Da Twitter ad Airbnb, tutti i servizi colpiti dall’attacco hacker

Twitter, Spotify, Reddit, PayPal, eBay, Airbnb e Yelp sono solo alcuni dei servizi caduti vittima di quello che sembra essere stato un enorme attacco DDoS – Distributed Denial of Service Attack – che ha colpito il provider DNS Dyn qualche giorno fa.

Il Distributed Denial of Service Attack è un metodo abbastanza noto. Il sabotaggio prevede l’invio di un traffico di dati talmente elevato da mandare in tilt qualsiasi server. L’attacco è iniziato quando in Italia erano le 12.10; lo stesso sito del provider Dyn ha comunicato:

“abbiamo iniziato a monitorare e rispondere a un attacco DDoS contro la nostra infrastruttura DNS, i nostri ingegneri stanno lavorando per risolvere il problema”.

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Alle 14:00 l’intera costa est degli Stati Uniti era stata presa di mira, 36 minuti dopo arrivava la comunicazione che i servizi erano stati riportati alla normalità.

Le conseguenze dell’attacco hacker

 Da Twitter ad Airbnb, tutti i servizi colpiti dall'attacco hacker

Impossibilità di terminare un acquisto, di affittare una stanza, di condividere un tweet. Tutte queste conseguenze sono riassumibili in un unico termine: blackout, un blackout che ha impedito a milioni di americani l’utilizzo di vari servizi web. Fortunatamente l’attesa è stata minima anche se sono ancora molti quelli che lamentano difficoltà ad accedere ai vari servizi.

“Internet continua a fare affidamento su protocolli e infrastrutture progettate prima che la sicurezza informatica fosse un problema. Purtroppo, quello che stiamo vedendo è solo l’inizio.” – Ben Johnson, chief security strategist di Carbon Black.

Come dargli torto! I grandi colossi di internet non vivono momenti positivi. Non è di molto tempo fa la notizia che riguarda l’azienda Yahoo, la quale ha recentemente subito numerose azioni di hacking, compromettendo la riservatezza dei dati di mezzo milioni di persone e con Verizon alla porta che chiede una revisione dei termini di acquisizione.

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Per non parlare del cyber terrorismo che riguarda le elezioni presidenziali americane; recente la richiesta del Presidente americano Barack Obama fatta pervenire alla CIA per preparare una cyber attacco “senza precedenti” contro la Russia in risposta alle interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali americane.

Eppure fino a poco tempo fa Nick Merril, portavoce della campagna elettorale della Clinton, faceva sapere che il loro sistema era stato sottoposto ad una revisione da parte di alcuni esperti di sicurezza informatica, i quali non hanno trovato niente che faccia pensare alla compromissione della loro rete.

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Burger King e McDonald’s, come spaventare i clienti ad Halloween

Burger King e McDonald’s sotto i riflettori per Halloween. Lo aveva già fatto Pepsi con Coca Cola e l’immagine aveva fatto il giro del mondo più e più volte, sui social network, generando anche un gustoso botta e risposta tra i Very Big del settore.

Burger King e McDonald's

Dolcetto o scherzetto?

Un costume da fantasma che ricopre tutta la facciata di un locale di New York e la scritta McDonald’s in bella mostra: così Burger King vuole spaventare i suoi clienti per Halloween, sfruttando le condivisioni incuriosite e divertite degli amanti del fast food.

Prendere in giro il tuo più grande rivale? Lo stai facendo bene!

Burger King e McDonald’s: dolcetto o scherzetto?

La scritta McDonald’s, nera e verniciata a spray, ricorda molto un costume amatoriale fatto in casa, con poche pretese.

Ma il trucco è subito svelato: “Stiamo scherzando, continueremo a cuocere i nostri hamburger con il fuoco“, con riferimento al metodo di cottura McDonald’s.

Burger Ling e McDonald's

Non è la prima volta che Burger King tenta di coinvolgere il rivale storico in una battaglia virale: per la campagna McWhopper Proposal, nel 2015 ha comprato alcune pagine sul New York Times e sul Chicago Tribune per proporre a McDonald’s un panino della pace, un incrocio tra i prodotti di successo di entrambi, il McWhopper.

Burger King e McDonald's prank

Il panino della pace ci mise poco a diventare un fenomeno virale generando molto buzz, tanto da costringere il CEO di McDonald’s a rispondere, rifiutando però la proposta:

Cara Burger King,

questa vostra ispirazione per una buona causa… è una grande idea.
Ci piacciono molto le vostre intenzioni ma crediamo che i nostri due marchi possano fare di più per avere un vero impatto.
Noi siamo impegnati ogni giorno in tutto il mondo per sensibilizzare i nostri clienti, magari volete unirvi a noi e fare qualcosa di significativo e globale?
E poi, ogni giorno, prendiamo atto del fatto che tra noi c’è solo una semplice e amichevole concorrenza commerciale: di certo non qualcosa che si possa paragonare al dolore e alla sofferenza della guerra.

Ci sentiamo.
Steve, CEO di McDonald’s

P.S. La prossima volta va bene anche una telefonata.

 

Credits:

Agency: Weber Shandwick

Data Crisis Management: perché ogni azienda dovrebbe avere un piano di comunicazione adeguato

Il 2016 verrà ricordato per molti motivi, dalle Olimpiadi di Rio alla campagna Presidenziale Americana tra Hillary Clinton e Donald Trump (di sicuro una delle più social e seguite della storia-oltre che tra le più bizzarre). È proprio da questa campagna che prendiamo spunto per parlarvi di un aspetto tanto sottovalutato quanto importantissimo: la sicurezza dei dati informatici (Data Breaches) e tutto ciò che ne implica, come la disponibilità di communication plan adeguati ed ottime capacità dei team a supporto di aziende (e candidati) relativamente a quello che viene comunemente conosciuto come Data Crisis Management.

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Tutti ricorderete il “polverone” emerso negli scorsi mesi a causa della fuga di e-mail dai server di Hillary Clinton (solo uno degli ultimi scandali relativi al Data Breaches) e come è stata gestita la situazione in merito. Non vogliamo fare un’analisi politica oppure tentare di spiegare l’accaduto, ma vogliamo focalizzare l’attenzione sul fatto che oggi come oggi, qualsiasi Azienda o Personaggio Pubblico di una certa importanza devono essere in grado di gestire (e prevenire) fughe di notizie per evitare di compromettere la posizione del Brand nel mercato e/o l’opinione pubblica.

Data Crisis Management: perché ogni azienda dovrebbe avere un piano di comunicazione adeguato

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Come sottolinea l’autorevole Harvard Business Review in un articolo di qualche giorno fa (qui il testo integrale), l’argomento in questione è tanto importante quanto affascinante. Il Data Crisis Management è uno dei fattori chiave di questi anni nella valutazione e gestione del personal branding e, soprattutto, della brand reputation nel caso di organizzazioni strutturate.

La maggior parte delle Aziende non ha ancora implementato o simulato piani strategici di gestione della crisi ed azioni contenitive e lenitive per arginare eventuali fughe di notizie di dati più o meno sensibili. Questi fattori, nell’era dei Big Data, sono quantomeno preoccupanti e dovrebbero far sorgere molti interrogativi ai CMO e ai CSO (Chief Security Officer), oltre che ai responsabili della comunicazione di alcuni politici nostrani e di oltreoceano.

Data Management e Crisis Management

Data Crisis Management: perché ogni azienda dovrebbe avere un piano di comunicazione adeguato

Fonte: diGiTal – Data Crisis Management: lessons to learn

Così come le aziende affrontano lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi utilizzando approcci gestionali moderni (si pensi alle tecniche di gestione aziendale basate sul design thinking oppure sull’approccio design sprint) anche la gestione delle eventuali fughe di notizie andrebbe affrontata prevedendo un piano di gestione della crisi strutturato.

Chiaramente, il piano dovrebbe essere basato su una parte metodica (andando ad anticipare eventuali vincoli) e su una parte flessibile, in modo da compensare eventuali problematiche difficilmente prevedibili. Il “piano di attacco” della crisi deve quindi essere testato in anticipo e collaudato in modo da non cogliere le aziende di sorpresa.

Le grandi aziende fanno della propria cyber security un aspetto strategico di primaria importanza nell’acquisire nuovi Clienti ed Investitori che, in caso di scarsa policy in merito, sarebbero sicuramente orientati verso aziende maggiormente attente a questa tematica.

Trovandoci in un’era dove i dati sono diventati ormai veri e propri asset aziendali e su cui molte realtà hanno costruito il proprio business oltre al proprio successo, dimostrare di possedere un Operation Plan per le fughe di dati è (e diventerà) una questione fondamentale sotto vari aspetti e su tutti i fronti, anche i più disparati. Le aziende (e non solo) dovranno necessariamente prendere in considerazione molteplici fattori per affrontare e stilare un piano di azione, come quali figure posseggano le migliori doti verso i media e le relazioni di fondamentale importanza con gli stakeholder.

Ecco perché ogni azienda dovrebbe avere un piano di comunicazione adeguato e chiedersi: siamo pronti?

Cinque statistiche di Instagram da tenere in considerazione

Il fondatore di Instagram, Kevin Systrom, qualche settimana fa ha annunciato il superamento dei 500 milioni di instagrammers attivi, 300 su base mensile (di cui più del 70% fuori dagli Stati Uniti). Ogni giorno più di 2,5 miliardi di like e più di 70 milioni di foto: il social cresce così come la pubblicità al suo interno.

Un’app di visual content, dove in pochi secondi il contenuto può essere fruito e apprezzato: negli ultimi due anni, però, la dimensione “insta” si è un po’ persa, ed è stata raccolta da Snapchat, in grande crescita. Instagram non è però rimasto a guardare, lanciando Stories, che oggi conta cento milioni di utenti attivi su base giornaliera.

LEGGI ANCHE: Instagram Stories nella tua strategia di marketing: gli esempi da seguire

Le aziende e i brand possono dunque trovare in Instagram il social adatto a promuovere il proprio marchio e i propri prodotti, scoprendolo altresì come un valido canale per comunicare con i propri clienti.

Ecco quindi perché abbiamo raccolto, per voi ninja, 5 statistiche utilissime per ottimizzare le vostre prossime campagne e strategie su Instagram.

5 statistiche di Instagram da tenere in considerazione

Su Instagram 7 hashtag su 10 appartengono a brand

Gli hashtag aiutano gli utenti dei social media a organizzare e categorizzare i contenuti, ma non solo: sono oggi anche una delle forze trainanti di alcune delle migliori campagne di marketing online.

Gli hashtag sono ovunque, anche offline in spot televisivi e su cartelloni pubblicitari. Su Instagram aiutano a scoprire contenuti e ottimizzare gli stessi nelle ricerche. Ben 7 hashtag dei 10 più utilizzati al mondo appartengono a grandi marchi.

5 statistiche di Instagram da tenere in considerazione

Uno dei modi migliori per dare il via a una campagna user generated content su Instagram è attraverso l’utilizzo di un hashtag proposto dal brand. Un hashtag di questo tipo è unico, e ottimale per tenere traccia della campagna. Potrebbe semplicemente essere il nome della vostra azienda o di un prodotto, oppure un claim, come in questo esempio di Nike.

‘The End’ is just something they put on movies. #justdoit

Un video pubblicato da nike (@nike) in data: 22 Ago 2016 alle ore 07:04 PDT

Oppure essere un po’ più creativi, come ha fatto il brand WeWork con la sua serie di contenuti #DogsOfWeWork.

Il 50% di tutto il testo presente sul social è composto da emoji

Instagram è visual, in tutto e per tutto. Infatti, anche le didascalie e i commenti sono pieni di contenuti visuali come le emoji. Oggi quasi il 50% di tutto il testo presente su Instagram, tra didascalie e commenti, è composto da emoji.

Ci sono ben 1.851 diverse emoji tra cui scegliere, e con queste potete esprimere un’idea o un’emozione. Le emoji sono la “lingua” in più rapida crescita nel Regno Unito, in una evoluzione addirittura più veloce rispetto ad antiche forme di comunicazione, come i geroglifici.

That’s pretty much our day. How about yours? Tell us in emojis.

Una foto pubblicata da Staples (@staples) in data: 15 Dic 2015 alle ore 10:48 PST

Dal 2015, Instagram offre la possibilità di inserire le emoji negli hashtag.
Gli utenti finlandesi sono i più emoji-addicted, con il 63% di tutto il testo contenente almeno un emoji. Seguono:
Francia: 50%; Regno Unito: 48%; Germania: 47%; Italia: 45%; Russia: 45%; Spagna: 40%; Giappone: 39%; Stati Uniti: 38%.

Sono dati del 2015 ottenuti da Instagram, quindi c’è una buona possibilità che nell’ultimo anno i parametri siano cambiati.
Ecco le 10 emoji più popolari su Instagram.

5 statistiche di Instagram da tenere in considerazione

Osservando i dati da un punto di vista di sentiment analysisInstagram ispira positività. Cosa significa per il marketing sul social? Ecco un esempio.

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Un video pubblicato da Baskin-Robbins (@baskinrobbins) in data: 24 Set 2016 alle ore 14:47 PDT

 

Il pubblico su Instagram è più attivo il lunedì e il giovedì

Su Instagram, in Italia, il pubblico è più attivo il ​​lunedì e il giovedì dalle 8 alle 9 del mattino, e dalle 17 alle 18. Si registrano picchi anche nella notte tra l’una e le due.

Se ad esempio vuoi pubblicare un video su Instagram e lo fai alle 9 del mattino, otterrai il 34% in più di interazioni. Questi dati sono comunque risultato di una media, quindi è consigliabile monitorare gli insight per scoprire quali giorni e orari siano davvero ottimali per i propri contenuti.

5 statistiche di Instagram da tenere in considerazione

Il 65% dei post Instagram top-performing contengono prodotti

Ebbene sì: i contenuti top-performing (ossia che ottengono più commenti e like) che su Instagram mostrano prodotti (65%) sono addirittura più efficaci di quelli lifestyle-oriented (43%) o delle immagini e video di influencer e celebrità (29%).

Bisogna però tener presente alcune buone prassi. Ad esempio è consigliabile seguire la regola dell’ 80/20, ossia pubblicare soltanto un 20% di post orientati alla promozione del brand, e un 80% che invece mostra i valori e le idee del marchio, in cui l’utente può identificarsi.

Inoltre è bene includere volti nelle immagini: le foto su Instagram che presentano volti ottengono il 38% in più di interazioni rispetto a quelle senza.

Weekends almost over, ready to get back to the grind this week! #thefrootilife #frooti

Una foto pubblicata da Frooti (@thefrootilife) in data: 22 Mag 2016 alle ore 07:18 PDT

Se vi manca ispirazione, date un’occhiata all’account Instagram di Frooti, ​​il più venduto succo di frutta in India.

Mango = Frooti. #TheFrootiLife #Frooti #mango #juicy #artdirection #animation #mangolove

Un video pubblicato da Frooti (@thefrootilife) in data: 23 Ott 2015 alle ore 21:12 PDT

 

Il filtro più utilizzato nelle foto su Instagram è il Clarendon

Ci sono 40 filtri tra cui scegliere su Instagram, ma solo uno ha catturato i cuori degli utenti in tutti i 119 paesi: il Clarendon. Forse perché è un filtro per tutti gli usi, insomma… va bene con tutto.

Guardando più in dettaglio le diverse categorie di fotografie su Instagram, ecco cosa si scopre: il filtro più utilizzato per fotografie #Nature è il Valencia; quello per il#Fashion è il Kelvin; per il #Food lo Skyline; e per i #Selfie? Nessuno, si lascia la foto così com’è.

Hai buone prassi da utilizzare su Instagram che vuoi segnalarci? Fallo sulla nostra pagina Facebook.

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Gli effetti di Gomorra sul Social Media Marketing

Vi è mai capitato di usare le frasi celebri di Gomorra nell’intercalare di tutti i giorni? Facendo un esperimento sociale è forse addirittura possibile rispondere per “frasi fatte” praticamente in qualsiasi discussione, sia dal vivo (col rischio che però vi prendono per scemi!) sia soprattutto sui social network, magari tramite i classici meme o linkando i video!

Le frasi più famose però, quelle che più contengono una sorta di fondo di saggezza, possono essere lette anche con gli occhi del social media marketer per provare a migliorare le proprie strategie online. Ci abbiamo provato!

“L’omm’ ca po fa a meno ‘e tutt’ cos’ nun ten’ paura ‘e nient’!”

Traduzione: “L’uomo che può far a meno di ogni cosa, non ha più paura di niente”

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Quando si trova un canale che funziona, l’errore che in molti compiono è di affidarcisi totalmente e di considerarlo l’unico pilastro su cui basare la propria strategia di web-marketing. Facebook, così come Twitter, Instagram, Google e così via, non deve mai diventare la tua unica fonte di sostentamento, ma uno degli elementi (ovviamente con peso e importanza diversi in base al business model) su cui costruire il tuo futuro, sia nel breve che nel lungo periodo.

Ecco che quindi può essere utile la domanda: “Ma se Facebook (sostituire all’occorrenza con altra fonte!) dovesse oggi chiudere, cosa succederebbe alla mia attività?

Se la risposta è il fallimento certo, allora il consiglio è quello di mettersi subito al lavoro in modo da non dover dipendere in maniera esclusiva da un’azienda esterna, che può da un giorno all’altro cambiare termini e condizioni, o bannarti, o fallire essa stessa. Ecco perchè è fondamentale poter sfruttare al meglio tutti i canali, ma alla peggio poterne anche fare a meno col sorriso!

“Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost”

Traduzione: “Ci riprendiamo tutto quello che ci appartiene”

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Direttamente collegata alla citazione precedente, assume molta importanza strategica la possibilità di “possedere” informazioni e contatti dei propri utenti. I fan di Facebook, le pure visite organiche dai motori di ricerca, i follower su Instagram o Twitter sono numerini che solo teoricamente sono associati alla tua attività, ma che in realtà sono sempre in possesso di aziende esterne.

Se non l’avete ancora fatto, cominciate a mettere in atto una campagna che faccia in modo di avere quanti più utenti profilati (email, numero di cellulare, anagrafia, interessi) possibili: i dati sono i soldi veri dell’industria digitale, e sono un elemento che una volta recuperato appartiene a voi (oltre che ai legittimi proprietari!). Non va assolutamente commesso l’errore, spesso fatto per pura pigrizia, di lasciarli totalmente in mani esterne.

LEGGI ANCHE: I 5 errori che i brand commettono su Facebook

“Biv! aggia’ capi’ si me’ pozz fida’ e’ te”

Traduzione: “Bevi, devo capire se posso fidarmi di te”

Acquisire la fiducia della propria base utenti è un aspetto fondamentale per la riuscita del tuo business online. Le raccomandazioni delle persone che conosciamo e le opinioni dei consumatori pubblicate online sono i primi due parametri a cui un nuovo cliente dà importanza prima di effettuare un acquisto.

Ecco perchè tutto ciò che può essere utilizzato come metro di giudizio da futuri clienti va tenuto sotto costante controllo, a partire dalle recensioni, passando per i commenti (dando riscontro e spiegazioni a quelli negativi) oltre ovviamente all’aggiornamento delle informazioni e delle attività della vostra impresa.

Cosa da non sottovalutare è inoltre la gestione dei commenti alle inserzioni: state pagando per dar visibilità a un contenuto ed è impensabile che, come spesso accade, venga abbandonato senza moderazione.

Pensate semplicemente a quante volte avete magari cercato un ristorante su Facebook e dopo aver visto una pagina gestita male o poco aggiornata, avete cambiato idea e scelto un altro locale: quello è un cliente perso per semplice e pura mancanza di fiducia!

LEGGI ANCHE: Facebook ads e ristoranti: come pubblicizzare la tua attività

 

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Vi piacerebbe… sui Social non accade MAI!

“Vienet’ a’ piglia’ o Perdono”

Traduzione: “Vieni a prenderti il Perdono”

Stiamo ovviamente parlando di gestione della crisi, visto che ormai i social netowrk sono il primo canale dove si riversano gli utenti per protestare contro fatti di cronaca, accuse e figuracce dei brand. gli esempi più famosi riguardano le inchieste di Report, ma prima o poi capita a tutti di incappare in “figuracce” che richiedono un intervento che non può essere raffazzonato all’ultimo minuto, soprattutto quando magari l’umore non è dei migliori e si possono commettere passi falsi che sono addirittura peggio del problema iniziale.

Ecco che quindi occorre definire una strategia adeguata sia per i momenti infuocati, sia per poter essere “perdonati” in seguito dai propri utenti/clienti stabilendo di nuovo un legame di fiducia (riallacciandoci alla frase di cui sopra)

“Deux frittur”

Traduzione: “Due fritture”

Sono il massimo che potrete permettervi coi proventi del Social Media Marketing, se non seguite i consigli scritti finora!

Cosa state aspettando?

Forum delle Eccellenze 2016

Forum delle Eccellenze 2016: scopri le menti più brillanti del business mondiale

Vision, inspiration, impact, sono le parole chiave del Forum delle Eccellenze 2016, l’evento dedicato al business che torna il prossimo 19 e 20 novembre a Milano, presso l’Atahotel Expo Fiera.

Giunto alla sua nona edizione, il Forum delle Eccellenze è l’appuntamento durante il quale potrai apprendere le strategie più efficaci, trarre ispirazione dai leader, cogliere nuovi stimoli e guardare al futuro da un osservatorio assolutamente privilegiato.

Oggi più che mai, regole e convenzioni consolidate vengono sostituite da inediti modelli, che a loro volta diventano molto velocemente obsoleti. Nuove modalità di comunicazione, modelli di business e stili di vita diventano ordinari. Per crescere e svilupparsi, organizzazioni e singoli individui devono pensare e agire diversamente, conoscendo a fondo la mente umana e i suoi meccanismi.

Ecco perché tra i relatori del Forum delle Eccellenze troverai esperti di psicologia positiva e di produttività ed efficacia personale, pensatori, giornalisti e digital strategist, tutti con un denominatore comune: l’eccellenza.

Forum delle Eccellenze 2016: i relatori che ti ispireranno

Una sola definizione per i relatori dell’appuntamento di quest’anno: un insieme di esperienza e visione del futuro da cui trarre ispirazione.

Forum delle Eccellenze 2016

Non potrai perderti Martin Seligman: universalmente riconosciuto come il padre della psicologia positiva, il suo approccio innovativo ha letteralmente stravolto il mondo della psicologia tradizionale, spostando il focus d’analisi su ciò che rende le persone più forti e felici piuttosto che su ciò che le rende infelici. Il suo talk “La psicologia positiva per aumentare performance e leadership nella propria attività” aprirà la tua mente verso un nuovo approccio al lavoro.

Forum delle Eccellenze 2016

Vuoi scoprire come essere più produttivo nel lavoro e nella vita? Ce ne parlerà David Allen, il più grande esperto mondiale di produttività ed efficacia aziendale e personale. Allen ha aiutato privati e aziende di tutto il mondo a gestire al meglio obiettivi, tempo e risorse. Con più di un milione di followers su Twitter, è il productivity consultant universalmente conosciuto come l’ideatore del metodo “Time Management”, anche detto “Getting Things Done: The Art of Stress-Free Productivity”.

Forum delle Eccellenze 2016

Julius Van de Laar, consulente per la digital strategy in entrambe le campagne elettorali di Barack Obama, ci spiegherà come costruire una strategia di comunicazione digitale di successo. Profondo conoscitore del nostro tempo, Van de Laar fornisce consulenze sullo sviluppo di strategie mirate a raggiungere i diversi obiettivi dei suoi clienti: vincere le elezioni, ampliare la propria fascia di pubblico, incrementare il tasso di coinvolgimento e altro ancora.

Forum delle Eccellenze 2016

Business thinker di fama internazionale, Alf Rehn è stato annoverato da Thinkers50 tra i 15 pensatori più influenti al mondo. Professore nelle università di tutto il mondo e autore del dirompente best-seller Dangerous ideas, ci parlerà de “L’arte di trasformare idee estreme in business di successo”.

Forum delle Eccellenze 2016

Scopriremo, inoltre, qual è il segreto di uno storytelling vincente con Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo, massima espressione dello storytelling in Italia.

Forum delle Eccellenze 2016

Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, ci spiegherà come diventare “grandi” affrontando con leggerezza dolore e piacere, come ascoltare i segnali dell’anima per allenare l’intuito e la creatività e come conoscere e dominare l’impulso che frena o attiva l’azione.

LEGGI ANCHE: 7 lezioni di marketing dalle email del campaign manager di Hillary Clinton

Scopri il programma completo del Forum delle Eccellenze 2016

Il Forum delle Eccellenze non è solo formazione, ma anche confronto e divertimento, per questo oltre agli interessanti talk dei relatori, sabato alle 19.30 uno spazio speciale sarà dedicato al networking tra i partecipanti, lo Speed Business Date, mentre durante la cena ospite della serata sarà il poliedrico performer Yosuke Ikeda.

Vuoi conoscere tutti i motivi per partecipare al Forum delle Eccellenze 2016? Scopri il programma completo.

Se vuoi agire oggi con la visione del domani, lasciandoti ispirare da esempi di eccellenza, non puoi perderti l’appuntamento con i massimi esperti mondiali del cambiamento.

Reach, impact, results: i tre elementi da valutare per una strategia video efficace

di Rosella Serra, Head of Agency Insights and Strategy di Google Italia.
video strategy
Per chi non vive a stretto contatto con il mondo delle agenzie di comunicazione, il termine media mix può risultare enigmatico. Il mix dei canali, in una strategia di comunicazione video, viene fatto sulla base di dati, analytics e insight, ma non è un caso se, per indicare questa attività, viene utilizzato il termine “orchestrazione”. Come il direttore d’orchestra guida gli strumenti verso il suono che ha in mente, possiamo pensare che la pianificazione pubblicitaria sia veramente efficace solo quando i canali a disposizione vengono armonizzati, ovvero realizzano il media mix ottimale.

Quello di “video” è un concetto molto ampio. I canali TV in Italia hanno superato da tempo la doppia cifra e su internet si trovano almeno 700 piattaforme video, ciascuna con un numero di canali potenzialmente infinito. Dalla fruizione in salotto si è passati a una fruizione dei video in ogni luogo e in qualunque momento grazie ai dispositivi mobili e a tutti è successo di guardare uno schermo nello stesso momento in cui si scrive un messaggio su smartphone. Questa opportunità di visioni multiple genera innumerevoli possibili punti di contatto tra brand e utenti, rendendo la strategia di campagna pubblicitaria una sfida complessa, che richiede una formazione specifica e, appunto, una capacità di orchestrazione.
Oggi le agenzie sono ben strutturate per garantire ai brand la consulenza adeguata per pianificare una strategia video vincente e per dirigere la campagna verso gli obiettivi posti dal cliente. Gli strumenti nelle loro mani, accompagnati da una solida esperienza, sono i mezzi di comunicazione e i canali su cui distribuire i pesi dell’investimento pubblicitario. Se non esiste un unico suono perfetto, sono tante invece le esecuzioni di successo e lo spartito che guida il lavoro ha regole universalmente riconosciute.

Prima di tutto, quando una campagna di comunicazione è definita e pronta per il lancio, la domanda fondamentale a cui rispondere è: Qual è la strategia migliore affinché le persone a cui voglio raccontare la mia storia vedano il messaggio e lo trovino rilevante? A cui seguono molte altre: Su quali media dovrei investire? Quante persone posso raggiungere attraverso i diversi canali? Quanto spesso dovrebbero vedere il mio annuncio? Quanto dovrei spendere su ciascuna piattaforma?
In un mondo complesso come quello del video, il supporto di dati attendibili e analisi significative è fondamentale e i risultati spesso contraddicono i luoghi comuni. Per anni, per esempio, si è visto opporre internet come antagonista dei mezzi tradizionali, mentre oggi gli studi (Ricerca Nielsen commissionata da Google, Agosto 2016) ci dicono che un media mix che includa YouTube al fianco della televisione permette di raggiungere coperture più elevate.

Reach, impact, results: i tre elementi da valutare per una strategia video efficace

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Perché inserire YouTube nel media mix?

Nella pianificazione del media mix, sono tre gli elementi che possono aiutarci a valutare su quali piattaforme puntare (e che dimostrano come YouTube si distingua in quanto candidato d’eccellenza):
Reach – YouTube raggiunge le persone giuste e su un’ampia scala
Impact – YouTube ha un impatto sulle decisioni d’acquisto nei momenti che contano
Results – YouTube offre risultati misurabili e aumenta il ritorno sugli investimenti

Reach: le persone giuste, su ampia scala
Con reach si intende il numero totale di persone esposte a un determinato mezzo di comunicazione in un certo periodo. Maggiore è la reach, maggiore è il numero di persone che, attraverso quel canale, vedranno un annuncio pubblicitario. Questo però non significa che tutte le reach siano uguali. Questo numero acquisisce valore solo quando le persone raggiunte sono effettivamente rilevanti ai fini della campagna, o perché potenzialmente interessate al messaggio, al prodotto o al servizio, oppure perché senza quel canale sarebbe difficile raggiungerle.
Il vantaggio di YouTube non è solo quello di avere oltre un miliardo di utenti che ogni giorno guardano e interagiscono con la piattaforma da tutto il mondo, ma il fatto che per ogni possibile interesse, gusto o passione esistono potenzialmente infiniti canali dedicati, guardati da utenti già necessariamente interessati ai contenuti, perché li hanno scelti. Questo offre la possibilità di avere segmenti di pubblico molto definiti nel momento in cui si deve decidere a chi rivolgersi, in quali momenti e con quale intento.
Persone della stessa età e di uno stesso luogo possono avere preferenze molto diverse e accedere a diversi dispositivi in momenti diversi della giornata, per motivazioni del tutto diverse. La tecnologia di Google permette di utilizzare insight più approfondite dei classici dati demografici, in modo da indirizzare messaggi più significativi a ciascun utente nei diversi momenti del percorso d’acquisto.
Un altro aspetto da valutare è che una parte significativa degli utenti di YouTube sono persone difficilmente raggiungibili con altri mezzi, come per esempio i light TV viewers, ovvero persone che guardano poco o per niente la televisione (N.d.A.si parla di LTV quando il tempo di fruizione televisiva è inferiore alle 3 ore al giorno). In questo caso si parla di extra reach di YouTube, la reach oltre la TV, una metrica importante per valutare la potenza di una piattaforma. Per riprendere la metafora musicale, YouTube funziona in questo caso da amplificatore, sia come ricchezza del suono che come intensità, rendendo il messaggio udibile ad ancora più persone.

Impact: la decisione di acquisto per captare i momenti che contano
Una volta raggiunte le persone giuste nel momento in cui il loro interesse è alto, è necessario mantenere viva l’attenzione di chi guarda e permettere al messaggio di acquisire valore. Si tratta ora di creare una vera connessione con il brand e con la storia che viene raccontata, ma questa connessione deve essere prima di tutto autentica e spontanea. In poche parole, non è sufficiente che un video compaia su uno schermo per dire che è stato visto con successo.
Per misurare l’impatto di una campagna e assicurare la qualità di visione dell’annuncio, c’è una variabile molto importante e riconosciuta a livello internazionale: la viewability. La misura coinvolge la durata e la dimensione della visualizzazione dell’annuncio (per essere viewable, un annuncio deve essere visibile per almeno il 50% del suo formato, per almeno 2 secondi.) e più l’annuncio è viewable, maggiore è il ricordo del messaggio trasmesso. Solo quando la viewability è alta si può parlare di una vera esperienza pubblicitaria.
Ora, su YouTube la viewability si attesta globalmente al 93%. In Italia raggiunge l’89%, contro una media dei video digitali che è del 56%. Questo significa che la viewability di YouTube, quindi l’impatto di una campagna, in Italia è superiore del 33% rispetto a un annuncio video sul resto del web. Ma non solo. Con YouTube si può estendere il concetto alla audibility e più in generale a una vera e propria onda di fruizione che coinvolge sguardo e udito per un coinvolgimento completo, che avviene su una piattaforma pensata fin dalla sua nascita per i video. È una qualità da cinema in prima fila, con la possibilità di controllo sui contenuti che solo il web può offrire.
Per ricordarlo meglio, si pensi alla parola “onda” in inglese WAVE: W = watch time, A = audibility, V = viewability, E = engagement.

Risultati: ritorni sugli investimenti e di awareness misurabili
Non tutti i media mix portano gli stessi risultati. Come detto all’inizio, il suono perfetto non esiste, ma esistono molte esecuzioni di successo, e moltissime altre non efficaci come si vorrebbe. Proprio per offrire ai brand un controllo approfondito sul ritorno degli investimenti su YouTube, Google mette a disposizione strumenti per misurare e analizzare il ROI di una campagna, e collabora con terze parti tra le più qualificate per garantire l’oggettività dei risultati.

Una recente meta-analisi condotta su 56 casi studio europei e basata su dati Google e di terze parti, per esempio, afferma che rispetto ai livelli attuali di spesa, YouTube ha generato un ROI più elevato della TV nel 77% dei casi. Nella stessa ricerca, sono state analizzate diverse ottimizzazioni del media mix e, nell’80% dei casi, i dati indicano che la spesa raccomandata su YouTube debba essere almeno il doppio rispetto ai livelli attuali.
Tra i casi di successo presi in considerazione c’è quello di Danette (Danette Research Study, Kantar Worldpanel, Consumer Mix Modelling, analisi dell’esposizione sui media- principalmente TV e YouTube-, maggio-luglio 2015, Francia), che in Francia ha visto il ritorno sugli investimenti di YouTube superare di oltre il doppio quello televisivo—per ogni euro speso—con un 7% delle vendite derivato dalle campagne video online.
Le campagne che vengono pensate fin dall’inizio per YouTube sono sempre più numerose, a dimostrazione dell’opportunità che la piattaforma offre per sperimentare nuovi formati e raggiungere nuovi consumatori. Queste campagne traggono il massimo dalla piattaforma quando sono il frutto di una collaborazione con le sue star native, i creators, che anche in Italia stanno conoscendo una fama sempre più estesa. The Jackal, PepperChocolate84, i Pantellas per citarne solo alcuni, stanno già realizzando contenuti brandizzati di grande visibilità per gli advertiser.

La discussione sul suono perfetto e sulla strategia video più efficace resta aperta, ma è innegabile che, da strumento di accompagnamento e puro intrattenimento, YouTube si stia ricavando un posto di riguardo nell’orchestrazione del media mix, con un repertorio da virtuoso che ha in serbo ancora molte sorprese.

Snapchat batte Facebook e Instagram tra i teenager

Si sta diffondendo a macchia d’olio e le sue numerose declinazioni stanno facendo ingolosire gli addetti ai lavori, di questo avevamo già parlato in qualche articolo precedente, ma la sua “battaglia” agli altri social network non sembra avere fine e anzi, sembra non fermarsi più: stiamo parlando ovviamente di Snapchat la cui crescita sembra ormai inarrestabile.

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È di qualche giorno fa la notizia che secondo il report Taking Stock With Teens dell’azienda made in USA Piper Jaffray, che ha condotto questo studio su un pubblico prettamente Americano, l’80% dei teenagers utilizza Snapchat almeno una volta al mese, rispetto al 74% dell’inverno 2015, e che il 79% che dichiara di utilizzare Instagram una volta al mese, valore incrementato di qualche punto rispetto al 76% dello scorso inverno 2015 e che dimostra quindi che la crescita dell’app di photo sharing di proprietà di Facebook Inc. è stata più lenta rispetto a Snapchat.

Ma l’impatto più importante e il più interessante da analizzare è proprio quello che il social degli Snap sta avendo su Facebook e sull’emorragia di utenza giovane della quale sembrava soffrire negli ultimi anni.
Infatti, sempre secondo lo studio di Piper Jaffray (che contiene più di 10.000 risposte) questo dato sembra avere una consistenza reale se si va a comparare l’utilizzo di Snapchat e Facebook da parte dei teenagers, di cui il 52% dichiara di utilizzare Facebook una volta al mese, rispetto al 56% dell’inverno dello scorso anno.

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Nello specifico, questo dato che indica l’abbandono dell’utilizzo di Facebook, interessa la fascia d’utenza che va tra i 14 e i 18 anni, che prediligono sempre più l’utilizzo di Snapchat e Instagram. Ad esempio, questi due spopolano tra i 14enni, di cui l’80% dichiara di utilizzarli una volta al mese, rispetto al 30% che dichiara di utilizzare Facebook una volta al mese e un sorprendente “quasi” 50% che dichiara di utilizzare Twitter.

Invece nel comparto di utenza dei diciottenni, più dell’80% dichiara di utilizzare Snapchat, mentre un po’ meno dell’ 80% invece dichiara di utilizzare Instagram, tutto questo a discapito dell’utilizzo di Facebook che si ferma al 60% mentre Twitter si attesta fermamente al 50%.

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Insomma il mercato social dei “futuri abitanti” delmondo sta prendendo una piega veramente inaspettata rispetto a tutti i canoni che probabilmente ci eravamo prefissati.
Che sia arrivata l’ora per Big F di avere veramente paura dei fantasmi? Staremo a vedere.

Facebook sperimenta un’app in stile Prisma per i video in diretta

Un’interessante notizia su Facebook è arrivata ieri nel corso di un’intervista live del Wall Street Journal a Chris Cox, Facebook Chief Product Officer  e Sheryl Sandberg, Facebook Chief Operating Officer: Cox ha mostrato alla platea intervenuta all’evento un’interessante applicazione capace di editare i video in diretta con filtri artistici in stile Prisma. Cox ha definito l’app “un trasferimento di stile”, in quanto trasferisce sostanzialmente lo stile di un particolare pittore su qualsiasi immagine in movimento. C’è una differenza importante però con la celebre app Prisma, oltre al fatto che in questo caso parliamo di video: il filtro demo è stato applicato in diretta grazie alla realtà aumentata.

Durante la demo infatti Cox ha mostrato come durante il video il filtro selezionato si applicavain tempo reale sulle immagini mostrate sullo schermo dello smartphone.

“Stiamo rendendo la fotocamera davvero un bello strumento creativo, e questo è il genere di cosa su cui stiamo molto investendo in questo momento”, ha dichiarato Cox.

I filtri sono ancora nella fase prototipo, e non sappiamo se questi filtri saranno disponibili solo per Facebook Live, ma sembra proprio che questa sia la scelta verso la quale la società si sta dirigendo. Secondo Cox, il 70 per cento di tutto il traffico Internet globale sarà video nel corso dei prossimi anni, incluse le chiamate.  

 

Facebook non è una media company

Durante lo stesso evento, Sheryl Sandberg ha voluto sottolineare che Facebook è una società tecnologica, non è una semplice media company: la differenza è sostanziale perché Facebook ha a cuore soprattutto l’innovazione tecnologica dei suoi prodotti.

Allo stesso tempo, però, Facebook sta evolvendo le proprie norme: un esempio è la celebre foto di Kim Phúc, la protagonista della foto che fu scattata durante la guerra combattuta dal 1955 al 1975 in Vietnam: nel 1972 Kim Phúc, che all’epoca aveva nove anni, fu fotografata mentre scappava nuda e in lacrime dopo un attacco al napalm che colpì Trang Bang, un villaggio vicino Saigon.

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In un primo momento l’algoritmo di Facebook aveva bloccato l’immagine per via della presenza di nudità, ma la società ha sbloccato l’immagine in quanto importante a livello storico mondiale.

“Credo che veramente il grande quesito è come possiamo fare in modo che le persone abbiano la libertà di espressione su Facebook”, ha dichiarato Sandberg.

Facebook ammette che è ancora in evoluzione riguardo alle proprie politiche e si appoggia per questo ad editori e istituzioni per migliorare il proprio algoritmo.

La lunga marcia di Zuckerberg: Facebook alla conquista della Cina

Nell’ottobre del ’35 Mao fermava la Lunga Marcia verso la liberazione della Cina dai nazionalisti, nel 2016 Zuckerberg ne intraprende una nuova alla riconquista del “Regno di mezzo” (la traduzione letterale di Cina dal cinese Zongguo). Lo scorso 12 Ottobre durante la conferenza stampa in preparazione per la World Internet Conference, un reporter di Bloomberg ha chiesto a Ren Xianliang, vice direttore del Cyperspace Administration cinese (che sovrintende l’amministrazione di internet) se il governo avesse permesso ai due giganti di Silicon Valley di rientrare in Cina.

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Entrambe le aziende in realtà sono ancora presenti all’interno del paese con i loro business services, ma Google ha ufficialmente chiuso il suo search engine agli utenti nel 2010 lamentandosi dell’eccessiva censura e cybersecurity. Le autorità hanno invece bloccato Facebook dal 2009 ed Instagram nel 2014.

Ren ha risposto:

“Lo sviluppo di internet in Cina ha sempre mantenuto una politica di apertura. Per quanto riguarda le aziende internet straniere, sono le benvenute in Cina a patto che rispettino la legge cinese e non compromettano gli interessi del paese e dei consumatori.”

La legge cinese

Per legge cinese, Ren si riferisce allo stretto apparato di censura che impedisce agli utenti di cercare e diffondere qualunque informazione considerata critica per il Partito Comunista.

Attraverso una serie di algoritmi e staff dedicato, le aziende internet nazionali collaborano con il governo centrale per tenere a freno il dissenso in rete, censurare alcune parole chiave e condividono informazioni private degli utenti con le autorità (quando richiesto).

Nel frattempo la “Great Firewall” cinese blocca l’accesso dei consumatori a molti siti esteri, inclusi Facebook e Google, poiché attualmente non censurano contenuti critici come richiesto dalle autorità. Tutto ciò non ha fermato comunque i due giganti americani, che continuano a farsi strada verso la Cina.

Anche se per le aziende internet straniere la Cina è la terra della sconfitta morale, molti hanno sempre sperato che prima o poi le autorità allentassero un po’ la cinghia sul controllo delle informazioni. Alcune aziende che si battevano per la libertà di parola, hanno poi preso parte alla censura dei cittadini. Yahoo ha fornito alle autorità cinesi informazioni su attivisti democratici finiti di seguito agli arresti. Microsoft ha chiuso il blog del giornalista cinese Michael Anti, attivista per la libertà di parola; e lo stesso Google ha censurato risultati di ricerca sensibili alla politica cinese prima di chiudere i battenti nel 2010.

Ma Zuckerberg è determinato a tornare a Pechino

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Illustration by R. Kikuo Johnson

Zuckerberg ha fatto sapere a Pechino che è pronto a tornare in Cina, costi quel che costi. Il regno di mezzo è un territorio allettante per tutte le company internet americane. Il numero di utenti internet non fa altro che aumentare, contando ad oggi 700 milioni e risulta ancora un territorio con grandi potenzialità rispetto a quello occidentale ormai sempre più saturo e competitivo, ma la censura cinese diventa sempre più stretta.

Oltre alla “Great Firewall”, che blocca l’accesso ai siti stranieri, la censura diventa ancora più intensa grazie a dei veri e propri censori di internet, blog o social network gestiti dalla polizia locale. Inoltre non dimentichiamo che tutti i giganti di Silicon Valley dovrebbero vedersela con il “gigante” cinese WeChat che conta centinaia di milioni di utenti.

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Il CEO di Facebook ha chiaramente intenzione di rischiare e rientrare in Cina anche a costo di perdere i propri “western values”.

It's great to be back in Beijing! I kicked off my visit with a run through Tiananmen Square, past the Forbidden City and…

Gepostet von Mark Zuckerberg am Donnerstag, 17. März 2016

All’inizio di quest’anno il CEO di Facebook si è recato a Pechino a rendere i propri omaggi alla classe governativa e a congratularsi per il progresso di internet in Cina. Nonostante ciò, i pezzi grossi di Pechino sono stati chiari: una versione cinese di Facebook sarebbe comunque censurata.

Nel 2014 Zuckerberg ha invitato il ministro cinese della Cyberspace Administration presso gli uffici di Facebook, e il caso ha voluto che in quell’occasione il libro del presidente cinese Xi Jinping “The Governance of China” si trovasse proprio sulla sua scrivania.

Insomma, Zuckerberg la sa lunga: parla cinese, ha una moglie cinese, è un businessman americano, ha praticamente tutte le carte in regola per riuscire a raggiungere un accordo con i pezzi grossi di Pechino. Nonostante tutte le restrizioni, Facebook ha indubbiamente il potenziale per supportare i business cinesi e renderli globali e questo è sicuramente un altro punto a suo favore, dopotutto gia vende advertising alle aziende cinesi per pubblicizzarsi in terra straniera, ma lanciare una versione di Facebook in Cina potrebbe stringere i rapporti tra le aziende cinesi e i consumatori all’estero.

Molti si sono già espressi a riguardo sostenendo che non avrebbe senso lanciare Facebook in Cina data la presenza di WeChat, la service platform per i residenti in Cina, mentre Facebook è una advertising platform senza precedenti nello scenario social.

WeChat è Cina, Facebook è mondo.