Google Mobile Friendly Label

Mobile Page Speed: perché è fondamentale per il tuo ecommerce

La pazienza è la virtù dei forti, ma non di chi naviga da mobile.

Oltre il 50% degli utenti mobile abbandona una pagina che sta navigando se questa impiega più di tre secondi a caricarsi. Un grosso problema per le aziende, dato che una landing page su mobile impiega in media 7 volte di più (circa 22 secondi) per aprirsi completamente.

Partendo da questi presupposti, Google ha deciso di compiere un test di velocità andando ad analizzare oltre 900mila Mobile Ads in 126 Paesi diversi. Il risultato di questo test ha confermato le ipotesi fatte dagli uomini di Mountain View: la maggior parte dei siti web per mobile sono troppo lenti e troppo pesanti da scaricare.

Mobile Page Speed: cosa vogliono gli utenti

Web Design Development Style Ideas Interface Concept

Web Design Development Style Ideas Interface Concept

Ora il discorso si fa più complicato: Google, per fare le cose fatte bene, ha deciso di testare con delle reti neurali (con il 90% di accuratezza dei risultati) il tasso di abbandono in relazione al tempo di apertura della pagina da mobile. Questo è il risultato, e possiamo dire che la percentuale di abbandono cresce in maniera esponenziale con l’aumentare del tempo di caricamento!
La pazienza sarà anche la virtù dei forti, ma nel mobile marketing vince chi riesce a darti tutto e subito.  

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Bounce rate e conversione

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Il problema della velocità che scatena il secondo problema del bounce rate, il “rimbalzo” genera una situazione che i mobile marketer, soprattutto gli e-commerce manager devono tenere ben presente: nonostante più della metà del traffico internet sia generato da mobile, i tassi di conversione dei siti e-commerce rimangono maggiori da desktop piuttosto che da smartphone e tablet.

Quindi l’investimento in un e-commerce mobile friendly dev’essere fatto solamente tenendo ben presente queste indicazioni: il sito dev’essere veloce ed essenziale.

Mai come in questo periodo Less is more e Faster is better. Il vantaggio competitivo oggi, soprattutto per chi vuole aggredire il mondo dell’e-commerce, sta nel creare siti mobile-first con pagine leggere comprimendo il più possibile le immagini, senza perdere qualità e permettendo una user experience migliore.

LEGGI ANCHE: Mobile First Index: il tuo eCommerce piace a Google?

Chi sembra aver recepito questo messaggio in anticipo rispetto agli altri è il settore della finanza (e chi se no? Il tempo è denaro!). Google, infatti, ha confrontato le velocità di apertura e la “pesantezza” dei siti mobile dei principali settori industriali presenti sul web, e questa ulteriore analisi mostra come i siti di prodotti finanziari siano in media quelli con i risultati migliori. Pochi fronzoli, messaggi chiari e utilizzo delle infografiche preferito a quello delle foto.

Chi fatica invece in questo processo di ottimizzazione, sempre secondo lo studio condotto da Google, è il settore dell’automotive: in questo campo sono necessarie più foto e di maggior qualità per intercettare il cliente e farlo innamorare di un bene così soggettivo come l’auto.

Ma i marketer stanno già lavorando in questa direzione e i siti delle principali case automobilistiche sono molto più “scarni” di una volta e allo stesso tempo più veloci.

Ricordate sempre Less is more e Faster is better!

Imbarazzo in famiglia nell'ultima campagna Spotify

Imbarazzo in famiglia nell’ultima campagna di Spotify

Nuova geniale campagna per Spotify, che stavolta  punta all’intrattenimento di tutta la famiglia.

Il servizio di streaming musicale ha lanciato da pochi giorni la sua nuova campagna nel Regno Unito, dal tono decisamente umoristico: mostra alcuni momenti di vita familiare e rivela i luoghi veri nei quali suona la sua musica.

Dopo la spettacolare campagna basata sui big data, con la quale alla fine dello scorso anno Spotify ci ha rivelato le playlist più grottesche e le canzoni più imbarazzanti, ascoltate dai suoi utenti, l’azienda torna a svelare il lato divertente dei nostri ascolti.

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In famiglia si vivono molti momenti imbarazzanti e Spotify lo sa

Conoscendo bene il suo target, Spotify mira a prendere in giro, con grande ironia, i piccoli momenti difficili che si vivono in ogni famiglia.

Nel primo commercial, il figlio balla e canticchia sulle note dei Savage Garden, mentre la madre osserva: “Forse non sa che è stato concepito su queste note, proprio qui, su questo tavolo”.

Nel secondo spot, la sorella fa partire Love Yourself di Justin Bieber, appena fuori dalla porta della camera da letto di suo fratello, commentando: “Penso che tutti sappiamo che cosa succede lì dentro”.

La nuova campagna di Spotify per promuovere l’abbonamento Premium per famiglie

Gli annunci, creati da Spotify, sono stati diretti da Matt Devine di Biscuit e fanno parte di una campagna che promuove il piano familiare da sei account Premium di Spotify nel Regno Unito.

Come prima volta per il suo prodotto familiare, ci sembra davvero un bell’esordio, almeno dal punto di vista del marketing!

La campagna, che è accompagnata dalle illustrazioni di Sara Andreasson, sarà lanciata non solo in TV, ma anche attraverso outdoor, digital, social e nei cinema.

Holly Brooker, responsabile Marketing di Spotify, ha commentato così la campagna:

“Le gioie e le frustrazioni della vita familiare – sia che si tratti di genitori e adolescenti, o di rivalità tra fratelli – possono essere realtà molto ricche di ispirazione.

La nuova campagna offre uno sguardo umoristico su alcuni di questi momenti e su come la musica su Spotify può fornire una colonna sonora a tutti gli aspetti della vita condivisa in famiglia”.

 

Credits

Agency: Spotify In-House
Client: Spotify
Production Company: Biscuit Filmworks
Director: Matt Devine
Managing Director: Shawn Lacy
Executive Producer: Rick Jarjoura
Head of Production: Rachel Glaub
Head of Production: Mercedes Allen-Sarria
Director of Photography: Adam Marsden
Production Designer: Jay Pooley
Editorial: Cosmo Street
Post Producer: Anne Lai
Editor: Dave Otte

digithon 2017

DigithON 2017, una maratona digitale per 100 startup

La seconda edizione di DigithON si è aperta con la presentazione della call, fino al 30 aprile, dedicata alla selezione delle 100 startup che parteciperanno alla maratona delle idee digitali che si terrà in Puglia, in Terra D’Ofanto, dal 22 al 25 giugno.

Francesco Boccia, presidente dell’Associazione DigithON, e Domenico De Bartolomeo, presidente di Confindustria Bari-BAT hanno aperto la call dedicata agli innovatori digitali presentando le novità dell’edizione 2017, a cui parteciperanno le principali aziende italiane e internazionali dell’economia digitale, dell’editoria e i più importanti investitori nazionali ed esteri.

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DigithON, per avvicinare la comunità finanziaria alle startup

Un obiettivo ambizioso di DigithON è quello di avvicinare in maniera più sostanziale la comunità finanziaria – e in particolare il mondo dei venture capital, dei business angel ma anche degli investitori professionali “classici”, che normalmente impiegano i loro asset in aziende dal track-record consolidato – alla realtà delle startup in Italia che tradizionalmente faticano a raccogliere risorse necessarie al proprio sviluppo.

Tra le novità di questa edizione, ci sono nuovi accordi con alcuni tra i più importanti investitori finanziari, a partire da Invitalia, che permetteranno alle startup di semplificare l’accesso ai fondi necessari per attivare il loro progetto. Le idee presentate a DigithON 2017 ritenute più valide verranno valutate direttamente dai relativi comitati di investimento, superando, di fatto, il complesso iter di selezione per l’accesso al finanziamento che vede come ultimo step proprio la valutazione del comitato investimenti e che di solito rappresenta, nella governance dei suddetti investitori, l’organismo decisionale ultimo.

LEGGI ANCHE: Come scrivere un Curriculum Vitae in inglese?

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Una piattaforma per un ecosistema delle startup italiane attivo tutto l’anno

DigithON si pone come reale trampolino di lancio per nuovi e innovativi progetti imprenditoriali e cuore nevralgico delle nuove idee digitali sarà il portale digithon.itnato per creare sul web un luogo virtuale dove aggregare tutte le startup italiane e, allo stesso tempo, creare un punto di contatto con investitori, incubatori e acceleratori.

La registrazione è completamente gratuita e ogni utente potrà inserire tutti i dettagli della propria startup: dalla descrizione al pitch video, dalle slides a metriche di valutazione più tecniche quali stato dell’idea, numero di dipendenti e fatturato. Come in un social network, ogni iscritto potrà pubblicare i propri aggiornamenti per informare i potenziali investitori delle nuove milestones raggiunte.

Nella piattaforma durante tutto l’anno saranno organizzati eventi “virtuali” dove gli investitori di tutte le edizioni di DigithON saranno disponibili alle domande degli startupper tramite un moderno sistema di videoconferenza che integra una chat in tempo reale.

Nel sito è presente una sezione in cui le aziende potranno pubblicare annunci di lavoro che, per le startup in early-stage, potranno essere retribuiti anche in shares dell’azienda stessa.

Grazie all’analisi dei dati, sul portale sarà possibile visualizzare in una dashboard interattiva la fotografia istantanea dello stato dell’ecosistema italiano delle startup che al momento evidenzia come il Sud Italia è ancora privo di acceleratori e incubatori necessari a far crescere un ecosistema digitale che ha tutti i numeri per diventare grande.

L’associazione DigithOn, con la maratona annuale e la nuova piattaforma, mira a colmare questo gap con strumenti efficaci e divulgando la cultura dell’impresa ai tempi del digitale.

LinkedIn

Gli errori da non commettere per essere davvero efficaci su LinkedIn

LinkedIn, il social professionale per eccellenza, è un ottimo strumento per mettere in vetrina competenze, passioni ed esperienze, ma anche per creare e sviluppare relazioni professionali. A patto però, come in tutti i social network, di impegnarsi. Per ottenere risultati occorrono infatti metodo, costanza e tempo.
Tuttavia, inconsapevolmente o per pigrizia, spesso si cade in una serie di errori che inficiano la nostra attività.  Ecco allora una lista di cose che andrebbero evitate per essere non solo presente su questa piattaforma, ma per esserci in maniera efficace.

Linkedin

Raccontare tutto di voi

Uno di più grandi errori che si può fare su LinkedIn è quello di creare il vostro profilo con la pretesa di dover raccontare tutto di voi stessi. In realtà chi decidete di essere presente su LinkedIn non  è interessato a conoscere ogni minimo aspetto di voi o della vostra vita, perché nel momento in cui arrivano sul vostro profilo quello che desiderano è capire come potete essergli utile, cosa potete fare per loro.

Dunque la cosa da cui partire è trovare il modo giusto di mettere in risalto le vostre conoscenze, competenze ed esperienze mostrando in che modo potete essere un reale beneficio per le persone a cui vi state rivolgendo, che si tratti di potenziali clienti, partner, organizzazioni o datori di lavoro.

Non siate generici, parlate direttamente al vostro mercato di riferimento, cosicché i vostri potenziali clienti/datori di lavoro arriveranno sul vostro profilo avendo la percezione di essere nel posto giusto e che proprio voi, e non chiunque altro, siate la persona che stanno cercando.

Inserire simboli e informazioni accanto al vostro nome

Innanzitutto perché inserire altro genere di informazione all’infuori del vostro nome in questo campo rappresenta una violazione dei termini di servizio di LinkedIn, e quindi va contro le regole di questo social. In secondo luogo perché rende più difficile ricercarvi, con il rischio di sembrare poco professionali. Può invece essere utile inserire certificazioni o titoli accademici, come un dottorato di ricerca.

Utilizzare foto del profilo non professionali

Se è un grave errore non dare un volto al vostro profilo LinkedIn lo è altrettanto utilizzare una immagine inappropriata. Siete sicuri che la foto che avete fatto in vacanza o durante una serata al locale con gli amici sia la scelta giusta?

Scegliete una immagine semplice e al contempo professionale. La prima impressione è sempre la più importante, e ingrato di determinare quelle future. Perciò per trasmettere serietà e credibilità dovreste iniziare proprio da qui. Non perdete l’occasione di valorizzare il vostro profilo puntando su uno sfondo pulito e una foto che sia rappresentativa di voi stessi, a livello professionale.

Non personalizzare l’Url

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Sapete che è possibile personalizzare l’Url permanente alla vostra pagina LinkedIn? Basta andare su ‘Modifica Profilo’ e cambiare l’url inserendo il proprio nome e cognome o il progetto su cui state lavorando, cosicché il profilo sarà rintracciabile in maniera più efficace sui motori di ricerca. È un primo passo verso il “branding” di sé che permetterà di inserire facilmente il link sul curriculum vitae, sul biglietto da visita o di poterlo inviare tramite e-mail in modo semplice e ordinato.

Annoiare con titolo e sommario

Dopo la foto del profilo, la prima cosa che vedranno di voi è ciò che scrivete nel titolo e nel sommario. Dunque, avrete a disposizione pochi caratteri, più brevi di un tweet, per riuscire a catturare l’attenzione dei vostri “visitatori”, spiegando in maniera sintetica chi siete e cosa fate. Scegliete con cura le parole, cercando di incuriosire i vostri interlocutori e invogliarli a leggere di più sul vostro conto.

Se le prime righe risulteranno noiose, si fermeranno a quelle e voi avrete perso l’occasione di presentarvi al meglio. Siate creativi ed originali, evitate frasi fatte o “copia e incolla” di altri sommari che non faranno mai emergere la vostra personalità e le vostre competenze.

Trascurare le raccomandazioni

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Le raccomandazioni sono una parte essenziale per instaurare fiducia e sviluppare relazioni, aiutando a rafforzare la vostra credibilità e professionalità.

Se chiedete alle persone per le quali avete lavorato di scrivere una raccomandazione, accertatevi che questa sia effettivamente tarata su di voi e sul lavoro che avete svolto. Meglio però limitare questa attività alle persone che conoscete o per le quali avete lavorato, per evitare che questo strumento risulti più controproducente che altro.

Dimenticarsi che esistono delle persone dietro il cv

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Il lato umano è importante tanto quanto quello professionale. Sebbene non abbiano lo stesso peso delle raccomandazioni, anche le cosiddette “soft skills” ricoprono una certa importanza, in quanto completano notevolmente il vostro profilo.

Fate un lista e aggiungete quelle abilità trasversali che avete conseguito, rendendo così più semplice per chi vi conosce confermarle. Siate sinceri, mentire non vi aiuterà di certo ad aumentare la vostra credibilità agli occhi degli altri.

Puntare sulla quantità anziché sulla qualità

Accumulare richieste di collegamento in maniera casuale è uno degli errori più frequenti ma che va assolutamente evitato. E’ vero la prima cosa che ci viene da pensare quando apriamo un profilo LinkedIn è inviare il più possibile le richieste di collegamento al fine di risultare più appetibili agli occhi di potenziali datori di lavoro/clienti.
Ma attenzione, perché se ad un primo acchito avere tanti contatti può darvi l’impressione di avere maggiore credibilità, in realtà la qualità delle connessioni e dei rapporti che andrete ad instaurare è molto più importante. Quindi non inviate richieste a caso, selezionate solo i contatti che posso realmente esservi utili e cercate di personalizzare ogni tipo di richiesta che inviate, non limitandovi al format predefinito.

Queste piccole attenzioni, anche se vi richiederanno un maggiore sforzo, consentiranno ai vostri futuri “collegamenti” di capire chi hanno di fronte aumentando così le possibilità di essere accettati, e dunque di ampliare la vostra rete di contatti in maniera efficace.

Viene da sé che che ciò che fa la differenza non è tanto il numero di collegamenti quanto la vostra capacità di costruire conversazioni e relazioni, di  familiarizzare con i vostri contatti.

Poco importa se riuscite ad avere una rete di mille contatti, non vi saranno di alcun beneficio se poi non siete in grado di sviluppare delle reali relazioni con loro.

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Evitare di cadere nello spam

Fate sempre attenzione ai messaggi che inviate. Poniamo che siate appena entrati in collegamento con qualcuno, l’ultima cosa da fare è inviare loro un messaggio con  informazioni poco pertinenti o con l’intento di “vendere” qualcosa, che sia un prodotto, un servizio o altro.

I vostri contatti non troveranno alcun valore in un messaggio del genere, anzi, rischierete solo di essere classificati come spam, distruggendo così la vostra reputazione. Perciò, qualunque cosa decidiate di scrivere, fatelo sempre pensando al beneficio che i vostri interlocutori ne possono trarre, il loro, non il vostro.

Postare troppe informazione personali

Tenete sempre a mente che LinkedIn, a differenza di altre piattaforme, è una rete professionale e pertanto non ha alcuna efficacia postare informazioni che riguardano la vostra vita personale.

Cercate di parlare restando ancorati il più possibile al vostro business o ambito professionale, pena il rischio di vedere minata la vostra credibilità e serietà.  Così come non è efficace creare una rete sociale casuale, non lo è nemmeno condividere con loro informazioni irrilevanti, ossia non coerenti con il brand che state costruendo e/o non interessanti per i vostri contatti.

Su LinkedIn siete prima di tutto dei professionisti, non dimenticatelo mai.

Non essere attivi

Creare un profilo LinkedIn, passare del tempo a creare una rete sociale non serve a molto se poi non s’investe del tempo su questa piattaforma.

Non potete sviluppare delle relazioni se non siete presenti e non curate le conversazioni con i vostri collegamenti. È importante non solo esserci ma esserci al meglio, postando almeno una volta al giorno, seguendo gli aggiornamenti dei vostri contatti e interagendo con loro.
LinkedIn non è solo una vetrina per mettere in risalto il vostro curriculum vitae ma un luogo da sfruttare al meglio per costruire relazioni sociali e professionali.

Secondo voi quali altri errori andrebbero evitati su LinkedIn? Condividete le vostre osservazioni sulla pagina Facebook di Ninja o sul nostro gruppo LinkedIn.

Growth hacking

Week in Social: crescono LinkedIn e Instagram, novità da Snapchat e Facebook

È venerdì: questo vuol dire che il weekend è arrivato, l’ufficio sarà presto chiuso e voi potrete leggere la nostra rubrica, come di consueto, in assoluta tranquillità.

Anche questa settimana, i social network hanno riempito e colorato le nostre giornate. News scottanti (ma anche fresche!) da Facebook, Twitter, Instagram e co. in arrivo!

LinkedIn

Iniziamo subito con una buona notizia: LinkedIn festeggia 500 milioni di utenti e questo vuol dire che il 7% della popolazione mondiale si affida alla piattaforma per avere una presenza “social” professionale. Colin Daileda, giornalista di Mashable, lo ha definito il gigante silenzioso dei social media. Noi siamo d’accordo, voi che ne dite?

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Inoltre, Milano risulta la quinta area più connessa al mondo. Ci auguriamo solo che se ne faccia un uso corretto: più “professional” meno social!

Instagram

Ci dispiace rovinare il primato di LinkedIn, ma Instagram, prepotentemente, ha da dire qualcosa. Se comunicati stampa fieri e trionfanti si aggirano negli uffici “solo” per mezzo miliardo di persone, c’è chi il miliardo lo sta raggiungendo con estrema facilità.

L’applicazione ha, infatti, da poco raggiunto i 700 milioni di utenti segnando la crescita numerica più alta delle storia di Instagram.

D’altronde, le storie di Instagram, prese in prestito da Snapchat, hanno raggiunto i 200 milioni di utenti (superando i 150 milioni di Snapchat).

instagram stories

 

Twitter

Anche Twitter mostra segnali di ripresa e noi ne siamo contenti: chi se lo immagina un mondo senza cinguettii frequenti? Perdite ridotte e boom di utenti: sono queste le parole che rassicurano il mondo web. I risultati pubblicati da Twitter in merito al primo trimestre del 2017 lasciano intravedere una speranza rispetto a quelle che erano le infauste e preoccupanti previsioni del 2016.

Nei primi tre mesi dell’anno si è registrata una perdita “solo” del 7%, e i ricavi sono scesi a 548 milioni di dollari, superiori comunque ai 517 milioni attesi.

Ma chi ha parlato di “buone notizie”? Ecco, è la perdita più contenuta mai registrata dal 2015 ad oggi. Vi è stata una diminuzione dai 167 milioni di dollari del 2016 agli attuali 61,56 milioni (equivalenti a 9 centesimi per azione).

Inoltre, sono cresciuti ancora gli utenti ,arrivando a quota 328 milioni (+14% rispetto a marzo 2016 e +6% rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno).

Quindi anche in Casa Twitter: si festeggia!

Twitter, il social media scelto per raccontare la guerra

In tutti ciò, ecco che un’altra novità da Twitter ci giunge: video no stop 24h su 24h. Sì, Twitter vuole riprendersi ciò che è suo e punta allo streaming non stop, con relativi contenuti di intrattenimento, di sport e di news. Ce la faranno i nostri eroi? Ve lo diremo in 140 caratteri.

Snapchat

Ormai è guerra all’ultima story, ma Snapchat non si arrende: il social “dei giovani” vuole crescere e lo fa puntando a nuovi “geofilter” sponsorizzati. Questa nuova funzionalità permetterà agli utenti di utilizzare filtri personalizzati in luoghi ben precisi. Una mossa per distinguersi anche se, soprattutto, Snapchat punta in questo modo ad accaparrarsi l’attenzione degli inserzionisti: questi filtri sono applicabili solo in posti ben localizzati e non è si tratta di sponsor da poco. Come andrà finire? Chi lo sa, potremmo anche scoprirlo su Instagram, di questi tempi!

http://danfreebairn.co.uk

http://danfreebairn.co.uk

 

Facebook

Di certo non poteva mancare. Cosa dire di Mark? Cosa si è inventato questa volta? Arrivano intanto gli aggiornamenti su Facebook Lite. Per chi non lo sapesse, è la versione/app di Facebook più leggera e proprio in questi giorni arrivano le promesse reactions. Ah, si poteva vivere senza?

Di pari passo anche i filtri per la fotocamera rappresentano la mini novità della versione Lite di Facebook. Ma se continua così, quanto sarà mai Lite? Mark, non ci deludi mai, sappiamo che per te, ogni promessa è un debito. Sari un Ninja anche tu?

I risultati di Facebook e le strategie per il 2017

Ancora, ecco che per Android vi è la possibilità di visualizzare un tasto che permette di accedere ai contenuti video. Si clicca su di esso per essere subito collegati ai video suggeriti. A cosa serve nello specifico, è veramente utile, chi lo ha chiesto? Ancora è un test, ve lo diremo quando (e se) diventerà una vera e propria funzionalità.

Per questa settimana è tutto, un weekend ninja a tutti voi!

Kiasma

In Finlandia è stata creata una GIF della durata di 1000 anni

Se si fa un giro sulla propria home di Facebook, è più che normale imbattersi in un’enorme quantità di GIF animate di ogni tipo, create per divertire e intrattenere un utente. Ma se le GIF diventassero arte?
Quando ci si trova davanti a opere di arte contemporanea, spesso possono risultare difficili da comprendere; a volte, addirittura, sembra complicato perfino riuscire a definire “arte” certi oggetti o rappresentazioni. Negli ultimi anni, inoltre, sempre più artisti cercano di integrare la loro arte con i mezzi digitali, con risultati all’apparenza scadenti o, perlomeno, poco comprensibili, appunto.

Tuttavia, in un museo finlandese, ora è presente un’opera d’arte perfettamente influenzata dai mezzi digitali, la cui caratteristica risulta proprio quella di essere nient’altro che una GIF. Come ha fatto il suo creatore, l’artista Juha Van Ingen, a farla diventare “arte”? Realizzandola di una lunghezza pari a esattamente 1000 anni.

1000 anni GIF

L’installazione di Van Ingen, esibita al Museo di Arte Contemporanea a Helsinki, Kiasma (nella foto in anteprima), si chiama AS Long As Possible (ASLAP), ed è stata inaugurata simbolicamente quest’anno in concomitanza del centenario dell’indipendenza finlandese. La GIF in sé non è graficamente molto accattivante, dato che consiste solamente in 48,140,288 frame di numeri bianchi su uno sfondo nero. ASLAP, infatti, mostra solamente un frame di un numero per dieci minuti, prima di passare al numero successivo, con l’obiettivo di raggiungere la fine nell’anno 3017.

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Un lavoro sicuramente di notevole ambizione, di cui l’artista finlandese va molto orgoglioso. Egli infatti pone affidamento sulle prossime generazioni, su cui cadrà la responsabilità dell’opera d’arte, della quale dovranno avere molta cura. Lo stesso artista, comunque, spera che questa «piccola candela digitale» rimanga accesa per 1000 anni senza alcun problema. Kiasma vuole contribuire a questo obiettivo, facendo sì che l’opera d’arte continui a funzionare anche dopo la sua esibizione, negli archivi del museo.
L’artista, tuttavia, si è voluto tutelare ulteriormente: il file di ASLAP ha più di una copia e viene fatto girare simultaneamente su diverse unità riproduttive, tutte sincronizzate e possibili da utilizzare per essere esibite al pubblico. Se una delle unità dovesse venire distrutta da una catastrofe, o se risulterà esserci il bisogno di essere aggiornata dal punto di vista del software, verrà costruita una nuova unità fisica, e il file animato verrà sincronizzato con le altre unità. Se tutte le unità riproduttive vengono distrutte, esiste una speciale capsula che contiene la descrizione dell’opera d’arte, le specifiche della GIF, il file originale .gif e i documenti necessari, inclusa una copia stampata del codice per generare un nuovo file. Non dovrebbero esserci problemi, quindi, per conservare al meglio quest’opera unica nel suo genere.

Van Ingen, inoltre, è costantemente alla ricerca di musei o organizzazioni culturali interessate a collaborare nell’offrire o trovare un posto sicuro per la conservazione di unità di riproduzione della sua opera, oltre che alla sua speciale capsula “salva-ASLAP”.

La Customer Experience ai tempi del Cyberpunk

Questo articolo è stato scritto da Alessandro Giaume, Innovation Director in Ars et Inventio e autore di “Data Scientist. Tra Competitività e Innovazione”.

Il Cyberpunk è una corrente letteraria e artistica nata nella prima metà degli anni ottanta del XX secolo, nell’ambito della fantascienza, che tratta di scienze avanzate e il cui nome deriva dalla crasi di cibernetica e punk. Il temine venne coniato da Bruce Bethke come titolo di un suo racconto pubblicato nel 1983.

In questo articolo mi sono “divertito” a mettere in relazione le situazioni create dall’immaginifica mente degli autori con quanto sta oggi davvero accadendo nel campo della Customer Experience.

“La boutique riconobbe la mia presenza. Gli abiti e le bluse si incresparono sulle grucce, e gli orli si arricciarono con civetteria.” (The Allure, 1990)

Una vetrina i cui manichini si attivano per attirare l’attenzione del potenziale cliente, percependone la presenza e comportandosi di conseguenza. Quando Richard Calder scrisse questo passaggio nel 1990 ne intuiva la rilevanza, nel descrivere una linea di abiti che di fatto diventava come una seconda pelle, fino a vivere in simbiosi con chi li indossasse.

Oggi è la capacità di modellarsi sulle aspettative dei clienti che permette di essere competitivi. E di continuare ad esserlo grazie alla possibilità di attingere alla relazione con i clienti per sviluppare nuovi prodotti e servizi.

Ma quali sono gli elementi abilitanti di questa fruttuosa relazione con i clienti? Naturalmente i dati, sempre più Big e sempre più bisognosi di una capacità interpretativa che sia in grado di comprendere il presente e di proiettarsi nel futuro. Già nel 1988 Tom Maddox preconizzava questa possibilità:

“Tra la profusione di segni tipici del nuovo millennio c’era il CAST – Computer Assisted Spatiotemporal Tomography. La tecnica dell’interpretazione profetica.” (In a Distant Landscape, 1988)

Oggi pensare ad algoritmi predittivi spinti non ci coglie più impreparati, almeno dal punto di vista della nostra capacità di accettarlo concretamente realizzabile e di intuirne le potenzialmente infinite applicazioni nei campi più disparati.

E certamente la Customer Experience è uno dei campi di applicazione elettiva di queste tecnologie e questi approcci, basati sempre più spesso su complessi algoritmi di Intelligenza Artificiale e in grado di sorprenderci con la loro efficacia.

Naturalmente la capacità di predire un bisogno lato cliente e di soddisfarlo in anticipo, grazie alla condivisione di dati e informazioni personali, da un lato porta i clienti a condividere con maggiore facilità le proprie esperienze, proprio grazie alla tacita promessa di ricavarne un’esperienza costantemente migliorata e su misura, dall’altro però richiede alle imprese di essere maggiormente trasparenti e focalizzate.  Peraltro le analisi di mercato confermano che questa aspettativa da parte dei clienti è già una realtà consolidata. Accenture afferma che il 73% dei clienti preferisce già oggi acquistare da retailer che utilizzano dati personali per rendere l’esperienza di acquisto più rilevante e coinvolgente. Una capacità predittiva ulteriormente sviluppata non farà altro che consolidare e aumentare questa percentuale.

Ma facciamo un passo avanti e esploriamo un campo che oggi sta prendendo sempre più piede, quello della capacità da parte di sistemi digitali di comprendere il linguaggio naturale e di agire di conseguenza. Sempre Tom Maddox:

“Disse: – Doccia calda – L’acqua sibilò e la porta del box doccia si aprì all’istante.” (In a Distant Landscape, 1988)

Interfacce utente che abilitano e semplificano la comunicazione tra essere umani e sistemi domotici, con un unico obiettivo: rendere memorabile la Customer Experience. Imparando nel tempo quali comportamenti e abitudini caratterizzino la famiglia nella quale stanno svolgendo il proprio compito, prevedendone bisogni e necessità. Non diremo mai più “Manca il latte!”. Lo troveremo fuori dalla porta, già pagato e recapitato da un drone. La tecnologia è già tutta qui. Sensoristica IoT che rende “intelligente” gli oggetti e che ne consente il controllo da parte di un sistema, domotico in questo caso, e integrato con le reti di sensori che rendono “smart” le città, con le quali interagire in tempo reale. Tutto questo grazie alle tecnologie che abilitano e rendono i Big Data fruibili e finalizzabili. 

Anche il cinema ha saputo anticipare e delineare una possibile via per la Customer Experience.

Nel 1995 esce Strange Days, diretto da Kathryn Bigelow su un soggetto di James Cameron e Jay Cocks, capace di evocare una Realtà Virtuale intrusiva e estensiva. Grazie al casco SQUID le persone possono rivivere letteralmente esperienze di vite vissute da altri. All’epoca il prodotto della fervida immaginazione degli autori, oggi qualcosa di non lontano dal tema del Digital Twin, di cui il film anticipava i principii.

E oggi i retailer stanno personalizzando l’esperienza dei clienti all’interno degli store grazie a ologrammi che consentono agli stessi di provare i vestiti preferiti, simulando di essere in ambienti virtuali che riproducono proprio quelli dove il vestito scelto dovrà essere indossato.

I sistemi che presiedono il funzionamento di questi ologrammi funzionano grazie alla capacità degli stessi di immagazzinare le esperienze vissute da tutti i clienti, diventando sempre più bravi nel delineare i possibili gusti ed i possibili comportamenti dei potenziali clienti. Stiamo parlando di tecnologie abilitate dalla disponibilità continua di dati e informazioni.

E visto che stiamo parlando di film anticipatori e di esperienze memorabili, impossibile non citare Blade Runner, film di culto uscito nel 1982 per la regia di Ridley Scott e liberamente ispirato ad un’opera di Philip Dick, ancora saldamente nel nostro immaginario collettivo e da cui sono tratte le prime due immagini. Il film è pervaso di temi oggi caldissimi, dalla realtà virtuale ai cobot, fino al temuto sorpasso da parte delle macchine intelligenti sull’uomo. Replicanti Nexus 6 “più umani dell’umano”, recita lo slogan della Tyrell, la società costruttrice. E il dubbio che il protagonista sia esso stesso un replicante svanisce quando, nella versione Director’s Cut, anche Deckard sogna l’Unicorno.

Ma non è per questo che ho citato Blade Runner, quanto piuttosto per il fatto che il film si interroghi sul rilevante tema morale della “creazione” e su cosa significherà il termine “umanità” nel futuro. Creazione di Intelligenza Artificiale in grado di guadagnare autonomia di pensiero e di azione. Di accumulare esperienze reali di esseri umani, fino a prevederne e influenzarne i comportamenti. E di essere parte integrante di una nuova comunità lavorativa.

Sto parlando di dare un senso compiuto ai Dati e all’uso che ne viene fatto da parte degli algoritmi, con responsabilità e visione di insieme.

Ecco, questa è la vera mission del Data Scientist.

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McDonald’s Snaplications: trovare lavoro con Snapchat

Si chiama Snaplications la nuova campagna di social recruiting lanciata in Australia da McDonald’s in collaborazione con Snapchat.

Il colosso statunitense ha deciso di utilizzare la nota applicazione di messaggistica, molto amata dai giovani, come strumento di recruiting,  per offrire loro un nuovo modo per inviare la propria candidatura, utilizzando il linguaggio, quello dei social, che i Millennial stessi utilizzando quotidianamente.

È la prima volta che Snapchat prende parte ad un processo di selezione del personale, stesso discorso per McDonald’s che prima d’ora non aveva mai sfruttato i social network per attirare l’attenzione di nuovi potenziali dipendenti.

Trovare lavoro con uno snap

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Niente curriculum per gli aspiranti dipendenti McDonald’s,  ma uno snap da inviare al profilo Snapchat dell’azienda.

Per l’esattezza un video di presentazione della durata di 10 secondi  con indosso la divisa virtuale del brand, grazie al’ausilio di un apposito filtro a tema creato ed inserito all’interno dell’app per l’occasione. Personalità, positività ed entusiasmo, queste le caratteristiche principali che la nota catena statunitense si aspetta di vedere nelle creazioni inviate dai giovani.

Il video di 10 secondi che l’azienda riceverà dagli utenti, di certo non sostituirà il tradizionale colloquio face to face ma sarà un primo punto di incontro tra i giovani e l’azienda per accedere agli step successivi del processo di selezione.

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Superata la prima fase grazie alla Snaplication, i candidati riceveranno un link che rimanderà ad un modulo più tradizionale da compilare per accedere al secondo step selettivo.

Attualmente McDonald’s in Australia, conta circa 106.000 dipendenti, con il 65% under 18, mentre Snapchat conta più di quattro milioni di utenti australiani attivi giornalmente, di cui l’ 82% sono giovani.

Prendendo in considerazione questi dati è chiaro l’intento di McDonald’s di volersi avvicinarsi e coinvolgere il pubblico dei millennial utilizzando il loro stesso linguaggio di comunicazione.

Shaun Ruming, funzionario principale di McDonald’s Australia, ha dichiarato:

Recentemente ho avuto modo di imparare molto sul mondo di Snapchat grazie a mia figlia di 14 anni.  In Australia McDonald’s è fra le maggiori aziende capaci di offrire lavoro ai millennial del paese, diventa quindi fondamentale cercare modi innovativi per reclutare nuove figure giovani.

Al momento il social recruiting di McDonald’s attraverso Snapchat sembrerebbe essere solo un primo esperimento, ma lascia senza dubbio presagire che la selezione del personale sarà sempre più social e mobile.

Tre modi per ottimizzare gli assistenti virtuali se sei un retailer

La chiami e le spieghi precisamente come vuoi il caffè. Lei ti ascolta e nel frattempo seleziona, tra le centinaia di migliaia di possibili bar del mondo, quale fa al caso tuo; dopodiché ti chiede una conferma sul prodotto da lei scelto, illustrandotene le caratteristiche e il prezzo. E tu, se vuoi, lo ordini.

Non è la tua segretaria, non è il tuo stagista.

È Alexa, l’assistente virtuale creata da Amazon, al momento disponibile solo in inglese e tedesco. I chatbot sono senza dubbio uno degli argomenti più caldi in fatto di tecnologia, basti pensare che non solo l’azienda di Jeff Bezos, ma anche Apple, Google e Microsoft stanno lavorando a implementare e migliorare i propri software di intelligenza artificiale. Si stima che il mercato dei bot raggiungerà i 12 miliardi di dollari entro il 2024.

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Ed è per questo motivo che i venditori non dovrebbero sottovalutare la questione.

Ti suggeriamo tre consigli per massimizzare l’efficacia degli assistenti virtuali in ambito commerciale.

Sii presente su tutti i canali

La presenza dei chatbot non dovrebbe limitarsi a un solo canale. Proprio come Amazon, che ha integrato Alexa anche nell’app mobile, e che quindi può essere presente anche sui dispositivi come gli iPhone e i tablet, anche gli altri assistenti virtuali dovrebbero essere onnipresenti, per fornire risposte istantanee ovunque sia il consumatore.

Per competere non è sufficiente caricare il bot sul sito web: i retailer devono permettere ai clienti di interagire su ogni possibile touch point, dal mobile all’email, a Facebook. In questo modo chi vende si assicura di essere sempre pronto a raggiungere il proprio target e senza sforzo virtuale.

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Costruisci assistenti virtuali che parlino come commessi

Una delle più evidenti pecche di Alexa, su cui Amazon sta già lavorando, è l’impossibilità di fare domande multiple. Gli utenti possono chiedere solo una cosa alla volta, e ricevono la risposta solo a quella specifica domanda.

Ma gli assistenti virtuali si possono evolvere, arrivando a sostenere una conversazione come potrebbe fare un vero essere umano. È questo a cui dovrebbero puntare i retailer: ricreare la stessa modalità di colloquio di un addetto alle vendite, in modo da fare colpo sul cliente non solo con la rapidità e la completezza di informazioni, ma anche portando l’esperienza di acquisto a un livello molto più alto.

Un esempio? The North Face, che utilizza uno strumento di shopping digitale in grado di fornire suggerimenti rilevanti anche a serie di domande come “Dove e quando potrei usare questa giacca?”. Non male!

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Scava nei dati

Una grossa fetta del successo di Amazon e Google è basata sulla loro capacità di raccogliere e analizzare una marea di dati di acquisto e perfezionare, in tempo reale, la loro comprensione delle necessità dell’utente. A lungo andare, questo li rende capaci di predire, e suggerire, le preferenze del consumatore.

I retailer possono fare lo stesso con la tecnologia degli assistenti virtuali. Raccogliendo dati sul successo delle interazioni, è possibile capire quali ostacoli incontrano i clienti, e lavorare su di essi per migliorare l’esperienza.

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Questo può a sua volta trasformarsi in strategie di engagement, consentendo ai retailer di essere più agili nelle loro tattiche, in modo che siano meglio posizionati per mantenere i clienti attuali e arrivare a quelli potenziali.

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Dallo smartphone al servizio universale

Come gli assistenti virtuali entreranno sempre più nelle nostre case e nei nostri smartphone, saranno sempre più vicini a diventare un servizio universale per i consumatori, che piano piano si aspetteranno che siano i chatbot a svolgere alcuni servizi dell’acquisto.

E i retailer dovranno essere preparati.

come scrivere un curriculum

Come scrivere un Curriculum Vitae in inglese?

Scrivere un Curriculum non è semplice e farlo in inglese è ancora più difficile. Se poi lavori nel campo dei Social Media e nel Digital Marketing la tua vita si complica, trattandosi spesso di ruoli non ancora del tutto definiti.

Ecco perché insieme a Worldbridge abbiamo pensato di fornirti una mini guida su come strutturare un CV in inglese per aziende anglosassoni e tre modelli da utilizzare in base alla tue esperienza.

Partiamo dalle basi: la lunghezza.

Nel curriculum non è meglio scrivere proprio tutto quello che sai fare e se si tratta di un CV in inglese vale ancora di più il detto less is more.
Negli Stati Uniti e in Canada molto spesso basta un Resume: una pagina in cui il candidato mette in risalto le sue qualità per colpire in maniera immediata chi lo legge. Le informazioni su formazione, esperienze lavorative, risultati e competenze devono essere riassunte in poche righe, meglio ancora se organizzate in elenchi puntati e se esposte in maniera creativa.

A differenza del resume, un Curriculum comprende, oltre alla informazioni fondamentali, anche le esperienze di insegnamento, pubblicazioni, borse di studio, esperienze in associazioni, licenze, premi e altre informazioni secondarie, ma comunque rilevanti ai fini della candidatura.
I CV sono utilizzati soprattutto in Europa, il Medio Oriente, Africa e in Asia, o anche degli Stati Uniti se ci si candida per posizioni internazionali, accademiche e nel campo della ricerca scientifica.
In ogni caso ricorda che ciò che conta sono i titoli ottenuti e le competenze.

come scrivere un resume

Cos’è la cover letter?

La Cover Letter for Job Application, o “lettera di presentazione”, è uno strumento molto importante, tanto quanto il curriculum vitae. Ti offre l’opportunità di esporre in modo più chiaro il motivo della nostra candidatura e rispondere alla domanda: perché dovremmo scegliere te?
La chiave per una cover letter efficace è in realtà la personalizzazione, i contenuti dovrebbero cambiare di volta in volta a seconda della posizione e del momento in cui ci si candida. È molto importante rivolgersi direttamente all’azienda e spiegare perché ti interessa la posizione, perch saresti una buona scelta e quali sono le tue esperienze precedenti che ti rendono il candidato ideale.

Come scrivere il CV perfetto per il Digital Marketing?

Abbiamo visto che tipo di struttura e forma deve avere un CV rispetto all’esperienza lavorativa e alla posizione per cui ci si vuole candidare, ma quali sono le best practice da seguire per chi vuole candidarsi per una posizione nel Digital Marketing?

Secondo molti recruiter del settore, un CV di un Digital Marketer dovrebbe essere semplice, pulito e lineare e dalla formattazione curata. Mai sottovalutare il potere di bullet point, hyperlink e grassetti che aiutano il
Inutile dire, ma forse fa sempre bene ricordarlo, che un curriculum non dovrebbe avere refusi, soprattutto se ci si candida come Web Editor, Copywriter o Content Manager.
Se hai un blog personale, curi una pagina su Facebook o gestisci un canale YouTube è importante metterlo in evidenza.
Ultimo consiglio: il Curriculum è il mezzo che hai per vendere te stesso. Pensa ad uno slogan personale, a una mission e a una value proposition da trasmettere attraverso le parole alla tua target audience. Pensa a come differenziarti a come spiccare in mezzo ad altre centinaia di candidati. Metti in pratica ciò che sai fare, insomma, applicando le strategie di marketing alla tua candidatura. Quello sì che potrebbe attirare l’attenzione di un recruiter.

Tre modelli di CV da cui prendere spunto

Il Curriculum di un neolaureato

Se sei un neolaureato e stai per entrare nel mondo del lavoro, scrivi il tuo CV in modo da attirare l’attenzione sui tuoi successi accademici e sulle competenze trasferibili che hai acquisito durante il tuo percorso personale.
Fa’ attenzione quando devi tradurre i titoli accademici: il concetto di master in Italia non è lo stesso che negli Stati Uniti, per esempio. Meglio lasciarli in italiano, aggiungendo una parentesi esplicativa.
Se vuoi parlare di un’esperienza non lavorativa che però ti ha aiutato ad acquisire competenze puoi includere la voce ‘Voluntary Work’.
Non cadere nella tentazione di riempire la caselle vuote con informazioni irrilevanti e non vantarti di saper utilizzare piattaforme e programmi ormai alla portata di tutti come Office, Windows e Internet.

come scrivere cv in inglese

Guarda qui il modello di CV per neolaureati.

Da quali sezioni il tuo CV dovrebbe essere composto:

– Profile. Elenca qui competenze sviluppate durante gli studi e nei lavori svolti.
– Education and Qualifications. Includi dettagli su eventuali certificazioni del tuo livello di conoscenza della lingua inglese (es. IELTS o TOEFL), progetti, corsi e seminari, soprattutto se legati al lavoro per il quale ci si sta candidando.
Voluntary Experience.
Work Experience. Anche se un lavoro non è rilevante ai fini della posizione per cui ci si candida, è da inserire se è un esempio di “transferable skills”
Additional information.
Interests. Le posizioni di responsabilità relative, per esempio, allo sport non sono collegate direttamente al lavoro, ma denotano qualità di leadership.
References.

Questo primo modello è ricavato dal vero CV di Federico Marte, Digital Marketer di WorldBridge, che ha collaborato alla realizzazione dei Modelli.

Il Performance CV, un modello per un profilo in continua crescita

Se stai facendo una vera e propria scalata professionale, promozione dopo promozione, potrebbe essere difficile riassumere tutto il tuo percorso in poche pagine, quindi pensa per priorità e presta particolare attenzione ai risultati (achievements) ottenuti.

come scrivere un cv in inglese

Guarda qui il modello di Performance CV.

Ecco come dovrebbe essere la struttura del tuo CV:

– Profile. Poni subito l’attenzione sulla tua esperienza.
Achievements. Indicare una promozione dimostra la fiducia dei precedenti capi,
Work Experience.
Education and Qualifications. La sezione legata alla formazione viene dopo la sezione esperienze poiché bisogna porre attenzione sulle esperienze professionali. Ricordati di mettere in evidenza eventuali certificazioni del tuo livello di conoscenza della lingua inglese.
Interests.
References.

Functional CV: il curriculum per chi vuole cambiare strada

Se vuoi cambiare ruolo e/o settore, il tuo CV non deve focalizzarsi su particolari ruoli professionali, ma mettere in luce le capacità “trasferibili”, per mostrare al datore di lavoro quali skill (soprattutto le soft skill) puoi portare in azienda.

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Guarda qui il modello di Functional CV.

Questo modello è strutturato in base alle competenze:

Profile. Poni subito l’attenzione sulla tua esperienza.
Leading, Coaching and Mentoring.
Communication (esempio).
Project management (esempio).
Experience. Questa sezione parla nel dettaglio dei lavori svolti, ma in maniera meno prominente rispetto ad un Performace CV.
Training.
Qualifications.
Additional Informations.
Interests.
References.

Se scrivere un Curriculum in inglese ti sembra ancora troppo complicato, ricorda che ci sono delle agenzie specializzate in traduzioni che potrebbero darti quel tocco in più ed aiutarti a conquistare il lavoro dei tuoi sogni oltreoceano!