Free Masterclass on demand corso online in growth hacking_a

Diventa un Growth Hacking Ninja, guarda la Free Masterclass On Demand

Raffaele Gaito, docente del Corso Online in Growth Hacking & Performance Marketing, è stato il protagonista della Free Masterclass che ha anticipato alcuni dei temi che verranno trattati durante il Corso e ha dispensato preziosi consigli per chi vuole approcciarsi alla disciplina.

Se non sei riuscito a seguire la diretta, da oggi potrai facilmente vedere – e rivedere ogni volta che vuoi-  la Free Masterclass “Growth Hacking Ninja“. Fino a poco tempo fa il Growth Hacking era un termine oscuro, noto solo ai pirati della Silicon Valley, ma anche grazie agli insegnamenti di Raffaele Gaito è oggi una materia che si sta velocemente connotando, trasformandosi in una disciplina che richiede competenze specifiche (non temere, le potrai apprendere durante il corso!).

Durante la Free Masterclass abbiamo ricevuto una panoramica delle skill necessarie per dare una spinta al tuo business, intraprendendo un cammino di crescita costante ma soprattutto sostenibile.

Raffaele Gaito ha inoltre evidenziato le differenze dell’approccio da Growth Hacker agli obiettivi aziendali e ci ha insegnato a individuare quali sono le skill che possono mancare in una squadra (e in un business) per poter finalmente gettare le basi di una nuova strategia di marketing.

Come recuperare la Free masterclass del Corso Online in Growth Hacking & Performance Marketing

Se non hai potuto ascoltare in diretta la lezione di Raffaele Gaito vai sul sito di Ninja Academy e iscriviti alla Free Masterclass “Growth Hacking Ninja; dopo l’iscrizione la lezione comparirà nella tua area utente e potrai vederla come e quando vuoi.

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A Dublino la street art incontra il green marketing

di Silvia Scardapane

Questa settimana Streetness diventa green e vola a Dublino. La capitale irlandese è nota nel mondo per l’attenzione rivolta all’ambiente, all’eco-sostenibilità e alla biodiversità e da oggi anche la Street Art sarà portatrice di questo messaggio. I grandi magazzini Arnotts, infatti, hanno promosso un progetto intitolato “The City Is My Garden” collaborando con i Giardini Botanici Nazionali d’Irlanda e lo street artist Maser.

Maser ha realizzato i primi graffiti nel 1995 tra le strade di Dublino. Pochi anni dopo l’artista ha iniziato a ripensare lo spazio urbano studiando interventi site specific e divenendo uno dei più noti rappresentanti dell’arte urbana in Irlanda; inizialmente il suo lavoro era fortemente influenzato dalla tipografia e dalla pittura segnica ma successivamente ha abbracciato l’astrazione geometrica e la semplicità della forma. Attualmente Maser è molto noto nel campo dell’arte contemporanea e non ha solo ampliato la propria produzione includendo sculture in 3D ma ha anche esposto in alcune delle gallerie più note d’Europa, vantando collaborazioni con numerosi artisti tra cui JR, Connor Harrington e Fintan Magee.

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La sgargiante pallette dell’artista ricrea in pieno centro, tra le case di Liffey Street, un giardino contemporaneo urbano che vuole istruire, tramite l’arte, i passanti sui temi dei giardini botanici e la sostenibilità, senza rinunciare ad elementi floreali di moda. Il risultato è uno straordinario effetto visivo fatto di sagome leggere e pattern vivaci. Altri interventi saranno realizzati in città: l’idea è quella di elogiare certamente la bellezza di Dublino, ma anche di sottolineare l’importanza della natura e della vita all’aria aperta.

La Street Art di Maser sboccia anche nelle vetrine di Arnotts, il cui flagship store – cattedrale della moda irish, degli accessori e dell’homeware – è posizionato nel lato nord della città.

Pic: Marc O'Sullivan

Pic: Marc O’Sullivan

Migliaia i volantini informativi distribuiti ai clienti, agli abitanti e ai turisti, accompagnati da una piccola confezione di semi di girasole così tutti, indistintamente, potranno godere di “The City Is My Garden” anche nelle loro case.

“Quando abbiamo pensato ad un giardino simbolo della città di Dublino, il nostro pensiero è volato ai Giardini Botanici Nazionali e siamo stati lieti di congiungere quest’aspetto con l’arte di Maser per portare il giardino in un contesto urbano. Speriamo che i nostri clienti ritrovino il tempo per scoprire tutto ciò che afferisce alla botanica attraverso le nostre infografiche e installazioni educative” Damien Byrne, direttore creativo di Arnotts.

Anche il lavoro dell’artista si è basato su una lenta e precisa conoscenza del mondo botanico e sugli effetti di alcune piante sulla nostra salute; Maser, infatti, ha personalmente fotografato le più interessanti presenti nei Giardini Botanici Nazionali realizzandone poi gli schizzi su cui ha elaborato i motivi che contraddistinguono l’intera campagna.

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La scelta dei magazzini Arnotts valorizza, così, uno degli aspetti che da sempre riteniamo essere  tra i più importanti per la promozione di un brand o di un’azienda, rendendo alcuni simboli della tradizione, come il trifoglio, fortemente contemporanei. Una propaganda pubblicitaria che si inserisce perfettamente nelle dinamiche del green marketing intelligente senza tralasciare l’importanza di fortificare le proprie radici, optando per partner e artisti locali.

Se è vero che l’erba del vicino è sempre più verde, speriamo che dopo quest’esempio anche in Italia possano nascere interessanti campagne di sensibilizzazione puntando sul potere comunicativo della Street Art.

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La sicurezza su smartphone: l’evoluzione della tecnologia

Un cellulare non è solo un mezzo per poter comunicare, ma è molto di più. Difatti uno smartphone potrebbe raccontare molto della vita di chiunque di noi. Potrebbe svelare interessi, progetti, passioni ed anche segreti di varia natura. C’è chi è giunto a definire lo smartphone come un prolungamento del braccio umano. Forse un’esagerazione? Probabilmente no, date le numerose azioni che ad oggi è possibile compiere semplicemente con un tap.

Pagare una bolletta, inviare denaro, scrivere una tesi oltre a leggere la posta elettronica, scattare foto ecc.
C’è poco da sorprendersi, dal momento che lo smartphone è spesso un vero e proprio strumento di lavoro e svago, di cui dobbiamo proteggere e salvaguardare la gran mole di dati che quotidianamente, per fare un’operazione o per un’altra, introduciamo in esso.

L’esigenza di una maggior sicurezza

In questi anni di grandi evoluzioni tecnologiche sono state molte le novità introdotte per proteggere lo smartphone da occhi indiscreti. Ma ancor prima di proteggere il dispositivo da attacchi software si è pensato di sviluppare alcuni ingegnosi sistemi di sicurezza che potremmo definire ‘esterni.

Quando il cellulare era poco più che un telefono, l’importanza della tutela della privacy era si importante, ma tutto sommato si trattava, in caso di smarrimento, di perdere una lista di numeri telefonici più o meno importanti. Ad oggi lo smarrimento di uno smartphone comporterebbe pericoli ben più influenti.

Erano i primi anni del nuovo secolo, con la presentazione dei primi terminali con sistemi operativi open source, che si pensò di progettare una combinazione numerica, il PIN, per sbloccare il dispositivo e per proteggere dati ed informazioni varie. Ma nel corso degli anni l’esigenza di incrementare la sicurezza dei dispositivi crebbe esponenzialmente e con essa la spinta nello sviluppo di sistemi di sicurezza più affidabili.

Dal Pin all’utilizzo delle password

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Dal Pin all’utilizzo della password il passo è stato molto breve. La differenza più evidente risiedeva nella possibilità di utilizzare oltre i numeri anche la punteggiatura e caratteri speciali. Un vantaggio, quello offerto dalle password, mai apprezzato sino in fondo per la complessità dei codici e per la conseguente scarsa praticità.

Un sequenza per lo sblocco

Presto nei dispositivi Android si aggiunse l’introduzione della sequenza. Un sistema considerato invulnerabile, ma che in realtà non lo è. La sequenza, che si realizza tracciando un segno sul monitor del dispositivo e che sostituisce l’immissione di un pin o di una password, in realtà presenta una semplice e grande falla: è facilmente visibile e riconoscibile ad occhi indiscreti.

L’introduzione del codice biometrico

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Nel 2013 Apple presenta l’iPhone 5s e come spesso accade con l’azienda di Cupertino, si registrò una vera e propria rivoluzione. Fu introdotto su un dispositivo mobile il riconoscimento dell’impronta digitale, il famoso ‘touch id’. Una novità che non solo smosse l’intero mercato degli smartphone, ma che incoraggiò lo sviluppo di numerose novità nel settore dei pagamenti online ed offline.

Col tempo il sensore biometrico fu introdotto su tantissimi dispositivi mobili dagli smartphone ai tablet sino ai pc portatili. In realtà non si trattò di una vera e propria rivoluzione. Esistono numerosi metodi per illudere il sistema, ma di certo il sensore biometrico garantisce quella sicurezza e quella semplicità di sblocco tanto cercata dai consumatori di tutto il mondo.

Il riconoscimento facciale

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Sin da subito si sono palesate le falle di questo sistema d sicurezza. Si realizza posizionando il viso dinnanzi alla fotocamera ed attendere che lo smartphone ci riconosca. Ma basta posizionare una foto o una persona somigliante al proprietario e voilà, il dispositivo è sbloccato!

Il riconoscimento facciale 3D

Ecco l’ultima ‘diavoleria’ nel campo della sicurezza mobile che ben presto verrà inserita nel corso di questo 2017: il riconoscimento facciale 3D. Si pensa che Apple integrerà questa tecnologia nel prossimo iPhone, ma ovviamente non ci sono state conferme. Si tratta di una tecnologia ancora poco conosciuta basata su laser che dovrebbe mappare in 3D il viso del proprietario del dispositivo e dunque evitare i facili inganni del precedente riconoscimento facciale.

Essenzialmente non esiste uno strumento sicuro al 100%. Tutti indistintamente presentano delle falle più o meno gravi. Bisognerebbe ricorrere alla criptazione dello smartphone per evitare la perdita di dati importanti.

Una tecnica interessante che permetterebbe di impostare e modificare una password da remoto e che renderebbe inutilizzabile o quasi, un qualsiasi dispositivo connesso alla rete. Una tecnica questa della criptazione, ancora molto poco utilizzata per la complessità delle operazioni necessarie.

Ma come implementare la sicurezza di un dispositivo mobile?

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Se la sicurezza esterna di un dispositivo è legata ai sistemi di riconoscimento che le case produttrici decidono di installare di volta in volta sui terminali mobili, quella interna invece dipende in gran parte da noi e da ciò che quotidianamente facciamo con lo smartphone. Qui troverai 3 semplici consigli da tenere bene in mente per evitare alcune delle problematiche più diffuse:

1) Occhio al WIFI, un amico inaffidabile;

Un Wifi pubblico è forse uno degli strumenti più utilizzati per rubare dati sensibili ai dispositivi mobili. Le reti pubbliche possono quindi rappresentare delle irresistibili trappole

2) I link, un ponte a volte rischioso;

Ogni sito web, file o testo propone dei collegamenti ipertestuali. Dei collegamenti con lo scopo di condurci presso altre unità informative. Ma a volte cliccando sui link è possibile atterrare su portali infetti o siti di phishing, delle serie ed invisibili minacce per tutti i dispositivi mobili.

3) Le Applicazioni: un mondo colmo di infezioni e virus;

La provenienza: anche le applicazioni nascondono un mondo colmo di pericoli da cui stare bene attenti. Il primo tra tanti è certamente la provenienza. Esistono software house che producono appositamente app infette e diffuse sui principali store di applicazioni mobili. La provenienza dunque potrebbe dirci molto sull’origine e su ciò che da li a poco andremo ad installare sul nostro smartphone.

Gli aggiornamenti: anche in questo caso la sicurezza del dispositivo potrebbe essere compromessa da aggiornamenti non fatti e che potrebbero svelare falle insolute e che consequenzialmente potrebbero rappresentare delle porte per virus e malware.

Il nostro ruolo

La sicurezza di un dispositivo dipende in gran parte da noi, dai nostri atteggiamenti e dalle nostre abitudini. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il più delle volte le infezioni si realizzano per disattenzioni o clic ottenuti con l’inganno.

Week in Social

Week in Social: dagli Snapchat Geofilter alle notifiche unificate

Una maxi multa da 110 milioni di euro per aver fornito informazioni fuorvianti. Se state pensando ad una trama di un appassionato e intrigante film americano vi sbagliate di grosso. È tutto vero, e nella realtà dei fatti i protagonisti non sono altro che Facebook e Whatsapp. Di questo e di tante altre novità vi parliamo oggi nella rubrica Ninja che vi tiene sempre aggiornati sul mondo social. È venerdì, è Week in Social. Ma andiamo con ordine.

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L’Unione Europea inchioda Facebook: maximulta da 110mln per WhatsApp

Se la legge è uguale per tutti, lo è anche per il signore dei social. Nel 2014 Facebook aveva assicurato alla Commissione Ue di non poter collegare gli account Facebook con quelli di WhatsApp, cosa invece realizzata nel 2016. Non benissimo visto che secondo l’Ue Facebook avrebbe commesso non una ma due infrazioni, fornendo informazioni fuorvianti nel 2014 e  nel 2016  in seguito a richieste di  chiarimenti da Bruxelles.

 La società di Zuckerberg, però, ha poi ammesso di aver commesso l’infrazione collaborando con la Commissione, e quindi quest’ultima ha deciso di ridurre la multa a 110 milioni dai quasi 250milioni di euro potenziali, pari all’1% del fatturato 2016.

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Facebook contro il ClickBait: Ecco il nuovo algoritmo social

Titoli apparentemente affascinanti, che incuriosiscono e attirano l’attenzione dell’utente intento a scorrere velocemente il proprio feed di Facebook. Di cosa parliamo? Del  fenomeno del ClickBait, ovvero di quei titoli costruiti esclusivamente per generare traffico sui siti e catturare il tanto agognato click dell’utente su un link.

La buona notizia? Facebook ha deciso di frenare questa non troppo nobile usanza. Come? Aggiornando il suo algoritmo e penalizzando i siti e gli account che pubblicano questo tipo di notizie riducendone di gran lunga la visibilità. La secondo buona notizia?  L’operazione sarà testata  anche in altre lingue. Tra queste, c’è anche l’italiano.

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Facebook, Messenger e Instagram insieme per  le notifiche social unificate

L’unione fa la forza? Ebbene si. Mark Zuckerberg ha deciso di sigillare ancora di più l’unione platonica tra le sue creature. Come? Unificando e facendo interagire le notifiche di Facebook, Messenger  e Instagram in una stessa piattaforma. In questo modo sarà possibile gestire i propri canali in maniera più facile potendo passare da uno all’altro in poche semplici mosse e tenere sotto controllo tutte le notifiche senza impazzire. Sarà davvero così? Staremo a vedere!

Snapchat presenta tre nuovi servizi Business: Sponsored World Lenses, Audience Lenses e Smart Geofilter

Parte il roll out di tre importanti funzioni che andranno a potenziare l’offerta  per i clienti business di Snapchat. Di cosa parliamo?  Degli Sponsored World Lenses, Audience Lenses e Smart Geofilter. Proprio quest’ultimo rappresenta un importante aggiornamento e opportunità per brand e aziende presenti sul social dei filtri, che dal 2015 speravano in qualcosa di più.  Dall’azienda del fantasmino la spinta verso i clienti business è più forte che mai. Staremo a vedere.

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Per questa settimana con le novità social è tutto! Seguite la nostra pagina Facebook  e il nostro gruppo LinkedIn per rimanere aggiornati su tutte le novità del mondo social.

Perché dovrei cancellarmi da Facebook?

In un articolo un po’ provocatorio apparso su Mashable, Jack Morse ha esposto alcuni motivi per cui, secondo lui, sia consigliabile cancellarsi da Facebook.

Non è un attacco di hipsterismo acuto quanto più un modo un po’ perentorio di porre l’accento su alcuni problemi connessi alla piattaforma Facebook e al suo utilizzo che spesso, nel nostro navigare quotidiano tra timeline, like e commenti, ignoriamo o soprassediamo, immersi nel mare magnum di gattini, meme e foto da sbirciare.

Al di là di un’interfaccia utente non sempre brillante e dell’apparente voglia di Mark Zuckerberg di conquistare il mondo, infatti, sono altre le caratteristiche che dovrebbero indurre una riflessione. Vediamone insieme alcune.

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La finta pluralità

Così come avviene con altri ambienti web basati su algoritmi che interpretano i gusti degli utenti, anche su Facebook quello della Filter Bubble è un problema esistente. Per “Filter Bubble” si intende un meccanismo di filtraggio delle informazioni che, basandosi appunto sui dati e gusti degli utenti, restituisce loro solo i contenuti più “gradevoli”, in linea con la loro linea di pensiero e in grado di non intaccare le certezze o i pregiudizi esistenti.

Così facendo, il rischio di provocare un’errata percezione della realtà è sempre dietro l’angolo. Leggendo solo di utenti e contenuti affini, infatti, è possibile cadere nella fallace convinzione che il “mondo che ci circonda” sia fatto in maggioranza da persone con pensieri simili ai nostri. E poco conta se Facebook nasce con intenti ludici o come mezzo per mettere in contatto conoscenti: sempre più persone utilizzano la creatura di Mark Zuckerberg per informarsi e Facebook, per alcune fasce d’età, è la prima fonte di notizie.

Lo scopo di Facebook, quello di restituire agli utenti una buona esperienza utente in modo da tenere sempre alto il numero di interazioni, potrebbe così essere uno dei fattori che porta a una massa di utenti sempre meno critica, non abituata al confronto e, in generale, inadatta a comprendere la realtà. Ciò che è avvenuto sui social durante le recente elezioni americane è stato uno dei sintomi di una malattia di cui purtroppo molti spazi web sembrano essere infetti: la combinazione con le fake news, purtroppo sempre più frequenti su Facebook e simili, ha creato effetti davvero considerevoli.

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Alcuni elementi di poca trasparenza

Nonostante il look da bravo ragazzo della porta accanto di Mark Zukerberg, Facebook a volte è stata protagonista di azioni a dir poco controverse. Tra accuse di aver condotto studi sulla manipolazione delle emozioni tramite News Feed usando un campione di persone non sufficientemente informate dell’esperimento, problemi legati all’acquisizione dei dati sensibili di utenti in Germania e una salata multa in arrivo per aver mentito all’Unione Europea all’epoca dell’acquisto di Whastapp, lo scintillante successo di Facebook potrebbe celare alcune piccole macchie.

La dispersione

Molti utenti tendono ad aggiungere quanti più contatti possibili nella propria friend list. Ma quanti davvero sono amici “nella vita vera” o comunque persona di cui ci importa davvero qualcosa? Quante di queste connessioni sono in grado di portare davvero valore alla nostra esperienza su Facebook o sono invece tenute lì per soddisfare un bisogno, a volte voyeuristico, di avere sempre in tasca o su schermo “un’occhiata dalla serratura” per osservare attimi delle vite altrui?

L’aggiunta di connessioni diventa quasi un vero cruccio, tra la cugina antipatica che proprio non sopporti ma di cui devi “per forza” accettare l’amicizia a quel contatto che non ricordi nemmeno più perché hai in bacheca ma che continua a commentarti sotto ogni status nemmeno fosse il tuo più caro amico di infanzia. Per ovviare a ciò spesso si ricorre al nascondere i contatti più fastidiosi, alla creazione di liste con diversi profili di privacy o alla formazione di chat e gruppi “segreti” dove concedersi in chiacchiere solo con le persone di cui si ha stima, fiducia o affetto. Se vi riconoscete in uno di questi comportamenti allora la domanda che dovreste farvi è: l’utilizzo che faccio di Facebook è in grado di portare benefici al mio tempo libero?

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A questa domanda ne dovrebbe far seguito un’altra: tutto il tempo che impiego su Facebook è in grado di portare dei benefici alla mia vita? L’estrema abbondanza di contenuti condivisi ogni minuto da amici, pagine e brand è un vero e proprio calderone da cui, spesso, è troppo facile farsi trascinare in minuti (se non più) interi a curiosare tra un profilo e l’altro in una sorta di sterile zapping a portata di smartphone. Nessuno nega le potenzialità di Facebook e anzi, noi di Ninja Marketing siamo spesso in prima linea nell’esporverle, ma è anche vero che troppo spesso ci facciamo distrarre da Facebook un po’ per noia e un po’ perché, insomma, su Facebook ci sono tutti e l’idea di essere “tagliati fuori dal mondo” non piace a nessuno. Ma è davvero così impossibile restare in contatto con le persone importanti della propria vita senza Facebook e il distraente canto della sirena rappresentato dalla News Feed? 

Domande e osservazioni, questi, che non rappresentano una risposta definitiva alla domanda “Perché dovrei cancellarmi o restare su Facebook?” quanto, piuttosto, un invito a non accettare mai acriticamente ciò che vi circonda, virtuale o tangibile che sia. Gli strumenti possono anche apparire od essere neutri, ma l’uso che se ne fa non lo è mai. Ed è giusto, di tanto in tanto, rifletterci su, anche solo per saper governare al meglio la propria vita digitale.

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Apre a Chicago il primo Nutella Café al mondo

Nutella apre il suo primo café a Chicago. Il 31 maggio, all’interno del Millennium Park Plaza (zona est della città), si apriranno i battenti del primo ristorante Nutella al mondo.

Apre a Chicago il primo Nutella Café al mondo

Dopo l’apertura di diversi corner bar, alcuni in partnership con Eataly, quello di Chicago sarà il primo restaurant café di proprietà, interamente gestito dalla multinazionale piemontese.

Venduta in oltre 160 paesi, oggi Nutella è uno dei marchi italiani più conosciuti all’estero. Il primo vasetto venne prodotto ad Alba nel 1964. Michele Ferrero, nel ’63, decise di modificare la composizione e il nome della Supercrema, sviluppata dal padre Pietro sulla base della ricetta della Pasta Giandujot. Da quell’innovazione nasce la celebre crema di cacao e nocciole spalmabile.

Gli interni si ispirano allo storico prodotto Ferrero

I colori e l’arredo richiamano il famoso barattolo: dalla porta d’ingresso ai tavoli di colore rosso. Il locale si sviluppa su due livelli: al piano terra un’area con tavoli e tavolini, al primo piano divani rossi intorno a un camino.

Apre a Chicago il primo Nutella Café al mondo

Oltre ai dolci, lo staff servirà piatti tipici della cucina italiana. Non mancheranno le golosità alla Nutella: dalle baguette calde alla macedonia di frutta. E poi ancora croissant, pancakes, waffles e altre prelibatezze.

Apre a Chicago il primo Nutella Café al mondo

La brand building strategy di Nutella

Un’efficace strategia di valorizzazione e posizionamento internazionale supporterà l’azienda, già leader nel settore dolciario, a cavalcare nuove frontiere di brand building:

“Volevamo creare un mondo di Nutella per tutti gli appassionati, che possano catturare l’essenza del brand, non solo nei piatti che saranno serviti, ma nell’intera esperienza, dal momento in cui si entra in questo spazio. Il Nutella Café offre qualcosa per tutti e noi incoraggiamo tutti a entrare e provare un piatto o uno spuntino. Ci auguriamo che gli appassionati di Chicago e i visitatori potranno godersi il café tanto quanto ci siamo divertiti noi a crearlo” ha dichiarato Noah Szporn, Responsabile Marketing Nutella Nord America.

La fase d’apertura sarà accompagnata da una campagna social che inviterà i consumatori a partecipare alla conversazione con l’hashtag ufficiale #NutellaCafeChicago.
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Adobe Summit 2017: 3 lezioni preziose dall’evento dedicato all’experience business

Sono un ragazzo fortunato, cantava Jovanotti ormai diversi anni fa. Ebbene, almeno a livello professionale, sento di pensare la stessa cosa. Tra le tante cose positive capitate nell’ultimo periodo c’è stata certamente la possibilità di partecipare all’Adobe Summit EMEA 2017, tenutosi presso l’ExCeL di Londra i giorni 10 e 11 maggio.

Più di 5.000 persone provenienti da tutta Europa e dal mondo intero, decine di sponsor (Accenture, Cognizant, Deloitte Digital, LBI e molte altre ancora) a impreziosire la kermesse con trial di prodotti e servizi, nuove tecnologie, business case. Ma soprattutto interventi di brand del calibro di Amplifon, AXA, BMW, Lloyds, Tesco, The Telegraph, che sono stati in grado di creare e gestire customer experiences vivide ed entusiasmanti per le proprie audience.

L’Adobe Summit ha rappresentato, quindi, un bellissimo momento di formazione e informazione. Ma nello specifico, cosa mi sono realmente portato a casa? A distanza di una settimana, propongo tre principali takeaway.

1. Nel business, l’esperienza è fondamentale

Le esperienze sono una delle principali leve competitive dei business contemporanei. Non lo dico (solo 😉 ) io, ma decine di altri analisti e manager da tutto il mondo, senza contare le ricerche di osservatori privilegiati come quello legato ad HBR Analytic e SAS Institute (“Lessons from the Leading Edge of Customer Experience Management”). Senza esperienza, appunto, un business sarebbe solo un business: ovvero, vendita e distribuzione di prodotti, spesso identici a quelli dei concorrenti più e meno diretti.

Nel marketing, experience fa rima con customer experience, l’insieme delle esperienze che un brand, un’azienda o qualsiasi altra entità organizzativa propone e permette di vivere alle proprie audience trasversalmente ai diversi punti di contatto con le persone. Dal punto di vista degli utenti che le fruiscono le esperienze sono sia fenomeni altamente soggettivi, situazionali e personali, sia “oggetti sociali” il cui valore finale può andare ben oltre il contesto del singolo individuo, espandendosi a macchia d’olio all’interno dei diversi network sociali personali e non. La rete trasforma poi tali esperienze condivise in “tracce” pubbliche, ricercabili (attraverso motori di ricerca e sistemi di content curation) e permanenti, spesso anche prima che i sistemi aziendali riescano a monitorarle e trasformarle in insight strategici.

2. Le esperienze si abilitano con il dato

Per quanto scritto nel punto precedente, le esperienze non rappresentano un fenomeno assoluto e scollegato dalla realtà delle interazioni brand / utenti. Al contrario, hanno una radice profonda e solida nel data management e negli analytics: sono proprio questi che permettono la progettazione di esperienze rilevanti, contestualizzate, personalizzate.

Non è un caso che Adobe, che fa dell’experience il proprio cavallo (comunicativo ma non solo) di battaglia, sia sostanzialmente un vendor di software di analisi, ottimizzazione e gestione avanzata. L’azienda si è spinta ancora più in là grazie a soluzioni come Adobe Sensei, che sfrutta miliardi di contenuti e dati – da immagini ad alta risoluzione fino ai clic dei clienti – il tutto in un framework che unisce intelligenza artificiale e apprendimento automatico.

Dall’abbinamento di immagini selezionate tra milioni di risorse, alla capacità di comprendere il significato e il sentiment di un testo, fino al targeting mirato di importanti segmenti di pubblico: Adobe Sensei è in grado di fare tutto questo.

3. Esperienze e dati non risolvono tutto: occorrono professionisti illuminati!

Questa è stata la mia impressione finale appena terminato l’Adobe Summit. Non ho solo avuto la fortuna di ascoltare contenuti interessanti, ma anche quella di avere interagito con speaker brillanti e coinvolgenti. Questo è fondamentale, soprattutto in un settore a prima vista noioso e non adatto a tutti come quello del data management e dei software di marketing excellence.

Chi vende – un prodotto, un’idea, un sogno – deve saperlo fare indipendentemente dall’entità in vendita. Quanto spesso abbiamo visto prodotti insignificanti prendere il largo? Sono certo che sia stato merito anche di qualche manager / leader illuminato che ha saputo ispirare clienti e partner. L’Italia manageriale vive forse la situazione opposta, e deve quindi riflettere su tale gap.

In conclusione, che dire dell’Adobe Summit 2017: arrivederci al prossimo anno e grazie di tutto, Adobe!

glossario seo per blogger

Glossario SEO per aspiranti Blogger

Leggere un articolo che parla di SEO, spesso e volentieri, rappresenta una sfida. Questo perché chi scrive di SEO tende a usare acronimi e termini tecnici. Roba così poco comprensibile, da fare invidia al mito di Amici Miei.

Ecco perché ho deciso di creare un glossario SEO per aspiranti blogger. Del resto, la chiarezza è il primo passo per comprendere qualcosa.

Se vuoi che la SEO non abbia più così tanti segreti, continua a leggere. Dalla A alla Z, ecco, in breve, i termini che trovi all’interno di questo mini dizionario:

Alt tag

L’ALT tag (o ALT text) è linsieme delle keyword che ti permettono di categorizzare le immagini di una pagina web. Un particolare da non sottovalutare, se vuoi aiutare i motori di ricerca a trovare le tue immagini, e a organizzarle nei risultati di ricerca.

Inoltre, le persone che leggono dagli screen reader possono sfruttare l’ALT tag per comprendere il contenuto di un’immagine. Insomma, più gli ALT tag delle tue immagini sono descrittivi più queste saranno accessibili.

Per approfondireSEO per immagini: come ottimizzarle per i motori di ricerca

Bounce rate

La frequenza di rimbalzo (o bounce rate) è un valore che indica la percentuale di utenti che lasciano il tuo blog, dopo aver letto un solo articolo e senza aver compiuto alcuna azione. Più è alto, minore è la permanenza sul tuo blog.

Questo numero, però, non deve necessariamente farti spaventare. Il bounce rate può indicarti la qualità dei tuoi contenuti, è vero. E, di conseguenza, accendere un campanello di allarme: i tuoi contenuti sono utili? Il tuo blog presenta problemi di usabilità? Ma un valore alto può anche significare che i tuoi lettori hanno trovato tutte le informazioni che stavano cercando.

Crawler

I crawler sono dei programmi creati con lo scopo di scandagliare le pagine web, esaminare il loro contenuto e categorizzarle, secondo una o più parole chiave.

Prova a immaginare questi simpatici bot come dei ragni affamati, pronti a restituire alla loro regina (il motore di ricerca) tutte le informazioni necessarie per determinare il posizionamento di una pagina web nei risultati di ricerca.

Dofollow / Nofollow

Due attributi che puoi (e devi) utilizzare quando linki un altra pagina web.

Scrivi articoli tutto il giorno. E sai benissimo quanto sia importante citare le fonti, o inserire un collegamento esterno che possa arricchire il tuo contenuto. Ma anche concatenare i tuoi articoli, con lo scopo di creare una rete di link interni che facilitino la navigazione del tuo blog.

Quando inserisci un link, quindi, utilizza il Nofollow o il Dofollow, seguendo questa logica:

  • usa il Nofollow quando vuoi che il motore di ricerca ignori un link – se si tratta di un sito web di dubbia qualità, ad esempio, è obbligatorio
  • usa il Dofollow per comunicare al motore di ricerca che il link che hai inserito è rilevante

EMD

EMD è l’acronimo di extact match domain, ovvero, dominio a corrispondenza esatta. In parole povere, tutti i domini che usano la parola chiave che meglio rappresenta il loro servizio / prodotto, invece di puntare sul nome del brand.

Ad esempio, www.ninjamarketing.it non è un EMD. Il nome scelto per il dominio è il nome stesso del brand. E, anche, se è presente una parola chiave, rilevante per il settore merceologico a cui appartiene Ninja, non ha una corrispondenza esatta con il servizio offerto.

Al contrario, www.corsimarketingonline.org è un EMD in piena regola.

Fino a qualche anno fa, gli EMD riuscivano a raggiungere posizioni abbastanza rilevanti. Oggi, fortunatamente, non è più così – almeno su Google.

Insomma, sentiti libero di spaziare con la fantasia. Quello che conta, per una buona indicizzazione, è il contenuto. 😉

Freshness

Letteralmente “freschezza”. Per il tuo blog (e per la SEO), invece, è una pratica che dovresti considerare, quando sei a corto di idee. Quando non sai proprio che argomento trattare, piuttosto che cercare di cavalcare l’onda di una notizia che hanno già sviscerato tutti i tuoi concorrenti, aggiorna un tuo vecchio contenuto.

E non parlo, unicamente, della data di pubblicazione. Mi riferisco, piuttosto, alla natura stessa del contenuto. Ad esempio, due anni fa, ho scritto un articolo sulla revisione di un testo. Quest’anno, rileggendolo, mi sono accorto che c’era qualcosa che potevo migliorare e altre nozioni, invece, che potevo aggiungere. Ed è quello che puoi fare anche tu per donare una nuova linfa vitale ai tuoi contenuti. Ed è anche quello che si intende per freshness.

Inoltre, a Google piace tantissimo un contenuto fresco. Un motivo in più per iniziare a spulciare il tuo blog, in cerca di articoli da “revisionare”.

Google Analytics

Google Analytics è uno dei tantissimi servizi offerti da Google. La sua funzione principale è elaborare i dati sul traffico di un sito web. Ma anche le fonti di questo traffico (cellulare, desktop, tablet), i dati anagrafici del tuo pubblico, il bounce rate, e tantissime altre statistiche. Fondamentale se vuoi avere un controllo reale sui dati del tuo sito web.

Per iniziare a usare Analytics, ti basta un account Google – che sicuramente già possiedi. Per il resto, come il 99% dei servizi di Google è gratuito.

Header

L’header è un elemento HTML che ti permette di suddividere un contenuto in diversi paragrafi. E, di conseguenza, stabilire una priorità all’interno di una pagina web.

Esistono 6 tipologie di header, dal h1 al h6. Ognuno, come hai appena letto, serve a creare ordine. Un ordine logico che facilita la lettura, sia al lettore sia al motore di ricerca.

Ad esempio, in questo articolo, “Glossario SEO per aspiranti blogger” è il titolo di questa pagina (o articolo), ed è un h1.  I vari argomenti trattati in questo dizionario, invece, sono h2. Così come l’immancabile paragrafo dedicato alle “Conclusioni”.

Indicizzazione (e posizionamento)

C’è sempre tanta confusione tra indicizzazione e posizionamento. Un contenuto è indicizzato quando viene immagazzinato dal motore di ricerca e, quindi, restituito nelle pagine di risposta (le SERP).

Ora, ricordi i Crawler? Loro si occupano, proprio, dell’indicizzazione di un contenuto web. A tal proposito, ricorda: chi ti promette l’indicizzazione è un cialtrone. Tutto si indicizza. È solo questione di tempo.

Il posizionamento, invece, è tutt’altra cosa. In questo caso, entra in gioco la SEO e tutte le pratiche che mirano all’ottimizzazione di una pagina web, al fine di incrementare la sua posizione tra i risultati di ricerca.

JPG

Il formato di compressione più diffuso, quando si parla di immagini, è il JPG. Cosa c’entra con la SEO? Te lo spiego subito. Un aspetto dell’ottimizzazione, che devi SEMPRE considerare, riguarda le prestazioni del tuo sito web. E quando si parla di prestazioni, si passa sempre dalle immagini. Ecco perché è consigliabile affidarsi al JPG.

NB → un altro formato da non sottovalutare è il WebP.

Keyword

SEO e keyword rappresentano un binomio indissolubile. Quando leggi di ottimizzazione sui motori di ricerca, una delle parole più utilizzata è proprio keyword.

Si parla di research, di intent, di stuffing. Tutte pratiche che sono direttamente collegate alla tanto agognata parola chiave (o keyword).

La keyword research è la ricerca che precede l’attività di scrittura – se non sai cosa cerca (e come, soprattutto) la gente, non puoi intercettare un bel niente.

Ma la parola chiave non è tutto. Bisogna comprendere, anche, qual è l’intento di ricerca, legato proprio a quella parola chiave.

Ad esempio, se cerco “maglione di lana”, probabilmente, desidero acquistarlo in un negozio virtuale. Se, invece, cerco “maglione di lana o di cotone”, posso essere interessato dalle differenze tra i due materiali.

Infine, per keyword stuffing si intende la sovraottimizzazione dei contenuti. Te lo spiego con un altro esempio:

In questo articolo, la keyword per la quale intendo posizionarmi è “glossario SEO”. E come puoi ben notare, non la trovi ripetuta in modo compulsivo, bensì è spalmata in tutto il testo, naturalmente. Ecco, se non vuoi risultare più fastidioso di una mail finita nello spam, cerca di non abusare troppo della tua parola chiave.

Quando si parla di link nella SEO ci si riferisce ai link interni e a quelli in entrata (backlink). Un link interno è un collegamento a una pagina dello stesso sito. Prendendo come esempio, questo articolo, il post che ti ho consigliato di leggere per approfondire l’ALT tag è proprio un link interno.

Un backlink, invece, è un link in ingresso verso una pagina web, che non è presente sullo stesso sito. Sostanzialmente, ogniqualvolta inserisci una risorsa esterna al tuo blog, doni alla fonte di quella informazione un backlink.

Tra l’altro, i backlink sono uno dei fattori più importanti per il posizionamento sui motori di ricerca. Insomma, più backlink hai, più rilevante sarà il tuo blog agli occhi di Google e compagnia bella.

Meta tag

I Meta tag sono elementi HTML, presenti in ogni pagina web, che indicano al motore di ricerca l’argomento principale di quest’ultima.

Se vuoi ottimizzare i tuoi contenuti, per aumentarne visibilità e traffico, devi prestare molta attenzione a questi 2 elementi:

  • tag title: l’elemento più importante che Google considera per quanto riguarda l’indicizzazione e il ranking.
  • meta description: la description di una pagina web (o di un post) è la descrizione libera ed esaustiva del contenuto della pagina

Noindex

Un altro meta tag, creato per evitare che una pagina web appaia nei risultati di ricerca, è il noindex. Puoi inserirlo, manualmente, nel codice HTML della pagina che non vuoi dare in pasto ai crawler, o, sfruttando le funzioni SEO dei principali plugin presenti in rete (Yoast su tutti).

Inoltre, puoi utilizzare il tag noindex anche per rimuovere una pagina dall’indice ed eliminarla dai risultati di ricerca.

Ottimizzazione

Ottimizzare una pagina web o un sito Internet significa cucire contenuti su misura per i lettori. Oltre renderli appetibili al motore di ricerca. Puoi scrivere articoli bellissimi, ma se non riesci a diffonderli il tuo lavoro risulta nullo. Sforzi, tempo e passione sprecati.

Comprendere come ragiona un motore di ricerca e trasformare i tuoi contenuti in chicche, perfettamente ottimizzate, è il primo passo per ottenere posizioni di rilievo nei risultati di ricerca.

Page rank

Il Page rank è un valore che Google assegna a ogni pagina web. Questo valore si basa su un algoritmo che tiene conto del numero e del valore dei link in entrata. E qui, si torna all’importanza dei backlink, e di come migliorino, il posizionamento su Google.

Vuoi sapere qual è il page rank del tuo blog? Google PageRank Checker ti dà la risposta!

Query

La query è una domanda specifica, su una determinata parola chiave.

Prendo in prestito il maglione di lana, usato come esempio nel paragrafo dedicato alle keyword. Maglione di lana è la keyword.

Queste, invece, sono 3 query (legate alla kw principale):

  • dove posso acquistare un maglione di lana
  • quando indossare un maglione di lana
  • differenze tra un maglione di lana e un cardigan

Risultato organico

Quando cerchi qualcosa su Google, non tutti i risultati sono considerati organici. I primi 3 risultati, spesso e volentieri, sono annunci a pagamento. Risultati che, una volta fermata l’inserzione pubblicitaria, piombano nell’oscurità.

Il compito della SEO è proprio quello di produrre risultati organici, che possono mantenere posizioni di rilievo, senza sborsare un singolo euro in sponsorizzazioni dei contenuti.

SERP

SERP è l’acronimo di Search Engine Results Page, ovvero, pagine di risultati della ricerca. In sostanza, sono le pagine che Google e gli altri motori di ricerca creano quando cerchiamo qualcosa online. E vengono create, cercando di restituire risultati quanto più pertinenti possibile.

Tassonomie

Le tassonomie sono gli argomenti chiave su cui posizionare il tuo sito web. Grazie a tag e categorie, infatti, puoi organizzare i tuoi contenuti e renderli più accessibili. Sia al motore di ricerca sia agli utenti. Utilizzare le tassonomie con criterio può aiutare il tuo blog a ottenere buoni risultati sul posizionamento organico.

Ecco un esempio, per comprendere meglio come classificare i tuoi contenuti: se hai un blog di cucina, le tue categorie potrebbero essere “primi piatti”, “secondi”, “dolci” e “contorni”.

Come vedi, ho scelto categorie che possono suddividere gli argomenti trattati, con estrema chiarezza.

I tag, invece, potrebbero essere gli ingredienti principali dei piatti di cui parli: “zucchine”, “pomodoro”, “carciofi”, “mele”, ecc. Taggando le ricette che contengono quell’ingrediente, crei una tassonomia orizzontale. Questa operazione serve a rendere visibile il tuo blog a tutti quegli utenti, che ad esempio, cercano “piatti a base di zucchine”.

URL

URL è l’acronimo di Uniform Resource Locator, e indica l’indirizzo (univoco) di una pagina web. Una buona URL deve descrivere la pagina in modo semplice, essere compatta e contenere le keyword più importanti.

A tal proposito, dai un’occhiata all’URL di questo articolo. 😉

Valore

Non è un elemento HTML. Non è un acronimo. È, semplicemente, il fattore più importante per ottenere risultati. Sembra scontato, ma è con il valore che i tuoi contenuti e il tuo blog cresceranno. La SEO è soprattutto valore. Non dimenticarlo mai.

Webmastertools

Un altro strumento (gratuito) che Google mette a disposizione; un altro strumento imprescindibile, da inserire nel kit del perfetto SEO.

Webmastertools (o Search Console) può fornirti report dettagliati, sulla visibilità delle pagine web del tuo blog – che poi sarebbero gli articoli.

Yoast

Uno dei plugin più famosi per gestire title SEO, description, URL e keyword density. Ma anche per ragionare sulla leggibilità dei tuoi contenuti e sull’ottimizzazione delle immagini. Inoltre, ti rende la vita più semplice, se devi configurare elementi come la sitemap.xml o il robots.txt.

Insomma, una vera manna dal cielo… Ah, è disponibile solo per WordPress.

ZMOT

Chi è alla ricerca di informazioni, sta costruendo la propria percezione del tuo blog, attraverso la tua identità online (sito web, blog post, presenza sui social), ma anche attraverso il parere schietto e sincero di altri utenti.

Questa fase di ricerca delle informazioni viene chiamata tecnicamente Z.M.O.T., ovvero, “Zero Moment Of Truth‘” – momento zero della verità. In parole povere, è quella fase in cui un potenziale cliente ricerca informazioni sulla tua “offerta commerciale”.

Avere feedback positivi dalla rete, significa vincere nello ZMOT. Questo perché le informazioni, che troviamo su un determinato prodotto/servizio, influenzano le nostre scelte di consumo.

Considerare questo aspetto può aiutarti a produrre un piano editoriale, che possa attrarre, ed essere utile al tuo potenziale pubblico.

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Conclusioni

Questi sono solo alcuni dei termini che ogni aspirante blogger dovrebbe conoscere, per spingere il proprio portale web sui motori di ricerca – che poi è il luogo dove gli utenti cercano risposte alle loro domande.

Se vuoi arricchire questo glossario sulla SEO, aggiungi un commento alla pagina Facebook di Ninja Marketing. Possiamo creare, insieme, un dizionario ancora più completo.

Se ti è piaciuto l’articolo, non dimenticare di condividerlo. Mi faresti, davvero, molto felice. <3

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Dove Real Beauty: arriva il primo film firmato Shonda Rhimes

Sì, proprio lei, la creatrice di Shondaland e di Grey’s Anatomy, ha siglato con la sua firma la prima produzione di Dove U.S., che racconta la storia di Cathleen Meredith.

Dove non si accontenta di rappresentare la vera bellezza attraverso spot e prodotti, vuole anche raccontarla attraverso una serie di storie di donne che hanno dato forma e realizzato la loro bellezza attraverso un percorso speciale.

Cathleen, ad esempio, ha creato la sua vera bellezza attraverso il potere della danza. Ora con il suo gruppo, le “Fat Girls Dance”, Cathleen condivide il suo messaggio positivo con donne di tutto il mondo, ridefinendo la vera bellezza con ogni movimento.

https://www.youtube.com/watch?v=-owM4crSd4Q

#RealBeauty: dalle bottiglie di ogni forma alle donne raccontate da Shonda Rhimes

C’è anche chi ha giudicato troppo invasiva e poco attenta alla sensibilità delle donne la campagna #RealBeauty di Dove, ma a noi sembra anche stavolta una declinazione molto diretta di un messaggio altrettanto chiaro. A cui ora va aggiunto il valore di un nome come quello di Shonda Rhimes.

Era già noto da qualche mese che la prolifica produttrice avrebbe accompagnato uno dei progetti di Dove, raccontando le storie di vita vera di #RealBeauty.

shonda-rhimes Dove

Per realizzare questo nuovo progetto Dove ha lanciato la Real Beauty Productions in tandem con la Rhimes. Grazie alla casa di produzione, donne e ragazze avranno la possibilità di condividere storie personali che contribuiscono ad ampliare la definizione di bellezza. Shonda Rhimes, naturalmente, ha lavorato a stretto contatto con le protagoniste sul set.

La Rhimes aveva dichiarato al momento del lancio del progetto che secondo alcune ricerche sette donne su dieci non si sentono rappresentate da annunci pubblicitari, film e serie TV”. Per questo la campagna di Dove può fare davvero la differenza.

Le storie raccontate nel nuovo progetto di Dove e della Rhimes sono state selezionate tra le candidature arrivate dal sito doverealbeauty.com. Ma al successo dell’iniziativa hanno probabilmente contribuito anche gli 1,5 milioni di follower della produttrice su Twitter.

“Non guardiamo a questo progetto come ad una iniziativa one-shot, lo vediamo più come un programma in divenire“, ha dichiarato  Nick Soukas, Vicepresidente del marketing per Dove a Unilever.

LEGGI ANCHE: Dove lancia le “Real Beauty Bottles”, disponibili in ogni forma e dimensione

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Flowkey: l’app per imparare a suonare il piano in modo smart

Avete sempre sognato di suonare il pianoforte? Vi piacerebbe diventare dei musicisti imparando da autodidatta in modo facile e veloce?

Studiare il piano con libri e spartiti potrebbe rivelarsi difficile e soprattutto potrebbero volerci mesi e mesi d’esercitazioni prima di riuscire a suonare un brano semplice.  Flowkey è l’applicazione mobile che vi permetterà di diventare in breve tempo i pianisti che avete sempre voluto essere.

Flowkey vi insegnerà a suonare il pianoforte online e vi consentirà di monitorare i vostri progressi grazie a lezioni graduali ed intuitive, ideali per ogni livello.

Imparare a suonare il pianoforte in modo innovativo

https://www.youtube.com/watch?v=nvzzQUZ-7PE

Per diventare degli abili pianisti con Flowkey tutto ciò di cui avrete bisogno sarà un tablet e un pianoforte o una tastiera, al resto ci penserà l’applicazione.

Flowekey vi  guiderà passo passo nella lettura degli spartiti, passando agli accordi per arrivare all’esecuzione dei vostri brani preferiti.

Una volta scaricata l’applicazione, disponibile in versione freemium per iOS e per Android: potrete scegliere tra centinaia di brani di ogni genere e livello di difficoltà, la vostra canzone preferita ed esercitarvi in modo interattivo con note e accordi, ricevendo un feedback immediato sulle vostre esecuzioni.

flowkey

Flowly sarà il vostro insegnante virtuale che grazie ai progressi della tecnologia  sarà in grado di riconoscere le note tramite il microfono del vostro dispositivo mobile o connessione MIDI , e dirvi in tempo reale se state eseguendo correttamente il brano o meno.

Potrete imparare a suonare una canzone scegliendo tra diverse opzioni presenti all’interno dell’app: valutare con quale mano suonare, se utilizzare solo la destra o la sinistra, rallentare il tempo, e persino mettere in loop una parte dello spartito su cui avete incontrato maggiori difficoltà.

Flowkey è l’applicazione perfetta non solo per chi sa già suonare e vuole migliorare la propria tecnica, ma anche per chi si avvicina per la prima volta al mondo del pianoforte, in quanto non solo consente di imparare sin da subito numerosi brani,  ma mette a disposizione degli utenti diverse lezioni su note, accordi e tecniche, tutte accompagnate da immagini e video didattici.

Flowkey mette a disposizione otto lezioni di prova gratuita, poi sarete voi a decidere se sottoscrivere un abbonamento e proseguire la vostra carriera da pianista.