un maggiore rischio di depressione e suicidio tra i più giovani. Inoltre, troppe ore passate con un cellulare in mano incidono inevitabilmente sulla quantità e sulla qualità del sonno la cui carenza alla lunga può portare a prendere peso e ad aumentare la pressione sanguigna. Un sondaggio condotto tra 3.500 genitori statunitensi dall’American Psychological Association (APA) ha rivelato infine che il 58 per cento degli intervistati è preoccupato per l’influenza dei social media sulla salute fisica e mentale dei bambini. Il 48 per cento ha dichiarato che limitare il tempo di esposizione allo schermo dei figli è una costante battaglia.

La paura di essere disconnessi

D’altronde quella dipendenza che comincia a svilupparsi in età infantile può essere trascinata anche in età adolescenziale fino a trasformarsi in una paura di sentirsi esclusi a livello sociale se non in costante connessione con i propri contatti virtuali. Questa preoccupazione prende il nome di Fomo (Fear of missing out in inglese) e può generare l’ansia di essere sempre online per non perdere nessuna occasione di interazione sociale. A esserne vittime sono soprattutto i millennial. Questa loro dipendenza può essere sfruttata anche dal punto di vista commerciale da parte di chi ne capisce le caratteristiche.

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I figli di Bill Gates senza cellulare

Non far cadere i più piccoli in questa trappola non sempre è facile, anche perché spesso lo smartphone riesce a calmare qualche capriccio di troppo e regala ai genitori un momento di tregua. Anche chi con la tecnologia ha costruito la sua fortuna, però, ha dichiarato che è sbagliato usare questi strumenti come babysitter. La posizione più estrema su questo argomento è quella presa da Bill Gates che in un’intervista al The Mirror ha rivelato di non aver permesso ai propri figli di usare il cellulare prima dei loro 14 anni. Con sua moglie Melinda, il fondatore di Microsoft ha imposto a Jennyfer, Rory e Phoebe un limite di tempo preciso oltre il quale non era consentito avere un display tra le mani in modo da essere certo che andassero a letto a un orario ragionevole.

Casa Jobs e la poca tecnologia

Quello di Gates non è un caso isolato. In un’intervista rilasciata al New York Times nel 2010 anche Steve Jobs aveva detto di aver vietato alla figlia di usare l’iPad: «A casa limitiamo la quantità di tecnologia che i nostri figli usano», sottolineò. E se lo ha detto chi la tecnologia l’ha inventata, forse bisognerebbe pensarci su.

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Arriva la pillola che “legge” i gas intestinali e ci dice come stiamo

E’ lunga poco meno di 4 centimetri e larga meno di uno, è adatta per essere ingerita e per fare un vero e proprio check del nostro apparato digerente. O meglio, attraverso i gas del nostro stomaco e del nostro intestino. La capsula è frutto del lavoro  di un team di ricercatori dell’Università di Melbourne, che ha tutta l’intenzione di metterla in vendita. In attesa della costituzione della società, il team si gode i buoni risultati della sperimentazione e la pubblicazione su Nature Electronics.

Come funziona

La capsula elettronica ingeribile creata dall’ingegnere Kourosh Kalantar-Zadeh è in grado di rilevare l’ossigeno, l’idrogeno e il biossido di carbonio del nostro apparato digerente, è utile per monitorare gli effetti della dieta e può anche essere utilizzata come strumento diagnostico per l’intestino.

Ha al proprio interno un termometro, un trasmettitore radio, batteria e sensori. Tre i gas che vengono monitorati: l’ossigeno, usato come un dispositivo di localizzazione, l’anidride carbonica, i cui livelli possono fornire informazioni sul microbioma intestinale di una persona. L’idrogeno poi mostra quando gli alimenti vengono distrutti attraverso la fermentazione.

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Per gentile concessione di Peter T. Clarke / RMIT University

La testano in 26 volontari

Kalantar-Zadeh e il suo team stanno pensando anche alla commercializzazione del prodotto (prezzo fra i 30 e i 40 dollari). «Studiare la velocità con cui questi gas vengono prodotti, dove vengono prodotti e quali tipi di gas sono prodotti, ci fornisce informazioni chiare sull’attività del microbioma» ha spiegato il ricercatore. Per testare il dispositivo, Kalantar-Zadeh ha arruolato 26 volontari (e uno è se stesso). Ogni persona ha seguito la stessa dieta per aiutare a escludere il cibo come causa di risultati diversi, ad eccezione di due volontari che hanno mangiato una dieta ricca di fibre e altri due che ne hanno preso uno con poca fibra.

Non solo Melbourne

La capsula sviluppata in Australia non è l’unico tentativo di sondare l’intestino umano in tempo reale. La Food and Drug Administration ha aperto la strada a una capsula deglutibile già nel 2014. E un gruppo al MIT ha sperimentato una pillola che potrebbe essere utilizzata per raccogliere i segni vitali mentre attraversa il tratto digestivo.

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5 impatti (negativi) sul tuo cervello quando passi più di due ore al giorno sui social

Hai mai pensato ad una vita senza connessione? No?! Probabilmente è normale, dato il volume di tempo che gli individui trascorrono in media collegati ai loro smartphone, iPad e computer.

E sai quanto tempo si trascorre in media sui social? Secondo uno studio condotto da Mediakix, agenzia di marketing influencer, un utente medio spenderebbe sui principali social network 5 anni, 3 mesi e 18 giorni della propria vita, dove quasi 2 di questi verrebbero trascorsi interamente su YouTube.

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Fonte: Mediakix

Da un’altra ricerca condotta da Ipsos, emerge chiaramente che la società in generale non potrebbe più vivere senza Internet. Infatti, su 18.180 persone intervistate in 23 paesi (Italia compresa), oltre due terzi affermano di non riuscire ad immaginare una vita senza connessione. E gli italiani cosa ne pensano? Il 62% degli intervistati tra settembre e novembre del 2016, confermerebbero questa tesi.

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Fonte: Statista

Queste sono cifre che fanno decisamente riflettere. Ed è quello che deve essere successo a Nekeshia Hammond, psicologa, speaker, autrice e presidente eletto della Florida Psychological Association, che si è interrogata e posta il problema in questa nuova ed emergente area della scienza che studia il cervello, arrivando a definire 5 impatti negativi che possono provocare anche solo poche ore passate sui social.

Potresti diventarne dipendente

Potremmo paragonare Facebook e i suoi “derivati” ad una specie di “nicotina digitale” o di “caffeina 2.0”, poiché di droga è ancora prematuro parlare in questa fase embrionale della società digitale. Ma di fatto, più si utilizzano i social media e più sarà difficile fermarsi.

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La Hammond afferma che qualunque sia il motivo del tuo utilizzo, con il passare del tempo il tuo cervello inizia a “bramare” una dilagante e snaturata curiosità per ciò che accade su queste piattaforme.

Hammond sostiene che “i tuoi livelli di dopamina, il “centro di ricompensa” del tuo cervello potrebbe potenzialmente esserne influenzato, il che porta a una maggiore smania per la soddisfazione mentale che deriva dai social media“.

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Un livello di attenzione alterato

Una volta che hai il naso incollato allo schermo del tuo smartphone, non solo diventa difficile staccarsi, ma inizia ad essere complesso comprendere che lo stai facendo con un meccanismo quasi inconscio e a quel punto meccanico e naturale, soprattutto in presenza di altre persone.

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Sempre Hammond continua dicendo che “invece di concentrarsi esclusivamente sul lavoro e sulla famiglia, il tempo dedicato ai social inizia drasticamente a cibarsi della tua giornata e il tuo cervello si abitua a questo controllo costante”, per rimanere aggiornato sulle ultime notizie nella rete dei tuoi contatti.

Stanchezza mentale: fai riposare il tuo cervello

Trascorrere intere ore sui social network potrebbe farti sentire stanco e assonnato. Questo secondo Hammond accade a causa di una sorta di sovraccarico di stimoli che accumuliamo rimanendo connessi sui social, invece di dedicare le nostre energie e attenzione a qualcos’altro.

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Il che potrebbe generare una “stanchezza mentale” che, accumulandosi, andrebbe ad impattare altre porzioni importanti e significative della vita quotidiana, rendendo difficile concentrarsi su traguardi e obiettivi reali che ci si era posti in precedenza.

Aumento di sentimenti di frustrazione e depressione

Il quarto effetto della nostra connessione costante a Instagram, Facebook, Twitter, Snapchat e chi più ne ha più ne metta, è forse il più allarmante di tutti e che richiederebbe un livello di attenzione più elevato.

Spendere troppo tempo online senza rendersene conto, a guardare tutte quelle cose apparentemente meravigliose che tutti gli altri postano, può avere un impatto profondo sul tuo livello di soddisfazione personale, sulla percezione della realtà che ti circonda nel mondo reale e sul tuo conseguente comportamento.

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Hammond spiega questo concetto in maniera impeccabile e quasi disarmante, dicendo che “il nocciolo della questione è che i social media mettono in evidenza i “momenti salienti” della vita delle persone. Quando tutto ciò che vedi sono immagini meravigliose di vacanze, coppie follemente innamorate e le migliori cene casalinghe mai viste, potresti iniziare a sentirti come se ti stessi perdendo qualcosa. La realtà è che tutti hanno giorni infelici, ma la maggior parte delle persone non li pubblica“.

Puoi perdere definitivamente il contatto con la realtà

Scorrere di continuo le bacheche dei tuoi profili sui social, potrebbe presto farti perdere il contatto con il modo vero, quello in cui gli esseri umani comunicano e interagiscono nella vita reale.

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Quando i “Mi piace”, le “richieste di amicizia” e le “connessioni” iniziano a interferire con le tue relazioni interpersonali, potrebbe essere il momento giusto, secondo Hammond, di riconsiderare la quantità di tempo destinato alla tua presenza online.

Maneggiare con cautela (e buon senso)

Quanto detto potrebbe spaventare e gettare appassionati e professionisti dei social media nel “baratro”. Ma il paziente è già un “malato cronico” irrecuperabile? Sono i social network il male nel mondo? Ritorniamo tutti all’età della pietra e ai segnali di fumo? Sicuramente no!

Come spesso accade, il problema principale non sta quasi mai nel mezzo che si utilizza, che nella maggior parte dei casi viene creato con nobili scopi e funzioni utili e talvolta rivoluzionarie.

Il punto centrale è comprendere e anticipare le problematiche di una rapida “mutazione” sociale, sviluppando un metodo con cui i social media possano essere utilizzati in maniera sostenibile. E il prezioso supporto della psicologia può contribuire a “educare” gli utenti ad un uso consapevole, produttivo e costruttivo della rete nella società.

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In conclusione, potrebbe essere una buona idea costringersi a dare al cervello una pausa completa dagli smartphone e dai social media. E se l’impulso di controllare gli ultimi stati sulle varie bacheche diventa irrefrenabile, potrebbe aiutare mettere telefonini, tablet e quant’altro in un’altra stanza.

Darsi delle regole è fondamentale per continuare a coltivare la nostra umanità. Stay human!

E anche Google si è fatta il suo circuito di pagamenti: nasce Google Pay

Dopo Samsung Pay, Huawey Pay, LG Pay e Apple Pay, anche Google lancia Google Pay, nuovo marchio che riunisce sotto un’unica etichetta i due più importanti tool di pagamento dell’azienda di Mountain View, Android Pay e Google Wallet. La decisione, annunciata dal vice presidente del Product Management del Payment, Pali Bhat, ha lo scopo di semplificare i processi di pagamento digitale di Google: «Non sarete più preoccupati su che app usare per accedere alle vostre informazioni di pagamento, perché troverete tutto in Google Pay», si legge sul blog ufficiale.

google pay

Una sola app per pagare tutto

Parafrasando una famosa frase de il Signore degli Anelli, “un solo anello per domarli tutti”, Google sceglie la strada della semplificazione. Così unisce i due servizi nati in anni diversi: prima il predecessore Wallet, che non ha convinto fino in fondo, spingendo l’azienda a rivisitare la sua app di pagamento, nel progetto Android Pay.

Prima dell’avvento di Google Pay, gli utenti potevano infatti pagare con Android Pay, Google Wallet o sfruttare le funzioni di Chrome di auto compilazione dei campi relativi alla carta di credito.

Diversi sistemi che hanno portato un po’ di confusione negli utenti che ora possono avere tutto quello di cui hanno bisogno per effettuare pagamenti in un’unica app. Così potranno fare acquisti su Chrome, nel Play Store, su Youtube, trasferire soldi ad amici o familiari, ma anche “offline”, in supermercati  e negozi, grazie alla tecnologia NFC.

Ci sono già i primi sconti per chi lo utilizza

Sono già partite le prime partenership, come annunciato da Bath. Google Pay è già utilizzabile per fare acquisti su alcune delle app più amate dagli under 35, come Airbnb, Instacart, servizio di consegna a domicilio di cibo, Fandango per acquistare serie e libri e altri.

Per incentivare l’uso dell’app, Google ha previsto anche degli sconti per i servizi che abbiamo citato ed altri.

Allo stesso tempo, Bath ha invitato gli sviluppatori a visitare il Payment solution Site, per offrire suggerimenti su come implementare Google Pay e favorirne l’integrazione.

SEO fai da te

SEO per principianti: consigli fai da te per le piccole imprese

La competenza tecnica e digitale delle PMI sta crescendo in modo sempre più rapido negli ultimi anni e questo contribuisce ad aumentare la concorrenza anche online, rendendo più difficile l’ingresso sul mercato. Per molte piccole e medie imprese il ranking, ovvero il posizionamento sui motori di ricerca, diventa uno dei parametri fondamentali per collocarsi con successo online e questo significa soprattutto utilizzare i giusti strumenti SEO.

Insieme a SE Ranking SEO Software, analizziamo tutti i passi che è necessario fare per posizionarsi tra i risultati più alti delle SERP, anche grazie ad un ampio database di analisi dei competitor offerto dalla piattaforma in italiano.

Seguendo questi suggerimenti, anche le imprese più piccole, che magari non sono in grado di investire sin da subito in servizi di consulenza SEO professionali, o nell’assistenza di una digital agency, potranno iniziare a muovere i primi passi per posizionarsi sui motori di ricerca, superando le difficoltà che l’utilizzo dei tool di Google spesso pone ai neofiti.

1. Esegui l’Audit SEO del tuo sito web

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Per iniziare a capire in modo più dettagliato cosa ostacola il tuo successo e iniziare a progettare un piano SEO, potrai controllare lo stato di salute del tuo sito web: l’audit ti mostrerà tutti gli errori e i problemi tecnici da correggere e alcune importanti raccomandazioni per migliorare il posizionamento.

Google fornisce già tutti gli strumenti che sono necessari per eseguire questo check: con Google Search Console possiamo verificare la correttezza delle nostre pagine web e di singole URL, attraverso il tab “Visualizza come Google”. Avere una certa competenza tecnica in questo caso resta indispensabile, innanzitutto per eseguire la registrazione del sito web al servizio, attraverso un sistema di verifica che prevede l’inserimento di un codice nell’HTML del nostro sito o il caricamento di un file via FTP.

Come fare per avere sotto controllo in modo immediato tutti gli elementi chiave da modificare e implementare in modo più semplice? Si può utilizzare, in alternativa agli strumenti di Google, un tool SEO, che attraverso una dashboard chiara e di facile interpretazione, o scaricando un report in formato .pdf, consentirà di procedere passo dopo passo alla correzione e al miglioramento delle performance SEO.

 

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2. Batti la concorrenza attraverso la ricerca sui competitor

L’analisi approfondita dei tuoi principali concorrenti aiuterà a definire punti di forza e di debolezza, trovando così le strategie vincenti per aumentare il vantaggio competitivo: come in ogni altra analisi di mercato, anche sotto il profilo SEO è necessario conoscere innanzitutto quali sono i propri concorrenti e come si stanno muovendo, raccogliendo le informazioni utili per superarli.

Per sfruttare appieno le potenzialità degli strumenti di Google nell’analisi competitiva dovremmo mettere in campo una serie di tool che vanno dalla semplice ricerca su browser (parola chiave per parola chiave), ad AdWords, fino ai Google Trends e ad Analytics. Questo comporterebbe uno studio e un dispendio di energie davvero enorme per chi è solo alle prime armi con la SEO.

Anche in questo caso può venire in nostro soccorso un tool SEO, che sia in grado di analizzare le classifiche dei siti web per scoprire strategie organiche e a pagamento, individuandone le parole chiave è essenziale per reperire informazioni preziose su traffico, budget investito e numero di clic.

Lo studio degli annunci a pagamento dei competitor permetterà di costruire in modo più efficace la tua lista di parole chiave da utilizzare, gestendo al meglio anche il tuo investimento in campagne PPC.

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3. Crea il tuo piano di marketing per una strategia di successo

Anche se online si possono facilmente reperire classifiche e liste sulle cose da fare per costruire una strategia SEO efficace, solo un piano davvero personalizzabile e una guida strutturata permetteranno di seguire tutti i passaggi in ottica SEO per migliorare le performance del proprio sito web.

Mettendo da parte laboriosi fogli Excel da compilare internamente, il tool ideale permette di costruire una lista delle attività da svolgere, che comprenda best practice e consigli utili da seguire, attraverso una interfaccia user-friendly di semplice utilizzo.

Bisogna ricordare, inoltre, che dal contenuto alle immagini, dai link interni ed esterni ai metadata, dall’interfaccia desktop a quella mobile, ogni elemento del sito aziendale andrebbe valutato per un miglioramento in ottica SEO.

Infine, il monitoraggio delle parole chiave è una parte fondamentale per realizzare una buona SEO fai-da-te, in modo sostenibile ma con successo. Ogni aggiornamento degli algoritmi dei motori di ricerca genera un cambiamento nel ranking dei siti web: le classifiche di Google, ad esempio, andrebbero monitorate costantemente per tenere traccia del rendimento del sito nei risultati di ricerca e per apportare eventuali modifiche nella strategia SEO.

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4. Ricerca le funzionalità più utili del tool ideale

Tra le funzionalità essenziali di un tool efficiente bisognerebbe sempre ricercare tutto quello che Google può darci attraverso i suoi strumenti, ma con una interfaccia più semplice e intuitiva, che permetta anche ai newbies della SEO di muovere i primi passi. Ecco una lista completa dei must have:

  • local rank tracking, per tracciare classifiche dettagliate per area geografica, utile soprattutto se gestisci un’attività locale online.
  • URL di destinazione, che consente di rilevare se le parole chiave sono associate all’URL.
  • Classifica mobile, per tenere traccia dei risultati in Google Mobile e avviare la promozione del sito web.
  • Classifica di Google Maps, importante come il local ranking tracking soprattutto se si gestisce un’attività locale.
  • Ranking di YouTube, sempre più essenziale con il crescere dell’attenzione verso i contenuti video: questi permettono oggi di ottenere traffico sempre maggiore da parte degli utenti.
  • Un alert per le modifiche degli URL, per scoprire subito eventuali modifiche nei risultati di ricerca, con date e cronologia su una determinata query.
  • Controllo rapido delle classifiche, per non dover attendere i tempi lunghi dei classici servizi SEO, che in genere effettuano il check una volta al giorno o una volta a settimana.
  • Una panoramica completa dei tuoi dati, che ti consenta anche di automatizzare la maggior parte delle attività per adottare un approccio più strategico alla SEO.

5. Aumenta la tua visibilità sui social media

Nessuna campagna SEO esclude una strategia di social media. Anzi, abbinare uno strumento di gestione dei social ai tool SEO, significa potenziare le proprie risorse per pianificare e pubblicare automaticamente aggiornamenti sui propri canali senza doversi spostare dalla piattaforma SEO e analizzarne poi il rendimento, sfruttando le parole chiave che si sono già incluse nella SEO strategy.

SEO fai da te: puoi farlo davvero?

SEO per principianti

Molti proprietari di piccole e medie imprese sono timorosi nell’affrontare da soli la sfida digitale della SEO, ma, come spiega SE Ranking, partire dall’utilizzo di un tool completo e con una interfaccia semplice e immediata è un ottimo inizio per l’ottimizzazione di un sito web aziendale, anche in autonomia e senza necessità di un supporto professionale.

Basterà seguire gli step suggeriti e i consigli della piattaforma per cominciare a migliorare la propria presenza online, perchè esserci oggi è fondamentale, ma posizionarsi lo è ancora di più, per cominciare a convertire.

Anche se un esperto SEO sta seguendo l’ottimizzazione del nostro sito, inoltre, sarà utile poterne verificare i risultati, analizzando le prestazioni del sito in tempo reale.

Fare SEO fai-da-te non è impossibile, ma per cominciare bisogna avere a disposizione gli strumenti giusti!

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Davvero Facebook vuole imitare blockchain (e dare potere agli utenti)?

Il nuovo anno si apre per Facebook con una importante dichiarazione di intenti da parte del CEO Mark Zuckerberg:

«Ci sono importanti contro-tendenze – come la crittografia e le criptovalute – che prendono il potere dai sistemi centralizzati e li rimettono nelle mani delle persone. Hanno il rischio di essere più difficili da controllare. Mi interessa approfondire e studiare gli aspetti positivi e negativi di queste tecnologie e il modo migliore di usarle nei nostri servizi».

Di sicuro quello che si è chiuso per Facebook non è stato un anno facile da un punto di vista delle PR. Si sa da tempo che tra i crucci principali di Zuckerberg ci sono fake news e tutela degli utenti rispetto alla violenza online.

Decentralizzazione e criptovalute potrebbero essere gli asset su cui investire per far assurgere Facebook a veicolo di comunicazione libera e fruibile sempre da tutti, e finalmente: «Far giungere internet ovunque» come più volte dichiarato da Zuckerberg stesso.

Distribuire la rete di calcolo del News Feed sui nodi utente (ad esempio i nostri smartphone) potrebbe essere uno scenario futuribile e molto appealing per Facebook, perché potrebbe permettere di bypassare efficacemente i controlli centralizzati dei Paesi raggiunti da Internet (e di conseguenza anche da Facebook).

Come sarebbe Facebook “modello blockchain”

Tutti gli utenti di Facebook sarebbero una sorta di “minatori” (miners) come succede ora per i bitcoin, l’applicazione di moneta virtuale che poggia sulla tecnologia blockchain.

Proprio come blockchain ha propagato il suo sistema di database distribuito sul territorio mondiale superando i confini e le restrizioni nazionali, così Facebook potrebbe diventare una sorta di dimensione di scambio di contenuti e informazioni completamente sovranazionale. Un Internet nell’Internet.

In questo scenario però manca la ricompensa. I minatori che hanno contribuito ad “allungare” la catena dei blocchi (blockchain) sono stati ricompensati dall’algoritmo di Satoshi Nakamoto con delle monete virtuali – che ora valgono un sacco di dollari reali. E quindi Facebook potrebbe ricompensare i suoi miners con una sua moneta da spendere all’interno del Social Network, magari aumentando la visibilità dei propri post e conseguentemente aumentando la propria autorevolezza.

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Allargando la fantasia si potrebbe ipotizzare che attraverso questo sistema di ricompense virtuali, si possano premiare i contenuti ritenuti di maggiore qualità e quindi innalzare intrinsecamente di livello tutta la piattaforma di social network più famosa del mondo.

In questo modo si decentralizza anche l’authority che dovrebbe vagliare, controllare e misurare il rating di questa produzione di contenuti. Una sorta di News Feed autoregolato e per certi versi, essendo Facebook basato su un modello che viene definito user-generated content, definibile addirittura autogestito.

La domanda adesso diventa: “Facebook è veramente pronta a diventare una piattaforma decentralizzata?”

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand.

Da Google a Coca-Cola, così i grandi marchi diventano (anche) fashion brand

Il brand del laptop che sto usando per scrivere questo post potrebbe darti un’idea della mia personalità. Se facessi un giro nel mio bagno, il mio sapone per le mani ti racconterebbe qualcosa di me. Il mio cibo preferito, la marca dei miei cereali, il mio smartphone, le mie cuffie wireless, la bevanda che ho in mano o il mio orologio: sono tutti testimoni della mia personalità, delle mie ossessioni o del bisogno che ho di dimostrare qualcosa al mondo.

Svelerebbero indizi anche sulla mia istruzione, la mia educazione, le simpatie politiche o le mie ambizioni.

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Ma questi sono tutti attimi: nulla risulta evidente come quello che indosso. Sarebbe davvero difficile slegare come vesto da come mi presento e da chi  realmente sono.

È per questo che così tanti brand mainstream, dai motori di ricerca alle bevande fino ad arrivare ai fast food, stanno iniziando a fraternizzare con lo street style?

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand.

Negli ultimi mesi abbiamo già assistito alla collaborazione tra Coca-Cola e Hype e quella tra il brand di gelati neyorkese Mikey Likes It con Ewing Athletics. Ma la corsa al merhandising sta velocemente contagiando anche marchi meno noti.

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand.

Per i brand del food & beverage attingere all’audience dello streetwear è una formula immediata per rinnovare la loro rilevanza, e la novità di una collaborazione inaspettata risponde ad una “sete” d’esperienza che i brand monodimensionali non potrebbero soddisfare altrimenti.

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand.

Anche McDonald’s ha prestato il brand ad una serie di vestiti e accessori.

Come fare a sapere se e quando il tuo brand ha bisogno di un co-pilota? E quale equazione bisogna risolvere?

Brand Hi-Tech, i nuovi influencer culturali

La Silicon Valley non è più solo la Terra Promessa per smanettoni che sognano di entrare nei primi posti delle classifiche annuali di Forbes; i brand tecnologici stanno cambiando non solo il mondo ma la cultura e orientando i nostri gusti.

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A dimostrazione di questa tesi, se hai più di 25 anni, potrebbe sorprenderti come “quelli della Generazione Z” pensino che la t-shirt nella foto qui sotto sia molto bella.

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand.

Non potrai negare che i giganti dell’hi-tech siano le nuove rockstar, i nuovi veri influencer culturali, quindi perché non essere anche i nuovi Key Opinion Leader?

Tutto molto bello e se vogliamo facile fino a qui. Ma se non sei Elon Musk e il tuo core business invece di supercar che farebbero invidia a Darth Vader è il pollo fritto? Nemmeno questo è più un ostacolo verso il successo nel fashion business.

In questo i maestri sono quelli del team di KFC, che sono riusciti a trasformare in “desiderabile” qualcosa che di per sé molti trovano repellente.

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand

Ebbene sì. Queste sono calze con l’iconica coscia di pollo fritta di KFC. Ne vorreste un paio anche voi eh!

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KFC ci offre una vera masterclass su come si affronta il merchandisng, trattando il suo brand con la giusta leggerezza; niente mega loghi in vista solo dei pattern simpatici dei prodotti di punta – cosciotti di pollo fritto – e un uso intelligente della percezione diffusa del brand.

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand_A

Guarda queste calze; se le ascolti sembrano dirti: “Sappiamo di essere infinitamente trash. E sappiamo che ci vuoi”.

Sì, non so bene quale sarebbe l’occasione giusta per mostrale ma io le voglio.

Cool vs Looser: cosa conquisterà la generazione z?

Come potranno vincere i brand l’approvazione dei nativi digitali? Quando le magliette della catena di supermercati di prossimità diventeranno il must have di Instagram?

Non è facile da dire, la linea di demarcazione tra “sei così trash da diventare figo” e “non lo sei abbastanza” è molto sottile. Al centro tra i due poli una vera condanna a morte.

Da Google a Coca-Cola: come e perché i grandi brand di tanti settori si trasformano in fashion brand_B

Che generazione affascinante da abbagliare!

Qualche anno fa, anche Socrate aveva qualche idea sulle sua Generation Z:

«La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I ragazzi d’oggi sono tiranni. Non si alzano in piedi quando un anziano entra in un ambiente, rispondono male ai loro genitori…».

Il concetto di abbondanza è molto cambiato nel corso degli anni, ma noi no. Usiamo ancora i brand come un distintivo che offra una visione di noi che rispecchi creatività, novità ed esperienza. Vogliamo identificarci, essere parte di un gruppo, di un movimento che determini la nostra lealtà non acquirenti passivi di brand che possano tradire le nostre aspettative, trasformandoci in billboard con le gambe.

In un’epoca in cui l’ascesa del digitale e della praticità sta spingendo brand e consumatori a distanziarsi ulteriormente, la moda è un’opportunità per ricucirli insieme.