Body shaming, il caso Rihanna e alcuni consigli per fermare i leoni da tastiera

Tutto è iniziato ad agosto, con una foto di Rihanna in un costume succinto di pailettes e piume, che mostrava un decolté generoso. Rihanna si mostrava più formosa e con qualche chilo in più, sexy e confident, scatenando una serie di commenti negativi che la definivano fat, grassa. Tra le schiere di quelli che la vedevano imperdonabilmente ingrassata anche Chris Spags di Barstool Sport, un magazine maschile che ritiene opportuno dedicare all’argomento un lungo articolo.

(NB: l’articolo è stato rimosso ma è disponibile ancora nella sua versione cache ed è documentato in numerosi screenshot.)

Sostanzialmente, nel pezzo si profetizza un futuro distopico in cui tutte le belle donne sexy sono diventate obese a causa del trend “mi accetto come sono e mangio tutta la pizza che voglio” lanciato da Rihanna. Insomma, questo l’incubo che toglie il sonno alle notti di Spags.

Il dibattito online si è poi espanso, ma il body shaming ai danni di Rihanna non si è fermato e continua, tuttora, in forme più o meno violente, a essere una parte considerevole dell’engagement online della cantante.

Un post condiviso da badgalriri (@badgalriri) in data: 21 Ott 2017 alle ore 23:23 PDT

Siamo sempre noi donne quelle sbagliate

Il volume costante di commenti di body shaming nei confronti di Rihanna, nonostante il suo atteggiamento impaccabile sia offline sia online, è preoccupante. A nulla sono valse le risposte ironiche della cantante delle Barbados, né tantomeno il suo sereno ignorare le critiche e continuare a postare foto discinte del suo magnifico corpo burroso: una fetta di chi la segue continua ad additarla come grassa e a fare gentili congetture sulle angolazioni delle foto.

Quello che preoccupa è come il corpo sia diventato un tema di dibattito, un argomento come un altro su cui scrivere pubblicamente di un’altra persona, un metro di giudizio su cui misurare il valore di qualcuno.

Il fenomeno del body shaming non è nato ad agosto, ma negli ultimi due anni ha preso una consistenza preoccupante, che ha coinvolto un sempre crescente numero di star, tutte donne ça va sans dire. L’oggetto della disputa non sono il loro talento o loro idee, ma è il loro corpo.

Tutto diviene oggetto di dibattito: troppo formose, poco formose, troppo muscolose, androgine, anziane, eccessivo sovrappeso o l’eccessiva magrezza. È quest’ultimo il caso dell’attrice di Modern Family Sarah Hyland che è stata additata come anoressica o peggio ancora come promotrice di valori pro anoressia per aver postato sue foto in bikini o con una maglietta over size. L’attrice, di sua costituzione molto esile, ha spiegato di stare poco bene e di avere problemi di salute nel prendere peso, ma i commenti degli haters non si sono arrestati.

“The best way out is always through”- Robert Frost. Symbolism by @_dr_woo_ for one of my favorite quotes

Un post condiviso da Sarah Hyland (@sarahhyland) in data: 12 Set 2017 alle ore 08:48 PDT

Le altre vittime

Le star vittime dell’odio online mirato al loro corpo sono in un numero sempre crescente: Demi Lovato, Kate Nash, Kelly Clarkson, Ariel Winter, Paris Hilton, Jessica Simpson, Lady Gaga, Amber Rose, Megan Trainor, Jennifer Lawrence, Susan Sarandon, Lily Collins, Gigi Hadid, Emma Stone, Gal Gadot, Keira Knightley, Kelly Osburne, Gabourey Sidibe, Khoel Kardashian, Amy Schumer, Alyssa Milano, Nicki Minaj, Sasha Pieterse, Beyoncè, Serena Williams.

Questi sono solo alcune delle personalità che sono state viste “additate” online a causa del proprio corpo, costrette a giustificarsi per aver perso peso, averne preso, avere un seno prosperoso e amarlo, per essere muscolose o per non esserlo abbastanza. Ovviamente non riportiamo casi di pochi sporadici casi, ma casi di veri e proprie valanghe di commenti contenenti body shaming.

“Quando sei una donna, hai una strana relazione con il tuo corpo perché – soprattutto quando sei un personaggio pubblico – sei costantemente giudicata”
Kate Nash, the Independent

Il mondo in cui viviamo ci ha abituati a vivere d’immagini univoche e su quelle immagini abbiamo importato i nostri modelli estetici e i nostri giudizi insensati. Ogni anno gli standard di bellezza cambiano senza riuscire mai a essere veramente inclusivi, ma soprattutto quegli standard si riversano in un dibattito online incontrollato che giudica tutto ciò che è diverso.

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Un post condiviso da Meghan Trainor (@meghan_trainor) in data: 8 Lug 2016 alle ore 13:16 PDT

 

Il body shaming, spiegato senza giri di parole

Body shaming vuol dire, letteralmente, far vergognare del (proprio) corpo.

Il body shaming non è un fenomeno figlio dei giorni nostri, ma con i mezzi digitali è diventato più evidente e più specifico. Evidente perché lo vediamo perpetuato ogni giorno sui profili social non solo di star ma anche dei nostri amici e specifico perché la verticalità della relazione foto-commento consente l’amplificarsi del fenomeno: l’insulto viene incanalato da una persona a un’altra dove la prima assume i contorni della collettività. In altre parole data la pubblicità dell’atto denigratorio perfino il silenzio assume contorni di pubblico consenso oppure, ancor peggio, il sostegno all’offesa diviene tangibile attraverso il diretto supporto (like ai commenti) o moltiplicandosi.

Di seguito un semplice esercizio: riuscite a ricordare una volta in cui avete commentato una foto o scritto uno status in cui avete apostrofato qualcuno (famoso o non) per aver preso peso/essere anoressic*/avere troppi pearcing/tatuaggi/essere brutt*/troppo vecchi*?
Secondo una ricerca promossa da Nutrimente Onlus, condotta su circa 4000 italiani tra uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 55 anni, molti di voi risponderanno affermativamente, infatti 1 persona su 2 dice di essere stata giudicata negativamente per il suo peso corporeo. Questo condiziona l’autostima delle persone (45%) e provoca l’aumento degli stati d’ansia (43%). Il sesso più colpito, con numeri schiaccianti, è quello femminile.

?GIRL POWER? this suit is on sale! Link in bio

Un post condiviso da A S H L E Y G R A H A M (@theashleygraham) in data: 1 Nov 2017 alle ore 15:58 PDT

Quindi, postare o non postare?

La costante oggettivazione del corpo femminile ci pone così al nostro limite: da un lato non possiamo postare foto del nostro corpo, dall’altro siamo assolutamente chiamate a farlo. E le star, che devono incarnare il modello cui aspirare, diventano così contraddittoriamente colpevoli due volte: di non assomigliarci e di non essere perfette.

Per queste due colpe, ogni giorno, le sacrifichiamo sull’altare delle foto di Instagram e delle gif di Twitter. Ma dietro di loro ci sono milioni di donne ogni giorno vengono punite a causa delle proprie foto profilo, nei gruppi Facebook di novelli Casanova e in gruppi WhatsApp in cui circolano, violando la loro privacy, le loro foto per il divertimento del gruppo del liceo o in prove degrandanti come pull a pig, la “sfida” a sedurre una ragazza grassa.

LEGGI ANCHE: “Pull a Pig”, l’ultima moda dei cretini. E altri esempi di bullismo digitale sulle donne

L’immagine delle donne viene dilaniata, rivisitata e giudicata in continui modelli estetici e – il web c’insegna – nemmeno se sei meravigliosamente Rihanna sarai salva dall’essere fatta a pezzi. Commento dopo commento, che sia online oppure no. Eppure lei, Rihanna, ci sta insegnando qualcosa attraverso le sue fiere foto degli ultimi mesi: ci sta insegnando che se ti ami abbastanza puoi essere una 38 o una 44 e affrontare con i tuoi pantaloni Balenciaga il video più hot dell’anno.

Consigli di sopravvivenza digitale

Purtroppo il fenomeno del body shaming è molto comune, come fare a difendersi? Trattandosi di un problema culturale probabilmente la migliore strategia è quella della messa in mora digitale.

Segnalate i commenti offensivi, segnalate i commenti che vi mettono a disagio e, soprattutto, non fatelo solo per i contenuti che vi riguardano direttamente ma anche se riscontrate comportamenti d’odio sotto foto/status di altre persone.

Segnalate i profili e le pagine che diffondo hate speech e body shaming, che prendono di mira persone o gruppi di persone. Nei casi particolarmente gravi potete rivolgervi alle autorità competenti.

Facebook sfida ufficialmente YouTube: i nuovi tool per chi fa video

Se “Content is the King”e “Distribution is the Queen”, Facebook ha deciso di creare il regno dove re e regina possano convivere: Facebook for Creators!

Facebook sarà sempre più protagonista nella creazione e nella condivisione di contenuti multimediali esclusivi grazie alla nuova app e il nuovo website Facebook for Creators dedicato a tutti i creators: creativi, webstar e autori che desiderano condividere le proprie passioni e le proprie idee con la loro community.

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Il Web è pieno di persone che realizzano video sulle loro passioni (ricette di cucina, videogames, makeup, parodie più o meno divertenti, ecc.) e li postano sui loro social condividendoli con la loro community. Finora, il canale preferito per la pubblicazione dei video è stato sicuramente YouTube, tanto che essere “youtuber” è diventato negli ultimi anni un vero e proprio status symbol e ha fatto le fortune offline di molte delle star della società mediatica attuale.

Facebook For Creators è la risposta di Mark Zuckerberg a YouTube: è uno spazio pensato per le esigenze specifiche dei creators capace di arrivare potenzialmente a oltre 2 miliardi di utenti della community di Facebook e dalle enormi potenzialità di monetizzazione. Inoltre la viralità di Facebook è nettamente superiore a quella di YouTube perché permea maggiormente la quotidianità degli utenti.  

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Facebook For Creators si sviluppa in due iniziative principali: un’app dedicata ai Creators e un contenitore specifico ed esclusivo per le community.

Facebook Creator App

Un’app pensata appositamente per soddisfare le numerose esigenze dei Creators con un semplice smartphone, creare video agilmente e connettersi con la propria Community velocemente. Queste le principali features:

  • Live Creative Kit: accesso esclusivo a un pannello di gestione per la personalizzazione dei propri video (intro e finali dedicati, stickers personalizzabili per l’interazione coi fan, grafiche customizzabili…)
  • Community Tab: Una casella di posta unificata per entrare in contatto più agilmente con tutti i fan della community dislocati su Facebook, Instagram e Messenger
  • Camera&Stories: Possibilità di utilizzo dei fun camera effects tipici delle Stories Instagram e Snapchat; facilità di crossposting sulle diverse piattaforme, comprese le Stories di Facebook, per garantire maggiore engagement.
  • Insight: l’analisi dev’essere sempre parte integrante di una buona programmazione e Facebook For Creators garantisce un facile accesso alle metriche relative alla condivisione del proprio video, della Pagina e dei fan

L’app è disponibile da oggi per iOs, mentre gli utenti Android dovranno aspettare ancora qualche mese. L’aspetto interessante per i brand è la possibilità di usare l’app anche come Pagina e non solo come profilo personale.

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Un nuovo sito per i Creators

Facebook For Creators è un nuovo sito dove i creatori di contenuti possono trovare risorse e idee per realizzare video sempre più performanti.
Sul sito si possono apprendere nuove tecniche per la pubblicazione dei propri video, entrare in contatto con la community di creators per scambiare consigli e idee e restare sempre aggiornato su tutte le novità.

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Rimane solo un problema, se Youtuber è un termine fonicamente piacevole, Facebook non permette la stessa facilità neologistica: Copy di tutto il mondo, è il vostro momento!

Ecco i robot che camminano da soli, saltano e fanno cose impensabili

Chi mastica di robotica sa bene che, oltre all’annoso problema delle batterie, una delle questioni più difficili da risolvere (o meglio da fixare) è sempre stata la gestione dell’equilibrio nei movimenti delle macchine.

Non sono un ingegnere, per carità, ma un curioso giornalista, e come tale mi limito ad osservare le cose che vedo, e poi farmi o fare domande. Riguardo i robot (così come siamo oramai soliti definirli), una costante che ricordo di aver notato ogni qual volta mi ci sono imbattuto in questi ultimi anni in eventi e fiere di innovazione è che questi simpatici assemblati intelligenti avessero sempre dei fili attaccati a qualcosa. Il problema dell’alimentazione e delle batterie, appunto.

Farli camminare da soli, la sfida più difficile

Ma fateci caso: quanti di voi hanno visto un robot camminare davvero? Il più delle volte sono fermi, altre fanno piccoli movimenti poggiando non su gambe e articolazioni come noi umani ma su ruote, rotelle, eccetera. Stiamo parlando, ovviamente, dei cosiddetti robot assistenti e/o “domestici”.

E seppur il settore della robotica è uno di quelli a più alto fattore di studio e prototipazione continui, negli ultimi anni di queste macchine ne abbiamo viste anche muoversi, camminare, o effettuare anche operazioni difficili come scendere le scale. Anche in questo caso, osservando bene, ci saremo accorti del fatto che in queste operazioni i robot (penso ad esempio a quello che di importante si sta facendo anche qui in Italia dalle parti dell’IIT di Genova di Roberto Cingolani) sono “assistiti” o dall’uomo o da supporti meccanici come impalcature mobili, ganci e così via.

Questo perché – spiegano gli ingegneri che li progettano – avremo pure fatto passi in avanti enormi in tema di intelligenze artificiali, capacità di calcolo, miniaturizzazione hardware, eccetera, ma attualmente la gestione del baricentro starebbe ai robot come a un ubriaco la prova del palloncino.

Un salto (mortale) in avanti

Eppure. Eppure c’è una (ex) startup che sembra aver risolto davvero questo problema. Non solo ha eliminato i fili e impalcature, ma ha dato gambe e braccia ai robot, e ora sta riuscendo a farli saltare, correre, addirittura fare Parkur. Guardate questo video del loro quasi umanoide Atlas, diffuso in rete proprio in queste ore.

Una storia bellissima, quella dei ragazzi di Boston Dynamics: partiti come tanti dai garage, avevano fatto l’exit (venduto l’azienda) niente di meno che a Google. Che dopo averci investito milioni di dollari lo scorso anno aveva deciso di mollarli, disponendo la chiusura della divisione.

Eppure quella squadra di visionari, ingegneri, ricercatori, designer e sviluppatori non si è mai fermata. E non si fermerà tanto facilmente.

Se tra 20 anni vedremo davvero i robot camminare per strada, gran parte del merito sarà certamente loro.

@aldopecora

Week in Social: dalle nuove stories di Facebook ai nuovi hashtag di Instagram

Un’altra settimana è terminata! E come ogni venerdì, torna Week in Social per raccontarvi tutte le novità in arrivo!

Sappiamo che non vedi l’ora di andare incontro al weekend, il venerdì è sacro! Ma fermati giusto qualche minuto e leggi tutte le novità di questa settimana. Ecco cosa è accaduto questa settimana.

Facebook

Si sa. Le stories su Facebook (e Messenger) non sono mai decollate rispetto a quelle di Instagram. Facebook però non si arrende. Questa volte lancia le stories collaborative: si tratta di stories che possono fare tutti gli iscritti all’interno di gruppi oppure eventi. Le persone possono contribuire – con dei propri contenuti, video o immagini –  a dare maggiore visibilità ad un gruppo o ad un evento: d’altronde, gli UGC (user content generated) possono aiutare i gestori degli eventi e dei gruppi ad aumentare la visibilità dei contenuti.

Connor Hayes, responsabile dei prodotti di Facebook, ha dichiarato in un’intervista per TechCrunch che lo scopo delle storie in gruppi ed eventi di Facebook è “dare a più persone l’opportunità di raccontare una storia da più angolazioni diverse”.

Questo nuovo rilascio potrebbe rivelarsi come la svolta decisiva per le stories di Facebook: l’elemento chiave che rimarca la differenza sostanziale rispetto a quelle di Instagram. Vedremo nei prossimi mesi se l’idea porterà frutto.

Guarda il tutorial per saperne di più:

Al proposito Luca La Mesa, docente della Ninja Academy, ci dice: “Una novità interessante che si avvicina ad alcune funzionalità simili implementate nelle scorse settimane da Snapchat che riesce addirittura ad accorpare le storie dei partecipanti ad un concerto basandosi sull’ascolto dell’audio.
Le storie su Facebook non hanno ancora espresso il loro vero potenziale e queste novità si spera che incentivino gli utenti ad usarle maggiormente.
All’interno del Social Media LIVE Program abbiamo fatto i primi test sin dall’8 Ottobre del 2017 e i risultati sono stati molto interessanti.”

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Instagram

Di certo Instagram non sta a guardare. Anzi. Arriva la notizia “bomba”, quella che un po’ tutti aspettavamo: finalmente è possibile seguire un hashtag.

Cosa vuol dire questo? Finalmente possiamo decidere di creare un community dedicata associandogli un hashtag anche su Instagram. Se qui il concetto di gruppi ed eventi ancora non è stato esplorato, con l’arrivo di questa novità sarà possibile costruire delle comunità di persone interessate ad una determinata conversazione.

La notizia è stata rilasciata da Pippa Akram, consulente social media, che ha visto apparire nel suo feed di Instagram il pulsante segui una volta entrata nello spazio di foto dedicate a quell’hashtag.

Staremo a vedere come i brand sfrutteranno questa potentissima funzionalità!

Sempre per gli appassionati di stories, da qualche giorno Instagram permette di pubblicare una storia riprendendo dal rullino fotografico una foto scattata da più di 24 ore. Questo ci consentirà più libertà nella condivisione dei contenuti (oltre che di arricchire le stories e potenziarne le funzioni).

LinkedIn

Anche in casa Microsoft non finiscono le novità: LinkedIn presenta la nuova funzionalità che mette in connessione i mentor e i professionisti.

L’aveva annunciato già a fine agosto, ma adesso ci siamo: il social per i professionisti distribuirà una nuova funzionalità di consulenza professionale a tutti gli utenti degli Stati Uniti, Regno Unito, India e Australia.

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Un po’ come Tinder, con la differenza che le connessioni saranno legate ad un ambito professionale e di carriera, o almeno così si spera :).

Basterà inserire le informazioni sul tipo di persona che stiamo cercando per avere consigli professionali, e LinkedIn ci mostrerà i profili più in linea con le nostra esigenze.

Come un’app di appuntamenti, LinkedIn fornirà le connessioni: contando 530 milioni di persone iscritte, ci sono buone probabilità di trovare un buon mentor a cui rivolgersi quando si ha bisogno.

Anche qui, Luca La Mesa ci dice la sua: “Ottima funzionalità che in pochi sanno essere è in test anche per Facebook. Il mondo social B2B crescerà molto nelle prossime settimane e le piattaforme stanno aumentando le loro funzionalità per migliorare i servizi per gli utenti e per ottenere sempre maggiori informazioni.”.

Adesso è proprio arrivato il momento di andare incontro al fine settimana! Sentitevi liberi di tuffarvi sul divano come non ci fosse un domani. Noi torniamo la prossima settimana, sempre con Week in Social. Buon weekend!

media industry novità

AT&T, Time Warner, Disney, Fox: le fusioni che cambierebbero il volto della media industry

I cambiamenti nel comportamento del pubblico, l’abbondanza e la diversificazione dei contenuti e dei canali di distribuzione, l’ingresso di nuovi attori come i servizi di video streaming on demand (primo tra tutti Netflix) sono variabili che stanno ridefinendo radicalmente la struttura competitiva della media industry globale. Lo scenario è incerto, e i colossi da sempre imperatori del mercato cercano di unire le forze per recuperare quote di mercato e le attenzioni di un’audience sempre meno interessata a impegnarsi in abbonamenti pay-tv a lungo termine.

Facciamo il punto su due situazioni che stanno facendo infiammare analisti e consulenti di tutto il mondo.

AT&T e Time Warner: la fusione s’ha da fare?

Dallo scorso anno AT&T, colosso delle telecomunicazioni statunitensi sta provando ad acquisire Time Warner, gigante del cinema e dell’editoria, per mettere in piedi il gruppo media & entertainment più grande al mondo. Un matrimonio da capogiro, dal valore di oltre 85,4 miliardi di dollari.

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La comunione dei beni permetterebbe al gruppo di consolidare il proprio business in tre aree chiave: tv, telco e produzione di contenuti e programmi originali. Tra le risorse messe a sistema emergerebbero infatti punte di diamante come HBO, emittente televisiva via cavo, gli studi cinematografici Warner Bros e un capitale enorme di franchise adorati da fan in ogni angolo del globo: da Game of Thrones a Harry Potter, da DC Comics a Il Signore degli Anelli.

Una manovra di integrazione verticale che consentirebbe al conglomerato di conquistare una posizione dominante nel mercato globale, combinando contenuto di altissima qualità con la forza di distribuzione e la tecnologia del più grande gruppo di telefonia mobile USA. Randal Stephenson, CEO di AT&T, ha dichiarato che la sinergia porterebbe benefici al consumatore finale: ad esempio, i profitti sviluppati da una pubblicità televisiva resa più efficace e rilevante per il pubblico grazie ai dati acquisiti dagli utenti, permetterebbe di abbattere il prezzo dell’abbonamento pay-tv.

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Cosa mette a rischio l’accordo

I giochi sembravano fatti, quando il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti la scorsa settimana ha chiesto al gruppo di disinvestire parte del capitale per ottenere il semaforo verde sulla fusione: quindi di cedere Turner Broadcasting, azienda che possiede la CNN, o in alternativa Direct TV, gruppo che opera in Sud America e nelle zone caraibiche.

Questo, dichiarano i portavoce dell’antitrust, per evitare la creazione di una situazione oligopolistica e pratiche anti-concorrenziali, che in economia si individuano come market foreclosure (ad esempio, una possibile restrizione dell’accesso a risorse o clienti ad altri concorrenti in campo).

Fonti come il New York Times affermano che il presidente Trump, da sempre osteggiatore della CNN e della maxi-fusione sia su Twitter che nelle sue uscite pubbliche, ci abbia messo lo zampino da dietro le quinte. Infatti non si è mai fatto scrupoli nell’esternare pubblicamente il proprio disgusto per quella da lui chiamata Clinton News Network. Di pochi giorni fa l’ultima perla.

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Ufficialmente, sembra che dallo Studio Ovale non siano arrivate direttive ma Bloomberg riporta che AT&T è pronta a richiedere per vie legali l’accesso alle comunicazioni tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia, per capire se ci siano state o no pressioni politiche.

LEGGI ANCHE: Vi spoileriamo un po’ di cose sul futuro di Netflix (e perché costerà di più)

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E intanto la fusione Disney-Fox è qualcosa in più che un’ipotesi

The Walt Disney Company, intanto, ha iniziato a flirtrare con 21st Century Fox riguardo l’acquisizione di una bella fetta dei suoi asset: lo studio cinematografico, canali come National Geographic e parte del business internazionale (incluse le partecipazioni del 39% in Sky e in Hulu). 

Le negoziazioni si sono subito fermate, come accade spesso in questi casi, ma emerge un segnale forte. L’obiettivo di Disney sembrerebbe essere quello di rafforzare i propri asset relativi alla creazione e distribuzione del contenuto, per entrare a gamba tesa nel settore del video on demand, lanciando la propria piattaforma streaming nel 2019. Infatti, la fusione permetterebbe a Disney di mettere le mani sull’imponente e redditizio catalogo cinematografico e televisivo di Fox, acquisendo franchise di successo come X-man, Avatar, L’Era Glaciale, Rio, I Simpson e Anastasia. Ha già negato a Netflix alcune licenze cinematografiche e non è un mistero che potrebbe togliere in futuro tutte le sue serie e programmi tv dalla piattaforma.

Sembra che Murdoch voglia prendersi una pausa dall’impero mediatico che ha creato. L’obiettivo di Fox sarebbe quello di disinvestire sul settore cinematografico e specializzarsi su linee di business meno rischiose, come Fox Sport e Fox News, aree non toccate dalle conversazioni con Disney.

Sicuramente sarà una negoziazione lunga e complessa e non mancheranno gli effetti speciali (anche ostacoli burocratici come quelli che stanno affrontando AT&T e Time Warner?). Intanto altri due colossi stanno iniziando a corteggiare 21st Century Fox con dei primi meeting esplorativi: Comcast, proprietaria di NBCUniversal e degli studi cinematografici Universal, Verizon, gruppo telco, e Sony.

E comunque, in caso di matrimonio tra Disney & Fox, potremo dire che I Simpson l’avevano predetto. Ben 19 anni fa.

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Come trovare o mettere una casa in affitto su Facebook

Poco più di un anno dopo aver sostituito su app iOS la tab Messenger con quella di Marketplace, Facebook lancia e raddoppia, annunciando una nuova integrazione: l’app supporterà un’ulteriore sezione che comprende appartamenti e case in affitto.

La società con sede a Menlo Park ha stretto una partnership con Zumper e Apartment List, due famosi aggregatori di annunci online (specializzati in case in affitto e vendita) attivi in USA.

La nuova feature è in roll out al momento negli Stati Uniti ma presto si espanderà in tutto il mondo, si legge sul Centro assistenza di Facebook for Business.

I proprietari delle unità immobiliari potranno facilmente inserire le loro liste di annunci in affitto in un’ampia selezione recentemente implementata mentre gli affittuari interessati potranno consultare questi elenchi e utilizzare diversi tipi di filtri per affinare la ricerca:

  • Fascia di prezzo
  • Posizione
  • Camere da letto
  • Numero di bagni
  • Metratura
  • Animali ammessi

trovare case in affitto su facebook

Dopo aver consultato gli annunci di case in affitto su Facebook e aver trovato l’annuncio che fa per te, dovrai semplicemente compilare un breve modulo attraverso il quale sarà l’agente immobiliare a ricontattarti. Come utente potrai continuare a inserire i tuoi annunci di case in affitto ma ora avrai anche la possibilità di mostrare foto a 360°.

Cosa cambia per gli Agenti Immobiliari

Se sei un agente immobiliare invece, devi tenere in considerazione alcuni fattori:

  • Non saranno disponibili unità immobiliari in vendita, ma solo case in affitto (anche camere private in appartamento)
  • Gli annunci appariranno solo su Marketplace e non in Pagine Facebook (a meno che non siano stati volontariamente condivisi)
  • Marketplace collega locatore e affittuario, non partecipa in nessuna transazione
  • Per impostazione predefinita, le case in affitto su Facebook vengono mostrate in un raggio di 40 miglia dalla posizione di un utente (impostazione modificabile dall’utente stesso)
  • Gli annunci che includono discriminazioni per genere, orientamento sessuale, credo religioso o politico verranno segnalati e prontamente eliminati.

Case in affitto su Facebook: c’è molto altro da scoprire

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Dal 1° gennaio 2017 il volume di ricerche su Marketplace è aumentato di ben tre volte a livello globale.  È ormai chiaro che l’obiettivo è quello di trasformare gradualmente il social network in un portale che possa rispondere a tutte le richieste che gli utenti normalmente fanno interrogando Internet. Dal meteo alla ricerca del lavoro, dagli acquisti ai giochi online o ancora dall’ordinare cibo ad acquistare biglietti per i concerti.

Il risultato finale di questi sforzi sarà l’aumento del tempo di permanenza di ogni utente su Facebook, portando all’acquisizione sempre maggiore di dati da un lato e all’aumento delle visualizzazioni dei post sponsorizzati dall’altro.

Marketplace continua perciò ad essere un punto focale per il social di Zuckemberg, e le aziende farebbero bene a iniziare a cogliere tutte le occasioni per utilizzarlo al meglio, includendolo sempre più nelle strategie di marketing.

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Pensi che Facebook e Google siano gli unici a sapere tutto quello che fai? Sbagli

“Se vuoi mantenere un segreto, devi nasconderlo anche a te stesso”, così scriveva George Orwell in 1984. Il “Grande Fratello” personaggio fittizio del capolavoro di Orwell (del 1949) ha cambiato volto molte volte dagli anni ’50 ad oggi. È stato ispirazione di programmi televisivi, di film, diventando attuale oggi più che mai.

“Big Brother is watching you”, questo è lo slogan che ricorda nel libro la supremazia assoluta del Grande Fratello. In 1984 non si chiarisce mai che volto avesse il grande fratello, se fosse una persona, un simbolo creato dal partito o un’entità. Oggi sicuramente abbiamo le idee un po’ più chiare su che volto abbia il Big Brother nell’Internet of things.

Scommetto che la maggior parte di voi avrà pensato a Facebook? O Google? Facebook sa tutto di noi, anche Google, il nostro smartphone e il nostro smartwatch, ancor più di quanto la nostra dolce metà, nostra madre o il nostro migliore amico possa sapere.

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LEGGI ANCHE: Così stiamo regalando tutti i nostri dati (che valgono più dei soldi) per un like

Non ci “spiano” solo i grandi

Google sa esattamente cosa vogliamo, cosa cerchiamo e dove vogliamo andare in vacanza. I nostri dati personali (che di personale hanno solo il nostro nome) sono oramai alla mercé di tutti, non solo di Facebook e Google.

Facebook e Google sono solo gli attori più famosi sul palcoscenico dei dati, ma come in ogni storia che si rispetti, non esistono solo gli attori principali, ma ci sono tanti attori secondari e operatori dietro le quinte di cui spesso dimentichiamo l’esistenza, o semplicemente la ignoriamo. Eccone alcuni esempi.

Esistono molti SDK, Software development kit (pacchetti di sviluppo di software) e SaaS, Software as a service (Software come servizi) creati per ottimizzare l’esperienza degli utenti.

Ci sono alcuni software (development kit) per esempio che registrano il proprio schermo quando si utilizza un app. Il video viene poi mandato ad un server in modo che gli sviluppatori possano vedere come utilizziamo l’app in tempo reale. Ciò significa che quando si utilizza un app, c’è la possibilità che qualcuno stia osservando i nostri movimenti e le nostre scelte, allo scopo di utilizzare quelle informazioni per creare una user-experience più personalizzata.

Vi sono altri software (as service) che sono dei servizi disponibili a livello commerciale, che monitorano gruppi di sessioni di utenti sui siti, fornendo ai propri clienti delle “mappe”, che prendono il nome heat maps, che mostrano le aree più cliccate del proprio sito allo scopo quindi di creare e collocare i contenuti più rilevanti nelle aree dove è concentrato più interesse.

Ecco come appare una heat map di Google per esempio.

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I tuoi dati (anonimi) al miglior offerente

Oltre a questo tipo di software e servizi, esistono anche business che offrono i nostri dati (in forma anonima) sotto forma di pacchetto al miglior offerente. Ci sono ormai molte compagnie di questo tipo, che vendono i nostri dati ai business per ottimizzare i propri target pubblicitari o la UX del proprio website.

LEGGI ANCHE: IBM potrebbe avere presto dal Governo italiano (gratis) tutti i nostri dati sanitari

Ora, non vogliamo alzare il livello d’ansia generale riguardo l’uso dei dati personali, o su cosa sconosciuti possano sapere o no sul nostro conto, ma è bene essere a conoscenza di come siamo continuamente osservati quando utilizziamo computer e smartphone e di come i nostri dati vengano venduti a scopi commerciali.

Detto questo, non c’è da meravigliarsi che alcune app siano più popolari di altre, o abbiano una UX molto più fluida delle altre.

Ma c’è anche qualcosa di buono

La distribuzione dei nostri dati ci lascia un po’ l’amaro in bocca, ma non ha solo i suoi lati negativi. Grazie a questo tipo di software e tecnologie si fa in modo che i servizi online che utilizziamo ci offrano un esperienza sempre migliore. Quante volte ci siamo lamentati della scarsa user interface di un sito o un’app, o abbiamo preferito un servizio piuttosto che un altro per la facilità dell’utilizzo dei canali?

E non è stato poi sempre così? Ogni sistema, organizzazione o business per funzionare meglio e rendere la nostra esperienza migliore ci ha studiato con attenzione (come topi da laboratorio) per capire la nostra psiche tramite sondaggi, ricerche di mercato, o guardando filmati studiando i nostri comportamenti all’interno di un supermercato o un centro commerciale.

Oggi avviene in modo più veloce, più rapido e più personale. Le compagnie che operano nell’Internet of things, sanno tutto di noi, e tutto quello che sanno glielo abbiamo detto noi.

Nella serie dell’IoT siamo tutti attori, c’è gli ha il ruolo del protagonista e chi dell’antagonista, ma la silhouette che definisce i due ruoli diventa sempre più sfocata.

E ricorda, “se vuoi mantenere un segreto, devi nasconderlo anche a te stesso”.

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Vale la pena provare Firefox Quantum, o restiamo su Chrome?

Inutile dire che gli ultimi cinque anni non sono stati i più fortunati per Firefox. È stato nel 2011 quando Google Chrome ha superato per numero di utenti per la prima volta il browser di Mozilla: oggi, secondo le stime di StarCounter, Chrome al momento rappresenta il 54% del mercato dei browser, sommando i dati provenienti da PC, tablet e telefoni. Apple Safari ha il 14% del mercato, mentre Firefox ha solo il 6%.

Per provare di superare Chrome, Mozilla si è preparata per molti mesi: a giugno di quest’anno a San Francisco in sala conferenza, il vicepresidente senior di Firefox, Mark Mayo, aveva aperto l’evento con alle spalle il disegno di una volpe minacciosa in armatura mecha. Il messaggio era chiaro: pronti per la guerra contro Big G!

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Credits @Justin Dolske

Ed ecco che due giorni fa approda la 57sima versione del browser Firefox, Firefox Quantum. È una release più veloce, è anche più pulita come interfaccia e soprattutto promette di far cambiare idea ai fan di Google. Really?

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La modifica più importante di Quantum è che utilizza il 30% di memoria in meno rispetto ai browser concorrenti quando viene utilizzato su un PC Windows. Una caratteristica che vuole mettere a dura prova il concorrente Google Chrome, che, nonostante sia la scelta più popolare nel mercato dei browser, ha sempre ricevuto montagne di critiche proprio sulla questione della memoria e delle risorse utilizzate.

Un Quantum Leap per il Web?

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Come dicevamo, Firefox Quantum è più veloce delle precedenti versioni di Firefox. Le pagine si caricano in un attimo anche quando ci sono un sacco di schede aperte e persino quando si tratta di applicazioni online sempre in fase di aggiornamento come i client di posta elettronica. Questo è in gran parte il risultato del nuovo motore di web rendering del browser chiamato appunto Quantum, che elimina il precedente motore Gecko utilizzato da Firefox per l’esecuzione.

A Mozilla non manca l’ironia e per spiegare efficacemente quanto è più veloce Quantum anche delle precedenti release, ha pubblicato uno spot che promette di far sparire dal volto dei suoi utenti la “wait face”, ovvero la classica espressione annoiata di attesa.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=1&v=fiWy9lTQcKA

Per rendere Firefox più veloce, Mozilla ha sviluppato un “motore CSS super veloce” scritto in Rust e C. Quantum CSS “sfrutta l’hardware moderno, parallelizzando il lavoro su tutti i core della macchina. Ciò significa che può essere eseguito fino a 2 o 4 o anche 18 volte più veloce”. 

Disponibile dal 14 novembre, il nuovo Firefox è disponibile per i principali sistemi operativi, desktop e mobile, inclusi i più recenti aggiornamenti come Windows 10, macOS High Sierra, Android Oreo e iOS 11.

Dal punto di vista del design, Firefox Quantum è semplice, facile da usare e non intimidatorio. La cosa più importante di tutte è che la sua interfaccia non è troppo diversa da quella di altri browser che siamo già abituati ad usare. Inoltre, per i principianti, invece di avere più pulsanti per accedere a segnalibri, cronologia o download, c’è invece un pulsante Libreria che li riunisce tutti, rendendo l’esperienza di navigazione più snella.

Vale la pena provare (di nuovo) Firefox?

15 anni di storia: Firefox si è sviluppato dalle ceneri di Netscape, il pioniere di Internet. La popolarità di Firefox ha contribuito a rendere il mercato dei browser molto competitivo e a definire il Web così come oggi lo conosciamo. La missione di Mozilla sembra proprio quella di mantenere il mercato digitale e in particolare il Web uno spazio interessante e coinvolgente ma comunque regolato e sicuro.

“Ci sono persone che creano hardware, persone che fanno software, persone che creano siti web. Vogliono offrirti un’esperienza che ti piace abbastanza da pagare e da continuare a tornare, ma loro gestiscono i loro affari. Rappresentano se stessi “, ha affermato tempo fa a CNet Mitchell Baker, presidente esecutivo e co-fondatore di Mozilla. “Noi amiamo il browser perché con questo possiamo rappresentarti”.

Mozilla dunque strizza l’occhio a Google e al tema della sicurezza e della privacy: lo ha fatto anche a luglio pubblicamente con una serie di billboard che annunciavano minacciosi “Il grande browser ti sta guardando”.

 

Quantum sarà abbastanza per rilanciare Mozilla? Difficile non esser scettici.

Anche se un browser è due volte più veloce di Chrome, usa metà della memoria e subisce metà delle falle di sicurezza, potrebbe non essere sufficiente per far cambiare idea a chi oggi usa giornalmente Google Calendar, Gmail, Google Drive e tutte quelle applicazioni che ogni giorno ci ricordano di utilizzare Chrome.

Molti fan hardcore di Firefox oggi sono utenti felici di Chrome: siamo sicuri che la notizia del lancio di Quantum li abbia entusiasmati o anche solo interessati?

Come scegliamo un browser

Ai nostri giorni, differentemente a 10 anni fa, la scelta del browser è meno incentrata sulle prestazioni, mentre conta di più l’ecosistema in cui l’utente preferisce lavorare, navigare, condividere, ecc. Rispetto a questo, ogni browser ha i suoi punti di forza e di debolezza.

Le prestazioni non sono davvero un problema oggi, anche se si utilizza il browser più lento sul mercato. È diventato raro sentire qualcuno lamentarsi delle prestazioni del proprio browser e, quando lo si fa, il problema di solito deriva da un bug o dalla memoria del device utilizzato.

La mia impressione è che Mozilla stia utilizzando la velocità come argomento di rilancio del suo browser per giocare piuttosto sulla nostalgia di quelli utenti che, come me, oggi utilizzano quotidianamente Google Chrome.

Che dite allora, vogliamo provare a dargli una seconda chance?

L’audience non è più l’obiettivo ma il vero asset di chi fa Content Marketing

Nel Content Marketing – e in generale in tutti gli ambiti del marketing digitale – si dice spesso che l’audience è un vero e proprio asset su cui fare leva per creare valore sostenibile.

In effetti tra content caos, inflazione di comunicazioni e ingorghi pubblicitari (a tal proposito, ti segnalo la sempre interessante opera di Giorgio Triani dell’Università di Parma), avere una audience di persone all’ascolto fidelizzata, stimolata e stimolante è una variabile di importanza primaria. Al pari di un buon prodotto o un customer care formidabile.

In particolare, l’esperto di Content Marketing Robert Rose – che ho avuto il piacere di avere come curatore della Prefazione del mio ultimo libro  ha fatto alcuni ragionamenti molto interessanti all’interno di un articolo sull’Audience Valuation Engine, un nuovo framework per calcolare il ROI dell’audience del Content Marketing.

Cosa è un’audience, e quanti tipi ne esistono?

Prima di continuare, rispondo a una domanda che ti saresti fatto nelle prossime righe:

Cosa è un’audience?

La definizione semplice considera l’audience un insieme di persone che si raggruppano (in senso fisico o mediato dalle tecnologie digitali) al fine di vedere o ascoltare una performance di un’entità – nel caso di questo pezzo, di un brand. Una definizione più orientata al marketing considera l’audience un asset popolato da persone che consumano il contenuto creato da una marca o un’organizzazione.

Le audience utili alla progettazione strategica di Content Marketing possono essere di due tipologie principali:

  • Modeled Audience: permette ai professionisti di marketing di fare alcuni calcoli e valutare se, modificando alcune variabili come il churn rate, la profilazione, la tipologia di dati raccolti dalle interazioni, etc., viene mutuato anche il valore dell’audience stessa. In sostanza, la modeled audience è rilevante per fare tutte le proiezioni del caso legate a come incrementare il valore delle iniziative in Content Marketing.
  • Audited Audience: fornisce le basi analitiche, statistiche e di profilazione necessarie a capire come stiamo andando, quanto manca al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Parallelamente a tali audience, ne esistono altre due – ben più immediate nella comprensibilità: quella effettiva (actual audience) – ovvero, quella su cui stai lavorando con tutti gli sforzi di content creation e community management – e quella desiderata (anticipated / desired audience), che ti segna la direzione e il verso a cui tendere negli sforzi professionali quotidiani.

Come si legano tra loro queste prospettive di approccio all’audience? Il grafico sottostante lo indica con chiarezza.

Il valore del subscriber

Il più delle volte, l’audience nel Content Marketing è composta da subscribers.

Non sto parlando solo di persone che si iscrivono alla newsletter del brand, ci mancherebbe: al contrario, penso a tutti gli individui che decidono in prima persona di fare parte del mondo di marca, iscrivendosi a qualsiasi suo asset di comunicazione. Il magazine online, per esempio. O la mailing list. Oppure, ancora, ebook e white paper dedicati a specifici servizi / prodotti.

Ciò rende quella dei subscribers una tipologia di audience davvero interessante, perché raggiungibile direttamente (via indirizzi e-mail, per esempio). Lo sai meglio di me: il sogno del professionista di marketing, ancora oggi, è avere accesso a una comunicazione diretta e intima con le persone con cui desidera interagire.

Con l’idea dei subscribers in testa, Robert Rose spiega bene e in alcuni punti elenco quali sono quelli a maggior valore.

  • Subscribers targettizzati: ottimizzano il funnel, limitano le dispersioni, abbattono i costi!
  • Subscribers di qualità: sembra impossibile, ma ancora – nel 2017! – alcune aziende acquistano database contatti da fonti terze. Evitare di compiere certi gesti sconsiderati aiuta a parlare con persone “di qualità” per gli obiettivi di business e di marketing.
  • Subscribers che forniscono dati: in un recente articolo pubblicato su Ninja Marketing dal titolo “Così stiamo regalando tutti i nostri dati (che valgono più dei soldi) per un like”, abbiamo già messo in luce la criticità del dato e della sua corretta gestione. Esistono specifiche fasce di audience che sono più propense a lasciare i dati, rispetto ad altre. E più dati, significa migliore profilazione e aumento delle possibilità di estrarre valore dalle interazioni di marca!
  • Subscribers coinvolti e ingaggiati: si tratta probabilmente una summa dei punti precedenti, ma certamente questa ultima tipologia fa molta “gola” alle marche. Si tratta di individui capaci con maggiore probabilità di attivare effetti di social advocacy e brand advocacy, stimolando in continuazione l’engagement journey. E dico poco!

Conclusioni: le audience e la biologia

In questo articolo, spero di averti trasmesso un messaggio molto importante: le audience nel Content Marketing sono fondamentali e devono essere continuamente monitorate, coltivate, arricchite, deliziate. Approcci di customer lifetime value devono essere generalizzati alla gestione delle audience multi-canale.

Se ci pensiamo bene, le stesse audience si comportano come un reale organismo biologico: nascono, crescono, rischiano più volte di affievolirsi. Devono essere continuamente stimolate e irrobustite.

Occorre dunque passare da una visione statica e cost-based dell’audience, dove il valore della stessa è dato dalla moltiplicazione tra costo per acquisizione e numero di subscribers, a un approccio dinamico e asset-based, per il quale tale valore varia in funzione del “riscaldamento” dell’audience – la quale raggiunge il punto massimo nel momento in cui diventa un marketing qualified lead (MQL).

Ti ho incuriosito?

Se vuoi sapere le tattiche e le strategie più aggiornate per interagire nel modo migliore e con i giusti contenuti con la tua audience, incontriamoci nel Corso in Content Marketing di Ninja Academy!

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5 consigli per costruire una relazione con i clienti grazie ai contenuti visuali

La scelta di una immagine per completare un post, un articolo o un’inserzione è una decisione molto importante per l’impostazione di un contenuto completo che sia in grado di concentrare l’attenzione degli utenti online: si tratta di uno degli step cruciali nella progettazione editoriale. I contenuti visuali che scegli per supportare la comunicazione sul tuo sito web, su un blog o per creare il tuo materiale pubblicitario, sono la prima decisione che determinerà quali clienti riuscirai a conquistare e quali invece rischierai di perdere.

Chi cura i contenuti visuali di un progetto sul web, insomma, ha una grande responsabilità: la scelta dell’impostazione grafica dei contenuti ha bisogno di grande sensibilità e attenzione ai dettagli, per comprendere subito quali emozioni vogliamo suscitare nel pubblico e quale tipo di relazione stiamo andando a costruire con i clienti.

In collaborazione con Depositphotos vi offriamo una serie di consigli per avere subito una chiara visione sulla psicologia del cliente, migliorare i propri contenuti visuali e stare al passo con i competitor.

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I dati sul marketing dei contenuti visuali

– I contenuti con immagini pertinenti garantiscono il 94% di visualizzazioni in più rispetto ai contenuti senza immagini.

– Il 46% dei marketer afferma che la fotografia è fondamentale per le loro attuali strategie di marketing e di storytelling.

– Il 65% dei Marketing Manager ritiene che le risorse visive (foto, video, illustrazioni e infografiche) siano essenziali per comunicare la propria storia di marca.

I contenuti visuali, proprio come il tuo sito web, sono un vero e proprio investimento, da gestire e migliorare per il successo del tuo web marketing. La qualità dovrebbe sempre essere una priorità, ma anche il buon gusto e una chiara linea di stile sono i punti da cui partire per il coinvolgimento dell’audience.

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1. La prima impressione è quella che conta

Quando scegli le immagini per il tuo sito web, dedica il giusto tempo alla scelta di quelle che si troveranno in home page. Questo sarà il volto della tua azienda online, il primo impatto sui potenziali clienti. Un buon contenuto visuale offre la possibilità di fornire una informazione ma anche di restare impressi. Cosa dovrebbe comunicare questa immagine? Quale messaggio? Quali valori?

Un contenuto visuale efficace è quello che suscita delle emozioni nei clienti, creando subito con loro una relazione basata su meraviglia, ammirazione o sorpresa. Per fare questo puoi utilizzare delle foto professionali, in cui illuminazione, composizione e qualità dell’immagine facciano risaltare il messaggio implicito.

Se i contenuti visuali saranno gradevoli, i visitatori del tuo sito ti ricompenseranno trattenendosi più a lungo tra le varie pagine e diminuendo così i dati sula frequenza di rimbalzo.

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2. Crea un rapporto di fiducia

Indipendentemente dalla natura della tua attività, una delle tue priorità è stabilire un rapporto di fiducia con i clienti. Anche qui tornano in gioco le immagini: dare coerenza e unità al brand scegliendo una linea visuale unica è un passo importante della strategia di contenuto.

Tra i segreti per ispirare fiducia nei clienti, vi è la scelta della giusta tavolozza di colori per le tue immagini: la psicologia del colore va studiata con cura per scegliere la combinazione in grado di comunicare affidabilità.

Il blu, ad esempio, rafforza il senso di fiducia, il rosso comunica energia ed eccitazione, il verde stabilità, forza ed equilibrio.

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3. Scegli uno stile coerente

Se scegli le immagini giuste, le tue foto serviranno a creare la giusta atmosfera. Se scegli di includere persone nelle tue immagini, assicurati che le loro emozioni siano sincere e che le immagini siano facilmente riconoscibili. Col tempo sarai in grado di scegliere le immagini che si accostano meglio tra loro, perché inizierai a vedere con chiarezza quelli schemi che ti permetteranno di stabilire uno stile personale e coerente nella scelta delle immagini.

Prova a familiarizzare con elementi e basi del design guardando le foto di grandi fotografi, e ispirati ai migliori per creare lo stile comunicativo specifico dei tuoi contenuti visuali.

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4. Le immagini servono a comunicare senza le parole

Spesso, parlando di storytelling si usa dire “Mostra, non raccontare”. Bene, questo significa che le persone prediligono immagini che siano in grado di rappresentare, senza l’uso di parole, storie e concetti chiave.

L’immagine, inoltre, accostata al contenuto testuale, lo rafforzerà, rendendolo più chiaro e semplice da comprendere, enfatizzando i punti chiave e parlando al cliente come e forse più delle parole.

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5. Impara dalla tua concorrenza

L’analisi competitiva è sempre un ottimo suggerimento in ambito di Content Marketing: osservare come si muovono i concorrenti in un determinato settore aiuta a imparare qualcosa anche per i propri contenuti, indicandoci la via giusta per migliorarli.

Scegliere di differenziarsi, utilizzando contenuti visuali unici è il primo passo per essere originali e comunicare in modo personale valori e mission dell’azienda. Cosa c’è di diverso nel tuo modo di lavorare e nel tuo prodotto rispetto agli altri? Comunicalo con una immagine.

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Se stai cercando la giusta ispirazione prova a dare un’occhiata a questi due siti: Blacknegative e Humans of New York (diventato famoso anche per il successo della sua trasposizione in video su Facebook). Entrambi mostrano splendidi esempi di estetica e design visuale. Le immagini diventano il fulcro della comunicazione per offrire ai clienti un motivo in più per restare sul sito.

Sei pronto a migliorare i contenuti visuali del tuo sito, del tuo blog e dei tuoi canali social? Inizia a cercare tra le immagini di alta qualità e professionali di Depositphotos.