Wearable, tutti i trend 2018 sul futuro della tecnologia che indosseremo

Novembre è già un mese adatto per tirare alcune considerazioni sull’annata 2017, ormai agli sgoccioli, e così è stato anche per il settore dei Wearables, i dispositivi tecnologici indossabili.

Il 9 novembre, infatti, si sono svolti a Londra i “Wearable Tech Awards 2017” e a farla da padrone è stata FitBit, la cui strategia di crescita, di cui avevo già parlato qui, sembra dare i suoi primi risultati, anche se ancora sul settore fitband e non smartwatch.  

Wearable of the Year

Come miglior Wearable e Fitness Tracker, i due premi più ambiti, è stato votato FitBit Alta HR: la perfetta sintesi tra stile e tecnologia,con un design semplice, ma altamente personalizzabile e un ottimo sistema di health tracking.

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Come detto, se FitBit la fa da padrone nel settore fitness, nel campo SmartWatch (quello più appetibile dal punto di vista economico e di sviluppo) è Apple ad avere ad oggi ancora i risultati migliori: Apple Watch Series 3 è stato votato come il migliore della categoria per il 2017 grazie al suo design sportivo e alle sue features di altissimo livello (connessione LTE, musica in streaming e health tracking di buon livello).

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Tra gli “Highly Recommended” della categoria smartwatch troviamo Louis Vuitton Tambour Horizon, con il suo design classico ed elegante, e proprio per contrastare questo nuovo trend più fashion, Apple è pronta a lanciare sul mercato (14 novembre 2017) Apple Watch Series 3 Hérmes edition, creato in collaborazione con il luxury brand francese.

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Smartglasses, c’è vita oltre Google Glass

Wearables non significa solo dispositivi da polso e, per non lasciare ancora per un momento Londra, segnaliamo l’apertura del temporary store di Snapchat Spectacles: una mossa di marketing interessante, che però nasconde un pesante errore di valutazione iniziale: 40 milioni di dollari di prodotti invenduti!

Snapchat ha deciso di puntare sul settore degli Smartglasses, nonostante anche Google avesse deciso di abbandonarlo, soprattutto per problemi legati alla privacy, dovuti anche a un design troppo riconoscibile. Gli Snapchat Spectacles, grazie a un design meno riconoscibile (sembrano normalissimi occhiali da sole) e la sola possibilità di registrare video, stanno avendo un discreto successo e, stando a quanto riferisce il CEO Evan Spiegel, sono riusciti a vendere nel loro primo anno più di iPod.

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Sicuramente 40 milioni di dollari di invenduto non sono un grande successo, ma modificare le attitudini dei consumatori con hardware di nuova generazione non è un compito facile. Staremo a vedere!

Un’altra interessante novità legata agli SmartGlasses sono i Raptor della Everysight. Un vero e proprio headset pensato per i ciclisti e gli sportivi in generale (soprattutto sport acquatici) in grado di fornire in tempo reale informazioni utili per l’andamento della gara e dell’allenamento, senza mai staccare gli occhi dalla strada per guardare i computer di bordo posti sul manubrio o il volante.

Wearable per lo Sport

Le ultime due novità Wearables 2017 che andremo a vedere sono sempre legate allo sport business e coinvolgono mani e piedi, terreni ancora pressoché inesplorati dal mondo dei dispositivi indossabili.
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Sensoria ha messo in commercio le Smart Running Sneaker, scarpe da corsa dotate di sensori AI nella suola in grado di rilevare l’impatto tra il piede e il suolo, prevenendo così la possibilità di infortuni. Le informazioni e le metriche, riguardo al passo, alle calorie consumate, al tempo e la distanza, vengono comunicate sia audio che video grazie alla connessione con un’app specifica scaricabile da smartphone.

Ultima novità legata al mondo dello sport: Visa introdurrà alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang 2018 gli Smart Gloves, guanti invernali per il pagamento contactless. Non solo guanti contactless:Visa ha preparato anche una serie di spille e adesivi dotati di tecnologia NFC e quindi utilizzabili per i pagamenti.

Ancora una volta, il futuro delle tecnologie wearable mobile passa dallo sport, ma siamo sicuri che il futuro vedrà questi nuovi device conquistare molti altri settori: proviamo a fare qualche previsione insieme?

Da Weinstein all’Italia, gli effetti sui social delle parole (sbagliate)

I casi emersi di abusi e violenze sessuali nel mondo del cinema, da Weinstein a Brizzi, hanno portato a reazioni disparate, soprattutto se si considera il caso italiano. I social media sono uno specchio che abbiamo a disposizione per monitorare queste reazioni.

Tenendo in considerazione che l’opinione espressa sui social risente di alcuni fattori come l’immediatezza, ossia la risposta a caldo, senza filtro; la mancanza di un interlocutore diretto, e quindi non un contraddittorio immediato, ma successivo alla pubblicazione del pensiero; la forma scritta, che talvolta non premia chi non la domina nel migliore dei modi. Settate queste criticità, però, resta il fatto che sui social si esprimono opinioni che poi restano e sono sotto gli occhi di tutti. Queste opinioni ci dicono molte cose di una società e non solo attraverso il contenuto, ma anche attraverso il linguaggio.

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Dire una cosa giusta con le parole sbagliate

Ecco perché iniziamo a parlare del fenomeno Weinstein partendo da Don Guidotti, il prete che su Facebook ha accusato una ragazza vittima di stupro di “essersela cercata”. Un lungo commento, un rimprovero verso la vittima ma, specifica il parroco, un monito verso la comunità.

Il tono del commento che passa da  “Ti ubriachi da far schifo! Ma perché?” a “dopo la cavolata di ubriacarti con chi ti allontani? Con un magrebino?” per arrivare a  “a questo punto svegliarti semi-nuda è il minimo che ti possa accadere”, non solo colpevolizza la vittima implicando che una violenza sessuale sia una decisione presa a due.

Questo caso ci interessa perché le parole espresse dal parroco online hanno avuto un forte impatto sia sulla comunità, che si è sentita in diritto (o in dovere?) di colpevolizzare la vittima, sia lontano dalla parrocchia bolognese, come tra i tweet di Salvini e le dichiarazioni di Giovanardi. Proprio quest’ultimo sottolinea un punto centrale, dicendo “avrà pure usato una frase infelice don Lorenzo Guidotti, della quale ha fatto bene a scusarsi, ma nella sostanza ha perfettamente ragione nel denunciare la cultura dello sballo”. Esatto: le parole, sbagliate. E la loro accettazione in quanto il media utilizzato, ovvero il commento Facebook, ne autorizza in qualche modo la possibilità di essere ritrattate in quanto troppo spontanee. Ma al tredicesimo anno di vita del social network non ci si può più nascondere tra le piaghe dell’emotività. Le parole restano, almeno fino a che non si disattiva l’account, cosa che ha fatto Don Guidotti.

#MeToo

È il caso di dirlo: il mondo social anglosassone ha risposto in maniera rilevante al caso Weinstein. Uno tra tutti il #MeToo e tutte le sue evoluzioni. Nato da Alyssa Milano come un hashtag per condividere le esperienze di molestia di tutti e dare un’idea dell’entità della situazione attraverso gli status sui social media, #MeToo è subito diventato virale, portando con se “l’opportunità di togliere l’attenzione dal predatore e riportarla sulle vittime”. Inoltre l’immediatezza del #MeToo non obbliga nessuno a condividere esperienze morbose, dettagliate, che magari non si è pronti a condividere, ma mette in rete tutte le vittime, dando loro forza mediatica, oltre che psicologica.

Certo non sono mancate le critiche al #MeToo, per alcuni considerato in qualche modo colpevolizzante. Ecco quindi che si è evoluto in #hetoo per porre l’accento sull’azione, nell’inquietante #itwasme per condividere violenze compiute, in #IWill per spingere gli uomini a fare meglio in futuro e infine nella campagna Unicef USA #Hertoo.

Un dibattito sano, che gioca a spostare l’accento su fattori tutti importanti, su gradazioni del problema, ma che alzano una voce chiara e univoca che ammette l’esistenza di un problema e condanna la violenza. Ma in Italia i toni si fanno più violenti, le sfumature prendono pieghe non rilevanti. Vediamo dunque, cosa ci raccontano i nostri social.

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Dal caso Asia Argento a Brizzi, gli effetti dello scandalo Weinstein in Italia

Il fatto che sia stata proprio Asia Argento a coperchiare il vaso di Pandora non ha reso le cose semplici al dibattito italano, ancora acerbo sul tema.

 

Le accuse contro l’attrice sono cresciute di intensità in questo mese ma, provando ad analizzarle, si riconducono a semplicemente a poche premesse: il bisogno di rilanciare la carriera, il fastidio perché la denuncia si riferiva a un momento lontano nel tempo e l’argomentazione, sostenuta con vigore da esponenti come Rocco Siffredi, che così funziona. Tre argomentazioni molto facili da contrastare e che la stessa Alyssa Milano annulla nella premessa stessa del lancio del #MeToo. E perché invece in Italia questi commenti continuano e spesso prevalgono?

Per un serie di motivi, tutti legati alle parole.

Perché Dino Giarrusso, proprio all’interno del servizio delle Iene che dovrebbe dare forza alle vittime, aiutandole a sconfiggere un nemico comune, a prescindere dai particolari forti che mette chiaramente in evidenza per questioni di ascolto, fa domande come “E tu l’hai lasciato fare?” che, da sola riassume gran parte del problema.

Perché Neri Parenti può sentirsi libero di dire in radio quello che “una di quelle signorine non la prenderò mai per i miei film“: una neanche così velata minaccia, che nasce dall’impunità, ma si concretizza, di nuovo in una parola. Signorine. Stiamo parlando di donne, professioniste oltre che vittime di un reato, e quella parola “signorine” è peggio delle tante parole volgari utilizzare in altri casi.

Mentre in Francia si dibatte sulla possibilità di ri-modificare le regole grammaticali perché il linguaggio forma il nostro modo di pensare e, pertanto, se questo forma categorie mentali in cui il maschile prevale sul femminile, deve essere rivisto al fine di avere una società equilibrata, in Italia il dibattito pubblico stagna, le parole paiono non avere peso, mentre schiacciano non solo le vittime, ma tutta la società.

Quanto conta la narrazione

Al di là delle critiche nella conduzione dell’indagine giornalistica che segue un metodo impeccabile nel caso del New York Times e del New Yorker, mentre è chiaramente volta al sensazionalismo nel caso delle Iene, notiamo un pattern, cioè la necessità di avere un cattivo.

Quello che in molti commenti emerge come un fastidio espresso per l’accanimento verso una singola persona laddove tutta l’industria sembra essere marcia, è la risposta alla necessità di creare una narrazione che sia comprensibile. Dare un volto al nemico, lo rende facilmente identificabile, ma al contempo semplifica un fenomeno complesso, legandolo alla biografia del personaggio in questione.

Che il corriere si preoccupi del dimagrimento e della vita famigliare di Brizzi non stupisce, così come non stupisce che una parte di pubblico si senta in diritto di difenderlo. Il passo successivo però sta nel capire che ci si può preoccupare per la salute di questo personaggio e al contempo essere rigidi e fermi nel condannare e, soprattutto, nel perseguire questi comportamenti in modo trasversale nella società. Ancora, sono le parole che portano il discorso in una direzione anziché in un’altra.

E da persone che lavorano nell’ambito della comunicazione, dei media o che semplicemente sono attive sui social, ricordiamoci, che le parole sono davvero importanti.

Lavorare da casa è meglio? No se non hai la personalità e le skills giuste

La valorizzazione del capitale umano è una delle chiavi per la crescita delle aziende, soprattutto nell’era della digital transformation. Molte società lo hanno già capito e altre vi si stanno confrontando proprio adesso, anche in Italia e anche grazie all’affermarsi sempre più deciso di nuove formule di smart working, il lavoro intelligente che tra le sue caratteristiche prevede anche la possibilità di lavorare da casa, almeno alcuni giorni a settimana.

I numeri del lavoro da remoto in Italia

L’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, solo per citare un dato recente, ha mostrato che questa tipologia di lavoro potrebbe garantire all’Italia un incremento della produttività di ben 13,7 miliardi di euro. Non solo una moda, quindi, ma una vera e propria esigenza che potrebbe anche permettere di fronteggiare in modo differente la cosiddetta disoccupazione tecnologica, cioè quella dovuta all’automazione di molti processi grazie ai robot.

Anche se i dati parlano di un 99% di lavoratori soddisfatti delle nuove formule di smart working, siamo davvero certi che il lavoro da remoto sia adatto proprio a tutti?

Senza voler sovrapporre due concetti ben diversi, come quello di smart working, che prevede nuove formule di lavoro flessibile, e quello di lavoro da remoto, che invece significa più strettamente poter lavorare da qualsiasi postazione che sia dotata di una connessione a internet, è giusto interrogarsi sul tipo di lavoratore che davvero può affrontare la sfida – solo a prima vista molto semplice – di lavorare da casa.

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Cos’è la teoria delle personalità (per chi lavora in ufficio)

A lungo (forse troppo a lungo) gli esperti di Risorse Umane e i Direttori del personale hanno utilizzato una schematica suddivisione di candidati e dipendenti in quattro tipologie di personalità, per scegliere in modo più semplice chi assumere o chi promuovere ad una posizione in azienda.

Questa classificazione in tipo A, B, C e D oggi tende ad essere ritrattata alla luce delle nuove esigenze lavorative e professionali. Ma per capire meglio di cosa stiamo parlando, ecco quali sono le diverse tipologie finora utilizzate.

  • Le personalità di tipo A, sono quelle classificate in genere come leader: amano essere al comando e avere il controllo del proprio ambiente e della propria vita. Generalmente non sono molto attente ai dettagli, preferendo delegare questo aspetto ad altri. Sono invece più orientati all’obiettivo e pratici nelle soluzioni, anche se questo comporta il sottrarsi dalle restrizioni, lavorando in modo più indipendente, impostando da soli i loro programmi. Questo tipo di personalità si adatta molto bene ad un tipo di lavoro in situazioni di stress elevato, dato che riesce a gestire bene le emozioni concentrandosi sul raggiungimento dello scopo finale.
  • La personalità B è invece una persona molto estroversa, energica e veloce che ama stare con le persone e gode del fatto di essere al centro dell’attenzione. Sono buoni costruttori di relazioni e la maggior parte della gente li apprezza subito. Cercano così approvazione, complimenti e riconoscimento dei loro successi. Entusiasta, estroverso e cordiale, la personalità di tipo B è capace di trasformare i sogni in idee pratiche, utilizzando intelligenza e humor per rendere l’ambiente di lavoro più accogliente e produttivo per tutti.
  • La personalità di tipo C è molto orientata ai dettagli ed ama essere coinvolta in progetti ben controllati e stabili. Precisa, razionale e logica, la personalità C cerca concretezza e accuratezza sul lavoro, per questo le emozioni non sono una priorità. Le persone di questa categoria sono invece molto controllate e orientate dal risultato, fino all’estremo della pignoleria per seguire le procedure corrette e il protocollo previsto per portare a termine un lavoro. Sono attenti, intraprendenti e, soprattutto, eccellenti pensatori che esamineranno tutti gli aspetti di un problema prima di prendere posizione.
  • La personalità di tipo D vive la vita e il lavoro a un ritmo più lento e calmo, cerca sicurezza e affidabilità e riesce ad essere contenta anche di svolgere un lavoro ripetitivo, poiché la ripetizione gli consente di eccellere in ciò che fa. Oppongono una certa resistenza ai cambiamenti e l’ignoto li rende nervosi, ma amano lavorare in team perché sono in grado di essere di supporto anche per gli altri e in altre mansioni, grazie alla pazienza e alla capacità di ascolto che li contraddistingue.
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Tutte e quattro queste tipologie di dipendenti e collaboratori naturalmente erano considerate utili in ruoli complementari all’interno dell’organizzazione, ma la tendenza era quella di ritenere in particolare la tipologia A come quella dei vincitori (quindi spesso i preferiti durante i colloqui) e tutti gli altri come perdenti.

Senza alcuna scienza alla base di questa pseudo-classificazione psicologica, ci si limitava spesso a catalogare candidati e lavoratori in una di queste tipologie, senza tener conto delle sfumature, in una realtà che è ben presto stata messa in crisi nelle sue certezze dall’arrivo di internet e dalle centinaia di strumenti che oggi abbiamo a disposizione per coordinare le attività lavorative anche da remoto.

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Identikit dello smart worker

Se i quattro tipi di personalità che abbiamo delineato presumevano tutti un lavoro in presenza in ufficio o in azienda, semplicemente oggi non è più possibile applicarli ad una realtà in cui il virtuale ha assunto lo stesso peso produttivo del reale, rendendo spesso obsoleti anche i grossi uffici centrali.

Se è vero che all’inizio dell’anno una grossa azienda, pioniera nel lavoro da remoto, come IBM ha iniziato a richiamare i suoi lavoratori in ufficio, imponendo spesso trasferimenti in altre città, il lavoro da remoto è semplicemente una delle possibilità irrinunciabili della contemporaneità, che richiede spesso nuovi modelli e magari anche una nuova guida sulle tipologie di personalità più adatte a lavorare da casa.

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Ninja Marketing vive anche di lavoro da remoto e per questo pensiamo che qui possano esserci alcuni utili spunti, non solo per i freelance, spesso già abituati a lavorare da casa, ma anche per le aziende e i recruiter.

  1. I lavoratori da remoto sono spesso introversi, per questo tendono ad apprezzare un lavoro nell’intimità della propria casa, piuttosto che in un grande open space ricco di stimoli. Nel momento in cui hanno la possibilità di confrontarsi con colleghi e manager, via email, via Skype o via telefono, sono per questo più propositivi e aperti, non dovendo essere continuamente sottoposti allo stress del confronto in ufficio.
  2. Chi lavora da casa è autodisciplinato. Svegliarsi nello stesso luogo in cui si lavora e mettersi al pc anche in pigiama pur di cominciare a lavorare prima e guadagnare un’ora sulla giornata lavorativa di chi è costretto a spostarsi per andare in ufficio, richiede una grande motivazione interna. Resistere alla pigrizia o alla tentazione di dedicarsi alle faccende domestiche non è una capacità da tutti. Senza nessuno che ti controlla o che ti chiede report giornalieri e settimanali, sei solo tu a poter stabilire tempi e modalità per portare comunque a termine i diversi task e raggiungere il risultato con successo. Tra i rischi maggiori quello di lasciarsi andare a qualche spuntino di troppo, senza il beneficio della passeggiata fino alla metro che aspetta all’uscita del lavoro chi va regolarmente in ufficio.
  3. Chi lavora da remoto è paranoico: secondo un recente studio pubblicato dall’Harvard Business Review il 53% degli impiegati che hanno lavorato almeno una volta da casa ha temuto che i colleghi in ufficio stessero parlando male di lui. Per vincere questa preoccupazione c’è un solo modo: dedicarsi al proprio lavoro e pensare che anche i colleghi in azienda stanno semplicemente facendo altrettanto.
  4. I lavoratori da remoto sono tecnicamente molto competenti: se in ufficio si ha quasi sempre a disposizione un tecnico IT a cui fare riferimento per eventuali problemi, a casa nessun altro potrà aiutarli se non loro stessi, una buona ricerca su Google e al limite Salvatore Aranzulla! Per lavorare da casa è necessario assicurarsi da soli che tutto funzioni correttamente, apprendere l’utilizzo di nuovi strumenti appena introdotti nella routine aziendale per restare al passo e continuare a restare indipendenti nello svolgimento delle proprie attività.
  5. Chi vuole lavorare da casa sa bene come vendere, soprattutto il proprio lavoro. Se vuoi continuare a lavorare da remoto, infatti, spesso avrai bisogno di mostrare in modo autonomo a clienti e Manager ciò che sai fare davvero, lasciando parlare i risultati del tuo lavoro e senza poter contare sulla forza di un’azienda. Anche riuscire a stare dietro alle richieste del capo è un modo per continuare a vendere la propria professionalità e per questo bisognerà essere molto organizzati e sempre pronti a passare da un compito ad un altro con destrezza e abilità.
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Non è tutto oro quel che luccica

Se pensavi che lavorare da casa volesse dire lavorare quando vuoi e come vuoi, indossare la camicia solo per le call aziendali e lavorare solo il pomeriggio per poter dormire tutta la mattina, forse dovrai iniziare a rivedere la tua immagine idilliaca, mentre i responsabili delle Risorse Umane possono iniziare a stabilire nuovi profili di personalità per comprendere meglio chi è davvero adatto ad un lavoro da remoto.

Il lavoro dei sogni: vivere 6 mesi ai Caraibi, spassartela, postare sui social e guadagnare 60 mila dollari

Il sito Cancun.com,  portale turistico interamente dedicato alla città di Cancùn e delle meraviglie nei suoi dintorni  è alla ricerca di una figura professionale che ci piacerebbe esistesse in ogni città: Cancùn Experience Officer.

Cancùn è una città che si trova nel Messico meridionale bagnata dal Mare dei Caraibi, ricca di testimonianze Maya come i Cenote (“pozzi segreti”), il Chichen Itza  (secondo sito archeologico più visitato del Messico), le Rovine di Tulum o il MUSA, museo subacqueo.

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Ma di cosa dovrebbe occuparsi il CEO?

Per la durata di sei mesi, da marzo ad agosto 2018, la risorsa prescelta dovrà vivere a 360° la città di Cancùn, immergendosi nella cultura messicana. Sarà invitato a partecipare ad eventi e attività locali, assaggiare i cibi tipici, visitare spiagge, musei e siti storici, provare sport acquatici come il jetpack, dormire in Hotel e Resort di lusso, e facendolo, dovrà condividere sui Social l’esperienza: pubblicare foto, video e post per accrescere e stimolare gli utenti alla scoperta di Cancùn.

La retribuzione è di 60 mila dollari per tutto il periodo.

I requisiti richiesti sono davvero inaspettati: essere maggiorenne, saper parlare inglese, amare i viaggi ed avere un carattere estroverso. No, non è uno scherzo!

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Come candidarsi

Per partecipare alle selezioni e sperare in un colloquio si chiede ai candidati di realizzare un video di presentazione di un minuto. Il termine per la presentazione delle candidature è il 17 dicembre, ma gli esiti della selezione verranno resi noti solo il 31 gennaio 2018.

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Experience designer, un lavoro di cui sentiremo molto parlare

Chiunque studi Experience Design all’università o lavori come Experience Designer si sarà trovato in innumerevoli occasioni in cui gli viene chiesto di cosa effettivamente si occupa. Questa disciplina, infatti, chiama in gioco moltissimi aspetti legati alla comunicazione, alla tecnologia, alla semiotica, alla psicologia, e non è così facile da illustrare.

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Esperienza, cosa vuol dire e quanto conta

Il concetto chiave è quello di esperienza, il cuore dell’esistenza umana. Le nostre opinioni e visioni del mondo sono frammentate da eventi, inconvenienti, episodi e interazioni che condividiamo con altre persone, oggetti, luoghi, servizi, norme, attività e qualsiasi cosa che incontriamo nell’ambiente attorno a noi. Con tutto ciò che interagiamo, proviamo esperienza. Non serve farsi domande troppo esistenziali, ma tutti possiamo capire che siamo in questo mondo proprio per questo, per fare, provare, sentire esperienza.

Non solo, siamo qui anche per apprendere, per conoscere, per interagire nel modo migliore con ciò che ci sta attorno. A questo proposito, è importante sottolineare che non abbiamo mai avuto prima un accesso così significativo alla conoscenza, permesso dalla tecnologia e dalla nostra evoluzione insieme ad essa. In questo modo, le nostre aspettative rispetto agli artefatti che ci circondano crescono sempre di più, testimoniando il fatto che siamo in continua ricerca di nuove modalità secondo cui soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri. Consapevolmente o inconsapevolmente, il risultato è l’evoluzione della nostra esperienza.

È un concetto chiave anche per l’autodefinizione di noi stessi. Sempre più spesso, infatti, siamo interessati a esperienze più coinvolgenti possibili. Preferiamo un bellissimo viaggio all’acquisto di una smart TV o all’ultima borsa di Louis Vuitton, siamo più coinvolti nel fare qualcosa, piuttosto che nel possedere qualcosa. E nel momento in cui arriviamo a possedere qualcosa, esigiamo che le sue caratteristiche soddisfino i nostri bisogni – vogliamo che un oggetto sia come lo vogliamo, altrimenti non lo acquisteremo.

Experience

Tu chiamalo se vuoi, design

Se si chiama in gioco il design, invece, è innegabile che questa disciplina si sia inserita in moltissimi ambiti; “design” è una parola usata in così tante occasioni che ha quasi perso il suo valore. L’arte del fare, del progettare qualcosa, il suo aspetto esteriore, la sua affordance, sono tutte differenti forme differenti del design, da considerare in qualsiasi tipo di processo.

Ogni cosa progettata dall’uomo è elaborata mediante un processo di design, che segue la nostra evoluzione e quella dell’ambiente con cui interagiamo, sviluppando sempre più applicazioni e caratteristiche differenti. Negli ultimi anni, grazie alla spinta mediatica su strategie come il design thinking o ambiti come la User eXperience, il design è stato incluso in molti processi di business.

Moltissime realtà si sono infatti rese conto che il design non può venire considerato solo come una materia riguardante esclusivamente l’estetica degli artefatti, ma deve venire usato strategicamente come modo di pensare; la progettazione diventa così un “modus operandi”, esplodendo in tutto il suo potenziale e portando notevoli vantaggi a coloro che ne usufruiscono. Lo stesso progettare secondo ciò che vuole il consumatore, infatti, significa includere il design nel proprio modo di pensare.

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Design

Come progettare per l’esperienza

Va da sé che se si unisce il concetto di esperienza a quello di design, il risultato è una grandissima opportunità. Progettare per l’esperienza, infatti, va oltre il semplice design del prodotto; l’esperienza è in grado di soddisfare le aspettative, se si ha la possibilità di produrre qualcosa che a sua volta genera un’esperienza soddisfacente per qualcuno, questa è la migliore strada da poter intraprendere per un designer. Ecco che, quindi, moltissimi business hanno compreso il valore dell’Experience Design, e stanno da tempo investendo nella progettazione incentrata sull’utente, sulle interazioni uomo-artefatto, sull’innovazione della componente emotiva suscitata da un prodotto, proprio in quegli elementi che hanno a che fare con i momenti nei quali le persone entrano in contatto con i brand. Progettare per l’esperienza non diventa così una moda passeggera, ma un obbligo competitivo.

Un esempio pratico? Apple. Sembra scontato, ma se si ha mai acquistato un prodotto Apple, ci si rende conto di quanto l’Experience Design sia importante per questo brand. Dal servizio dentro lo store, alla transazione mediante Apple-pay, all’odore che si sente quando si apre la confezione dell’oggetto acquistato, all’inconfondibile design del prodotto, all’iconico sistema e interfaccia presente nel device, tutto ciò ci fa capire come Apple progetti qualunque cosa pensando all’esperienza dell’utente finale, come questo brand valorizzi il concetto di human-centred product.

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Come già dichiarato da alcuni designer della mela, per altro, questo è un obiettivo raggiunto grazie al fatto che il design non è qualcosa di cui si occupa solo il designer. Il successo si raggiunge nel produrre esperienze che siano il risultato di un processo fatto da molte connessioni tra discipline differenti. Il prodotto Apple viene dalla consapevolezza di tutti quelli che fanno parte di questo processo: manager, esperti di marketing, creativi, designer, stakeholder, fino ad arrivare agli stessi utenti – tutti contribuiscono alla creazione di un’esperienza che diventa complessiva, non individuale.

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Mentre alcuni brand fanno ancora molta fatica ad adattarsi nel modo corretto con l’avvento del mondo digitale, altri si sono battuti per garantire esperienze indimenticabili per i loro consumatori grazie ai loro prodotti, mettendo gli obiettivi legati a realizzare queste esperienze al centro delle loro strategie di business, resistendo e affrontando nel modo giusto la difficile sfida del tempo che scorre, inesorabilmente, verso una sempre più complessa evoluzione.

Museo del Prado

Aiutare i non vedenti a “toccare” i dipinti e altri scenari sul futuro dell’arte

È innegabile: la digitalizzazione ha cambiato molti degli aspetti della nostra vita quotidiana. Tutto o quasi, è possibile svolgerlo da un semplice smartphone. Tutto diventa (o è già diventato) più fruibile, di semplice consultazione e di facile utilizzo.

Fortunatamente questo enorme cambiamento tecnologico e sociale ha favorito degli enormi cambiamenti anche in ambito culturale, rendendo gran parte dello scibile umano alla portata di tutti in qualunque momento della giornata.

Una vera e propria rivoluziona culturale (forse la seconda, dopo la diffusione negli anni ’60 di alcuni programmi di alfabetizzazione degli adulti come ad esempio “Non è mai troppo tardi”) avvenuta quasi silenziosamente, ma che in realtà ha cambiato quasi integralmente quel rapporto elitista che contraddistingueva la cosiddetta cultura alta.

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Fonte @Smartify

Difatti oggi, mediante la digitalizzazione e la diffusione della tecnologia è possibile parlare di cultura popolare. Una cultura incrementata dalla nascita e la diffusione di siti web e di applicazioni mobili. Uno scenario inedito che evidenzia come la frizione libera della cultura possa comportare degli evidenti vantaggi culturali e di conseguenza sociali.

La digitalizzazione dell’arte

In questo processo di digitalizzazione e di trasformazione della cultura in un qualcosa di più popolare (inteso nell’accezione più positiva del termine) l’arte non è di certo esclusa.

Sono numerosi i musei che in questi anni hanno già intrapreso il percorso della digitalizzazione come il Museo del Prado di Madrid o il Metropolitan Museum di New York City.

Il Museo del Prado è l’artefice di una grande novità nel settore: ha permesso ai non vendenti di avvicinarsi di toccare con mano le opere d’arte più famose al mondo, attraverso la realizzazione delle repliche di queste mediante una speciale stampa 3D.

Museo del Prado

Credits: Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images

Nel Metropolitan Museum invece è stata intrapresa una strada differente: sono stati digitalizzati tantissimi libri d’arte che è possibile consultare gratuitamente.

La situazione è ben differente in Italia dove c’è ancora molto da fare. Forse non siamo ancora pronti ad cogliere tutte le novità che la digitalizzazione comporta, ma siamo (o quasi) che presto le cose cambieranno.

Scenari

Rendere l’arte fruibile a tutti ed in maniera semplice è di certo un altro obiettivo di chi lavora nel mondo del web e della tecnologia.

Tour virtuali, opere a 360 gradi e stampe 3d forse rappresentano realmente il futuro dell’arte di questa nuova era digitale. Ma in realtà molti degli strumenti e delle modalità con le quali oggi è possibile accedere alla cultura e all’arte sono in continua evoluzione.

Un esempio su tutti è certamente Smartify, un’applicazione progettata per il mobile che offre agli utenti uno strumento semplice ed immediato per ottenere maggiori informazioni sull’opera d’arte che in quell’istante stanno ammirando in un museo, in una galleria o in altre situazione similari.

https://youtu.be/v8qwQrzRpuo

Funziona in maniera molto semplice: basta accedere all’applicazione, puntare la fotocamera del dispositivo verso l’opera d’arte e compariranno tutte le informazioni relative al soggetto inquadrato. Insomma potremmo definire Smartfy come uno “Shazam dell’arte”.

Al momento della presentazione, svoltasi qualche girono fa a Londra, l’applicazione risultava fruibile in più di 30 musei in tutto il mondo registrando immediatamente un notevole successo da parte del pubblico e della stampa digitale e non.

A rendere Smartfy un’applicazione sorprendente è certamente il prezzo. Difatti è completamente gratuita (per iOS e Android) e promette grandi novità nei mesi a seguire. Non ci resta che attendere per scoprire tutte le prossime novità di Smartfy e della digitalizzazione culturale.

Data driven content, ovvero: fidati dei numeri anche se sei un creativo

Content o dati: siamo di fronte al grande dilemma che segue i business e i brand di oggi. Può un advertising nascere anche da un’analisi dei dati e delle preferenze del consumatore?

Spesso i creativi si interrogano se il loro lavoro possa ancora essere considerato un esercizio creativo, comunicare la unique selling proposition al consumatore e allo stesso tempo creare una campagna che sia anche valida dal punto di vista “artistico”, oppure se sia diventato in gran parte solo “accontentare delle richieste”.

Entrambe le visioni non sono completmanete corrette, perché decisamente estreme: in realtà, la figura del creativo e la figura dell analyst si completano a vicenda.

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Una creatività, in parte, può coniugare la parte più espressiva di un contenuto e le preferenze del consumatore, comunicate da un punto di vista analitico.

Come creatività e dati possono dunque collaborare? Ecco tre consigli per una perfetta content strategy.

Data driven content perchè un creativo dovrebbe fidarsi di un analystNon è bello ciò che è bello. Ma è bello ciò che piace

Immaginiamo di essere in possesso di un contenuto per il nostro eCommerce: a prima vista ci apparirà un’immagine oggettivamente bella, proporzionata e armoniosa.

Un content che noi, con l’occhio del business, percepiamo funzionale per il nostro messaggio e il nostro obiettivo.
Da un’analisi a posteriori potremmo però capire che il consumatore non ha avuto il nostro stesso pensiero e non ha compreso appieno ciò che volevamo comunicare.
Può succedere con il primo contenuto, ma è molto importante monitorare costantemente le campagne, i comportamenti dei consumatori, e migliorare di volta in volta. I nostri utenti infatti cercano sempre di più contenuti personalizzati in base alle loro preferenze e sempre meno content generici.

Data driven content perchè un creativo dovrebbe fidarsi di un analystAl posto giusto. Nel momento giusto

Non è nemmeno corretto pensare che tutti i contenuti possano essere posizionati in tutti i media in nostro possesso.

Una campagna può essere efficace offline, soprattutto se si tratta di una campagna di brand puro, che deve colpire e attirare l’attenzione. La stessa creatività, online può non essere percepita nel modo giusto e il consumatore quando acquista online ha necessità di capire cosa stia acquistando, e qual è il vero valore di quel prodotto.
Un analyst può venire in aiuto al creativo, aiutandolo a capire quale contenuto sia adatto a quale mezzo, e come differenziare e sviluppare delle creatività ad hoc.

Data driven content perchè un creativo dovrebbe fidarsi di un analystImmaginare e creare. sempre

A oggi diverse agenzie e brand marketing manager guardano con sospetto alle analisi di dati, come se queste rappresentassero un argine per le loro doti creative.
In realtà la parte più artistica non va frenata, anzi alimentata in continuazione, ed è l’area che determina al meglio la percezione esterna di un brand e il suo valore.
Bisogna pensare al dato come al carburante di una macchina: più informazioni si hanno sui gusti e le preferenze del proprio pubblico, più diventa facile avere in mente l’obiettivo di comunicazione, e più sarà di valore il lavoro fatto dalla parte creativa del business.

Perché Facebook vuole proteggerci dalle nostre foto compromettenti, chiedendocele

Foto di nudo per combattere il revenge porn? Ne avrai sentito parlare: sembra un paradosso ma, in realtà, è l’ultima strategia di Facebook per prevenire questa piaga della società che si diffonde proprio tramite i social.

Revenge porn e social network

Per prima cosa, tutti (o quasi) sanno cos’è il revenge porn? La porno vendetta è la pratica, purtroppo, oggi molto comune di pubblicare video o foto intimi di ex partner allo scopo di creargli un danno, talvolta isolandolo dal resto della società e procurandogli una condizione di disagio.

Attraverso i social network, tutto questo è davvero molto semplice: i contenuti vengono condivisi con migliaia di persone, contemporaneamente, viaggiano a velocità impressionanti e rimangono online anche molto a lungo, radicandosi nei meandri della Rete.

Troppo spesso gli atti di revenge porn finiscono in tragedia, tanti, negli ultimi anni, sono stati i casi di suicidio come conseguenza di azioni del genere.

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I numeri della porno vendetta

Cyber bullismo, hate speech, flaming e revenge porn sono solo alcuni dei fenomeni che rendono il web sociale un “luogo” sempre più a rischio e proliferante di abusi. Dal punto di vista legale, la regolamentazione di tali fenomeni è un processo che si muove a rilento e sembra non arrivare mai al dunque.

Ma quanto il revenge porn incide davvero sulla società? Chi sono le sue vittime? E che proporzioni sta acquisendo? Il Data & Society Research Institute e il Center for Innovative Public Health Research hanno definito alcuni dati legati alla porno vendetta. Per il momento, si tratta di un’indagine eseguita, esclusivamente, sulla popolazione americana ma ugualmente indicativa.

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Il 4% degli utenti americani (uno su venticinque, circa 10 milioni, per intenderci) ha ricevuto minacce di pubblicazione di materiale intimo o ha visto pubblicati contenuti espliciti senza il proprio consenso. L’indagine sembra portare alla luce che tra le vittime del revenge porn non c’è distinzione di etnia, livello di istruzione o status sociale.

Quali sono le categorie più colpite? Come è intuibile, le percentuali salgono tra le ragazze dai 18 e i 29 anni (12%) e la community LGBT (17%).

La mancanza di un apparato legale adeguato e la delicatezza di una questione di cui si parla ancora troppo poco porta le vittime verso effetti non trascurabili sia dal punto di vista psicologico che relazionale.

Wired UK afferma che il 93% delle vittime ha dichiarato di aver subito un “forte stress emotivo” dopo la pubblicazione illecita, l’82% di aver ricevuto danni sociali e occupazionali, il 51% di aver pensato al suicidio e il 42% di aver fatto capo ad un supporto psicologico.

Cosa fa la legge per punire chi pubblica le nostre foto per vendetta

Dal punto di vista legale, la strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa. Nell’aprile 2015, nel Regno Unito, è entrato in vigore un emendamento che prevede due anni di reclusione per chi pubblica un contenuto esplicito e privato senza il consenso della persona interessata. Attualmente, sono stati già rilevati 206 casi.

In Italia, la situazione è un po’ diversa: il disegno di legge contro il revenge porn presentato nel 2016 appare ancora oggi incompleto e mancante di alcune fattispecie rilevanti.

Ecco, dunque, che modificare, definire ed aggiungere alcune funzioni all’interno dei social  – canale preferenziale (anche) di una viralità malsana e nociva – potrebbe essere la soluzione per evitare tutto questo.

Cosa fa Facebook

Già qualche mese fa, Facebook aveva fornito agli utenti nuovi strumenti per segnalare una “foto esplicita” al team operativo che doveva analizzarla in base agli standard di comunità e, eventualmente, rimuoverla.

Ora, forse anche per rimediare ad un vuoto legislativo notevole, Facebook sta testando un nuovo metodo davvero incisivo. Si tratta di chiedere agli utenti che pensano di essere vittime di revenge porn di condividere, con il social network, le proprie foto di nudo. Sì, proprio così: la foto serve per creare un’impronta digitale delle immagini intime per evitare che altre persone la condividano.

facebook

Come funziona

In cosa consiste l’esperimento? Si tratta di una strategia basata sulla prevenzione e non sull’azione successiva alla pubblicazione del contenuto in questione. Tuttavia, come è intuibile, lo sforzo da parte dell’utente è enorme.

Per il momento, si tratta di un intervento in forma sperimentale che ha preso il via solo in Australia, paese il cui governo si è già dimostrato molto vicino alla problematica, lanciando un portale dedicato per fornire aiuto alle vittime di revenge porn. Facebook sta, attualmente, collaborando con l’Ufficio della Sicurezza online e sta marcando le prime linee guida di questo nuovo metodo.

Come riporta l’Australian Broadcasting Corporation, dopo aver compilato un apposito questionario fornito dall’ufficio e-Safety – che si occupa, appunto, di sicurezza online – all’utente “basterà” inviare su Messenger la propria foto di nudo.

Quest’ultima verrà etichettata come “immagine intima e non consensuale” ed è a questo punto che Facebook la trasforma in un’impronta digitale facilmente riconoscibile tramite intelligenza artificiale e altri software. 

Facebook dice che conserverà le foto (ma basta per fidarsi?)

A questo punto, a scanso di equivoci, è importante sottolineare che il social network non memorizzerà le originarie foto di nudo inviate dagli utenti ma ne archivierà solo le impronte digitali, necessarie al riconoscimento futuro delle immagini illegalmente diffuse.

Insomma, un esperimento che, in realtà, rappresenta molto di più. Un passo enorme per Facebook che definisce, ancora una volta, numerosi spunti di riflessione ed interrogativi su una questione così importante come il revenge porn, l’abuso di immagini private e tutto quello che gravita attorno al diritto alla privacy online e alla sua violazione.

Kappa cerca i ragazzi del suo logo, li aiutiamo a ritrovarli?

Inauguriamo oggi una nuova rubrica: Ninja Seekers. Un po’ Chi l’ha visto? un pò quei programmi tv che vanno a scoprire decenni dopo che fine ha fatto quel cantante o il bimbo di quel telefilm.

Tra il serio e il faceto, lo spunto ci viene dall’appello lanciato in questi giorni da Robe di Kappa. Lo storico brand d’abbigliamento sportivo piemontese vuole ritrovare i due giovani modelli che, spalla contro spalla, compongono il logo dell’azienda.

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Come nasce il logo Robe di Kappa

Leggenda vuole che quei due studenti, uomo e donna (che tra loro probabilmente non si conoscevano), furono ingaggiati da un’agenzia che non c’è più e posarono in uno shooting fotografico per una linea di costumi da bagno, Beatrix.

Era il 1968 e Maurizio Vitale, il giovane creativo e Ad di quello che un tempo si chiamava Maglificio Calzificio Torinese, colpito da uno scatto dei due giovani seduti in terra spalla contro spalla, li scelse come logo del nascente brand Robe di Kappa.

In questo mezzo secolo quelli di Kappa hanno provato più volte a rintracciare le persone raffigurate nel loro logo aziendale, senza riuscirci, anche perché purtroppo il fotografo autore del celebre scatto è deceduto.

Un passaparola sui social

Marco Boglione, l’imprenditore torinese che nel ’95 ha rilevato l’azienda d’abbigliamento, non si arrende e a un anno dai festeggiamenti del cinquantesimo anniversario del brand Kappa lancia un appello. Secondo lui grazie ai social oggi potrebbe essere più facile trovare quelle due persone.

Chi cerchiamo, l’identikit

Quindi, ricapitolando: cerchiamo 2 potenziali nonnini. Età 67-70 anni, probabilmente piemontesi.
Se tuo nonno o tua nonna (o il babbo, o la mamma) ti hanno raccontato di quando avevano posato per dei costumi da bagno e un po’ si arrabbiarono perché anziché finire sui fotoromanzi diventarono famosi (una tantum) per la loro sagoma contattaci sulla nostra pagina Facebook.

Non sappiamo se e quanto alla fine potrebbe fruttare questa operazione, però mal che vada la tua famiglia potrebbe avere una scorta a vita di tute, maglie, scarpe, eccetera.

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Stranger Techs, ovvero se in Stranger Things avessero lo smartphone

Ok, sono passate ormai alcune settimane dall’uscita della seconda stagione di Stranger Things, per cui diamo per scontato che ogni binge-watcher che si rispetti abbia ormai terminato tutti gli episodi. Una bella dose di anni ‘80 era proprio quello che ci voleva per rendere questo Halloween speciale!

Se Will e i suoi amici avessero uno smartphone…

Ed è proprio quel flavor nostalgico, quell’atmosfera retrò fatta di walkie-talkie e sale giochi, che sa conquistare i fan della serie. Anche perché, diciamocelo chiaramente, non sarebbe altrettanto interessante se le disavventure di questi ragazzini fossero ambientate ai giorni nostri. Perché? Be’, proviamo a immaginarcelo.

Attenzione però: gli spoiler in arrivo sono quelli della serie vera! Fan avvertirti…

Se avessero WhatsApp

Niente walkie-talkie: ve li immaginate i protagonisti della serie ai tempi di WhatsApp? Avrebbero un gruppo chiuso con l’immagine di Sottosopra come copertina, in cui Max cercherebbe disperatamente di entrare con ancor più scarso successo che nel gruppo reale (in fondo il numero di El sarebbe ancora lì, inutilizzato ma presente nella lista dei partecipanti).

E tutti quei momenti di panico dovuti al non sapere dove sono gli altri membri del gruppo? Non più un problema, con lo scambio della posizione su WhatsApp.

Stranger things smartphone

Se ci fosse Google Maps

Vogliamo parlare dei disegni assurdi di Will? Il povero Bob forse sarebbe ancora vivo se la serie fosse ambientata ai tempi di Google Maps! Senza nulla togliere alla vena artistica di Will, non sarebbe stato più comodo puntare il dito sulla mappa e indicare direttamente il punto esatto in cui si trovava Hopper? Potevano anche mettere il pin

Se al posto della videocamera…

E quanto sarebbe stato comodo se i ragazzi avessero avuto lo smartphone per riprendere la loro sessione di “dolcetto o scherzetto”, invece della videocamera da spalla di Bob? Magari avrebbero anche involontariamente postato una ripresa di Sottosopra su Snapchat! L’unica difficoltà tecnica di Joyce per vedere il video sarebbe stata capire come funziona quell’app, che sembra così complicata alle generazioni sopra i trenta. Forse meglio su Instagram

Stranger things instagram

La torcia in uno swipe

Tuti i momenti più drammatici della serie dipendono sempre dalla mancanza di luce, lo avete notato? I personaggi si ritrovano Sottosopra e la torcia si scarica, si perde, e così via. Ah, se avessero avuto uno smartphone, uno swipe e… luce fu!

L’amore ai tempi di Stranger Things

Chissà come sarebbe nato l’ammmmore tra Lucas e Max oggi, con le sale giochi praticamente sostituite dalle app di gaming sui telefonini? Almeno lui e Dustin non avrebbero litigato.

“Hey Siri, chiama Joyce!”

Se solo Hopper avesse avuto un iPhone quando si trova in difficoltà Sottosopra, intrappolato dalle diaboliche radici: “hey, Siri! Chiama Joyce”, e si sarebbe risolto tutto in un attimo.

Basterebbe Internet…

Scoprire che Dart non era una creatura di questo mondo (se mai ce ne fosse stato bisogno, poi… ) sarebbe stato molto più semplice con l’accuratezza di internet. Una semplice ricerca sul web, una foto su Facebook per chiedere il parere degli amici o l’aiuto del potente e preciso software di riconoscimento immagini di Google Photo, avrebbero velocemente dato una risposta.

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Insomma, l’intera serie sarebbe molto diversa ai nostri giorni: persino la fase punk di El, si sarebbe probabilmente risolta in una fase hipster. Ve la immaginate con gli occhiali con la montatura spessa e la macchina fotografica appesa al collo e l’immancabile zainetto? Anche se il trucco colato da bad-girl le donava…

Tutta l’intera serie ai tempi nostri non avrebbe proprio senso, probabilmente. Che mistero ci sarebbe in tutto quello che capita ai protagonisti ai tempi di Facebook, in cui basterebbe un post per far sapere al mondo di Sottosopra? No no, quando si tratta di Stranger Things, molto meglio gli anni ’80!