Lead Facebook

Uno studio rivela che le pagine Facebook sono in declino

Quando hai pubblicato l’ultimo post sulla tua pagina Facebook? 

Parte proprio da questa domanda lo studio che evidenzia il crollo repentino dell’uso delle pagine Facebook. 

Secondo la nuova ricerca di BuzzSumo, l’impegno da parte di brand ed editor di pubblicare aggiornamenti e post tramite le pagine Facebook e l’interesse degli utenti a visitarle pare sia in forte – fortissimo – calo.

880 milioni di post su Facebook analizzati e dati in calo del 20% a partire da gennaio 2017. 

Facebook

Probabilmente questi risultati non sorprenderanno i gestori delle pagine Facebook che già a partire dal 2013 si erano dovuti interfacciare con un calo del traffico organico evidenziato da diversi rapporti e, probabilmente, dovuto ai continui aggiornamenti dell’algoritmo di Facebook e il conseguente riallineamento delle priorità degli utenti e di ciò che essi vedono sulla propria Home Page.

Nell’ultimo anno, infatti, l’algoritmo ha subito numerosi aggiornamenti, alcuni dei quali potrebbero aver contribuito a questo declino:

  • ad agosto dello scorso anno, Facebook ha annunciato un aggiornamento incentrato sul miglioramento della pertinenza delle storie presentate a ciascun utente;
  • a gennaio, il social network ha introdotto un aggiornamento che identificasse e classificasse meglio i contenuti;
  • nel mese di maggio, un’altra piccola modifica: la riduzione dei collegamenti a siti coperti da annunci;
  • sempre a maggio, ha cercato di ridurre il clickbait;
  • infine, all’inizio di questo mese, Facebook ha cercato di ottimizzare i dispositivi mobili.

Ma questi aggiornamenti sono davvero così strettamente legati ai dati portati alla luce da BuzzSumo? In realtà, no. L’ultimo aggiornamento che ha avuto a che fare con i contenuti pubblicati da amici e familiari nei post di pagina risale a giugno 2016.

La ricerca ha anche rivelato che, nel corso di quest’anno, i contenuti che hanno subito una perdita maggiore sono stati i post contenenti immagini e link. Al contrario, i post con contenuti video hanno avuto un minor tracollo rispetto agli altri. 

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Ancora una volta, dunque, video is the king! Il consiglio: se sei in difficoltà, cerca di investire sui contenuti video. 

Tuttavia, è anche vero che alla domanda “come posso migliorare le performance della mia pagina Facebook?” non ci sono risposte definitive.

Alcuni brand hanno aumentato oppure diminuito la produzione di post sulle proprie pagine Facebook rispetto alle esigenze del proprio pubblico oppure agli errori commessi in passato. Buffer, ad esempio, ha spiegato che è riuscito a triplicare il traffico organico riducendo la produzione del 50%.

Ora, la strategia Less is more è, chiaramente, poco attraente ma, a quanto pare, in alcuni casi funziona!

Facebook ha notato che alcune pagine pubblicano fino a 80 post al giorno. Un po’ eccessivo, no?

Tuttavia, a causa degli aggiornamenti di Facebook- quelli che puntano tutto sulla rilevanza dei post mostrati agli utenti – meno del 5% del tuo pubblico vedrà ciascuno dei tuoi messaggi. Quindi, a pensarci bene, non sembra poi così eccessivo.

Dunque, qual è la strategia vincente?

In realtà, non esiste: non c’è nessuna formula magica! Sarà diverso per ogni pagina, ogni pubblico e ogni attività. L’unico modo effettivamente efficace per trovare la propria strategia è quello di testare, sperimentare, interagire e coinvolgere.

Quali sono le vostre tattiche per vincere la battaglia della visibilità? Ditecelo sulla nostra (bellissima e visibilissima) pagina Facebook, su Twitter o nel nostro gruppo LinkedIn!

Tuo figlio si è aperto un account social: che fare?

È iniziata la scuola e i vostri figli sono cresciuti di un altro anno. Per alcuni di loro questo è il primo anno di liceo, per altri l’ultimo anno di scuole medie: si tratta di un momento molto importante perché – che ci piaccia o meno ammetterlo qui nero su bianco – stanno per vivere alcune prime volte. Oltre il classico primo bacio, le prime uscite da soli e altre varie, per voi genitori del 2017 c’è una nuova importante sfida: la prima volta online. I vostri figli vorranno aprirsi un account su tutto: Facebook, Instagram, Snapchat, WhatsApp e così via.

Sappiamo che le cose nuove possono spaventare, soprattutto perché noi abbiamo vissuto l’ingresso online in un’età “matura”. Dunque è forse l’unica cosa della cui esperienza non possiamo proprio provare a ricordare o immedesimarci, perché di fatto non sappiamo com’è nascere in un simile crogiolo tecnologico, tutto connesso, sempre connesso. Alcuni di noi hanno conosciuto internet solo da adulti, altri invece nella tarda adolescenza. La nostra idea di familiriazzione primaria con internet è dunque il (glorioso) router a 56K, che se non l’hai mai sentito non puoi proprio immaginartelo e, diciamocelo, andare online di nascosto con quel coso lì non era proprio possibile.

Questo articolo è lungi dal voler essere una guida esaustiva, ma piuttosto una riflessione aperta partendo da alcuni dati importanti del nostro lavoro.

Qual è l’età della maturità social?

Partiamo dal principio. Mentre sull’età minima per avere un rapporto sessuale siamo tutti più o meno d’accordo (non ci riferiamo all’età auspicata) sull’età minima perché si apra un account online nessuno trova un accordo. Credo che l’età appropriata sia quella dei tredici anni, del resto c’è un motivo se le iscrizioni a più o meno tutti i social network richiedono quel minimo lì.

Più in là di tredici non potete proprio arrivarci senza che vostro figlio, influenzato dalla sua nuova famiglia, ovvero gli amici (per ulteriori approfondimenti in merito consultare qualsiasi manuale di sociologia base alla voce socializzazione secondaria), si faccia di nascosto un account su Facebook. E non fatevi illusioni, loro di come usare le restrizioni social ne sanno molto più di voi.

Non tutti i social sono uguali, perciò vi proponiamo di escludere Snapchat e Twitter dalla rosa dei primi social utilizzati dai vostri figli. Le ragioni? Twitter e Snapchat hanno degli standard della community molto più permissivi consentendo la circolazione di immagini di nudo totale (non a caso Twitter è il social N°1 per la pornografia) e hanno un minore controllo sui contenuti postati real time. Per questi aspetterei i sedici anni, età in cui si auspica un maggiore spirito critico e una completa conoscenza del proprio corpo e di quello degli altri.

Educazione social(e)

Quando noi eravamo adolescenti non ci era possibile navigare lontano da un adulto. Di norma avevamo un solo computer in casa, posizionato in salotto, dove potevamo stare connessi un numero limitato di ore. Questo consentiva ai nostri genitori di controllare con assoluta calma l’intera cronologia delle nostre ricerche online e poneva noi nella soggezione di non andare i quei luoghi del desiderio mentre eravamo al centro della casa con nostra nonna che si aggirava alle nostre spalle.

Vivere nell’illusione di poter controllare tutti i contenuti con cui i nostri figli vengono a contatto è un’illusione. Lo era, ad essere sinceri, anche prima: se siamo qui, digital-esperti-cosi era perché il limite di un’ora al giorno non l’ha rispettato nessuno di noi. Anzi, ricordiamo distintamente i più pericolosi forum aperti, dove vi poteva entrare veramente chiunque dietro pseudonimi falsi. Per questa ragione abbandoniamo i sentimentalismi della serie “era meglio prima” e realizziamo che è certamente meglio oggi, perché c’è molto più controllo e informazione.

La prima regola, pertanto, è non proibire. Piuttosto parlatene e parlatene tanto con i vostri figli, come fareste (ci auguriamo) nel momento fatidico dell’avvicinarsi della prima volta. Lo dovete fare per proteggerli e per parlare insieme dei rischi che comporta internet. Non è facile, perché non avete tutte le informazioni necessarie, ma tranquilli che non è cambiato nulla da quando vostra madre vi metteva in guardia dai pericoli del mondo esterno. Così i vostri figli sapranno che non siete contrari al fatto che loro siano online e che esplorino internet e che voi, voi siete il faro nella loro notte. Che se avranno dei problemi, insomma, potranno sempre parlarne con voi.

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Navigate insieme: fiducia e privacy

Trovate dei momenti in cui esplorare insieme il magico mondo di internet. Sarà un modo non solo per passare del tempo insieme, ma anche per stabilire implicitamente quello che è giusto da quello che non lo è. Sarà un modo anche per osservare come navigano i vostri figli: se sanno distinguere un sito truffa da uno che non lo è, capire i suoi gusti e dargli piccoli consigli di comportamento online in una modalità sicuramente più piacevole e rilassata di un sermone calato dall’alto. Sarà bellissimo poter essere i primi a mostrargli Netflix, SkyGo, a spiegargli cos’è Wikipedia, i piccoli trucchi per fare le ricerche su Google e soprattutto discutere di sicurezza, password e dati personali immessi online. Non c’è nessuno al di fuori di voi che possa insegnargli cosa è importante sapere sulla privacy online.

Sarebbe una buona idea coinvolgerli nell’installazione di un antivirus: non dobbiamo terrorizzarli alla Black Mirror, ma spiegargli le possibilità e i rischi dei crimini informatici proprio come gli avete spiegato che è importante non perdere le chiavi di casa o lasciare la porta aperta.

Se non lo faresti offline, non farlo online

Trovarsi dietro uno schermo fa sentire immotivatamente al sicuro. Allo stesso modo dovreste aiutare i vostri figli a capire che ciò che si fa online ha delle ripercussioni nella vita vera. Questo è vero per una gran numero di cose. La prima è che internet non dimentica: è importante che raggiungano la consapevolezza che tutto quello che postano non verrà mai del tutto cancellato dalla rete, e, più comunemente, che un giorno verranno giudicati dagli esaminatori di scuole, università e aziende sulla base della loro identità digitale. Così una foto di loro come gioventù bruciata da postare su Facebook non è una grandissima idea.

Inoltre è importante sensibilizzare i ragazzi all’importanza del loro comportamento verso gli altri. Condividere una foto privata di un loro amico, lasciare commenti cattivi anonimi è sbagliato: il cyberbullismo è una cosa reale e uno schermo non li proteggerà né dalle loro responsabilità come branco, né dal fare del male a qualcuno.

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Non accettare caramelle dagli sconosciuti

Old but gold. La vecchia regola di nonna vale anche adesso che i vostri figli sperimentano il web. È importante riuscire a spiegargli i rischi reali di incontrare dal vivo una persona conosciuta online oppure di chattare con persone non chiaramente riconoscibili. Molti pedofili sono diventati digitali: grazie ai profili Facebook sanno in breve dove i vostri figli vanno a scuola, a che orario escono, hanno foto e tempi di spostamento. Spiegategli questo rischio e se avrete fatto bene il vostro lavoro sul punto precedente riguardo la privacy, sapranno che non devono caricare informazioni personali come la loro scuola o il nome della propria palestra.

Fornitegli la regola generale di non accettare richieste d’amicizia da parte di persone che non conoscono nella vita reale, detto questo il pericolo – com’è sempre stato – può esserci ugualmente. Fateli sentire al sicuro e fateli sentire di avere in voi la persona pronta ad aiutarli: se qualcuno li infastidisse o li facesse sentire a disagio ditegli di parlarvi apertamente. Voi non gli controllerete i loro dispositivi, ma siete pronti ad aiutarli senza giudicare.

Questo è un importante esercizio di fiducia, personalmente siamo contrari al consiglio di alcuni di controllare ossessivamente la cronologia dei vostri figli. Dovete formare dei nativi digitali consapevoli e responsabili, non dei maghi del mascheramento.

Piccoli consigli pratici per la sopravvivenza

Dopo aver esaminato le grandi regole per noi fondamentali, veniamo a qualche piccolo consiglio pratico.

  1. I social network forniscono numerose possibilità per limitare la diffusione di dati sensibili. Impostate gli account dei vostri figli come privati e oscurate la visualizzazione delle informazioni a chi non è amico. Inoltre potete permettere l’invio di richieste di amicizia solo da parte di amici di amici;
  2. Tenete sotto controllo le app installate e le autorizzazioni loro concesse limitando quelle che accedono alla geolocalizzazione dei vostri figli
  3. Impostate il wifi di casa;
  4. Le app possono essere vostre alleate: esiste Family locator, dove potete registrare i telefoni della famiglia. In questo modo voi potrete vedere dove sono loro e loro vedere dove siete voi;
  5. Per i genitori separati consigliamo invece 2Houses, dove registrate appuntamenti medici e gite scolastiche, per aiutarvi a tenere traccia degli impegni di vostro figlio;
  6. F-Secure Mobile Security è un’app antivirus attraverso la quale potete bloccare il download di alcune app non idonee a un ragazzo di 13 anni, come Snapchat o Badoo.

È sempre più importante che nelle scuole sia accessibile un corso di educazione digitale per comprendere i pericoli e le opportunità date dal web. Interessante, sul fronte delle opportunità, è la neonata startup italiana Start2Impact, che si pone l’obiettivo di insegnare nelle scuole le competenze base per le professioni digitali. Sarebbe utile che la scuola insegnasse ai ragazzi come comportarsi online e gli fornisse gli strumenti base per affrontare questo nuovo mondo.

5 lezioni di business che possiamo imparare dai Big Brand

Molto spesso come marketer ci troviamo a parlare a imprenditori che lavorano in Italia nei più svariati settori e che aiutano il nostro paese a progredire nonostante i burrascosi venti di cambiamento a cui sono quotidianamente esposti.

Di solito tutti apprezzano i Big Brand internazionali, li stimano e ne sono anche clienti ma talvolta non imparano da questi alcuni principi fondamentali di business che fanno la differenza nel mondo digitale di oggi.

Vediamo assieme alcune lezioni da parte dei Big Brand che dovrebbero essere assolutamente patrimonio culturale di tutte le vere aziende.

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1. Focus sul Customer Service

Amazon NON domina il mercato dell’e-commerce perché vende tutto al prezzo più basso, ma perché i suoi clienti si fidano ciecamente del suo Customer Service.

Qualche mese fa mi è capitato personalmente di utilizzare un prodotto che avevo comprato su Amazon, ma mi ero reso conto che non era all’altezza delle mie aspettative. La mia richiesta di reso non rispettava proprio alla lettera tutte le policy Amazon, ma una volta spiegato con dovizia di particolari le motivazioni della mia richiesta di reso, mi è stata concessa una deroga. Non c’è bisogno di aggiungere che con i soldi riaccreditati io ho fatto subito un nuovo acquisto su Amazon, no?

2. Porta valore ai tuoi Clienti

Tutte le vere aziende portano valore ai propri clienti finali. Facebook aiuta le persone a rimanere connesse l’una con l’altra, Amazon consegna ciò che ci serve nel minor tempo possibile e nel miglior modo possibile, Apple crea i prodotti di design più desiderati del mondo mobile e desktop.

La domanda da porsi sempre per migliorare costantemente la propria azienda è: come posso fare per aumentare il valore percepito dai miei clienti finali? 

E questa domanda non se la deve porre solo il marketing manager, ma ogni responsabile di linea aziendale altrimenti sarà sempre presente in azienda un anello debole nella catena del valore che giunge al cliente finale.

 

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3. Ascolta sempre il tuo Mercato

Le aziende che portano valore ai loro clienti sono sempre in ascolto di ogni rumors del loro mercato di riferimento.

Saper aprire con i propri clienti e gli influencer del mercato un canale di comunicazione autentico e funzionale è una conditio sine qua non per rimanere leader e non prestare il fianco a qualche onda di mercato imprevista.

Curare ogni comunicazione ufficiale e ogni attacco social con un tone of voice unico, gestire al meglio le interazioni one-to-one con i clienti, “sniffare” ogni conversazione sul brand aziendale e saper gestire al meglio il canale dei feedback diretti sono tra gli ingredienti fondamentali per avere una buona reputazione sia online che offline.

4. Domina la tua Nicchia

Le aziende non scalano profittevolmente il proprio business se non hanno prima raggiunto la leadership nella loro nicchia di partenza. In caso contrario, si creano le potenziali minacce per far crollare le fondamenta della propria crescita aziendale.

Amazon inizialmente era una libreria online. Google solo un motore di ricerca. Facebook era il Social Network della Harvard University.

Scalare senza aver creato una zona di sicurezza è il miglior modo per cadere rovinosamente più in basso di dove si è cominciata la scalata.

5. Semplifica i Processi

Semplificare i processi aziendali all’interno significa renderli più semplici anche per i clienti finali che interagiscono all’esterno con l’azienda stessa.

Ricostruire i flussi operativi e renderli riassumibili graficamente è una delle pratiche alla base del Design Thinking che viene costantemente utilizzato per rimappare i processi delle aziende più innovative. Questa “buona pratica” deve essere un metodo iterativo cioè una pratica ripetuta nel tempo con l’obiettivo di avvicinarsi a un risultato desiderato.

Quasi sempre il miglioramento dei processi di logistica ad esempio fa la differenza tra un cliente contento e un cliente profondamente scontento.

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Uno dei modi migliori per cominciare ad implementare queste buone pratiche all’interno delle proprie aziende è identificare dei segmenti aziendali che faranno da “beta tester” in modo che la produzione non risentirà dei test in maniera significativa.

Quindi:

Ipotesi da validare —> Beta Testing —> Implementazione su larga scala

Una volta valutato positivamente un “esperimento” lo si mette in produzione su larga scala.

Provaci sin da domani, ci sono i Big Brand a testimoniare che è la strada giusta per crescere ?

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Come sfruttare Instagram per promuovere i tuoi post blog

Hai appena terminato la tua ultima fatica, l’ultima revisione è solo un ricordo, l’immagine di anteprima la giusta cornice. Hai contato e ricontato battute e parole, inserito keyword e soprattutto dato sfogo alla tua creatività. Il tuo post blog brilla di luce propria nella homepage del tuo blog, come la Gioconda nelle gallerie del Louvre.

E ora? È arrivato il momento di sguinzagliare lo share compulsivo. Il mondo social attende il tuo ultimo capolavoro. Che si tratti di un contenuto per promuovere il prodotto di punta dell’azienda per cui lavori, il racconto del tuo ultimo viaggio o un ottimo how to quello che conta è poterlo promuovere e condividere sul web.

Instagram

Via libera alla condivisione su Facebook, Linkedin e Twitter. E per Instagram? Siamo proprio sicuri di volerci accontentare del classico link in bio?

Oggi vogliamo parlarti proprio di questo, di come sfruttare al meglio Instagram per condividere, promuovere e sicuramente valorizzare un post blog.

Ebbene sì, non dobbiamo dimenticare che Instagram rimane il secondo social network più usato dagli italiani e che ad oggi sono più di 14 milioni gli utenti attivi ogni mese. Ma andiamo con ordine.

1. Non limitarti al link in bio

Come dicevamo, il modo più semplice per dirottare i nostri followers di Instagram su una pagina web, o un blog come in questo caso, è quello di inserire un link nella bio collegato al nostro post blog, per esempio, e aggiornare e modificare questo link ogni volta che pubblichiamo un nuovo contenuto.

Ma diciamocelo onestamente, quando si possiedono un blog, un sito personale e magari anche numerosi profili social, il fatto di poter inserire un solo link nella bio di Instagram può risultare estremamente limitante.

Instagram

In alternativa, ma non consigliabile, è possibile inserire il link anche nei post e nei commenti, ma questo non sarà cliccabile. Il processo di conversione diventa così più complicato e difficilmente incontreremo persone disposte a copiare e incollare il nostro link e atterrare sul nostro magnifico post.

Ecco perché ti consigliamo di utilizzare le immagini e gli album di Instagram e trasformare i passi rilevanti in immagini. Come? Vai diretto al punto due.

2. Trasforma il post blog in un album di immagini Instagram

Post multi-immagini, carosello, album. Chiamiamoli come vogliamo ma gli album di Instagram hanno rivoluzionato il modo di comunicare sul social delle immagini per eccellenza e i brand lo hanno capito.

Gli album di Instagram possono contenere fino a dieci foto e un video, una vera e propria narrazione social (ma di questo parleremo più avanti). Ecco perché si rende necessaria la scelta di immagini belle, significative e d’impatto.

InstagramQuello che stiamo dicendo è di provare a raccontare e trasformare il contenuto del post blog in singole immagini da pubblicare in sequenza utilizzando il formato album.

Se il post blog contiene un’intervista potrebbe essere interessante creare un album nel quale ogni immagine contiene un passo saliente del discorso. Se il post contiene un tutorial o un how to, ogni immagine dell’album di Instagram potrebbe contenere un passaggio o una fase del tutorial.

LEGGI ANCHE: Novità da Instagram Stories per utenti e inserzionisti

3. Definisci una storyboard completa

È la narrazione di cui parlavamo prima. Trovare delle belle immagini non è sufficiente. Quello che conta è come utilizziamo immagini, testi e video per trasformare il nostro post blog in un contenuto visuale.

Crea una storyboard del tuo post, definisci la trama: un incipit, un corpo e una conclusione e alterna immagini e video per delineare il racconto. Stabilisci esattamente la sequenza delle immagini.

Non dimenticare di inserire una call to action. Stabilisci se inserirla alla fine dell’album (nell‘ultima immagine per esempio) o in una posizione più centrale. Quello che ti invitiamo caldamente ad evitare di fare è copiare e incollare interi passi del post in una sequenza di immagini solo testo. I tuoi followers non apprezzerebbero.

Instagram

4. Scrivi una breve ma efficace didascalia

Che Instagram sia il social network delle immagini non c’è dubbio ma non dimenticare di spiegare quello che hai realizzato. Una didascalia efficace in questo caso potrebbe contenere il titolo e il sottotitolo del blog post per esempio. Il testo della didascalia dovrebbe essere informativo, divertente e visivamente accattivante.

Inserisci nella didascalia la call to action dedicata ai tuoi followers e, visto che parliamo di album e di immagini in sequenza, è buona pratica inserire nella didascalia una dicitura che invogli e indichi agli utenti di procedere con la sequenza delle immagini.

LEGGI ANCHE: Come utilizzare gli album di Instagram senza perdere follower

5. Crea un post blog a puntate

È vero, fino ad ora ti abbiamo consigliato l’utilizzo di album ma ora ti suggeriamo un metodo alternativo per innescare ancora più curiosità tra i tuoi follower. Che ne diresti di una storia a puntate? Cosa vogliamo dire? Per massimizzare la visibilità del tuo Instagram post blog potresti pubblicare e condividere le immagini che compongono l’album in diversi giorni o settimane.

Potresti decidere per esempio di farlo diventare un appuntamento fisso o semplicemente un incipit creativo che rimanda al post blog completo. Questa pratica potrebbe servirti per assicurarti di raggiungere un numero più elevato di utenti, che in questo caso vedrebbero pubblicato più volte un contenuto visual relativo ad uno stesso post blog.

Che ne pensi?  Ore non ti rimane che provare! Hai altri spunti da suggerirci e condividere con la nostra community? Aspettiamo i tuoi commenti, naturalmente sulla nostra fanpage di Facebook, su Twitter e sul nostro gruppo LinkedIn

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iPhone X, il futuro dello smartphone secondo Apple

Dieci anni dopo il lancio del primo iPhone, Apple ha ancora molto da dire: “One more thing”, annuncia Tim Cook a metà del keynote del 12 settembre che ha già visto come protagonisti la terza serie di Apple Watch, una nuova Apple TV in versione 4K e due nuovi smartphone, iPhone 8 e iPhone 8 Plus.

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Un anniversario che non poteva esser tralasciato: ecco allora l’annuncio di quel melafonino che negli ultimi quattro anni è stato pronosticato più e più volte. iPhone X – dove X sta per “ten” -, uno smartphone tutto schermo, che abbandona il tasto Home per il riconoscimento facciale.

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iPhone X, il futuro dello smartphone

Nel 2007, al suo debutto, iPhone cambiò il settore della tecnologia mobile: dettò le regole per l’esattezza e tutto il mercato dovette adeguarsi a standard più elevati, a costi più alti e a design più ricercati. In poco tempo lo smartphone è diventato il core business di Apple, superando i Mac e i Macbook: un ecosistema basato non soltanto sull’hardware, ma anche sulla peculiarità del software e su un altro mercato importante, quello delle app.

Ma questo è un discorso che ormai tutti conosciamo: non importa essere fan o detrattori di Apple per confessare la rivoluzione iniziata con iPhone e App Store. Andiamo invece a vedere iPhone X nel dettaglio.

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La novità più evidente è il design borderless: la parte anteriore è completamente occupata dallo schermo, salvo per la parte superiore che è occupata dalla fotocamera anteriore, dai sensori e dalla capsula auricolare; il back è anch’esso in vetro, come già era stato per iPhone 4 e 4S, mentre il frame è in acciaio chirurgico inossidabile, resistente all’acqua e alla polvere. iPhone X ha una tecnologia OLED ed è un super Retina Display da 5,8 pollici.

Il secondo aspetto fondamentale di iPhone X: il Face ID. Cook ricorda alla platea del keynote che se con il touch ID la possibilità di errore è 1 su 50mila, con il riconoscimento facciale di Apple l’errore è 1 su 1 milione. La mappatura facciale analizza più di 30.000 punti invisibili e servirà a sbloccare anche i pagamenti, oltre che per autenticarsi.

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La fotocamera con riconoscimento facciale, il TrueDepth  non servirà solo per questo: può infatti analizzare oltre 50 movimenti dei muscoli facciali e replicare le espressioni del viso. Dal momento che iPhone è anche divertimento, ecco allora le Animoji, le emoji animate che si potranno realizzare grazie appunto al riconoscimento facciale e che potranno esser condivise con gli amici. Si può scegliere tra 12 personaggi diversi: il panda, la volpe, il gattino, l’unicorno e sì, anche lei:

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iPhone X include già al suo interno il supporto per la ricarica wireless, per la quale sono stati pensati una serie di accessori, tra cui Air Power, una base abbastanza grande da poter caricare contemporaneamente più device.

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Il cuore di iPhone X è A11 Bionic: un microprocessore che può svolgere fino a 600miliardi di operazioni al secondo, più veloce del 70% rispetto al chip A10 Fusion: le performance devono garantire la velocità di face ID e una durata più lunga della batteria che a detta di Apple è superiore di due ore rispetto a iPhone 7.

Ed ecco gli aspetti pratici più importanti: iPhone x sarà disponibile in preorder dal 27 ottobre 2017 e avrà un costo iniziale di 999 dollari: ahinoi, però, in Italia il costo di partenza è di ben 1189 euro per il modello da 64 gb.

Le altre novità Apple: Watch 3, Apple TV 4K e iPhone 8 e 8 Plus

Lasciamo da parte iPhone X, di cui sentiremo ancora parlare a lungo, e andiamo a vedere le altre novità annunciate da Apple. Partiamo dalla terza serie di Apple Watch: prestazioni tecniche a parte, che vedono il nuovo modello come l’ideale accompagnatore delle attività sportive più estreme, nuoto compreso, Watch 3 è ora LTE e permette dunque di effettuare chiamate senza appoggiarsi al traffico dati del proprio smartphone. I modelli a disposizione aumentano, mentre Apple sottolinea come la vendita di Apple Watch abbia superato quella persino dei Rolex nel 2016.

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Apple non si limita a migliorare i propri device wereable e mobile, ma ha in serbo delle news anche su Apple Tv che migliora grazie alla tecnologia 4K e all’High Dynamic Range o Hdr, per una maggior nitidezza e qualità.

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E infine, iPhone 8 e iPhone 8 Plus che sembrano effettivamente un aggiornamento molto limitato della serie precedente.

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Il design è in vetro, contornato in alluminio come per iPhone X, con tre diverse possibilità di rifiniture: argento, grigio siderale e oro. La superficie in vetro posteriore nasconde poi il dispositivo per la ricarica wireless, come per iPhone X. Nuova tecnologia True Tone per il display, che migliora il bilanciamento del bianco secondo le condizioni di luce e permette una maggiore gamma cromatica. Il punto più importante dei due nuovi modelli è la fotocamera, da 12 megapixel, che è lievemente più evoluta di quella di iPhone 7 Plus, soprattutto in modalità Ritratto.

Anche per questa serie, come per X, abbiamo il nuovo microchip A11 Bionic, dunque prestazione elevate per supportare anche la Realtà Aumentata durante ad esempio l’utilizzo di videogiochi.

La serie 8 sarà in preorder già dal 15 settembre e in vendita dal 22: il costo di partenza sarà di 839 euro per iPhone 8 e 949 per la versione Plus.

Apple Park e la visione del futuro di Steve Jobs

Alla fine di questo keynote viene da chiedersi: è questo il futuro di Apple che Steve Jobs desiderava? All’inizio dell’evento Tim Cook ha ricordato alla platea: “Lo spirito di Steve, sarà sempre parte del DNA di Apple”.

Ci sono sicuramente degli aspetti che non sono mai cambiati: l’ambizione, la ricerca di una user experience unica, l’idea di creare un sistema di software e hardware unico e difficilmente ripetibile. La sensazione che questo keynote ha lasciato è quello di una promessa mantenuta dopo anni di richieste e aspettative: per arrivare a iPhone X c’è voluto molto cammino e ci si aspettava che questa grande novità arrivasse molto prima. Forse è stato più giusto attendere e commemorare così i dieci anni di iPhone.

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O forse la direzione segnata da Steve Jobs è più grande e va oltre la semplice rivoluzione tecnologica: il nuovo campus Apple Park di Cupertino, nel cuore di Santa Clara Valley, il luogo che ha ospitato la convention, è una struttura enorme che si estende a livello circolare e che è totalmente autosostenibile dal punto di vista energetico. Un posto che ospiterà circa 12mila dipendenti, non semplicemente la “Sede di Apple”, ma un campus vero e proprio: un nuovo inizio per lasciarsi alle spalle le grandi aspettative legate al ricordo di Steve Jobs, a cui è dedicato l’edificio dell’auditorium principale, lo Steve Jobs Theatre.

Un edificio di vetro all’esterno e che prosegue sotto terra, dove si trova la sala principale con 1000 posti a sedere: un luogo emblematico per ricordare Jobs. È arrivato il momento di metter da parte le icone del passato? Forse, ma non sarà facile per Tim Cook, nonostante sia ormai al comando di Apple da ben 6 anni. Ma si sa: non è facile scrollarsi il peso di un’importante eredità quando questa ha rivoluzionato gli ultimi dieci anni di storia.

ROI formazione aziendale

Come misurare il ROI di un programma di formazione aziendale

Parlare di formazione aziendale significa innanzitutto intendere le risorse umane come capitale in termini di competenze, conoscenze e professionalità per incrementare la produttività dell’organizzazione stessa. Questo porta le aziende ad investire sempre di più in programmi formativi, con una spesa superiore ai 130 miliardi di dollari a livello mondiale, secondo quanto riportato dall’ultimo Corporate Learning Factbook diffuso da Forbes.

Uno studio pubblicato dall’International Journal of Academic Research in Business and Social Sciences, inoltre, evidenzia che le organizzazioni che formano e sviluppano i propri dipendenti riscontrano una maggiore redditività “coltivando atteggiamenti più positivi verso l’orientamento del profitto”. Al tempo stesso i dipendenti migliorano le competenze nel proprio ruolo aziendale e gli obiettivi aziendali vengono raggiunti con più efficacia.

Sviluppare capacità e competenze, ma soprattutto coltivare talenti in azienda oggi significa non costruire semplici programmi di formazione, ma vere e proprie esperienze di apprendimento, che accompagnino la crescita di questo capitale umano, tanto più efficaci, quanto più siamo in grado di misurarne i risultati e indirizzarne gli obiettivi.

Se non puoi misurarlo, non puoi gestirlo” affermava il guru del management Peter Drucker e questo assunto è valido anche nel dipartimento formazione e sviluppo.  Siamo davvero in grado di misurarne il ritorno sull’investimento e secondo quali metriche e parametri dovremmo valutarlo?

Valutare i risultati di un programma di formazione aziendale

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Formazione aziendale: programmare, misurare, analizzare

Ogni anno i Responsabili delle Risorse Umane e i Manager devono impegnarsi per individuare quali siano le metodologie più efficaci per far crescere il proprio team, per restare competitivi e migliorare l’efficacia produttiva. La formazione è diventata sempre più centrale nel corso del tempo, soprattutto dopo l’avvento del digitale, ambito nel quale è ancora necessario sviluppare e rafforzare le competenze.

Come riportato nella recente ricerca Bersin di Deloitte, se negli ultimi cinque anni le aziende hanno investito miliardi di dollari tecnologia e digitale come soluzioni cloud e software di automazione, oggi è tempo di coinvolgere le risorse umane in azienda in questa innovazione, aumentandone la consapevolezza digitale, e potenziare attraverso collaboratori e dipendenti proattivi e competenti la spinta competitiva offerta dalla tecnologia.

Il rischio, però, potrebbe essere quello di concentrarsi troppo sulla fase di programmazione delle attività di formazione aziendale e di perderne di vista l’effettiva attuazione e i risultati. In pratica, non è sufficiente erogare formazione perché questa sia efficace, ma è necessario valutarla come qualsiasi altro investimento. Solo così si può essere in grado di rispondere alla fatidica domanda: “Vale davvero la pena di investire in formazione aziendale?”.

Per questo motivo, è molto importante stabilire da subito gli obiettivi e le metriche di valutazione per misurare l’efficacia dei programmi di formazione: il bilancio tra risorse impiegate (anche in termini finanziari) e risultati ottenuti potrà offrirci un quadro chiaro.

Secondo Donald Kirkpatrick, presidente dell’American Society for Training and Development (ASTD), esiste una vera e propria tassonomia di diversi tipi di dati che possono essere utilizzati nella valutazione dei programmi di formazione nelle organizzazioni.

Analizziamoli insieme.

Valutare i risultati di un programma di formazione aziendale

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1. Reazione del personale alla formazione aziendale

Questo è il primo livello di misurazione di un programma di formazione aziendale e permette di valutare come i partecipanti si sentano rispetto alla sessione di formazione che hanno appena frequentato. La domanda a cui i dipendenti dovrebbero rispondere è: “Qual è il tuo grado di soddisfazione?”.

Un esempio molto pratico e diffuso di come poter misurare la reazione del personale è quello dei classici questionari di valutazione, sia rispetto ai contenuti del programma che rispetto all’approccio didattico e comunicativo del docente. Il sistema migliore è somministrare questionari che restino anonimi, in modo da poter raccogliere reazioni non abbiano bias.

I risultati di questo primo livello di misurazione, tuttavia, rispecchiano una fase momentanea dell’efficacia, dato che normalmente un programma di formazione aziendale non è indirizzato solo al raggiungimento della felicità da parte del personale, ma si pone obiettivi più profondi.

Ecco che si passa quindi al secondo livello.

2. Apprendimento effettivo di conoscenze e competenze

Il secondo livello di misurazione e controllo di un programma di formazione aziendale permette di capire effettivamente in quale misura i partecipanti abbiano assimilato e fatto proprie le nozioni, conoscenze e competenze trasmesse.

La domanda a cui dare risposta in questa seconda fase è: “In che modo e a che livello i dipendenti hanno cambiato il proprio modo di operare?”.

Per individuare i miglioramenti dopo la fase di apprendimento, è possibile valutare direttamente i partecipanti, magari utilizzando test di conoscenza, somministrati rispettivamente prima e dopo il programma di formazione aziendale.

ROI di un programma di formazione aziendale

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3. Comportamento sul lavoro dopo il training

Questo è il terzo livello di misurazione e permette di verificare il cambiamento in termini di comportamento sul lavoro dopo la formazione.

L’obiettivo, in questo caso, è valutare il cambiamento di comportamento dei partecipanti: domande aperte, simulazioni o osservazioni dei comportamenti da parte dei Manager, permetteranno di ottenere una valutazione chiara di quanto il programma di formazione aziendale abbia effettivamente inciso sui comportamenti.

Formazione aziendale

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4. Risultati qualitativi e quantitativi

Il quarto livello di valutazione misura il ritorno in termini di profitto, di vendite, di qualità, di tempi di esecuzione, di attrito all’interno del team e di impegno personale dopo le attività formative.

Tutti questi punti sono importanti perché riguardano in modo diretto i piani aziendali complessivi sul lungo periodo.

In questo caso è necessario raccogliere dati da più fonti e da più settori dell’azienda per valutare anche a livello quantitativo i risultati raggiunti. Se il programma di formazione aziendale è stato davvero efficace, anche i dati di lungo periodo rispecchieranno questo successo.

Dopo un confronto con il periodo precedente, i dati andrebbero diffusi internamente, per mostrare anche al personale i risultati raggiunti grazie al loro impegno nelle attività di formazione. Questo si trasformerà in una motivazione ancora più forte durante il prossimo programma di formazione aziendale, amplificandone i risultati.

video nativi su linkedin

Video nativi su LinkedIn: come impiegarli nella tua strategia

Il futuro è video. Lo sanno bene Snapchat, Facebook, Instagram, e lo aveva intuito Twitter con l’acquisto di Periscope. Un po’ in ritardo rispetto ai suoi competitor, anche LinkedIn ha compreso le potenzialità del video marketing, tanto che nelle prossime settimane, ai contenuti testuali, tutti gli utenti di LinkedIn potranno aggiungere al proprio profilo anche video nativi.

LinkedIn punta sui video nativi

Su LinkedIn, ogni giorno, milioni di professionisti fanno networking, scambiandosi informazioni su lavoro, carriera, interessi, e sono molti coloro che ne traggono vantaggio. Per questo, LinkedIn continua a investire sull’interazione tra i suoi membri, stimolando l’aggiornamento continuo e la discussione tra gli utenti, creando un ambiente virtuale stimolante per chi cerca offerte lavorative o proposte economiche.

Più potente della parola scritta e, talvolta, delle immagini, il video è un eccellente strumento per presentare te stesso, la tua azienda, costruire la tua reputazione intorno a un tema e farti notare dalle persone che condividono i tuoi stessi interessi.

Questi sono solo alcuni dei modi in cui puoi utilizzare i video nella tua strategia, ma, passiamo alla pratica. Sei pronto per iniziare la registrazione? Ecco come fare.

Come caricare video nativi su LinkedIn

Video nativi su LinkedIn. Come usarli

La nuova funzione sarà disponibile solo da mobile, quindi, per prima cosa, scarica o aggiorna l’applicazione mobile LinkedIn, poi cerca la casella di condivisione nella parte superiore del feed (iOS) o il pulsante post (Android), tocca l’icona della videocamera, per registrare un nuovo video o caricare un video che hai già registrato in precedenza (la dimensione massima del file da caricare è di 5 GB).

Se non hai ancora questa funzionalità, pazienta ancora un po’, perché entro la fine del 2017 tutti potranno registrare o caricare video nativi su LinkedIn.

La lunghezza massima per un video è di dieci minuti, sebbene LinkedIn raccomandi di registrare o caricare video che abbiano una lunghezza tra i 30 secondi e i cinque minuti.

Prima o dopo aver caricato il video, aggiungi una descrizione dettagliata (fino a 700 caratteri) al tuo aggiornamento, facendo riferimento al contenuto del video, inserendo un link al tuo blog o collegamenti a piattaforme di approfondimento esterne, includendo una call to action, taggando le persone che desideri menzionare e usando hashtag pertinenti.

Dai un’occhiata all’account LinkedIn di Mirko Saini.

Se non ti piace l’idea di lavorare alla descrizione del video direttamente sull’app di LinkedIn, puoi scriverla e inviartela via mail o utilizzare app come Note, Evernote o Google Documenti, e poi fare copia e incolla su LinkedIn.

Quando video e descrizione sono ultimati, tocca Post, come faresti per un qualunque altro aggiornamento, e mentre l’aggiornamento di stato si sta caricando, se hai un telefono Android, puoi fare altro, mentre se usi un iPhone, è necessario che tu rimanga all’interno della app fino a completo upload.

C’è dell’altro: sempre da app mobile, puoi copiare il link del tuo video nativo e aggiungerlo al tuo profilo. Come? Fai clic sull’icona a tre punti in alto a destra del tuo post e scegli Copia link al post.

Entra nelle impostazioni del tuo profilo, modifica la sezione introduttiva e carica il video in Media.
Dopo averlo copiato, puoi anche condividere il link del video su qualsiasi altra piattaforma.

Come usare video nativi su LinkedIn

Vuoi aggiungere il video a Publisher? Fai uno screenshot, copia il link del video e poi collega l’immagine al video.

E gli insight? Dopo aver pubblicato un video, puoi visionare gli insight, sia nella versione mobile che nella versione desktop, e sapere chi lo ha visualizzato, quante visite o commenti hai ricevuto, valutare se stai raggiungendo le persone e le aziende che ti interessano.

Come per Facebook, i video nativi su LinkedIn partiranno in autoplay e senza audio, per cui le persone dovranno attivare l’audio per ascoltare la tua voce.

Per il momento, LinkedIn non concederà alle pagine aziendali la possibilità di pubblicare video nativi, ma non è detto che non implementi questa funzionalità in futuro. Non dimentichiamo che finora, a meno che tu non fossi uno degli Influencer della piattaforma, l’unico modo per utilizzare il video su LinkedIn era quello di condividere un link YouTube o Vimeo, penalizzando così la portata del contenuto video.

Insomma, un passo in avanti LinkedIn l’ha fatto.

Best practice

Il video marketing continua ad affermarsi come strumento di business, sia per grandi brand che per neofiti del web marketing, e sta diventando sempre più chiaro quanto possa essere potente ed efficace.

Se hai intenzione di incrementare la notorietà del tuo brand, presentare te stesso, le tue competenze e la tua azienda, rispondere alle domande frequenti del tuo settore o che rivolgono alla tua azienda, mostrare demo, ottimizzare la strategia di lead generation, fidelizzare i tuoi clienti, aumentare le conversioni, promuovere un evento o una conferenza, un corso, un libro, un webinar, un video tutorial che soddisfi un’esigenza degli utenti, o se intendi presentare un nuovo prodotto, la scelta dei video nativo su LinkedIn è logica ed efficace.

Non dimenticare di includere una call to action, e tieni a mente la regola 80/20 (il tuo contenuto deve essere per l’80% utile e per il restante 20% promozionale).

Un video ben progettato può divertire, ispirare ed educare gli utenti sulle attività della tua azienda o dell’azienda per cui lavori, però ricorda: LinkedIn, a differenza di altre piattaforme, è fortemente orientato al business, per cui ti consiglio di creare o caricare video professionali, di alta qualità, pertinenti al brand che hai creato su LinkedIn, e di lavorare all’editing del video.

Applicazioni per la creazione dei video

Video nativi su LinkedIn. Come usarli

Ad esempio, potresti produrre i tuoi video sul desktop e inviarli al tuo telefono, prima di caricarli.

Esistono comunque diverse applicazioni per la creazione dei video.

Fabrizio Ulisse, cofounder di Vudio, agenzia che aiuta aziende e organizzazioni a integrare video e live streaming in progetti editoriali e di storytelling, consiglia per iOS, Apple Imovie, ottimo sia per iphone che per ipad; per Android la sua scelta ricade su Cyberlink PowerDirector.

Inoltre, per entrambe le piattaforme, consiglia Adobe Premiere Clip, utile per cose rapide, e Clips, la nuova app di Apple per creare video.

Cosa è efficace per il tuo pubblico?

Se da un lato i video tendono a ottenere buone performance sui social, prima di integrarli nella tua strategia di web marketing, valuta se possono essere davvero efficaci per il tuo pubblico.

E tu, hai già caricato o registrato video nativi su LinkedIn? Che risultati hai ottenuto? Diccelo sulla nostra pagina Facebook, su Twitter o nel nostro gruppo LinkedIn!

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Non solo YouTube: Patreon e Twitch alla riscossa

Dal nuovo volto grafico alla creazione di spazi stabili presenti in diversi paesi, YouTube sta rimodulando il proprio assetto in vista delle nuove sfide che internet pone. Tra i tanti cambiamenti, ti abbiamo raccontato della cosiddetta Adpocalypse e di spunti alternativi con cui continuare a guadagnare con YouTube.

LEGGI ANCHE: YouTube e Adpocalypse, colpo di grazia agli youtuber?

Gli youtuber, però, non si sono limitati a reinventarsi per la piattaforma che gli ha permesso di guadagnare negli ultimi anni: prima di essere tali, ognuno di loro è un content creator. Ovviamente, quindi, i loro contenuti possono essere destinati ad altre realtà e a progetti diversi dalla famosa piattaforma di video sharing, come ad esempio Patreon e Twitch.

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LEGGI ANCHE: YouTube e Adpocalypse vol. 2: guadagnare sulla piattaforma di video sharing

Patreon

Patreon si basa essenzialmente sul crowdfunding (“finanziamento dalla folla”), la raccolta di fondi attraverso contributi volontari da parte degli utenti (patrons, “benefattori”).

Nata nel 2013, fondata dal musicista Jack Conte e dallo sviluppatore Sam Yam, permette a un qualsiasi artista, o nel senso più ampio content creator, di farsi finanziare dalle stesse persone che fruiscono dei propri contenuti.

Perché tu, internauta, dovresti iscriverti a un portale del genere e fare donazioni periodiche a uno sconosciuto? Principalmente per fruire di contenuti esclusivi per te, misurati e selezionati a seconda del tipo di donazioni che faresti.

LEGGI ANCHE: Come creare un video da un articolo del vostro blog

Ciò ha permesso ai creator di consolidare una community intorno al proprio lavoro e, a volte, di guadagnare anche di più rispetto agli introiti del consueto advertising da video (a maggio 2017 Patreon ha annunciato di aver di avere più di 50.000 creator attivi, un milione di clienti mensili per una cifra da redistribuire che si aggira intorno ai 150 milioni di dollari).

Un utente iscritto a Patreon può scegliere di donare mensilmente una quota fissa a un creator, sbloccando così contenuti a fasce; ad esempio, contenuti random prodotti per tutti gli utenti che donano mensilmente un dollaro, contenuti particolari per chi ne dona dieci, contenuti su commissione per chi ne dona 50 e così via, nei modi più fantasiosi.

Il creator, quindi, ritaglierà contenuti diversi, anche ad hoc, mentre ogni patron può disdire la sua affiliazione in qualsiasi momento. Un esempio? I TheShow hanno spiegato ai propri utenti come finanziarli sul sito statunitense.

Twitch

Un’altra piattaforma che ultimamente ha visto un incremento del flusso migratorio in entrata è Twitch. Hai mai pensato di guadagnare giocando a un videogioco? No, aspetta! Non licenziarti! Il discorso è un tantino più complesso.

Twitch è una piattaforma di video streaming introdotta nel 2011 in qualità di spin-off del sito Justin.tv; è stata poi acquistata da Amazon nell’agosto del 2014.

A fronte dell’Adpocalypse, alcuni youtuber hanno tentato di mantenere più o meno fisso il regime dei propri guadagni alternando l’attività sulla piattaforma di video sharing a quella di video streaming di proprietà di Amazon.

Seppur alcuni di essi usassero entrambi ancor prima della “grande restrizione” di YouTube, Twitch è sembrata una buona alternativa per alcuni, anche per il creator più in voga di YouTube, PewDiePie, che a ridosso dei cambiamenti di aprile-maggio non ci ha pensato due volte prima di lanciare una propria trasmissione su Twitch.

Ad ogni modo, per monetizzare su Twitch bisogna fare numeri, proprio come per YouTube e per farlo la via più diretta è diventare un partner.

Lo stesso sito spiega che diventando partner è possibile monetizzare con l’advertising e tramite donazioni volontarie degli utenti. Indirettamente, poi, lo streamer può anche sottoscrivere collaborazioni parallele sponsorizzando altri tipi di prodotti durante le proprie live.

Proprio come detto per Patreon, anche Twitch è un’opportunità per creare una community fidelizzata intorno ai propri contenuti.

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Altri lidi

Ovviamente i due siti sopra citati non sono gli unici due modi per correre ai ripari dalla Adpocalypse o, più semplicemente, per cercare modi alternativi per guadagnare online con i contenuti da te creati.

Vimeo, nato nel 2004, è una piattaforma di video sharing che non consente opere non create unicamente dall’utente e che permette ai propri utenti “pro” di ricevere donazioni e di creare video pay to view. Con la funzione “tip jar” è possibile inserire nel proprio video dei pulsanti per donazioni effettuate tramite Paypal o carta di credito (il sito ne trattiene orientativamente il 15%).

Dailymotion, dell’omonima società francese che ha aperto il sito nel 2005, si è distinto negli anni come uno dei maggiori competitor di YouTube. Il sistema di guadagno si basa esclusivamente sulle ads proporzionate alle visualizzazioni.

Metacafe è vecchietto, del 2003! Il sito californiano (San Francisco) è specializzato negli short video e collabora direttamente con diversi brand. Questo gli permette di rivelarsi una buona piattaforma per la monetizzazione. In particolare, i creator iniziano a guadagnare dalle 20.000 visite, raccogliendo poi 5 dollari ogni 1000 views.

Insomma, se vuoi produrre contenuti audiovisivi e monetizzare i modi sono tanti. Tutto sta alla tua voglia di fare, creatività e capacità di raggiungere viralità con ciò che crei! Le alternative sono tante e (speriamo di no), alla prossima Adpocalypse!

Novità da Instagram Stories per utenti e inserzionisti

Parliamo ancora una volta di Instagram Stories, stavolta per una serie di novità appena introdotte e dirette sia alla community degli utenti che alle aziende e agli inserzionisti.

Siamo ormai pronti a seguire tutti i cambiamenti e le nuove funzionalità di questo social network prezioso soprattutto per l’engagement che garantisce, quindi senza perdere altro tempo, scopriamo insieme tutti gli ultimi aggiornamenti.

Novità negli ads per gli inserzionisti

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Per quanto riguarda le aziende, Instagram ha introdotto oggi una serie di nuove funzioni relative agli annunci. Tra queste:

  • l’integrazione con Canvas di Facebook, per offrire un’estensione senza soluzione di continuità dell’esperienza full-screen delle Instagram Stories;
  • un nuovo tool di caricamento, che consente alle aziende di utilizzare le proprie Storie ‘organiche’ come ads, e di usufruire degli strumenti creativi proprietari della fotocamera di Instagram Stories;
  • l’ottimizzazione della pianificazione, per implementare campagne su più piattaforme (Facebook, Instagram e Audience Network) ed aggiungere Instagram Stories a campagne già esistenti.

Soluzioni sempre più adatte a rispondere alle esigenze degli inserzionisti su più canali social.

LEGGI ANCHE: Come funziona l’algoritmo di Instagram?

Novità delle Instagram Stories per gli utenti

instagram stories

Per quanto riguarda gli utenti, invece, a partire da oggi avremo la possibilità di condividere le nostre storie con un amico tramite messaggio diretto in Direct.

Esattamente come dal feed, sarà possibile condividere un post via messaggio diretto e cliccare sull’icona Direct (quella a forma di aeroplanino) anche mentre si sta guardando una Storia, selezionando un amico o un gruppo di amici per la condivisione diretta.

Le Stories ricevute saranno visibili nell’inbox di Direct e la conversazione sparirà insieme alla relativa Stories una volta scaduto il tempo di visualizzazione nell’app.

Instagram, però, pensa sempre con attenzione anche alle opzioni di privacy. Per questo è possibile escludere la condivisione delle nostre Storie tramite Direct attraverso le impostazioni delle Stories.

L’aggiornamento sarà disponibile in tutto il mondo nelle prossime settimane, sia per iOS che per Android, a partire dalla versione 11.0 di Instagram.

Google AdWords

Il punteggio di qualità AdWords: se lo conosci non ti uccide

Quest’articolo è stato scritto da Gianpaolo Lorusso, Web Marketing & Usability Professional e Docente del Corso in Search Engine Marketing.

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La particolarità che ha decretato il successo di AdWords (che vale circa l’80% delle revenue totali di Google) è sicuramente il meccanismo premiale con cui si determina la posizione degli annunci e il Costo Per Clic. Il CPC viene infatti calcolato ad ogni visualizzazione di annuncio in un’asta che non considera solo il prezzo massimo che l’inserzionista è disposto a pagare, ma anche un Punteggio di Qualità (che va da 0 a 10) attribuito dalla piattaforma.

Questo numero funziona da moltiplicatore del CPC e da divisore della posizione. Quindi, se riesco a farlo crescere, potrei arrivare a pagare i miei clic enormemente meno di altri inserzionisti, i cui annunci appaiono più in basso dei miei!

In tutti questi anni di lavoro su AdWords non sono ancora riuscito a decidere se chi lo ha inventato debba ricevere il premio Nobel o una denuncia per truffa! 😉

AdWords Cost Per Click

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Come si calcola il Quality Score e l’importanza delle parole chiave

Il Quality Score è la somma di tre componenti che “pesano” ciascuno per 1/3 del totale e vengono calcolati in base a:

  • tassi di clic (CTR) degli annunci collegati alle nostre parole chiave rispetto a quelli dei nostri competitor;
  • pertinenza di annunci e contesto della ricerca rispetto alle keyword scelte;
  • esperienza d’uso della pagina di atterraggio delle campagne.

Il tasso di clic è abbastanza intuitivo. Più gli utenti cliccano sui miei annunci più vuol dire che li ho scritti bene e li ho collegati alle giuste ricerche.

La pertinenza delle parole chiave con il contesto della ricerca e il testo degli annunci, merita invece qualche spiegazione in più. Anche perché è stata recentemente oggetto di modifiche.

Al di là del fatto che le parole chiave principali del gruppo debbano essere ripetute negli annunci (che è una best practice abbastanza ovvia), è stata introdotta infatti una valutazione della rilevanza dell’annuncio rispetto all’intento di ricerca dell’utente. In sostanza, questa parte del punteggio di qualità viene ora calcolata anche sulla base di quanto l’annuncio è in linea con il contesto generale della ricerca fatta dall’utente.

Facciamo un esempio pratico. Se io produco finestre in una certa località e punto a keyword legate alle previsioni meteo in quella zona, anche se ripeto esattamente le keyword del mio gruppo nel testo dell’annuncio potrei comunque avere un QS un po’ più basso, perché i miei annunci sono decontestualizzati.

Viceversa, se punto su parole chiavi che comprendono il mio nome brand, otterrò sempre il massimo di rilevanza possibile (perché sto rispondendo esattamente alla query dell’utente). Quindi, anche se le tue keyword sono perfettamente in linea con quello che scrivi negli annunci, tentare di agganciare l’utente apparendo in ricerche generiche e solo indirettamente legate a quello che sta cercando potrebbe rivelarsi ora molto più costoso, a causa di un QS più basso.

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Google valuta anche l’esperienza d’uso

Per quanto riguarda, invece, la valutazione dell’esperienza d’uso, Google ha messo in campo da tempo dei sistemi automatici di verifica che controllano una serie di caratteristiche delle pagine d’atterraggio:

  • specificità (le stesse parole chiave scelte per attivare gli ads, e ripetute negli annunci, devono poi essere presenti anche nel testo delle pagine di atterraggio e, in modo particolare, nei tag Title, Description, H1, H2, ecc. e nel testo della pagina – in sostanza è meglio se il sito è ben ottimizzato lato SEO proprio per quei termini);
  • originalità (un testo copiato da qualche altra fonte online, che Google considera l’originale, come ad esempio il sito del costruttore del prodotto che noi rivendiamo, potrebbe avere performance più basse di contenuti integralmente riscritti o arricchiti con informazioni personalizzate di dettaglio)
  • trasparenza (presenza di pagine con condizioni d’uso del sito e informativa privacy, debitamente richiamate in ogni form di contatto, come peraltro prevedrebbe anche la legge italiana!);
  • affidabilità (presenza delle informazioni di contatto, uso delle estensioni di località registrate in Google+ My Business e chiarezza del modello di business – se vuoi promuovere in AdWords un servizio tipo dimagrisci 10kg in 10H o guadagna su Internet fantastiliardi in pochi minuti, ti faccio i miei migliori auguri);
  • valore dei contenuti (fornire le informazioni cercate dagli utenti come prima cosa e comunque prima di chiedere i loro dati di contatto, differenziando i contenuti reali dalle pubblicità);
  • pubblicità molesta (uso di pop-up invasivi e presenza massiccia di contenuti pubblicitari nella parte alta della pagina, soprattutto se provenienti dal circuito AdSense, che Google ovviamente riconosce immediatamente);
  • contenuti mobile friendly (in siti responsive che si adattano agli smartphone o con versioni mobile, con aree cliccabili e parti dell’interfaccia sufficientemente grandi e ben separate);
  • velocità del sito (sia sui dispositivi mobili, che sui desktop).

A tutto ciò io aggiungerei anche che sarebbe stupido da parte di Google non usare in qualche modo i “tassi di ritorno” sul motore di ricerca. Potrebbero infatti verificare molto facilmente quanto spesso gli utenti che cliccano sui nostri annunci tornano in Google a fare la stessa ricerca dalle nostre pagine, rispetto alla media delle pagine degli inserzionisti concorrenti. Questo è sicuramente molto più semplice da verificare che non creare un meccanismo di intelligenza artificiale in grado di capire dov’è la “fregatura” in un annuncio. Visto che di stupidi in Google ce ne sono pochi, è lecito aspettarsi che anche questo possa essere valutato.

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Come gestire al meglio una campagna AdWords?

Quindi, concludendo, per gestire bene una campagna AdWords bisogna fornire agli utenti la migliore risposta che siamo in grado di dare alle loro ricerche per poi metterla in una pagina di atterraggio dedicata.

Al netto di problemi tecnici, questo ci garantirà punteggi di qualità di tutto rispetto, sempre che la risposta che abbiamo dato non sia sbagliata! ;-).

 

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