Partenza last minute: le app per non avere brutte sorprese

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Perché rinunciare alla possibilità di godersi un altro po’ di estate anche se siamo già alla fine di agosto? Con le app le partenze last minute non sono più un salto nel vuoto e potete finalmente evitare brutte sorprese! Ecco una top 4 app che vi aiuterà a trovare solo le offerte migliori e i vostri posti di interesse.

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Skyscanner Voli: solo i voli migliori

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Se avete scelto di partire con l’aereo perché volete raggiungere mete lontane, Skyscanner è l’app che fa per voi. Confronta le offerte speciali, le promozioni e gli sconti delle maggiori compagnie aeree del mondo. Esistono anche le app di Skyscanner per trovare le offerte su alberghi e autonoleggi: scoprirete ben presto che anche quelle sono dannatamente indispensabili!
Se non le avete ancora sul vostro device siete dei viaggiatori dilettanti.

Disponibile per iOS, Android e Windows, trovate qui la pagina per i download.

Waze: addio traffico!

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Chi viaggia spesso in macchina probabilmente è già parte di questa grande community che è Waze: qui il traffico lo scopri grazie alle segnalazioni degli automobilisti. Un’app gps che ti aggiorna in tempo reale sulle condizioni stradali, le code, gli incidenti, gli affollamenti in autogrill. In poco tempo diventerete anche voi parte attiva della community, perché Waze è tutta una questione di “condivisione”!

Disponibile qui per iOS, Android e Windows.

Trivago: gli alberghi non hanno più segreti

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La possibilità di confrontare 279 siti per trovare l’albergo con la migliore offerta: per lo stesso albergo Trivago ti permette di confrontare diversi prezzi e offerte, così puoi valutare la scelta più adeguata al tuo budget. Da avere sul vostro device in compagnia di Booking e Airbnb, se siete viaggiatori che vogliono prenotare nel miglior posto in tutta (ma proprio tutta) sicurezza!

TripAdvisor: scovare i posti migliori!

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Oltre 225 milioni di recensioni: non c’è un posto che possa sfuggire a TripAdvisor! Ristoranti, alberghi, bar, attrazioni, aeroporti: puoi trovare informazioni, opinioni e foto di ogni posto al mondo. Vuoi un albergo vicino ad una tabaccheria? Vuoi esser sicuro che quel ristorante abbia una buona selezione di vini? Vuoi assaggiare il miglior mojito della città? Fai una breve ricerca su TripAdvisor e difficilmente troverai brutte sorprese, ma occhio a non fermarti alle ultime recensioni 😉

Disponibile per il download su iOS, Android e Windows.

I designer e tutti gli altri: le differenze [INFOGRAFICA]

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I designer hanno una maniera precisa di interpretare il mondo: i colori sono palette, le emoticon hanno non solo significati ma anche caratteristiche, le forme sono pattern. Il magico mondo dei designer è riassunto in questa simpatica infografica realizzata dal blog DesignMantic.

Intitolata “Designers VS Non-Designers” la grafica mostra come varia la percezione degli elementi di design –come colori, caratteri tipografici, elementi visivi- tra professionisti e non.

Un designer sarebbe in grado di nominare molte delle 258 sfumature di rosso conosciute, mentre per tutti gli altri il colore è semplicemente uno, il rosso simbolo dell’amore e della passione.

Evidentemente ironica, l’infografica è stata creata con un obiettivo preciso, ovvero raccontare l’eterna battaglia tra creativi e clienti.

LEGGI ANCHE: 10 bugie che i graphic designer raccontano ai loro clienti

Designer vs. Non-Designer
Courtesy of: Designmantic.com

5 social experiment di YouTube che ci hanno scioccato

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Negli ultimi anni su YouTube abbiamo potuto assistere a vari e numerosi esempi di cosiddetti “social experiment“, ovvero video nati per testimoniare le reazioni delle persone a determinati stimoli o situazioni di crisi, disagio o pericolo, proprio o altrui.

Spesso questi video sono opera di singoli YouTuber, altre volte si tratta di campagne di sensibilizzazione su tematiche sociali realizzate da organizzazioni non profit. Ciò che accade quasi sempre, è che questi video finiscono per arrivare sulle bacheche social di milioni di utenti.

Seppur privi di qualsiasi valenza scientifica, i social experiment attraggono la curiosità di tantissimi utenti e sono diventati un fenomeno rilevante da osservare, che sconfina spesso oltre il web per finire sui palinsesti delle tv e dei media tradizionali dove, al contrario, i temi trattati da questi video sono spesso tralasciati.

Pochi giorni fa l’ennesimo social experiment di Coby Persin ha conquistato l’onore della cronaca e scatenato una grande discussione in rete. Abbiamo pensato quindi di proporre una piccola raccolta di esempi, tra cui appunto quest’ultimo appena citato, per comprendere qualcosa in più rispetto a questo fenomeno che mostra uno dei lati più complessi della rete: il confine tra essere spettatori ed agire per il cambiamento.

The Dangers Of Social Media (Child Predator Social Experiment)

Extreme Domestic Abuse In Public! (Social Experiment)

Appearances Matter? Homeless Vs Businessman (Social Experiment)

CHILD ABDUCTION (Social Experiment)

Would you give your jacket to Johannes? SOS Children’s Villages Norway

L’ultimo dei video preso in esame è opera di una ONG che intendeva raccogliere fondi per la sussistenza dei bambini colpiti dalla guerra civile siriana. In tutti gli altri casi, si tratta di video creati da youtuber.

Uno degli aspetti più rilevanti del fenomeno social experiment è che esistono, infatti, decine di vlogger che si sono specializzati su questo genere di video e raccolgono ad ogni pubblicazione milioni di visualizzazioni (che, tra le altre cose, generano introiti non indifferenti ai proprietari del canale).

Cosa pensate di questo genere di video? Credete siano una “moda” da cavalcare per molti vlogger o possano effettivamente contribuire a generare consapevolezza attorno ad alcune importanti tematiche (o, al contrario, a sminuirne la rilevanza tramite la loro spettacolarizzazione)?

Social media: contro la democrazia sul web?

democrazia sul web

I social media danno a tutti un palcoscenico nel quale esibirsi. Le aziende che danno credito ad ogni show quanto perdono in autorevolezza? Su questo tema, qualche settimana fa, alcune dichiarazioni di Umberto Eco hanno scatenato un bel polverone. Il famoso semiologo ha detto:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. (…) Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.

Nonostante le numerose critiche, piovute specialmente dagli addetti ai lavori, il problema mosso da Eco esiste davvero e ci spiazza. Nella vita quotidiana e nel nostro lavoro “ragioniamo social”, impariamo ad usare questi nuovi mezzi e studiamo le loro dinamiche, ma le nostre superstizioni sono ancora legate ai bei tempi andati, dove l’unico mezzo per comunicare era un cartellone, un tabellare o uno spot. Spieghiamoci meglio.

web democracy

Il web democratico

Il rapporto tra pubblicità e fruitore, nella comunicazione tradizionale, poteva e può essere riassunto nel binomio propaganda-popolo. Ai cartelloni nelle strade nessuno può rispondere (se non con una bomboletta spray!) ma nel web ogni consumatore la fa da padrone, può esprimere le proprie opinioni, invettive, critiche e osservazioni allo stato brado; non importa quanto sensate, non importa quanto sgrammaticate, non importa se autentiche o artefatte ad hoc per qualche scopo.

Prima dell’avvento dei social media la comunicazione era unidirezionale: il brand mandava un messaggio, il consumatore (o potenziale tale) riceveva. La massima interazione era il telecomando.
Oggi il rapporto emittente-ricevente è decisamente mutato: siamo stati catapultati in strani giorni dove i marchi, i brand e le aziende – che per anni hanno contribuito a costruire il nostro immaginario POP – adesso ci rispondono, si umanizzano, scendono dal piedistallo e si fanno raggiungibili.
Il nostro pensiero potrà anche essere social ma le nostre abitudini sono ancora da carta stampata, prova ne è il fatto che sempre più spesso non sappiamo pesare l’importanza di ciò che viene scritto da un utente qualsiasi. Diamo eccessivo valore ad ogni messaggio, quasi alla stregua di una lettera al giornale, scritta da una personalità importante. Non sappiamo distinguere chi ha una voce importante da chi non la ha perché ci hanno insegnato che nel web democratico sono tutti uguali e tutti meritano una risposta educata, esaustiva e politicamente corretta.

social media customer care

Rassicuriamo ogni troll: sì, i vostri messaggi mandano in tilt le aziende

C’è qualcosa che non va: questa invasione dal basso non l’avevamo prevista, ci piace la democrazia ma ne siamo stati travolti. Viviamo in un quotidiano paradosso per cui ogni messaggio diventa improvvisamente oro. Non è raro vedere casi, all’interno di aziende, dove un post sui social, una mail o un commento di critica finiscono per paralizzare per ore alcuni reparti, la cui priorità schizofrenica diventa improvvisamente quella di rispondere in maniera adeguata al primo pazzoide di turno. Tutto tempo sottratto alle cose ben più importanti da fare nel lavoro di tutti i giorni. Possiamo dunque rassicurare i troll: sì, le vostre tattiche vanno a segno.

Il paradosso del social media manager e della commessa

Il customer care “alla Gianni Morandi”, diciamoci la verità, è un gioco che non vale la candela, oltre ad andare a beneficio di ignoranti e provocatori. Si arriva al paradosso: su Facebook le aziende rispondono “Ciao carissimo, salute!” se un utente scrive “Etciù!” ma quando lo stesso utente si reca al negozio, spesso e volentieri, la commessa gli regala a malapena un “Buongiorno”. In certi casi il nostro consumatore offline avrà persino la sensazione che lo staff del punto vendita gli stia facendo quasi un favore.

La scollatura tra online e offline è forte e la prassi di rispondere a tutti la rende ancora più profonda: non siamo negli USA dove in qualsiasi catena sei accolto da calorosi sorrisi a trentadue denti e “How are you doing?”. Perché sono addestrati e pagati per farlo, direte voi. Certamente: in Italia manca proprio questo training trasversale che rende la conoscenza del brand coerente con l’esperienza d’acquisto. Tuttavia la rete vendita non è un social media manager, e viceversa.
Chi ha ragione: le aziende e le loro agenzie o l’esercito delle commesse? Forse nessuno dei due.

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La crisi dell’autorevolezza

Se il brand vuole umanizzarsi non dovrà sembrare finto: il social media customer care a tutti costi, il politicamente corretto, le risposte sempre-comunque-a-chiunque non sono naturali. Come non sarebbe naturale se nella vita quotidiana rispondessimo a tutti con lo stesso garbo e il medesimo tono di voce: ci prenderebbero per matti! La democrazia rende dunque il web più distante dalla realtà e non certo più umano, come vorrebbero le aziende.
La distanza sociale tra interlocutori è sempre stata una variabile fondamentale per cogliere le sfumature della comunicazione e il tono della conversione: l’asimmetria di linguaggio è invece bandita dal nuovo servizio clienti virtuale in favore di un livellamento verso il basso; il brand è come la gente, è uno di loro e parla come loro (magari con qualche congiuntivo in più, ma comunque come loro). È una rese all’ignoranza? È una manifesta debolezza?
Lo abbiamo chiesto al prof. Carlo Lottieri, filosofo e docente all’Università di Siena e Lugano.

È in atto una crisi dell’autorevolezza, a tutti i livelli. Faccio l’esempio dei media: un tempo c’era l’articolo di fondo del Corriere della Sera, c’era chi lo apprezzava e c’era chi lo contestava ma rimaneva un punto di riferimento. Oggi quel pezzo c’è ancora ma i lettori sono cambiati e spesso li ritroviamo a preferire a Galli della Loggia la lettura dello status su Facebook di qualche amico, che reputano più interessante e in sintonia con il proprio pensiero. Tutto questo è il risultato di una società incapace di selezionare, che pretende che un commento scritto su TripAdvisor abbia lo stesso valore di una recensione sul Gambero Rosso. Ma una società che non seleziona non può funzionare”.

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Che guaio la società incapace di selezionare

La democrazia a tutti i livelli sembra la vittoria finale della società aperta, per dirla con Popper. Eppure non è così. Tolleranza non significa essere tolleranti con gli intolleranti. Al famoso filosofo liberale non sarebbe andato giù il social media customer care, almeno come è in voga adesso.

La società aperta infatti affida ad ogni individuo un grande dono e, al tempo stesso, un grande fardello: la responsabilità individuale. L’autorità delle proprie coscienze guida il comportamento. Ma se viene meno questo senso di responsabilità cosa accadrà alla moltitudine di persone, che non trovano né al proprio interno né all’esterno, alcun appiglio d’autorità?
Succede che il pubblico smette di esser tale e diventa folla. La distinzione non è sottile: il pubblico è formato da più individui, spesso distanti tra loro anche fisicamente, e spesso capaci di elaborare diverse opinioni, non correlate le une dalle altre. Le opinioni del pubblico (esempio: le lettere ad un giornale, le chiamate ad una radio) erano, e sono, variegate. La folla invece ha un atteggiamento uniforme, sia nella gioia che nella tensione (si pensi ad un concerto o ad una partita di calcio). I social media – in certi contesti – possono rendere il pubblico una folla: si può arrivare persino ad episodi di “pestaggi virtuali”, come ad esempio nel caso di Lorella Cuccarini insultata pesantemente (da un folla inferocita, si sarebbe detto) per avere difeso il “Family Day” su Twitter.

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L’ignoranza strutturale e l’ignoranza razionale

Cosa dovrebbero fare le aziende di fronte al fenomeno dilagante dei clienti analfabeti, ignoranti, arroganti? L’ignoranza è una colpa? Continua il prof. Lottieri:

C’è un’ignoranza strutturale e un’ignoranza razionale: quella razionale è tipica della politica: non posso sapere tutto del candidato o del programma, perché non ho tempo, e quindi voto secondo schemi predefiniti (destra/sinistra, più Stato/meno Stato). Poi c’è l’ignoranza strutturale che non ha a che fare con la pigrizia. Le aziende spesso sono vittime di quest’ultima”.

Se le aziende, rispetto ai politici, hanno “certamente più interesse nel rispondere a tuttiè necessario venire fuori dall’impasse del web democratico. Le “legioni di imbecilli”, per tornare alle parole di Eco, prosperano intorno a noi e il sorriso posticcio non è l’arma giusta per combatterle. Ammesso che si voglia affrontarle e non continuare ad assecondarle, ammettendo la nostra crisi di autorevolezza.

Una democrazia ponderata per il web

La democrazia sul web si trova ad un bivio pericoloso da cui è necessario venire fuori con nuove condotte. Il concetto di democrazia ponderata, ad esempio, rifiuta l’idea che il mio voto e il mio giudizio abbiano pari valore di quello di un premio Nobel, ad esempio; sono le capacità e la storia di ciascuno a raccontare quanto un giudizio possa essere competente o ignorante, giusto o sbagliato, fazioso o equilibrato. Il tentativo di dare nuovamente una gerarchia di importanza alle cose e alle persone non ha nulla di autoritario, anzi, ripristina la coerenza con la realtà quotidiana in cui noi – anche come imprenditori – discriminiamo (legittimamente) chi o cosa non ci va a genio, chi non si rivolge a noi con un tono adeguato o chi non ci è utile.

Un approccio che sui social media potrebbe essere vincente? Chissà.

Rimane il fatto che l’umanizzazione dei brand ha reso il tono di voce dei marchi falso e mieloso, drasticamente incoerente e distaccato dalla realtà. Riportare in equilibrio questa bilancia, e combattere per salvaguardare l’autorevolezza delle marche, sarà una delle principali sfide del futuro che ci attende.

Data-driven marketing: ecco perché è fondamentale [INFOGRAFICA]

data-driven marketingSe tu, Ninja che stai leggendo questo articolo, hai l’intuito di Steve Jobs nell’anticipare i bisogni dei clienti, puoi tranquillamente chiudere tutto e dedicarti alla tua seduta di meditazione, in attesa della prossima folgorazione. In tutti gli altri casi, eccoci pronti a scoprire insieme come il data-driven marketing può darti una mano e perchè sarà sempre più importante.

Cos’è il data-driven marketing

data-driven marketing

Il data driven marketing consiste nell’utilizzo dei dati riguardanti i clienti al fine di comprendere al meglio le loro esigenze e, di conseguenza, progettare una strategia e un’esperienza migliore e ottimale per i clienti stessi.

I dati a cui affidarsi possono riguardare informazioni sulla navigazione, localizzazione e dati informatici più in generale, ma anche dati più “fisici”, come la frequenza di visita a un punto vendita, scontrino medio e via dicendo. Se hai un negozio fisico, dunque, non credere che non ti sia utile applicare un po’ di data-driven marketing: capisci come si comporta il tuo cliente e vedrai la differenza!

A cosa serve il data-driven marketing

In una parola: personalizzazione. Il marketing guidato dai dati serve a dare all’utente (o al cliente, se siamo in un negozio fisico) un’esperienza unica, basata sulle proprie preferenze e sulle proprie esigenze. Come? Una homepage diversa per ogni cliente, a seconda dell’utilizzo che ognuno fa di un sito web. Per un sito di ecommerce, per esempio, mettere in luce solo le categorie di prodotto di cui il cliente si interessa. Avete mai notato che nella homepage di Amazon c’è proprio quel portatile di cui vi siete innamorati?

La personalizzazione dell’esperienza non è solo una feature in più di cui può pensare di dotare il tuo business, ma una specifica richiesta della maggior parte dei clienti. Sempre più utenti, infatti, si aspettano che la propria esperienza sia personalizzata. In caso contrario, la loro soddisfazione sarà minore e rischierai addirittura di perderli!

Dove è l’equilibrio?

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Tutto vero, ma c’è l’altro lato della medaglia. Sì, perchè se da una parte i clienti vogliono un’esperienza customizzata, dall’altra il rilascio di dati durante la propria esperienza, di acquisto e non, fa sempre storcere il naso ed è visto con un po’ di diffidenza.

Cosa fare allora? Trovare un giusto equilibrio è fondamentale, ma ancor più importante è spiegare all’utente a cosa serviranno i suoi dati e non richiederne più di quanti se ne hanno bisogno. Per essere più chiari: chiedi solo i dati che sarai sicuro di utilizzare e spiega cosa ne farai.

Ovviamente, per fare questo, ti servirà aver stabilito una strategia di data-driven marketing prima di metterti all’opera. E un’altro buon accorgimento è includere nella strategia un sistema di protezione dei dati: mettere al sicuro le informazioni dei propri utenti è il primo modo di guadagnare la loro fiducia.

Insomma, lanciarsi nel data-driven marketing è un’ottima strategia, anche per un piccolo business, per innovare e aumentare la soddisfazione dei clienti.

Nell’infografica qui sotto, abbiamo raccolto tutti i dati utili per cominciare a prendere familiarità con questo mondo. Enjoy!

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Personalizzazione responsabile: come instaurare fiducia con i consumatori

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Nel 1998 nel film The Truman Show, Jim Carrey ha interpretato il ruolo di Truman Burbank, il protagonista di un reality show che, a sua insaputa, viveva la sua vita ripresa da telecamere televisive nascoste ed era seguito da milioni di persone. Truman non sapeva di essere l’attore protagonista di uno spettacolo televisivo, il Truman Show, un racconto sulla sua stessa vita, ripresa in diretta sin dalla nascita.

Molto simili al protagonista di The Truman Show, i consumatori oggi vivono in un mondo online dove i contenuti che vedono sono gestiti e controllati dai marketer e dagli algoritmi che decidono quali sono le notizie che devono apparire nel News Feed di Facebook, quali sono gli articoli a cui potrebbero essere maggiormente interessati, quali sono i prodotti di cui hanno bisogno. E, proprio come accade in The Truman Show, gli utenti, spesso, sono partecipanti inconsapevoli di tutto il monitoraggio di marketing.

Per i marketers, la capacità di individuare, in maniera precisa, il loro target e personalizzare la loro esperienza di acquisto dimostra che è possibile aumentare sia l’engagement dei visitatori sia le revenue.

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Quando la personalizzazione è ben fatta, i consumatori possono beneficiare dei contenuti di marketing realizzati appositamente per il loro profilo.
L’accordo, non apertamente dichiarato, consiste in uno scambio di contenuti: l’utente fornisce dati personali e, in cambio, gli viene dato quello che sta cercando.

I consumatori, ormai, sanno che la loro attività online non è più anonima e sono sempre più attenti a tutelare la loro privacy, a proteggere i loro dati personali e a cercare sistemi sicuri per aggirare il monitoraggio online a scopi di marketing.

Per le aziende è importantissimo generare customer loyalty: fedeltà, attaccamento al brand. Instaurare e rafforzare sempre di più un rapporto di fiducia con i consumatori crea un legame forte e una base solida per il business. Guardare un video, leggere i contenuti, iscriversi alla newsletter e procedere all’acquisto di un prodotto o usufruire di un servizio online sono tutte azioni che gli utenti fanno se si fidano e credono nel brand.

4 step da intraprendere per generare e preservare un rapporto di fiducia con i consumatori

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1. Organizza il tuo sito in modo tale da facilitare la ricerca di contenuti di valore in maniera semplice e veloce

Gli utenti in rete che ricercano informazioni specifiche, vogliono trovarle in poco tempo e con il minor dispendio di energie possibile.
I marketer dovrebbero organizzare i loro contenuti con una solida architettura informatica che permetta ai visitatori di trovare ciò di cui hanno bisogno in maniera efficiente.
Ad ogni click, l’utente deve avere la sensazione di stare progredendo sempre più verso il proprio obiettivo. Se ciò non accade significa che l’architettura informatica del sito internet non è efficiente e che i contenuti devono essere riorganizzati.

2. Lascia che gli utenti decidano quali e quante informazioni personali condividere

Un bravo marketer riesce ad implementare un sistema tale da offrire informazioni e contenuti utili per il proprio target in cambio dei dati personali condivisi dall’utente. Questo processo avviene in una sorta di scambio di valore, dove i consumatori si sentono liberi di stabilire la quantità di dati personali che sono disposti a fornire in cambio delle informazioni che si aspettano di ottenere. I dati personali, in questo scambio, devono essere dello stesso valore delle informazioni ottenute, come, ad esempio, può essere condividere un indirizzo email in cambio di contenuti utili.

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3. Sii trasparente, sincero e leale

I marketer devono essere completamente trasparenti e sinceri e devono comunicare agli utenti quali sono i contenuti che sono stati creati appositamente per il loro profilo.

4. Permetti all’utente di poter rinunciare allo scambio di valore in ogni momento

I consumatori devono sentirsi liberi di poter uscire in ogni momento da questo rapporto di scambio e, quindi, forti di poter gestire la negoziazione usando i loro dati personali come se fossero una sorta di valuta per ricevere in cambio le informazioni che desiderano.

Digital Marketing: 4 + 1 formule economiche indispensabili per ottimizzare la strategia aziendale

Da sempre il marketing è una scienza non solo sociale, ma anche caratterizzata da una forte matrice quantitativa. Se l’obiettivo principale è infatti quello di “aprire nuovi mercati” all’offerta di prodotti e servizi aziendali, è fondamentale adottare un approccio che integra leve qualitative e dimensioni numeriche – per intenderci formule, tabelle, grafici, proiezioni.

E (benché non ancora classificabile come vera scienza) il digital marketing non deve essere da meno se desidera fare il giusto “salto”. Solo in questo modo sarà infatti possibile connettere obiettivi del posizionamento online e business goal di tipo strategico, generando reale valore per le organizzazioni. In caso contrario, il digitale in azienda rischierà di essere sempre percepito come una ‘mera’ declinazione delle leve offline, senza un impatto reale e specifico sui processi di marketing e comunicazione organizzativa in atto.

Al fine di iniziare ad affinare questo approccio più numerico e quantitativo alle strategie di marketing digitale, ecco allora 4 esempi efficaci di KPI, metriche e formule da considerare in ogni momento: allowable DMC, allowable CPA, lifetime value, e-market share… e un’ultima considerazione a proposito della relazione tra dipendenti soddisfatti, clienti felici e shareholders contenti. #Enjoy!

#1 Allowable DMC

Quanto budget è possibile impegnare nelle attività di marketing, mantenendo lo stesso livello di profitto-target? A questa domanda risponde il calcolo dell’allowable marketing cost, il cui calcolo è proposto nella tabella (esemplificativa) sottostante.

Una volta individuata tale quantità, è fondamentale comprendere e quantificare la quota parte che verrà dedicata al digital marketing (allowable Digital Marketing Cost, aDMC). Le differenze variano da industry a industry, da business a business, da realtà a realtà. It’s up to you!

#2 Allowable CPA

La gestione e l’ottimizzazione periodica dell’allowable Cost per Acquisition è fondamentale per controllare lo spending relativo ai vari media, soprattutto quelli digitali. Le azioni sugli utenti generate da questi sono infatti altamente tracciabili, grazie ai vari tool di tracking (free, freemium e premium) offerti sul mercato.

Un esempio? Le campagne di Paid Search Marketing, dove la performance è cruciale, così come il calcolo dell’aCPA in funzione dei prodotti venduti!

aCPA = (100/site conversion rate) * Cost per Click (CPC)

aCPA = CPC / site conversion rate

Il passo successivo consiste poi nel confrontare questo risultato ottenuto con a) il valore attribuito all’acquisizione di specifici clienti in funzione del loro ‘ciclo di vita’ (Lifetime Value, #3) e b) il valore economico del prodotto venduto. Se l’aCPA finale risultasse 40$ e il vostro prodotto costasse 35$, dovreste fare alcuni ragionamenti sull’effettiva convenienza dell’affare

#3 Lifetime Value

Si tratta di un calcolo fondamentale (anche per le strategie e le attività di marketing digitale) dei profitti prevedibili in base alla relazione con i clienti, partendo dal loro comportamento di acquisto. LTV è una misura che dona una nuova rilevanza al consumatore, non identificandolo come semplice numero e/o transazione.

L’inforgrafica sottostante proposta da Kiss Metrics spiega – attraverso il caso Starbucks – le singole voci indispensabile per il calcolo del Lifetime Value (LTV).

#4 e-Market share

L’incremento del market share è uno degli obiettivi di business più importanti, e il termine è utilizzato spesso come proxy che descrive la competitività di un mercato.

Stando alla definizione di Investorpedia, il market share consiste nella:

Percentuale di vendite totali di un’industria o un mercato generate da una singola azienda, rispetto a un determinato lasso di tempo. 

MS = Sales firm A / Total sales of all firms

Spostando tale quantificazione alle vendite online di una specifica industria o mercato, è possibile comprendere gli attori economici più abili nel conquistare il cuore (e il portafoglio!) dell’audience. E’ importante notare come il risultato dell’e-market share non riflette necessariamente quello offline, per via del potenziale impatto di alcune dimensioni/asimmetrie digitali (presenza di e-commerce, migliore posizionamento sui social media, etc.).

#5 Happy Staff = Happy Customers = Happy Shareholders

Certo, non si tratta di una vera formula – piuttosto, di qualcosa che dovrebbe sedimentarsi in tutte le aziende come vera e propria sententia. In linea con i principi del Social Business e della Digital Transformation, infatti, le organizzazioni devono essere considerate sempre meno come strutture a silos e compartimenti stagni, sempre più come organismi dove le singole funzioni e le risorse umane possono (devono!) connettersi per generare valore.

L’organizzazione viene rappresentata da ogni persona – dipendente, cliente, azionista, etc. – che la vive. E la leva digitale permette di dare risalto alla passione di queste persone, al loro coinvolgimento alla causa aziendale. Per esempio, GaggleAMP permette di trasformare dipendenti e collaboratori in reali online brand ambassador. Ancora, piattaforme come Yammer ‘socializzano’ le relazioni intra e inter-organizzative. Infine, soluzione di innovation management del calibro di Ideascale connettono i diversi interlocutori, abilitandoli in processi di open innovation e generazione di nuove idee in modalità bottom-up e peer-to-peer.

Allowable DMC, allowable CPA, lifetime value, e-market share, relazione tra dipendenti soddisfatti, clienti felici e shareholders contenti: fateli vostri, per progettare strategie e azioni di Digital Marketing di sicuro successo – in linea con i corporate goal organizzativi!

8 cose da fare per staccare davvero durante le vacanze

8 modi per staccare la spina durante le vacanze

Qualunque siano i tuoi piani, preferenze, abitudini e consuetudini d’agosto, questa estate avrai l’occasione quasi unica di poterti dedicare ad attività precluse nel resto dell’anno, per mancanza di tempo o di concentrazione, rivolta all’ennesima scadenza lavorativa o universitaria.

Quello che è certo è che le vacanze, occasione di riposo e rigenerazione fisica e mentale, possono rappresentare anche un’opportunità per risvegliare il nostro lato creativo e per correre con la fantasia verso nuove mete, magari realizzando finalmente i propri sogni nel cassetto. Se quel sogno nel cassetto, poi, ha è un’idea imprenditoriale, l’occasione è davvero d’oro.

Ecco quindi otto consigli per staccare la spina durante le vacanze estive e prepararsi alle sfide del nuovo anno lavorativo.

#1 Tira le somme

Un eccellente modo per iniziare le vacanze, è fare un bel recap e tirare le somme su dove sei arrivato, cosa hai fatto e dove vuoi andare.

Come farlo? Prenditi due ore del tuo tempo, un block notes e concediti una passeggiata. Scrivi le cose positive e quelle meno positive del tuo percorso recente, gli obiettivi futuri e i passi che dovrai fare per raggiungerli.

Fatti delle promesse, ma scegli azioni concrete da fare nei prossimi mesi, e soprattutto stabilisci una scadenza.

#2 Concediti una lettura

Il vecchio ed intramontabile libro è un classico passatempo da vacanza, e anche un modo per sentirci un po’ meno in colpa per le pagine mancate nel resto dell’anno.

Se sei in cerca di ispirazione, un’autobiografia può essere la soluzione migliore. Un consiglio? Leggi quella di Bill Clinton.

Progetti nel cassetto: le 8 cose da fare durante le vacanze

#3 Fai una ricerca

Se hai un’idea o un sogno nel cassetto, prenditi del tempo per studiare ed approfondire.

A volte anche una rapida ricerca su Google può rivelarsi una miniera di informazioni e dare forza o migliorare le tue idee confuse.

#4 Alzati presto

Perché continuare a far suonare la sveglia anche adesso che sei in ferie? Il gusto di svegliarsi presto durante le vacanze è completamente diverso: la mente fresca corre a mille, il piacere di godersi il mattino presto, di una passeggiata al bar per godersi la lettura del giornale.

E magari il relax nello spulciare quelle sezioni o inserti ignorati nel resto dell’anno che potrebbero riservarti sorprese e nuove idee.

Progetti nel cassetto: le 8 cose da fare durante le vacanze

#5 Tieni un diario

Il diario delle vacanze, il racconto dei tuoi giorni, con le tue parole, affrancandoti da post e foto sui social network.

Prova a fare un resoconto giornaliero di quello che fai, di chi incontri e delle tue sensazioni e senza lesinare commenti su te stesso.

#6 Stai da solo

Dedica del tempo a te stesso e solo con te stesso. Cammina, goditi un tramonto, leggi un libro in un posto isolato che ti piace e chiuditi in un piccolo arrocco.

Chiudi gli occhi ed ascolta il silenzio, poi ripensa a quello che vuoi veramente e cosa stai facendo per ottenerlo.

Il silenzio è una condizione che ci è ormai inusuale, una buona pratica che può portare benefici profondi.

Progetti nel cassetto: le 8 cose da fare durante le vacanze

#7 Riscopri la tua città

Quanti ristoranti, piazze, palazzi, musei hanno aperto in questi mesi di black out lavorativo?

E quanti musei, mostre, luoghi di interesse ci sono e che ancora non conosci?

Concediti un giorno da turista della tua città, per fartela piacere, per poterla raccontare al prossimo ospite che riceverai.

#8 Coltiva le tue vecchie passioni

Progetti nel cassetto: le 8 cose da fare durante le vacanze

Un giro in barca, una partita a tennis, la collezione di francobolli e un film visto e rivisto. Non importa cosa, rispolverare, una vecchia passione è un metodo infallibile per alzare il morale e ritrovare energia, slancio e voglia di fare.

Non avrai mica buttato la vecchia racchetta?

OrangeFiber, l'innovazione si veste d'arancia [INTERVISTA]

OrangeFiber, da SharkThank alla produzione industriale

L’idea di OrangeFiber non poteva che nascere dalla mente di due siciliane, Adriana Santanocito ed Enrica Arena. Unendo la soluzione ad un problema oneroso per la loro terra – quello dello smaltimento degli scarti di produzione dell’industrie di lavorazione degli agrumi – con la passione verso la moda e il tessile, queste due giovani innovatrici hanno dato vita ad una soluzione davvero interessante.

Dopo la partecipazione al programma Shark Tank, in occasione dello Startup Weekend di Taranto abbiamo scambiato qualche battuta con Adriana Santonocito, CEO e Founder di OrangeFiber, per conoscere gli sviluppi di questa startup che unisce business e attenzione alla sostenibilità.

OrangeFiber ha raccolto numerosi premi. Quanto conta l’aspetto ecosostenibile nel successo della vostra startup?

OrangeFiber, da SharkThank alla produzione industriale

L’ecosostenibilità è uno dei grandi valori di OrangeFiber. Noi partiamo da un’idea: recuperiamo quel sottoprodotto che deriva dalla trasformazione degli agrumi negli stabilimenti industriali. Questo sottoprodotto è un problema, perché si tratta di 700.000 tonnellate che ogni anno devono essere smaltite.

Da questa materia, che in gergo tecnico si chiama pastazzo, creiamo un tessuto per la moda, bello e con un alto valore aggiunto perché ha l’aspetto serico.

Le realtà che si ispirano alla creazione di prodotti ecosostenibili sono in crescita in tutto il mondo, è questo insieme il futuro virtuoso dei rifiuti e del fashion?

OrangeFiber, da SharkThank alla produzione industriale

Assolutamente sì. Nel 2014, all’interno della Campagna Detox, sette grandi brand si sono impegnati ad acquistare 7 milioni di metri di tessuto sostenibile. Quindi questo è sicuramente la nuova frontiera del tessile.

Le aziende di moda, i brand non possono tirarsi indietro davanti a questa sfida, anzi devono utilizzare materie prime che abbiano modelli più sostenibili.

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Nel vostro ciclo produttivo ci sono ulteriori scarti di produzione?

OrangeFiber, da SharkThank alla produzione industriale

Sì, ci sono scarti sempre di tipo organico. Per risolvere davvero il problema degli scarti delle industrie agrumicole bisognerà lavorare in filiera. Ogni azienda deve fare la sua parte.

C’è un progetto, sempre legato agli scarti agrumicoli, finanziato da Coca Cola, che porta come prodotto finale alla produzione di biogas.

Con OrangeFiber abbiamo vinto un bando del MISE per l’impiego dei sottoprodotti dell’industria agrumicola e quindi speriamo che facendo sinergia con altre aziende si possa davvero risolvere questo problema di riutilizzo degli scarti.

OrangeFiber punta più al mercato dell’alta moda o alla produzione industriale di massa?

OrangeFiber, da SharkThank alla produzione industriale

Inizialmente il nostro tessuto sarà un prodotto paragonato alla seta. Per la prima volta viene realizzato un filato di questo genere, infatti il tessuto agli agrumi è una nostra ideazione per cui abbiamo anche depositato un brevetto internazionale PCT.

Quindi ha tutti i problemi legati alla produzione, non solo di sviluppo industriale. In un futuro, quando riusciremo a produrre volumi davvero consistenti, potrà entrare nel mercato di massa. Adesso è sicuramente indirizzato ad un mercato di lusso.

Shark Tank è stata sicuramente una bella vetrina, indipendentemente dal finanziamento ricevuto. Quali sono gli obiettivi per il futuro?

A Shark Tank abbiamo partecipato per un motivo ben preciso: adesso stiamo cercando investitori e fondi per avviare la commercializzazione del prodotto. Per fare questo stiamo cercando 500.000 euro a fronte del 10% della società.

Per noi andare a Shark Tank era un’opportunità, non solo di ricevere il finanziamento, ma anche di avere feedback da imprenditori che sono dei guru nell’ecosistema italiano. A noi è sembrata una bellissima possibilità da cogliere ed è stata una bella esperienza anche se il deal non si è chiuso, perché abbiamo ricevuto il calore della gente attraverso i social network.

Da Twitter e da Facebook ci sono arrivati tantissimi riscontri, quindi anche se OrangeFiber non è ancora nel mercato, già piace alle persone. E questo ci ha dato una ulteriore conferma che lo spazio per il nostro prodotto c’è.

Come migliorare la customer satisfaction con le risposte salvate di Facebook?

La nuova funzionalità risposte salvate delle pagine Facebook ha dato la possibilità ai gestori di impostare dei messaggi pre-compilati per velocizzare e semplificare il customer service effettuato via pagina fan.

Questa opportunità va sicuramente in soccorso degli episodi di gestione della crisi per i brand più importanti, quando può capitare che in pochi minuti arrivino centinaia di messaggi che richiedono una risposta bene o male univoca, ma può essere utilizzata anche per le operazioni di routine a patto di avere ben chiari modi e scopi.

Con chi stai parlando?

Ci sono vari utenti-tipo che possono aver voglia di contattarti:

Chi ti fa i complimenti: in questo caso è davvero poco opportuno usare le risposte salvate perchè rischi solo di trasformare un tuo ammiratore (o un cliente affezionato) in un hater che pensa che te la tiri troppo. Cerca di essere amichevole e di far capire che hai apprezzato davvero le sue parole. Tanto sono così rari!

Chi è indeciso: solitamente vuole maggiori informazioni ma il fatto che ti contatti è un chiaro segnale che vuole darti fiducia; la tua risposta (salvata o meno) e il tempismo con cui rispondi possono fare la differenza tra un cliente acquisito e uno che si rivolge a un concorrente.

Chi ha un problema: molte volte è maleducato, arrabbiato, e offensivo. Non pensa ai tuoi sentimenti e ti tratta male: potresti offenderti, tenere il broncio e rispondere a monosillabi, oppure considerare che non stai litigando con la tua ragazza ma dando supporto a un cliente (quella strana persona che ti fa pagare le bollette!) e quindi è fondamentale essere professionale, chiaro e amichevole anche se ti si sta scatenando una furia omicida. Una risposta salvata può aiutarti a non sbroccare!

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Come ottimizzare le tue risposte salvate?

Facebook mette a disposizione poche opzioni di customizzazioni della risposta e che a prima vista possono sembrare banali. In realtà sono una grossa arma nelle tue mani!

Nome della persona: nel web marketing c’è una vastissima letteratura sui benefici di questo valore personalizzato (penso alle DEM, o ai messaggi via forum). Come fai a non usarlo su un social network che ha come pilastro l’identità reale (e non un nickname) delle persone?  Questa personalizzazione va sfruttata sempre sempre sempre!

Cognome della persona: credo sia l’opzione meno utile. Troppo fredda e distaccata, e che a pelle mette l’utente sulla difensiva (“aò sei di Facebook o della Digos?“). Decisamente da evitare per la stragrande maggioranza dei casi.

Nome dell’amministratore: puoi usarlo come firma o come presentazione iniziale, ed è un ottimo metodo per stabilire un legame che sia di pari livello. Tu infatti conosci da subito il nome dell’utente, lui per ora si sta rivolgendo a un’entità astratta: ne è quindi sia inconsciamente intimorito, sia più incline a trattarti male (perchè è più facile insultare e sbraitare contro “Banca Intesa” piuttosto che contro la povera “Luisa”).

E’ una funzione che userei in ogni caso, anche per una pagina/azienda mono-personale, ma è sicuramente ancora più utile per le grosse aziende che in questo modo possono collegare un cliente a un operatore del customer service, per avere feedback sull’operato o per dare seguito a una richiesta. (“ho parlato con Lina e mi ha detto che dovrei fare così…“).

Cognome dell’amministratore: come sopra, si può benissimo omettere proprio per evitare di sembrare il CS di Equitalia!

Url del sito web: opzione utilissima per alcune richieste (rimanda però automaticamente alla url che avete scelto nelle informazioni della pagina), può essere un’arma potenzialmente devastante in ottica di monetizzazione futura. Se invece c’è bisogno di far puntare a una url diversa (magari alle FAQ, o a landing page specifiche) occorre inserirle nel box testuale.

Aggiungi immagine: nel caso di una procedura complicata da spiegare solo tramite testo, puoi allegare uno screenshot esplicativo, o un’immagine per rafforzare la tua comunicazione (esempio classico per un ristorante: “siete aperti oggi?” – risposta salvata: “certo, siamo aperti dalle 12 alle 15. E oggi abbiamo questi piatti speciali! (foto allegate). Ti aspettiamo!).

Emoticon: non sono pre-impostate, ma puoi metterle nel campo testo. Mi sono occupato del primo step di customer service in ambito gaming e lì arrivano a contattarti persone veramente imbufalite; è incredibile come una semplice faccina messa al momento giusto possa mitigare gli animi e lasciare una percezione positiva al cliente.

Pensa a come cambia il tuo umore nella vita “lì fuori” con un impiegato che ti approccia con fare scazzato piuttosto che con un sorriso amichevole: su Facebook le sensazioni sono molto simili. Attenzione però a non esagerare perchè potresti essere percepito come poco serio o canzonatorio. Sorridi, ma con equilibrio!

Cosa evitare?

Prima regola del Fight Club… non far capire all’utente che stai usando questa funzione.

il testo asettico: preparati un buon numero di risposte preimpostate anche molto specifiche in base alle richieste, e con uno stile non troppo uniforme e robotico. Inoltre convivi col fatto che non tutte le domande possono essere smaltite con le risposte salvate!

Seconda regola del Fight Club… non devi mai far capire all’utente che stai usando questa funzione.

Il timing sospetto: ti hanno detto che per fare un buon lavoro nel customer service su Facebook devi dare una risposta agli utenti nel più breve tempo possibile, ed è anche vero. Però se un secondo dopo che ti invio un messaggio mi rispondi con quarantadue righe di testo impaginato, il dubbio che tu non abbia manco letto il mio messaggio mi viene. Sto contattandoti su Facebook perchè voglio supporto umano, non una voce registrata in segreteria.

Il fancazzismo: ogni volta che viene attivata una funzione per ottimizzare un processo, il rischio è che si arrivi a usarla solamente per lavorare di meno e togliersi dalle scatole un impiccio: quindi chi prima faceva (male) il customer support con il suo bel documento di testo con le risposte preparate, ora potrà addirittura risparmiare qualche click e un copia-incolla.

Le gaffe: hai settato i valori personalizzati, ma ti capita il simpaticone che su Facebook si è iscritto come “Sorcio Maledetto”; probabilmente è il caso di perdere un secondo per cancellare il nome preimpostato dalla tua risposta, non credi?

Stabilisci un legame!

Qualunque sia il motivo, un utente che ti invia un messaggio ha stabilito un legame con te molto più forte di un semplice “mi piace”: ti ha scelto come referente per il brand per cui lavori, vuoi perchè ormai Facebook è spesso il primo canale a cui ci si rivolge, vuoi perchè magari ha ricevuto risposte inutili dai canali classici (numero verde, e-mail), o addirittura non ne ha proprio ricevuti. Questa responsabilità va maneggiata con cura!

Proviamo a fantasticare…

Hai dato supporto a un utente, e ormai è felice e si fida di te. Hai capito come usare le risposte salvate: e se ora provi a chiedergli  di mostrare per prima la tua pagina” nel suo newsfeed, cosa potrebbe succedere nel lungo periodo alla tua portata organica?

E se magari gli offri un buono sconto (trackabile!) per comprare un prodotto accessorio a quello che ha già acquistato, cosa potrebbe succedere al tuo fatturato?