Disney e Open Bionics: arrivano le protesi per bambini dedicate a Star Wars, Iron Man e Frozen

Una mano che, accesa, si illumina ed emette un ronzio simile alle leggendarie spade laser di Star Wars, alle quali è ispirata. Il guanto di Iron Man con tanto di raggio repulsore. Una mano azzurra piena di lustrini ispirata ad Elsa, la protagonista di Frozen. Giocattoli? Nient’affatto: stiamo parlando di protesi per bambini privi di un arto.

Create da Joel Gibbard, giovane ingegnere di Bristol, in collaborazione con la Disney, queste protesi dall’aspetto di giocattolo hanno lo scopo di accompagnare i bambini nel lungo e difficile percorso di riabilitazione. Joel Gibbard ha trascorso tre mesi nel campus Disney di Los Angeles a  che vuole cambiare la vita dei bambini amputati o nati senza una mano grazie a protesi sofisticate, divertenti ed economiche.

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Tre mesi di lavoro, ottimi risultati

Lo sviluppo delle tre protesi, sviluppate nell’arco di tre mesi, ha visto la partecipazione di designer e tecnici che hanno lavorato a Iron Man, Frozen e al film di Star Wars in uscita a breve. Disney, oltre a mettere a disposizione il suo campus, ha rilasciato liberamente le licenze per mantenere i prezzi bassi.

Ispirate alla cultura pop, le protesi hanno funzioni che aiutano medici e parenti a capire come procede la riabilitazione. Per esempio, la mano di Iron Man ha la capacità di monitorare i segnali che i muscoli dei bimbi stanno inviando alla protesi, dati fondamentali per capire se il percorso sta dando buoni frutti.
Questo permette ai bambini di fare riabilitazione e allo stesso tempo divertirsi: mentre i bambini sparano un razzo dalla mano di Iron Man, un motore comunica la forza della sua stretta ai medici.

Protesi per divertire, protesi per riabilitare

I bambini amano queste protesi” – ha detto Gibbard – “le indossano immediatamente. Le cose che li eccitano di più sono le luci e l’aspetto, ma subito dopo comincia la sfida con loro stessi: cominciano a prendere piccoli oggetti e a impilare cose.

Il problema, come sempre in questi casi, è lo sguardo degli altri: spesso i bambini privi di una mano si sentono osservati, compatiti e talvolta stigmatizzati.

Una cosa che fa arrabbiare questi bambini è che la gente gli chieda come hanno perso la mano. Ma queste protesi cambiano la percezione della gente: non gli chiedono come hanno perso la mano, ma dove hanno trovato una mano robotica così cool.

Joel Gibbard, con il progetto Open Hand, vuole costruire protesi a basso costo e ad alto contenuto tecnologico. Le protesi realizzate in collaborazione con la Disney, in vendita entro il 2016, dovrebbero costare meno di 3000 dollari.

Digital marketing: i nuovi dati che non ti aspetti

Digital-marketing-i-nuovi-dati-che-non-ti-aspettiChe il digital sia destinato a rivestire un ruolo sempre più rilevante per il marketing è un fatto sotto gli occhi di tutti. Se sei un Ninja e sei su questa pagina probabilmente hai fatto del digital il tuo mantra e ne sei più convinto di altri. Ecco qui dunque qualche numero, tratto da alcune ricerche dell’ultimo mese, che ti permetterà di convincere anche i più scettici. Vediamoli insieme.

Social: una crescita inarrestabile.

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I social sono arrivati e sono qui per rimanere. Anzi, per crescere e diventare sempre più pervasivi. Si registra infatti, secondo una ricerca di Adobe, un accesso da mobile che cresce del 100% anno su anno, contro un più lento 12% che caratterizza gli accessi desktop.

Se parliamo invece di tasso di penetrazione sulla popolazione, un dato su tutti è quello fornito dal report di Comscore Mediametrix: il 100% dei giovani inglesi tra i 15 e i 34 anni ha utilizzato Youtube nell’ultimo anno.

E dal punto di vista commerciale? Anche qui siamo di fronte a cifre pazzesche. Prendiamo Facebook, ad esempio. Le impression generate da Facebook Ads sono aumentate del 10% solo nell’ultimo trimestre, mentre Land Rover ha dichiarato che il nuovo strumento di Lead Ads messo a disposizione da Facebook ha ridotto di quattro volte il costo medio per contattare un potenziale cliente.

Twitter invece, nonostante qualche problema a livello di crescita di utenti, impressiona per quanto riguarda i Video. La società ha dichiarato che le visualizzazioni hanno fatto segnare un bel x150 nell’ultimo anno e che il 90% di queste proviene da mobile.

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Anche Snapchat si sta attrezzando per ospitare spazi pubblicitari. Con i nuovi filtri sponsorizzati BuzzFeed prevede che il social del fantasmino sarà in grado di generare qualcosa come 16 milioni di impression giornaliere.

Pubblicità online: la risposta degli utenti.

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Che la pubblicità, online o offline che sia, non sia piacevole se interrompe un flusso o un azione dell’utente ce ne siamo accorti da quando in Tv guardavamo i nostri cartoni animati preferiti.

Quel che non potevamo fare all’epoca era “disattivare” gli spot televisivi. Oggi invece, secondo una ricerca di Trendera, il 44% degli utenti maschili e il 42% di quelli femminili usa un programma di ad-blocking per evitare l’esposizione alla pubblicità online.

E come se non bastasse, addirittura il 32% di questi utenti utilizza più di un metodo per fuggire ai messaggi pubblicitari. I motivi? Secondo Buzzcity il 36% lamenta una presenza eccessiva di spazi pubblicitari online, mentre il 30% è disturbato dalla ripetizione ossessiva dei messaggi.

Nonostante questo, la ricerca di offerte e coupon omaggio online sta crescendo in doppia cifra. Se nel 2005 il termine “sconto” è passato da un peso del 39% a uno del 85% sulle ricerche effettuate tramite motori di ricerca (studio Vouchercloud). Un utente medio utilizza internet almeno due volte al mese con lo scopo di trovare sconti e offerte. Ingaggiare l’utente in questi momenti è quindi la chiave perchè la tua pubblicità non sia un fastidio, ma anzi una risorsa per il tuo potenziale cliente.

Ricerche sempre più local

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Digital non è solo social. Anzi. I motori di ricerca, Google in primis, sono una parte fondamentale del canale online per chi si occupa di marketing. Da questo punto di vista i dati sono molto chiari. l’utente è a caccia di informazioni mirate e specifiche: il 50% delle ricerche avviene tramite l’inserimento di quattro o più parole (fonte: Ko Marketing).

Ma è la localizzazione della ricerca stessa a rappresentare un elemento chiave per chi fa business online (e offline). Secondo Elite Sem, il 51% degli utenti richiede risultati georeferenziati, mentre il 2% degli utenti che ha effettuato una ricerca localizzata ha poi visitato un negozio (Clix Marketing). E se rimaniamo all’interno dei negozi fisici, il 43% di chi ne varca la soglia effettua una ricerca per informarsi al meglio sui prodotti che si trova di fronte.

Ancora convinto che il digital marketing non sia il futuro del marketing? Bhe, questi sono i dati del solo mese di ottobre. Ci rivediamo a novembre con un’altra serie come questa. Prima o poi ti convinceremo!

Analytics 2015: il futuro dei big data arriva a Roma [EVENTO]

Analytics 2015: il futuro dei big data arriva a Roma

Big Data è una delle buzzword chiave del nuovo millennio ed è penetrata trasversalmente in tutti i settori dell’industria. Non si tratta solamente di analizzare dataset limitati in modo lineare, ma di creare inferenze tra informazioni eterogenee,  generando previsioni significative.

Big data analytics

Grazie ai ritmi scanditi dalle innovazione tecnologiche, le possibilità di misurazione ed elaborazione di dati stanno crescendo a ritmo esponenziale: dagli 4,4 zetabyte del 2014, la previsione per il 2020 si attesta sui 44 (Fonte: IDC 2014). Negli ultimi anni, sono stati l’Internet of Things (IOT) e i social network a dare un’impennata alla mole di informazioni generate dagli utenti.

Il trend interessa tanto le aziende tech oriented quanto quelle più tradizionali. Nella prima categoria rientrano i precursori che hanno saputo capitalizzare i vantaggi derivanti dalla corretta gestione e interpretazione dei big data, portando ad una rottura degli schemi economici e sociali: Google, Facebook  e Amazon sono tra gli esempi più autorevoli; l’impatto è dunque notevole anche su altri settori, come quello bancario e quello assicurativo.

A livello nazionale i motori di ricerca testimoniano una crescente richiesta di informazioni sull’argomento, ma se le ricerche più gettonate sono ancora “big data cosa sono” e “big data definizione”: quello che manca sono le opportunità di confronto e approfondimento.

#Analytics2015

Analytics 2015: il futuro dei big data arriva a Roma

L’occasione per colmare questa lacuna arriva con Analytics 2015, conferenza di tre giorni dal respiro internazionale incentrata sui big data che avrà luogo a Roma dal 9 all’11 novembre 2015, presso il Parco dei Principi Grand Hotel & SPA. L’evento nasce per coltivare la cultura della big data analytics e rispondere alle diverse esigenze professionali, dedicando percorsi formativi specifici per gli interessati e gli esperti del settore.

Il programma dell’evento copre tutti gli aspetti di creazione, acquisizione ed elaborazione dei big data, nonché case study del loro utilizzo per orientare i processi i business.

Partecipare significa dunque verificare quanto le conoscenze personali e aziendali incontrino la richiesta del mercato digitale, di modo da sanare eventuali gap e affinare skill che portino a risultati di eccellenza.

Analytics 2015 si prefigge di aumentare la preparazione di tutte le figure professionali coinvolte. Data scientist, analisti e statisti, esperti di settore, IT specialist, manager, ricercatori, accedemici ed esecutivi assisteranno a interventi di ospiti altamente qualificati, avranno la possibilità di creare networking di alto livello e potranno gettare le basi per nuove opportunità di business.

La parola ai big

Analytics 2015: il futuro dei big data arriva a Roma [EVENTO]

Coloro che prenderanno parte ai corsi di formazione e alle conferenze in programma impareranno le best practice nel campo della data analysis direttamente dai big player del settore, e verranno messi in condizione di importare efficacemente questo know how nella quotidianità della propria realtà lavorativa.

Ad Analytics 2015 interverranno speaker di vasta esperienza provenienti da tutto il mondo, offrendo così una prospettiva internazionale e multi-settoriale dell’argomento.

SAS, leader nella fornitura di servizi business analytics nel mercato della business intelligence (BI) e società organizzatrice dell’evento, ha coinvolto le eccellenze del proprio staff, affiancandole a collaboratori esterni del calibro di Rahaf Harfoush, membro del Social Media Team di Barack Obama, e Jer Thorp, artista ed educatore di fama mondiale, esploratore dei confini tra scienza, dati, arte e cultura.

Perché partecipare?

La trasversalità della digital transformation coinvolge sia le startup sia le grandi aziende; ciascuna di esse può ottenere tre benefici ben precisi partecipando a Analytics 2015:

  1. Aumentare il know how aziendale sui big data analytics attraverso corsi di formazioni, best practice internazionali, case study e sessioni demo live alla presenza dei maggiori esperti del settore!
  2. Espandere il proprio network professionale grazie alle presenza simultanea di oltre 500 professionisti dell’analytics in un solo posto!
  3. Aumentare le proprie conoscenze sui big data, sull’uso degli strumenti più innovativi, sui modelli organizzativi più aggiornati e sugli ultimi trend per padroneggiare presente e futuro dell’analisi ed estrazione di valore dalle informazioni!

Tutti i dettagli e le news sono a disposizione sul sito ufficiale e seguendo l’hashtag #Analytics2015.

King, l'azienda di Candy Crush Saga, venduta a 5,9 miliardi di dollari [BREAKING NEWS]

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Candy Crush è stata comprata da Activision Inc. per quasi 6 miliardi di dollari.

La popolare app, regina incontrastata dell’intrattenimento mobile, entra a far parte di una offerta ludico-digitale che comprende anche colossi come World of WarcraftCall of Duty.

La notizia, diffusa attraverso un comunicato proprio da Activision, ha annunciato l’operazione che verrà formalmente conclusa entro la primavera del 2016.

L’acquisizione di King Digital Entertainment plc rafforza il ruolo del più grande produttore statunitense di videogame incrementando il suo portafoglio di giochi per cellulari, spingendo sul settore del mobile entertainment per il cui mercato, già considerevole e in crescita, si stima raggiungerà incrementi anche del 50%, entro il 2019. Gli sforzi si spostano dalla vendita del prodotto fisico al mobile gaming.

Tanto che il CEO di Activision Bobby Kotick ha dichiarato “Raggiungiamo mezzo miliardo di giocatori al mese, siamo la vera rete dell’intrattenimento, più di Facebook e Youtube”.

ABS Partners CV, una unità di Activision Blizzard, acquisirà le azioni di King per 18 dollari, ma cosa accadrà a Candy Crush?

King Digital Entertainment plc, che ha lanciato la popolare app Candy Crush nel marzo 2011 ed è esploso nel 2012 (anche grazie alla diffusione su Facebook), manterrà la sua sede a Dublino, come unità indipendente della Activision, e continuerà ad essere guidata dall’Amministratore Delegato Riccardo Zacconi.

 

Tornano gli zombie: così Cères ha festeggiato Halloween

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Tremate, tremate, gli zombie son tornati!

Forse molti di voi si saranno preoccupati nel veder i propri amici di Facebook piano piano trasformarsi nei protagonisti gli visti nelle pellicole di George Romero: tranquilli, è solo la nuova trovata di Cères, questa volta per festeggiare Halloween.

Il 31 ottobre gli States ci hanno regalato una nuova festività che porta i più piccoli a bussar alle porte di vicini a suon di “dolcetto o scherzetto” e i più grandi a trovar i migliori pretesti per le sfoggiare le mise più improbabili, normalmente accettate solo nei migliori night club.

Poteva forse Cères dopo la figuraccia degli olandesi con la Barcaccia, un pesce d’aprile al profumo di lampone e le birre d’incoraggiamento agli operai di Expo, farsi sfuggire una nuova occasione per far parlare di sé?

In attesa del Ninja Talk gratuito, durante il quale il team di BCube ci darà una lezione di Instant Advertising, vediamo cosa hanno combinato per Halloween!

Cères Invasion

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Zombie che popolano le nostre bacheche, le feste in città, quotidiani e vere e proprie candid camera che hanno terrorizzato i poveri malcapitati che si sono incappati nei “morti-viventi” sguinzagliati per Milano sono stati parte di un ricco e complesso programma.

Cinque profili fake di zombie Cères hanno invaso la pagina ufficiale e attraverso una vera e propria azione di trolling si sono insinuati in community di alta rilevanza come quella del mitico Gianni Morandi, di Calciatori Brutti piuttosto che di Just Eat, La repubblica e I menù di Benedetta Parodi. Ce n’è un po’ per tutti!

In contemporanea, in collaborazione con i ragazzi di DM Pranks, è stato realizzato un video teaser di un’invasione zombie nella città meneghina, diffuso poi sui canali social senza svelare il legame con Cères e il fenomeno che colpirà tutta Italia su più fronti in vista di Halloween.

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Online e offline: la comunicazione integrata di BCube e Cères

In un momento in cui l’Instant Advertising sembra esser diventato uno strumento ormai fondamentale per ogni azienda che aspiri al così sognato fenomeno virale, BCube apre spesso le fila attraverso: provocanti e irriverenti campagne per il marchio danese.

Una vera e propria strategia multi-canale questa volta che esce dal comodo e confortevole mondo virtuale del mondo Social e si propone di invadere anche il reale con una rete di feste a tema in ben quarantacinque locali in tutta Italia all’insegna della paura e del divertimento.

Interazione, integrazione, condivisione e – questa volta diciamolo – divertimento e paura, sembrano le parole chiave del nuovo colpo messo a segno da BCube e Cères

Tailoritaly, la filiera italiana della moda in un capo prêt-à-porter [INTERVISTA]

Tailoritaly, la filiera italiana della moda in un capo prêt-à-porter

Affascinante e ricercato, il mondo della moda possiede una storia e una tradizione che trova difficilmente eguali in altri settori di business. La difficoltà maggiore consiste da sempre nell’individuare forme di innovazione di processo, per permettere in particolare alle donne di sentirsi bellissime nei loro capi di abbigliamento.

Fu così nel passaggio dall’haute couture al prêt-à-porter, quando emerse un sistema industriale più creativo rispetto alla confezione e più accessibile rispetto alla coutureÈ così anche oggi, in un mercato in cui la consapevolezza del consumatore lo rende attento alla qualità e la diffusione di soluzioni innovative spinge alla valutazione attenta anche dei costi.

Proprio a questo tipo di esigenze ha cercato di applicare soluzioni tecnologiche nuove Monica Calicchio, CEO & Founder di Tailoritaly, la prima piattaforma online per personalizzare e acquistare capi di abbigliamento made in Italy.

Unendo le specificità geografiche di ciascuna fase della filiera produttiva del fashion italiano con la tecnologia, Tailoritaly permette di personalizzare i capi prêt-à-porter attraverso un configuratore digitale, per riceverli direttamente a casa propria, ad un costo accessibile.

Per conoscere come è nata questa startup e gli sviluppi futuri di un progetto che vuole portare alta la bandiera del made in Italy all’estero, ho fatto qualche domanda a Monica.

Abbigliamento prêt-à-porter made in Italy, personalizzato e ad un prezzo accessibile. Come si crea questa magia?

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Con Tailoritaly abbiamo come obiettivo principale quello di portare il vero made in Italy non solo nella casa degli Italiani, ma di renderlo accessibile soprattutto all’estero, in quanto il nostro mercato di riferimento è il mercato europeo e vogliamo espanderci verso gli Stati Uniti e il mercato asiatico.

Per mesi ci siamo focalizzati sullo scegliere le giuste combinazioni tra produttori, tessuti, qualità e personalizzazioni. Quindi dietro questa magia in realtà c’è un lavoro di ottimizzazione e di creazione di un circuito di piccola e media impresa nell’ambito dell’abbigliamento made in Italy molto certosina.

Si tratta soprattutto di una ottimizzazione dei processi. Per questo spesso Tailoritaly viene definita dagli investitori come una startup che più che il prodotto in sè, cambia il processo di produzione .

La scelta del target prêt-à-porter è stata una scelta strategica molto combattuta, perché all’inizio volevamo muoverci nella direzione del cosiddetto su misura, dando la possibilità al cliente non solo di personalizzare il capo ma anche di inserire le proprie misure e creare il capo appositamente.

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Volendo creare una realtà scalabile e volendo rendere accessibile il prodotto abbiamo invece deciso orientarci sul prêt-à-porter. Il prodotto quindi semilavorato è quasi pronto e poi viene modificato a seconda delle personalizzazioni da parte del cliente.

Una imprenditrice con la passione per il fashion, da dove nasce l’idea di Tailoritaly?

Tailoritaly, la filiera italiana della moda in un capo prêt-à-porter

Ho vissuto dua anni a Sidney in Australia e un anno a Berlino, lavorando nel marketing digitale per il gruppo Rocket Internet, quello che ha lanciato per esempio Zalando.

Vivendo all’estero mi sono resa conto dei punti di forza dell’Italia. L’Italia insieme alla Cina è l’unico Paese che ha a disposizione una filiera completa nell’ambito della moda, a partire dal tessile per finire agli accessori. La differenza rispetto alla Cina, poi, sta nella qualità.

Ho guardato da un lato alle potenzialità del mio Paese, osservandolo con gli occhi degli stranieri, perché spesso quando si vive in una realtà non ci si rende conto di quelle che sono le potenzialità. Quindi ho connesso la filiera produttiva italiana con il digitale e l’online che è in continua crescita, con il trend verso la personalizzazione, che è stato molto utilizzato ad esempio nell’ambito del design di interni e che sta crescendo nella sartoria maschile.

Ho fatto una analisi di competizione di mercato e mi sono resa conto che il mercato femminile da questo punto di vista è ancora vuoto.

Ci sono solo grandi macrhi che danno questa possibilità come Chanel o Burberry, ma non c’è niente di accessibile.

Un’altra azienda che ha fatto questo ragionamento prima di noi è stata O Bag, che infatti è esplosa in un anno, dando la possibilità di giocare con le sue borse. Nell’ambito dell’abbigliamento femminile, invece, siamo ancora i primi.

L’idea quindi è nata da un’analisi molto accurata oltre che dalla mia passione.

Matera e Milano, due poli del fashion per produzione e promozione. Quanto conta l’identità italiana in un capo Tailoritaly?

Tailoritaly, la filiera italiana della moda in un capo prêt-à-porter

Questo è un aspetto fondamentale sul quale vogliamo basare il nostro branding. Anche sul sito abbiamo dedicato una sezione espressamente ai produttori. Qui raccontiamo la storia di ogni capo dalle origini, dal concetto fino alla produzione.

Vogliamo che sia tutto molto chiaro, perché il cliente deve sapere che il suo capo, anche se a un prezzo medio, è fatto con tessuti italiani, da italiani e viene sostenuto da un laboratorio delle Puglie.

La produzione del filato infatti avviene in Basilicata, mentre quella del tagliato in Puglia e lo studio del prodotto dal punto di vista tecnico viene fatto in Molise.

Il made in Italy ha sempre un grande potere evocativo nella moda, cosa differenzia la vostra vision rispetto ai competitor nel mercato globale?

Sicuramente quello del made in Italy è stato un concetto utilizzato a volte anche in maniera impropria. Noi vogliamo invece unire il made in Italy con la personalizzazione e con l’innovazione. Sicuramente da solo il made in Italy non permette di differenziarsi dai competitor.

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La nostra è innanzitutto una innovazione di processo, che ci permette di avere una qualità elevata a prezzi vantaggiosi, coniugata ad un’azione di prodotto attraverso il configuratore digitale.

Infine, anche nel concept poniamo al centro del processo di acquisto il cliente con la personalizzazione.

Ci racconti quale valore ha aggiunto alla vostra innovazione l’incubazione da parte di TIM #Wcap?

Tailoritaly, la filiera italiana della moda in un capo prêt-à-porter

TIM #WCap ci ha permesso di nascere. Più che aggiungere alla parte innovativa, ci ha permesso dal punto di vista pratico di fare il fine tuning del business model.

Un anno fa avevamo diverse idee, non eravamo al cento per cento sicuri della strada da seguire anche tecnologicamente. Avere a che fare con mentors e con altre startup ci ha permesso invece di avere una idea un po’ più chiara di quella che doveva essere anche la forma tecnologica.

Per quanto riguarda le prospettive future, naturalmente ora inizia il bello! La sfida più grande è proprio quella di farsi conoscere all’estero.

Per tutti i lettori, anzi stavolta per tutte le lettrici di Ninja Marketing, Tailoritaly ha messo a disposizione un codice sconto valido per i prossimi dieci giorni. Per utilizzarlo ti basta inserire il codice “ninja20” prima di completare il tuo acquisto online!

Non ti resta che provare l’emozione di creare il tuo capo prêt-à-porter personalizzato.

Facebook Slideshow: come impiegare sempre i video

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Ti sarà sicuramente capitato di caricare un video su Facebook (per piacere o per lavoro).

Sai quindi che, più il video è di buona qualità e più secondi/minuti dura, più tempo ti ci andrà per caricarlo.

LEGGI ANCHE: Come utilizzare i video di Facebook per aumentare il coinvolgimento del pubblico?

Se la perdita di tempo fosse l’unico lato negativo, forse non staremmo parlando di un vero problema, a patto che tu non abbia delle rigide scadenze lavorative.

Se invece pensiamo a chi non riuscirà a vedere quel video a causa di una pessima connessione sul proprio cellulare/tablet, allora il problema è serio e tocca direttamente il portafoglio degli inserzionisti.

Per questo motivo Facebook ha recentemente lanciato Slideshow, un nuovo formato pubblicitario che riprende uno stile che credevamo ormai fuori moda: il collage di fotografie.

Basterà scegliere da 3 a 7 fotografie (caricate per l’occasione, già esistenti o scelte tra quelle messe a disposizione da Facebook), per una durata massima di 15 secondi e chiunque avrà a disposizione un video ben realizzato – anche con transizioni – per promuovere la propria attività.

Prossimamente sarà anche possibile abbellire i montaggi con testi e musica.

Quella che può sembrare un’iniziativa un po’ banale è invece l’ennesima idea semplice che porterà nuovi clienti e nuovo giro di denaro al social network di Zuckerberg.

È infatti da considerare che accediamo a internet sempre più spesso da device mobili e non sempre la connessione è all’altezza delle nostre aspettative.

Nel nostro Paese il 4G è una tecnologia che non tutti posseggono e nel resto del mondo ci sono ancora posti dove non esiste nulla oltre il 2G.

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Non è un caso che Facebook abbia testato Slideshow in Africa, uno dei Paesi in cui, secondo gli esperti, internet esploderà nei prossimi anni.

Coca-Cola ha lanciato una campagna in Kenya e Nigeria per lanciare il suo show Coke Studio Africa.

I risultati?

Molto incoraggianti, secondo quanto sostiene Ahmed Rady, Marketing Director di Coca-Cola per l’Africa centrale, dell’est e per quella dell’ovest:

La campagna ha raggiunto 2 milioni di utenti e ha visto crescere del 10% il livello di awareness rispetto alla base nel solo Kenya. Sappiamo che i nostri clienti hanno dei problemi ad accedere ai contenuti video, per cui la possibilità di usare Slideshow ci permette di creare e consegnare contenuti di qualità e di forte impatto.

Un nuovo passo avanti, quindi, per il social più famoso del mondo che è sempre alla ricerca di strategie vincenti e innovative per il proprio business (l’introduzione nei propri uffici dei 2G Tuesdays  un’ora a settimana con una connessione 2G per capire le difficoltà di chi naviga sempre lentamente – è un chiaro segno di chi non vuole dormire sugli allori).

Secondo Facebook, una clip realizzata con Slideshow può pesare fino a 5 volte meno di un video e farà risparmiare tanti soldi agli inserzionisti (che non dovranno più pagare dei videomaker per realizzare video).

Gli specialisti del video storceranno il naso, molto probabilmente, ma siamo certi che anche questa nuova opzione sarà reinventata in modo più artistico (largo a slideshow a fumetti seriali, il ritorno dei fotoromanzi… chi può dirlo?).

Probabilmente sarà solo una questione di tempo!

 

Programmatic Buying, istruzioni d’uso per i non addetti ai lavori

Flat design vector concept of e-commerce symbols, online shopping and buying - vector illustration

Uno dei trend topic del marketing digitale degli ultimi anni è la crescita del modello programmatic buying, che sta superando di gran lunga il tradizionale acquisto degli spazi media. Secondo gli esperti è destinato a stravolgere completamente le modalità di pianificazione ed acquisto degli spazi pubblicitari.

Cerchiamo di capire insieme che cos’è e come funziona. D’altronde, come affermava Mandela, “Tutto sembra difficile finché non l’hai fatto.”

Partiamo dalla definizione per semplificare il concetto. Il Programmatic Buying è un sistema automatizzato di acquisto e di ottimizzazione degli spazi pubblicitari in tempo reale, attraverso la selezione di utenti in linea con il target desiderato.

È presente sul mercato dal 2010 ed è cresciuto senza sosta, tanto che si stima che il 2015 sarà il primo anno in cui la spesa in programmatic supererà l’acquisto tradizionale (52% vs 48%: Business Insider 2015). A questo punto viene da chiedersi come mai il programmatic stia rivoluzionando il mondo pubblicitario. Capiamolo insieme!

Acquisto tradizionale vs programmatic buying: qual è la differenza?

INFOGRAFICA PROGRAMMATIC VS TRADIZIONE

L’infografica realizzata dal trading desk indipendente Tradelab, semplifica i due processi di acquisto.

Il modello tradizionale per l’acquisto degli spazi media si basa su 6 step principali:
1. ricezione del brief;
2. targeting dei siti affini da parte dell’agenzia;
3. negoziazione tra agenzie e concessionarie;
4. comunicazione costante tra agenzia creativa e media per adattare le creatività all’AD Specs della concessionaria;
5. integrazione degli elementi grafici e tecnici dei formati;
6. lancio della campagna, senza possibilità di ottimizzazione.
Un’inserzionista per gestire tutte queste tappe impiega tempistiche abbastanza elevate, riscontrando problematiche tipiche di un modello poco automatizzato come la mancanza di flessibilità, i lunghi tempi di latenza tra una fase e l’altra, la divisione strategica tra i differenti device.

L’acquisto in programmatic, invece, velocizza il processo riducendone a cinque le tappe fondamentali:
1. ricezione del brief;
2. selezione dell’audience di riferimento insieme all’advertiser;
3. creazione di private deal in ogni momento;
4. lancio della campagna con scambi sugli AdExchange in automatico e offerte adattate in tempo reale;
5. ottimizzazione della campagna grazie al tracking delle performance in real time.
C’è quindi un’ottimizzazione di tempi e organizzazione per l’inserzionista.

Inoltre nel processo di acquisto in programmatic, rappresentano due novità la trasparenza dei costi e delle url dei deal negoziati e l’esistenza di soluzioni ibride che permettono di mantenere l’esclusività dell’acquisto tradizionale e di integrarla con le tecnologie di automatizzazione per una migliore profilazione dell’audience.

Come funziona una campagna?

La preparazione della campagna si sviluppa attraverso i seguenti passaggi chiave:
– definizione dei formati su cui diffondere la pubblicità;
targeting dell’audience;
– scelta delle inventory pubblicitarie e l’invio delle creatività secondo criteri standard.
Completate queste attività, la campagna può iniziare attraverso scambi automatizzati tra il Trading Desk (DSP) e l’editore (SSP) sull’AdExchange che agisce come una piattaforma trasparente di incontro tra la domanda e l’offerta.

Nell’ecosistema del Programmatic Buying, oltre al Real Time Bidding (aste automatizzate in tempo reale), sono disponibili anche soluzioni intermedie tra i due modelli di acquisto che consistono in accordi tra il publisher e l’advertiser.
I deal “ibridi” sono tre:
– il Programmatic Guaranteed o Direct è quello che si avvicina di più all’acquisto media tradizionale dato che riguarda un’inventory prestabilita con un CPM fisso;
– il First Look permette a un advertiser di avere una priorità sulla chiamata per una determinata impression il cui floorprice (prezzo minimo) è stato stabilito con l’editore;
– la Private Auction, infine, raccoglie un numero definito di inserzionisti che potrebbero acquistare in una inventory il cui floorprice è stato determinato con largo anticipo tra i player.

Tradelab, il trading desk per gli inserzionisti e agenzie media

Come piattaforma programmatica Tradelab gestisce e ottimizza per conto dell’inserzionista e delle agenzie l’acquisto di spazi media display, video e mobile su tutti gli AdExchange (market place virtuali dove si incontrano offerta – editori siti, social e concessionarie – e domanda – inserzionisti, agenzie, provider tecnologiche).

Esistono due tipi di piattaforme programmatic: le strutture affiliate ai centri media e gli indipendenti come Tradelab, un trading desk per gli inserzionisti e agenzie media, in grado di unire il trattamento dei Data di una Data Management Platform e i modelli di acquisto di una Demand Side Platform.

Tradelab ha una propria Data Optimisation Platform che consente una gestione completa dei data di First, third e soprattutto di Second party. Possiede infatti 21 milioni di data esclusivi in accesso gratuito per i clienti. Inoltre garantisce una trasparenza completa per quanto riguarda i costi, i domini di diffusione e la visibilità degli spazi.

Il programmatic buying in Italia rappresenta il 10% del mercato e si prevede che per la fine del 2015 raggiungerà il 20%. L’affermarsi di questo modello è innegabile e tra i canali di crescita il mobile è quello che sta più facendo parlare di sé. Dedicheremo un approfondimento a questo aspetto. Restate connessi, Ninja!