Pablo Escobar vs Juan Pablo: intervista al figlio del primo grande trafficante di droga della storia

Una parete di vetro e un patio in finta vegetazione: Juan Sebastian Escobar è lì, in posa, vestito di nero davanti al fotografo d’ordinanza. Lo vediamo da lontano, la distanza mediata da un vetro lo rende ancora più televisivo. Del resto è attraverso la televisione che abbiamo iniziato a conoscere la sua storia, spettacolarizzata da serie come l’americana Narcos e la colombiana El Patron del Mal. Nei telefilm è un bambino un po’ grosso che conduce una vita all’ombra del cartello di Medellìn e sulla scia del padre Pablo, il primo vero narcotrafficante della storia.

Juan Pablo Escobar

Juan Pablo Escobar

In attesa di intervistarlo – insieme a Luca Lo Cicero – cerchiamo, quasi automaticamente, di trovare insieme delle somiglianze con il padre. Corporatura forte, collo abbondante e occhi in cui si intravedono tristezza, speranza, sicurezza, ricordiTra cinque minuti tocca a noi incontrarlo. Non vogliamo parlare delle solite cose o ripetergli le stesse domande che sicuramente altri giornalisti gli hanno posto, spesso guidati da morbosità collettiva e caccia all’aneddoto virale. Del resto Juan Pablo sta girando le capitali d’Europa per il tour promozionale del suo secondo libro, “Pablo Escobar. Gli ultimi segreti dei Narcos raccontati da suo figlio”. Una sfida per noi e per lui: parlare di cose mai dette, o quantomeno a stimolarlo su riflessioni nuove di vecchi eventi.

Chi è stato veramente Pablo Escobar? Un sanguinario affarista della coca? Un visionario imprenditore criminale? O un uomo che si è trovato al momento giusto, nel posto giusto e col giusto carisma?

Pablo Escobar Gaviria - Identified as one of Colombia's leading cocaine traffickers. he dropped from sight in 1984 in the midst of a U.S.Colombian anti-drug crackdown. The U.S. government requested hois extradition, if caught, to face trafficking charges in the United States. Escobar, in his mid-30s, had financed housing and other improvements for poor neighborhoods of his hometown, the city of Medellin. (AP-Photo) 1984

La storia che quest’uomo ha scritto in Colombia ha molti parallelismi con il nostro paese. Pensiamo ai nostri anni 90, quando la trattativa stato-mafia per evitare tra le altre cose il regime del 41 bis ricorda specularmente gli sforzi violenti di Pablo Escobar di evitare l’estradizione per tutti i narcotrafficanti colombiani.

Come mai tutti questi mali sono stati smantellati da un giorno all’altro dopo anni di crimini ed omicidi? C’è forse qualcosa di più grande dietro queste persone? Come mai, morto Pablo, oggi sul patibolo mediatico e giudiziario c’è El Chapo Guzman col suo cartello messicano di Sinaloa?  Resta forse, oggi come allora, il proibizionismo il business più grande e forte da proteggere?

Ora, al Ritz di Roma, ci apprestiamo ad intervistare quel bambino che virtualmente abbiamo visto nascere e crescere grazie a Netflix. Un bambino oggi cresciuto nel ripudio della violenza e della droga dopo esserne stato testimone diretto e “privilegiato”. Gli spieghiamo la nostra intenzione, con questo articolo, di tracciare due parabole inverse: quella discendente di Pablo, eroe negativo; la sua, ascendente, eroe positivo del perdono e della pace.

La parabola del padre

Il cognome Escobar fa venire subito in mente ville immerse nella giungla colombiana, feste con più armi che invitati, piste di coca e piste di atterraggio consumate nel giro di una notte, aerei imbottiti di cocaina che attraversano come un ronzìo furtivo i cieli sopra piscine di isole caraibiche. La storia di Escobar, come ogni storia di self made man che si rispetti, inizia nella completa povertà. 

Una delle ville commissionate da Escobar nelle isole Rosario, Colombia

Una delle “ville della droga” commissionate da Escobar nelle isole Rosario, Colombia

Pablo Escobar passa la sua infanzia prima nelle campagne fluviali della città di Rionegro, poi nel sobborgo di Envigado ed infine a Medellìn. Anni di trasferimenti dettati dai diversi incarichi scolastici della madre Hermilda, vera forza trainante della famiglia mentre il padre Abel, da buon agricoltore, viveva secondo i tempi lenti e ciclici della vita di campo.

Erano anni del terrore e del conflitto armato politico, in Colombia, quelli a cavallo tra i cinquanta ed i sessanta: nel periodo conosciuto come La Violencia, oltre 200,000 innocenti vennero trucidati e smembrati dalle armate di guerriglia a colpi di machete nella lotta tra partito liberale e partito conservatore. Pablo vive un’infanzia al margine della povertà, una storia comune che si ripete ancora oggi in ogni favela, barrio, ghetto o quartiere popolare nel mondo.

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Inizia però presto a sporcarsi le mani. Le sue missioni quotidiane consistevano nel falsificare diplomi del suo liceo per chi non aveva mai messo piede in aula, nel rivendere mezzi elenchi telefonici riciclandone l’altra metà strappata a mano per guadagnarci qualche soldo di più. Oppure farsi dare riviste usate dai figli delle case più ricche per noleggiarle ai più poveri, restituendole dopo un po’ agli ignari genitori: sharing economy un po’ distorta ed ante litteram.

Poi arrivano i furti delle auto, il contrabbando di sigarette, i rapimenti e le prime incursioni nello smercio di droga insieme al trafficante locale Alvaro Prieto. L’unica persona per la quale il padre, scriverà il figlio, avrà sempre una riverenza assoluta. Si intravede una potenziale ascesa criminale di Pablo e la sua vita inizia a costellarsi della presenza di chi lo accompagnerà fino all’ultimo dei suoi giorni, come suo cugino Gustavo Gaviria.

Fonte: Nicolas Entel

Fonte: Nicolas Entel

Gustavo e Pablo erano complementari: da un lato il contabile razionale, dall’altro uno stratega visionario. Gustavo morì nel ruolo di braccio destro, ucciso nel 1990 in un’operazione di polizia.

Una morte che finì per sbilanciare l’attitudine di Pablo, nel business come nella vita, spingendolo pericolosamente verso le derive più estreme del suo carattere. “Gustavo era un uomo d’affari, sensato, molto meno violento di mio padre”, ci spiega Juan Pablo. “Era capace di vedere i problemi prima che sorgessero e cercava di avvertire mio padre della necessità di scappare dal paese e portare i soldi altrove. Pablo però era un uomo testardo, difficilmente ascoltava i suoi consigli. Mia nonna materna lo chiamava affettuosamente testa di marmo”.

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Gustavo e Pablo in una foto scattata durante un viaggio a Las Vegas

Per ora, però, Pablo Escobar è ancora solo un adolescente come un altro che ai suoi amici, riuniti una sera qualsiasi fuori la gelateria La Iguana a Medellìn proclama seriamente: “Se non avrò un milione di pesos in banca prima dei miei 30 anni, mi suicido”.

Com’è stato possibile per Escobar riuscire in ciò che ha fatto dopo? A partire dal 1975 il suo impero della cocaina inizia ad assumere una forma ben precisa. Il punto di partenza era una grossa lacuna di mercato: una domanda in forte aumento ma pochi, sparsi e disorganizzati signori della droga. La DEA, l’agenzia statunitense per la lotta alla droga, nasceva solo due anni prima. L’intuizione alla base di Escobar è iniziare a presidiare l’intera filiera: l’acquisto della pasta di coca in Perù, il suo taglio a Medellìn, la sua distribuzione su rotte invisibili e quotidianamente mutevoli verso le Bahamas, Miami, New York e Los Angeles. Una multinazionale di produzione e logistica che al suo picco travalicava anche i confini di Bolivia, Panama, Ecuador, Honduras, Canada, Europa.

Javier Pena e Steve Murhpy, i due agenti della DEA protagonisti della caccia ad Escobar. La serie Narcos di Netflix ruota intorno alle loro operazioni.

Javier Pena e Steve Murhpy, i due agenti della DEA protagonisti della caccia ad Escobar. La serie Narcos di Netflix ruota intorno alle loro operazioni.

Diamante, Esmeralda e Reina erano i nomi delle varietà più vendute dal cartello di Medellìn. Promuoverle non era necessario: in quegli anni gli yuppie americani richiedevano benzina per alimentare il fuoco dell’ambizione e conquistare il mondo. La cocaina era un must per imporre e reggere quei nuovi ritmi che avrebbero regolato il mondo per il ventennio successivo.

All’apice del mercato si stimano 80 tonnellate di cocaina in viaggio dalla Colombia agli Stati Uniti ogni mese grazie alle attività del cartello di Medellìn, fondato dai fratelli Ochoa, Carlos Lehder, José Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar. L’80% della cocaina del mondo proveniva dalle loro mani e dalle loro menti, generando 420 milioni di dollari a settimana. In un’epoca dove i controlli erano laschi, le intercettazioni, i raggi X ed i cani antidroga non esistevano e la corruzione abbatteva qualsiasi ostacolo, l’unica difficoltà di Pablo era trovare nuovi doppi fondi nelle valigie dei passeggeri delle aerolinee commerciali, cucire tasche segrete più ampie e profonde nelle giacche dei corrieri e ruote di aereo sempre più grandi da imbottire di droga.

La struttura del cartello di Medellin, coi volti degli attori della serie Narcos su Netflix

La struttura del cartello di Medellin, coi volti degli attori della serie Narcos su Netflix

Un’altra soluzione di Pablo fu quella di impregnare migliaia di blue jeans di cocaina. Chi li riceveva negli Stati Uniti li bagnava con un liquido speciale per estrarne ed essiccarne la droga. La “rotta dei jeans” si interruppe per via di una fuga di notizie che mise in allerta i poliziotti americani. Escobar continuò a mandare le sue spedizioni di jeans, stavolta peró del tutto “puliti”: si divertiva molto nel sapere che i poliziotti lavavano a ripetizione dei normalissimi pantaloni pensando di ricavarne qualcosa; ad essere pieni di cocaina erano in realtà gli imballaggi che le autorità gettavano via – e i narcos recuperavano di nascosto dalla spazzatura.

Tutti volevano investire nelle attività illecite del cartello di Medellìn: i rendimenti erano talmente alti e sicuri che Escobar era in grado addirittura di offrire un’assicurazione che coprisse carichi persi o scoperti dalla polizia. La singolarità di Pablo è stata questa: l’essersi trovato a cavallo dell’unica ed irripetibile congiuntura storico-politica nel mondo in cui era possibile costruire un enorme sistema criminale con tale facilità

Due luoghi simboleggiano l’industrializzazione su vasta scala e la sfacciataggine criminale di quegli anni. Gacha costruì Tranquilandia nella giungla di Caquetà in Colombia: una narco-città diffusa e dedita alla produzione della cocaina, con diciannove laboratori, otto aeroporti e dormitori per una cinquantina “operai”. Un distretto selvatico-industriale che per anni è servito da hub nevralgico della produzione e distribuzione di cocaina. Durerà fino al 1984, quando la DEA scopre questa Disneyland della droga tracciando il percorso di alcuni barili di etere – un componente chimico basilare per ottenere la coca – nel loro viaggio da una fabbrica del New Jersey fino a quello che pensavano essere un punto anonimo nel bel mezzo della giungla colombiana.

Una rara foto scattata a Tranquilandia

Una rara foto scattata a Tranquilandia

 

Tra le sue 800 tenute di lusso sparse in Colombia, Pablo ne costruì una su tutte: Hacienda Napoles, in onore del padre di Al Capone nato a Napoli. Venti chilometri quadrati per celebrare qualsiasi desiderio ed ospitare qualsiasi persona vicina alla famiglia Escobar. Ville, piscine, uno zoo con migliaia di animali esotici aperto gratuitamente a qualsiasi cittadino colombiano, un aeroporto, una plaza de toros, una pista di go-kart e motocross, garage con centinaia di auto e moto d’epoca. Stazione di benzina, ventisette laghi artificiali, sculture di dinosauri giganti su cui si arrampicavano i bambini. Un lusso vistoso e da sfoggiare con calciatori, prostitute, gangster, politici e chiunque frequentasse le numerose feste dei narcos. Di quel luogo esiste persino un trailer video.

https://www.youtube.com/watch?v=c8y_q5oRoCo

Un peccato ricorrente nella mitologia e nella drammaturgia greca è la hubris: la tracotanza, il comportarsi da divinità pur essendo un mortale. Un peccato archetipico ed universale che ha commesso anche Pablo Escobar diverse volte negli anni successivi.
Nel 1982 il narcotraffico si intreccia inevitabilmente con la politica locale. Pablo mostra ambizioni politiche ed inizia a vestire i panni populisti di un Robin Hood latino. Investe gran parte dei suoi primi proventi illeciti nel progetto Medellìn Sin Tugurios per garantire case agli indigenti dimenticati dallo stato, scuole, strade, ospedali, ponti, illuminazione negli stadi. Un modo efficace di guadagnarsi il favore del popolo e di sottolineare le inefficienze del governo, complici anche i media locali. Virginia Vallejo, reporter e sua amante, contribuì molto nello spingere lo storytelling di un Escobar paisa, benefattore e politicante illuminato.

 

TO GO WITH AFP STORY BY ARIELA NAVARRO A girl walks past a wall with an inscription reading "Welcome to the Pablo Escobar neighborhood. Here we breathe peace!" at Pablo Escobar neighborhood, on November 24, 2013 in Medellin, Antioquia department, Colombia. December 2, 2013 marks the 20th anniversary Escobar's death. AFP PHOTO/Raul ARBOLEDA (Photo credit should read RAUL ARBOLEDA/AFP/Getty Images)

Sponsorizzò squadre di calcio e presidiò civicamente il suo territorio. Costruì quello che ancora oggi si chiama Barrio Pablo Escobar, un quartiere per 15.000 poveri che continuano ad idolatrare la sua figura con altarini domestici, a ricambiare le sue opere caritatevoli con opere di street art ed a giocarsi la sua data di morte al lotto. Un paradosso difficile da digerire se si pensa che la stessa persona che desta rispetto, fascinazione e gratitudine in una certa parte del popolo è responsabile di oltre 4.000 omicidi, tra cui 3 candidati presidenziali, un ministro di giustizia, più di 200 giudici, dozzine di giornalisti e migliaia di poliziotti.

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Ogni eroe ha un tallone d’Achille. Quello di Pablo, in realtà dei narcos colombiani in generale, era l’estradizione. Un ruolo politico da membro del Congresso lo avrebbe facilitato nell’evitare che il governo colombiano firmasse un trattato sull’estradizione con gli USA – un luogo temuto per la severità dei processi e delle carceri. “Il suo peggior errore”, secondo Juan Pablo. “Si arrischiò ad entrare nell’unica mafia più organizzata della sua: la politica”. Escobar supportò un candidato presidenziale allineato ai suoi stessi interessi ad personam e riuscì così a farsi eleggere deputato nel 1983, candidandosi alla Camera col Partito Liberale. Proteggere i colombiani dall’estradizione implicava proteggere sé stesso da una condanna sicura. “Meglio una tomba in Colombia che un carcere negli Stati Uniti” era il mantra di ogni narcotrafficante. Una posizione machiavellica difficile: iniziare una carriera politica per proteggersi significava al contempo esporsi maggiormente allo scrutinio del pubblico più sospettoso della sua rapida e ricca ascesa.

Pablo Escobar in una seduta del congresso colombiano

Pablo Escobar in una seduta del congresso colombiano

La politica avrebbe ben presto rigettato Pablo come un virus visibile ad occhio nudo. Il primo giorno al Congresso si rifiutò di indossare una cravatta a tal punto che l’usciere gli impedì di entrare. 

All’improvviso svariati giornali americani e il colombiano El Espectador pubblicano la foto segnaletica del primo arresto di Pablo nel 1977 per traffico di droga. Il suo direttore, Guillermo Cano, non sa che così sta anche firmando la sua condanna: morirà sparato nel 1986. Intanto Pablo il re era sorridente, ma nudo: il tabù che nessuno osava pronunciare sembrava ormai sdoganato. Escobar è costretto a dimettersi. L’unica verità da lui pronunciabile, a questo punto, è: “Se non fossero entrati in Colombia soldi o dollari sporchi, il paese si troverebbe in una grossa crisi economica – proprio come gli altri paesi dell’America Latina”.

La foto segnaletica di Pablo

La foto segnaletica di Pablo

Ci fu un momento reale di possibile resa di Escobar e i suoi narcos. L’ex presidente colombiano Lopez Michelsen intercesse coi narcos per conto del presidente in carica Belisario Betancur. Escobar propose di rivelare tutte le piste di atterraggio, i laboratori, gli aerei, le rotte. In poche parole il cartello avrebbe consegnato tutte le sue attività illecite in cambio della garanzia di pene leggere e che nessun narcos sarebbe stato estradato. Una fuga di notizie sulla stampa colombiana fece saltare la trattativa. Furono forse gli Stati Uniti ad intervenire? “E’ possibile. Mio padre prese sul serio l’idea di smantellare il cartello. Questo non significava risolvere il problema: altri gli sarebbero subentrati sul mercato una volta uscito di scena Escobar. Fu l’unica opportunità che ebbe la Colombia per eliminare le droghe dal suo territorio, perché all’epoca mio padre aveva pieni poteri per riuscire in quest’impresa. Ma tutto questo va contro gli affari. Sappiamo che i proibizionisti guadagnano vietando”.

Di lì in poi fu facile per alcune figure di rilievo nazionale, come il ministro di giustizia Rodrigo Lara Bonilla, puntare il dito contro Escobar ed etichettarlo narcotrafficante quale era. In una gelida e tetra intervista di quei giorni, Pablo rispose indirettamente al ministro con un “Non ci sono prove contro di me, il ministro sta mentendo al popolo colombiano. Vediamo cosa succederà in questi giorni”. Lara Bonilla morì poco tempo dopo, il 30 aprile 1984 e l’America di Reagan inizia formalmente la sua guerra contro i narcotrafficanti.

L'assalto al palazzo di giustizia

Una scena dell’assalto al palazzo di giustizia

Una guerra senza esclusioni di colpi. Escobar coinvolse l’M-19, un gruppo di guerriglieri insurrezionisti di sinistra, nella presa del palazzo di giustizia. Un tragico evento, quello del 5 novembre 1985, per la storia della Colombia. Il Movimento prese in ostaggio 350 giudici della corte suprema, obbligando il governo a scegliere di rispondere con un attacco militare invece di negoziare. Più di cento persone persero la vita e numerosi documenti legati alle indagini ed ai processi di estradizione dei narcotrafficanti furono distrutti.

Oppure il disastro del volo Avianca 203, diretto da Bogotà a Cali, una regione a sud della Colombia. Un uomo con giacca, cravatta e valigetta sceglie un posto vicino ai serbatoi del carburante. E’ probabile che l’ordigno che spezzerà in due l’aereo, cinque minuti dopo il decollo, sia contenuto in quella valigetta. Tutti e 107 i passeggeri muoiono sul colpo. L’obiettivo di Pablo era uccidere il candidato presidenziale César Gaviria, il quale per un cambiamento dell’ultimo minuto non salì più su quel volo – ma i narcos non lo sapevano.

I resti del volo Avianca

I resti del volo Avianca

Nel 1988 entra in gioco anche il cartello di Calì, capitanato dai fratelli Rodriguez Orejuela: ne avevano avuto abbastanza del potere di Pablo. Inizia così una guerra civile confusa e cruenta, dove i fronti opposti sono la politica, la DEA, i narcos, la polizia, i servizi segreti. Gli interessi in gioco: l’ordine pubblico, il controllo delle rotte della droga, l’onore per chi sventa il carico più grosso. Sale al potere come presidente Luis Carlos Galan, deciso più che mai nel rendere l’estradizione dei criminali colombiani negli USA una realtà a partire da Lehder e dagli Ochora. 

Galan morirà sparato nell’agosto del 1989 durante una sua manifestazione politica. Pablo è ovviamente il principale sospettato. E’ anche l’unico uomo in grado di mettersi l’intero pianeta contro e lottare da solo contro tutti.

Anni di tensione, narcoterrorismo e rapimenti che, dicevamo, ricordano i nostri anni di piombo, la strategia della tensione e la trattativa stato-mafia. “Toto Riina, Falcone, sì”, ricorda anche Juan Pablo. “Mio padre copiò strumenti e tecniche europee. Copiò brevetti italiani”, sorride attribuendogli una macabra paternità. La trattativa colombiana culminò in un’offerta di resa per Escobar: se si fosse consegnato alla giustizia, lo stato gli avrebbe permesso di scontare 5 anni di confinamento obbligatorio in un carcere di sua scelta.

Solo che l’unico carcere che Escobar avrebbe scelto non esisteva. Quindi se lo costruì su misura: La Catedral era ovviamente un carcere di lusso. Campi da calcio, stanze dotate di ogni comfort, videogiochi, donne e feste. Era divenuto il quartier generale del cartello di Medellin, che ora poteva aggregarsi paradossalmente più al sicuro di prima. Centinaia di guardie private assoldate da Pablo facevano loro la guardia. Meglio abbondare: anche l’esercito di stato li proteggeva da intrusioni esterne, ma chiudeva un occhio su chi entrava.

La Catedral. Fonte: Getty Images

La Catedral. Fonte: Getty Images

Di questo luogo atipico racconta il figlio: “Ho chiesto ad uno storico argentino se ci fosse nella storia dell’umanità un tale precedente: che un civile avesse obbligato un governo a cambiare leggi e costituzioni e si permettesse di costruire una prigione su misura. Sebbene mio padre fosse deciso a consegnarsi alla giustizia, disattivare un apparato criminale così grande era molto difficile, considerando che era in guerra col cartello di Cali. Se avesse eliminato il suo potere militare non si sarebbe potuto difendere. Distrusse così l’unica vera opportunità che aveva di andare in carcere e scontare la sua pena nei confronti della società. I suoi soci principali, Kiko Moncada e Fernando Galeano, furono sequestrati dal cartello di Cali e per salvarsi promisero aiuto nella cattura di Pablo. Mio padre era un buon amico e la maggioranza delle guerre che ha intrapreso fu per difendere i suoi amici, e non i suoi affari. La guerra con i narcos di Cali fu condotta per i suoi amici, non tra Pablo e gli Orejuela. Ordinare la morte dei suoi soci Moncada e Galeano dentro La Catedral fu l’inizio della fine. Il governo non era disposto ad accettarlo, i fratelli Fidel e Carlos Castano approfittarono di questo momento per creare Los Pepes (gruppo paramilitare che dava la caccia a Pablo, ai suoi alleati e familiari, ndr). Non diedero scelta: o si entrava a far parte dei Pepes o si veniva uccisi. Si sparse la voce che Pablo stava uccidendo tutti i suoi amici, ma non era vero: lo stesso Fidel Castano voleva uccidere Kiko Moncada. Mio padre volle evitare che Fidel lo ammazzasse ed invece Fidel è passato alla storia come il buono. A partire da questo momento mio padre iniziò la sua discesa in picchiata”.

I Los Pepes, con Carlos Castano in primo piano

I Los Pepes, con Carlos Castano in primo piano

Cominciò così un lungo periodo di fuga che coinvolse tutta la famiglia Escobar. Di casa in casa, senza mai restare troppo tempo nello stesso luogo. La guerra nelle strade continuava imperterrita: i cartelli si decimavano a vicenda ed il mirino intorno a Pablo iniziava a stringersi. I miliardi di dollari accumulati negli anni persero lentamente di significato quando nessuno di loro ebbe più la libertà di andare fuori a procurarsi del cibo.

Pablo dovette separarsi da moglie e figli e continuare le fughe da solo. Lei rivelerà che negli ultimi giorni di vita Pablo “estaba loquito”, si intravedeva nei suoi occhi la follia di chi è stanco e paranoico. Voleva riprendersi il potere fuggendo nella giungla dell’Antioquia, fondando il movimento Antioquia Rebelde: un progetto di secessione nel quale si sarebbe ritagliato un ruolo da Presidente, libero finalmente dalle leggi colombiane.

Pablo Escobar, negli ultimi anni di vita, insieme a John Jairo Velazques detto Popeye - uno dei suoi sicari più cruenti

Pablo Escobar, negli ultimi anni di vita, insieme a John Jairo Velazques detto Popeye – uno dei suoi sicari più cruenti

Il cerchio invece si stringe intorno a lui. I Los Pepes, nella loro vendetta contro gli appartenenti al cartello di Medellin, ricevettero la collaborazione proattiva dell’unità speciale Search Block della Polizia nazionale colombiana, ormai stremata dai vani tentativi di cattura. Con tutta la probabilità anche la DEA finanziava queste violente operazioni pur di arrivare a Pablo. Una zona grigia moralmente ed istituzionalmente contaminata.

Il giorno dopo il suo compleanno Pablo era a casa della cugina Luzmila con Limòn, l’ultimo bodyguard rimasto, in un quartiere borghese di Medellìn. Chiama al telefono il figlio Juan Pablo per comunicargli le risposte da dare ad una giornalista che voleva intervistarlo.

Strano, perché Pablo ripeteva sempre ai suoi cari di evitare a tutti i costi di parlare al telefono – o quantomeno di tagliare corto. Invece quella mattina si trattiene alla cornetta. Sarà proprio questa telefonata al figlio a permettere al Search Block di triangolare la sua posizione e preparare un’irruzione a sorpresa. Pablo fugge tra i tetti delle case, ma muore sparato poco dopo.

Ci sono controversie su chi abbia effettivamente sparato la pallottola mortale: la DEA, i Los Pepes, o la polizia Colombiana? Il figlio non ha dubbi: suo padre si è suicidato. Dice di averne le prove, perché le foto mostrano chiaramente che Pablo ha un foro di proiettile vicino l’orecchio destro. Tanti anni prima, era solito ripetere: “Semmai mi prenderanno, piuttosto che farmi uccidere mi sparo un colpo nell’orecchio destro”.

Proviamo ad indagare su un aspetto illogico delle ultime concitate ore di vita di Escobar. Si è in due a mantenere la cornetta del telefono: perché Juan Pablo ha accettato di tenere il padre così tanto tempo al telefono? “Se si ascoltano le registrazioni, io abbassavo continuamente, non volevo parlargli più. Lui però insisteva e richiamava, richiamava, richiamava. Aveva evidentemente più potere di chiunque altro in famiglia ed io dovevo fare come mi diceva. Sapevo che stava correndo un enorme rischio e l’ho protetto fin dove ho potuto”.

2 dicembre 1993: Escobar è catturato ed ucciso sui tetti di Medellìn (Fonte: Polizia di Medellin/AFP/Getty Images)

2 dicembre 1993: Escobar è catturato ed ucciso sui tetti di Medellìn (Fonte: Polizia di Medellin/AFP/Getty Images)

Come mai un uomo deciso a fondare un suo movimento ribelle per ritagliarsi una nazione nella nazione sceglie di fermarsi? “Credo che la risposta abbia molto a vedere con quello che sta succedendo oggi col processo di pace in Colombia. Mio padre sapeva che l’unica soluzione politica futura era quella che stiamo vivendo oggi: il narcotraffico è considerato un delitto politico. Mi chiedo che posto occuperebbe oggi mio padre al tavolo delle negoziazioni con un governo colombiano se solo ora stiamo accettando il narcotraffico come un delitto politico?

Parlare di Pablo con suo figlio è come guardare un pendolo o sedersi su di un’altalena. Si può passare da corpi smembrati alle favole della buonanotte. Come quella che racconta a sua figlia Manuela in una delle ultime volte in cui la vedrà. Sceglie questo racconto come sua eredità di valori: “C’era una volta Manuelita col suo cavallo Nettuno. Decise di fare una passeggiata nei boschi. Fecero tanta strada, finché videro una piccola luce lontana. Quando si avvicinarono, Manuelita sentì ridere. Bussò alla porta di questa casa e rispose una vecchia signora. Era una strega buona! Si chiamava Magnolia e disse a Manuelita: “Sono venuta a guidarti per la buona strada, perché l’altra è cattiva. Un giorno Manuelita si sveglia e si accorge che Magnolia è morta. Solleva il cuscino e trova un biglietto per lei. “Cara Manuelita, ho vissuto tanti tanti anni. Morirò nel momento preciso in cui leggi questo biglietto. Ecco perché ti regalo la mia bacchetta magica – ma ti chiedo di usarla solo per fare del bene. Ti do un bacio di addio, così che tu possa vivere per mille anni”.

Pablo Escobar con la figlia Manuela

Pablo Escobar con la figlia Manuela

“Pablo inventava sempre tante storie da raccontare a mia sorella, era sempre abile a mostrarle un lato diverso della realtà. Poteva esserci la polizia fuori casa per ucciderci e lui le diceva “Vorrei invitarti a fare una passeggiata nel bosco”. Gli unici a vedere la realtà per quella che era eravamo noi, non la piccola Manuela. Costruì così per lei un mondo di fantasia attraverso i suoi racconti. Fuggivamo per i boschi e lui le insegnava quali formiche si potessero mangiare, quali piante ti potevano far sopravvivere. Noi vivevamo tutta la tensione del sapere che stavano per ucciderci, lei viveva in un mondo parallelo disneyano. Noi nervosissimi, lei tranquilla”. Juan Pablo è molto attaccato a sua sorella. “Siamo così vicini che mi farei uccidere per lei e lei lo sa”.

Pablo Escobar era un uomo dalla duplice natura. Contemporaneamente buono e malvagio. Impossibile adottare una prospettiva manichea quando si analizza The Escobar Pattern: l’intreccio tra criminalità organizzata, politica, media, spettacolo, sport, servizi segreti. Certe dinamiche e certe figure sono più forti degli insegnamenti della storia. Vivere a stretto contatto con un uomo dalla doppia personalità estrema non rischia di cambiare per sempre il modo in cui giudichi le persone e la compresenza di male e bene che alberga in ognuno di noi? “Direi di no, al contrario ho sempre accettato queste due verità conviventi nella stessa persona. Credo che abbia commesso molti errori nella sua vita. Di recente ho pensato che la dualità di mio padre è simile a quella di un generale in guerra che ordina ai suoi soldati di uccidere i nemici – egli stesso in prima linea va ad ucciderli. Ciò non toglie che il generale abbia una sua famiglia, una moglie, dei figli, persone che ama e per le quali desidera il meglio. Il fatto triste che il suo mestiere sia illegale non toglie che abbia avuto degli affetti. Non possiamo essere buoni al 100%. Di sicuro mio padre ha mostrato gli estremi dell’amore e dell’odio violento. E’ una persona che può chiaramente mostrare al genere umano fin dove si può arrivare in termini di bontà e di crudeltà”.

Vita in famiglia Escobar: padre e figlio insieme

Vita in famiglia Escobar: padre e figlio insieme

Gli chiediamo una sua personale definizione di carisma. “Per me è la capacità che hanno alcuni essere umani di sedurre gli altri con la verità. Altri seducono per secondi fini. L’autentico carisma vuol dire parlare con onestà così che gli altri possano recepirti come onesto, supportarti ed accettarti per essa”. Nell’era della post-verità, di spazi culturali inquadrati più dagli appelli emotivi che dai fatti, come avrebbe comunicato Pablo Escobar sui social media? Avrebbe usato questi canali per amplificare la risonanza dei suoi programmi civici e distogliere l’attenzione dai fatti più oscuri della sua vita? “Credo che avrebbe utilizzato tutti i suoi strumenti delittuosi e tutto il denaro che aveva per aiutare i poveri”.

Chiediamo a suo figlio quante possibilità ci sono di riaprire un’inchiesta sulla sua morte, ora che il suo secondo libro aggiunge carne a cuocere. “Non mi concentro sul tema della morte di mio padre, per me sarebbe stato uguale se fosse stato investito da un camion, se gli fosse caduto un pianoforte in testa o se si sia suicidato piuttosto che sia stato sparato. Il mio compromesso è con la verità. Capisco che per le autorità sia meglio passare alla storia la versione del “l’abbiamo ucciso noi”. Suona meglio. Ma la realtà è che mio padre si è suicidato ed anzi fece in modo di farsi trovare. Non l’avrebbero trovato altrimenti

La parabola del figlio

Le imprese di Pablo hanno permesso a suo figlio Juan Pablo di nascere in un lusso con pochissimi precedenti storici. Una ricchezza incontenibile ed inquantificabile e sulla quale non tramonta mai il sole: prima di lui solo i figli dei re europei riuscivano a nascere in condizioni così privilegiate. Motociclette costosissime a 11 anni. Cioccolatini portati dalla Svizzera in jet privato. Servizi da tavola del valore di 400.000 dollari. Elicotteri per prendere hamburger con patatine in città se in casa mancavano.

Questo consumo sfrenato insegna ben presto a Juan Pablo che le cose di valore non si acquistano con i soldi. Si troverà più avanti nella vita a soffrire la fame pur avendo milioni di dollari in tasca. “Essere milionari non è piacevole come sembra a tutti: la ricchezza ed il possesso di beni è un sogno che oggi ho smesso di perseguire”.

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Come biasimare a Juan Pablo un’inconsapevolezza infantile, comoda ed ingenua su chi fosse suo padre fuori casa, accentuata dal vedersi accontentato ogni suo capriccio? Pablo del resto è sempre stato un padre amorevole e presente. Da un lato era una figura carismatica capace di studiarsi mappe geografiche nei minimi dettagli, scovare ed arruolare piloti bisognosi di arrotondare, acquistare isole per costruirci aeroporti clandestini, progettare rotte aria – terra – acqua e persino sottomarine per trasferire migliaia di chili di cocaina. Juan Pablo era ancora troppo piccolo per avere contezza della creatività malefica di suo padre, inesauribile tanto quanto la crescente dipendenza del mondo occidentale dalla cocaina.

Dall’altro lato era una figura paterna che amava spendere quanto più tempo possibile con Victoria, moglie ed amore della sua vita, e con i figli. Adorava al punto dell’ossessione sua figlia Manuela: le promette che dopo di lei non avrebbe avuto più figli, perchè voleva fosse lei l’ultima della progenie Escobar.

Pablo con la moglie Victoria

Pablo con la moglie Victoria

Pablo ha sempre incoraggiato suo figlio a diventare qualsiasi cosa volesse essere. Se avesse voluto diventare medico, gli avrebbe costruito il più grande ospedale in Colombia. Se avesse voluto diventare parrucchiere, gli avrebbe creato il migliore centro estetico. E se avesse voluto seguire il suo esempio negativo e diventare il secondo più grande narcotrafficante della storia? Glielo chiediamo. “Sí, mi avrebbe aiutato anche in questo caso”, ci rivela Juan Pablo oggi sottolineando la risposta con gli occhi silenziosi di chi si è interrogato a lungo sul bivio tra il bene e il male.

Se tuo padre ama giocare con te a Monopoli senza però stranamente mai perdere – perchè la sua riserva di denaro finto non si esaurisce mai – se nonostante tu possa permetterti qualsiasi divertimento realizzi che non hai molti amici perchè i genitori evitano di farti frequentare, qualche domanda inizi a fartela. Juan Pablo ha precisamente sette anni quando il padre gli apre gli occhi sulle droghe.

Gli prepara un tavolo con tutte le varietà di stupefacenti conosciute all’epoca. Spiega al figlio cosa sono, come ciascuna di esse scombina la chimica del tuo corpo, quali sono gli effetti collaterali, come riconoscerle. Gli confessa di averle provate tutte, tranne l’eroina. Gliene chiediamo il motivo: risiede in un codice non scritto delle mafie. “Il traffico ed il consumo di eroina rappresentano un cattivo karma. Molti capi non lo tollerano perchè lo vedono come un colpo basso; hanno già tanti affari profittevoli da non volersi immischiare con una droga che distrugge così rapidamente l’essere umano. Mio padre non trafficò mai in eroina né intrattenne relazioni con chi lo faceva, perchè la vedeva come la parte più oscura del buio mondo della droga”.

Pablo Escobar col figlio. Sullo sfondo la Casa Bianca

Pablo Escobar col figlio. Sullo sfondo la Casa Bianca

Pablo Escobar adotta in casa una politica antiproibizionista: “Se mai vorrai provarne una allora vieni da me, chiedimela e ti darò io quello che vuoi”. Juan Pablo, sempre a sette anni, si rende conto di essere l’unico bambino al mondo con tale smisurato accesso alle droghe. Realizza poi dopo che è il proibizionismo dei governi a contribuire alla violenza ed permettere a suo padre di ritagliarsi il ruolo che ha giocato nella storia ed ecco perchè vede oggi nella legalizzazione l’unica soluzione concreta al problema mondiale della droga. “Mio padre sognava per la sua famiglia una vita come quella dei Kennedy (il cui nonno Joe si dice avesse costruito una fortuna grazie al contrabbando di alcool, ndr) nell’era del proibizionismo americano. Non ha vissuto abbastanza per vederlo realizzato, ma sarebbe potuto accadere”.

Gli chiediamo quali sono oggi gli ostacoli che rallentano il processo di legalizzazione. “Proibire è un grande business. Quelli che patrocinano il proibizionismo sono gli stessi a guadagnarci di più da questo tipo di politica. I capi del cartello di Cali, Miguel Rodriguez e Gilberto Rodriguez Orejuela hanno di recente pagato svariati milioni di dollari al governo americano affinché cancellassero i loro familiari dalla temuta “lista Clinton” (una lista nera di persone ed imprese vincolate ai proventi del narcotraffico nel mondo, ndr). Moltiplica per tutti i narcotrafficanti del mondo ed avrai una gran quantità di nero per la quale essere narcos vuol dire convertirsi in schiavi degli Stati Uniti. Ti aiutano a crescere e quando hai il portafoglio pieno ti danno la caccia. Questa è una delle ragioni per cui ho scelto di non essere un narcotrafficante: non voglio essere schiavo di nessuno”.

Un frame del telefilm Narcos, reso celebre da numerosi memi sul web

Un frame del telefilm Narcos, reso celebre da numerosi memi sul web

Si delinea l’accusa di Juan Pablo verso una precisa teoria dei giochi statunitense in cui i vari attori (CIA, FBI, DEA, governo) contribuiscono all’ascesa di un determinato patron del male. Quando raggiunge il livello più alto ed incontrollabile, iniziano a coltivare in parallelo la sua nemesi dandole risorse e strumenti per permetterle di disfarsene in autonomia. Da leggenda a reliquia, gli Stati Uniti prima ti incoronano personalmente e poi ti fanno crocifiggere da altri – cioè nemici creati per questo preciso scopo.

Tornando alle droghe, Juan Pablo ammetterà di aver provato solo la marijuana, a 28 anni. Sia lui che la madre, dice, chiedevano continuamente a Pablo di smetterla con la violenza. Era però stato il primo al mondo a creare un’organizzazione criminale così vasta ed al centro di così tanti poteri ed interessi da non poter più tornare indietro, neanche per tutto l’amore incondizionato della sua famiglia.

“Papà, quanti soldi hai?”

“Non lo so Juan Pablo, ne ho perso il conto”.

Il padre diceva la verità al figlio: gli anni dell’oro bianco avevano dato i suoi frutti e non era facile tenere al riparo questi frutti dai nemici, dalla polizia, dallo stato. Pablo e i suoi erano soliti nascondere enormi ammassi di contanti in caletas, piccoli nascondigli disseminati nelle case di persone comuni o nei campi. La leggenda vuole che molte di queste caletas siano ancora da scoprire: l’unica altra persona che dice di aver tenuto traccia mentale di tutti i nascondigli è suo fratello Roberto.

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Pablo Escobar, si sa, è stato ucciso da fuggiasco solitario e paranoico. Gli anni migliori del narcotraffico erano alle sue spalle ma ciononostante il figlio Juan Pablo, sua moglie e sua figlia si ritrovarono da soli e con le mani su di un’enorme fortuna. Contanti, proprietà, opere d’arte di Dalì e Botero quotate fino a 3 milioni di dollari. Un patrimonio che faceva gola a tutti, amici e nemici, secondo quanto racconta Juan Pablo nei suoi libri: a suo zio paterno Roberto Escobar, ai nemici del cartello concorrente di Calì, a tutti coloro che, tolto di scena Pablo, avevano solo i propri interessi economici da guardare.

La storia, del resto, lo insegna: quando muore un imperatore gli anni che seguono disegnano una lotta alla spartizione del potere. La progressiva rinuncia ai beni materiali è ricaduta come un macigno su Juan Pablo e sua madre Victoria: minacciati di morte da più parti, visti ormai come deboli e vulnerabili dopo la morte dell’unico uomo in grado di garantire la loro incolumità, hanno dovuto cedere tutto o quasi quel che il padre aveva accumulato.

Juan Pablo accusa in particolare la nonna materna Hermilda e lo zio Roberto Escobar di aver fatto sparire somme di denaro ed aver ingaggiato battaglie di possesso sull’eredità, depredando man mano tutto ciò che potevano da loro. Persone che stranamente, al contrario di loro e pur avendo giocato un ruolo nel narcotraffico, non hanno mai abbandonato la Colombia dopo la morte di Pablo, viaggiando indisturbati anche negli Stati Uniti. Juan Pablo sottolinea la possibile collaborazione di Roberto con la DEA: l’accusa è di aver tradito Pablo facilitandone la cattura.

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“Non ho più alcun rapporto con mio zio, è un uomo che fa danni ogni volta che può. Il suo odio persiste, non capisco da dove provenga. Tutto quello che fa, che mangia e che indossa gliel’ha dato mio padre. Non mi sbaglio quando dico che l’unica persona buona nella mia famiglia era proprio mio padre. Questo ti mette in prospettiva la malvagità degli altri parenti. Mi piacerebbe raccontare storie positive su di loro, così come lo faccio per i parenti del lato di mia madre; mi piacerebbe accompagnarmi a loro così come facevo quand’ero piccolo, ma si tratta di persone che oggi non riuscirebbero a guardare negli occhi Pablo se fosse ancora vivo”.

Morto Pablo, la moglie Victoria fu costretta ad affrontare da sola l’intero cartello di Calì, i sanguinari rivali di suo marito: la fecero viaggiare in gran segreto fino a raggiungere un tavolo dove la accerchiarono con avvocati e notai. “Mia madre non ebbe scelta. Passò dalle faccende domestiche all’incarico di dirigere le macerie di un cartello. Quello che l’ha salvata, in tutta la sua vita, è stata la sua attitudine da donna di pace e di valori. I nostri nemici questo ce l’hanno riconosciuto. Le dicevano “Signora, non si preoccupi, non faremo del male a lei o a sua figlia. Negli anni abbiamo sentito la sua voce nelle intercettazioni e lei ha sempre cercato di spingere suo marito a riappacificarsi con noi. Ma a suo figlio sì, lo uccideremo”.

Comincia così la negoziazione. La obbligarono ad inventariare tutto ed a cedere un pezzo dopo l’altro dell’impero Escobar ad ogni narcos coinvolto dalla guerra e che ora si scambiava beni di carta come se fossero figurine. Plata o plomo, la filosofia “o soldi o morte” resa celebre da Pablo si rivoltava ora contro i suoi cari. “Mia madre ha impegnato la sua vita a garanzia per non farci uccidere, garantendo ai narcos di Cali che avrei proseguito sulla retta via. Se io avessi intrapreso il cammino di mio padre avrebbero ucciso non solo me ma anche mia madre e Manuela. Morto mio padre, abbiamo perso tutto. Nessuno ci proteggeva e nessuno voleva aiutarci. La polizia? Il Governo? Neanche a parlarne”.

Hermilda, madre di Pablo

Hermilda, madre di Pablo

Gli Escobar scoprono ben presto che il peso del loro cognome precludeva tutte le vie d’uscita dalla Colombia. Gli Stati Uniti rifiutano il visto nel momento in cui Juan Pablo si rifiuta di fare precise accuse che servivano alla DEA per incriminare di legami col narcotraffico Vladimiro Montesinos, il capo dei servizi segreti dell’allora presidente del Perù. Il Mozambico fu l’unico paese ad accettarli: arrivarono nella capitale Maputo convinti di volerci restare per sempre. Fuggirono anche da lì, dopo quattro giorni, a causa delle condizioni disperate di vita. Riuscirono infine a riparare in Argentina, a Buenos Aires, dove sembrava possibile ricominciare daccapo grazie ad un accordo di asilo politico col governo colombiano. Anche questa idea si rivelerà presto un’illusione.

Perchè l’ultima eredità di cui dovevano ancora realmente disfarsi era contenuta nel loro cognome. Abbandonati da tutti, prendono un elenco telefonico e scelgono i nomi più qualunquisti che trovano, riconquistando in primis la libertà di poter acquistare un biglietto aereo. Diventano persone normali: Juan Pablo si farà chiamare Juan Sebastian Marroquìn Santos, Victoria diventa Maria Isabel Santos Caballero e la piccola Manuela, Juana Manuela Marroquìn Santos.

Roberto, fratello di Pablo, affianco ad un manifesto segnaletico che li riguarda

Roberto, fratello di Pablo, affianco ad un manifesto segnaletico che li riguarda

A Juan Pablo / Sebastian una carriera da architetto sembra l’ideale per ricostruire daccapo una vita sulle macerie della precedente. Si iscrive alla facoltà di disegno industriale, diventandone anche docente. Ha un figlio dalla fidanzata Andrea e tutto sembra scorrere sotto un’inaudita tranquillità da classe media. L’ex famiglia più in vista di un’intera nazione era scomparsa tra le pieghe della storia, nell’apparente silenzio ed oblìo del resto del mondo – impegnato ad affacciarsi sull’ultima decade del millennio. Quest’oblìo, “il privilegio di essere nessuno, di essere trattati e guardati da persone qualsiasi” come ce lo descrive Juan Pablo, durerà 5 anni: una brusca sorpresa toglierà il mantello dell’invisibilità agli Escobar.

A Buenos Aires il commercialista di Sebastian, Juana e Maria Isabel sottrae loro dei soldi: per non subire quest’ingiustizia si vedono costretti a denunciarlo. Nelle deposizioni il commercialista rivela di aver riconosciuto, sfogliando le foto di una vecchia rivista, le reali identità di questa famiglia.

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Prova a farci immedesimare nella situazione: “immaginate, una volta usciti da questa stanza, di essere derubati per strada. La polizia imprigiona voi e lascia libero il ladro. Finalmente però avremmo smesso di condurre una vita inautentica e piena di menzogne a chi ci chiedeva cosa fosse successo a nostro padre. Dicevamo che fosse morto in un incidente, senza specificare quale tipologia di incidente fosse. Era necessario per sopravvivere. Il nostro anonimato doveva terminare. Oggi non ho cambiato nome, sono sempre Juan Sebastian ma tutto il mondo mi riconosce come Juan Pablo. Questa libertà non l’ho persa, al contrario l’ho recuperata e si è ampliata. La gente mi chiede perchè ho cambiato nome. Pensano che col cambio di nome io abbia rinunciato all’affetto per mio padre o gli sia stato sleale. Questo non è mai stato invece in discussione. Semplicemente c’era tanto pregiudizio nella società che il nostro vero cognome non mi permetteva di fuggire dalla violenza, cosa che volevo fare. Tutti abbiamo il diritto di poter scappare dalla violenza. Se questo implica cambiare nome e numero di un documento, lo rifarei mille volte per salvare la mia vita. Le persone sono molto legate alla propria identità, al nome, al cognome. Da dove provengono e chi sono. Credo che questo non conti, quello che è importante è quello che fai, non il nome che usi mentre agisci. Il nome o il cognome non dovrebbero definire la nostra persona. Sono le azioni ed i fatti a definire chi sei. Nella mafia cambiare nome è come cambiarsi d’abito. Mio padre ha cambiato dieci volte il suo nome e non per questo mi sono lamentato da lui “papà, non mi ami perchè hai cambiato nome”. E’ parte del gioco e della vita”.

La causa che intentano al commercialista li costringe ad uscire dall’anonimato. Sebastian torna ad essere Juan Pablo, rinascendo per la seconda volta come un Escobar. Le autorità decidono di incarcerare loro e non il commercialista: così, dice, funziona la giustizia latinoamericana per la famiglia Escobar. Il tutto si risolve con un nulla di fatto, un nulla che porta però con sé la riconquista del proprio cognome e l’uscita allo scoperto. Di lì in poi la missione di Juan Pablo è diffondere un autobiografico messaggio di pace e riconciliazione. Produce e recita nel documentario Pecados De Mi Padre, in cui cerca ed incontra il perdono dei figli di Lara Bonilla e Galan. Costruzione di una sua famiglia, nascita del figlio. Gli chiediamo quale persona attualmente in vita, da qualsiasi ambito umano, gli ricorda di più suo padre. “Mio figlio di 4 anni. Cammina come lui, è strano visto che non ha mai conosciuto suo nonno. Ma vedo il DNA di mio padre dal modo in cui cammina.

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Show come Narcos e El Patron del Mal inevitabilmente spettacolarizzano gran parte della storia di Pablo. E’ davvero difficile scrivere di Escobar e rappresentare in maniera accurata la violenza efferata e crudele che ha permesso tutto ciò senza contribuire ad alimentare l’allure dell’archetipo del gangster. Ci chiediamo, e gli chiediamo, in cosa sono diversi i suoi testi e documentari. Ci racconta di un tredicenne incontrato in Argentina durante la presentazione dei suoi libri. Incuriosito dai racconti di sua nonna, ha chiesto il permesso ai suoi genitori di comprarsi libri, documentarsi e guardare serie tv su Escobar. Gli unici due che lo hanno fatto pensare come uomo del bene e non come gangster, dice Juan Pablo, sono stati i suoi.

In diverse interviste rivela di essere stato paradossalmente minacciato, una volta svelata la sua identità, per non aver voluto seguire le orme del padre nel narcotraffico. Gli chiediamo chi esattamente avesse osato rinfacciargli di aver scelto il bene invece che il male: ci dice di aver già fatto pace con queste persone, e che i coinvolti stanno imparando a riconciliarsi sempre più velocemente.

Che consiglio gli darebbe suo padre oggi? “Mio padre ha sempre saputo che ero un uomo di pace. Lo disse quando dedicò la sua consegna alla giustizia nel carcere de La Catedral “a suo figlio pacifista quattordicenne”, ci sono le registrazioni. Credo che non lo sorprenderebbe molto vedere quello che sto facendo e dicendo oggi per la pace. L’ho sempre detto che è meglio parlare, avvicinarsi, negoziare. Ero piccolo, ma avevo già capito che erano meglio questi strumenti che mitragliette e violenza. Credo che mi appoggerebbe incondizionatamente nel messaggio che sto cercando di mandare. E questo messaggio non è contro mio padre: è contro la sua violenza, ed è una cosa diversa”.

Social media breaks: quando gli adolescenti dicono basta ai social

Questi ragazzi, sempre attaccati ai loro smartphone. Quante volte lo abbiamo sentito dire, eppure un sondaggio di The Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research dimostra che circa il 60% di adolescenti ha deciso di prendersi una pausa dai social.

Secondo il sondaggio, i ragazzi tra i 13 e i 17 anni non si sentono schiacciati dalle interazioni via social, ma che li valutano in modo positivo, soprattutto per la possibilità di creare e mantenere relazioni con amici e famiglia. Forse proprio per questo sono in molti quelli che scelgono volontariamente di passare dei periodi, solitamente di una settimana, senza il bisogno di connettersi. I maschi, in particolare, tendono a fare pause anche più lunghe.

Dei circa i due terzi ha deciso volontariamente di spegnere la loro presenza sui social, il 38% lo ha fatto perché sentiva che l’interazione social fosse di intralcio alla scuola, mentre circa un quarto si è detto stanco dell’eccessivo dramma che permea la rete e il 20% non ne poteva più di dover essere sempre aggiornato.

Tra chi, invece, non ha scelto volontariamente di intraprendere questa social media detox, troviamo un 38% che si è visto portare via i device dai genitori e un 17% che li ha semplicemente persi, rotti, o a cui sono stati rubati.

Secondo Amanda Lenhart, esperta di giovani e tecnologia, chi è stato costretto alla pausa la vive come una forzatura, sentendosi tagliati fuori dal mondo, dalle relazioni, così come dagli accadimenti globali. Ed è questo il motivo per cui il 35% dei partecipanti non ha mai provato a spegnere i social.

Gli adolescenti di oggi non hanno un metro di paragone sulla preistorica vita pre social, con Facebook alle soglie dei 13 anni di vita e Instagram attivo dal 2010. Un contesto di crescita, e di vita, difficile da comprendere appieno per un adulto.

Tra le curiosità di maggiore interesse notiamo che i ragazzi che provengono da una famiglia con un reddito più basso tendono a fare più social breaks dei loro coetanei benestanti; che i ragazzi tendono a sentirsi sopraffatti dalle informazioni, mentre le ragazze si scontrano con l’ossessione a mostrarsi sempre al meglio.

Inoltre non c’è discriminazione sul tipo di piattaforma: chi ha fatto l’esperienza della pausa si è sconnesso da tutti gli account  contemporaneamente.

Tuttavia, per quanto positivo sia il detox, dopo il periodo di pausa quasi tutti sono ritornati a vivere in simbiosi con i loro profili. E vissero per sempre connessi e – quasi – contenti.

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Facebook introduce un nuovo modo per smascherare le fake news prima che tu le condivida

Se è vero che le notizie non dormono mai, lo è sicuramente anche per le fake news. Soprattutto su Facebook!

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Proprio in queste settimane, infatti, pare che il social network più amato al mondo – da sempre impegnato nella lotta alle bufale online – stia testando un nuovo modo per smascherare le notizie false e fuorvianti condivise attraverso la propria rete.

Il metodo è molto semplice ma allo stesso tempo estremamente efficace: si tratta di un elenco di articoli correlati alla potenziale notizia falsa che permette all’utente di confrontare i vari punti di vista per ottenere un’informazione veritiera e sottoposta ad un valido controllo.

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Per intenderci meglio: quando un utente condivide un post su un presunto progresso medico, Facebook fornisce una serie di collegamenti sotto questo articolo che aiutano i lettori ad esporsi a prospettive alternative sul tema.

Allo stesso modo, se l’articolo riguarda una ricerca secondo la quale il fumo non fa male, Facebook controbatte con alcuni articoli che sottolineano la falsità della notizia. Va da sé che se ci sono almeno tre articoli, con relative fonti accreditate che confutano la notizia di partenza, ecco che l’utente ci penserà due volte prima di condividere l’articolo.

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LEGGI ANCHE: Come funziona la verifica delle notizie su Facebook

Tutto ciò potrebbe permettere al colosso di Menlo Park di acquisire un ruolo fondamentale nella lotta alle fake news, riuscendo a dissipare in maniera sempre più veloce e facile le notizie-bufala che stanno guadagnando visibilità e consensi.

Se l’utente vede un post con dei collegamenti saprà già a prima vista che, probabilmente, si tratta di una notizia falsa ed eviterà di dar credito e quindi di condividere quel contenuto. Questo eviterebbe alla bufala di diventare virale – o di espandersi più di quanto non abbia già fatto – e agli utenti di scrivere commenti impulsivi, offensivi e privi di cognizione di causa.

Ovviamente, il processo richiede tempo e sforzi per essere considerato al 100% attivo ed utile agli utenti.

Nell’ambito del suo recente intervento all’F8 su come funziona l’algoritmo di Facebook, Adam Mosseri, vicepresidente di Facebook News Feed, ha illustrato i punti di messa a fuoco di un sistema – quello di Facebook, per l’appunto – che si basa sull’integrità e ha spiegato come il social network può informare meglio i suoi utenti attraverso le informazioni che presenta.

“Come possiamo nutrire il bene ed affrontare il male?” questa la domanda fondamentale che ha guidato l’intervento di Mosseri.

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Uno dei problemi principali della lotta alle fake news è che Facebook – come tutti i social network – è costruito per favorire la condivisione virale di qualsiasi tipo di contenuto: più persone s’impegnano a condividere qualcosa, più utenti entreranno in contatto con quel contenuto.

Ecco perché per molti di essi è più importante pubblicare contenuti che possano creare dibattito tra le persone, piuttosto che controllare che ciò che si pubblica rispecchi effettivamente la realtà.

Allo stesso tempo, i publisher tendono a pubblicare notizie dai titoli “acchiappa-click”. Si tratta del comune fenomeno del clickbaiting per cui il titolo di una notizia esprime un tale sensazionalismo che, troppo spesso, colloca quest’ultima lontano dalla realtà oggettiva dei fatti.

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Inoltre, oltre all’integrità morale, un altro motivo valido per schierarsi contro le fake news potrebbe essere quello di evitare che esse contaminino profili e pagine aziendali e compromettano la reputazione di un brand agli occhi dei propri clienti.

Ecco perché ostacolare la diffusione delle bufale tramite social network risulta essere – seppur altamente difficile – edi vitale importanza per la tua azienda e per l’integrità della comunità online.

La soluzione – o una parte di essa – sarebbe, dunque, quella di insinuare il “virus della verità” all’interno delle dinamiche di Facebook. Maggiore è l’impegno degli utenti e più possibilità ci sono che tali dinamiche possano, in futuro, mutare e migliorare.

Celebrities e social media: chi c’è davvero dietro ai profili della tua star preferita?

Sopravvivere nel mondo dello showbiz può essere davvero impegnativo, soprattutto nell’era dei social media dove l’attenzione mediatica è amplificata esponenzialmente.

Pensiamo ad esempio alla star più seguita su Instagram, ovvero Selena Gomez.

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Come riesce una celebrity a gestire quotidianamente i suoi profili social, che a volte contano milioni di fan? Semplice: molti di loro si affidano a una terza figura, che può essere un singolo social media manager oppure una vera e propria agenzia di comunicazione e marketing.

Vi ricordate l’epic fail avvenuto sul profilo Facebook del grande Gianni Morandi qualche tempo fa? È successo recentemente anche a Roberto Saviano, questa volta su Instagram.

LEGGI ANCHE: Il Social Media Manager di Gianni Morandi? Ecco 5 indiziati (se esiste)

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Questo ennesimo episodio fa sorgere una domanda spontanea: ma è davvero così necessario nascondere l’esistenza di un social media manager delle celebrities?

Vero è che la maggior parte degli utenti che seguono la loro star preferita sperano di poter interagire con essa in prima persona (succede anche a me, inutile negarlo!), ma è altrettanto vero che i VIP basano il loro successo e la loro fortuna sull’immagine che il pubblico ha di loro: questo significa che, per quanto veri e spontanei vogliano sembrare, è indispensabile una strategia di comunicazione pianificata ad hoc per i canali social.

E chi può farlo meglio di un esperto in SMM?

Prendiamo ora come esempio Queen B, ovvero la cantante Beyoncé, che per annunciare l’arrivo dei suoi due gemellini, ha pubblicato una foto sul suo profilo Instagram che ha raggiunto quasi 11 milioni di like.

È palese che dietro ci sia un lavoro di immagine che ha coinvolto un intero team, dall’hair stylist al fashion designer, fino al social media manager. Che, comunque, ha senza dubbio raggiunto l’effetto desiderato! Anche le celebrities, come i grandi brand, hanno quindi bisogno di un piano di comunicazione strategico in grado di mantenere la loro reputazione online e gestire il grande seguito sui canali social. In generale, esistono alcune linee guida base che ogni VIP dovrebbe seguire sui suoi profili. Vediamo le principali.

Non essere noioso

Se una celebrity è famosissima ma ha una ridotta fan base online, c’è qualcosa che non va: i contenuti pubblicati non sono abbastanza interessanti da stimolare l’interazione del pubblico, oppure risultano essere troppo “istituzionali”. Il consiglio è di sperimentare senza allontanarsi troppo dal proprio personaggio, fino a trovare il format che funziona!

Far sentire speciali i propri fan

Alla fine è soprattutto grazie a loro che si diventa famosi, no? È fondamentale rispondere alle loro domande, condividere i contenuti o pubblicare foto insieme a loro. Come fa ad esempio Taylor Swift, sempre molto attenta e disponibile nei confronti del suo pubblico.

NYC memories.. #1989SecretSessions

Un post condiviso da Taylor Swift (@taylorswift) in data: 4 Ott 2014 alle ore 14:45 PDT

Programmare i post e pubblicare regolarmente

Una regola fondamentale e mai banale che vale proprio per tutti: un utente decide di seguire una celebrity principalmente perchè vuole entrare nella sua quotidianità, scoprire come vive giorno dopo giorno e rimanere sempre aggiornato.

Pubblicare un contenuto ogni tanto e senza pianificazione può comportare una perdita di follower costante, piuttosto che una crescita!

Scegliere i canali social giusti

Ad ogni VIP corrisponde un audience differente, e ad ogni target possiamo associare una piattaforma social di riferimento. Per esempio, sicuramente non troveremo un fan di Vittorio Sgarbi su Snapchat, canale più adatto alle Beliebers o alle Onedirectioners.

LEGGI ANCHE: Baby boomer, X, Y e Z: generazioni a confronto e dove trovarle

Qual è la tua celebrity preferita sui social? Lascia un commento sulla nostra pagina Facebook o sul gruppo di LinkedIn.

digital factory 2017

Digital Factory 2017: ecco come è andata agli incontri finali di Roma e Milano!

Ci siamo, è arrivato il momento dell’ultimo appuntamento dell’edizione 2017 della Ninja Factory del Master Online in Digital Marketing. I team sono ospitati presso lo spazio Copernico per l’appuntamento milanese e dal Tim #Wcap Accelerator per l’evento romano del laboratorio organizzato da Ninja Academy in collaborazione con Moleskine.

Anche questa volta il team Ninja Rep formato dalle contributor Federica e Chiara è pronto a svelare tutti i momenti della #NinjaFactory attraverso i propri racconti live Twitter. Continua a leggere per scoprire che cosa è successo!

Alle 8.30 di sabato 1 aprile i ragazzi sono già tutti riuniti, rispettivamente presso lo Spazio Copernico per l’incontro di Milano e al TIM Wcap per la factory romana, in attesa di iniziare quella che sarà una mattinata carica di emozioni. C’è giusto il tempo di un caffè e qualche battuta per allentare la tensione, prima che arrivi il momento di riunirsi in sala e cominciare.

Prima dei pitch però, i tutor di entrambe le città regalano ancora qualche consiglio ai ragazzi. Per la factory meneghina sono Marco Magnaghi e Michaela Matichecchia ad alternarsi sul palco con degli speech rispettivamente su learning machine e algoritmi e sullo human factor, mentre a Roma si parla di Data Analysis con Cinzia Gallenzi e di Real Time Marketing con Simone Mariani: ancora una preziosa lezione per i ninja e per il pubblico presente!

Le proposte dei team per la digital strategy di Moleskine

Terminati gli speech, è davvero il momento per i ragazzi di prendere la parola e raccontare i propri progetti di digital strategy per Moleskine: a Milano, in giuria ad ascoltare i loro interventi Giulia Costa di Barilla, Laura Pezzotta di Mulino Bianco e Alessia Salvatori, founder di Loopa e Rankit, oltre a Michaela e Marco; a Roma il compito di giudicare i pitch dei ragazzi è invece affidato a Paolo Lanzoni di Mercedes, Livia Caloprisco di Bulgari e Dario Cesari di Jaguar Land Rover, oltre ai tutor Simone e Cinzia.

Ecco che i gruppi vengono chiamati a presentare le proprie strategie digital dedicate a Moleskine: per i nostri ninja è arrivato il momento di mostrare di che pasta sono fatti, e raccontare i progetti preparati con fatica e pazienza, frutto di (tante) serate passate insieme ai propri compagni di avventura.

Ogni gruppo ha a propria disposizione 20 minuti per raccontare la strategia: il timer non mente!

Tutti i team hanno ideato per Moleskine una strategia su misura, offrendo numerosi punti di vista e risposte brillanti alle richieste presenti nel brief. Ben fatto ragazzi!

Esperienze d’acquisto personalizzate ed emozionanti, coinvolgimento dei millennial, utilizzo degli influencer; e ancora, video strategy ed utilizzo del metodo 3H, un attento studio della strategia SEO. Questi sono solo alcuni dei punti di forza che i team hanno, di volta in volta, scelto di valorizzare all’interno delle proprie strategie.

Terminati i pitch la giuria si riunisce per decretare quali saranno i verdetti, mentre i ragazzi possono finalmente tirare un sospiro di sollievo dopo il lungo lavoro svolto negli ultimi mesi, che li ha portati a realizzare lavori davvero interessanti.

Richiamati in aula, per la giuria è il momento di fornire i propri feedback, prima di consegnare ai ragazzi il meritato e tanto atteso premio: il Digital Marketing Update, per non perdere nessun aggiornamento sulla materia.

Grazie per l’esperienza ragazzi, che il #ninjapower sia sempre con voi!

migliori annunci stampa, United Nations

United Nations, Crossroads Community e Toyota: i migliori annunci stampa della settimana

Anche questa settimana non ci lasciamo sfuggire i migliori annunci stampa, che stavolta ci invitano a riflettere su questioni importanti come la povertà che si nasconde nelle grandi città e i conflitti nel mondo. Scopriamoli insieme.

United Nations: Search for Peace

L’agenzia Miami Ad School in questa campagna semplice ma efficace, utilizza le immagini satellitari raffiguranti paesi in conflitto, invitando a fare una ricerca sul sito delle Nazioni Unite (prima di continuare a leggere, provaci anche tu!)

Aprendo il link che dovrebbe indirizzare alla pagina della pace, appare invece la pagina di errore 404 – not found.

Chi cerca trova? Non sempre, purtroppo.

Inizialmente ho pensato che fosse un errore di battitura del link. Ho controllato e ri-controllato, per un istante mi sono chiesta se avessero stampato un link sbagliato sull’annuncio pubblicitario. Seguendo lo spirito ninja non mi sono fermata alle apparenze, cercando una risposta nell’ annuncio stampa. Ma rileggendo lo slogan, ecco la risposta che stavo cercando.

“Fino a quando non cercheremo risposte, saremo sempre divisi”.

United Nations, migliore annuncio stampa della settimana

Advertising Agency: Miami Ad School, San Francisco, USA
Art Direction: Oscar Gierup, Kristina Samsonova
Copywriter: Jacob Altman

Crossroads Community: Recipe to End Hunger – Rolling pin

La fame, quella vera, non esiste solo nei paesi sottosviluppati, ma anche tra le strade delle grandi città come NYC.

Così l’agenzia Saatchi&Saatchi ci comunica questo aspetto attraverso la “ricetta per porre fine alla fame”. Lo scopo della campagna è di motivare i consumatori a non buttare il cibo in eccesso ma di condividerlo.

migliori annunci stampa della settimana
Advertising Agency: Saatchi & Saatchi Wellness, New York, USA
Chief Creative Officer: Kathy Delaney
Creative Directors: Scott Carlton, Carolyn Gargano
Art Director: Carolyn Gargano
Copywriter: Scott Carlton
Art Buyer: Sandra Locke
Retoucher: Andrew Pickett

Toyota: Breathing room, paper, cell phone

Anche la campagna pubblicitaria di Toyota è stata realizzata dall’agenzia Saatchi&Saatchi, che questa settimana ricopre ben due posizioni dei migliori annunci stampa.

Ricreando tre possibili scenari nei quali si verificano incidenti stradali, Toyota ci ricorda di prestare attenzione per strada.

Toyota, migliore annuncio stampa della settimana

Advertising Agency: Saatchi & Saatchi, LA, USA
Chief Creative Officer: Jason Schragger
Executive Creative Director: Fabio Costa
Creative Director: Renato Braga
Associate Creative Director / Copywriter: Dan Sorgen
Associate Creative Director / Art Director: Leo Borges
Art Director: Antonio Marcato
Copywriter: Steve Morris
Production: Saatchi & Saatchi LA / Carioca Studio

LEGGI ANCHE: KFC, Continental e Flight Centre: i migliori annunci stampa della settimana

Programmatic Advertising: il ruolo centrale della profilazione e dell’analisi dei dati sensibili

Le strategie per effettuare attività di digital advertising nello scenario attuale sono sempre più sofisticate, generate attraverso la profilazione grazie ai cookie, dati pubblici utilizzati per la targetizzazione: tra tutti i sistemi di monitoraggio il Programmatic domina ancora la scena del mercato pubblicitario, sempre con novità e miglioramenti in continua crescita.

Gli investimenti in questo settore nel 2016 hanno generato un fatturato pari a 315 milioni di Euro con una crescita del 35% rispetto all’anno precedente e con una previsione di incremento nell’anno in corso pari al 25%.

Attraverso i dati di E-Business Consulting, società dedicata nello sviluppo di programmatic advertising abbiamo deciso di illustrare nel dettaglio come si realizza una strategia e quali sono le metodologie di applicazione di questa forma di advertising.

Ma che cosa si intende per Programmatic Advertising?

Il Programmatic è un processo digitale basato sull’acquisizione di dati sulla navigazione forniti da cookie e pixel, i principali sistemi di monitoraggio che consentono di individuare l’utente che sarà destinatario di questa forma di pubblicità. In questo modo l’advertiser raggiunge il proprio utente ideale attraverso uno dei seguenti canali:

  • rete display
  • mobile in app o video
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Lo scambio della domanda e offerta avviene tramite l’utilizzo di una piattaforma DSP (Demand-Site Platform) lato domanda e SSP (Supply-Side Platform) lato offerta degli spazi.

Al centro del flusso comunicativo è situata un ulteriore piattaforma DMP (Data-Management Platform) in grado di raccogliere e aggregare diversi dati da fonti online, offline e mobile.

La DMP ha il compito di elaborare enormi quantità di dati inerenti al comportamento degli utenti e tramutarle in azioni specifiche nei loro confronti in tempo reale in relazione alla strategia ideale per l’azienda.

Dal dato all’advertising: le principali forme di Programmatic

Il Programmatic oggi si avvale di diverse piattaforme e modalità, passiamo in rassegna le più comuni:

  • Contextual Keyword: è l’indirizzamento del messaggio pubblicitario sulle pagine web che contengono parole chiave rilevanti per la campagna (gli annunci saranno visibili solo nei siti il cui contenuto risulti attinente);
  • Category Targeting: si indirizza la propria strategia di comunicazione verso siti accomunati dal medesimo tipo di contenuto/argomento trattato;
  • Similar Audience: possibilità di estendere la campagna verso utenti simili per caratteristiche;
  • Affinity Audience: sono le campagne pubblicitarie basate sui dati di terzi.

Ciò che è importante sottolineare è come oramai sia obbligatorio sfruttare nuove potenzialità superando la mera e semplice acquisizione dati tramite cookie. La nuova frontiera è rappresentata dai dati statistici che vengono collezionati da fonti pubbliche (Istat, Camere di Commercio, provider telefonici etc. etc.) per ogni singola nazione.

Il Programmatic avviene solo tramite cookie?

No. Il Programmatic si basa anche su dati statistici. Questo nuovo metodo di acquisizione si basa sul concetto di unità abitative. Grazie ad algoritmi cross-device e ad analisi di eventuali picchi di impressions vengono assegnate particolari caratteristiche alle audience disponibili alle specifiche unità abitative differenziandole tra private o business. Viene così consentita l’individuazione di 47 possibili profili in base a numerose variabili quali il reddito, auto possedute, tipo di casa, composizione nucleo familiare.

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Bisogna però sottolineare come questa profilazione non sia a danno della privacy degli utenti. Il Programmatic Advertising collega domanda e offerta di centri media, agenzie, singoli inserzionisti e publisher cercando di soddisfare le esigenze di tutti. L’automazione nel processo di compravendita ha diversi vantaggi tra cui ottimizzazione dei tempi di gestione, controllo, efficienza, reporting delle campagne. Inoltre il software fa analisi predittive su come aggiustare e migliorare le campagne ricercando nel mercato dei target sempre più appropriati.

Non si vive di soli dati: l’elaborazione in tempo reale per l’ottimizzazione delle strategie

I dati estratti, constantemente aggiornati, e il target a cui si vuole rivolgere un’azienda sono le due parole chiave che permettono campagne ottimizzate in tempo reale. Quando si setta una campagna, l’implementazione dei cookie può effettivamente contribuire a raccogliere informazioni utili in merito al target, capire i prodotti e i comportamenti di navigazione.

I cookie però hanno un ciclo di vita limitato, in media da un minimo di 24 ore ad un massimo di 15 giorni, mentre le analisi incrociate tra le unità abitative sopra descritte e le impressions visualizzate in Adform, si mantengono più a lungo nel tempo poiché i dati sono basati su caratteristiche fisiche delle unità abitative che, sebbene rimangano le stesse durante tutto l’anno, vengono controllate settimanalmente.

I limiti fisici dei cookie vengono così superati da questa nuova modalità di acquisizione essendo in grado di targetizzare attualmente chi è in grado di acquistare il prodotto/servizio e di eliminare quell’audience ottenuta dalle semplici ricerche aspirazionali, non orientate all’acquisto.

Le opportunità e il fascino esercitato da questa nuova modalità di pianificazione delle campagne pubblicitarie online non deve però distogliere l’attenzione dall’impegno e dall’esperienza che una campagna Programmatic potrebbe richiedere. Nonostante questa modalità di advertising rappresenti un significativo passo in avanti in termine di automazione, l’elaborazione dei dati raccolti ed il continuo aggiustamento di tiro delle campagne sono comunque il risultato di un’analisi in cui l’elemento umano rimane centrale.

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Mobile Gaming: dove ci porterà questo settore in crescita?

“Il 2016 è stato l’anno migliore per il Mobile Gaming, con i consumatori che hanno speso circa il 25% in più rispetto all’anno precedente”,

ha affermato Danielle Levitas, SVP of Research di App Annie.

Il successo che ha avuto Pokemon Go ha acceso i riflettori anche dei non addetti ai lavori su uno degli stream più interessanti della Mobile Revolution di questi anni.

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Un mercato in crescita, anche per il 2017

Un mercato che pesa più di 40 miliardi di dollari e che vanta titoli  che ormai sono paragonabili al mercato generato da PC desktop + Console. Assurdo pensarlo solo pochi anni fa.

E i numeri sono in continua ascesa anche per il primo trimestre del 2017 visto che l’Apple Store ha generato vendite per circa 6,6 miliardi di dollari e il Google Play Store in termini di crescita percentuale anno su anno ha fatto ancora meglio, avvicinandosi così ai numeri di iOS, registrando un totale di 5,3 miliardi. 

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All’interno di questo mercato per ora l’esordio del VR ha lasciato gli utenti piuttosto freddini, ma gli analisti si aspettano una crescita verticale nei prossimi anni ed è importante per i brand cominciare a posizionarsi per primi per abituare gli utenti ad un certo tipo di user experience che poi diventerà via via sempre più un meccanismo di vendor lock-in strategico per trattenere i propri clienti.

Come sempre quando si parla di gamers è il mercato asiatico a fare la differenza in termini assoluti con una performance di quasi 25 miliardi di dollari che è più del triplo del secondo mercato mondiale che è quello del Nord America con circa 7 miliardi.

Ma quali sono le caratteristiche che rendono così virale e interessante questo mercato?

Come sempre la risposta è rintracciabile nell’analisi del modello di business.

Ci soffermeremo su due caratteristiche tipiche del mercato digitale che sono rintracciabili e legate tra loro anche nell’universo del mobile gaming: approccio Lean & Agile per la parte di modellizzazione del prodotto e la regola economica 80/20  attualizzata Tim Ferriss nel suo famoso manifesto del work-life balance proprio dell’economia digitale “The 4-Hour Workweek”.

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Mobile Gaming: i due Segreti del modello di business

Moltissimi giochi sono gratis o hanno un costo di ingresso bassissimo. Moltissime software house aggiornano settimanalmente i loro prodotti. Tutti i giochi prevedono in-app purchase.

Perché proprio questo modello?

Perché la modalità di fruizione rispetto al gioco da PC o console è completamente differente. Quando qualche anno fa compravamo un gioco ci passavamo ore davanti perché avevamo fatto un investimento importante in termini economici e volevamo usufruirne subito e tutto insieme.

Il mobile gaming è completamente diverso: ci giochiamo in termini di sessioni molto più spesso, ma con una singola durata molto più breve.

Sessioni e ricavi sono spalmati sull’asse temporale con dei picchi in prossimità di alcuni check-point che sono quei momenti in cui il gioco ha bisogno di “Insert Coin” per passare allo step successivo. Che questo avvenga perché sono finite le vite del nostro personaggio o perché il gioco ci richieda un investimento in termini di tempo di attesa o perché ci ponga davanti al limite della versione freemium fino ad allora utilizzata, in tutti i casi il work-around sarà sempre quello di pagare con la propria carta di credito e magicamente tutto si sbloccherà.

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Tutte le strategie di neuromarketing più efficaci saranno messe in campo sia per spingere l’utente a compiere questo step, sia per moltiplicare l’effetto virale del gioco focalizzando molto l’attenzione sul potere moltiplicatore dei social network che permettono spesso di collaborare, coalizzarsi o al contrario competere tra giocatori che fino a qualche minuto prima neanche si conoscevano.

In questo modo più che un gioco si creano le condizioni per un vero e proprio hobby. Quindi un’esperienza che non dura solo un paio di giorni e che si consolida nel tempo con un coinvolgimento anche emotivo che produce fidelizzazione e una dipendenza altrimenti impossibile.

Ma questo è vero per una componente molto bassa del totale degli utenti che hanno scaricato il gioco (più o meno tra il 5% e il 10%) ed è per questo motivo che trova verifica statistica il citato rapporto 80/20: dal 20% della base utenti totale si ricava anche di più del 80% dei ricavi complessivi.

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L’importante è non diventare il caso unico, come George Yao che per scalare la classifica in Clash of Clan ha ammesso di portare con sé sotto la doccia cinque iPad protetti da involucri di plastica in modo che nessuno dei suoi account fosse esposto alle minacce degli avversari.

E tu di quale percentuale fai parte? 😉

Quattro consigli per migliorare l’efficacia dei tuoi video social

È convinzione comune che i video sono, attualmente, il formato “media” più in voga del momento sui social network. I perché sono molteplici: non solo sono mezzi efficaci per divertire e raccontare storie, ma sono anche “ben visti” da Edgerank, l’algoritmo che regola la probabilità con cui i contenuti appaiono sulla Newsfeed di un utente Facebook.

Ma non basta girare un video qualsiasi e avere immediatamente pioggia di like e condivisioni. Come ogni attività social, anche quella della creazione e diffusione dei video va pianificata prima e realizzata poi con cura, pena un clamoroso tonfo nel vuoto. Vediamo insieme allora, analizzando alcuni video su Facebook e YouTube di gran successo, quattro possibili consigli da seguire per video che siano amati dal pubblico.

Rendi il tuo video fruibile anche senza suoni

Recentemente Facebook ha introdotto una modifica che permette l’autoplay dei video anche con il sonoro, ma fino a poco tempo fa non era così. Per questo, molti marketer hanno utilizzato video perfettamente comprensibili anche senza l’aiuto di voci o musiche, anche per venire incontro all’85% degli utenti della piattaforma. Un esempio tra i più virtuosi è quello di AJ+, profilo collegato al network di informazione Al Jazeera. Gran parte delle videonotizie che condivide, grazie al sapiente uso di testo a schermo, sono intelligibili di per sé, anche con lo smartphone “mutato”.

Probabilmente con la novità di cui prima la percentuale di utenti Facebook che ascolta i video senza audio diminuirà. Eppure il principio di fondo resta: quante volte vi è capitato di scorrere la timeline Facebook in contesti molto rumorosi (per esempio, in metropolitana) o in momenti in cui è meglio non far sentire musiche e suoni provenire dal proprio smartphone? Ecco, poiché il marketing vive sempre più di micro-momenti, è bene predisporre video che siano fruibili in più condizioni possibili.

Crea un’introduzione memorabile

L’attenzione media degli utenti sui social è breve, molto bene. Una manciata di secondi. C’è chi dice che sia otto secondi e mezzo, per alcuni è addirittura minore. I tuoi video devono quindi destare interesse fin da subito e offrire un valido motivo per arrivare sino al termine. Come? Dipende dalla tua audience e da ciò che vuoi comunicare.

È necessario, anzitutto, prestare attenzione alla thumbnail di anteprima. Sia su Facebook che su YouTube puoi caricarne una apposita: è buona norma farlo in quanto questa rappresenta la “prima impressione” che ogni utente avrà con il tuo video. Evita anzitutto immagini sfocate o mosse: l’ultima cosa che vuoi è che gli utenti pensino che il tuo video sia di scarsa qualità.

 

Puoi inoltre mostrare nell’anteprima un riassunto di ciò che aspetta il futuro spettatore del tuo video. Un esempio? Puoi mostrare il grafico che illustra l’aumento di reach che la tua pagina Facebook ha avuto implementando video nel suo mix editoriale o, invece, il risultato finale di una ricetta. È una buona pratica utilizzata da molte pagine dedicati al mondo della cucina e delle ricette, come ad esempio Agrodolce.

Racconta storie, non prodotti

È innegabile che, nel corso degli anni, c’è stato un vero e proprio assalto delle piattaforme social da parte di grandi marchi e piccole medie imprese, tutte vogliose di far conoscere i propri prodotti e servizi per aumentare awareness e, si spera successivamente, vendite o introiti. Ciò ha portato nel tempo a una saturazione di contenuti commerciali che, vuoi anche per un’utenza sempre più smaliziata e incline alla pubblicità tradizionale, ha finito per disaffezionare sempre più fruitori già di per sé meno attenti e fedeli.

Se parlare di prodotti e servizi, comunicare offerte o iniziative commerciali e, in definitiva, trasportare i like e le condivisioni verso più concrete decisioni d’acquisto è importante, è altrettanto vero che non è più possibile – né efficace – parlare unicamente in termini di hard selling sul mondo dei social network. Gli utenti vogliono assistere a storie memorabili, cercano informazione o intrattenimento. Per questo, è consigliabile rendere il tuo prodotto uno dei protagonisti di un racconto che, si spera, sarà in grado di incontrare i favori del tuo pubblico. Un esempio da seguire? Hasbro, con la sua campagna che, grazie anche alla collaborazione di nomi quali The Jackal e Ferrario, ha reso i suoi giochi da tavolo partecipanti di sketch decisamente divertenti.

Colpisci la giusta audience

I tuoi video per avere successo devono incontrare i gusti del target che ti prefiggi di raggiungere. Devi parlare il linguaggio della tua audience, mostrare ciò che le interessa nel modo che preferisce: insomma, devi confezionare un messaggio che mostri i tuoi valori nella maniera più appetibile possibile. Sfrutta inoltre alcuni strumenti di Facebook che possono agevolare la portata dei tuoi contenuti, quali le custom audience e, se hai budget a disposizione, le sponsorizzazioni. In tal modo potrai “colpire” utenti più in linea con le tue esigenze e, soprattutto, i video da te proposti.

Social Media e vino: come creare contenuti che generano valore per i wine lovers

A poche settimana dalla chiusura della 51^ Edizione del Vinitaly, è impossibile non fare una riflessione sul settore vitivinicolo, sempre più di moda e oggi sempre più social.

Il vino è già di per sé un prodotto sociale che avvicina le persone e i suoi appassionati. Questo lo rende perfetto per la comunicazione attraverso i social media, purché venga comunicato attraverso contenuti che riescano ad aggregare attorno a passioni e  valori comuni i cosiddetti #winelovers.

Ma come riuscirci?

Ecco 5 semplici consigli:

Avere una strategia

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Spesso tante aziende vitivinicole si lanciano nel mondo dei social senza avere una chiara visione del settore di riferimento. Quali sono i punti di forza del mio prodotto e del mio territorio? Quali canali social devo presidiare? Quali sono gli obiettivi che voglio raggiungere attraverso i social media? Qual è il mio target di riferimento?

Una volta che avrei risposto a queste domande, sarà più facile capire  il tone of voice da utilizzare, i canali da presidiare e il target giusto da intercettare.

Raccontare ed emozionare attraverso lo storytelling

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I contenuti sono la parte più importante per coinvolgere, raccontare ed emozionare i wine lovers.

E’ qui che lo storytelling gioca un ruolo chiave. Come già aveva intuito Edoardo VII “Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e…se ne parla”, per questo è importante creare contenuti che adottino un approccio narrativo, capaci di attirare anche l’audience meno esperta: gli utenti vogliono ascoltare una storia e condividerla con altri. Vogliono conoscere la relazione tra il vino e il territorio di produzione per apprezzare la sua unicità.

Focus sui millennials

Nel raccontare il proprio prodotto, è molto importante adottare un linguaggio informale, proponendo contenuti personali e accattivanti, che riescono a colpire dritti al cuore del nostro target e, perché no, anche dei millennials: giovani tra 20 ed i 35 anni nati dopo gli anni ’80. Un target  che è sempre più alla ricerca di autenticità e trasparenza, di conoscere le unicità di un prodotto. Un pubblico che considera il bere un buon calice di vino come uno status simbol, che prende le sue decisioni d’acquisto ricercando informazioni e ispirazioni sui social media e ascoltando l’opinione della community a cui appartengono.

Le immagini e i video, valgono più di mille parole

Il potere emozionale e comunicativo dei contenuti visuali è molto più forte rispetto ad un semplice contenuto testuale. Vendemmia, imbottigliamento, eventi e fiere, sono occasioni uniche per creare contenuti fotografici e video, che riescono facilmente ad esprimere emozioni e raccontare storie.

Instagram, diventa quindi uno strumento indispensabile da integrare nella social media strategy aziendale, permettendo inoltre di integrare attività offline con attività online, attraverso raduni e contest fotografici , per creare conversazione e passaparola, magari associando un hashtag dedicato. Sono tantissimi i wine contest lanciati in questi anni, da #bevicosavedi a #vinopop, passando poi per #donnafugatatime e #chinonbeveincompagnia, fino all’ultima campagna di Veuve Cliquot #DoYouSpeakCliquot.

 

Integrare nella strategia dei wine influencer.

Sentiamo tutti i giorni parlare di influencer, nel mondo travel, nella moda o per il food. Ma sapevate che esistono anche i wine influencers?

In Italia, rispetto ad altri paesi europei, sono ancora poche le aziende vitivinicole che sfruttano appieno le potenzialità degli influencer di settore. Far parlare di sé e farsi conoscere attraverso il web e i social media è ormai diventato indispensabile e gli influencer, diventano uno degli strumenti che le aziende possono, anzi devono, inserire nella loro social media strategy, per raggiungere questo obiettivo.

Pochi mesi fa il portale francese Social Vignerons ha stilato la classifica dei wine influencer per il 2017, utilizzando il Klout Score e anche l’Italia inizia ad avere dei rappresentanti a livello globale. Tra tutti Andrea Gori e Francesco Saverio Russo, che sono tra i primi 30 wine influencer mondiali.

Conclusioni

Non abbiate paura di far conoscere attraverso i social le vostre eccellenze vitivinicole, preoccupatevi solo di farlo bene e in modo strategico. Il vino, come il cibo, è un piacere che và condiviso.