call for ideas 2017: video ricetta più creativa

Come racconteresti la vera cucina italiana? Nasce un contest per video ricette

Cibo e social network vanno molto d’accordo! Lo abbiamo imparato negli ultimi anni a suon di post su Instagram e video ricette golose su Facebook. Netaddiction e ILIF hanno deciso di cogliere questo trend, ancora in crescita sul web, e trasferirlo in un nuovo progetto che sa di buono. 

La media company nativa digitale e l’associazione culturale no profit, che promuove il vero cibo italiano nel mondo, da sempre attive a difesa del Made in Italy, lanciano oggi una Call for Ideas con l’obiettivo di coinvolgere un grande network di appassionati di cibo e di tradizione italiana.

L’obiettivo è creare 100per100 Italian Recipes: un grande video ricettario del made in Italy raccoglierà e racconterà 100 immancabili ricette della cucina italiana.

call for ideas 2017: video ricetta più creativa

100per100 Italian Recipes: il concorso Call for Ideas 2017 per la video ricetta più creativa

Per la realizzazione del nuovo format, è stato indetto il concorso “Call for Ideas 2017” e fino al 30 settembre sarà possibile collegarsi al sito Iloveitalianfood.it/call-for-ideas e candidare la propria idea creativa per la realizzazione di una video ricetta.

Niente limiti di durata o di inquadratura, perché sarà sufficiente che il protagonista del filmato sia il piatto, accompagnato dalla ricetta per eseguirlo con semplicità e al meglio a casa propria, seguendo immagini e grafiche della clip.

Il contest è promosso su Facebook, Instagram e LinkedIn, sia in lingua italiana che in inglese, per consentire anche al pubblico estero di partecipare e mettersi in gioco, mostrando la propria creatività e fantasia. La cucina italiana, si sa, non conosce confini, neanche sui social!

Il target a cui si rivolge il video ricettario è internazionale, con follower e fan sui social da tutto il mondo e con l’obiettivo di raggiungere oltre 50 milioni di contatti nei prossimi 24 mesi.

Partecipa al concorso e proponi la tua ricetta italiana

video ricetta più coinvolgente

Il 16 ottobre è la data prevista per l’incoronazione del vincitore del concorso, che riceverà un premio di € 1.000 per aver realizzato il miglior storyboard.

Se ti stai già leccando i baffi, pensando alla video ricetta che vuoi proporre per il contest, non perdere altro tempo e iscriviti subito alla Call for Ideas 2017.

chris walts

Creatività, intelligenza artificiale e privacy: l’evoluzione del marketing secondo Chris Walts

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con Federica Bulega.

Heroes, meet in Maratea, il primo Euro – Mediterranean Coinnovation Festival, trasformerà per tre giorni l’incantevole cittadina lucana nel centro del dialogo sui temi dell’innovazione: dall’industria 4.0 all’intelligenza artificiale, dall’interazione uomo-macchina, realtà aumentata e virtuale, dal fintech alla cyber security.

Ma ci sarà spazio anche per il tema dell’evoluzione dei settori produttivi più tradizionali a seguito della Digital Transformation.

Dal 21 al 23 settembre Maratea si popolerà di ospiti importanti come Chris WaltsAssociate Director at Ogilvy London, a cui abbiamo voluto porre qualche domanda, per conoscere più da vicino l’evoluzione della sua carriera fino ad Ogilvy, ma anche le sue previsioni sull’advertising digitale.

Ecco cosa ci ha risposto.

Chris Walts Photo

La tua esperienza nel Marketing è diversificata e articolata, spazia in diversi settori, tra cui viaggi, giochi, finanza. Sappiamo che hai lavorato anche in alcune campagne politiche. Come si combinano queste diverse esperienze nella tua anima di marketer?

Mi è sempre piaciuto lavorare su progetti e clienti provenienti da diversi settori; credo che aiuti a mantenere la mia mente fresca ed innovativa.

Il problema e la difficoltà di lavorare sempre in un solo settore è che spesso si è bloccati ad eseguire sempre le stesse attività, ripetutamente, e dunque il successo dell’attività diventa l’ottimizzazione del lavoro invece della creatività.

Se lavori su una vasta gamma di progetti allora sei costretto a creare nuovi connessioni, a progettare nuovi tipi di soluzioni, che credo rendano migliore il mio lavoro.

Rimango sempre piacevolmente sorpreso quando mi accorgo che qualcosa che ho imparato in un settore apparentemente non correlato, possa esser modificato per fornire una nuova prospettiva su un nuovo progetto. La mia filosofia è quella di essere sempre curiosi!

heroes meet in Maratea Chris Walts

Tra le campagne in cui sei stato impegnato, di quale sei più orgoglioso? Quale invece non faresti mai più?

Qualche anno fa sono stato coinvolto nel rilancio della Mercedes-Benz A nel Regno Unito. Per farlo, la line agency ha deciso di creare uno spot tv, “Scegli la tua avventura”, che sarebbe stato trasmesso nei vari break pubblicitari del programma X Factor. Ad ogni pausa pubblicitaria veniva lanciata una parte dello spot e gli spettatori venivano invitati a esprimere con un tweet cosa avrebbero voluto che accadesse dopo, attraverso la scelta tra due hashtag.

L’hashtag con più tweet diventava automaticamente lo spot successivo della trasmissione. Lavorare con la squadra sulla logistica per produrre l’idea e trasformarla nei centinaia di post di reazione alla campagna per le persone coinvolte è stata un’impresa enorme, è vero, ma ha funzionato alla grande.

Ho avuto a che fare con molte campagne che, per un motivo o per un altro, sono state difficili, ma non credo di aver mai lavorato su qualcosa che non farei di nuovo. Anche le campagne che non sono andate come previsto possono offrire opportunità di apprendimento e di crescita. Penso che, ogni tanto, abbiamo bisogno anche di questo.

Nel tuo profilo LinkedIn parli di te dicendo: “Chris si tiene aggiornato sugli ultimi trend, sulle nuove tecnologie e sui comportamenti emergenti”. Quali sono le previsioni per il futuro della pubblicità digitale nei prossimi cinque anni? Conosci già qualche trend nascosto che ci sorprenderà tutti?

Una delle tendenze più emozionanti al momento è l’ascesa della Intelligenza Artificiale, specialmente quando si combina con i dati passivi e l’Internet of Things.

Essere in grado di tenere traccia delle azioni della gente e offrire loro contenuti che siano utili nel momento esatto in cui ne sentono il bisogno, è il Santo Graal della pubblicità.

Le potenziali ramificazioni qui sono enormi, specialmente per le aziende FMCG (Fast-Moving Consumer Goods) che potrebbero vedere una completa automazione dei comportamenti di acquisto.

La questione principale di questa tendenza, riguarda soprattutto la privacy. La personalizzazione è un’ottima cosa, ma in molti casi richiede la rinuncia a più dati personali. I consumatori stanno per affrontare una scelta nel prossimo futuro: desiderano esperienze ultra-personalizzate o preferiscono la loro privacy? Al contrario, gli inserzionisti dovranno riconsiderare il modo in cui si relazionano con le persone, in un mondo in cui alcune o più decisioni di acquisto, vengono effettuate senza alcuna interazione umana diretta.

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Credits: Depositphotos #115544644

Oggi la tecnologia sembra essere come l’ossigeno: è ovunque e sembra che non possiamo vivere senza. Hai delle abitudini per il digital detox? Cosa suggeriresti di evitare per non essere sopraffatti dalla tecnologia?

Sono un drogato di notizie, quindi assolutamente amo la tecnologia, ma sono del tutto d’accordo nel dire che abbiamo bisogno di separarcene ogni tanto. Troppe informazioni possono iniziare a soffocare la nostra creatività.

Seguo un paio di regole per disintossicarmi dalla tecnologia: una sicuramente è che quando sono fuori con i miei amici, per bere un drink, la prima persona che guarda il telefono deve offrire il prossimo giro. Mi piace anche andare andare in bicicletta in giro per Londra e quando lo faccio, niente telefono e niente musica.

È incredibile come si inizia a vedere il mondo in un modo diverso quando si interagisce direttamente con ciò che ci sta intorno, invece di bloccare gli stimoli esterni che potrebbero influenzare la tua visione e i tuoi pensieri.

Pantone annuncia tutti i colori che indosseremo nella primavera 2018

Con l’inizio della New York Fashion WeekPantone ha annunciato il Fashion Color Trend Report Spring 2018: i colori previsti per la prossima primavera!

Il Pantone Fashion Color Trend Report è uno studio di tendenza redatto ogni sei mesi da PANTONE FASHION, HOME e INTERIORS che rappresenta il sistema di standard di colore più diffuso al mondo e riconosciuto per la progettazione di moda, tessile, casa e interni.

Pantone sostiene che i colori siano la cosa più importante in assoluto per la prossima primavera e che ci sia necessità di esprimersi con tonalità non convenzionali.

Secondo Leatrice Eiseman, direttore esecutivo del PANTONE Color Institute:

“I consumatori continuano ad abbracciare il colore, i designer stanno riconoscendo la necessità di mostrare più colore nelle loro collezioni. Per riflettere il fascino continuo dei consumatori con il colore, abbiamo ampliato la palette per la primavera 2018 per mostrare le sfumature attraverso 12 colori eccezionali e quattro classici di primavera”.

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 Ecco i colori che indosseremo e i buoni auspici che portano con loro

 I gialli: Meadowlark che porterà gioia e illuminerà il mondo intorno a te (sì, sarà il primo colore da mettere nell’armadio!) e Lime Punch affilato e pungente come il sapore di un agrume.

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I rosa: Pink Lavander romantico e portatore di tranquillità e Blooming Dahlia che trasmette positività.

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Il rosso: Cherry Tomato (rosso arancio) che trasuda calore ed energia.
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Chili Oil è un rosso bruno di terra; Little Boy Blue non più destinato solo ai ragazzini e come tutte le tonalità di blu ti rassicura e ti prospetta ad un futuro brillante.

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Arcadia, dallo stile retrò ma al tempo stesso moderno; Ultra Violet per affascinare e intrigare con originalità; Emperador, un marrone cioccolato.

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Almost Mauve ha in sé un senso di nostalgia; Spring Crocus spiritoso e allegro.

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A queste 12 proposte si affiancano quattro colori classici di primavera: Sailor Blue, Harbor Mist, Warm Sand (confortante come ogni passo sulla sabbia), Coconut Milk.

Con l’augurio che questo colore ti aiuti ad approcciare al meglio l’autunno che è alle porte!

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Facebook Lead Ads: il modo più semplice ed efficace per fare lead generation

La lead generation nasce dal bisogno di ogni azienda di incrementare il proprio business, ottenendo liste sempre aggiornate di contatti di valore, ovvero quegli utenti realmente interessati verso i prodotti e servizi offerti: in altre parole, dei potenziali clienti.

Quotidianamente veniamo bombardati da messaggi pubblicitari di vario genere e natura, riceviamo ogni minuto un quantitativo di informazioni superiore a quanto davvero riusciremo a ricordare. Per questo diventa fondamentale per ogni marketer riuscire a limitare la propria comunicazione promozionale a coloro che realmente potrebbero generare delle conversioni.

La conditio sine-qua-non per creare una campagna pubblicitaria efficace è definire a quale determinato target vogliamo indirizzarla. Del resto, sviluppare una qualsiasi comunicazione senza ambizioni di renderla mirata equivale a “parlare al vento”, e quindi disperdere il budget in azioni poco chiare e senza un fine. La raccolta di un database di utenti targettizzati (lead) porta a generare conversioni (prospect) e, successivamente, alla vendita (clienti).

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Mi dai il tuo num… ehm, indirizzo email?

Gli strumenti tramite cui farsi gentilmente cedere il proprio indirizzo email sono molteplici: dai form d’iscrizione per partecipare a un concorso o ricevere una newsletter, alle operazioni on-filed di touch&go, dove viene offerta un’esperienza (per quanto, spesso, banale e insignificante possa essere) in cambio di dati.

Farsi lasciare l’indirizzo email è fondamentale per riuscire a rientrare in contatto con tutte quelle persone che hanno timidamente fatto il primo passo verso di noi, ma sono diffidenti e quindi necessitano di un po’ di incoraggiamento. Da qui, inizia il corteggiamento – o strategia di marketing mirata – che si sviluppa in una comunicazione costante e quanto più possibile personale, relazionale e personalizzata.

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Per non perdere l’interesse del proprio contatto è necessario continuare a offrire contenuti di qualità, utili per lui, quali offerte esclusive, promozioni, ma anche articoli, corsi online, …

A questo punto, se son rose fioriranno e se son lead convertiranno.

Facebook Lead Ads: l’importanza di fare le domande giuste

Fare lead generation diventa sempre più prezioso per gli imprenditori: a questa esigenza ha risposto anche Facebook con le Lead Ads. Se ormai è noto che più del 50% degli utenti navigano in rete e accedono a Facebook tramite smartphone (e non da computer), è facile intuire perché un form mobile-friendly ha molte più probabilità di generare contatti rispetto a una pagina web che, molto probabilmente, verrà abbandonata da un’ampia fetta di utenti già durante il caricamento.

Inoltre, attraverso Facebook non è necessario chiedere agli utenti di inserire le proprie informazioni (es. indirizzo email), poiché ci pensa Facebook a compilare quei campi per noi, attingendo dalle informazioni del profilo personale.

Attraverso questo tipo di campagne, gli inserzionisti potranno fare ai potenziali consumatori delle domande specifiche, a scelta multipla o aperte, per delinearne abitudini di consumo e preferenze. Ovviamente, è cruciale fare le domande giuste.

Creare una campagna di questo tipo è molto semplice. Innanzitutto, occorre scegliere la proprio audience: è possibile utilizzare anche i pubblici personalizzati, creati dalla lista di persone che hanno visitato il vostro sito o hanno interagito con la vostra pagina Facebook o, in alternativa, caricare direttamente il vostro CRM o creare pubblici simili (utenti su Facebook assimilabili ai vostri attuali clienti). Generalmente risulta più economico acquisire i contatti di persone in target, che già conoscono il vostro business

Una volta impostato budget e posizionamento, si passa al formato dell’inserzione: per questo tipo di Ads è consigliato utilizzare l’immagine singola o, in alternativa, il video singolo. A questo punto, si arriva alla creazione del form.

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Opzionale la scelta di creare una schermata di Welcome, per introdurre agli utenti lo scopo del sondaggio e le possibili conseguenze del rilascio dei propri dati (newsletter, appuntamento con un commerciale, …).

Nella sezione “Domande” vanno specificate tutte le informazioni personali che desideriamo chiedere agli utenti – nome, email, numero di telefono, … – anche se, come già specificato sopra, sarà Facebook a completare quei campi per loro.

Una volta inserite tutte le domande, bisognerà aggiungere un link al documento di privacy policy della propria azienda. Infine, sarà possibile inserire una Thank you page di chiusura, dov’è possibile inserire il link al proprio sito, per rimanere informati.

A questo punto siete pronti a mandare online la vostra campagna.

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Una volta raccolti tutti i dati, al termine della campagna, sarà possibile scaricarli in formato CSV.

Ora che avete tutte le informazioni, se siete stati abbastanza bravi a trovare le domande giuste per trarre interessanti informazioni specifiche sulla vostra audience, riuscirete ad incontrare al meglio le sue esigenze con i vostri annunci futuri.

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Community online: un’opportunità per il tuo business

Come si costruisce e gestisce una community online? Come fai a sapere se i tuoi sforzi stanno facendo la differenza?

In uno dei primi studi sulle comunità virtuali nel 1993, Howard Rheingold, basandosi sulla sua esperienza di frequentazione di una community online, forse la prima mai costituita, denominata WELL (Whole Earth Electronic Link), scrive:

“Le persone nelle comunità virtuali usano parole su schermi per scherzare e discutere, impegnarsi in discorsi intellettuali, esercitare commercio, scambiare conoscenza, idee, pettegolezzi, litigi, condividere sostegno emotivo, fare progetti, innamorarsi, trovare amici e perderli, giocare, flirtare, creare un po’ di vera arte e molti discorsi vani. Le persone nelle comunità virtuali fanno quasi tutto ciò che fanno nella vita reale, dimenticando i propri corpi. Non si può baciare nessuno e nessuno può dare all’altro un pugno sul naso, ma molte cose possono accadere entro questi confini. La ricchezza e la vitalità delle culture collegate al computer sono affascinanti e creano anche dipendenza nei milioni di persone in esse coinvolte”.

Quindi, una community virtuale è un insieme di persone disponibili a condividere qualcosa.

Come può un’impresa trarre vantaggio da questo ambiente di condivisione?

Una business community di successo è uno strumento che può aiutare un’azienda a:

  • promuoversi, creando nuove opportunità di business;
  • lanciare un nuovo brand o nuovi prodotti;
  • interagire con i potenziali clienti in modo personalizzato e fidelizzarli, creando una maggiore identificazione tra i membri della community e il prodotto e, di conseguenza, con l’azienda;
  • ascoltarne le esigenze, le preoccupazioni, i bisogni, studiarne i comportamenti e le abitudini prima di realizzare nuovi prodotti o migliorare quelli già sul mercato.

Insomma, le conversazioni che avvengono online ricoprono un ruolo fondamentale.

Prova a pensare ai passaggi che precedono l’elaborazione di un piano di web marketing o la stesura di un piano editoriale per i social network.

Dopo aver definito gli obiettivi (lo sai, vero, che un piano di comunicazione senza obiettivi è come un vicolo cieco?!) ti chiederai:

  • di cosa ho bisogno per colpire l’attenzione del cliente?
  • Cosa cerca quando è online?
  • Cosa dice di me e dei miei competitor?
  • Come delineo le buyer personas della mia digital strategy?
  • Quali contenuti attrarranno gli utenti sui canali che gestisco?
  • Dove è meglio investire?
  • Come rispondono gli utenti alle mie campagne?
  • Quali risultati sto ottenendo?

Come vedi, dietro ciascuno di questi passaggi, c’è la community.

La community e il customer journey

Community online, un’opportunità per il tuo business

Per un’azienda è importante offrire risposte coerenti lungo tutti i punti di contatto del customer journey, e capire dove e se può raccogliere informazioni sui clienti, e in che modo intervenire, per analizzarne le preferenze e ottimizzarne l’esperienza.

Per progettare una strategia efficace, dovresti pensare agli utenti come persone, prima ancora che come consumatori, e dialogare con loro, imparando a riconoscerli uno a uno, contattandoli, ad esempio attraverso i social network, così da avere un feedback immediato e capire che percezione hanno dell’azienda.

Nel libro “Digital marketing. Le sfide da vincere: dalla soddisfazione del cliente al Roi” di M. Cantamesse, A. Facchini e G. Meardi, Cantamesse delinea gli step del customer journey.

Penserai: cosa c’entra questo con la community online? C’entra, perché come ho già scritto, ci sono le persone dietro ogni fase della scalata al customer journey.

  1. Nel primo step, di analisi, che ruolo ha la community? In questa fase la community non sa esattamente cosa vuole, quali caratteristiche ha la sua richiesta e chi è in grado di offrire le risposte che cerca. Cosa ti insegna tutto questo? Ti insegna ad essere proprio dove la community sta cercando risposte alle proprie domande, intercettando gli utenti e supportandoli.
  2. Il secondo step del customer journey, di verifica e scelta, vede nuovamente la community al centro delle tue strategie. In che modo? Una volta raccolte le informazioni sulla tua community, come le rendi produttive per l’azienda? Monitorando l’attività relativamente sia ai contenuti consultati, sia ai device utilizzati, e alle performance dei tuoi strumenti.
  3. Il terzo step è quello in cui la tua community conferma l’acquisto. Cosa ti interessa di questo passaggio? I meccanismi che si attivano, e che a loro volta ti guideranno nella definizione dei “comsumer behavior”.
  4. Il quarto step vede impegnata la community nell’utilizzo e nell’interazione con il prodotto per cui ha cercato il brand online. E come può esserti utile? Innanzitutto dovresti fare in modo che questa esperienza sia una “honeymoon”, un momento indimenticabile, e sfruttarlo per profilare e perfezionare il rapporto con l’utente, anche avanzando nuove offerte. In più, con il customer care, puoi supportare il cliente e risolvere i suoi problemi, farlo dialogare con altri utenti, e fornirgli le informazioni di suo interesse.
  5. Nell’ultimo step, la tua community sceglie se promuovere o sconsigliare il brand, terminando o abbandonando l’acquisto. Questo per te è un momento cruciale, perché è lì che devi monitorare i feedback rilasciati dalla community, sia in un’ottica di ascolto, sia di tutela della brand reputation. Quello che la tua community deciderà di condividere con gli altri, online, è degno di nota anche per un secondo motivo. Chiediti se queste conversazioni parlano del brand, delle qualità del prodotto, e in quale ambiente avvengono. Insomma, la parola d’ordine è “sorvegliare”.

La community e le metriche Roi

Community online, un’opportunità per il tuo business

Tutto ciò che non è misurabile non è migliorabile. Quante volte l’hai sentito dire? Ed è assolutamente vero.

Il web offre molte possibilità in termini di analisi e misurazione. Che ruolo gioca la community online in questo processo? I risultati delle tue attività online ti daranno informazioni sulla qualità e quantità delle interazioni ottenute con il pubblico, ti diranno quali e quante azioni specifiche sono state compiute, quali sono le opinioni della community sul brand, e potrai decidere di investire in nuovi canali di interazione, aprendo spazi dedicati alla raccolta di opinioni, proposte e nuove idee, scegliendo anche di valorizzare le idee più interessanti, e incentivando un sistema di ambassador.

E tu, come usi le community per accrescere il business della tua azienda o dell’azienda per cui lavori?

Come i social media ci hanno raccontato l’Uragano Harvey

Quando l’Uragano Harvey si è abbattuto sul Texas, il primo posto dove noi utenti e grandi frequentatori dei social abbiamo appreso la notizia è stato su Facebook o su Twitter. Certo, non è strano: i social media sono diventati il più grande strumento di creazione e trasmissione delle informazioni.

Se fino a qualche tempo fa i quotidiani, la radio e ovviamente la televisione detenevano un ruolo di primo piano, oggi si trovano relegati in secondo piano.

L’ennesima dimostrazione si è avuta quando Harvey si è abbattuto con la sua furia distruttiva sulle terre a sud del Texas e della Louisiana, causando non pochi problemi a tutta la popolazione. Perfino la tempesta, però, non ha impedito di raccontare il disastro attraverso i social.

Twitter, ad esempio, è la piattaforma che in assoluto mantiene un costante contatto con le agenzie governative che gestiscono le emergenze. Ma il più delle volte, sono le stesse autorità a lanciare appelli con un tweet, si pensi alla polizia della città di Houston che ha richiesto ad ogni persona in possesso di un’imbarcazione di rendersi disponibile per soccorrere e salvare le persone in pericolo di vita.

Se Twitter si muove, Facebook non rimane fermo, grazie a uno degli strumenti più utili nei casi di emergenza: il Safety-check ha permesso a centinaia di persone di registrarsi come “salvo” sui propri profili, comunicare con i propri parenti e condividere altre informazioni.

Lo stesso Zuckerberg fa sapere sulla sua pagina che la compagnia sta investendo molto in questo tipo di  soluzioni, volte a rispondere in maniera efficace ad una crisi, come è stata quella causata dall’Uragano Harvey.

Quel confine sottile tra realtà e finzione

Dunque, è vero, mai come oggi abbiamo l’opportunità di accedere a infinite fonti d’informazione. Senza contare la capacità che alcune immagini hanno avuto nel processo di narrazione dell’Uragano Harvey.

L’immagine di una casa di cura in Texas completamente allagata che diventa virale fa scattare quella percezione del pericolo che ha permesso ai residenti di fuggire e mettersi in salvo.

C’è però da tenere in considerazione anche un altro elemento, legato al fatto che spesso queste piattaforme diventano il luogo dove circolano più le fake news o immagini false e ritoccate. Basti pensare alla fotografia di uno squalo che nuota su un’autostrada allagata della città di Houston o a quella tanto discussa foto di Barack Obama che lo ritraeva insieme alla vittime dell’Uragano Harvey. La viralità di questa immagine che ha circolato su Twitter, ricevendo più di 7000 tweet, è stata altissima, almeno finché la CNN non ha dato la notizia che si trattava di una foto risalente ad anni prima in cui l’allora Presidente degli Usa venne ripreso mentre distribuiva dei pasti durante la festa del Ringraziamento.

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Ecco che ci si muove lungo il delicato confine tra realtà e finzione, perché se è vero che queste piattaforme stanno sempre più sperimentando nuovi strumenti per far fronte alle emergenze in modo da gestire al meglio una crisi, traendone dei benefici, dall’altra va ad alimentare quel processo di disinformazione che assume sempre più dimensioni pericolose.

La faccia triste dell’America

Chi di noi, durante i giorni in cui l’uragano Harvey si è abbattuto sull’America, non ha digitato su Twitter #Harvey per seguire la vicenda e restare aggiornato? E quanti di noi sono stati letteralmente invasi da meme nel proprio feed che rivestivano una vicenda drammatica di un carattere grottesco?

Gli esempi sono tantissimi, basti pensare alla foto dell’ormai famoso gatto che nuota nella tempesta, immortalato dal fotografo Scott Olson, che con più di 65.000 condivisioni ha raggiunto una viralità inaspettata, tanto che sui social sono iniziati a circolare meme di ogni genere,  che hanno fatto del “pissed cat” il simbolo della resilienza felina di fronte la forza distruttiva della tempesta.

Ma forse la “vittima” più colpita dall’ironia dilagata sul web è stato il conduttore televisivo americano Steve Harvey, la cui omonimia con l’uragano lo ha reso il protagonista del fenomeno tutto social che ha assunto i connotati dell’“Urgano Steve Harvey”. Inutile dire quanto sia diventato popolare, sebbene il conduttore abbia reagito con disdegno a queste immagini che lo ridicolizzavano.

Una vera invasione di immagini dai riferimenti più disparati ha travolto le nostre home, come quelle che, puntando sempre sul gioco di parole, hanno fatto paragoni con la commedia Harvey del 1950 che ha come protagonista James Stewart, il cui amico immaginario è proprio un coniglio che si chiama Harvey.

Un modo ironico per reagire alla paura e al senso di impotenza di fronte a una situazione che non si sa o non si può gestire?

Forse non è un caso che la maggior parte di questi meme veicolati provengano proprio dagli abitanti della città di Houston, coloro che, più di chiunque altro, hanno subito i danni provocati dall’uragano. E forse è proprio questa capacità di sorridere di fronte alla faccia triste dell’America, che ha spinto molti a cercare rifugio in quel luogo virtuale in cui poter, anche solo per un attimo, sentirsi leggeri, sorridere, mentre tutto intorno va scomparendo.

La solidarietà arriva dalla comunità online

Uno degli aspetti più interessanti di questo fenomeno è come i social media siano riusciti a coinvolgere gli utenti ad attivarsi per fornire assistenza, sia essa psicologica, fisica o monetaria.

Sul fronte umanitario, la grande organizzazione no profit Comic Relief USA si è distinta per il lavoro che è riuscita a mettere in piedi mentre l’uragano si abbatteva provocando danni e vittime. Nata con lo scopo di aiutare le comunità più povere o che si trovano a vivere un momento difficile, attraverso il potere dell’intrattenimento e dello spettacolo, ha dato vita alla campagna di fundraising #HandinHand  che ha riscosso un grande successo sui social media. Molte sono le organizzazioni che hanno aderito come partner e che hanno sostenuto questa grande raccolta fondi per aiutare le popolazioni colpite dall’Uragano.

La ATTN, ad esempio, una grande società che si occupa di raccontare storie sfruttando a pieno gli strumenti e le opportunità offerte dai social, è riuscita a raccogliere ben 80.000 dollari per la campagna lanciata da Comic Relief, tanto che lo stesso Zuckerberg in un post su Facebook si è congratulato con loro per l’ottimo utilizzo delle dirette di Facebook di cui hanno fatto uso per supportare questa grande campagna.

E anche dal fronte dello spettacolo non sono mancati interventi a sostegno di coloro che sono sopravvissuti all’Uragano. La regina dei social Beyoncé, durante un suo discorso nella chiesa di St John di Houston, ha celebrato i suoi concittadini che sono riusciti a salvarsi dalla tempesta. Questo l’intervento postato dalla pagina dei suoi fan su twitter, @Bey_Legion.

Il suo contributo non si è certo limitato a celebrare con le parole i sopravvissuti, perché a conclusione dell’intervento, insieme alla figlia Tina e all’attrice Michelle Williams, ha aiutato a servire dei pasti a tutti coloro che erano presenti.

Tanti gli artisti che hanno fatto sentire la loro voce e loro presenza in un momento così difficile per l’America. Lo scorso 12 settembre, è andato in onda il telethon di Hand in Hand, organizzato per raccogliere fondi da inviare alle vittime degli Uragani Irma e Harvey. Alla serata di beneficienza c’erano attori, cantanti e personaggi del mondo dello spettacolo, che grazie ai video e alle foto postate su Twitter sono riusciti a coinvolgere e a stimolare le persone a fare la loro offerta durante la notte del telethon.

Non a caso allora l’Uragano Harvey è stato definito dal Times Magazine “la prima tempesta sui social media”, perché mai come in questa occasione, rispetto alle emergenze passate, le piattaforme sono state lo strumento che più di ogni altro ha veicolato ogni genere di informazione e aggregato le persone attorno ad un disastro di quelle proporzioni. Luoghi come Facebook, Twitter sono riusciti ad essere un vero collante, uno strumento di aggregazione sociale con una portata virale fortissima.

È grazie a queste piattaforme se oggi è sempre più possibile creare delle vere comunità online, in cui le persone condividono interessi o possono mostrare il loro sostegno a chi ne ha bisogno. In un momento storico in cui si ergono ancora muri e si chiudono le frontiere, quello che i social media riescono a fare è abbattere queste barriere fisiche e unire le persone.

Forse la grande partecipazione sui social risponde ad un bisogno atavico dell’uomo, quello di non sentirsi solo ma  parte di un qualcosa che va sempre più scomparendo nella realtà di tutti i giorni, di sentirsi compreso e protetto, esattamente come una volta facevano le comunità. Prima ci si riuniva nei villaggi, nelle chiese, oggi lo si può fare direttamente da casa. Basta accendere il pc, loggarsi, e in un attimo, entriamo nelle case delle persone, parliamo con loro, ci prendiamo un caffè insieme e condividiamo tutte le nostre passioni, i nostri pensieri e le paure. Nell’epoca dell’individualismo più selvaggio, i social media hanno il potere di restituirci una dimensione collettiva che facciamo fatica a ricercare nella vita di tutti i giorni.

Voi avete seguito la vicenda sui social? Fateci sapere cosa ne pensate sulla nostra pagina Facebook, su Twitter o sul gruppo Linkedin.

Link Building

5 strategie di link building per campagne efficaci

Tra le tecniche off page di Inbound Marketing, la costruzione di un significativo ed accurato numero di link in entrata verso le proprie pagine web gioca un ruolo chiave sull’autorità del sito e quindi attuare strategie di link building efficaci determinerà un posizionamento migliore sui motori di ricerca.

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Tuttavia nonostante la sua importanza strategica, molti si approcciano a questa attività in modo azzardato e disorganizzato, non tenendo conto dei rischi che si corrono per una campagna sbagliata.

Se hai deciso anche tu di giocare alla roulette russa con il link building, noi Ninja corriamo subito in tuo aiuto con le cinque strategie di link building per creare campagne efficaci.

#1 Pianifica le strategie di link building

Vuoi preparare per la prima volta la tua adorata cheesecake alle fragole. Cosa fai? Innanzitutto scelto il dolce e procurati gli ingredienti, segui passo passo la ricetta, dosando bene le quantità e impostando il giusto tempo di cottura.

Nella nostra strategia di link building, la cheesecake è il nostro obiettivo e il piano editoriale è la ricetta da seguire.

pianificare strategie di link building

Pianificare una strategia non è un lusso, ma una necessità che permetterà di tracciare i risultati ottenuti e organizzare il lavoro in attività ben definite. Più la pianificazione è dettagliata più il risultato è massimizzato. All’inizio impiegherai tempo per realizzarlo, ma vedrai che i risultati non tarderanno ad arrivare.

#2 Focalizzati su una nicchia

Invece di valutare tutti i siti generici del settore di riferimento, focalizzati su una nicchia di siti web rilevanti e sviluppa contenuti dettagliati ed esaustivi, che la tua nicchia a sua volta condividerà con i contatti della propria rete.

Ad esempio, il tuo cliente è una casa editrice di romanzi rosa, manga e manualistica? Invece di puntare a strategie di link building che coprano tutti i generi, focalizzati magari sui manga e in particolare sui manga di genere storico, individuando quei siti rilevanti sull’argomento. Il risultato ottenuto potrebbe eccedere perfino il target a cui ti rivolgi.

#3 Segui un flusso di lavoro

Una volta pianificate la strategia e le attività, bisogna seguirle in modo sequenziale e senza saltare i passaggi secondo il piano editoriale.

Vi ricordate la cheesecake? Non possiamo mettere la crema se prima non abbiamo preparato la base di biscotti. Saltando da un’attività all’altra infatti rischiamo di perdere efficienza e rendiamo difficile tracciare i risultati.

workflow nelle strategie di link building

Ovviamente nel flusso di lavoro si potrebbero presentare ostacoli che spingono a tornare su attività svolte precedentemente, consigliamo in questo caso di ripristinare l’ordine successivamente .

Ricorda inoltre che mantenere un flusso di lavoro sequenziale e con attività ben definite, permetterà di dividere i compiti tra le risorse e impiegarne di nuove in modo più veloce e organizzato.

#4 Documenta le tue campagne

Documentare le attività nelle campagne le renderà facilmente accessibili da tutto il team e ti aiuterà successivamente a recuperare i risultati e replicare azioni di successo già intraprese (o cheesecake).

Esistono molti strumenti di coworking nel web che possono aiutarti: software di project management come Wrike, o free come Google Calendar per iniziare; CRM come Hubspot per gestire la relazione con i contatti, ad esempio categorizzarli e assegnarli a campagne specifiche, e infine l’estensione di Gmail Boomerang utile per impostare reminder a tutto il team su attività da svolgere. Non per tutti i team questi sono gli strumenti più adatti, ma il consiglio è di cercare soluzioni digitali per aumentare l’efficienza del lavoro.

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#5 Entra nel network dei tuoi contatti

Sei invitato ad una festa di compleanno (dove porti l’agognata cheesecake) e conosci solo l’invitato. Perché non farsi presentare i suoi amici? Siamo sicuri che le campagne di link building ne trarranno vantaggio!

network nelle strategie di link building

Una volta instaurata una rete di contatti cerca di entrare nel loro network anche facendoti presentare semplicemente via email. Se poi il contatto ti deve un favore il gioco è fatto! In questo modo guadagnerai link più velocemente, saltando la parte iniziale di raccolta informazioni e presentazioni.

Dopo essere entrato nel network del nuovo contatto, puoi fare la stessa cosa con un altro contatto e così all’infinito, o almeno finché non avrai fatto una buona scorpacciata di link.

Sei arrivato fino alla fine non saltando nessun passaggio? Puoi allora finalmente gustarti la tua deliziosa cheesecake alle fragole!

Scrivere: l’importanza della fonte

Quando si produce un articolo, si dovrebbe sempre tener conto di una cosa fondamentale: l’importanza della fonte. Ci avevi mai pensato?

Potrebbe sembrare una banalità, ma quella delle fonti autorevoli è una tematica piuttosto delicata che va a sfociare nell’ambito dell’etica professionale in quanto, quando si scrive si dovrebbe sempre seguire delle regole, a prescindere dal fatto che si scriva per passione o di mestiere.

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Fonti vere (e dove trovarle)

Chi scrive e si occupa di contenuti editoriali lo sa bene: riuscire a distinguere una fonte autorevole e reale da una non autentica non è sempre così semplice. Chiunque si sia ritrovato ad effettuare delle ricerche di materiale si sarà sicuramente scontrato con fonti poco approfondite o non sempre veritiere. Basta inserire una qualunque chiave di ricerca su Google per ritrovare Wikipedia tra le voci più autorevoli, pur non essendo spesso la più affidabile.
Io stessa per curiosità ho provato a cercare su Google la chiave di ricerca “fonti autorevoli” e, manco a dirlo, la primissima voce ad apparire è proprio Wikipedia: non basta essere in cima alla Serp per essere autorevoli!

Dato quindi per scontato che nel momento in cui si andrà a fare una ricerca non verrà preso come oro colato quanto detto nel primo sito proposto dal motore di ricerca, si pone il dilemma successivo: come distinguo le fonti reali da quelle non autorevoli? Sicuramente un buon metodo è affidarsi ai portali considerati maggiormente autorevoli nell’ambito che si sta trattando, o ancora optare per testi e ricerche di settore. Informarsi e leggere un buon numero di ricerche ed articoli autorevoli aiuterà a farsi un’opinione ed a poterla esporre in maniera chiara, oltre a poter confrontare le informazioni ottenute per potersi accertare della loro attendibilità. I fatti andranno inoltre esposti in maniera integrale, senza omettere delle parti andando così ad impedire una completa ricostruzione.

È inoltre fondamentale evitare di pubblicare notizie o informazioni che possano in un qualunque modo danneggiare la reputazione di un’altra persona, soprattutto nel momento in cui l’altra parte è impossibilitata nel poter replicare.

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Citare la fonte, sempre e comunque

Non dovrebbe esserci nemmeno bisogno di dirlo: la fonte va citata, sempre! Ciò di cui stiamo parlando va esposto in maniera chiara: soprattutto se stiamo riportando delle evidenze o dei dati non potrebbe mai essere sufficiente indicare “secondo alcune ricerche”, ma andrà indicata la fonte dalla quale sono stati estrapolati i dati che stiamo fornendo. La stessa cosa vale per le citazioni, se stiamo riportando il pensiero di qualcuno per intero andrà inserito in virgolettato e citato l’autore.
Inoltre, a nessuno farebbe piacere vedere un proprio contenuto ripreso senza essere citati! In questo caso, la fonte dalla quale sono partita è un articolo della bravissima Valentina Falcinelli, apparso su Medium.

Rispetta il tuo prossimo

Quando scriviamo, dal momento che qualcuno ci leggerà si deve tener conto anche di chi usufruirà del contenuto generato trattandolo in maniera rispettosa, intelligente e corretta, senza prenderlo in giro e senza diffondere contenuti inappropriati. Correttezza e rispetto significano non offendere, ma anche essere in grado di ammettere i propri errori con intelligenza qualora il lettore li dovesse far notare: la gentilezza vince sempre, ed in questi casi può aiutare a crearsi un’utenza che leggerà sempre con piacere i contenuti che scriviamo.

Con queste poche e semplici indicazioni speriamo di averti fornito qualche dritta in più per poter affrontare il tuo prossimo articolo: sei già pronto a scrivere? 🙂

Tutti gli strumenti SEO (gratis) di cui non puoi fare a meno

Parliamoci chiaro, non importa che voi siate una piccola impresa che sta appena entrando nella giungla del digital marketing, o semplici proprietari di un sito che si occupa di collezioni di francobolli svedesi: dal magico mondo dell’ottimizzazione SEO non si scappa, proprio per niente.

Il processo di ottimizzazione dei nostri siti è pressoché paragonabile ad una Never Ending Story (senza però draghi e acconciature di capelli anni ’80): giorno dopo giorno, siamo chiamati a scovare, rimodulare e intervenire per arginare ogni possibile debolezza e – manco a dirlo – il tempo che abbiamo a disposizione per poter provare l’infinità di tool che il settore ci offre è sempre meno.

Ma per la legge che recita “L’internet dà, l’internet toglie“, ecco qui una preziosa collezione di tool gratis (o quantomeno free, freemium e free trial) che possono aiutarvi nel processo di ottimizzazione SEO: un primo passo per risparmiare tempo, occupando stabilmente la prima pagina di Google.

Cominciamo!

Strumenti SEO & Diagnostica

WebsiteAuditor è un ottimo strumento dal quale iniziare a “sviscerare” e analizzare tutti i parametri SEO del vostro sito. Tendenzialmente, la migliore feature di questo tool è data dalla possibilità di poter abilitare il crawling sulla maggior parte dei bot presenti (anche Googlebot) per riuscire a capire se ogni pagina è raggiungibile o meno dai motori di ricerca.
Inoltre, WebsiteAuditor consente di editare con pochi clic il file Robots.txt: in versione gratuita, permette di controllare fino a 500 url.

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Strumenti simili sono Raven e OnPage.org per gli audit del sito, Robots.txt Testing Tool per la generazione del file Robots.txt, XML-Sitemaps.Com per la sitemap e Redirect Path per il controllo degli headers HTTP.

Per le penalties (le penalità nella quale possiamo incappare per eccessi di SEO) possiamo utilizzare la cara Google Search Console, che mette in evidenza tutti i problemi presenti nella nostra struttura del sito.

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Se poi vogliamo essere più pignoli, possiamo pensare anche a Website Penalty Indicator, che tramite istogrammi analizza il traffico organico in correlazione con gli aggiornamenti dell’algoritmo di Google (altresì conosciuto per i suoi repentini cambi e evoluzioni) o Panguin Tool.

User experience

Le pagine web del vostro sito risultano troppo lente? Bene, Pingdom è il tool giusto per risolvere il problema: controlla e analizza tutto il sito alla ricerca di artifizi che possano ritardare e rallentare la fruibilità di ogni pagina, evidenziandone tutte le criticità. Gratuito per 14 giorni, è disponibile anche in versione mobile. Se Pingdom non è abbastanza, potete provare anche Google PageSpeed InsightsGTmetrix o WebPageTest, che svolgono lo stesso loro compito.

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Sì, ok la velocità, ma siete sicuri che il vostro sito sia al 100% mobile friendly? No problem! Con Rankwatch potete controllare in qualsiasi momento le performance sui dispositivi mobile. Sempre con gli stessi compiti, sono disponibili anche Google Mobile Friendly TestSmall SEO Tools.

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Altri tool utili sono AMP Project (un progetto open source che vi aiuta a generare contenuti ottimizzati per mobile), la SEO chatlist di schema.org, che vi aiuta con i microdata della vostra pagina e lo strumento di test per i dati strutturati di Google.

Keyword & ranking

Se siete a secco di idee per la keyword selectionKWFinder può essere veramente lo strumento utile per la svolta, specie se utilizzato in combo con il Google AdWords keyword planner: il primo offre una lista di keyword idonee all’obiettivo che si vuole raggiungere, il secondo le statistiche d’utilizzo approfondite, utili per la fase di pianificazione. Sempre per agevolare il processo di identificazione delle keyword segnaliamo Keyword Tool, più specifico per l’eCommerce, e  Gookey, più amato dal mondo dei blogger.

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Per riuscire a tracciare l’utilizzo delle keywords sia a livello locale, che a livello mondo, su desktop e da mobile, il tool consigliato è Rank Tracker: uno strumento che monitora costantemente i processi analizzando la SERP e analizza anche i competitors. Della stessa famiglia, sono disponibili  anche SEOCentro Rank Checker (gratis) e SEPR’s Keyword Rank Checker e SE Ranking (in versione trial.

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On-page e contenuti

Uno strumento ottimo per riuscire a scoprire se sul web sono presenti copie dei contenuti presenti sul sito è Copyscape, piattaforma che scandaglia la Rete alla ricerca di plagi e scopiazzamenti non autorizzati (evitando così possibilmente l’incappare in penalità da parte di Google). Con le stesse funzionalità c’è anche Siteliner, proveniente dalla stessa famiglia di Copyscape, ma che in realtà serve a controllare la presenza di materiale duplicato all’interno dei nostri siti. Se ve la sentite, poi c’è anche lo strumento di controllo delle copie di Hive Digital.

 Copyscape -

 

Ottimizzazione dei contenuti

Beh, qui non ci dilunghiamo molto nel presentarvelo dato che probabilmente lo conoscete tutti: stiamo parlando del plugin Yoast per WordPress, che ad oggi sembra essere uno dei più utilizzati sul mercato per quanto riguarda gli Strumenti SEO: il suo utilizzo intuitivo e i suoi suggerimenti “semaforici” lo rendono uno dei tool più amati.

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Sempre sul piano dell’ottimizzazione, si aggiunge anche il Keyword Density Analyzer di SEObook, che può aiutarci ad analizzare la struttura delle nostre pagine per ciò che riguarda numero di caratteri, alt tag, etc e suggerirci quale può essere la keyword migliore per posizionare il tutto.

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Analisi dei backlink

Un buon tool per l’analisi dei backlink è SEO SpyGlass: traccia praticamente tutto ciò che esce da un sito e permette di caricarne sia dalla Search Console che da Google Analytics, analizzandoli in real time e avvertendo in caso di possibili rischi collegati ad eventuali penalità. Nella sua versione free, mostra fino a 1.100 link per dominio: se volete potete provare gratis per 30 giorni altre piattaforme come MonitorBacklinks o Linkody.

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Analisi del traffico

Non c’è molto da aggiungere, qui la fa da padrone Google Analytics, strumento che in tempo reale riesce ad analizzare per filo e per segno tutti i parametri relativi al traffico web, anche se in maniera limitata (se utilizzato in versione gratuita, ovviamente).

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Per farsi un’idea del traffico dei competitor c’è SimilarWeb Pro, piattaforma che stima approssimativamente il traffico dei siti “avversari”, dando informazioni come provenienza, bounce rate, e tante altre informazioni. Si hanno a disposizione 3 mesi di trial, con un massimo di 5 siti e 5 metriche.

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Il listone (per ora) è finito. Prima però di che augurarvi buon lavoro (e buon posizionamento) vi ricordiamo che per segnalarci altri tool (e arricchire così la nostra lista) potete scriverci su Facebook, su Twitter e su LinkedIn!.

jack ma sul palco mostra la feature smile to pay con riconoscimento facciale di alipay

Smile to pay: paga con il riconoscimento facciale da KFC in Cina

Dimenticate la storia del cashless o dell’andare in giro senza portafogli: dopo i pagamenti effettuati solo con smartphone, in Cina ormai si sperimenta il pagamento con il riconoscimento facciale. Esatto, mentre Apple si cimenta nello sbloccare il telefono con la sua ultimissima feature di riconoscimento facciale, da Kpro (la catena di ristoranti healthy di KFC) in Cina si può pagare con la propria faccia.

La Cina è seconda solo agli Stati Uniti per investimenti nel settore tecnologico, e più specificamente nell’Intelligenza Artificiale, e questo è solo uno degli ultimi utilizzi della nuova tecnologia in Cina da parte di business ed enti governativi.

Pagare con il riconoscimento facciale

Ant Financial, associato del gigante dell’eCommerce cinese Alibaba, e Alipay, piattaforma di pagamento mobile e online di Alibaba, hanno lanciato presso uno dei ristorante del gruppo di KFC (del quale Ant Financial è investitore), la modalità di pagamento “Smile to Pay”, che utilizza il riconoscimento facciale per la prima volta in un negozio fisico.

KFC face scan

KFC tests some radical tech in China…

Gepostet von Tech in Asia am Dienstag, 5. September 2017

Ai clienti di Kpro che effettuano l’ordine presso un terminal, al momento del pagamento viene scansionato il volto. Se il viso corrisponde alla foto identificativa immagazzinata nel sistema, il cliente deve solo inserire il proprio numero di telefono e il pagamento è effettuato. L’ordine verrà servito al posto selezionato al momento dell’ordine.

Il settore dell’internet banking in Cina è molto più avanzato rispetto al resto del mondo, con due giganti del digital che dominano questo settore: WeChat Pay (di Tencent) e Alipay.

L’obiettivo di Ant Financial è quello di rivoluzionare il settore del retail banking, eliminando un giorno la necessità di portafogli e smartphone per effettuare pagamenti. Ant Financial utilizza la piattaforma di pagamento digitale Alipay, che possiede attualmente più di mezzo miliardo di utenti e che già permette ai propri utenti di fare il login nella propria app con il riconoscimento facciale.

La compagnia assicura inoltre ai propri utenti che la tecnologia è sicura e che il software utilizza una camera 3D e un algoritmo che riconosce la “vitalità” dell’individuo per evitare tentativi di pagamenti con foto altrui.

Esperimenti simili sono già stati effettuati in Cina: la compagnia tech Baidu (l’equivalente cinese di Google) ha cominciato a testare il software di riconoscimento facciale lo scorso anno per gestire l’ammissione di turisti nella città di Wuzhen; inoltre i dipendenti di Baidu possono pagare con questo sistema nei ristoranti aziendali.

Baidu e KFC hanno testato un progetto molto più ambizioso lo scorso gennaio in uno dei propri ristoranti di Pechino: scansionare la faccia dei clienti per prevedere e consigliare l’ordine preferito dal cliente in base all’età, umore e sesso.

Ant Financial afferma che si cercherà di introdurre questo sistema di pagamento progressivamente anche in altri punti vendita dell’industria retail, oltre che nei ristoranti KFC.

Riconoscimento facciale e sicurezza pubblica

Le autorità cinesi, nel frattempo stanno combinando questo tipo di tecnologia con il sistema di camere di sicurezza che monitorano i cittadini nelle città. Recentemente infatti la polizia è stata in grado di identificare e arrestare 25 sospetti criminali al più grande festival di birra della Cina nella città di Qingdao.

Fonte immagine: Sixth Tone

Fonte immagine: Sixth Tone

L’introduzione di questi software in Cina è stata supportata dagli enormi database di foto identificative del Paese, e dalle immagini raccolte in Rete dalle compagnie web, che operano ovviamente a braccetto con il governo cinese. Yitu Technology per esempio, la compagnia che ha operato durante il festival della birra, è in possesso del database facciale più grande al mondo, in possesso di circa un miliardo e mezzo di volti schedati, secondo quanto dichiarato sul proprio sito.

Queste misure stanno cominciando a suscitare delle preoccupazioni relative al tema della privacy e sicurezza pubblica. Purtroppo però, attualmente le norme e le linee guida proposte dagli enti locali sono molto vaghe, e non c’è ancora una legislazione per l’uso di informazioni biologiche e problemi relativi alla privacy.