Project Ara, lo smartphone modulare pronto al primo lancio

Avrete sicuramente già sentito parlare di Project Ara, l’ambizioso progetto preso in carico da Google per realizzare il primo smartphone completamente assemblabile. Non si parla solo di cover o colori particolari, l’intento è quello di vendere svariati moduli hardware, intercambiabili tra di loro, che qualsiasi persona potrà comprare e assemblare in meno di cinque minuti.

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Si parte dall’endoscheletro: una base con tutti i vari slot che permetterà l’inserimento dei moduli come se fossero delle schede usb. Una vera rivoluzione per il mondo degli smartphone abituato ai telefoni preconfezionati che abbiamo visto finora.

Un po’ come si faceva e si fa tutt’ora con i pc desktop, spesso realizzati comprando i vari componenti hardware uno alla volta e poi assemblando il tutto, risparmiando sul processo di montaggio hardware e software.

Questo permetterà la sostituzione di eventuali moduli rotti, senza dover smontare lo smartphone, oppure l’utilizzo di più moduli, come due batterie o due fotocamere insieme sullo stesso dispositivo.

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Un percorso ed un’invenzione che ricorda il metodo Ikea: vengono forniti i vari moduli ed una base, sarà il consumatore a doversi costruire fisicamente il proprio smartphone, come se avesse dei lego ma scegliendo le varie funzioni in base ai propri costi ed alle sue esigenze.

Non sappiamo ancora quanto sarà fattibile a livello di conoscenza tecnica, se Google riuscirà a semplificare il tutto, proponendo qualche assemblaggio “standard”, o rendendo il processo di composizione abbastanza user-friendly ed accessibile anche ai meno informati.

Per questo, prima del lancio internazionale vero e proprio, Project Ara passerà dai laboratori Motorola alle strade di Porto Rico a febbraio 2015. L’isola è stata scelta da Google per l’alta percentuale (77%) di accessi ad internet tramite smartphone. Chi fosse interessato potrà configurare il proprio telefono all’interno di punti vendita mobili ed acquistarlo successivamente, ma verrà reso disponibile anche sullo store ufficiale.

Così il colosso di Mountain View potrà iniziare a testare tutti i vari bug ed errori di produzione, passando (come potete vedere nella roadmap sopra) dalla prima beta del suo Project Ara (Spiral2) alla versione Spiral3 che sarà quella definitiva per il lancio su scala mondiale.

Riuscirà a competere con i vari smartphone preconfezionati e standard?

The Notebook: Thai Life Insurance insegna, gli altri seguono [VIDEO]

the notebook

Viene quasi da pensare che gli spot emozionali di compagnie assicurative saranno uno dei trend del 2015: in pochi giorni vi abbiamo parlato del nuovo video di Thai Life Insurance e dell’iniziativa dell’inglese Beagle Street. In scia arriva ora “The Notebook” della sudafricana Dialdirect.

Al centro della narrazione, ancora una volta, una vicenda famigliare il cui conflitto interiore è comune a molte altre: una madre che tra tante difficoltà e impegni cresce, presumibilmente sola, due figli. La donna si trova a dover affrontare il limite con il quale ognuno di noi, soprattutto se genitore, deve fare i conti: la mancanza di tempo da dedicare ai nostri cari.

L’intera narrazione è costruita attorno a questo problema: come vedrete l’adorabile primogenito sbrigherà all’insaputa della madre tutte le commissioni di casa per poterle regalare la cosa per lei più preziosa.

the notebook dialdirect

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the notebook video

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storytelling youtube

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Dialdirect punta su una storia coinvolgente per comunicare quello che pare essere il tratto distintivo del suo posizionamento, tanto da essere la promessa principale della sua mission: sul sito leggiamo infatti “Il nostro impegno nel rendere facile il mondo delle assicurazioni, ci permette di lasciare ai nostri clienti più tempo da spendere nelle cose che davvero amano fare“.

Guardate il video e fateci sapere cosa ne pensate di un approccio così “soft” per un prodotto/servizio tanto complicato!

Credits:

Advertising Agency: Joe Public, Johannesburg, South Africa
Chief Creative Officer: Pepe Marais
Executive Creative Director: Leon Jacobs
Creative Group Head: Martin Schlumpf
Copywriter: Annette de Klerk
Agency Producer: Ananda Swanepoel
Production Company: Velocity Films
Director: Greg Gray
Producer: Helena Woodfine

Content calendar: anche un blog ha i suoi buoni propositi

 

blogging

Avete come buon proposito il lancio di un prodotto di successo sul mercato? Oppure siete stanchi delle solite campagne pubblicitarie a più personalità? La risposta alle vostre esigenze è immediata: creare un blog aziendale.

Il blog è uno strumento molto inflazionato, questo è vero: se si naviga in rete se ne trovano per ogni argomento, al punto da pensare che sia solo una moda passeggera. Pensiero scorretto; esistono numerosi benefici derivanti da questo metodo di comunicazione, basterà solo osservare alcune semplici regole.


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Ad oggi il vantaggio massimo che questo strumento può rappresentare per un’impresa è quello di creare una storia; una strategia di storytelling è fondamentale, dal momento che raccontare è il metodo migliore per far vivere un’esperienza.

Tuttavia l’apertura di un blog non è sufficiente; è necessario, infatti, strutturare la propria comunicazione. Come fissiamo appuntamenti in agenda, così dobbiamo organizzare il nostro diario aziendale: creando un content calendar.

Un Content Calendar perché

Organizzare i contenuti ci permette di studiare un metodo di comunicazione efficace; si strutturano gli argomenti in modo strategico, tenendo conto del periodo, degli eventi, dei prodotti. L’obiettivo chiave del nostro piano è racchiuso in un’unica azione: esserci.

B2B e/o B2C

L’errore commesso da diverse imprese è quello di affidare il lancio dei loro prodotti, soprattutto business to business, solo a strumenti classici come le promozioni, puntando più sul prezzo e sacrificando l’appeal. Non importa infatti se il lancio riguarderà una linea di abbigliamento o una nuova colla; il content marketing, strutturato, può darci risultati inaspettati.

Un esempio virtuoso nel mercato business to business è il blog di L’Oreal Professionel. Questo caso rappresenta una strategia content calendar virtuosa: i post sono pubblicati in momenti precisi dell’anno, come la settimana della moda uomo, trattando, in secondo luogo, argomenti etereogenei e differenti tra loro.

Content Calendar: istruzioni per l’uso

Ora è il momento di prendere carta e penna: come creare concretamente un calendario? Si ha bisogno solo di un foglio di lavoro. Un metodo semplice, come costruire uno schema, si rivela spesso più efficace e chiaro per fissare un traguardo da raggiungere.

Le voci, cui è necessario prestare attenzione, sono le seguenti:

#1 Data: altrimenti che content calendar sarebbe?
#2 Categoria: prodotto, evento, esperienza: di cosa vorremmo parlare oggi?
#3 Titolo: per avere chiaro quali argomenti sono stati trattati e quali sono da trattare
#4 Target: a chi scegliamo di raccontare?
#5 Social Network: Facebook, Twitter, Tumblr, dove ci troverà il nostro consumatore?
#6 Obiettivo: quale risultato si desidera misurare o raggiungere?

Un calendario per misurare

Comunicare non basta, se si lancia un prodotto sul mercato il fine di ogni impresa è analizzare i dati di vendita. La funzione obiettivo, all’interno del content calendar, permette di osservare in modo diretto se il target prefissato è stato raggiunto.

Un calendario è come una piccola lista dei to-do: fissa un traguardo, dal numero di visualizzazioni per un post con focus sul brand, al ricordarci di osservare i dati di conversion per il lancio di un prodotto, per capire se la nostra strategia può essere vincente.

Comunicare non è sinonimo solo creare ma, spesso, anche di saper organizzare.

Il concetto di Thin-ternet e le sfide dell'advertising del futuro

Stiamo entrando in nuova era di Internet: stiamo infatti per passare da Internet al Thin-ternet. È questa la tesi sostenuta da Tom Goodwin sul magazine online di Advertising Age, rivista culto per professionisti e amanti del mondo pubblicitario.

Secondo Goodwin, stiamo per conoscere una fase evoluta del web, che da spazio profondo – inteso come vasto mare in cui “navigare” – sta mutando in un ambiente più sottile, che ci circonda e ci offre informazioni su misura delle nostre necessità. Un thin-ternet, appunto: una versione più raffinata e personalizzata rispetto alla versione che abbiamo conosciuto finora. Una visione con cui la comunicazione pubblicitaria e il marketing dovranno fare i conti.

Le tre ere di Internet e il primo passo verso la quarta era

Goodwin distingue tre principali ere nella storia di Internet:

– L’era dei portali, quando Yahoo e AOL erano i punti di riferimento e il web era nella sua fase 1.0. Il portale era lo spazio in cui fare tutto, perché completo: in sostanza, si riproponeva il modello del magazine cartaceo, autosufficiente e completo;

– La prima era di Google, quando gli utenti hanno preso il controllo e i portali sono stati sostituiti dai motori di ricerca. È quella che Goodwin chiama “web profondo”, in cui i contenuti che cerchiamo “emergono”, grazie ad algoritmi complessi, dal mare magnum del web;

– L’era attuale, un mix di tre dinamiche diverse: la “classica” ricerca delle informazioni che desideriamo, i social media e infine le app, nuove e vecchie allo stesso tempo, micro-portali ritagliati su misura dell’utente e delle sue necessità.

Nella quarta era in cui stiamo per ritrovarci avranno sempre più spazio le app, l’Internet of Things si diffonderà nelle nostre città e il web diventerà tanto raffinato e pervasivo da darci l’informazione necessaria al momento giusto, basandosi sulla conoscenza approfondita dei nostri comportamenti e desideri (con tutto ciò che questo comporta, nel bene e nel male). “C’è forse un meccanismo migliore per l’advertising?” si chiede Goodwin.

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Thin-ternet: una sfida per l’advertising

Con il Thin-ternet l’esperienza di “navigare” in “acque profonde” viene sostituita da un’esperienza in un ambiente più piccolo, poco profondo, cucito sulle nostre esigenze, in cui tutte la chiave di volta è la personalizzazioneInternet diventa thin,  sottile, raffinato e ubiquo: pensiamo all’Internet of Things, che collegherà alla rete tutto ciò che ci circonda, pensiamo ai Google Glass e agli Smartwatch, pensiamo a Siri, ad Amazon Echo e a tutte le altre versioni degli assistenti vocali.
Un paio di esempi? Lo smartphone ci avvisa che il treno è in ritardo e ci propone, in alternativa, una prenotazione con Uber.
Oppure, lo smartwatch ci avvisa che un amico è nelle vicinanze e ci invita a cogliere l’occasione per usare quel coupon che il pub della via accanto ci ha regalato.

In questo contesto, l’advertising e il commercio sono da re-immaginare : avremo nuove categorie di prodotto da vendere, nuove possibilità di proporre contenuti personalizzati, nuovi spazi e nuovi modi per trovare clienti e fidelizzarli, nuovi comportamenti da analizzare per offrire un servizio sempre più specifico e preciso, oltrepassando persino il concetto di nicchia.

Internet cambia, e lo fa in fretta: presto diventerà onnipresente,sottofondo costante e silenzioso delle nostre vite, iper-personalizzato, non più deep ma thin: a questo cambiamento corrisponderanno sfide, opportunità e minacce per chi si occupa di pubblicità e marketing.

Daily Duty: i più grandi leader del mondo ritratti alla toilette [INTERVISTA]

Siamo così abituati a sentire risuonare i loro nomi nei dibattiti politici che forse ce lo siamo dimenticati, ma si, anche i più grandi leader del mondo in fondo sono esseri umani. A ricordarcelo è Cristina Guggeri, in arte Krydy, un’artista italiana che ha realizzato Daily Duty, una serie di immagini che umanizza i più grandi della terra immortalandoli – ovviamente grazie alla tecnica del fotomontaggio – seduti sul loro trono più intimo: il wc.

Moltissime le personalità ritratte nel progetto fotografico-artistico di Krydy realizzato in collaborazione con Areashoot World: da Barack Obama a Papa Francesco, ma anche Silvio Berlusconi, la Regina d’Inghilterra, Putin e molti altri ancora.

Incuriositi dal suo lavoro, abbiamo deciso di intervistare Cristina.

Ci racconti qualcosa del progetto Daily Duty?

Ebbene si, la facciamo tutti alla stessa maniera. Siamo seduti nei nostri “troni”, in silenzio, soltanto con noi stessi. La mia scelta di cogliere le personalità pubbliche nel loro dovere quotidiano, non è soltanto l’esternazione di un’idea condivisa da tutti, ma sottintende un altro tipo di messaggio: i potenti, essendo personalità di pubblico rilievo, non dovrebbero eseguire soltanto il loro dovere fisiologico, ma dovrebbero realizzare quello che le persone comuni (le che hanno elette) si aspettano da essi.
I loro Daily Duty.

Quale messaggio vuoi trasmettere con queste immagini?

Il messaggio è molto semplice: i potenti fanno i loro bisogni quotidiani come tutte le persone comuni. La gente però si aspetta da loro qualcosa di più dei compiti quotidiani per cui son saliti nel “trono”.

Come hai scelto i soggetti?

Sono stati scelti soprattutto in base alla loro rilevanza a livello mondiale.

In questi giorni è più forte che mai il dibattito intorno alla satira. Cosa ne pensi?

La satira è importante per poter permettere alla gente di leggere tra le righe quello che dicono i grandi che governano il pianeta. Abolirla significherebbe ritornare indietro nel tempo dove in differenti epoche storiche il proibizionismo in tutte le sue sfaccettature imperava sovrano. Vogliamo ritornare ad un nuovo e più sottile proibizionismo?

Dimensioni immagini social: istruzioni per l'uso [INFOGRAFICA]

Ci lavoriamo tutti i giorni e ormai le conosciamo a memoria, ma è passato un po’ di tempo dal nostro post sulle dimensioni che contano per un social media manager: è arrivata, quindi, l’ora di fare un recap con le dimensioni social aggiornate per un 2015 a prova di centimetro!

Per gestire al meglio le pagine social delle vostre aziende, infatti, è fondamentale conoscere le dimensioni esatte per cover, foto profilo e quant’altro, evitando così spiacevoli foto sgranate o effetti grafici mal riusciti.

E allora vai di tasto destro >> salva su questa infografica realizzata da CoversHub che ci permette di tenere a portata di click i corretti pixel per ogni social. Ma non finisce qui! Sotto ogni scheda trovate infatti anche i quattro colori più usati dal social brand, con il codice colore esadecimale corrispondente.

Dimensioni istruzioni per luso_infografica

Buon aggiornamento!

Corso Online in Content Marketing: scoprilo on demand

Content Marketing

Content is king, amano ripetere seminari e digital guru. Dalla grande alla piccola azienda così come dal B2B al B2C, presidiare i contenuti significa incrociare gusti, format, piattaforme, tempi. Significa avvantaggiarsi del rinnovato potere di fruizione di cui gode l’audience oggi, ma anche imparare tecniche di storytelling e riconoscere i cluster di interessi ed affinità cui dedicare i contenuti del brand.

Cosa imparerai a  corso?

Il Corso On Demand in Content Marketing è dedicato a chi vuole comprendere i fondamenti della disciplina: le logiche dietro i contenuti digitali di successo, la pianificazione editoriale e l’implementazione di una content strategy, gli strumenti più efficaci per il corporate storytelling.

Questo Corso On Demand permetterà ai partecipanti di ottenere padronanza sulle responsabilità e sulle attività necessarie al fine di realizzare un Content Marketing efficace ed efficiente. Strategie, tecniche, strumenti e case study costelleranno il percorso di apprendimento guidando i partecipanti alla scoperta della disciplina.

In particolare, frequentando il corso, imparerai a:

  • Applicare i fondamenti dello storytelling per guidare la tua attività di Content Management
  • Ispirare la tua azienda ai principi delle media company
  • Progettare i contenuti digitali più efficaci per la tua azienda
  • Pianificare e gestire strategie efficaci di Content Marketing
  • Inserire la Content Strategy all’interno della tua strategia di Web Marketing
  • Usare Storify per narrare meglio la tua impresa
  • Misurare il valore dei contenuti di marca

Come funziona il Corso On Demand?

Il Corso On Demand consta di 7 ore di didattica. Le lezioni, completamente online, sono fruibili On Demand in qualsiasi momento ed ovunque ci si trovi.

  • I moduli didattici – rappresentati da videolezioni e slide didattiche – saranno sempre disponibili e consultabili, senza limiti di tempo, nella propria area utente.
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Tinder crea dipendenza. Ecco perchè

Un tempo c’erano sesso, droghe e rock and roll. Adesso invece è il momento di social network e app mobile. Ovviamente si parla di dipendenze, e i dati sono abbastanza significativi: secondo uno studio dell’Università di Chicago, Facebook creerebbe una dipendenza superiore a quella provocata dal tabacco e dallo shopping compulsivo, e seconda soltanto a altre due forme di dipendenza: sonno e sesso.

Il vincitore indiscusso, però, per quanto riguarda la capacità di incollare l’utente allo schermo, è Tinder, che secondo Business Week in media viene controllato dagli utenti (circa 50 milioni attivi) 11 volte al giorno per sette minuti ognuna, contro i soli 40 minuti al giorno spesi su Facebook.

LEGGI ANCHE: Hooked: ecco come app e social network creano dipendenza

Nata nel settembre 2012, Tinder è la creazione di Sean Rad, studente all’University of Southern California, basata sulla possibilità di cercare l’anima gemella online.
Il concetto di online dating non era esattamente nuovo nel 2012, ma Tinder ha diverse caratteristiche, che contribuiscono a renderlo una dipendenza non da poco.

Collegandosi con il proprio account Facebook (senza che alcuna notifica compaia sulla propria pagina), il sistema geolocalizza i possibili incontri attorno a un raggio chilometrico prestabilito dall’utente: vengono quindi mostrati gli altri utenti e il “gioco” può iniziare. Con uno scroll verso sinistra si passa all’utente successivo, mentre con uno verso destra si mostra il proprio apprezzamento: solo però se anche l’altro utente ha mostrato il proprio interesse si potrà chattare.

In pratica, Tinder mette in contatto solo persone che si piacciono realmente, evitando così messaggi inopportuni, e soddisfando il reale bisogno di approvazione.

Esiste, inoltre, una base scientifica del successo di Tinder, che poggia sul comportamento umano.
Che molte persone non sappiano flirtare è un fatto noto, ma forse non tutti sanno che tantissimi non sanno riconoscere le situazioni in cui sono oggetto di flirt.

Stando a quanto riportato su News Mic l’Università del Kansas in un recente studio, ha intervistato uomini e donne eterosessuali scoprendo che quasi tutti (l’80% circa) capisce piuttosto facilmente se qualcuno non è interessato a flirtare, in compenso solo il 36% degli uomini e il 18% delle donne capisce se qualcuno sta flirtando.

Anche un articolo dell’Huffington Post conferma che, soprattutto le donne, preferiscono creare match su Tinder che conoscere un uomo in un bar o in palestra, perché nella vita reale non ci sono garanzie che l’altro le trovi veramente attraenti.

Tinder è invece un modo certo per capire quando un comportamento è effettivamente indice di un flirt, e ha reso tutto a portata di un movimento di pollice.m

Alcune rivoluzioni portate dalla stampa 3D nella medicina, nell'automotive e nel settore aerospaziale [PARTE 1]

Chi è Garrett Peterson? Probabilmente ai più questo nome non dice molto, si tratta di un perfetto sconosciuto evidentemente di origini americane.

In effetti Garrett non è un personaggio famoso o un divo di Hollywood ma un bambino di 18 mesi afflitto da una malformazione cardiaca e da tracheobroncomalacia – una malattia che toglie rigidità a trachea e bronchi limitando la respirazione. Vi starete chiedendo: come mai vi parliamo del piccolo Garrett? Il motivo è legato alle cure sperimentate sullo sfortunato bimbo di quasi due anni, che il 26 Dicembre 2014 è potuto tornare a casa con i suoi genitori grazie ad una stampa 3D! Ecco il video della sua (bellissima) storia.

I medici dell’Ospedale dell’Università del Michigan, C.S. Mott Children’s Hospital, infatti, grazie al supporto della tecnologia di stampa 3D hanno elaborato un modello software della trachea e dei bronchi del bambino, stabilendo forma e dimensioni delle strutture sintetiche necessarie per consentirgli di tenere aperti i bronchi resi flaccidi dalla malattia. In sostanza, grazie alla riproduzione 3D è stato creato un supporto – assorbile nel tempo – che consente al piccolo Garrett di mantenere una funzione respiratoria normale.

La storia affascinante di Garrett chiarisce bene il potenziale della tecnologia di stampa del futuro. Ma cos’è nello specifico una stampante 3D?

Si tratta di una stampante in grado di realizzare oggetti in tre dimensioni a partire da un modello digitale (ormai è possibile stampare in  gomma, materie plastiche, carta, materiali poliuretanici simili, metalli e altro ancora). La tecnica di produzione di un oggetto 3D è cosidetta  “additiva”, ovvero un oggetto solido tridimensionale viene costruito aggiungendo materiale strato su strato sino a riprodurre quanto desiderato. Pensate ad una costruzione Lego dove l’oggetto viene costruito sovrapponendo pezzo su pezzo.

Innovazione, quella della stampa 3D, che trova possibili applicazioni in numerosi campi e settori: proviamo di seguito ad analizzare i principali nel primo dei due articoli dedicati al tema.

3D printing in campo medicale

Anche grazie anche alla storia di Garrett, è facilmente intuibile quanto la medicina possa beneficiare di tale innovazione: si tratta evidentemente del settore dove sono concentrati gli sforzi maggiori. Pensate al vantaggio oggettivo di ottenere un prodotto finale estremamente personalizzabile: un valore aggiunto inestimabile per la ricostruzione, ad esempio, di protesi o parti del corpo umano.

Per citare un esempio, in campo odontoiatrico si utilizzano da tempo ponti, modelli e supporti dentali in materiali particolari. Simili le applicazioni in campo protesico, ove i ricercatori stanno sviluppando, grazie all’ ausilio della stampante 3D, protesi o arti articolari.

Altrettanto importanti gli sviluppi in ambito acustico-uditivo: protesi riprodotte da stampanti tridimensionali in grado di ovviare al problema sordità. E’ recente la notizia dalla Princeton University in New Jersey, dove alcuni ricercatori hanno messo a punto un “orecchio bionico” con una struttura fatta di un gel costituito di cellule bovine. Un dispositivo in grado di ridare l’udito ai sordi!

Le applicazioni in campo medicale sono davvero numerose; tra queste risulta estremamente interessante – e per certi versi molto affascinante – lo sviluppo del cosiddetto bioprinting. La stampa di tessuti umani! L’obiettivo del Bioprinting 3D è quello di realizzare veri e propri organi sostitutivi da poter impiantare direttamente nei pazienti. Naturalmente stiamo parlando di campi di applicazione che necessitano di tempo in ricerca e validazione; è tuttavia altrettanto semplice pensare ai vantaggi tanto per i medici quanto per i pazienti che vedrebbero risolto, ad esempio, l’annoso problema del rigetto o quello altrettanto grave delle morti causate dalla mancanza di organi compatibili per il trapianto.

La stampa 3D può rivoluzionare il mercato dell’automotive

Se fino a poco tempo fa la combinazione tecnologica stampa 3D ed automotive era soprattutto legata alla produzione di alcuni componenti, specie in fase di prototipazione, oggi il connubio è pronto ad evolversi. E’ recente infatti la presentazione presso l’International Manufactoring Tecnology Show di Chicago della prima auto al mondo interamente “stampata” in 3 dimensioni. Nonostante il nome poco originale, “Strati” diventa apri-pista per altri possibili prototipi che andranno a rafforzare sempre più il legame tra questa tecnologia e il settore delle automobili.

LEGGI ANCHE: Back to the Future: Alcune Interessanti Innovazioni Direttamente dal CES 2015 [PARTE 2]

Ecco alcuni esempi della portata rivoluzionaria delle stampanti 3D in alcuni settori. E non è ancora finita: nella seconda parte del pezzo parleremo di aerospazio e… musica! Da non perdere…

Intùiti e il crowdfunding: miti e strategie del finanziamento dal basso



Il 2014 è stato l’anno del crowdfunding. Negli Stati Uniti si è affermato, come dimostra il mezzo miliardo raccolto dalle campagne sulla principale piattaforma, Kickstarter. In Italia si è assistito ad una crescita “furiosa” delle piattaforme e se ne è cominciato a parlare anche a livello mainstream, complice la normativa sulle startup innovative che ha introdotto il concetto di equity crowdfunding.

È un fenomeno affascinante, in quanto da un lato apre nuove prospettive per realizzare prodotti e servizi innovativi attraverso il sostegno degli stessi consumatori che fungono da primo test di mercato; dall’altro si scontra con nuove logiche di sviluppo business e di promozione, con regole proprie, che necessitano nuove competenze e nuove strategie per realizzare campagne di successo.

Danae Ringelmann, founder di Indiegogo, ci ha raccontato le sue idee sul crowdfunding e il dietro le quinte delle campagne di maggior successo. Ora vorremmo approfondire questo tema attraverso le storie di italiani che stanno sperimentando questo nuovo metodo di finanziamento dal basso.

Tra questi innovatori c’è Matteo di Pascale, creatore di una delle dieci campagne Kickstarter più finanziate in Italia, che ci ha raccontato la sua esperienza con il crowdfunding.

Matteo, attualmente art director presso Leo Burnett, ha avuto un’esperienza come CCO presso la startup olandese twibfy; proprio durante questo periodo di lavoro all’estero ha lanciato la campagna di crowdfunding per Intùiti, un set di carte che derivano da una rielaborazione dei tarocchi e che sono finalizzate a stimolare la creatività.

Con questo progetto ha raccolto più di 38.000 sterline, da parte di quasi 2.000 baker, finanziatori. Il segreto del successo? Una buona intuizione e una valanga di competenze di marketing e creatività.

Vediamo dunque ora con Matteo, quali sono le strategie sviluppate per la campagna di Intùiti.

Realizzando una campagna di crowdfunding, hai sfatato alcuni miti che circondano questa nuova strategia di finanziamento?

Esistono due principali miti legati al crowdfunding.

Inizialmente il crowdfunding era interpretato come un modo attraverso cui persone che credono in un progetto, possono contribuire alla sua realizzazione. In realtà ora è diventato uno strumento di pre-vendita. Per questo funziona molto la vendita di oggetti-feticcio. Per quanto riguarda i servizi invece la modalità che si è consolidata è la vendita di abbonamenti, sconti sul costo del servizio o accesso in anteprima come nel caso della piattaforma di blogging Ghost.

Il secondo mito del crowdfunding riguarda la visibilità data dalla piattaforma. In realtà le piattaforme sono principalmente un servizio di pubblicazione dei contenuti e di gestione delle donazioni. Per acquisire visibilità non basta la piattaforma, ma è necessario sviluppare una strategia di scelta della piattaforma, di acquisizione di visibilità attraverso una buona copertura mediatica e di un sistema di ricompense adeguate.

Kickstarter o Indiegogo: quale scegliere?

Kickstarter e Indiegogo sono le due piattaforme principali di crowdfunding che consentono di raggiungere un mercato internazionale.
Indiegogo ha il vantaggio di avere fee più basse; si caratterizza per il fatto di delegare agli algoritmi la definizione della visibilità delle campagne all’interno della piattaforma. Questa caratteristica lo distingue da Kickstarter in cui invece è lo staff della piattaforma a scegliere i progetti a cui dare visibilità, ma in cui è necessario avere almeno uno dei membri del progetto registrato in UK (o in uno degli altri Paesi accettati dalla piattaforma).

Io ho scelto quest’ultima piattaforma proprio perché la selezione editoriale, piuttosto che quella automatica, rende la piattaforma più meritocratica.

Quali sono gli elementi che contribuiscono al successo di una campagna?

Guardando alle campagne di maggior successo si possono identificare alcuni elementi ricorrenti:
1) Il goal di 10.000 dollari. La cifra del goal non deve essere definita considerando anche la ricompensa per il lavoro pregresso dei creatori, ma deve corrispondere al budget necessario per la produzione. Kickstarter è inoltre una piattaforma tutto o niente, quindi non è opportuno fissare goal troppo elevati.
2) La durata di 30 giorni.
3) Il video emozionale: un video “cool”, di circa 3 minuti in cui emerge anche in prima persona il creatore della campagna, dando così l’accesso al “backstage”

Intùiti Creative Cards from Matteo di Pascale on Vimeo.

Quali tipi di reward hai introdotto nella tua campagna?

Ho puntato su tre strategie per differenziare i reward:
1) EARLY BIRD: è importante incentivare le donazioni nei primi giorni, per poter diventare una campagna di tendenza. Una strategia può essere offrire uno sconto ai primi donatori.
2) UPSELLING: per differenziare i tipi di ricompense senza dover sostenere costi aggiuntivi è possibile abbinare al prodotto fisico prodotti virtuali e servizi. Ad esempio nel caso di Intùiti ho abbinato la versione digitale delle carte oppure un incontro virtuale di lettura creativa delle stesse.
3) STRETCH GOAL: reward aggiuntivi che vanno oltre al goal definito ad inizio campagna; essi però necessitano di una ulteriore strategia di comunicazione, nonché di un piano di sviluppo prodotto adeguato.

Quali sono le strategie di comunicazione per lanciare una campagna di crowdfunding?

L’elemento fondamentale è la pre-campagna. Prima si lancia il progetto nella propria rete personale (Friend&Family) principalmente attraverso i social (senza temere di essere bannati dagli amici: capita!). Ad esempio facendo il countdown del lancio.

È quindi possibile lanciare il progetto attraverso blog di nicchia, oppure attraverso un evento che dà visibilità alla community e quindi conferisce credibilità allo stesso.

Guardando ai risultati della campagna di Intùiti, quali sono i canali che hanno avuto maggior successo?

Sicuramente la newsletter di Kickstarter in cui siamo entrati perché selezionati dalla redazione e che ci ha portato più della metà delle donazioni (51%). Da canali esterni a Kickstarter sono arrivate solo il 9% delle donazioni, a seguire il canale “Discover” (7%) e “Staff picks” (3%) interno alla piattaforma, il resto da varie attività di ricerca.

Qual è stata la nazione che ha contribuito maggiormente?

Naturalmente gli USA, in quando il crowdfunding è più diffuso. Al secondo posto Italia e Germania. L’aspetto curioso è che gli italiani hanno cominciato a donare solo in un secondo momento, quando la campagna ha raggiunto successo all’estero.

Però gli italiani sono ancora in tempo, sia per acquistare le carte di Intùiti, sia per cominciare a credere nei progetti di crowdfunding italiani.