Vivi il tuo giorno da Eroe con Amaro Montenegro

Prende il via Un Giorno da #EroiVeri, la nuova operazione lanciata da Amaro Montenegro in partnership con quattro Associazioni di Volontariato italiane, all’insegna dei valori di lealtà, amicizia e solidarietà, che da sempre caratterizzano la comunicazione del brand. La campagna si sviluppa attraverso la piattaforma digitale www.ungiornodaeroiveri.it, che raccoglierà il traffico generato dalle attività di engagement online, radio e on-field legate all’operazione.

Accedendo alla piattaforma, un video realizzato con l’utilizzo di action cam permette di immergersi fin da subito nel mondo delle quattro Associazioni partner – la Filicudi Wildlife Conservation in Sicilia, il Reparto Volo Emergenze in Veneto, l’Unità Tecnica di Soccorso in Lombardia e il Corpo Volontari Antincendi Boschivi del Piemonte- che offriranno a quattro gruppi di amici l’opportunità di vivere in prima persona una missione a scelta tra le declinazioni Acqua, Aria, Terra e Fuoco, ovvero l’elemento naturale in cui ciascuna Associazione opera.

Vivi il tuo giorno da Eroe con Amaro Montenegro

 

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L’utente è invitato a scegliere la missione preferita e a registrarsi sulla piattaforma, estendendo l’invito ad altri due amici per formare la squadra che, in caso di sorteggio, partirà per vivere Un Giorno da #EroiVeri.

I quattro gruppi di amici estratti passeranno, infatti, un intero fine settimana con i membri dell’Associazione, vivendo l’esperienza di affiancare gli #EroiVeri, che quotidianamente mettono la loro competenza e il loro coraggio al servizio del bene comune.

Vivi il tuo giorno da Eroe con Amaro Montenegro

Da sempre Amaro Montenegro rappresenta elementi positivi quali amicizia, eroismo e solidarietà; valori che nel corso degli anni non sono mai tramontati e che anzi abbiamo raccontato con un linguaggio sempre attuale – ha dichiarato Marco Ferrari, Amministratore Delegato di Gruppo Montenegro – Questa campagna rappresenta un’ulteriore evoluzione della nostra strategia di comunicazione. Un percorso partito con la Campagna #EroiVeri 2015, in occasione dei 130 anni di Amaro Montenegro, nella quale per la prima volta i protagonisti erano veri volontari di Associazioni attive sul territorio italiano, e che continua oggi con la possibilità per i nostri consumatori di vivere un’esperienza sempre più immersiva nei valori del brand.

La campagna a supporto di Un Giorno da #EroiVeri coinvolgerà il pubblico con attività di engagement a 360° ideate da Testa Digital Hub declinate su web, video, display, radio, attività on-field e canali social.

Come scegliere il comment system ideale per il tuo blog

Quando apri un blog, uno degli aspetti che dovresti tenere in seria considerazione è quello dei commenti. Vuoi che i tuoi utenti interagiscano con te? E dove vuoi che lo facciano?

La scelta non è scontata e dipende dagli obiettivi che ti prefiggi. C’è chi, come noi di Ninja Marketing, preferisce avere i suoi commenti sui social network piuttosto che sul sito. Se invece ami vedere i tuoi lettori scrivere e dibattere sotto un tuo post, allora devi scegliere con quale strumento permettere loro di scrivere pareri, pensieri, critiche o insulti. Perché sì, se il tuo blog avrà successo arriveranno anche quelli, prima o poi.

La maggior parte dei CMS più noti ha già un comment system integrato. Il loro vantaggio è palese: non hai bisogno di installazioni o configurazioni aggiuntive, sono spesso molto semplici da usare e riescono a coprire le esigenze più basilari che un utente può avere quando vuole commentare.

Wordpress allow comments

Se utilizzi WordPress, forse il CMS più popolare di internet, puoi gestire i commenti in maniera semplicissima. Basta attivare la funzione apposita e poi applicare i limiti di moderazione che tu ritieni migliori, da quelli più stringenti (possono essere mostrati solo i commenti che tu approvi) fino all’assenza totale di blocchi. Puoi anche impostare dei filtri antispam, tra cui l’obbligo per il commentatore di fornire nome e indirizzo e-mail prima di postare. Il sistema integrato di WordPress permette inoltre ai lettori di rispondere direttamente ad ogni singolo commento: una funzione molto comoda, se vuoi stimolare la discussione della tua audience.

blogger

Anche Blogger, il CMS di Google, ha un suo comment system di default. In questo, i filtri antispam sono ancora più potenti: puoi chiedere agli utenti, per esempio, di inserire in un form specifico un codice unico prima di commentare, per assicurarti che ogni commentatore sia un utente “vero” e non un bot. E se qualche spammer riesce a “bucare” le tue misure? Nessun problema: puoi marcare quel commento come indesiderato e sparirà dal tuo blog per sempre.

A fianco di questi comment system nativi, esistono anche piattaforme di commenti dedicate realizzate da terze parti, pronte per essere integrate con il tuo CMS di riferimento.

disqus comments

Tra queste, Disqus è una delle più popolari e conosciute. Nato come piattaforma per coltivare le discussioni in rete, Disqus può essere implementato nel tuo sito installando i relativi plugin.

I vantaggi sono molteplici: i commenti sul tuo blog vengono trasportati anche sulla piattaforma di Disqus, pronti per essere visualizzato da altri utenti che, così, potrebbero cominciare a seguire il tuo sito. Inoltre, poiché Disqus richiede ad ogni commentatore una registrazione tramite e-mail o account social, permette un forte filtro in ingresso a chi vuole fare spam o non è genuinamente interessato al tuo contenuto. La registrazione via mail, poi, consente di inviare ad ogni utente una notifica ogni qual volta il suo commento riceve una risposta o un apprezzamento: ottimo per stimolare la conversazione anche sul medio-lungo periodo.

livefyre

Livefyre, come Disqus, ha lo scopo di aumentare l’engagement della tua audience promuovendo le conversazioni online e migliorando la social experience. Come Disqus, anche Livefyre richiede agli utenti una registrazione con i propri account social per tutelare il propietario del blog da spammer e bot.

Ciò che rende Livefyre unico è però la possibilità per gli utenti di chattare in real-time tra loro nello spazio dedicato ai commenti del tuo blog: il risultato sono conversazioni rapide ma che durano nel tempo, con utenti che restano più a lungo sulla tua pagina.

Integrando funzioni legate a Twitter ed altri social media, inoltre, Livefyre permette di estendere la discussione oltre i confini del tuo sito, per coinvolgere un numero – si spera – ancor maggiore di utenti.

spot.im

Spot.IM è più che un semplice comment system. Non solo offre una piattaforma di discussione in real time, ma offre una moltitudine di caratteristiche quali notifiche, newsfeed e messaggi privati che lo rendono più simile a un tool dedicato alla formazione di una community online. Spot.IM consente infatti agli utenti di creare un vero e proprio profilo, con tanto di avatar, cover photo e la possibilità di aggiungere i propri interessi o vedere lo storico dei commenti degli altri iscritti: insomma, Spot.IM, usato a dovere, permette di creare un micro-social network all’interno del proprio sito.

facebook comments

A proposito di social network, uno dei plugin più utilizzati per i commenti su WordPress è Facebook Comments. Come il nome lascia intuire, gli utenti devono collegare il proprio account e commentare attraverso esso per essere attivi.

Il vantaggio in ottica di sviluppo delle conversazioni è palese: l’integrazione con il social network più famoso del mondo consente all’utente di ricevere notifiche sul proprio account Facebook ogni qual volta il suo commento genera un’interazione, sia essa un like o un commento di risposta, magari dopo aver condiviso il loro pensiero anche sulla propria bacheca personale. I publisher, d’altro canto, possono beneficiare di Facebook Comments per ottenere le informazioni e i dati che gli utenti forniscono a Facebook tramite i loro profili, da analizzare per poi dare all’audience i contenuti che più possono intercettare i loro interessi. Facebook Comments però ha un gran difetto: è realmente utile solo quando la tua audience è composta in larga parte da utenti molto attivi su Facebook che non hanno problemi a condividere la propria identità digitale con un potenziale pubblico di sconosciuti. La predilezione per altri social network da parte della tua audience e la tutela della privacy, quindi, possono rendere l’utilizzo di Facebook Comments fortemente sconsigliato.

Come hai potuto intuire, se decidi di avere commenti sul tuo sito, non esiste un sistema di migliore degli altri di per sé: è importante scegliere quello giusto in base alle proprie esigenze e risorse, in modo da massimizzarne l’efficacia. 

Editoria digitale: ecco come Jeff Bezos ha reinventato il Washington Post

Editoria digitale: ecco come Jeff Bezos ha reinventato il Washington Post

In molti sono rimasti sorpresi quando il CEO di Amazon Jeff Bezos ha acquistato il Washington Post per 250 milioni di dollari nel 2013.

In quel periodo la media company era in una fase di deciso declino, in un momento storico in cui tutte le aziende che si occupavano di editoria ancora si domandavano cosa e come cambiare per rientrare in un mercato difficile per i giornali come quello digitale. Un mercato in cui l’informazione è creata direttamente dagli utenti in ogni momento della giornata e in cui i social network rivestono un ruolo non secondario.

Bezos, d’altra parte, non aveva alcuna precedente esperienza nel business dei giornali.

In meno di tre anni, però, Jeff Bezos ha completamente cambiato la prospettiva del Washington Post, un giornale con alle spalle una storia di 140 anni. Il numero di lettori è esploso e il suo contenuto è diventato più adatto al mondo digitale.

Ma in che modo Bezos è riuscito a dare nuova vita al Washington Post da quando lo ha preso in consegna meno di tre anni fa?

Dai dubbi sull’acquisto alla nuova sfida

Editoria digitale: ecco come Jeff Bezos ha fatto rinascere il Washington Post

Inizialmente il CEO di Amazon non era sicuro di voler comprare il Post, ma dopo un paio di incontri con l’ex proprietario Don Graham, si è lasciato incuriosire dalla nuova sfida e senza battere ciglio ha firmato l’offerta di 250 milioni di dollari sottoposta da Graham.

Bezos non è coinvolto nella direzione editoriale del Wasghington Post, ma ha assunto un approccio più pragmatico dal lato business e da quello tecnologico per reinventare il vecchio giornale come “società di media e tecnologia”.

Washington Post: la rivoluzione tecnologica di Jeff Bezos

Editoria digitale: ecco come Jeff Bezos ha reinventato il Washington Post

Sotto la sua guida, il Post ha rinnovato il suo sito web e le applicazioni mobili. Ha anche creato un software chiamato Arc, che offre migliori strumenti di analisi e funzioni aggiuntive di marketing per la pubblicazione.

Con una guida decisamente più data-driven, il Washington Post oggi impiega le più comuni strategie web, come gli A/B test, per tenere traccia di come i diversi titoli e i diversi tagli delle storie che il giornale racconta influiscano sul comportamento dei lettori, sui clic, sulle condivisioni, sull’interazione.

Ha inoltre creato un programma che, confrontando articoli di altre testate, chiede ai lettori quali avrebbero preferito leggere.

Team, contenuti e social media: le chiavi della rinascita

Editoria digitale: ecco come Jeff Bezos ha reinventato il Washington Post

Il Post attualmente ha un team in crescita composto da 700 membri, tra cui uno staff di ingegneri che è quasi triplicato nel corso degli ultimi due anni.

Ma Bezos non ha dimenticaro i contenuti e perciò ha anche un gruppo di nuovi redattori e giornalisti, arrivando a pubblicare circa 1.200 articoli al giorno. Gli articoli spaziano dalla breaking news agli slideshow con foto divertenti, senza trascurare quindi nessuna fascia di lettori e nessuno spazio disponibile sul web.

A questo proposito, la sua strategia di distribuzione dei contenuti ha coinvolto moltissimo i social media, come Facebook e Twitter, ma ha anche offerto sconti per i membri di Amazon Prime, preinstallando l’app del Washington Post sull’Amazon Fire tablet e sfruttando un vantaggio competitivo non indifferente: poter distribuire un prodotto editoriale in modo pilotato su un marketplace mondiale.

Tutto questo si è naturalmente tradotto in un aumento del traffico sul sito del Washington Post, che è arrivato addirittura a superare il New York Times per numero di visitatori unici negli USA ad ottobre del 2015.

Editoria digitale: ecco come Jeff Bezos ha reinventato il Washington Post

Fonte: Business Insider

Bezos mantiene un controllo piuttosto stringente sulla dirigenza del Post, convocando conference call di un’ora ogni due settimane e portando i dirigenti a Seattle due volte all’anno per le riunioni più importanti.

LEGGI ANCHE: Come costruire una cultura aziendale per un team di successo

Proprio grazie all’affiliazione con Amazon, per il Washington Post è diventato decisamente più semplice fare recruiting di ingegneri, ma anche la cultura del cliente è diventata molto più sentita e importante, tanto che i dirigenti ricevono spesso email di denuncia dei lettori.

Fiducia e cultura aziendale per crescere come una vera squadra

Editoria digitale: ecco come Jeff Bezos ha reinventato il Washington Post

L’impatto dell’intervento di Jeff Bezos sul Washington Post è molto chiaro: la cultura aziendale è stata trasformata con un focus più tecnologico e i numeri hanno cominciato a crescere.

Ma il CEO di Amazon ha fatto di più, portando un senso di fiducia in un team che si sentiva schiacciato dalla concorrenza.

Un ex amministratore delegato ha descritto l’arrivo di Bezos come l’arrivo di Michael Jordan in squadra. Un grande giocatore in grado di spingere tutti i componenti del team a dare il loro meglio per raggiungere il risultato.

bersaglio

Targettizza! Come raggiungere l’audience più adatta per il proprio business

La più grande lamentela dei social media manager riguarda sicuramente la diminuzione della portata organica dei post della pagina: “Facebook mi obbliga a pagare per far vedere i post!“; “Una volta raggiungevo molti più fan!“; “più la mia pagina cresce, meno la gente la nota!“, e così via. Una cosa che, se pur con le motivazioni e i distingui del caso, peraltro è vera.

Ecco che quindi può sembrare davvero strano il consiglio di diminuire consapevolmente la portata organica dei post tramite il nuovo strumento di restrizione del pubblico potenziale. In pratica per ogni post che pubblichiamo (o che programmiamo) su Facebook è possibile definire dei target a cui mostrarlo, e di conseguenza target ai quali non mostrarlo.

targetizzazione post facebook

Ma come, io già mi lamento che raggiungo poche persone, e dovrei scegliere di raggiungerne ancora meno?

Si, esattamente, e per un sacco di buoni motivi!

Aumentare il numero di post, o il tempo di esposizione

Ogni quanto tempo pubblichi su Facebook? Con un po’ di esperienza avrai notato che è deleterio pubblicare troppi post al giorno perché ogni volta che ne pubblichi uno nuovo in qualche modo tagli le gambe alla visibilità di quelli precedenti. Inoltre un fan che viene inondato da una pagina che “spamma” decine di post, magari poco interessanti per la sua esperienza, è sicuramente insoddisfatto e in procinto di abbandonarti per sempre.

Con questo strumento puoi pensare di aumentare il numero e la varietà dei post, facendo sì che una determinata persona ne veda sempre un numero congruo, e soprattutto veda solo quelli a cui è interessato.

Proporre contenuti a un target omogeneo

Potendo aggredire un target molto omogeneo, la scelta dei post (copy creatività, contenuto) risulta essere molto più libera e creativa. E’ possibile svincolarsi da una posizione forzatamente asettica per immedesimarsi maggiormente col fan senza risultare “di parte”; ecco che anche un banale post di celebrazione di una ricorrenza (Natale, Festa della donna.. o anche il semplice fine settimana) può essere declinato in base a chi vogliamo lo veda.

Ricorrendo per esemplificare al classico cliché, si può immaginare di fare gli auguri di Natale alle donne con un Babbo tutto muscoli, agli uomini con una Babba molto avvenente.

babbo natale hot

Aumentare la portata futura dei post

È il segreto di Pulcinella: se l’algoritmo di Facebook percepisce che una pagina pubblica contenuti interessanti per la propria base fan (e uno dei fattori è sicuramente la media delle interazioni), quella pagina verrà premiata sempre di più come raggiungimento di pubblico in organico. Se targettizzate i post, e li producete in base al target scelto, sicuramente avrete benefici su questo ambito perché chi li vede sarà più propenso a cliccarci e a interagire.

Targettizza per…

Più la base fan è ampia ed eterogenea, più è opportuno scegliere a chi far vedere un determinato post nella sezione notizie. Ovviamente essendo tutti i post delle pagine aperti al pubblico, non è possibile limitare la visibilità del post a seguito di interazioni e se qualcuno interagisce con il post, anche i suoi amici potrebbero vederlo.

Lo strumento è di facile comprensione e utilizzo, e effettua anche una stima “real-time” della grandezza del pubblico target. Il tocco di classe è usare la funziona per una analisi “on the fly” della vostra base fan: potreste scoprire segmentazioni che potrebbero addirittura influenzare le scelte editoriali future (esempio se gestite un sito di salute e benessere, e scoprite che grossa parte del vostro pubblico ama il caffè… potreste scrivere più articoli sul caffè!). Una sorta di Audience Insight iper-semplificata.

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Vediamo quali sono le suddivisioni che più possono portarvi soddisfazioni sia nel breve che nel lungo periodo.

target sezione notizie

Sesso: è davvero la cosa più banale, ma è incredibile che in tanti non si rendano conto di come uomini e donne sia diversi per interessi, utilizzo dei social, attitudine al click, focus su determinate immagini. Anche lo stesso articolo può portare risultati totalmente diversi con un perfezionamento in base al sesso del target. Magari scoprirete che le donne sono più inclini al click su foto in bianco e nero, e gli uomini preferiscono altre cose.

Luoghi: se hai un business di respiro nazionale (o internazionale) puoi selezionare il tuo target per nazione, regione, città (con raggio di azione variabile tra 17 e 80 km): perfetto per proporre coupon o buoni sconto in base al negozio più vicino, oppure per cavalcare le emozioni campanilistiche regionali (o tra Sud e Nord).

Lingue: in combo coi luoghi, per aziende con target internazionale questa opzione è perfetta per la gestione dei post multi lingua.

Età: con l’età cambiano le percezioni, gli interessi, lo stile linguistico. Potrai quindi declinare i tuoi post per essere interessanti sia per i nipoti che per le nonne.

Interessi: questa è l’opzione più complicata da maneggiare, ma che potrebbe dare maggiori soddisfazioni. La scelta è molto ampia, e va dai principali competitor ai quali magari poter provare a “rubare” qualche cliente, agli interessi generici. Con un po’ di esercizio si scopre che ogni post ha un ventaglio di potenziali interessi a cui far mirare

Targettizzo senza pietà?

Ovviamente tutte queste opzioni funzionano ancora meglio se combinate tra loro, soprattutto se ci stiamo rivolgendo a pagine da centinaia di migliaia di fan per le quali una segmentazione avanzata non risulta quindi troppo opprimente.

Il consiglio comunque è di non essere però troppo pignoli e non esagerare nella iper-targetizzazione: si sta comunque lavorando in organico e non con inserzioni a pagamento e sopratutto non ha molto senso impiegare del tempo per restringere troppo il campo, e quindi non riceverne poi risultati apprezzabili.

Una raccomandazione: non abusare di questa funzione perché si finisce col perdere la componente principe delle campagne virali più di successo, e che portano più condivisioni… una sana botta di culo!

User Experience Design: le regole da seguire per i tuoi progetti digitali

Quali sono le regole da seguire per sviluppare un web design che favorisca la user experience? E quali gli errori che spesso commettiamo in fase di progettazione?

Per capirne di più intervistiamo Simone Giomi – UX Designer – docente del Corso Online in User Experience Design di Ninja Academy.

Durante il corso Simone ci insegnerà come progettare un web design incentrato sulle persone e sulla loro esperienza digitale, partendo proprio dallo scoprire come pensano, scelgono e vivono le persone per le quali stiamo progettando un determinato design.

User experience design

Come descriveresti un esperto di Experience Design?

Lo definirei prima di tutto come un attento osservatore delle persone nel momento in cui cercano di portare a termine un’attività usando uno strumento tecnologico, sia esso digitale o meno. Inoltre un esperto di UX è anche un appassionato di comunicazione visuale e testuale consapevole che le interfacce sono luoghi di dialogo in cui il “sistema” e le persone che lo utilizzeranno si dovranno “parlare” con fluidità e senza fraintendimenti. Infine una definizione più di processo: l’UX designer è colui che all’interno di un progetto fa in modo che la realizzazione non prenda troppo il sopravvento sulla progettazione, colui che porterà avanti il motto “pensare prima di fare”.

Quali sono gli errori più comuni che vengono commessi e che compromettono la qualità della user experience?

Uno degli errori più comuni l’ho già detto poco sopra: sottovalutare la fase di progettazione a favore della smania della realizzazione.

Non serve pensare subito alla grafica (o peggio ancora alla scelta del tema) se prima non si sono chiariti bene obiettivi e finalità ultime dell’applicazione che stiamo per progettare.

Un’altra trappola da evitare è dare per scontata la propria identità online: il primo obiettivo di un sito o di una app è comunicare con chiarezza la propria offerta di valore (cosa posso fare con questo strumento?) e subito dopo conquistare la fiducia dell’utente (chi c’è dietro a questo prodotto?).

Infine una buona esperienza d’uso non può fare a meno di una certa cura per i dettagli: i prodotti che ci impressionano di più sono quelli che ci sorprendono in positivo e ci rimangono in mente anche solo per la presenza di un particolare che fa la differenza.

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webdesign

Puoi svelarci 3 regole che devono essere alla base di qualsiasi progetto di web design?

Regola numero 1: partire dagli utenti. È importante definire e comprendere il nostro target di riferimento attraverso un minimo di attività di user research. Certe volte anche una semplice survey online può rivelarci informazioni sorprendenti. È più facile di quel che sembra: per eseguire una buona indagine iniziale basta un banale modulo di Google Form.

Regola numero 2: pensare alla struttura. Dedicare tempo allo sviluppo di una buona architettura dell’informazione attraverso una una mappatura completa dei contenuti e delle funzionalità del sito. Da qui si parte per disegnare “l’alberatura”, una vista sinottica del sito utile anche per stabilire in anticipo la lista dei template di pagina da sviluppare.

Regola numero 3: chiamare le cose col nome giusto, ovvero prestare attenzione all’etichettatura dei contenuti. Capita spesso che ottimi contenuti e funzionalità siano comunicate in modo maldestro o semplicemente con nomi poco comprensibili per gli utenti. Meglio usare sempre un linguaggio semplice e dove necessario anche didascalico.

Mi permetto di aggiungere un quarto punto critico nei progetti di web design: il lavoro in team. Le tante sfaccettature del web design (content, visual, UX, copy, seo, sviluppo del codice) devono essere curate in parallelo. Quando le diverse competenze procedono a compartimenti stagni il fallimento è assicurato.

La validità di un progetto di web design è misurabile nel tempo?

Domanda non semplice a cui si deve rispondere: dipende! La variabile da tenere sotto controllo ma difficile da calcolare riguarda quanto il progetto potrà evolvere nel tempo. Questo vale specialmente per progetti molto innovativi e di start-up che rischiano di cambiare forma e obiettivi nel breve periodo.

In questo caso è dura eseguire una misurazione attendibile delle performance. Per progetti più tradizionali o verosimilmente più stabili (es. un magazine online, un eCommerce) certo che si può misurare la validità nel tempo: il trucco in questo caso è non cedere ai trend di design troppo modaioli e sforzarsi (è difficile lo so!) di concepire un mood visuale e di esperienza d’uso che sia allo stesso tempo fresco e “classico” insieme.

user experience

Come e quanto la funzionalità del web design può incidere sugli obiettivi del mio business?

La presenza online di un brand attraverso un sito o una app incide sopratutto sulla dimensione dell’identità di quel brand. In molti casi un sito web è come un biglietto da visita potenziato che permette di stabilire un primo contatto con i nostri clienti. A differenza del semplice biglietto da visita il sito permette di ottenere subito delle micro-conversioni che possono trasformare il nostro prospect in un visitatore più interessato e coinvolto, banalmente anche tramite una semplice iscrizione alla newsletter o uno share di un contenuto sui social network.

Un web design sbagliato, o anche solo poco azzeccato, porterà inevitabilmente risultati negativi sia in termini di brand awareness che di conversioni. Specialmente per i siti caratterizzati da molte funzionalità e interattività il ruolo di un web design usabile sarà determinante per raggiungere gli obiettivi di business.

Non c’è niente di più frustrante che trovare su Internet quello che ci interessa e che cercavamo da tempo e non riuscire ad “ottenerlo” (fruirlo correttamente) per colpa di una cattiva esperienza d’uso. Perdonatemi l’abusato luogo comune, ma sul web i competitor stanno davvero a pochi click di distanza e un utente deluso, oltre che perso, sarà un pessimo passaparola per la vostra reputazione. Il consiglio è quindi evitare un approccio al web design troppo leggero e pressappochista e munirsi fin dalle fasi iniziali del progetto di tutte le skill necessarie per realizzare una presenza online professionale e di qualità.

Scopri di più sul Corso Online in User Experience Design per progettare esperienze digitali in grado di facilitare le interazioni tra brand ed utenti. Il corso è in early booking a 249€ iva inclusa se ti iscrivi entro il 31 maggio 2016.

Tra Storytelling, Tech e Informazione: come è nato e in cosa consiste l’Immersive Journalism

Da qualche settimana sta girando per la rete un’importante iniziativa del The Guardian, chiamata “6×9:  a virtual experience of solitary confinement“.

I numeri si riferiscono alla misura della cella di isolamento in cui, ad oggi, sono rinchiusi 100.000 detenuti americani, ai quali viene concessa una sola ora d’aria al giorno, da passare in solitudine. Le leggi americane riguardo alla detenzione in isolamento sono molto dure, e questa iniziativa vuole prendere parte alla forte protesta che negli anni viene portata avanti da moltissime associazioni che si battono per i diritti umani.

Non si tratta di un semplice documentario. Quello girato dal The Guardian, è un vero e proprio film a 360°, ovvero fruibile con qualsiasi dispositivo per la realtà virtuale. L’operazione rientra in quello che si chiama Immersive Journalism.

Un po’ di storia sull’Immersive Journalism

Questo modo per raccontare i fatti servendosi delle nuove tecnologie nasce intorno al 2012 grazie anche al lavoro di Nonny De La Peña, una reporter americana che ha intuito immediatamente il potere narrativo della realtà aumentata e ne ha fatto uso per dei progetti come “Hunger in Los Angeles” (2012 il primo) o “Project Siria“(2014). Il suo scopo è quello di ricreare degli ambienti virtuali esplorabili a 360° e supportarli con l’audio originale catturato sul luogo in prima persona:

Nel 2014, il professor Dan Pacheco, docente di giornalismo della Syracuse University, ispirato dai progetti di  De La Peña, sviluppa in collaborazione con il giornale americano The Des Moines Register, un progetto per Oculus Rift chiamato Harvest Of Change. Quesa volta, l’area ricreata è esplorabile su tutti gli assi e lo spettatore ci si può muovere all’interno come in un videogame, grazie alla tecnologia Unity.

I nuovi portali di notizie in Realtà Virtuale

Il progetto “RYOT – Become the story” , invece, nasce nel 2012 dalla collaborazione tra l’Huffington Post e i giornalisti Bryn Mooser e David Darg.

L’obiettivo è quello di riuscire a far immergere la gente nei luoghi della guerra, in modo da stimolarne la sensibilità e regalare un’impatto emotivo capace di muovere all’azione.

Nell’autunno del 2015, il New York Times ha regalato un milione di google cardboards ai suoi lettori per lanciare la sua nuova app NYTVR, dove è possibile accedere a tutti i contenuti in realtà virtuale prodotti dal quotidiano.

Insomma, se avevi dubbi su queste nuove tecnologie, sappi che tra non molto potrebbero diventare l’unico modo per guardare un telegiornale!

Giphy

Giphy: parabola ascendente di una startup da milioni di utenti

Belle, divertenti, immediatamente disponibili: impossibile farne a meno. Le GIF sono ormai parte integrante del nostro pane (social) quotidiano. Anzi, le usiamo sempre di più, spesso anche al posto di commenti ed emoji. Non c’è da stupirsi allora se Giphy – il più grande database di GIF nato inizialmente come motore di ricerca – attrae milioni di utenti ogni mese ed è in continua crescita. Sorprende di più, se mai, che si tratti di una startup e che non produca ancora denaro.

Ma com’è possibile? Qual è lo stato attuale della società che ogni mese sforna oltre 3 miliardi di GIF? Qual è il suo modello di business?

via GIPHY

Al momento la piattaforma fondata nel 2013 è uno strumento gratuito per gli utenti, non prevede feature a pagamento e non genera profitti. Potrà sembrare strano, ma non è l’unico caso di realtà diventate popolari in brevissimo tempo che non hanno ancora deciso in che direzione muoversi per monetizzare.

Almeno il presente per ora è chiaro. Alex Chung, cofounder e CEO di Giphy, ha fatto un po’ di chiarezza sullo stato attuale della compagnia e sugli scenari futuri durante il TechCrunch Disrupt di New York, evento di portata internazionale dedicato alle startup innovative. “Stiamo ancora attraversando la fase di crescita tipica del grafico a mazza da hockey e non accenniamo a rallentare. Siamo nella fase di pre-revenue. Abbiamo avuto uno sviluppo del 2x negli ultimi due mesi”.

via GIPHY

Per chi non mastica perfettamente lo startuppese, facciamo subito un po’ di luce su un paio di concetti. Per “grafico a mazza da hockey”hockey stick curve – si intende un grafico che presenta un tasso di crescita iniziale molto basso, ma all’improvviso si impenna e inizia a crescere vertiginosamente. Viene chiamato così perché ricorda appunto la parabola del disco da hockey. La pre-revenue è invece la fase che precede il fatturato, in cui il venture capitalist spesso gioca un ruolo chiave fornendo il capitale finanziario.

via GIPHY

“In sostanza, stiamo per guadagnare denaro. Fin dal primo giorno abbiamo avuto un piano”. E qual è, allora, il piano di Giphy? Capiamo meglio come funziona la piattaforma per fare alcune ipotesi (molto plausibili).

LEGGI ANCHE: Così Giphy nacque da una bevuta fra amici

L’80% delle GIF che condividiamo sui social sono brevi frame in loop senza audio, tratti da film o show televisivi. Spesso riguardano celebrità e sono confezionati in real time. Ma tutto ciò avviene, nella maggior parte dei casi, senza alcun accordo di licenza con le compagnie che ne detengono i diritti. Basti pensare ad eventi come gli Oscar, gli Emmy o i Golden Globe. E va bene così? Giphy funge di fatto da distributore gratuito di contenuti virali per tutte queste realtà, dando un’enorme visibilità sui social e facendo da incredibile cassa di risonanza. Forse è per questo che i grandi brand, i canali tv e i media in generale non sembrano affatto infastiditi per ora. Tutt’altro.

Nonostante i numerosi cambiamenti introdotti in questi 3 anni di vita, Giphy rimane ancora principalmente un motore di ricerca. E proprio come nel più noto dei motori di ricerca che conosciamo, potrebbero essere studiati servizi a pagamento per il posizionamento tra i primi risultati di ricerca. Quanto sarebbe disposto a pagare un brand di auto, ad esempio, per comparire tra le top GIF quando un utente cerca la keyword “car”?

Guardando al futuro Chung ha inoltre un occhio di riguardo per il mobile. “In un mondo in cui i messaggi da mobile necessitano di un formato nativo, la GIF rappresenta la risposta perfetta”. Questo è il motivo per cui è stata appena lanciata Giphy Keys, una vera e propria keyboard per le GIF che si integra con le altre app del nostro cellulare, consentendoci di condividerle ovunque in modo immediato.

Un aspetto molto importante della startup, nel tempo, è diventata inoltre la content creation: chiunque può realizzare le sue GIF da desktop o tramite app. Così facendo siamo sempre più autori, ma anche sempre più consumatori. Ecco perché nei piani futuri c’è sicuramente l’idea di lanciare anche le GIF brandizzate a pagamento, proprio come Twitter ha fatto con gli emoji. C’è da scommettere che molti brand farebbero a gara.

LEGGI ANCHE: Twitter e Coca Cola: il primo emoji sponsorizzato per un brand

Anche se per Chung siamo solo all’inizio – “Mia madre non sa nemmeno cosa sia una GIF, la maggior parte del mondo non ne ha idea”, ha dichiarato – con queste premesse la crescita esponenziale di Giphy sembra davvero inarrestabile.

E a noi non resta che iniziare a istruire le mamme.

via GIPHY

marina_fantini

Employer & Talent Branding su LinkedIn: segui il Ninja Talk

Hai mai riflettuto sul meccanismo che ti spinge a presentare la tua candidatura per una posizione in una determinata azienda? Nel momento in cui fai l’application a un job post, accetti l’invito a un colloquio o valuti un’offerta di lavoro, anche tu ti sarai certamente fatto influenzare dalla reputazione digitale dell’azienda in questione.

L’Employer Branding ha un impatto davvero importante sulle ricerca di talenti per un’azienda e in quest’ambito una piattaforma come LinkedIn assume un ruolo cruciale.

Durante il prossimo Ninja Talk del 19 maggio dedicato a “Employer & Talent Branding” scopriremo come talent acquisition e marketing possono collaborare per costruire una strategia di comunicazione in grado di raggiungere i candidati di interesse per l’azienda, di attirarli, ingaggiarli e favorirne l’assunzione in tempi rapidi.

Per approfondire i contenuti del corso e conoscere tecniche e best practice per gestire una company page su LinkedIn, abbiamo rivolto qualche domanda a Marina Fantini – LinkedIn Talent Solutions Senior Marketing Manager Italy and Iberia – docente della sessione dedicata a Employer & Talent Branding.

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Come cambiano le strategia di Employer Branding col digitale?

Ogni azienda ha un employer brand, che ne sia consapevole o no. Oggi, i potenziali candidati interagiscono con la tua azienda online, attraverso i social media o tramite feedback di dipendenti attuali o precedenti.

Il punto non è se una azienda abbia o meno un employer brand, ma se sia in grado di controllarlo.

Esattamente come consultiamo internet o chiediamo consigli agli amici quando stiamo valutando un importante acquisto, oggi i professionisti cercano online le informazioni su una azienda quando stanno valutando una potenziale opportunità lavorativa.

Per questo è essenziale che i brand si assicurino che i potenziali candidati abbiano accesso ad informazioni autentiche sulla cultura e i valori della vostra organizzazione, su quali siano le sue caratteristiche come datore di lavoro. Gli attuali dipendenti sono i vostri migliori ambasciatori: per questo, per molte aziende il cambiamento più significativo è rendersi conto che devono ingaggiare gli attuali dipendenti per attirarne di nuovi.

Qual è il valore aggiunto, per un’azienda, nel presentarsi ai dipendenti attuali e potenziali su LinkedIn?

Employer e Talent Branding sul LinkedIn segui i Ninja Talk

LinkedIn è il network professionale più grande del mondo con oltre 433 milioni di utenti, di cui 9 milioni in Italia. È la piattaforma più potente che le aziende di tutte le dimensioni e i mercati possono utilizzare per attirare e coinvolgere il più ampio pool di candidati esistente. È per questo che oltre 42.000 aziende di tutto il mondo utilizzano LinkedIn per le proprie attività di recruiting.

La company page di LinkedIn è un ottimo punto di partenza per costruire il proprio employer brand. La capacità di costruire un pubblico di “follower” su LinkedIn significa che stai creando un gruppo di persone che sono interessate alla tua azienda, che possono essere clienti, potenziali clienti e potenziali dipendenti. Aziende come Luxottica hanno avuto grande successo in questo, costruendo un seguito di oltre 230.000 follower, ciascuno dei quali potrebbe essere il prossimo candidato ideale da assumere.

Quali sono oggi le aziende più desiderate dai talenti italiani?

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Stiamo assistendo a una costante crescita degli iscritti a LinkedIn attraverso un’ampia gamma di settori di mercato. Questo rende sempre più interessante l’utilizzo di LinkedIn per le aziende in cerca di candidati da assumere. Ad esempio, l’anno scorso abbiamo annunciato le aziende più InDemand in Italia, sulla base delle interazioni online degli iscritti a LinkedIn nel nostro Paese. Questa lista comprende brand globali come Apple e Google, ma anche nomi italiani famosi come Gucci e Ferrari.

Tre consigli per gestire al meglio una company page su LinkedIn.

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Prima di tutto, bisogna riflettere attentamente sul proprio target di riferimento e sulla value proposition che si desidera comunicare.

Poi, consiglierei di seguire le best practice – ad esempio, di pubblicare contenuti in modo regolare negli orari e nei giorni più adatti per il loro network, proponendo un mix equilibrato di notizie di mercato, informazioni sull’azienda e sulle posizioni aperte.

Infine, poiché LinkedIn è il canale ideale per comunicare il proprio employer brand, consiglierei di aggiungere alla company page anche una Career Page, che offre possibilità di comunicazione molto più ricche e avanzate, oltre a consentire di presentare un messaggio personalizzato ai diversi target di candidati che la visiteranno.

Un’ultima raccomandazione è di coinvolgere e ingaggiare i loro dipendenti, in modo da valorizzare i loro network e amplificare l’impatto delle iniziative di comunicazione.

 

Ricapitolando:

Ninja Talk – Free Webinar

“Employer & Talent Branding”

giovedì 19 maggio dalle ore 13 alle ore 14

ISCRIVITI ORA AL NINJA TALK

e diventa un #LinkedInNinja!

I posti per la diretta sono limitati ma se non riesci a collegarti potrai recuperare la sessione in modalità On Demand nell’arco di un paio di giorni dalla diretta direttamente nella tua Area Utente.

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Airbnb, Fiat e Gegenbauer: i migliori annunci stampa della settimana

Quest’ultima settimana le agenzie si sono davvero date da fare, e scegliere le migliori compagne stampa è stato davvero complicato! Ma a voi, resta solo il lavoro facile, sedetevi, rilassatevi e iniziamo!

Fiat: For those who hate going twice

Lavoro, lavoro, lavoro. I veicoli commerciali Fiat promettono tutto lo spazio necessario a trasportare attrezzi a macchinari, senza dover fare avanti e indietro più volte. Una bellissima campagna stampa firmata Leo Burnett.

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Agenzia: Leo Burnett, Germania
Creative Directors: Daniela Ewald, Joerg Hoffmann
Art Directors: Hugo Moura, Till Rothweiler
Copywriter: Andreas Daum
Photographer: Miro Minarovich

Gegenbauer: Time for a…

Birra? Birra! A quanto pare, che tu voglia bere per dimenticare o festeggiare è sempre il momento giusto per una Gegenbauer! Questa geniale serie di annunci stampa sono stati partoriti dalle menti dei creativi di Young & Rubicam.

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Agenzia: Y&R / Vienna, Austria
Creative Director: Alexander Hofmann
Art Director: Daniel Erhold
Copywriters: Alexander Hofmann, Leopold Kreczy, Kathrin Janata
Desktop Publishing: Maximilian Kment

Kolner Zoo: Original not digital

Se poi non sai cosa fare e magari ti vien voglia di fare un giro allo zoo, quello di Colonia, in Germania, ti ricorda che gli animali, visti dal vivo, fanno tutto un altro effetto!

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Agenzia: Preuss und Preuss, Berlino, Germania
Creative Director: Michael Preuss
Copywriter: Johannes Keil
Art Director: Stephen Overmeyer
Illustrator: Paolo Giannini
Consultant: Franka Eberlein, Lucas Gautier

Airbnb: Belong anywhere

E se è lunedì e la mente vaga verso lidi lontani e future vacanze, questa campagna stampa di Airbnb ha colto il tuo spirito. La casa è facile da trovare, bisogna metterci solo voglia di scoprire e sperimentare!

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Advertising Agency: TBWA\Worldwide, USA
Global Chief Creative Officer: Chris Garbutt
Creative Director: Peter Souter
Art Directors: Simon Morris, Eve Roussou
Copywriter: Dean Webb
Illustrators: Mécanique Générale, Eve Roussou
Executive Creative Director: Brent Anderson / TBWA\ChiatDay

Miami Ad School: You are your books

Questa è la campagna stampa che ci è piaciuta di più questa settimana. E se anche tu, come noi, sei un amante della pubblicità, non potrai non adorarla. Perché alla Miami Ad School “tu sei i tuoi libri”. Gli annunci stampa replicano personaggi di spot famosi, li riconoscete tutti?

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Agenzia: john st., Toronto, Canada
Creative Directors: Stephen Jurisic, Angus Tucker
Art Director: Jenny Luong
Copywriter: Martin Stinnissen
Photographer: Daniel Ehrenworth / Sparks Photographers

Anche questo lunedì, ci salutiamo! Ma, lo sapete, ci rivediamo tra una settimana!

LEGGI ANCHE: Adidas, Canon, Amnesty: i migliori annunci stampa della settimana

Ceres, X Factor e Gap: epic win ed epic fail della settimana

Per una settimana, siamo stati bravi. Ma non potevamo permetterci di più. Questo lunedì di metà maggio, torna la rubrica più epica di sempre.

Win

Si può dire quello che si vuole. Sì, in questa rubrica compare spesso, è vero. Ma vince e continua  a vincere. Un esempio di brand che riesce a creare interazione in modo simpatico e diretto? Ceres, c’è. In che modo ha catturato l’attenzione di noi ninja anche questa volta? Vincendo sui social. Una serie di win epici.

Facciamo un passo indietro: un’agenzia di comunicazione cita in un tweet sia Ceres che un’agenzia funebre.

https://twitter.com/MajoneseBologna/status/730725468425584640

Ed ecco la pronta risposta di Ceres:

Come si può non vincere? Vi segnaliamo un’altra #epicCeres. Noi non la commentiamo poi più di tanto, ci ha già pensato il popolo di Twitter. Per noi vince la visione che trasforma i tweet in epic.

Fail

In questo mondo di epic, iniziamo con un fail che vince. Cosa vuol dire? Significa che è veramente epico. Facciamo così: quando un fail cerca di porre rimedio con un altro fail, allora vince. Vince tra gli epic fail, ovviamente. Semplice, no?

Noi ninja siamo onesti: questo fail è di qualche giorno fa. Ma non si può non parlarne.

Ancora una volta Twitter; di seguito quanto è accaduto:

Il noto brand Gap ha cercato, senza alcun risultato, di accorpare il mondo della moda a quello della scienza. Sarebbe stato un tentativo carino se non fosse che il popolo di Twitter è composto da tanti occhi attenti ed esperti che hanno subito segnalato l’errore nella grafica. Shuttle nel 1969? No, ma apprezziamo il tentativo.

E poi:

Alla luce di quanto accaduto, Popular Science è intervenuto affermando che la navicella spaziale di riferimento è Discovery, lanciata nel 1988.

Alla fine Gap interviene in questo modo:

Sì, Gap si scusa per la confusione e sostiene che 1969 è, in realtà, riferito a ben altro e non di certo allo shuttle. Suvvia, è solo un gap di comunicazione.

Un altro fail, questa volta di alta classe. Guardate qui: http://www.galleriaborghese.it/proserpina.html

Sì, vedrete proprio questo:

epic_win_fail_

 

Cosa? Il Ratto diventa Ritratto? Va bene, è un fail di Galleria Borghese. Ma qui, lo consideriamo come un errore di distrazione. In fondo, è un luogo di cultura e un museo troppo prezioso per essere criticato. Viva l’arte e mettiamo l’epic da parte!

Rullo di tamburi: in arrivo l’ultimo fail. La scorsa settimana è stata molto tormentata per i fan di XFactor. Ebbene sì, la prossima edizione vedrà come protagonisti giudici nuovi. Sì, volti (quasi) nuovi. Quindi sì a Manuel Agnelli, Alvaro Soler, Fedez e Arisa. Ed il web si scatena.

https://twitter.com/geno_luca83/status/730876601999753216

Insomma, sembra un vero e proprio fail. Ma perché?

Chissà se davvero tutti questi utenti non faranno l’abbonamento per questa scelta sbagliata dei giudici. Noi, però saremo in prima fila.

Anche per questa volta è tutto. Che il social epic sia con voi.