Diesel cerca un Ceo (per una settimana). Non conta il curriculum ma saper stare seduti

No, il papà di Diesel Renzo Rosso non cerca un Chief Executive Officer ma un Chair Executive Officer. Un uomo o una donna che sappiano stare seduti dietro una scrivania, insomma. E non per amministrare l’azienda (che il prossimo anno festeggerà i sui primi 40 anni di attività) ma per una campagna social che durerà una settimana.

«Il nostro ceo se ne è andato, lasciando una sedia libera – spiega Rosso nel video postato sui social – quindi, ragazzi, ora ne sto cercando uno nuovo». L’importante, nella scelta di questa figura, non sarà il curriculum, ma «la capacità di sedersi».

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Per tre giorni a partire da oggi si possono caricare foto e video sulla pagina Facebook di Diesel: chi vincerà passerà una settimana a Breganze, in Veneto, dove ha sede il quartier generale del brand.

Credits

Client: Diesel

  • Chief Marketing Officer: Dario Gargiulo
  • Creative Director: Nicola Formichetti
  • Global Head of Advertising, Media & Product Marketing: Giada Gheno
  • Head of ADV and E-comm Production: Deborah Salbego
  • Project Leader: Theodoros Mallas

Agency: Publicis Italia

  • Global Chief Creative Director Publicis WW and CEO Publicis Italia: Bruno Bertelli
  • Executive Creative Director: Cristiana Boccassini
  • Global Digital Creative Directors: Milos Obradovic, Mihnea Gheorghiu
  • Creative Supervisor: Costanza Rossi
  • Art Director: Andrea Raia, Cecilia Moro
  • Copywriter: Matteo Gatto, Sara Rosset
  • Account Team: Barbara Pusca, Camilla Poli, Giuseppe Esposito
  • Agency Producers: Isabella Guazzone, Silvia Cattaneo
  • Project Manager: Vittorio Cafiero
  • Social Media Manager: Doina Tatu

Production Company: Bedeschi Film

  • Director: Tommaso Pitta
  • Executive Producer: Federico Salvi
  • Producer: Diana Passoni
  • Editor: Fabrizio Squeo
  • Post production: Bedeschi Film
  • Stylist: Anna Quacquarelli, Chiara Luna Mauri
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Pensa agli effetti di Siri e “cugine” assistenti vocali sul marketing

“Siri, a che ora partirà il mio treno?”

“Vi è un ritatdo di 10 minuti, il treno partirà alle 9.00 dalla stazione di Roma Termini e arriverà alla stazione di Milano centrale alle ore 12.15.”

“Siri puoi inviare una mail a Luigi per avvisare che arriverò in ritardo alla riunione?”

Conversazioni del genere faranno sempre più parte del nostro futuro. I giganti come Amazon, Google, Apple e Microsoft, stanno investendo molto nel campo della tecnologia vocale. Questo nuovo mondo fatto di interfacce conversazionali e touchless cambierà il modo di interagire con gli altri, con i dispositivi mobile e con i brand.

Nonostante sia una tendenza giovane, i dati parlano già chiaro: attualmente 2 ricerche su 10 effettuate da mobile su Google sono vocali e si prevede che entro il 2020 il 50% delle ricerche avverranno senza l’utilizzo dello schermo.
Grazie all’ottimizzazione delle interfacce di conversazione e all’intelligenza artificiale, le interazioni con assistenti virtuali e bot saranno sempre più frequenti. Cosa ci riserva il futuro?

Voice assistant e marketing, si può fare

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Il nostro classico modo di navigare prevede un processo ben preciso e lineare: interroghiamo i motori di ricerca utilizzando delle parole chiave e in cambio riceviamo una selezione di risposte tra cui scegliere. Con la ricerca vocale le cose cambiano: basterà dare voce ai propri desideri per ordinare una pizza, per ascoltare una canzone o semplicemente per cercare un informazione online.

Con lo sviluppo delle tecnologie voice to text l’interazione tra uomo e dispositivo oltre a trasformarsi da grafico-tattile a sonora-vocale, diventerà più diretta e “umana”.

LEGGI ANCHE: Così l’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di fare business, in 10 concetti chiave

Le interazioni vocali amplieranno l’esperienza d’uso del web aprendo le porte a nuovi contesti: eliminando l’uso del tatto e della vista è possibile navigare in situazioni che fino ad oggi sembravano poco usuali, come ad esempio durante la guida di automobili oppure mentre si cucina.

Nel mondo del marketing digitale si apriranno inevitabilmente nuovi scenari, all’interno dei quali i marketer dovranno saper cogliere le opportunità del nuovo che avanza, rivoluzionando le strategie aziendali.

Attraverso le interfacce conversazionali le aziende potranno offrire suggerimenti, rispondere a domande dirette, riducendo le distanze e instaurando con i propri clienti un rapporto più diretto rispetto al passato.

La chiave per il futuro è la semplicità

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La semplicità è la chiave del successo del futuro digitale. Secondo i dati relativi ad una ricerca effettuata dall’ Harvard Business Review  vista l’eccessiva quantità di risposte digitali a disposizione degli utenti, i brand devono semplificare il più possibile la descrizione e i vantaggi delle loro offerte per conquistare e fidelizzare i clienti.

Come si fa a semplificare l’esperienza degli utenti in un mondo fatto di interfacce touchless e conversazionali? Le nuove opportunità legate alle interfacce “invisibili” richiedono di ripensare le strategie  SEO e di ricerca. Le aziende devono essere in grado di fornire tempestivamente risposte e soluzioni idonee capaci di soddisfare in modo celere le richieste dei clienti.

È necessario concentrare l’attenzione sulla user experience per fidelizzare i clienti, che a loro volta, se soddisfatti diventano sostenitori e ambasciatori di un marchio.

Siete pronti a orientare la vostra strategia verso il voice first?

Merck for Health, l’hackathon per innovare il mondo della salute

Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, annuncia la seconda edizione di Merck for Health, l’hackathon rivolto a startup, giovani talenti ed esperti di salute digitale e dedicato totalmente all’healthcare e all’innovazione tecnologica.

L’evento, promosso in collaborazione con HealthwareLabs e Digital Magics HealthTech, si terrà il 4 e 5 novembre 2017 a Roma; la seconda edizione dell’hackathon prevede due giorni di lavoro, confronto e formazione: per i progetti più meritevoli in palio un grant di 5.000 euro, la partecipazione a eventi formativi internazionali e a programmi di incubazione.

Una ghiotta occasione per chi si occupa di innovazione nel settore Health e per gli appassionati di tecnologie digitali che vogliono trasformare le proprie idee in realtà.

LEGGI ANCHE: Healthware compie 20 anni e mira a guidare la trasformazione digitale della salute a livello globale

Merck for Health, al via la seconda edizione

120 partecipanti, 13 team e 5 vincitori sono stati i numeri della prima edizione di Merck for Health; quest’anno la formula si ripete, con l’obiettivo di realizzare nuove soluzioni tecnologiche in grado di portare una reale differenza nella vita dei pazienti.

La partecipazione è aperta sia a team di startup già costituiti sia a singoli soggetti che, in base alle loro competenze, saranno suddivisi in gruppi multidisciplinari per soddisfare le diverse challenges oggetto dell’iniziativa: sviluppare soluzioni innovative nella comunicazione medico-pazienteottimizzare l’assistenza dei pazienti in trattamento con ormone della crescita, migliorare l’esperienza durante i trattamenti per l’infertilità, fornire un supporto pratico nella quotidianità ai pazienti con Sclerosi Multipla e sviluppare un approccio multidisciplinare nella gestione del paziente oncologico.

Merck for Healt, grant di 5.00 euro e opportunità di incubazione e accelerazione

Le iscrizioni per startup già avviate e singoli soggetti sono aperte dal 28 settembre al 25 ottobre 2017: sul sito dell’evento è possibile presentare la domanda di iscrizione e trovare ulteriori informazioni.

Al termine della seconda giornata, una giuria di esperti premierà le soluzioni considerate più meritevoli: il primo classificato riceverà un grant di 5.000 euro e avrà l’opportunità di partecipare al Festival dell’Innovazione (Dubai, dal 20 al 26 novembre 2017) e a un programma di accelerazione e incubazione.
I due secondi classificati potranno volare a Berlino per partecipare a Frontiers Health 2017 (16 e 17 Novembre) oltre all’opportunità di un programma di accelerazione e incubazione.

Merck for Health

La pervasività del digitale in ambito Healthcare sta radicalmente modificando gli scenari del settore, aprendo nuove opportunità per tutti gli attori del sistema salute” spiega Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia.

Dobbiamo integrare sempre di più nella nostra strategia l’utilizzo della tecnologia e del digitale per rispondere alle esigenze terapeutiche ancora insoddisfatte. Per fare ciò, nessuna azienda, qualunque sia la sua dimensione, può avere la presunzione di riuscire a fare tutto da sola, contando unicamente sulle idee e sulle conoscenze al suo interno. È per questo che, con la seconda edizione di Merck for Health, abbiamo rinnovato la nostra sfida alla creatività di giovani talenti, certi che la loro visione e le loro intuizioni potranno aiutarci a creare soluzioni veramente innovative per la salute.

Metti in campo le tue idee innovative per migliorare le condizioni di vita e la gestione delle malattie di chi soffre, insieme a professionisti dell’ healthcare, addetti del settore e startupper: qui trovi tutte le info e le modalità di partecipazione.

A Londra c’è un hotel dove in 90 minuti ti portano in camera un intero guardaroba

Finalmente quel viaggio tanto atteso, finalmente la possibilità di prendere parte a quegli eventi per cui hai percorso migliaia di chilometri ma la compagnia aerea ti smarrisce la valigia! Che fare?

Non potresti partecipare ai tuoi eventi VIP senza gli accessori giusti e gli outfit preparati con cura prima della partenza: se alloggi al Hotel Cafè Royal  di Londra non avrai problemi. Certo, non è un hotel alla portata di tutti, ma Kate Moss e Naomi Campbell lo adorano e ci vanno spesso.

Se alloggi lì, ti assicurano di ricevere in soli 90 minuti dopo il tuo arrivo, un intero armadio di lusso con il servizio in camera Fashion Now attraverso il rivenditore Matchesfashion.com

Inoltre sai chi ci va spesso? Carrie Bradshaw o meglio Sara Jessika Parker. Hai già prenotato? (io sto per farlo!)

Ti hanno smarrito il bagaglio? No problem!
Il servizio è stato inizialmente dedicato agli ospiti dell’albergo, ma riscuotendo un gran successo, dal 1° settembre  si è reso disponibile anche per chi non alloggia nel Luxury Hotel, puoi prenotarlo qui.

Cos’è e come funziona Cafè Royal

Come funziona l’esperienza di shopping nello stile del Cafè Royal:

– il cliente disperato ha un consulto telefonico con un fashion stylist di Matchesfashion per aiutarlo a capire che tipo di vestiti sta cercando – se per occasioni formali, informali, sportive, che taglia necessita e  di quale budget dispone.

– lo stilista selezionerà e proporrà un guardaroba di 450 capi di differenti designer e brand, così il cliente avrà ampia scelta.

– una volta selezionati i capi, verranno spediti, dal magazzino di Wembley e/o dai negozi di Londra, direttamente nella camera del cliente.

Ti hanno smarrito il bagaglio? No problem!

Le proposte abbracciano un ampio raggio che va dalla biancheria intima, ai calzini, gioielli, tecnologia, regali.

Rachel Lamb, responsabile dello shopping privato di Matchesfashion, ha dichiarato: “Abbiamo lavorato su idee come questa prima a livello internazionale ma questa è la prima volta a Londra“. Il direttore dell’hotel Francois Xavier Schoeffer ha detto che il servizio “Offre un viaggio di shopping di lusso senza dover uscire“.u

3 buoni motivi per partecipare a Ecommerce HUB

Anche quest’anno, per la sua terza edizione, Ecommerce HUB propone una intera giornata, a partecipazione gratuita, per un incontro con i migliori esperti del mondo eCommerce.

Tante le novità in programma per il prossimo 28 ottobre, a cominciare dalla partecipazione di Facebook, in una location ancora più grande e accogliente, per permettere a sempre più persone di prendere parte a questo evento.

ecommerce hub 2017

Ecommerce HUB come Digital Evolution

La scelta di un ex opificio industriale, l’ex Tabacchificio Centola a Pontecagnano Faiano (SA), vuole sottolineare il collegamento virtuale fra il mondo produttivo italiano che fu e quello digitale attuale. Per questo, la Digital Evolution sarà il tema della terza edizione di Ecommerce HUB 2017.

Con questo tema gli organizzatori sottolineano:

“Un’espressione dal duplice significato. Da un lato sottolinea la trasformazione dell’evento, che, edizione dopo edizione, cresce sempre più. Un progetto che dura, ormai, da tre anni e che introduce novità sempre molto apprezzate. Dall’altro lato, con digital evolution si sono voluti riassumere i cambiamenti che sono avvenuti nei dodici mesi trascorsi dalla passata edizione”.

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Ecommerce HUB: 3 buoni motivi per partecipare

  1. Accanto alla plenaria, l’offerta formativa di quest’anno sarà arricchita da una serie di workshop: quattro imperdibili verticali, ciascuna dedicata all’approfondimento di tematiche fra le più interessanti del momento, come analytics, social, SEO e SEM.
  2. Una ricca area espositiva, dove incontrare e conoscere le novità del settore e fare networking con i partecipanti e i relatori.
  3. L’atteso appuntamento con eh!wards, il riconoscimento che vuole dare risalto e premiare le eccellenze del commercio elettronico candidate.

Tanti relatori, aziende importanti, incontri e networking saranno gli ingredienti di questa imperdibile giornata gratuita di formazione sul mondo dell’eCommerce. Se non vuoi perdertela, iscriviti subito e non dimenticare che puoi anche candidare il tuo eCommerce al premio eh!wards.

Marketing persuasivo su Facebook

Come migliorare le inserzioni Facebook grazie ai principi della persuasione

Anche voi avete l’abitudine di scorrere in maniera incontrollata la sezione notizie di Facebook? Tranquilli è tutto normale. Infatti in media, ogni utente è attivo circa 22 volte al giorno su Facebook.

Avrete sicuramente notato la crescente quantità di messaggi sponsorizzati presenti nelle vostre news feed, dovuta anche al fatto che il numero degli inserzionisti cresce a vista d’occhio, e ad oggi ci sono circa 7 milioni di inserzionisti sul social network più popolato del mondo.

Questo comporta un aumento della competizione sempre più elevata tra gli inserzionisti, tanto che se si vuole emergere dalla folla dei messaggi sponsorizzati e generare conversioni bisogna ottimizzare le inserzioni, non solo scegliendo il giusto formato pubblicitario e il giusto design, ma anche concentrandosi sul corretto messaggio da veicolare.

L’importanza della comunicazione persuasiva

Chi tra di voi ha almeno trent’anni ricorderà sicuramente Gigi della Cremeria, Ambrogio dei Ferrero Rocher o il mitico Pennello Cinghiale. Tutti questi spot tradizionali erano costruiti intorno al marketing persuasivo, che accresceva in maniera esponenziale il ricordo dei messaggi pubblicitari.

Oggi il mondo in cui i comunicatori si trovano a competere è molto più complesso, in particolar modo all’interno di social network come Facebook, dove diventa sempre più importante creare messaggi chiari, empatici e che riescano ad attirare l’attenzione degli utenti.

Questo ci riporta a rivedere alcuni principi di marketing nati lontano dal mondo dei social media come il marketing persuasivo. Partendo dall’approfondimento dei principi della persuasione, cerchiamo di capire come applicarli all’interno dei messaggi e delle inserzioni di Facebook.

Un po’ di storia

I principi della persuasione sono stati teorizzati per la prima volta nel 1984 da Robert  Cialdini, professore di psicologia e marketing della Arizona State University e pubblicati nel libro  Le armi della Persuasione.

Cialdini ha definito sei principi che sono:

  • Reciprocità
  • Impegno e Coerenza
  • Approvazione sociale
  • Autorità
  • Simpatia
  • Scarsità

Andiamo ad analizzarli nel dettaglio per comprenderli meglio e capire come poterli utilizzare nella comunicazione e nelle inserzioni su Facebook.

Reciprocità

Secondo questo principio, le persone si sentono obbligate a contraccambiare quello che hanno ricevuto (un favore, un regalo, un invito). Utilizzare questo principio su Facebook significa intercettare l’attenzione dei nostri utenti, offrendo qualcosa che sia percepito come qualcosa di speciale. Per fare ciò, non possiamo certamente aspettarci di vendere un prodotto o un servizio offrendo qualcosa di scarso valore.

Ipotizziamo di voler generare una vendita, partendo da un pubblico che non ha ancora dimostrato interesse nei confronti dei nostri prodotti/servizi. Il primo passo da fare è quello di creare un piccolo obiettivo, come ad esempio l’iscrizione degli utenti alla nostra mailing list.

Per poter raggiungere questo primo traguardo, dobbiamo offrire qualcosa che i nostri utenti percepiscono come unico, in maniera disinteressata, cioè non richiedendo nulla in cambio.

In questa prima fase possiamo scegliere di fornire:

  • Un articolo di blog
  • Un video informativo
  • Un approfondimento sull’utilizzo di un prodotto nel nostro punto vendita

Marketing persuasivo su Facebook

 

Una volta creato un contenuto di valore, dobbiamo fare in modo che quanti più utenti possibili lo visualizzino. Per fare ciò è necessario lasciarsi aiutare dalle inserzioni di Facebook.

Creiamo una campagna con l’obiettivo di Traffico al sito ed individuiamo un pubblico target creando una Custom Audience, composta da utenti già acquisiti in precedenza o che hanno già interagito con la nostra pagina e nuovi utenti che possono avere simili problematiche o interessi.

Marketing persuasivo su Facebook

 

Una volta offerta una risorsa di valore, i nostri utenti saranno più propensi a ricambiare il favore che precedentemente abbiamo offerto.

Attraverso delle campagne di remarketing, pianificate su tutti gli utenti che hanno precedentemente visitato il nostro contenuto (ricordate le grandi potenzialità del Pixel di Facebook?) potrete chiedere di ricambiare il favore attraverso l’iscrizione alla newsletter o agli aggiornamenti automatici su Facebook Messenger.

Marketing persuasivo su Facebook

 

Dopo questa fase, avremo generato i primi lead su cui iniziare a lavorare per convertirli in veri e propri clienti. Utilizzando sempre lo stesso principio, diventa necessario offrire un altro favore ai nostri nuovi lead.

Potremmo, in base alla tipologia di prodotto o servizio che offriamo, proporre:

  • una prova gratuita del tool o software che proponiamo
  • un campione prova di un prodotto
  • oppure offrire una colazione o un aperitivo gratuito nel nostro punto vendita

Marketing persuasivo su Facebook

Eccoci quindi giunti alla fase in cui possiamo proporre la vendita. I lead acquisiti ora saranno più propensi ad acquistare il nostro prodotto o servizio, poiché hanno già ricevuto due precedenti favori.

Impegno e coerenza

Secondo questo principio, le persone sentono un reale bisogno a rimanere coerenti con quello che hanno detto o fatto in precedenza. Questo impegno porta a cercare delle giustificazioni per evitare di apparire agli occhi degli altri, come incoerenti ed inaffidabili.

In termini di marketing, l’obiettivo di questo principio è quello di ottenere l’impegno del nostro pubblico di destinazione, affinché le persone rimangano fedeli alla parola presa.

Robert Cialdini nel suo libro afferma:

“Si tratta, molto semplicemente, del nostro bisogno di essere (e apparire) coerenti con ciò che abbiamo già fatto. Una volta compiuta una scelta o presa una posizione, andiamo incontro a una serie di pressioni, personali e interpersonali, nello sforzo di essere coerenti con quell’impegno. Sono queste pressioni che ci inducono a risposte che giustifichino la decisione precedente.” 

Ma come poter applicare questo principio alle inserzioni Facebook? Uno degli strumenti che la piattaforma ci offre per ottenere l’impegno del nostro pubblico sono gli eventi.

Marketing persuasivo su Facebook

L’evento creato può avvenire sia online che offline. Procediamo a creare il nostro evento su Facebook completandolo con una foto attraente, una chiara descrizione che lo renda realmente interessante e un valido motivo per cui le persone dovrebbero partecipare.

Successivamente, creiamo un’inserzione per aumentare le interazioni, scegliendo l’opzione risposte all’evento in modo da incrementare il numero dei partecipanti. Durante la creazione dell’evento, lasciate visibile la lista degli invitati, in questo modo aumenterà l’effetto di impegno dei nostri utenti.

Bisogna sempre tener presente che gli utenti su Facebook sono subissati di offerte e inviti, quindi sarà importante stimolarli per fare in modo che questo principio sia efficace, magari attraverso approfondimenti, questionari o risposte ad eventuali dubbi o quesiti, che ci permettano di creare una vera e propria connessione personale.

Approvazione sociale

Questo terzo principio è uno dei più noti e potenti strumenti del marketing persuasivo e che nei social media ha trovato un terreno fertilissimo per diffondersi a macchia d’olio.

Ogni giorno sui social visualizziamo centinaia di migliaia di post, ma solo alcuni attraggono la nostra attenzione, attraverso un processo di selezione che passa per diversi livelli tra cui quello del riconoscimento sociale. Si tratta della nostra percezione di identificarci all’interno di un gruppo di persone.

Marketing persuasivo su Facebook

 

Riconoscimento e approvazione sociale sono principi che ogni giorno i più importanti brand utilizzano su Facebook attraverso le loro inserzioni o sui loro web site. Vedere testimonianze di persone simili a noi o che hanno vissuto storie che ci coinvolgono emotivamente possono permetterci di sentirci parte di un progetto o di voler acquistare un prodotto.

Tuttavia, per poter sfruttare a pieno la potenza di questo principio dobbiamo assicurarci di farlo in maniera specifica per ogni buyer personas.

Su Facebook una delle strategie che potremmo adottare per sfruttare questo principio è quello della creazione di diverse testimonianze dei nostri utenti che hanno già avuto un’esperienza con il nostro brand o prodotto.

Marketing persuasivo su Facebook

Il primo passo potrebbe essere quello di creare dei sondaggi per raccogliere informazioni dettagliate su interessi personali o aspetti che vanno aldilà del nostro prodotto o servizio offerto. Sarebbe utile in tal caso avere quante più testimonianze possibili, magari suddividendole per fasce d’età, genere, posizione lavorativa interessi e hobby.

Queste informazioni dettagliate possono essere utilizzate su Facebook grazie a diverse strumenti che ci mette a disposizione la piattaforma, come ad esempio le Lookalike Audience, che permettono di individuare un gruppo di persone con un impatto digitale simile a quello del gruppo di persone a cui ci rivolgiamo.

Una volta individuato il nostro pubblico potremmo creare un’inserzione in cui inserire articoli, video, link al web site in cui raccontare le storie dei nostri testimonial. È importante in questo caso utilizzare foto dei volti dei nostri clienti soddisfatti e messaggi che creino curiosità ed empatia.

Simpatia

Non sorprenderà il fatto che nella vita di tutti i giorni è più semplice fidarsi di una persona che ci piace piuttosto che di una che non ci piace affatto. Ebbene sì, preferiamo chi è simile a noi, chi ha un aspetto gradevole, chi ci fa i complimenti e chi collabora con noi per raggiungere gli stessi obiettivi.

Molto spesso sappiamo come sfruttare questo principio in una situazione giornaliera, quando ad esempio ci troviamo faccia a faccia con il nostro interlocutore, ma come utilizzarlo nella nostra strategia di marketing o nella nostra comunicazione sui social media?

Uno degli esempi potrebbe essere quello di interpretare in maniera più creativa aspetti come il design e le funzionalità del nostro web site, dei nostri post su Facebook o la confezione del nostro prodotto.

Supponiamo ad esempio di voler utilizzare questo principio per incrementare le iscrizioni alla nostra newsletter di utenti che hanno già visitato o interagito con la nostra fan page Facebook, o visitato il nostro web site.

L’obiettivo è quello di capire e interpretare i loro reali bisogni e creare un’inserzione che preveda al suo interno almeno una delle caratteristiche considerate come piacevoli dai nostri utenti.

Come primo passo utilizziamo un’immagine che abbia un bel design e sia empatica, e creiamo all’interno del post una storia di uno dei nostri iscritti che possa essere simile a quella del nostro pubblico di riferimento, o una situazione in cui potrebbero rispecchiarsi nostri utenti.

Marketing persuasivo su Facebook

Il messaggio deve essere chiaro e creare un forte senso di condizionamento, associando ad esempio l’iscrizione alla nostra newsletter, alla storia di successo di un utente già iscritto.

Autorità

Se lo dice lui allora mi fido... Questo è il principio che sta alla base dell’autorità, ovvero che spesso le persone tendono ad ascoltare maggiormente una figura esperta o più autorevole in determinati settori o contesti.

L’autorità viene a manifestarsi in ogni momento della nostra giornata, ad esempio quando un medico ci consiglia un trattamento, quando il food blogger ci consiglia il ristorante giusto dove mangiare o quando in tv l’esperto dentista ci consiglia il dentifricio per far risplendere i nostri denti.

Marketing persuasivo su Facebook

Anche su Facebook e nelle nostre inserzioni possiamo sfruttare questo principio. Tuttavia non è un processo che possiamo fare da zero, poiché l’autorità deve essere prima conquistata, concentrando la strategia su alcuni aspetti da sviluppare nel tempo per poter acquisire la giusta credibilità agli occhi dei nostri utenti.

Alcuni aspetti da osservare ad esempio sulla nostra pagina Facebook per capire se siamo autorevoli in un determinato settore, possono essere:

  • Like della Fan Page: maggiore sarà il numero di Mi Piace e maggiore sarà al primo sguardo l’autorità che potremo avere nei confronti dei nostri utenti.
  • Interazioni: le nostre fan page potranno avere anche decine di milioni di fan, ma se non abbiamo le giuste interazioni o i nostri Like sono falsi, oppure ciò che diciamo non piace a nessuno, difficilmente raggiungeremo l’obiettivo.
  • Recensioni: lo strumento più democratico offerto dalla fan page. Importante abilitarle e iniziare a raccoglierle, in modo che chi si avvicina al nostro brand possa realmente percepire cosa gli altri pensano di noi e dei nostri prodotti o servizi.
  • Spunta di verifica della pagina: in questo modo dimostreremo che la fan page rappresenta un profilo ufficiale.

Ma se non siamo ancora conosciuti, cosa possiamo fare per accrescere la nostra autorità?

Potremo ad esempio soffermarci su quelli che potrebbero essere gli elementi di autorità in nostro possesso, come ad esempio una citazione del nostro prodotto in un articolo di giornale, o dei clienti soddisfatti di un nostro prodotto che possano concedere una breve testimonianza video per noi, oppure una collaborazione con un noto brand che ci ha permesso di utilizzare la loro case history di successo.

Se possiamo avere alcuni di questi elementi da sfruttare, siamo già ad un buon punto di partenza per costruire la nostra autorità su Facebook.

Scarsità

Se facessimo un sondaggio, molto probabilmente più della metà di noi, almeno una volta nella vita ha effettuato un acquisto spinto dall’ansia o dalla paura che un prodotto potesse terminare.

Il principio della scarsità è profondamente radicato nella mente di noi esseri umani, per cui tendiamo a dare un valore molto più alto a cose in quantità scarsa piuttosto che a quelle in quantità abbondanti.

Per sfruttare questo principio abbiamo due principali possibilità:

  • Scarsità temporale: ad esempio offerte del giorno o lampo.
  • Scarsità numerica: utilizzate nei portali di prenotazione online, come i portali turistici o di prenotazione hotel.

Scarsità temporale

Nel primo caso, le nostre inserzioni devono contenere un elemento basato sul fattore tempo, che innescherà il principio della scarsità.

Bisogna assicurarsi di evidenziare quanto più chiaramente possibile che l’offerta è esclusiva e limitata nel tempo. Un buon esempio dell’applicazione di questo principio, ci viene fornito da Amazon con le offerte del giorno e le offerte lampo, che stimolano l’acquisto di beni diversi tra loro.

Marketing persuasivo su Facebook

In questo caso il primo richiamo verso il principio di scarsità temporale, inizia con un’inserzione su Facebook, dove viene evidenziata una Call to Action precisa, che rimanda ad una specifica sezione del sito, quella relativa ai vari prodotti in offerta, dove questo principio viene amplificato attraverso l’utilizzo di timer e conti alla rovescia che decrescono fino alla scadenza dell’offerta.

Scarsità numerica

In questa seconda opzione, dobbiamo invece trasmettere l’idea che il prodotto che stiamo proponendo venga acquistato molto velocemente e che non siamo in grado di garantire molte disponibilità di stock per un periodo di tempo prolungato.

Marketing persuasivo su Facebook

A tal proposito possiamo creare delle inserzioni che si aggiornano regolarmente (lasciandoci ad esempio aiutare dalle Dynamic Ads) e che mostrano ai nostri utenti che il prodotto sta per esaurirsi velocemente. Potremmo ripetere questo meccanismo, fino all’esaurimento dei prodotti in stock.

Conclusioni

Dato che oggi sempre più inserzionisti pubblicano i loro annunci su Facebook diventa fondamentale distinguersi dalla folla. Per questo non è più necessario capire se stiamo utilizzando un canale, ma piuttosto come lo stiamo utilizzando.

Conoscere i sei principi della persuasione può essere un modo per superare la concorrenza, creando messaggi e inserzioni uniche agli occhi dei nostri utenti.

In fondo, in particolar modo sui social media, siamo tutti umani e influenzabili.

Impariamo a pensare come copy, anche nel digitale

 “Voglio fare il copywriter, che libri mi consigliate di leggere?” Questa è una delle domande più gettonate che fanno i giovani aspiranti copy e che leggo da 5 anni come admin del gruppo su Facebook “Un posto al copy” e da un anno come cofondatrice dell’Associazione Italiana Copywriter. Così, d’istinto, risponderei “tutti”, mettendo in fondo alla lista quelli di pubblicità e comunicazione. Tuttavia da qualche giorno c’è un libro in particolare che mi sento fortemente di consigliare: #Digital Copywriter” di Diego Fontana. Un manuale prezioso non solo perché offre consigli e spunti pratici sul nostro mestiere, oltre a essere ricco di esercitazioni con cui un giovane aspirante collega potrebbe riempire il suo primo portfolio.

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È prezioso soprattutto perché segna un cruciale punto di incontro tra due generazioni, quella dei signori dell’advertising classico e quella dei più giovani professionisti che a volte, con distacco e anche con un filo di disprezzo, vengono chiamati “web cosi” o “social media cosi”. Diego ha infatti tracciato i lineamenti del copywriter di oggi, quello nato dopo il 2000 e dopo che internet e i social network in particolare hanno rivoluzionato il modo di fare comunicazione, e lo ha chiamato appunto “digital copywriter”. Citando l’autore:

“In un contesto disgregato e caratterizzato da una certa incapacità di comunicare tra professionisti, il rischio già molto concreto è che i copywriter si trovino sempre più impossibilitati a fornire un apporto significativo in termini di qualità del pensiero e diventino meri redattori di testo. Mai come oggi è fondamentale aprire un dialogo per ricucire la frattura tra professionisti on e offline, favorendo una nuova figura professionale che integri il meglio di ogni approccio. Il digital copywriter deve pensare come un copy, ma agire in modo sempre più digitale.”

Vintage inscription made by old typewriter, copywriting

credits: Depositphotos 56879449

E infatti, con il nuovo millennio e l’avvento di internet, la figura del copywriter “di una volta” si è frammentata in tanti pezzi. Il copywriter è diventato social media manager, blogger, content editor, storyteller e tutta una giungla di qualifiche più o meno altisonanti che a volte iniziano con “web” e a volte finiscono con “specialist”. Ogni tanto oggi al copy capita perfino di fare il copy! A mio parere, invece, un copywriter che si rispetti deve saper fare tutto questo, come d’altronde ha sempre fatto. Se prima il bravo copy doveva saper passare da una campagna stampa a una radiofonica, ora deve saper saltare dallo spot al post con l’agilità di un ballerino. Perché alla fine il web e i social non sono altro che un nuovo mezzo. Ed esattamente come ogni mezzo hanno le loro regole e la loro grammatica. Il problema è che la natura “tecnica” di queste regole troppo spesso fagocita quello che dovrebbe essere il cuore di ogni comunicazione: l’idea.

E in effetti la chiave per comprendere pienamente non solo questo libro ma anche il divario tra le due generazioni sta proprio nel sottotitolo: pensa come un copy, agisci nel digitale. Ora se agire nel digitale spaventa i professionisti anziani, o almeno quelli che non sono riusciti a tenersi al passo, anche pensare come un copy non risulta sempre facile ai web-copy e a tutte le altre figure di cui sopra. Ma perché, come pensa un copy? Cito ancora Diego, che è più semplice: il creativo non è “l’esecutore pratico di una serie di modelli”, ma un professionista capace di “generare ponti fatti di pensiero e parole tra un committente e una persona, favorendo un dialogo fatto di affinità elettive, di comunanza di visioni, valori, idee.” Se ancora non è chiaro, ecco un esempio pratico:

“Quando un ragazzo, ancora nel 2017, sceglie un paio di Nike tra tanti altri brand di sneakers e scarpe da ginnastica, pensate che lo faccia perché ha letto una call to action sul sito, perché si è informato e si è imbattuto in un articolo che spiega i 10 motivi sul perché scegliere precisamente quel modello, pensate che le scelga perché ha letto una brochure in cui i tecnici di marketing hanno preteso fossero indicate le percentuali di incremento in fase di salto? Non credo, francamente. E non credo che nessun altro possa crederci davvero. Quel ragazzo sceglie Nike perché su di lui agisce ancora il mito che generazioni intere di copywriter e art director hanno contribuito a scrivere; un mito che diceva ‘Isaac Newton 0 – Michel Jordan 1’ invece di ‘Aumenta dello 0,4% le tue performance di elevazione’, o di spot spettacolari in cui i più grandi calciatori della terra venivano chiamati a difendere ‘il gioco più bello del mondo’ dalle forze demoniache che volevano distruggerlo.”

Il mio consiglio di leggere questo libro va a tutti: al giovane o alla giovane copy, che magari non ha la fortuna di frequentare scuole come IED e Accademia di Comunicazione, e che si sta formando da autodidatta, ma anche a chi ha più esperienza e guarda ancora con diffidenza i nuovi mezzi di comunicazione. O anche a chi mi scrive ponendomi domande inquietanti come: “Ho un blog e gestisco la pagina Facebook di un’azienda. Secondo voi sono un copy?” Caro amico, acquista “#Digital Copywriter”, leggilo e levati ogni dubbio.

Arrotondano montando mobili IKEA. Diventa un lavoro e una startup. E IKEA li ha comprati

TaskRabbit Inc., startup che ha contribuito a definire la Gig Economy dell’ultimo decennio, è stata acquisita dal colosso svedese dell’Home Goods IKEA. Non sono state divulgate informazioni sull’exit, ma sappiamo che TaskRabbit aveva raccolto più di 30 milioni di dollari da fondi come Shasta Ventures e Founders Fund.

Stacy Brown-Philpot, già Executive Google e CEO di TaskRabbit, ha dichiarato inizialmente che la società sarebbe stata redditizia entro la fine del 2016, obiettivo disatteso secondo il Financial Times.

IKEA e TaskRabbit: lavoro e prodotti on demand

ikea compra taskrabbit

Fondata nel 2008, TaskRabbit è tra i pionieri della Gig Economy, “l’economia dei lavoretti”, un modello economico nel quale non esistono più le prestazioni lavorative continuative ma si lavora on demand, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze. La startup conta circa 60 mila lavoratori e se inizialmente era disponibile solo tramite web application, successivamente è approdata anche nei principali app stores.

L’assemblaggio di divani IKEA e di altri oggetti di arredamento, l’aiuto per fare spesa, pulizie di casa e piccole riparazioni erano tutte richieste molto popolari sin dai primi giorni di attività della piattaforma.

Negli anni successivi, TaskRabbit non si è mai realmente concentrata su un particolare segmento di mercato preferendo rimanere in un mercato aperto a qualsiasi tipo di lavoro. Intanto aziende come Uber, Instacart, Postmates, Thumbtacke Handy Technologies sono entrate sul mercato con una strategia chiara e con un segmento target ben definito eclissando completamente TaskRabbit.

Quali saranno i vantaggi di questa acquisizione?

 

I lavoratori di TaskRabbit – lavoratori in proprio chiamati Taskers – continueranno a lavorare per il momento solo negli USA e in Inghilterra, ma con la proprietà del gruppo IKEA TaskRabbit potrebbe realizzare maggiori opportunità aumentando il potenziale guadagno dei Taskers e collegando i consumatori ad una gamma ancora più vasta di servizi a prezzi accessibili.

Per IKEA l’obiettivo è migliorare il servizio e mettere i propri clienti al centro, specie per quanto riguarda l’offerta online, aggiungendo all’acquisto anche il montaggio. La competizione diretta è quella con Amazon, che in alcuni Paesi offre il montaggio a domicilio incluso nell’acquisto degli arredi.

Il traguardo prefissato sarebbe quello dei 50 miliardi di fatturato totale entro il 2020, di cui almeno il 10% derivante dalle vendite online.

Questo colpo di IKEA rientra in una strategia di più ampio raggio e si accompagna all’introduzione di diversi servizi innovativi per spingere le vendite come IKEA Place, l’app per iOS che grazie alla realtà aumentata permette di scegliere un mobile dal catalogo e posizionarlo all’interno della propria abitazione e avere così un’anteprima abbastanza fedele dell’aspetto che avrà la nostra casa con il nuovo acquisto a marchio IKEA.

LEGGI ANCHE: The Changing Catalogue: il primo catalogo con copertina intercambiabile di IKEA

Il marketing tra sharing economy e intelligenza artificiale: intervista esclusiva a Philip Kotler

C’è qualcosa di raro nel viaggiare in cabina di pilotaggio di un Frecciarossa insieme al padre del marketing, Philip Kotler. Non a caso forse il nostro treno Roma – Milano arriva in anticipo, come se volesse strizzare l’occhio a chi ha costruito una carriera sulla soddisfazione di un cliente perennemente al centro dell’universo.

Torniamo ai nostri posti dopo aver attraversato tutte le carrozze – di sicuro molti passeggeri si saranno chiesti chi fosse questa rockstar di 86 anni. Il suo ultimo “album” si chiama Marketing 4.0 e si concentra sul passaggio dal marketing umano e spirituale (3.0) a quello specifico per la cultura digitale nella quale ci troviamo.

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Come si sono evolute le competenze di chi lavora nel marketing?

Molti marketer non sono cresciuti col digitale ma col modello broadcast di un marketing tv-centrico. Le persone più avanti negli anni ora sanno che devono imparare ad usare piattaforme come Facebook, Instagram e via dicendo; è importante per le aziende assumere i nativi digitali, profili che non hanno bisogno di imparare come funziona Facebook perché già lo usano per la maggior parte del tempo. La prima mossa strategica per le aziende è quella di assumere abbastanza giovani a cui poter dare fondi per giocare e sperimentare con le piattaforme digitali, per vedere quali hanno il maggior impatto sul proprio mercato.

Come può oggi un brand creare empatia con community digitali e consumatori always on?

Il tema qui è come usare questi strumenti digital e social per relazionarci coi nostri clienti. Ora le aziende riescono facilmente a costruirsi un database che mostra ogni singolo cliente, la sua età, il reddito, i suoi interessi. La risposta alla tua domanda ha a che vedere col Content Marketing, la cui premessa risiede nel capire cosa interessa a ciascun individuo o a ciascun gruppo cui un’azienda si indirizza. Alcuni di questi individui potrebbero per esempio essere interessati allo sport e di conseguenza noi potremmo condividere storie interessanti in tal senso. Sto distinguendo tra messaggi selling e contenuti non selling: sono questi ultimi il modo migliore per relazionarci coi nostri consumatori.

Quali principali cambiamenti nella cultura corporate hai osservato, dai primi anni della tua carriera ad oggi?

Questi cambiamenti seguono l’evoluzione dei media. All’origine il marketing assomigliava ad un catalogo che elencava funzionalità di prodotto. Con l’avvento della stampa, il focus era tutto sui giornali. Poi è arrivata l’era della radio in cui le aziende creavano ed investivano in veri e propri show radiofonici, in stile “brought by Procter & Gamble”.  La televisione è stata esplosiva, le aziende erano attratte dalla sua forte componente visiva. Ora si parla di comunicazione integrata e credo che nessuno di questi “old” media vada abbandonato: si tratta solo di raggiungere l’equilibrio giusto nel media mix e sì, questo oggi vuol dire dare più spazio al digital. Attualmente P&G investe 35% del suo budget nel digitale ed il resto va sui mezzi tradizionali. Questo equilibrio potrebbe presto arrivare ad essere fifty fifty.

Alla conferenza stampa del Philip Kotler Marketing Forum

Alla conferenza stampa del Philip Kotler Marketing Forum

Che ruolo può giocare il marketing quando arriveremo alla singolarità tecnologica?

Ci sono molte professioni del marketing che potrebbero migliorare grazie all’abbinamento dell’intelligenza artificiale alle decisioni umane. Si tratta di demandare cose alle intelligenze artificiali in maniera tale che i processi decisionali umani ne escano alleggeriti.

È sicuramente possibile che intere professioni si trasformino in software e programmi di AI: la marketing automation ne è un esempio. Esistono oggi software che possono mandare un messaggio diverso ad ogni tuo cliente ed è così che si avvera il concetto di “messaggio giusto alla persona giusta”. Magari lo manda nel bel mezzo della notte, senza che ci sia un essere umano a dirgli cosa fare. L’automation è l’esempio perfetto della sostituzione integrale del marketer in carne ed ossa che pianifica tutto di volta in volta.

Che rapporto hai coi social network? Ti piacciono, li usi, ci sono delle piattaforme che preferisci?

Mi trovo spesso a guardare il mio feed su Facebook, su Instagram e anche Snapchat. Lo faccio più che altro per restare aggiornato sulle loro funzionalità piuttosto che per lo scopo per il quale sono nati e cioè il contatto sociale. Ovviamente la mia famiglia è coinvolta nello specifico nella mia pagina Facebook, ma a parte questo gioco con le altre piattaforme per avvicinarmi il più possibile all’essere un vero nativo digitale!

philip kotler marketing forum

Possesso materiale versus accesso: come sta cambiando in questo senso il marketing e quali sono i case study più interessanti della sharing economy?

Credo che la sharing economy sia buona per alcuni versi ma spaventosa per altri. È indubbio che stia creando lavoro per tante persone che ad esempio hanno un’automobile e vogliono diventare autisti per Uber, o per chi ha una stanza libera e la vuole fittare per la notte. La sharing economy è positiva quando diminuisce i prezzi dei taxi tradizionali e delle stanze di albergo, ma dall’altro lato è negativa per i tassisti e per gli albergatori che vendono meno stanze. Ci sono e ci saranno conflitti inevitabili sulla regolamentazione specifica di tutte le funzionalità di condivisione. Se però pensiamo che in questa direzione si riduce il numero di auto possedute o si diminuisce la quantità di libri stampati… allora sarà per noi benefica nel lungo termine.

In un episodio di Black Mirror i protagonisti hanno accesso a diversi tipi di prodotti in base alla loro influenza e reputazione social. Quale scenario si sta plasmando grazie al digitale?

Sai, mi piace seguire quello che scrivono gli scrittori di fantascienza specialmente quando si allontanano dalle trame più “galattiche” e si concentrano su come potrebbero cambiare gli stili di vita del nuovo mondo digitale. Ci sarà più disponibilità di prodotti, per più persone e per condurre una vita migliore? La mia preoccupazione principale è se l’intelligenza artificiale ucciderà più mestieri di quanti ne creerà. Se si avvera questo scenario dovremmo iniziare a riflettere su come sostentare un numero crescente di persone anche se non c’è lavoro a sufficienza per tutti. Questa è il tema delle future speculazioni: cosa fare del proprio tempo nel momento in cui non si può più trovare lavoro? Dovremo risolvere questo problema.

Foto: Emilio Pantuliano

Qui la video-intervista:

Come l’amministrazione Trump sfrutta i social media per il controllo dei visti

È di qualche giorno fa la notizia che dalla prima metà di ottobre entrerà effettivamente in vigore una direttiva, voluta dall’amministrazione Trump, che prevede di effettuare un controllo rigoroso degli account social media e delle ricerche sul web compiute da chi fa domanda di visto per entrare negli USA.

Come previsto da un aggiornamento della politica del “Privacy Act” del 1974,  l’atto progettato al fine di stabilire pratiche eque sulle modalità con cui il governo raccoglie, mantiene, usa e divulga dati per le testimonianze su un individuo, gli immigrati in possesso della “green card” (la carta di cittadinanza), i cittadini naturalizzati e i residenti permanenti potrebbero essere soggetti alle nuove linee guida. E ad effettuare questo tipo di controlli sarà il Dipartimento della Difesa Nazionale americana (DHS).

L’idea di procedere ad un esame accurato dei social media nel momento in cui viene presentata una domanda di visto non è certo nuova: si tratta semmai di una radicalizzazione di una politica iniziata durante la Presidenza Obama, di riformare le leggi sull’immigrazione, specie a seguito degli attacchi terroristici avvenuti nel 2015 a San Bernardino, in California.  Allora, Syed Rizwan, il ventottenne terrorista che uccise 14 persone in un centro per disabili, non solo aveva passato tutti i controlli delle referenze ma gli era stato approvato anche un visto K-1, nonostante sostenesse apertamente la violenza della jihad attraverso il suo account social.

Con le nuove linee guida pubblicate nel registro Federale, la lista delle domande che tramite apposito questionario viene normalmente sottoposta ai visitatori prima di varcare i confini USA, conterrà nuove informazioni riguardanti: i numeri seriali dei passaporti in precedenza utilizzati, recapiti email e telefonici degli ultimi 5 anni, indirizzi fisici, lavori svolti e viaggi effettuati negli ultimi 15 anni, ma soprattutto gli username utilizzati sui social media degli ultimi 5 anni e i risultati di ricerca sul web

Il questionario, presentato mesi fa dall’amministrazione statunitense e approvato il 23 maggio scorso dall’Ufficio per la gestione e il bilancio, fa parte del Memorandum del 6 marzo 2017 del Presidente Trump redatto allo scopo di aumentare il processo dei controlli per tutti coloro che fanno domanda per un visto americano.

Nella prima sezione del Memorandum viene subito enunciato lo scopo di questa nuova politica: “È la politica degli Stati Uniti volta a tenere i suoi cittadini al sicuro da attacchi terroristi, incluso quelli commessi da cittadini stranieri”.

Nella seconda sezione si specifica che il Segretario di Stato e quello della Difesa Nazionale possono procedere a perfezionare protocolli e procedure al fine di migliorare i controlli sulle domande di visto e di aumentare la sicurezza dei cittadini americani.

In particolare, i Protocolli e le Procedure per i visti dovrebbero focalizzarsi su due punti:  “prevenendo l’entrata negli Stati Uniti di cittadini stranieri che possono aiutare, sostenere, o commettere atti violenti, criminali o terroristi.” e  “assicurando la raccolta corretta di tutte le informazioni necessarie a valutare rigorosamente i motivi dell’inammissibilità o i motivi per il rifiuto di altri benefici legati all’immigrazione.”.

L’agenzia di stampa Reuters preannunciava la notizia già tempo fa, sottolineando come “gli ufficiali consolari possono richiedere tutti i numeri di passaporto precedenti, lo storico di cinque anni di account sui social media, indirizzi email e numeri di telefono e 15 anni di informazioni biografiche incluso indirizzi, lavoro e storia di viaggio.”

Inizialmente il Dipartimento di Stato ha risposto dichiarando che il questionario sarebbe stato somministrato soltanto agli individui “meritevoli di ulteriori accertamenti per legami con il terrorismo o altre minacce per la sicurezza nazionale” e per condurre un più rigoroso controllo della sicurezza nazionale.

Ed è vero che, secondo quanto previsto dal provvedimento, le risposte a queste domande potranno essere rilasciate in maniera facoltativa e che un officiale dell’Immigrazione non potrà costringere un cittadino straniero a compilare il form, ma è altrettanto vero che è prevista un’apposita postilla nel questionario che evidenzia come il mancato rilascio delle informazioni possa causare il ritardo o il diniego della concessione del visto.

Dunque, un documento che non ha mancato di destare diverse reazioni e critiche, proveniente soprattutto dal mondo accademico che ha ritenuto queste disposizioni troppo gravose, in quanto tacciate di provocare lunghi ritardi nell’elaborazione dei permessi e scoraggiare l’arrivo di studenti stranieri in America.

L’avvocato Adam Schwartz dell’Electronic Frontier Foundation (EFF), l’organizzazione internazionale non profit di legali rivolta alla tutela dei diritti digitali e della libertà di parola sul web, commentando questa nuova policy su BuzzFeed News ha dichiarato come “queste linee guida si applicano anche ai cittadini che comunicano e sono in contatto con gli immigrati sulle piattaforme di social media”.

E aggiunge: “Noi consideriamo questo uno dei più grandi processi di sorveglianza ad alta tecnologia degli immigrati e sempre più persone saranno sottoposte al controllo dei social media.  C’è un trend crescente al Dipartimento di difesa, che è quello di ficcare il naso negli account social di immigrati e stranieri e noi pensiamo sia una invasione della privacy che ostacola la libertà di parola”.

Anche il co-direttore del “Brennan Center’s Liberty And National Security Program”, Faiza Patel, ha sottolineato come questo “costituisca ancora un altro capriccio, cominciato dall’amministrazione Obama e alimentato dalla credenza che i social media aiuteranno gli Stati Uniti a fermare un possibile attacco nel paese”.

In ogni caso questa nuova politica ha diviso l’opinione pubblica in due. Da una parte c’è chi sostiene che ciò possa permettere facilmente al governo di tenere in considerazione gli orientamenti politici e religiosi dei candidati nel processo di richiesta del visto d’immigrazione. Altri sostengono, invece, che non ci sia alcuna evidenza a suggerire che questi dati possano essere d’aiuto, perché se è vero che le informazioni aumentano, aumentano però anche i costi.

Senza considerare le preoccupazioni per la privacy e la libertà personale dei cittadini americani, visto che passare al setaccio i profili social di un potenziale visitatore che potrebbe avere parenti o amici residenti negli USA, equivale a mettere il naso anche nelle conversazioni online con possibili cittadini americani. Dunque, queste norme verrebbero applicate di riflesso anche a loro, ponendo tutti sotto l’occhio di un Grande Fratello digitale.

La cosa che più sorprende è che gli USA sono, da sempre, il Paese che più di tutti prevede nel suo ordinamento uno dei più rigidi e severi processi per la richiesta di visto, quindi viene da chiedersi che bisogno ci sia di renderlo ancora più restrittivo. Che questo Memorandum nasconda in sé una precisa strategia politica che fa leva sulla paura del terrorismo e sul bisogno dei cittadini americani di sentirsi al sicuro?

E se l’America venisse ancora colpita nel suo cuore nonostante queste nuove misure, quale sarà la prossima mossa? Si erigeranno davvero dei muri, si chiuderanno tutte le frontiere o si deciderà finalmente di rivedere la politica estera portata avanti fino ad oggi?

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