I migliori momenti di Obama sui social degli ultimi 8 anni

Afro-americano, avvocato, senatore, marito e padre perfetto: nel 2008 Barack Obama diventa il 44° Presidente degli Stati Uniti conquistando i suoi elettori con un curriculum impeccabile e un’innovativa capacità comunicativa, che non passa solo per i suoi commoventi discorsi ma soprattutto attraverso i social media.

È ormai la norma che i social rappresentino una vera e propria agorà per i politici, ma forse abbiamo dimenticato come otto anni fa Internet non regalasse esattamente performance memorabili e influenti come oggi.

Grazie a Obama la politica impatta sui social media con un’onda d’urto inarrestabile: una valanga che cambierà per sempre il modo di fare campagna elettorale.

Yes We Can!

Era il 7 Giugno 2008, Hillary Clinton si apprestava a riconoscere la sua sconfitta davanti all’avversario democratico e l’account Facebook di Obama raggiungeva un milione di seguaci: un account che prima della sfida democratica contava 250 mila membri contro i poco più di 3 mila della ex first lady.

Al grido di “Yes We Can“, la sua campagna elettorale è destinata a trionfare anche contro lo sfidante repubblicano John McCain. Ma la popolarità di Obama non passa solo per Facebook: anche (e soprattutto) Twitter ha i suoi meriti.

L’account twitter di Barack Obama viene creato appositamente per la sua prima campagna presidenziale ma inizialmente il neo eletto Presidente era solito utilizzare il più ufficiale account della Casa Bianca, non avendone uno esclusivamente dedicato alle attività da presidente. Nonostante fosse il suo staff a pubblicare la maggior parte dei tweet, Obama diventa attivo sul suo account nel giugno 2011 iniziando a firmare i suoi tweet con le iniziali “-BO”.

Solo il 18 Maggio 2015 a Obama viene concesso di utilizzare un account presidenziale (@POTUS, oggi @POTUS44) col quale inviare aggiornamenti per le attività politiche.

Ad oggi l’account personale di Obama conta 82 milioni di follower, circa 630 mila following, un numero di tweet che sfiora i 16 mila e rappresenta il quarto account per numero di follower dopo quelli di Katy Perry, Justin Bieber e Taylor Swift (segue Rihanna al quinto posto).

Four More Years

Alla vittoria del secondo mandato nel 2012 lo staff di Obama pubblica una foto destinata a diventare una delle più virali di sempre: un tenero abbraccio con l’inseparabile moglie Michelle e sotto il motto elettorale: “Four More Years“. La foto fa letteralmente impazzire il web sfiorando i 5 milioni di like su Facebook e quasi 1 milione di retweet diventando il post con più retweet di sempre almeno fino al celebre selfie di Ellen DeGeneres agli Oscar 2014, ad oggi ancora imbattuto.

Four more years.

Gepostet von Barack Obama am Dienstag, 6. November 2012

Obama e il suo staff

Welcome to Instagram, Mr. Vice President. http://instagram.com/vp

Gepostet von Barack Obama am Donnerstag, 17. April 2014

Non solo la sua famiglia ma anche il suo staff: come una sorta di Re Mida dei social media, la popolarità di chi appare in video o in foto con Obama cresce esponenzialmente. Il Vice Presidente Biden ad esempio è stato protagonista di diverse performance social tra cui la più viral di tutte: il video realizzato per Let’s Move!, programma ideato da Michelle Obama per promuovere l’attività fisica e combattere l’obesità, dove il presidente e il suo vice fanno jogging in giro per la Casa Bianca.

#LoveWins

Nella lista delle vittorie governative di Obama ce n’è una per cui il suo popolo non smetterà mai di essergli grato: il 26 Giugno 2015 in seguito alla sentenza della Corte Suprema il matrimonio tra persone dello stesso sesso è reso legale su tutto il territorio degli Stati Uniti. Immediato il tweet con tanto di hashtag #LoveWins.

Obama out

L’amministrazione Obama è ormai storia. Sono trascorsi otto anni dal giorno in cui gli Stati Uniti hanno visto salire alla Casa Bianca il primo presidente afro-americano, nonché una delle figure più brillanti della loro storia presidenziale. Già dai primi mesi 2016 Obama inizia a fare le valigie e a salutare, ma sempre con stile.

Uno dei momenti che ci piace ricordare risale al 1 Maggio, durante l’ultima cena con i corrispondenti alla Casa Bianca: Obama intrattiene tutti con un commovente discorso e un video dove spiega ironicamente i suoi piani da ex presidente.

Il suo discorso termina con una scena indimenticabile: il presidente prende il microfono e al grido di “Obama out” lo lascia cadere a terra. Obama sceglie il mic drop, un gesto forte, un gesto del ghetto, un atto di distruzione che sancisce l’impossibilità di proseguire ciò che è appena terminato.

https://vine.co/v/iPVqngnZgxu

A terminare è l’era Obama e con essa molte speranze di poter portare a termine i cambiamenti necessari a rendere gli Stati Uniti un Paese migliore. Non sappiamo se l’amministrazione Trump farà di meglio nei prossimi quattro o otto anni, ma di certo non possiamo aspettarci dal magnate newyorkese lo stesso charme e le stesse qualità comunicative del suo predecessore.

Anche Snapchat invecchia: arriva Monkey, l’app per giovani fatta da giovani

C’era un tempo in cui Facebook era “il” posto in cui essere. Quel tempo era il 2005, per lo meno secondo Isaiah Turner e Ben Pasternak, i cofondatori di Monkey, rispettivamente di 18 e 17 anni. Giovani, ma veterani: Pasternak si è già fatto notare nel 2015 per aver creato un gioco per iPhone, dopodiché ha abbandonato la scuola e si è trasferito a New York dove ha lanciato l’app di eCommerce per teenager Flogg.

Monkey (solo per iOS) è pensata non tanto per riconnetterti con la tua cerchia di amici o di volti semi dimenticati, ma per approfondire la conoscenza con nuove persone. Niente di rivoluzionario, sembrerebbe, ma il fatto che sia progettata da teen per teen sembra vincente.

Monkey

Recuperando le dinamiche già utilizzate da altre app come Chatroulette, Monkey connette persone a caso per un periodo determinato di tempo. Per il momento rimanda a Snapchat chi volesse continuare a restare in contatto, ma è prevista l’implementazione di una chat e di filtri che si basano sull’età, il sesso, il luogo di provenienza o gli hashtag utilizzati.

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La filosofia che espone Pasternak è semplice: “Snapchat è per i tuoi amici veri, mentre Monkey è per i tuoi amici di internet”. Esatto, nessun rimando a Facebook.

Se per molti, soprattutto in Italia, questa divisione tra amici del mondo reale e amici online è ancora nebulosa o temuta, basti pensare che gli stessi fondatori di Monkey si sono conosciuti online attraverso una community di hacker: Pasternak si trovava a Sydney, mentre Turner nel Maryland. Questo perché nonostante il grande successo di Tinder secondo Turner la conoscenza di persone in Rete ha in realtà infinite possibilità, anche di business.

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Il valore di Monkey, dicono i fondatori, sta nel fatto che “se racconti qualcosa a un amico reale, la cosa cresce e si tinge di pettegolezzi e dramma non richiesto, mentre su Internet le persone con cui comunichi non sono legate alla tua rete di amici e possono darti consigli che i tuoi amici abituali non ti darebbero.” Inoltre, ovviamente, online puoi essere chiunque tu voglia essere, e Monkey è qui per questo.

Al momento l’app ha raccolto 215.000 user in 5 settimane e a metà gennaio ha raggiunto il 25° posto nella classifica App Store. I due fondatori, comunque, non hanno dubbi sul suo successo: “Il problema è che tutte le app al momento sono create da un gruppo di adulti, mentre noi siamo sia i creatori che gli user, non come in Snapchat”.

L’età media degli user di Monkey è intorno ai 17 anni e l’app non mette in contatto adulti e minori, sebbene il processo di iscrizione non sia rigido e falsificare l’età sia piuttosto semplice. Ma secondo i due teen imprenditori questo resta un mondo sconosciuto e di difficile accesso per gli adulti, cosa che gioca a loro favore. E in caso di problemi Pasternak e Turner possono essere contattati direttamente attraverso i loro profili Snapchat.

Consapevoli che il processo per conquistare il mondo è ancora lungo, resta ferma la convinzione che Monkey sia sostanzialmente una app per giovani, come esprime chiaramente Turner: “Se fai costruire una casa a un adulto, ci metterà una vasca da bagno, ma se la fai costruire a un ragazzo, ci metterà uno sci ad acqua e dei jet ski”.

Facebook e Snapchat, attenzione: un acqua park è in arrivo.

Il podcast come strumento efficace di Content Marketing: il caso Slack

Se pensi che il podcast sia uno strumento obsoleto, stai sottovalutando uno dei digital trend da tener d’occhio nel 2017.

Uno studio condotto da Edison Research dimostra come il 21% degli americani sopra i 12 anni sceglie di ascoltare almeno una volta al mese un podcast, registrando una crescita del 23% tra il 2015 e il 2016, fino a raggiungere 57 milioni di utenti. La compagnia Acast prevede che nel 2017 il podcast arrivi a coinvolgere il 30% della popolazione americana.

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In Italia, secondo i dati forniti da Spreaker e ItaliaOggi, gli ascolti sono saliti del 40% nel 2016.

I numeri parlano chiaro, il podcasting può rivelarsi un importante strumento di Content Marketing per sviluppare e rafforzare il brand. Lo sa bene Slack, che ne sta capitalizzando la rinascita negli Stati Uniti.

Cosa è Slack?

Partiamo dalle origini. Slack è una piattaforma di messaggistica istantanea per la comunicazione tra gruppi di lavoro, nata per semplificare il team working. È una grande chat che consente di condividere file velocemente e supporta l’integrazione di servizi esterni.

A partire dal suo lancio, avvenuto circa tre anni fa, è stata identificata come una delle startup ad alto potenziale, vantando 4 milioni di utenti attivi giornalieri, una stima di crescita pari a 3.8 miliardi di dollari e clienti di altissimo profilo come IBM, Condé Nast e LinkedIn.

Nel 2015 il magazine Fortune l’ha incoronata come la più giovane startup miliardaria.

LEGGI ANCHE: 4 bot per Slack che rivoluzioneranno il tuo modo di comunicare

Content Marketing: verso la creazione di contenuti di qualità

Slack si sta dedicando alla creazione di contenuti editoriali di qualità, per incrementare il numero di utenti e costruire il proprio brand in maniera organica.

“In termini di awareness, la compagnia ha ancora molta strada da fare”, afferma Julie Kim, Director of Content & Editorial per Slack.

La scelta di puntare sul podcast è quindi dettata dal desiderio di transitare da un mercato di nicchia al mainstream, una sorta fase di riscaldamento in termini di content marketing, pensato per presentare Slack ai suoi potenziali clienti prima di chieder loro di acquistare il prodotto.

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Il primo esperimento risale al 2015 con Variety Pack, una serie comedy di 28 episodi che ruota attorno alle dinamiche di ufficio e racconta storie di persone che svolgono lavori insoliti.

La serie ha dato vita al follow up Work in Progress, una produzione incentrata su argomenti simili ma con un tono più serio.

Il podcast esplora il senso e l’identità che ogni individuo riconosce nella propria professione, evidenziando la complessità quotidiana di interfacciarsi con i colleghi, una distanza che Slack punta a ridurre.

Podcast goes mainstream

Julie Kim ha grandi ambizioni per le storie raccontate da Slack e aspira alla popolarità di podcast non commerciali di enorme successo, come This American Life, 99% Invisible e Radio Lab.

“Nel mondo dello storytelling lo scenario sta cambiando così tanto che le buone storie possono arrivare da qualsiasi parte. Possono venire da giornalisti seri, dagli organi di stampa o da compagnie come Slack. – dice Kim – Un programma come questo, di grande qualità, immaginiamo che possa essere una buona esperienza e che possa far conoscere Slack come impresa, come prodotto e come brand”.

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Come dimostra lo studio di Edison Research, il podcasting si sta rapidamente trasformando in fenomeno mainstream, e la quantità di contenuti è ormai talmente ampia da renderlo un mezzo difficile in cui raggiungere la popolarità.

Negli Stati Uniti, l’85% dei podcaster ascoltano da mobile e il 50% ascoltano dall’app podcast per iOS, quindi il successo è largamente determinato da come sia posizionato il podcast su iTunes.

Obiettivo: engagement

Slack ha impiegato molto tempo ed energia per aprirsi un varco e la pubblicazione settimanale di un nuovo podcast è mirata ad assicurarsi la presenza nei newsfeed.

Questo non basta e sembra che la compagnia stia per stipulare un accordo con iTunes per fare marketing tent-pole, operazione che vedrebbe Slack investire grandi fette di budget in slot pubblicitari alcuni giorni prima del rilascio di un nuovo show per dare slancio alla produzione, oppure acquistare uno slot nello slideshow dell’homepage.

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Intanto, Work in Progress registra alti livelli di engagement su piattaforme come Switchr, Spotify e Pocket Casts, a Dicembre ha accumulato 40.000 ascolti per episodio e oltre 1.000 nuove visite per episodio nell’homepage di Slack, come dichiara la compagnia.

E’ stato inoltre uno dei primi show radiofonici non tradizionali ad essere lanciato sul canale Insights della radio satellitare SiriusXM.

La società di radiodiffusione americana conta oltre 30 milioni di utenti e vanta contratti con alcune tra le più importanti case automobilistiche tra cui Ford, General Motors e Toyota, che hanno installato SiriusXM nelle loro macchine.

Fondamentale questa partnership con Slack per la spinta del podcast, un’operazione che dà accesso a milioni di utenti “che altrimenti non potremmo raggiungere da soli attraverso il nostro network”, dichiara Kim.

Advertising “organico”

“A differenza degli altri formati media, – aggiunge inoltre Kim – i podcast vedono la maggiore crescita attraverso il passaparola organico“.

Slack ha lanciato un paio di post sponsorizzati su Facebook e Twitter, ma sta investendo la maggior parte dei suoi sforzi nell’incoraggiare gli ascoltatori a condividerli all’interno dei loro network.

“Ecco perché credo che abbia senso con alcuni programmi avere un approccio al pubblico più mainstream, in aggiunta al lavoro di targeting che effettuiamo”, spiega Kim.

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La modalità di auto-promozione più ovvia è l’inserimento di un messaggio commerciale nel podcast.

Slack ha però preferito un approccio più sottile, inserendo al temrine del podcast l’intervista ad un testimonial scelto tra i suoi utenti.

Un esperimento a basso rischio, una delle più economiche forme di branded content, che forma parte della brand strategy della compagnia americana.

LEGGI ANCHEProgettare una Content Strategy di successo? Semplice, con il Modello SOSTAC di PR Smith

Per accrescere il numero di utenti Slack predilige dunque far leva sui contenuti anziché affidarsi al marketing tradizionale, raccontando storie che rispecchino la mission più ampia del brand.

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5 competenze per avviare una strategia digitale nel 2017

Iniziare l’anno con i buoni propositi è una ventata di positività, ma perché perdere tempo a fare un gennaio detox con iscrizione a tutte le palestre del quartiere? Meglio organizzarsi per un anno che sia davvero migliore, ad esempio per il tuo business. E perché questo accada bisogna partire da una digital strategy di ferro per il 2017.

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Bastano 5 punti, ma che siano chiari e definiti, così che per tutto l’anno potrai tornare su di loro con facilità e una sicurezza sempre maggiore.

Ottimizzazione per i motori di ricerca

Come puoi notare dalla tua esperienza quotidiana di utente, il 93% delle esperienze online parte da una ricerca. Questo significa che l’ottimizzazione per i motori non è un’opzione, ma una skill che devi possedere se hai un’attività, soprattutto se consideri che, in media, il 70% degli accessi a un sito arriva dalla ricerca organica.

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I misteri del SEO, dunque, devono diventarti accessibili e questo accadrà se ti ci dedicherai con un misto di intuizione e di studio. Sia che tu decida di affidarti a un’agenzia o di affrontare da solo l’affascinante mondo del SEO, dovrai comprendere  l’importanza dell’analisi delle parole chiave e la necessità di aggiornarsi continuamente.

Video Content Marketing

Nel 2017 il video advertising occuperà il 69% del traffico dedicato ai consumatori, con gli ad per il mobile in crescita 5 volte più rapidamente rispetto agli annunci da desktop. Se consideri che una landing page che atterra su un video può generare fino al 800% di conversioni in più, sicuramente non vorrai perderti tale occasione.

Ma attenzione, perché nonostante YouTube sia il secondo motore di ricerca per importanza, è anche vero che caricarvi un video non studiato a dovere è anche il miglior modo per nasconderlo dalla vista del pubblico.

Perché il video marketing abbia successo è necessario considerare la qualità, sia del contenuto che della realizzazione. Lo storyboard deve saper identificare e prevedere i bisogni e gli interessi del tuo target, ma deve anche riuscire a renderli in maniera coinvolgente e emozionante.

E una volta confezionato il video perfetto, il lavoro non è finito, poiché dovrai fare in modo di compilare tutti i metadati, renderlo significativo dal punto di vista delle parole chiave e ottimizzarlo per la ricerca.

Community management

Quante volte hai sentito dire che non basta aprire una pagina su Facebook per lanciare la presenza del tuo business sui social? Bene, non bastano neppure alcune campagne a pagamento o uno shooting fotografico isolato. Quel che serve è una buona strategia, creatività e costanza.

I social media sono un luogo in cui puoi coltivare il tuo rapporto con il cliente, comprendere le sue esigenze e fornire il servizio più adeguato. Inoltre, più tempo dedichi alla tua community, più ne capisci le richieste, più sarai in grado di orientare campagne in grado di raggiungere nuovi prospect interessati.

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Non dimenticare la rapidità in cui dovrai riuscire a fare tutto questo: il 32% di chi richiede informazioni via social aspetta una risposta entro 30 minuti, mentre il 42% la aspetta entro 60. E nel caso in cui qualcuno sollevi questioni che mandano in allarme sarà sufficiente passare al tuo piano di gestione delle crisi (se non ne hai uno, questo è il momento giusto per farlo).

Marketing Automation

Non siamo ancora arrivati alla fine della lista e ti sembra che le incombenze siano troppe? Ecco perché è importante scoprire quali tool di automazione sono adatti al tuo business e alle tue esigenze.

LEGGI ANCHE: Marketing Automation, i vantaggi del Workflow

Organizzare il tuo workflow in modo da personalizzare contenuti pensati appositamente per il tuo target o impostare email che mantengano viva l’attenzione sul tuo brand sono modi semplici per automatizzare parte del lavoro. Ma, attenzione, non dimenticare che l’automatizzazione deve andare a vantaggio dei tempi, non a svantaggio della tua identità.

Analisi

Dopo aver studiato, imparato, ricercato, creato, alla fine si torna sempre qui: all’analisi. Nessuna campagna, infatti, può rivelarsi completamente vincente o fallimentare se non si comprende il perché dei risultati. È l’analisi finale che da il vero valore aggiunto al tuo lavoro di marketing.

Inoltre un approccio che si basa sui dati comporta un significativo risparmio sul budget, poiché potrai investire esclusivamente in un pubblico che sai essere interessato e pronto a interagire con il tuo business, senza sprecare risorse su contatti che non porterebbero a conversioni.

Quindi, sia che tu decida di prendere in carico il marketing del tuo business, sia che tu decida di delegare a specialisti alcune fasi, è importante avere chiari questi 5 punti, oltre che studiare, studiare, studiare.

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Come funziona il Corso Online?

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Le mosse per cominciare bene la giornata sui social media

Ci sono alcune attività di social media marketing da non sottovalutare. Alcune si tralasciano, altre si dimenticano, eppure se si lavora con metodo si noterà che ci sono alcune operazioni da svolgere spesso, per rendere importante la tua presenza su ogni canale digitale. Per questo, ecco alcuni consigli che, se osservati quotidianamente, possono dare un bello sprint al tuo business. Come in tutte le cose, l’importante è la costanza. Pensa a queste tre attività come l’allenamento in palestra quotidiano: dopo un training di alcuni mesi i risultati si vedranno per forza.

Monitorare i trend per anticipare le mosse

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Stai cercando di costruirti uno zoccolo duro di follower? Una strategia potrebbe essere quella di seguire i trending topic globali e del Paese in cui si svolge la tua attività principale. Capire quali argomenti sono sulla bocca di tutti (e quali no), può fare una grande differenza sulla tua strategia di marketing.

Twitter e Facebook offrono strumenti semplici per monitorare ciò che è di tendenza sulle loro piattaforme. Se Twitter suggerisce gli hashtag, Facebook fornisce argomenti che possono essere di grande aiuto: così entrare nel vivo della conversazione diventa facile. Google Trends è un altro strumento per trovare conversazioni a cui puoi contribuire, iniziando una discussione sui tuoi social media.

Bisogna fare attenzione e trovare i trend più pertinenti rispetto ai valori del tuo marchio. Se la tendenza è collegata a una notizia di attualità, puoi reagire in modo creativo, ma il consiglio è evitare le tematiche più controverse e spinose. Se il trend è più occasionale, valuta la tua partecipazione: chi sta seguendo quello sta seguendo quella conversazione potrebbe essere interessato al tuo marchio?

Rispondere con messaggi dedicati

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Sui social network non importa quanto siano numerose le interazioni: dedicare tempo per risponde a follower che postano una foto, un tweet o un altro tuo contenuto è d’obbligo. Devi essere tempestivo, gestendo ogni messaggio entro la giornata lavorativa in corso e fornendo il massimo numero di risposte nel minor tempo possibile.

Se le persone hanno taggato il tuo account, ringraziali per aver condiviso un tuo contenuto. Oppure, ancora meglio, offri loro risorse aggiuntive oppure chiedigli quale opinione hanno su quello specifico contenuto.

Qualcuno potrebbe lodare il tuo prodotto o servizio. Benissimo, ringraziali con un messaggio personalizzato o una GIF che dimostri quanto sei felice della loro opinione. Purtroppo altri ancora potrebbero avercela con te.  A maggior ragione, bisogna dedicare tempo a rispondere a chi si sta lamentando, soprattutto se si tratta di preoccupazioni reali che attendono un tuo aiuto per risolvere un problema.

Per ottimizzare la comunicazione e allo stesso tempo fornire segnali di partecipazione, bisogna studiare alcune tecniche: continua la conversazione ponendo domande aperte, condividi risorse aggiuntive per assistere il cliente, rispondi con commenti personalizzati che dimostrino un attento ascolto, ritwitta o apprezza l’interazione per fare pubblicità a entrambi.

Interagire in real-time

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Uno dei modi più efficaci per costruire la notorietà del marchio e influenzare le scelte degli utenti, è interagire con i follower in real time. La conversazione live aiuta a costruire relazioni più forti. Sì, ma come?

Un modo è partecipare attivamente alle conversazioni di Twitter. Ricerca quelle che riguardano il tuo settore o altre in cui i tuoi servizi possono essere utili ai partecipanti. Non è il momento di farsi pubblicità, quindi non dilungarti a rilasciare dettagli sul tuo business: partecipa però come fossi un utente comune, perché umanizzerai il tuo messaggio.

Un altro modo per interagire con  gli altri utenti è rintracciare specifiche parole chiave e rispondere alle questioni rilevanti. Per esempio, se offri un’app per monitorare gli esercizi, puoi rispondere a chi utilizza una certa parola chiave, in modo da offrire la tua app come risposta alla loro domanda. In questo modo, anche se il tuo business non è menzionato direttamente, puoi fornire coscienza del tuo prodotto a persone che non lo conoscevano prima.

Studiare i tuoi social

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Bisogna studiare la concorrenza, ma non bisogna dimenticarsi di analizzare i propri risultati. Per questo motivo è utile misurare costantemente quali sono i contenuti social pubblicati il giorno precedente che hanno avuto un maggior seguito.

Facebook e Twitter offrono strumenti di analisi utili a capire il traffico sulla tua pagina e, insieme a Google Analytics, hai sotto mano tutti gli elementi per ottimizzare i tuoi sforzi. Un’alternativa più semplice da utilizzare è Buffer, una piattaforma che fornisce informazioni in grado di comprendere quali sono i tuoi contenuti social più popolari e che hanno suscitato il maggior numero di reazioni. Uno strumento di social media management davvero intuitivo che può aiutarti a risparmiare tempo e denaro.

Usa queste informazioni per ricostruire il tuo calendario. Dovrai sempre fornire nuovi contenuti, ma puoi espandere il tuo calendario includendo i contenuti più rappresentativi per condividerli di nuovo. Prova a proporli in tempi e modi diversi per valutare se riscontrano gli stessi effetti. Non utilizzare le stesse identiche parole, ma sii creativo, dato che hai già proposto quella stessa informazione al tuo pubblico.

Riutilizzare i contenuti (restando rilevante)

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Non solo contenuti tuoi: puoi anche lavorare a valorizzare i contenuti degli altri, oltre che quelli che hai già pubblicato. Insomma, lavorare con la content curation.

Ricordati però: per quanto una notizia possa essere utile per generare traffico, non dimenticarti di valutare attentamente la rilevanza rispetto al tuo brand. Più riesci a essere pertinente rispetto ai contenuti che scegli di condividere, maggiore sarà l’impegno che riuscirai a raccogliere.

Quando ritwitti o condividi attività di altri utenti, dimostri che stai seguendo e apprezzando il loro contributo, il che agevola la costruzione di relazioni e influenze.

Ci sono poi tanti modi per riutilizzare i tuoi contenuti sui social media: utilizza il tool Moment di Twitter e condividilo con un tweet (e non dimenticarti di taggare gli altri utenti che includerai nella narrazione); segui altri blog per trovare contenuti che puoi condividere sui tuoi account social, ma non usare quelli dei tuoi concorrenti; crea delle liste su Twitter che ti possano aiutare a trovare spunti da ritwittare o attira l’attenzione rispondendo ai tweet dei follower.

LEGGI ANCHE: Content analytics: stai misurando correttamente la tua strategia di Digital Content Marketing?

Questi consigli ti aiuteranno a organizzare e semplificare la tua attività giornaliera. Continua così e la palestra porterà davvero ottimi frutti già nella bella stagione.

ID Buzz e T1

Volkswagen ID Buzz concept: il nuovo Bulli è elettrico e driverless

Il mezzo della nuova Beat Generation prende forma con il concept Volkswagen ID Buzz, erede dello storico T1, presentato al Salone di Detroit 2017.

Volkswagen cerca riscatto dallo scandalo Dieselgate puntando sulle zero emissioni dei motori elettrici, guida autonoma e un pizzico di nostalgia.

LEGGI ANCHE: Da FCA a Volkswagen i rischi di immagine per i brand coinvolti

ID Buzz abilitbilità

ID Buzz: comodo e versatile

Il Transporter 1 divenne popolare per le sue doti di semplicità, versatilità e robustezza, da cui il nomignolo “Bulli”. Volkswagen ripropone questo salottino vintage in chiave tech.

L’abitabilità di 8 persone si unisce all’ampia modularità degli spazi: i posti a sedere possono trasformarsi in tavolini, chase longue o due letti. La percezione dello spazio è ulteriormente aumentata dagli ampi finestrini e dai vetri panoramici sul tetto.

I sedili anteriori hanno la possibilità di ruotare di 180°, molto comoda per intrattenersi con i passeggeri mentre il sistema di guida automatica compie il suo dovere.

Alla guida

In caso di guida manuale, il dispositivo touch pad adattivo emerge dalla plancia, diventando un drive pad che funge da volante. La guida è coadiuvata dall’head up display (HUD), un sistema che proietta le indicazioni sovrapponendole alla visuale della strada, creando un effetto di realtà aumentata, evoluzione degli HUD utilizzati dai piloti dell’areonautica.

Il sistema include il Volkswagen User ID, un dispositivo studiato per adattare le condizioni di guida (sedile, clima, luminosità, musica…) alle diverse persone grazie allo scambio di dati con l’app installata sullo smartphone del conducente.

Un’altra interfaccia con il veicolo è costituita dal tablet che emerge dal tunnel centrale: è possibile inoltre estrarre il dispositivo e utilizzarlo all’esterno del veicolo.

ID Buzz guida

Il design

Il Volkswagen ID Buzz mantiene il look monolitico del suo storico predecessore. I paraurti sono inglobati nella carrozzeria, così come il corredo di sensori: le quattro torrette che li contengono rientrano nei quattro angoli del tetto, per uscire solo quanto viene attivata la guida automatica.

Il look da insetto conferito dal vetro diviso presente nel T1 viene ripreso dall’ID Buzz ripreso nei nidi d’ape, mentre le cromature sono sostituite dalle linee di led che corrono lungo tutto il veicolo.

La scelta non è solo estetica, perché il pulmino hi-tech comunica con le luci. Le combinazioni di illuminazione e fanali variano in funzione del contesto: veicolo fermo, apertura portiere, guida manuale o automatica, che attiva le torrette Lidar con relativa illuminazione.

Qualche numero su ID Buzz

Il Volkswagen ID Buzz è lungo 4,94 metri, largo 1,98 e alto 1,96.

La propulsione è affidata a una batteria da 111 kWh e due motori elettrici, uno abbinato all’asse anteriore e uno a quello posteriore, entrambi sterzanti. Queste caratteristiche rendono il mezzo un quattro ruote motrici particolarmente agile nelle manovre.

La potenza massima complessiva 374 cavalli (275kw), per un’autonomia che arriva a 600 km nel circuito europeo Nedc, ma più verosimilmente attestabile sui 430 km.
La velocità di punta si attesta sui 160 km/h, e l’accelerazione consente di passare da 0 a 100 km/h in circa 5 secondi.

Per quanto concerne i tempi di ricarica, l’80% dell’autonomia viene ripristinato in 30 minuti se vengono impiegate le sempre più diffuse colonnine CCS.

ID Buzz design

Meb e ID technology

L’ID Buzz è il secondo di cinque prototipi elettrici che Volkswagen intende presentare nei prossimi anni. Già al Salone di Parigi di ottobre era presente la ID Concept, auto elettrica da 170 CV, in grado di percorrere da 400 a 600 km con una carica completa. La curiosità rimane per le prossime tre concept car, che si vocifera si presenteranno come un SUV, una berlina e un’auto sportiva.

Alla base della nuova era Volkswagen c’è il pianale Modular Electric Drive (MEB), sviluppato specificatamente per i mezzi a motore elettrico. Sulla ID Buzz è montata in versione XL.

Insieme al sistema di guida autonoma ID Pilot, rappresenta l’asso nella manica della casa automobilistica tedesca per realizzare l’ambizioso progetto di vendere un milione di auto eletriche all’anno entro il 2025.

Herbert Diess

Il top manager intervenuto durante il North American International Auto Show 2017 tenutosi a Detroit è Herbert Diess, che ha dichiarato che “la famiglia ID sarà alla portata di milioni di persone, non solo dei milionari”.

La grande offensiva elettrica del marchio Volkswagen avrà inizio nel 2020 con veicoli dalle architetture completamente innovative. Lanceremo sul mercato una nuova generazione di veicoli elettrici e interconnessi con il Web e i dispositivi smart. Entro il 2025 vogliamo vendere un milione di veicoli di questo genere all’anno. Stiamo facendo della mobilità elettrica il nuovo tratto distintivo di Volkswagen.

Conseguentemente a questo piano, la data di uscita sul mercato dell’ID Buzz è prevista per il 2021.

Il Blue Monday, il nuovo logo della Juventus, Barack Obama e Donald Trump: gli Epic Win e Fail della settimana

Benvenuti al nostro consueto appuntamento del lunedì in cui vi presenteremo gli Epic Win & Fail che il web ci ha regalato con molta gioia nel corso della settimana passata.

Allora che aspettiamo? Iniziamo subito con la nostra rassegna!

Win

La settimana è iniziata con il fatidico Blue Monday. Definito il giorno più triste dell’anno, il Blue Monday, è apparso per la prima volta in una pubblicazione nel 2005.  Ma su che basi si calcola la giornata più infelice dell’anno? Pare che venga seguita una precisa equazione che prende in considerazione alcuni parametri quali le condizioni climatiche e il livello di indebitamento. Per altri, invece, il Blue Monday non è altro che una grande trovata per fare marketing e allora, seguendo questa scia, vediamo cosa hanno combinato i brand sui social network.

Se la settimana inizia con il Blue Monday di certo non può andare meglio nei giorni che seguiranno. Infatti, dopo il lunedì più triste dell’anno è arrivato il giorno del commiato del 44esimo Presidente degli Stati Uniti: vedendo Barack Obama dirigersi verso l’uscita della Casa Bianca e pubblicare il suo ultimo tweet da Presidente, che noi ci sentiamo di definire un #EpicWin, non si può non provare un po’ di rammarico.

Ma non sarà poi la fine del mondo, oppure si?

Se da una parte c’è qualcuno che secondo Ceres festeggia:

dall’altra c’è chi rimane un po’ spiazzato davanti al discorso di Trump. Infatti, si è notata una certa somiglianza tra il discorso del nuovo Presidente americano ed il discorso fatto dall’antagonista di Batman, Bate, nel film “The Dark Knight Rises”.

Il passaggio del discorso di Trump incriminato sarebbe il seguente: “Oggi non è in atto solo il trasferimento di potere da un’amministrazione all’altra, o da un partito all’altro: noi trasferiamo il potere da Washington DC e lo restituiamo a voi, il popolo”.

A confronto con le parole del cattivo Bane: “Noi togliamo Gotham ai corrotti! Ai ricchi! Ai persecutori di generazioni che vi hanno sottomesso con la chimera di un’opportunità, e la restituiamo a voi, il popolo”.

Che dite, si somigliano?

Win o Fail?

Torniamo  ora nel nostro Bel Paese fatto di pizza, mare e soprattutto calcio. Si, stiamo per introdurre il caldo argomento del “nuovo logo della Juventus”. Il nuovo simbolo che dovrebbe rappresentare la squadra di calcio torinese è stato reso noto il 16 gennaio scorso, accendendo un dibattito vivissimo sul web. Moltissime sono infatti le critiche ed i contenuti ironici che spopolano sui social media.

Alcuni esperti hanno un’opinione positiva per questo nuovo flat design: pare che il brand rappresenti in modo adeguato il club bianconero, che ha grandi ed ambiziosi progetti. Dati i pareri discordanti, per per una volta ci sentiamo di dare a voi la facoltà di scegliere se mettere il logo nella categoria #Epicwin o #EpicFail.

LEGGI ANCHE: Ecco il nuovo logo della Juventus

#Fail

Chiudiamo con un episodio che per chi ama la musica è gravissimo.

L’EpicFail di questa settimana arriva infatti dalla Nuova Zelanda (precisamente all’aeroporto di Wellington) ed ha come protagonista James Malcom, un ragazzo neozelandese. Il suo misfatto? Dopo aver fatto un selfie con il celebre musicista, attore e sceneggiatore australiano Nick Cave, lo pubblica su Twitter con il seguente commento “Qualcuno può per favore dirmi chi è questa celebrità?”. Il risultato? Numerosissimi retweet che esprimono indignazione e ironizzano immancabilmente sul fatto.

E dire che molti ninja sognerebbero di potersi fare un selfie con Nick Cave!

Per questa settimana è tutto dal mondo dell’Internet, alla prossima sempre carichi e con nuovi #Epic da raccontarvi.

Creare chatbot senza dover scrivere una riga di codice

2001: odissea nello spazio lo avete visto? Nel film di Stanley Kubrick, tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Clarke, uno dei protagonisti è HAL9000, il computer dotato di intelligenza artificiale che controllava l’astronave e dialogava con gli astronauti. Usavano un’interfaccia in linguaggio naturale per interagire, quello che oggi chiamiamo un chatbot.

L’idea di interagire con macchine e computer attraverso il linguaggio umano, dotandole della capacità di comprenderlo, è presente fin dagli albori dello sviluppo di computer e programmi.

I sistemi in grado di sostenere una conversazione non sono quindi una novità, esistono da molti decenni. Il famoso test di Turing infatti, ideato nel 1950 da Alan Turing consiste proprio in una conversazione a tre, in cui uno degli interlocutori è sostituito con una macchina intelligente (potremmo dire un chatbot) e gli altri due non riescono a distinguere, tra i partecipanti, chi sia umano e chi no. Hal era solo finzione cinematografica ma non Eliza, un programma (un chatbot!) creato nel 1964 dagli specialisti del MIT. Simulava uno psicologo rogersiano: se desiderate provarlo è ancora attivo qui.

Ma cos’è esattamente un chatbot?

La definizione più semplice è “un programma che simula una conversazione con un essere umano, usando un sistema di messaggistica.”

Qualcuno preferisce invece definirli un servizio, gestito da regole e da sistemi di intelligenza artificiale con cui si interagisce attraverso un sistema di chat. Già a marzo dell’anno scorso, durante l’annuale Microsoft’s Build conference, il CEO della Microsoft Satya Nadella dichiarò che l’elaborazione del linguaggio umano sarebbe stato il futuro della tecnologia, le conversazioni la nuova interfaccia. Dopo la rivoluzione della app, arriva la rivoluzione Bot, insomma.

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Secondo un report di Business Insider, sono sempre di più gli utenti che usano sistemi di messaggistica non solo per conversare con gli amici, ma per interagire con i brand, fare acquisti, cercare e usufruire di contenuti. Il numero totale di utenti delle quattro app di messaggistica più diffuse supera il numero di utenti totale dei quattro social più importanti.

I tipi di chatbot

Ci sono due tipi di chatbot, quelli che funzionano in base a delle regole ben definite e altri che usano tecniche di intelligenza artificiale, o, più precisamente, di machine learning. Il programma impara un compito senza essere stato specificamente programmato per eseguirlo.

I chatbot definiti in base a regole sono generalmente limitati, rispondono a comandi specifici e possono non capire quello che l’utente dice o chiede. Sono abili e intelligenti tanto quanto sono programmati per esserlo.

I chatbot che adottano sistemi di machine learning (a volte etichettati come dotati di intelligenza artificiale) sono più flessibili, capiscono il linguaggio umano e non solo specifici comandi o scelte da menù. Sono chatbot che diventano più intelligenti (e utili) a mano a mano che imparano dalle conversazioni che sostengono con gli utenti.

Ma allora è complicato

Non necessariamente. I sistemi per sviluppare software e, in particolare, i chatbot si sono evoluti velocemente e ce ne sono per tutti i gusti e capacità. Ci sono sistemi potenti ed evoluti ma riservati a chi sappia programmare, come il bot framework lanciato da Microsoft o le API di Facebook dedicate a Messenger. In entrambi i casi occorre conoscere Node.js, per esempio.

Esistono però anche molti strumenti che permettono di creare un chatbot senza sapere nulla di programmazione e senza che sia necessario scrivere alcuna riga di codice. Tra tutti quelli disponibili vi presentiamo quelli che è possibile provare subito, senza sottoscrivere alcun tipo di abbonamento a pagamento. Con metodi diversi e risultati di livello variegati è possibile con questi strumenti creare chatbot in pochi minuti. Quasi sempre sia per Facebook Messenger e Telegram, alcuni anche per altre piattaforme di messaggistica.

I tool per creare chatbot e integrarli con i vostri canali di messaggistica

Chatfuel è stato uno dei primi strumenti disponibili a permettere la creazione di bot senza richiedere programmazione. Molto semplice da usare, permette di creare bot che interagiscono su Facebook Messenger e Telegram. I bot possono presentare all’utente schede con immagini, pulsanti e risposte preimpostate tra cui scegliere per interagire. Uno strumento ottimo per creare il vostro bot in pochi minuti

Motion.ai è ancora in beta e il loro piano gratuito offre la possibilità di creare due bot che ricevano massimo mille messaggi al mese. Molto interessanti le integrazioni possibili, poiché i bot creati possono interagire in piattaforme come Facebook Messenger e Slack, ma anche via SMS o email.

L’interfaccia visuale permette di creare facilmente l’albero delle azioni, il copione da seguire interagendo con gli utenti.

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Gupshup è una piattaforma un po’ diversa dalle altre. Offre diverse alternative per costruire un chatbot, a seconda che siate programmatori o che non sappiate scrivere una riga di codice: in entrambi i casi potrete creare, sottoporre a test, lanciare e monitorare il vostro bot. L’ambiente di sviluppo (IDE) per chi vuole codificare possiede strumenti di analisi, elaborazione del linguaggio naturale, monitoraggio e testing. Lo strumento dedicato a chi non vuole scrivere codice, il Flow bot builder, utilizza un editor visuale. Ci sono modelli di bot già pronti all’uso e le API per integrare i bot creati con applicazioni esterne.

Flow xo permette di creare bot per Facebook Messenger, Telegram e Slack. Come altri strumenti simili, si utilizzano moduli per creare bot che condividano informazioni, facciano sondaggi o intrattengano semplici conversazioni. Si integra facilmente con Twitter, Salesforce, Mailchimp e Google Drive.

ManyChat permette di creare in pochi minuti bot per Facebook Messenger. I bot creati possono inviare contenuti pre-programmati, inviare messaggi a tutti gli utenti simultaneamente (broadcast) e chattare fornendo risposte pre-programmate alle domande più comuni.

Anche Sequel permette di creare bot usando moduli da compilare e una interfaccia “drag and drop” per creare il flusso di azioni. Ci sono modelli quasi pronti all’uso e si può usufruire dell’elaborazione del linguaggio. I bot creati possono essere usati su Facebook Messenger, Telegram, Kik e Viber.

Quelli qui citati non sono gli unici strumenti disponibili, certamente: alcuni sono ancora in fase di lancio e non è stato possibile avere informazioni precise. Altri, invece, sono a pagamento.

In ogni caso, sono tutti strumenti ottimi per creare bot per far interagire o tenere informati i vostri utenti attraverso quella che, per molti, è l’interfaccia del futuro (anche prossimo!): il linguaggio naturale.
Il progresso nelle varie discipline dell’intelligenza artificiale e gli investimenti in questo settore lo hanno reso possibile. E voi? Che ne pensate? I bot sono una minaccia o una opportunità?

Fateci sapere cosa ne pensate nella nostra pagina Facebook e nel gruppo LinkedIn!

Da ELIZA ad Alexa, come si è evoluto il panorama dei Bot

Il panorama dei Bot sta velocemente conquistando grosse fette di mercato. L’intelligenza artificiale è ormai presente in tantissime attività dal commercio online al customer care, passando anche per le human resources e la guida automatica dei veicoli.

 

Da ELIZA ad Alexa, come si è evoluto il panorama dei Bot

Ma se storicamente i bot erano basati su software semplici in grado di rispondere a pochi input (come ad esempio le applicazioni per il meteo), l’intelligenza artificiale oggi si sta sviluppando sempre di più e i brand le riconoscono come un nuovo asset di mercato. Nel 2016 è ufficialmente partita la “corsa ai chatbot“, un trend che non ha nessuna intenzione di finire presto nel dimenticatoio.

Protagonisti anche dell’ultima edizione del CES di Las Vegas, le intelligenze artificiali a breve entreranno anche nelle nostre case, nelle nostre macchine e nella nostra quotidianità.

Intelligenza Artificiale: le macchine possono pensare?

Da ELIZA ad Alexa, come si è evoluto il panorama dei Bot

Ma quando sono nati davvero i Bot? L’idea alla base dei Bot nasce dalle prime ricerche sull’intelligenza delle macchine computazionali di Alan Turing negli anni ’50.
L’idea di Turing (quella che oggi è conosciuta come il test di Turing) prevedeva che un computer potesse interagire con un essere umano tramite messaggi scritti. Turing postulò che se durante l’interazione l’essere umano non riuscisse a riconoscere il computer, questo dovesse essere etichettato come “intelligente“.

Psicoterapia digitale

Se pensate che l’idea di stabilire rapporti umani con un bot sia un’invenzione del cinema moderno non conoscete ELIZA.

Nel 1966 Joseph Weizenbaum, cavalcando l’onda delle teorie postulate da Turing e con lo scopo di creare un’emule parodistico di uno psicoterapeuta scrisse ELIZA, un bot che riformulava le domande che gli venivano poste. L’effetto finale poteva essere: “Mi piace la musica” con conseguente risposta “Dimmi cosa ti piace”.

Dagli output univoci a Deep Learning

Da ELIZA ad Alexa, come si è evoluto il panorama dei Bot

La prima ondata di chatbot era basata su regole semplici, che li rendevano in grado di risolvere solo alcuni task: ora sono in grado di schedulare appuntamenti, completare ordini e – sempre da CES – sono in arrivo chatbot in grado di interpretare le emozioni dei guidatori, subentrare come piloti automatici in caso di stanchezza e suggerire itineranei sempre più studiati.

Come se non bastasse, grazie al Deep Learning, alcuni software di AI sono in grado di scrivere i propri comandi e con la mole immensa di dati a loro disposizione, rispondere a domande sempre più complesse.

Dai laboratori al consumer

Anche se la fantascienza sembra sempre più profetica, al momento la mission dei bot è quella di facilitare e invogliare il consumatore nelle sue attività giornaliere. Il focus rimangono le App di messaggistica: si stima che siano più di 2,5 miliardi di persone ad usare una App di messaggistica e che vengano usate per più tempo rispetto a quello che gli utenti dedicano ai canali social.

È grazie a questo mezzo di interazione con i  “computer intelligenti” che è stato coniato il termine Chatbot. Slack, Facebook e molti altri sono al lavoro per creare un’ecosistema basato su questa nuova forma di interazione, un nuovo mezzo di comunicazione che incentivi anche la produttività.

Il mercato dei Bot è enorme se si affianca a quello degli utenti che già utilizzano le chat per interagire con amici e familiari. Quando si dispone di una canale con una platea formata da oltre un miliardo di persone è il caso che gli sviluppatori ne prendano atto.

LEGGI ANCHE: Chatbot, virtual fitting room e shoppable Apple TV: tante novità nel settore digital fashion

Il futuro dei Bot

La maggioranza delle strategie di marketing basate sui Bot è ancora in fase embrionale ma, se volgiamo lo sguardo verso l’Asia e all’utilizzo che si fa di WeChat (una piattaforma di messaggistica che vanta centinaia di milioni d utenti) possiamo trovare applicazioni che consento di effettuare transazioni all’interno della stessa chat. Forse non siamo ancora pronti per inserire gli e-commerce nella messaggistica ma esistono già alcuni casi d’uso interessanti, dove i brand contattano i loro clienti anche tramite chat. L’economia moderna ci ha posti davanti al paradosso della scelta, i Bot saranno in grado di aiutarci a perfezionare le nostre opzioni e agire?

Da ELIZA ad Alexa, come si è evoluto il panorama dei Bot

Cosa implica dovere prendere decisioni? Sprecare tempo, e se il “tempo è denaro” il pubblico sarebbe disposto a pagare per salvaguardare la sua risorsa più preziosa, automatizzando alcuni noiosi aspetti della vita, il potenziale delle azienda customer-facing è quindi molto promettente. La customer satisfaction è solo la punta dell’iceberg quando si parla del futuro dei Bot.

La domanda più interessante in merito all’evoluzione delle intelligenze artificiali non è quando raggiungeranno lo stand-alone o quando verranno inseriti in altre piattaforme ma, quale sarà il loro punto di flessione? A pochi giorni dai 10 anni del primo iPhone e da quando l’Apple Store ha reso mainstream le App, oggi non potremmo nemmeno immaginarci uno smartphone che non le abbia.

Come verranno invece distribuiti i Bot? Questa è la vera domanda da miliardi di dollari, letteralmente.