Envisioning: come acquisire una maggiore consapevolezza di sé stessi? [INTERVISTA]

Giosé Milli

Conoscere le proprie capacità è indispensabile per valorizzarsi e per farsi valere. Solo nel momento in cui si acquisisce la consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza, si può valutare su cosa puntare per emergere e su cosa invece lavorare per migliorare.

L’acquisire una nuova consapevolezza di sé stessi può apportare benefici sulla propria carriera e sui rapporti con gli altri. Ma qual è il percorso per liberarsi da vecchi condizionamenti e trovare quella motivazione necessaria a gettare le basi del futuro desiderato? Scopriamolo attraverso i consigli di Giosè Milli, docente della Ninja Academy nel Percorso Esperienziale in Professional Empowerment e docente dell’Istituto Hoffmann.

consapevolezza

1) L’istituto Hoffman si propone come centro per la formazione, l’evoluzione e il potenziamento del sé. Cosa offre in pratica?

In pratica offre un corso, l’Hoffman Quadrinity Process, della durata di 7 giorni intensivo e residenziale. Il seminario opera su due binari paralleli, il primo guarda ad una profonda risoluzione delle caratteristiche negative che il partecipante sente limitanti per sé; l’altro offre strumenti pratici per il raggiungimento di quello che davvero si vuole essere nei diversi ambiti della vita, da quello professionale a quello relazionale più in generale.

L’obiettivo del corso è quello di acquisire una capacità quotidiana nell’affrontare al meglio le sfide proposte e la capacità di gioire pienamente di tutto quello che la vita ci offre.

2) In cosa consiste l’Envisioning? Come può aiutare ad acquisire nuova consapevolezza su sé stessi e sulle proprie capacità?

L’envisioning, nell’accezione relativa a questo corso, è uno stretching continuo dal passato verso il futuro e ritorno. I partecipanti saranno invitati ad un’analisi approfondita di sé partendo dalle origini del loro carattere, fino a quello che voglio essere nella quotidianità.

envisioning

3) Chi potrebbe avere bisogno del metodo Hoffman?

Non credo sia bisogno il termine giusto. Tutti coloro che hanno curiosità rispetto a sé stessi, voglia di vivere appieno la propria vita, desiderio di dedicare esclusivamente a sé un’intera settimana e portare a casa strumenti pratici ed utili a sostituire atteggiamenti limitanti che più volte si è provato a modificare, trarranno immenso beneficio dall’HQP.

LEGGI ANCHE: Sai perché è importante fare Team Building? [INTERVISTA]

4) Da dove credi bisogna partire per migliorarsi nel rapporto con gli altri e con sé stessi?

Allora, la prima cosa da fare è invertire l’ordine degli addendi: prima con sé stessi e poi con gli altri. Credo fermamente che cercare di migliorare le proprie relazioni personali o professionali che siano senza un attento lavoro su di sé sia paragonabile alla lotta contro i mulini a vento. Nell’ambito della crescita personale credo che la curiosità e l’ascolto siano la chiave per un buon risultato.

Per curiosità intendo la voglia famelica di saperne di più, voglia di conoscersi, conoscere le proprie origini, il proprio futuro, la propria visione, i propri limiti. Per ascolto invece intendo l’attitudine necessaria per ottenere risposte. Il nostro corpo ci parla in continuazione, lo fa con sensazioni fisiche, pensieri, emozioni, intuito…bisogna solo ascoltarlo. Tra curiosità e ascolto può aiutare scegliere bene le persone, i professionisti che ci accompagnano in questa scoperta.

team building

5) Ci sarai anche tu al Percorso Esperienziale in Professional Empowerment. Cosa speri ricordino i guerrieri il giorno successivo al corso?

Che arriva un momento nella vita in cui smetti di prenderti in giro, di raccontartela. Quando quel giorno arriva è importante farsi una risata e iniziare a godersi la vita veramente.

Local SEO: le tecniche ed i segreti per ottimizzare i risultati

È inutile negarlo il concetto di SEO (Search Engine Optimization) sta diventando sempre più importante. Il motivo? Permette di ottimizzare tutti i nostri sforzi di digital marketing.

Non stupiamoci, dunque, se tutti gli esperti di marketing e non, si riempiono la bocca di questi semplici ed allo stesso tempo complessi acronimi.

Da alcuni studi è, infatti, emerso che aumentano giorno dopo giorno le ricerche effettuate su Google, al fine di cercare informazioni, negozi, aziende in una determinata zona. Per questo è evidente il bisogno di essere visibili sui motori di ricerca quando vengono effettuate ricerche geolocalizzate.

Per ottenere questo risultato, bisogna effettuare una attività di posizionamento sui motori di ricerca su base localizzata, ovvero fare quello che in inglese viene chiamato local SEO.

Per aiutarti, ti illustreremo alcuni punti principali, di cui tener conto, quando si tratta di Local SEO:

#1 I primi passi

  • Google My Business: se non l’hai già fatto, devi richiedere il tuo Google My Business e cercare di rendere la pagina il più completa possibile.
  • NAP (nome, indirizzo, numero di telefono): la coerenza è la chiave. È necessario assicurarsi di avere il NAP su tutto il sito web (ad esempio ogni pagina).
  • Recensioni locali: le opinioni ed i giudizi hanno un impatto diretto sulla classifica locale. Ovviamente, questo non significa solo recensioni di Google, pensa ad esempio a Yelp o tripAdvisor.

#2 On-page SEO

I contenuti principali sono i seguenti:

  • Prova ad aggiungere la Città / Regione, oltre ad una parola chiave rilevante, all’interno del tag titolo della pagina di destinazione.
  • Prova ad aggiungere la Città / Regione, oltre a una parola chiave rilevante, all’interno della vostra landing page tag H1.
  • Prova ad aggiungere la Città / Regione, oltre a una parola chiave rilevante, all’interno della pagina di destinazione.
  • Prova ad aggiungere la Città / Regione, oltre a una parola chiave rilevante, all’interno del tuo contenuto della pagina di destinazione.
  • Prova ad aggiungere la Città / Regione, oltre a una parola chiave rilevante, all’interno della pagina di destinazione attributi immagine ALT.
  • Incorpora la mappa Google nella tua pagina di destinazione.

Inoltre, fai in modo che il tuo sito web sia mobile-friendly.

#3 Link e citazioni

Rispetto alle normali campagne SEO, il Local SEO si basa molto di più sui link legati ad altri siti web locali che sono veramente rilevanti per l’azienda.
“Una citazione è un riferimento online per nome, indirizzo e numero di telefono della tua attività commerciale (NAP).”

È possibile utilizzare diversi strumenti per verificare eventuali citazioni esistenti per poi aggiornarle in modo che siano tutte coerenti.

#4 Click Through Rate nella SERP

Non credo che tu non abbia mai sentito dire che Google prende in considerazione il CTR (Click-Through-Rate) per collocare un sito web in una posizione più alta o più bassa all’interno dei risultati di ricerca.

Cosa fare, dunque, per avere una posizione migliore?

  • Utilizza bene i Titles.
  • Ottimizza la Meta Description.
  • Utilizza la navigazione Breadcrumbs.
  • Utilizza i Rich Snippets e i SiteLinks.
  • Non trascurare i canali Social.

Questi sono solo dei consigli che possono tornarti utili; continua a studiare e ad approfondire tali concetti, vedrai che risultati.

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

Ricevere una giusta retribuzione, magari anche elevata, è sicuramente uno dei motivi per i quali un dipendente lavora con dedizione, impegnandosi e svolgendo tutti i compiti previsti dalle sue mansioni. Ma lo stipendio non è tutto.
L’affezione dei dipendenti alla propria azienda e la soddisfazione nello svolgere il proprio lavoro deriva anche da altri fattori, altrettanto importanti. Solo tenendoli in considerazione si avranno dipendenti felici.

Il benessere emotivo, il piacere che si ottiene dalle esperienze quotidiane, è l’altra vera gratificazione per ogni lavoratore. Impegno, etica del lavoro, motivazione e, soprattutto, soddisfazione sul lavoro, non si basano esclusivamente sulla retribuzione.

Se da qualche anno l’esplosione del fenomeno startup ha portato il modello di Google a essere identificato come azienda dei sogni per moltissimi lavoratori, oltre agli spazi creativi, alla maggiore libertà nella gestione dei propri orari e ad una forte identità di impresa, ci sono altri strumenti per un’azienda per rendere il lavoro gratificante e  i suoi dipendenti felici.

Il libretto rosso di Facebook

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

Foto: Ben Barry

L’ultimo in ordine di tempo tra i tanti esempi, quello di Facebook, che pochi giorni fa, per il tramite dell’ex dipendente Barry Ban, ha diffuso le immagini del libretto rosso, quello che ogni nuovo impiegato trova sulla propria scrivania.

Un piccolo manuale, o meglio un vademecum per immagini, per ispirare i dipendenti. Una raccolta di citazioni e di idee, con uno scopo motivazionale, che incoraggiano i lavoratori a fare cose belle e interessanti, a fare cose grandiose, con impegno.

Perché in fondo il vero lavoro in Facebook non è semplicemente cambiare il modo in cui le persone comunicano. Qui si lavora per cambiare il mondo.

Sentirsi parte di una missione più che di un’azienda certamente gratificherà i dipendenti, mostrandogli il quadro ampio di ciò che stanno facendo lavorando nel loro piccolo.

Starbucks e il programma di istruzione per i dipendenti

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

Starbucks ha investito circa 250 milioni di dollari nell’Università dell’Arizona per garantire ai propri dipendenti, senza restrizioni o vincoli di età e anzianità lavorativa, una formazione universitaria.

La nota catena di caffetterie ha infatti recentemente ampliato il proprio programma di finanziamento agli studi, che prevedeva già una copertura delle lezioni universitarie limitatamente ai dipendenti junior e senior. I lavoratori possono frequentare i corsi che preferiscono, sviluppare le proprie attitudini e passioni, e una volta laureati potranno lasciare Starbucks senza alcun vincolo.

SAS Institute conquista i dipendenti con dolcezza

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

SAS Institute, società statunitense che si occupa di produzione di software, è stata più volte nominata “migliore azienda al mondo” dal famoso business magazine Fortune. I dipendenti non solo operano in un ambiente lavorativo pensato nei minimi dettagli per rispondere alle loro esigenze lavorative, ma non hanno un limite per i giorni di malattia e possono usufruire di una struttura apposita per i figli dei lavoratori, oltre a poter pranzare e cenare insieme alla famiglia. Nell’azienda è presente un ambulatorio medico gratuito attivo 24 ore su 24 per i dipendenti e i loro familiari e le ore di lavoro settimanali non sono mai più di 35.

Un valore aggiunto è dato anche dalla “Conversation over Coffee”, un incontro mensile tra il CEO di SAS Institute e i suoi dipendenti, durante il quale si discute liberamente di tutte le problematiche legate al lavoro.

L’azienda è molto attenta anche all’intrattenimento: i dipendenti possono mangiare gratuitamente e gli vengono offerte circa 22 tonnellate di M&M’s all’anno. Ogni settimana vengono organizzate mostre d’arte, mentre un pianista suona durante il giorno sul palco della caffetteria principale.

Ferrero differenzia i benefit in base alle diverse esigenze dei dipendenti

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

Per i grandi gruppi, magari con sedi dislocate in tutto il mondo, è essenziale tenere presente un concetto basilare: l’esigenza di un dipendente in Italia non sarà la stessa di uno negli Stati Uniti.

Negli ultimi anni le politiche aziendali di Ferrero per i dipendenti si sono concretizzate in Francia con la creazione di una cellula sociale al servizio degli impiegati, con l’apertura di un asilo d’impresa e di un mini club all’interno dei suoi locali, per rispondere al problema dell’affidamento dei bambini durante le ore lavorative dei genitori.

In Messico, invece, Ferrero sta provvedendo all’implementazione di un college scholarship program, mentre in Ecuador e in Argentina gli impiegati ricevono più utili sconti per la spesa nei supermercati.

Ferrero Lussemburgo, in un contesto evidentemente differente da quello dell’America latina, mette a disposizione un campo di calcetto e da tennis per gli impiegati più sportivi.

Ogni genere di benefit richiama comunque i valori tipici dell’azienda: la famiglia, il benessere, l’attenzione all’aspetto nutritivo dei prodotti.

IKEA sostiene l’amore dei suoi lavoratori

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

In IKEA una costante è la costruzione di un ambiente di lavoro inclusivo, rispettoso di tutte le diversità: di genere, provenienza, etnia, età, anzianità e orientamento sessuale. Proprio in questo ambito l’azienda ha maturato diverse iniziative.

Tutte le policy aziendali destinate alle coppie di fatto etero sono state estese anche alle coppie di fatto lgbt, mentre altre iniziative concrete hanno teso a promuovere l’integrazione delle diverse nuove tipologie di famiglia.

Il “buono matrimonio”, ad esempio, destinato ai dipendenti che si sposano, è stato trasformato in “buono convivenza”: un buono acquisto da spendere in IKEA e consegnato a tutti coloro che decidano di vivere insieme, indipendentemente dalla forma giuridica del loro legame.

Come si costruisce la felicità dei dipendenti

5 grandi aziende che hanno reso i propri dipendenti felici

Se molte aziende oggi iniziano ad utilizzare anche forme non convenzionali di retribuzione del lavoro dipendente, con i cosiddetti “flexible benefits”, in generale le agevolazioni per i lavoratori e i servizi aziendali per i dipendenti variano in base al tipo di attività e agli obiettivi da raggiungere per l’azienda.

Il senso di ogni genere di politica aziendale volta a premiare i dipendenti o a facilitarne la vita quotidiana è quello di far sentire il dipendente a lavoro come a casa propria, per creare affetto ed empatia con gli altri lavoratori e con la dirigenza e per generare un naturale orgoglio nell’essere un impiegato proprio di quella impresa.

Certo, lo stipendio è importante, ma se sei un imprenditore devi tenere bene a mente che i dipendenti non potranno mai avere a cuore la tua attività fino a quando tu non mostrerai di avere a cuore loro.

Vieni al Milan Lean Startup Machine con lo sconto per lettori Ninja [EVENTO]

 

Sei uno startupper e per sviluppare, promuovere e raccogliere fondi per la tua impresa hai partecipato, in serie, ad hackathon, workshop, conferenze. Ad ogni appuntamento speravi di trovare almeno una risposta per la domanda più importante per te: “La mia startup avrà successo?”.

Se ancora non sei in grado di valutare le possibilità di successo della tua idea di business e vuoi imparare a valutare quali prodotti e servizi saranno davvero profittevoli, ti bastano 48 ore.

Una tre giorni di formazione per riconoscere un’idea di business di successo

 

Partecipando al Lean Startup Machine imparerai proprio questo: una tre giorni sulla costruzione di un business di successo.

La maggior parte delle nuove imprese fallisce perché punta a realizzare un prodotto che nessuno in realtà vuole. LSM ti insegnerà quale processo seguire per scoprire quali prodotti e servizi avranno successo sul mercato e quali no.

Lean Startup Machine è un’esperienza formativa coinvolgente, ideata da Trevor Owens nel 2010, quando si rese conto che c’era un modo più intelligente per costruire imprese.

Per ogni startup che realizza idee di business vincenti, almeno altre nove falliscono irrimediabilmente. E se è vero che il fallimento è una parte del futuro successo, imparare tecniche per capire in modo sperimentale se la tua impresa sfonderà offre un sicuro vantaggio.

“Get Out of the Bulding” con lo sconto Ninja

L’appuntamento con il Lean Startup Machine è a Milano dal 26 al 28 giugno e prevede una serie di sei workshop, più quattro presentazioni sul tema “Get Out of the Building”.

Allena le tue idee, rendi la tua startup una startup di successo, iscriviti al Milan Lean Startup Machine e inserisci il promo code “ninja” per usufruire dello sconto dedicato ai lettori di Ninja Marketing.

Chi può partecipare a Lean Startup Machine

 

Se non hai ancora un team, o non hai ancora trovato l’idea giusta, ma ti affascina il mondo delle startup e pensi che un giorno diventerai esattamente come Zuckerberg, puoi partecipare a LSM e arricchire le tue skill.

Per tutti i partecipanti, infatti, è consigliabile cominciare questo percorso con una nuova idea, anche se si sta già realizzando un’impresa. In questo modo ti libererai da ogni vincolo verso il tempo, le energie e il denaro già investiti e sarai in grado di assumere maggiori rischi. Il tuo obiettivo finale è quello di andare via con nuove competenze.

E per finire, una sfida in più: il tipico elevator pitch da 50 secondi. Per la tua presentazione, a differenza di tanti altri eventi, non saranno ammesse slide o supporti visuali. Tutta la tua dialettica e la tua nuova capacità di proporre una buona idea avranno giusto il tempo di un viaggio in ascensore.

Che mondo (digital) sarebbe, senza Emoji?

In ogni angolo di mondo, gli italiani sono riconoscibili per un certo numero di stereotipi: parlare a voce alta, indossare sempre gli occhiali da sole e, soprattutto, gesticolare. Cliché o verità, è innegabile la capacità di esprimersi e parlare con le mani. Un po’ più difficile, invece, risulta l’interpretazione dei gesti ad occhi stranieri.

Non sono, forse, sufficienti le parole? Può un gesto sostituire una parola? Domande che si ripropongono, con una nuova veste, anche nel mondo digital. Come mutano e si arricchiscono le nostre conversazioni online attraverso il supporto di contenuti visivi, audio e di quelle criptiche e immancabili emoji? Come hanno davvero mutato il nostro modo di comunicare questi simboli colorati, stilizzati ed universali?

Nuovo linguaggio digitale?

Hanno fatto irruzione nella nostra routine, tra le conversazioni istantanee di whatsapp, la condivisione di contenuti sulle piattaforma social, le interazioni via email, arricchendo e creando nuovi grattacapi nel modo di comunicare online. Stiamo parlando delle emoji: quei simpatici e, a volte, enigmatici simboli creati e diffusi alla fine degli anni Novanta nel Paese del Sol Levante. Giapponesi di nascita (il termine deriva, infatti, da e, “immagine”, e moji, “carattere”) adottati e amati dal mondo occidentale dall’ottobre del 2011, quando, per la prima volta Apple decide di introdurre una keyboard internazionale dedicata all’interno di iOS 5. In pochi anni, le emoji hanno stravolto il nostro modo di interagire e comunicare, creando nuovi codici nelle conversazioni private e accompagnando i contenuti condivisi sui social, inaugurando un vero e proprio neo linguaggio digitale.

Recentemente, Instagram ha condiviso alcuni dati riguardanti la condivisione di contenuti all’interno della piattaforma, riscontrando come quasi la metà dei contenuti condivisi contengano emoji, tanto da poter consentire agli utenti di inserirle nei propri hashtags, mutando anche il modo di ricercare e taggare contenuti. Ricorrendo, invece, all’Emojitracker è possibile dare un’occhiata al ricorso di emoji che avviene in tempo reale su Twitter. Insomma, il linguaggio digitale sembra essersi evoluto ed arricchito di una nuova forma espressiva che si adegua ai ritmi rapidi e veloci del web. 

Gemoji image for :ok_handGemoji image for :clapGemoji image for :sob Gemoji image for :thumbsupGemoji image for :joy

Perchè utilizzare le emoji? Per risposte rapide, rebus o per esprimere in modo differente un concetto, questi “simboli ideografici” dimostrano come linguaggio, comunicazione e cultura possano essere influenzati dalla tecnologia digitale ed evolversi insieme ad essa. C’è chi, qualche anno fa, ha persino provato a tradurre un classico della letteratura: con Emoji DickFred Benenson lancia una campagna su Kickstarter per raccogliere adesioni e rivisitare l’opera di Melville nel linguaggio immediato delle emoji. Sareste curiosi di leggerlo?

Emoji: odi et amo

“Doppiogiochismo”, “divorziandi”, “inciucio”: termini che, fino a qualche anno fa, non avremmo ritrovato tra le pagine del dizionario italiano. Eppure la lingua non smette mai di mutare, di arricchirsi e di ricercare nuove parole per indicare e descrivere fenomeni sociali e cambiamenti culturali, adattandosi all’esigenza di comunicare dell’uomo e ai device tecnologici che si innestano nelle nostre vite. Se le emoji rappresentino un arricchimento o un impoverimento del linguaggio digitale non può essere decretato in modo certo e inequivocabile, ciò che ne definisce la propria natura (malefica o salvifica che si voglia) è nell’utilizzo che si decide di farne, così come avviene per i media. Il rapporto tra linguaggio e media è, da sempre, molto stretto. Ogni medium tende a generare un proprio linguaggio comunicativo che ne identifica le proprie caratteristiche e rivisita i registri linguistici veicolati da media precedenti.

Uno dei comunicatori per eccellenza, aka Marshall McLuhan, ha spesso riflettuto su quanto ogni nuova tecnologia abbia, in ogni secolo, stravolto il modo di pensare, muoversi e comunicare dell’uomo, rendendo il mutamento “la sola costante della nostra vita”. Volgendo lo sguardo al passato, come fa proprio lo studioso canadese, ci rendiamo conto di quanto la storia dell’umanità sia intrecciata alle tecnologie della comunicazione e di quanto i media abbiano avuto un ruolo determinante nella strutturazione dell’organizzazione umana, sotto molteplici punti di vista. I media mutano e, contemporaneamente, trasformano il nostro modo di comunicare, di raccontarci, di comprendere il mondo che ci circonda.

Le emoji si presentano come un nuovo sistema linguistico digitale, quasi come pittogrammi moderni che ci aiutano ad esprimere in modo immediato cosa proviamo, cosa stiamo facendo o con quale tono vorremmo pronunciare il messaggio che abbiamo appena inviato.

Parole, parole, parole…

Può, quindi, un gesto sostituire una parola? Può farlo, invece, un emoji nel mondo digital? Non si tratta di sottrazioni o impoverimento della lingua, ma di un’ulteriore risorsa a disposizione dei digital addicted. La gestualità, così come le emoji, non sostituisce ma arricchisce il nostro modo di comunicare. Perchè limitarsi ad una parola se possiamo usare tutto il corpo? Perchè ricorrere unicamente ad espressioni come “lol” quando esiste una emoji che può esprimere la nostra risata in modo semplice e diretto?

Provate a tenere ferme le mani mentre parlate. Provate a non utilizzare nessuna emoji nelle vostre interazioni digitali. Quale sarà il risultato? Potrete comunicare in tutti i casi, potrete esprimere i vostri punti di vista, commentare, dare indicazioni, condividere il vostro stato d’animo o le vostre azioni in tempo reale con le vostre reti di amici online. Eppure, potreste sentirvi privati di una risorsa comunicativa efficace e rapida, di un linguaggio parallelo che aggiunge sfumature o muta il significato delle parole.

In un modo così mutevole e rapido come quello digitale, nel quale tutti i contenuti (dall’informazione al gossip, dagli highlights di un match agli spoiler della serie tv del momento, dalle dichiarazioni d’amore condivise nelle conversazioni private ai sentimenti ostentati sui social), si diffondono con rapidità, le emoji diventano sinonimo di istantaneità e carica espressiva, in grado di definire il tono di una conversazione, assumendo la valenza di uno sguardo, un sorriso e del linguaggio del corpo, elementi che si perdono nelle interazioni mediate.

I detrattori e i sostenitori più accaniti per un mondo libero da emoji potrebbero ricordare ed elencare numerose situazioni imbarazzanti, equivoci e fraintendimenti. A chi non è capitato, infatti, di fissare lo schermo del proprio smartphone alla ricerca di un’ispirazione improvvisa per comprendere il significato di una emoji o, magari, di stravolgere il significato originario di una emoji ed utilizzarla in modo del tuo tutto diverso da quello per il quale è stata concepita? Ecco che le domande fondamentali dell’uomo digital si arricchiscono di nuovi interrogativi… Un linguaggio dai significati molteplici, da costruite, reinventare e comprendere: le emoji restituiscono alla comunicazione online un aspetto più umano, fatto di gestualità, toni ironici e sentimenti da esprimere senza fare ricorso alle parole.

Colorate, stilizzate, universali e riconoscibili: sono queste le caratteristiche che rendono le emoji sempre più diffuse non soltanto nel mondo digital. Recentemente, infatti, durante la People’s Climate March di Londra, le emoji sono diventate un efficace metodo di dissenso, rivisitando in chiave innovativa ed immediata i classici slogan di protesta.

Una rivoluzione dei linguaggi tradizionali che evidenzia quanto la linea di demarcazione tra mondo reale e digitale diventi sempre più sottile, alla ricerca di una comunicazione sempre più integrata, immediata, semplice ed efficace. Il linguaggio delle emoji aspira al sogno di una comunicazione accessibile e riconoscibile da tutti, che oltrepassa le barriere linguistiche.

Allora, ninjas, cosa ne pensate? Come sarebbero le vostre conversazioni online senza emoji?

Gemoji image for :thumbsup o  Gemoji image for :thumbsdown

FashionCamp celebra Expo con un’edizione dedicata a Food e Fashion [EVENTO]

Manca davvero pochissimo a #fashioncamp2015, che torna a Milano il 12 e 13 giugno con una speciale Expo Edition dedicata a non solo al fashion ma anche al food ospitata allo Spazio Calabiana.

Attivo dal 2010 e ormai arrivato alla sesta edizione, FashionCamp è un momento di networking che mette a confronto il mainstream della moda, chi sperimenta nuove tecnologie, i fashion blogger e gli stilisti esordienti con l’obiettivo di promuovere una visione aperta, tecnologica e democratica della moda e per fare il punto sulle nuove tendenze e sulle nuove tecnologie con incontritavole rotondeworkshop digitali e shoowcooking.

Numerosi gli appuntamenti in programma: si spazia dal mondo enogastronomico con un panel dedicato al vino e alla femminilità dal titolo Multisensoriale, digitale, femminile: il vino come nuovo orizzonte del lifestyle al connubio tra food e fashion con Foodie e Gourmand, tra mode, tendenze ed eticità e la tavola rotonda Nuove tendenze nei blog di cucina, dal crudissimo al foraging, dall’esotico alla (ancora?!) pasta madre moderata da Paola Sucato.

KitchenAid, partner dell’evento per l’area food, proporrà una serie di workshop nei due giorni di camp  con ospiti d’eccezione come le blogger Sonia e Valentina GrispoFoodstagramming: quelli che il cibo lo fotografano (e lo mangiano anche) “#lecolazionidivale” -, lo chef Gabriele Castellanza, lo chef e mastro pasticciere Gianluca Fusto, lo chef stellato Daniele Usai e Angela Frenda, food editor del Corriere della Sera e autrice di Racconti di cucina.

Potete trovare sul sito di FashionCamp il programma completo della due giorni dedicata a Food&Fashion.

Le dieci frasi che un ottimo speaker non dice mai


Quanto è difficile domare una folla? Beh, per gli uomini comuni è un’impresa ardua perché spesso subentra l’ansia da prestazione o più banalmente la mancanza di salivazione.

È pur vero che molti noti speaker di grandi aziende sembrano contemporanei Jimmy Hendrix; non che diano fuoco agli appunti per sbalordire la folla come faceva Hendrix con la chitarra, ma sanno come gestire al meglio le emozioni e tutte le altre problematiche che ci si può trovare ad affrontare durante uno speech. Nascondono ogni contrattempo e ogni problema dell’ultimo minuto per mostrarsi sicuri di loro di fronte al proprio pubblico, in modo che nessuno possa immaginare i retroscena della loro performance.

Hai mai pensato a quello che gli speaker non dicono? Ecco le dieci frasi che un ottimo speaker non pronuncia mai.

Mai ammettere di essere stanchi

Le dieci frasi che un ottimo speaker non dice mai

Ebbene sì, anche i più grandi speaker possono alzare un po’ il gomito a volte, ma in fondo come biasimarli? Gli uomini di affari, che viaggiano da continente a continente, possono prendersi una serata di svago, anche loro sono umani. Che la stanchezza derivi da un bicchiere di troppo o dal jet lag, il pubblico vorrà sempre e comunque che il suo speaker dia il massimo durante una presentazione o una conferenza. Il consiglio a questo punto è di non esagerare e cercare di ricavarsi i propri spazi di riposo, ma se proprio non è possibile, mai ammettere “sono stanco”, piuttosto è preferibile cancellare la presentazione e riposarsi.

Ehi laggiù, riuscite a sentirmi?

Uno dei problemi più frequenti che uno speaker può trovarsi a fronteggiare è quello dell’impianto audio della location. Gli speaker meno brillanti, per esser sicuri che tutto funzioni alla perfezione, hanno il malsano vizio di battere tre volte sul microfono, o peggio, soffiarci sopra e pronunciare la famosa parola magica un paio di volte: “prova, prova”.

Al contrario uno speaker esperto riconosce che l’impianto è funzionante, e anche qualora non lo fosse ricorda: non è lui il tecnico audio.

Non riesco a vedervi

Quando si è sul palco le luci sono accecanti quasi sempre, ma perché farlo sapere a tutti? Un ottimo speaker sa che basta guardare nel buio, sorridere spesso e comportarsi normalmente, anche quando il faro puntato dritto in faccia non gli permette di distinguere nessun volto nel pubblico.

Se tra il pubblico qualcuno alza la mano per fare una domanda, l’importante è non andare nel panico e soprattutto evitare di coprire gli occhi come per scrutare l’orizzonte. Basterà chiedere educatamente di accendere le luci in sala ed il gioco sarà fatto.

Risponderò alle domande più avanti

Se ti capitasse di inciampare in un pubblico desideroso di conoscenza, mai pronunciare una frase simile. Anzi, goditi questo momento e lascia interagire il pubblico.

Non rimandare mai le domande, al contrario invita il resto del pubblico a fare lo stesso.

Riuscite a leggere il testo?

Le dieci frasi che un ottimo speaker non dice mai

La regola comune è: la dimensione del testo sulle diapositive deve essere il doppio dell’eta media del pubblico. Questo significa che, se l’età media del pubblico è di 40 anni, il carattere deve avere la dimensione di 80 punti. Da notare che non è mai consigliabile inserire troppo testo su una diapositiva, questo ci porta alla frase successiva.

Permettetemi di leggervi la diapositiva ad alta voce

Mai e poi mai inserire su una diapositiva un testo troppo lungo, e se proprio fosse necessario non leggere il contenuto ad alta voce. Questo infatti è il modo migliore per perdere l’attenzione del pubblico. Ecco che cosa accadrà: il pubblico inizierà a leggere il testo e non ascolterà più.

Il consiglio, invece, è quello di utilizzare solo titoli brevi e memorizzare il testo che si desidera comunicare al pubblico.

Per favore spegnete i vostri smartphone


Alcuni anni fa era uso comune chiedere al pubblico di spegnere i propri dispositivi durante una conferenza. Oggi non lo è più.

Il pubblico è desideroso di raccontare le sue impressioni sulla conferenza via Twitter o prendere appunti sul proprio tablet; molto meglio chiedere di inserire la modalità silenzioso. In realtà il segreto sta nello stimolare il proprio pubblico con discorsi interessanti, in questo modo avranno occhi e orecchie solo per te.

Non serve prendere appunti, la presentazione sarà online più tardi

La possibilità di scaricare la presentazione è veramente molto cool, anche se per molte persone l’atto di scrivere è un modo semplice per memorizzare ciò che ascoltano. In sostanza, permetti alle persone di fare ciò che vogliono durante la presentazione, nei limiti della decenza.

Permettetemi di rispondere a questa domanda

Niente di più giusto, se non fosse che il pubblico non ha sentito ciò che è stato chiesto. Chissà quante volte ti sarà capitato? Il consiglio è: ripeti la domanda al microfono così da avere anche più tempo per pensare ad una risposta consona per impressionare il tuo pubblico.

Sarò breve

Le dieci frasi che un ottimo speaker non dice mai

Questa è una di quelle promesse che nessuno mantiene, diciamoci la verità. Pensandoci bene, un sacco di presentazioni iniziano in questo modo. Al pubblico non importa della durata della conferenza, considerando che ha deciso in modo del tutto volontario, o almeno si spera, di investire il proprio tempo per ascoltarti.

Un consiglio bonus, per non sprecare il tempo del tuo pubblico, la scelta migliore è sempre e comunque una sola: essere seri, preparati e soprattutto se stessi.

Spotify: la ricetta per il rilancio, fra nuovi tool e partnership prestigiose

Qualche settimana fa Daniel Ek, CEO e coofondatore di Spotify,  ha annunciato una grande trasformazione: Spotify non sarà più solo un provider di musica in streaming, ma anche di video. Una scelta  dettata  dalla necessità di crescere e allinearsi alle tendenze del momento, che sempre di più pongono il linguaggio video al centro dei flussi di produzione di contenuto.


Nonostante i 15 milioni di abbonati, infatti, negli ultimi due anni le perdite di Spotify si sono triplicate. Uno scenario difficilmente sostenibile, considerando anche l’aumento cospicuo delle piattaforme che potevano contare, appunto, anche sullo streaming video (Apple con il suo nuovo sistema di streaming, Deezer con la sua piattaforma di podcast, nonchè il caro vecchio Youtube).

Gli utenti di Spotify potranno godere quindi godere di clip video, musicali e non, d’archivio o esclusive, di proprietà di ABC, BBC, ESPN, NBC, TED, MTV, Slate, Fusion, E! Entertainment, Maker, Vice News, Comedy Central e Nerdist News.

Spotify però non si ferma qui. Sempre recentemente, infatti, è stato lanciato Spotify Now, un servizio in grado di offrire all’utente playlist basate sui gusti musicali, sul momento della giornata e sull’umore del momento.

Buone notizie anche per chi usa Spotify per fare sport, grazie a Spotify Running: un tool in grado di modulare la musica al ritmo della corsa che l’utente sta sostenendo. Un’innovazione che ha aperto le porte per un nuova collaborazione con Nike+ e Runkeeper, le quali si uniscono a un’altra grande partnership prestigiosa, quella con Starbucks.

La nuova alleanza stipulata da Spotify permetterà ai negozi degli USA, Canada e Inghilterra, di utilizzare Spotify Premium a costo zero e creare delle playlist disponibili per tutti gli utenti della piattaforma. Un sistema di touchpoint consentirà ai My Starbucks Rewards di votare la musica, sia dall’app di Spotify sia da quella di Starbucks, e di vincere delle consumazioni gratis.
Una serie di azioni tattiche che sfrutta il programma di CRM messo in piedi negli ultimi anni dalla catena di caffetterie americana, dando l’occasione a Spotify di entrare in contatto con utenti potenziali o che avevano abbandonato i servizi premium.

Le partnership però non finiscono qui: Spotify ha infatti sviluppato un tool con Uber, che permetterà a ogni utente premium di à ascoltare musica durante la propria corsa, sincronizzando le due app.

Fare sport, prendere un caffè, spostarsi: Spotify punta sulla mobilità per cercare di confermare il suo ruolo di primo piano nel campo dello streaming. Tutte queste novità potranno garantire un rilancio?

I consumatori non scelgono da soli, sono influenzati dai gruppi sociali [GUEST POST]

Questa serie di articoli sono stati scritti in collaborazione con LikeHack, un’azienda che si occupa di content curation. Questo post è la traduzione di un articolo scritto da Artem Welker, Technology Entrepreneur, Content Strategist, Speaker.

L’illusione della scelta

Molto spesso la gente crede davvero che sia puramente loro la scelta: cosa fare, dove andare, che tipo di informazioni avere; ma è tutto vero? Non proprio. Tutto ebbe inizio migliaia di anni fa e continua tutt’ora – la maggior parte delle azioni delle persone sono sotto l’influenza dei loro gruppi sociali di riferimento.

In sociologia, questo fenomeno è chiamato “la socializzazione secondaria”. Non importa il dove (scuola, università e/o lavoro) il punto è che siamo fortemente influenzati dall’ambiente, che determina gran parte delle nostre azioni.

3 livelli di illusione

Pur vivendo in un’epoca Digital e fatta di molte cose interessanti, nulla è cambiato. Siamo ancora legati ai gruppi sociali. Ed è proprio di questo che le aziende dovrebbero tenere conto.

Condivisione: la Tirannia Sociale

In un mondo in cui molti hanno creato contenuti poveri, trovare qualcosa di valore è importante e dirompente. Il risultato principale è che un costo crescente di ricerca determina contenuti rilevanti e di valore.

Così abbiamo un numero crescente di … Social Mommies & Social Daddies! Sono i nostri amici, colleghi, opinion leader. Noi li seguiamo e li usiamo come curatori, perché ci fidiamo di loro. Ma ci sono due buone ragioni per cui noi ci comportiamo così, lasciando scegliere agli altri:

  • siamo troppo pigri per cercare qualcosa con le nostre forze;
  • abbiamo l’abitudine umana a seguire il nostro gruppo sociale (come ho già detto, ha una storia millenaria, e si basa sulle idee di efficienza sociale e di sicurezza).

Più del 60% degli utenti si lascia guidare dai social network. Così la maggior parte delle decisioni che facciamo sono dettate dai gruppi sociali di riferimento. Perciò io scommetto che molti leggeranno questo articolo, proprio grazie a Facebook.

Certo è possibile utilizzare i servizi di content curation. Ma, ad essere onesti, è più una prerogativa dei professionisti. Ho cercato di diffondere strumenti di content curation, per esempio, tra i miei studenti, ma non si sono registrati effetti significativi. Essi sono più concentrati agli incontri ed agli esperimenti giovanili, piuttosto che ai dati. E penso che questo comunque sia assolutamente normale.

Relazioni Sociali = SEO

A partire dal 2013, i principali indicatori di ranking di Google sono stati legati a reazioni sociali (likes, share, retweets). La condivisione del contenuto ha molto valore per Google.

Così abbiamo ottenuto un quadro piuttosto triste:

  • La rilevanza non è più il fattore principale;
  • la popolarità e l’approvazione sociale, invece, sono molto importanti.

Io non voglio sembrare scortese o rude, ma di certo non voglio essere una pecora che segue il gregge. Dove è la scelta?

Raccomandazione di servizio

Sembrerebbe, però, che ci sia una soluzione: personalizzazione! Da Facebook a Google, dal NY Times a Huffington Post; quasi ovunque, vediamo la crescita di diversi tipi di personalizzazione, che ci aiutano a ottenere i contenuti sulla base dei nostri interessi o sugli interessi di persone simili a noi.

Ma coloro che hanno familiarità con gli algoritmi di personalizzazione sanno che il contenuto è sempre dato da almeno il 50% in base agli interessi delle persone simili agli utenti. Ho sviluppato soluzioni basate sul “filtraggio collaborativo” per diversi anni quindi conosco le debolezze di questi metodi.

Così, ancora una volta non consumiamo quello che vogliamo. Siamo di nuovo nella “gabbia” dei gruppi di riferimento.

Perché questo è importante per gli esperti di marketing?

Non fraintendetemi. In realtà non credo che questa situazione sia un grosso problema. Abbiamo vissuto con questa realtà per anni e non ci ha dato alcun fastidio. Ma è, senz’altro, un fattore importante per gli esperti di marketing, che vogliono raggiungere un target specifico. Naturalmente questo è vero anche per i politici. Ma questo articolo non riguarda di certo loro.

I leader nei gruppi contano ancora

Funziona un po’ come nelle vendite. Ci sono sempre i decisori. È uno spreco di tempo vendere a tutti. Molto meglio è vendere agli opinion leader. Sono un canale di marketing e un modo semplice per raggiungere ed influenzare il gruppo (seguaci, abbonati, lettori).

Essere Social il più possibile

Se fai parte della realtà aziendale di un brand noto è sicuramente molto difficile, ma se invece fai parte del team di una startup o di una piccola impresa, è strategicamente migliore concentrarsi solo su buoni contenuti social media! Sono assolutamente d’accordo sul fatto che il contenuto è un olio, ed allo stesso tempo sono sicuro che i social media sono una bottiglia attraverso la quale si generano i flussi. Oggi la distribuzione sociale è la chiave per arrivare al pubblico e per il successo SEO.

Le prove sociali sono tutto

Eh si! Le persone sono esseri sospettosi. Essi non comprano se non si fidano. Se ai tuoi amici piace qualcosa tu la acquisterai con maggiori probabilità. Non cercare di andare controcorrente. Basta usare “prove sociali” ovunque.

Conclusioni

Credo che, gli esperti di marketing debbano essere più pragmatici ed efficienti. Il Social media ed i contenuti di marketing sono settori maturi. Non c’è tempo per gli esperimenti strani. Bisogna capire chiaramente perché le persone consumano, perché hanno determinate preferenze e perché soprattutto acquistano. Questo è fondamentale per avere successo d’ora e poi.

WWDC 2015 di Apple: come cambia la musica con iOS9 e Music

wwdc2015 ios9

Si è appena concluso il keynote Apple per il WWDC 2015: un evento all’insegna del cambiamento, come si leggeva nell’invito. Ma Apple avrà mantenuto le aspettative? Di certo gli sviluppatori presenti al congresso hanno dimostrato davvero una grande entusiasmo quest’anno. Ma vediamo insieme le due novità mobile che sono state più mormorate in questi giorni di attesa: iOS9 e Music.

iOS9: più intelligente e proattivo

A presentare iOS9 è Craig Federighi, vicepresidente del reparto sviluppo OS di Apple.

ios9

Federighi ha commentato così il nuovo sistema operativo mobile:

“IOS 9 rende intelligente l’intero sistema operativo, migliora le applicazioni che si utilizzano di più, e si integra con iPad in modo notevole”.

Questo significa maggiore sicurezza, una migliore durata della batteria e un Siri più “intelligente” appunto. “Siri è diventato incredibilmente popolare, risponde ad un miliardo di richieste di una settimana”, dice Apple. Il suo tasso di errore è ora sceso a solo il 5%, il che significa che in realtà fa quello che i proprietari vogliono.

“I migliori assistenti sono proattivi”, aggiunge Federighi e introduce l’altra grande novità di questo nuovo OS: la nuova funzione Proactive.

Secondo Apple un telefono intelligente deve spronarti a fare esercizio ogni mattina, deve iniziare a suonare i brani che ti piacciono di più,deve ricordati gli appuntamenti ma deve anche suggerirti di chiamare l’amico che ti sta aspettando per avvisare che stai arrivando: col nuovo iOS9 tutto ciò sarà possibile.

Proactive agisce totalmente nel rispetto della privacy dell’utente, perché lavora on-device, cioè produce notifiche e suggerimenti, mentre i server di Apple riceveranno solo informazioni criptate.

Avresti mai pensato che un giorno il tuo iPhone potesse tormentarti… ehm aiutarti, fino a questo punto? Faresti meglio ad abituarti all’idea.

Sull’argomento privacy, Apple ha annunciato anche un sistema per fare in modo che nulla venga aggiornato in cloud se tu non lo vuoi: così i tuoi selfie più hot sono al sicuro… forse.

Apple Pay arriva nel Regno Unito

Jennifer Bailey, che lavora da 10 anni in Apple, è sul palco per presentare il lancio di Apple Pay nel Regno Unito per il mese prossimo. Per chi non lo sapesse, è la prima donna a salire sul palco di un keynote Apple!

Boots, Marks and Spencer e Waitrose, adotteranno Apple Pay ma non solo: i pendolari di Londra avranno anche la possibilità di acquistare i loro biglietti della Metro utilizzando Apple Pay, che funziona con quasi il 70% delle carte di credito e di debito nel Regno Unito.

Sempre a Londra sarà possibile usufruire della nuova app Transit di Apple, che aiuta gli utenti a muoversi con i mezzi pubblici.

Le altre città ad usufruire per prime di Transit saranno New York e Shangai.

Prendere appunti con un dito

Novità anche per Note, con cui sarà ora possibile tracciare schizzi con il dito.

Note è stato anche riprogettato in modo da accettare informazioni provenienti da altre applicazioni, come i browser web.

Apple e l’editoria online

Susan Prescott, Vice Presidente del Product Marketing -ben due donne in un solo giorno, era l’ora!- presenta invece News: un’app per leggere le notizie – fin qui nulla di nuovo – che vuole sfidare app in decollo come Flipboard.

L’app sarà disponibile in Stati Uniti, Australia, Regno Unito con il nuovo sistema operativo per iPhone e iPad. Fra i partner dell’iniziativa ci sono 20 editori che rappresenrtano oltre 50 testate, fra cui New York Times, Cnn, Financial Times, Time, Wired, Fortune, The Economist.

Un sistema “veloce e fluido” per visualizzare le notizie che potrebbe mettere in difficoltà gli editori, abituati ormai a tener conto solo dei due grandi big dei contenuti online, cioè Google e Facebook.

iPad: multitasking split view

I possessori di un iPad gioiranno per queste novità apportate dal nuovo iOS9.

Apple iOS 9 sarà disponibile con una tastiera flash nuova che “renderà la digitazione e la modifica più semplice e veloce”, trasformandosi inoltre in un trackpad multitouch: si potrà muovere il cursore con due dita e selezionare il testo con una pressione rapida con due dita.

Inoltre sarà possibile utilizzare due applicazioni sullo schermo allo stesso tempo: una delle due applicazioni sarà in secondo piano ma comunque visibile.

iOS 9 sarà supportato da: iPhone 4s e successivi, iPod Touch 5 G, iPad mini, iPad mini 2, iPad mini 3, iPad Air 2 , iPad 2, iPad 3 e iPad 4.

Ben 30 miliardi di dollari!

È la cifra che compare su un assegno mostrato durante il keynote e firmato da Apple: tanto è il profitto elargito da Apple agli sviluppatori dal lancio della App Store nel 2007.

apple app

“Ci sono voluti 13 anni perché la televisione raggiungesse i suoi primi 50 milioni di utenti. All’App Store sono bastati 17 mesi”, dice Apple, “Le applicazioni sono diventate un catalizzatore per la creazione di nuove industrie”.

E questo è sicuramente un cambiamento storico di cui Apple è l’artefice principale.

wwdc2015

Music: non una semplice radio ma un ecosistema di app

L’ultima novità è annunciata dalla celebre frase che ormai tutti attendono ad ogni keynote Apple: “One more things…”

wwdc 2015 tim cook

Tim Cook presenta un video emozionante sulla storia della musica, dalla creazione della radio a iTunes: la voce narrante del video è di Trent Reznor, produttore e musicista, voce e mente dei Nine Inch Nails e premio Oscar per la colonna sonora di Social Network.

dc 2015 trent reznor

Reznor commenta:

“C’è bisogno di un posto dove la musica possa essere trattata meno dal punto di vista dei bit digitali e più come arte, con un senso di rispetto e di scoperta”

Cook cede il posto a Jimmy Iovine ( non uno qualunque, ma un  mega produttore discografico, fondatore della Interscope Records, uno degli sponsor dei famosi auricolari ad alta prestazione Beats by Dr.Dre, ecc ec)  che introduce Music, un ecosistema evoluto che raccoglie tante app che si occupano di social, streaming musicale e videoclip.

jimmy iovine wwdc 2015

Apple Music è essenzialmente tre cose:

– un servizio musicale rivoluzionario;

una stazione radio mondiale che trasmette da 3 città dal mondo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7;

– un modo per connettere gli artisti con i fan.

La caratteristica di questo sistema è che ha un “tocco umano”: è un modo per conoscere i propri artisti preferiti ed è anche un servizio che ti suggerisce musica.

Come ci spiega Eddy Cue, con Music non si parla di algoritmi, ma di un team di esperti della musica che crea una playlist per te. Esattamente come fanno i dj della radio.

Sale sul palco Drake. il dj che già da qualche giorno di mormorava fosse stato arruolato per Music: Drake ci racconta la sua testimonianza su come la tecnologia ha cambiato la sua vita… Una piccola curiosità: avete notato il vecchio logo Apple sul suo giubbotto?

drake wwdc 2015

Eddy Cue ci spiega come funziona Music: scegli il genere che ti piace e l’app seleziona per te la musica che può piacerti. L’aspetto però più interessante è la facilità con cui si può usare Music attraverso Siri: si può chiedere a Siri di mandare in esecuzione la musica che preferisci, un brano preciso, una top 10 del 1982 e molto altro.

E veniamo ai costi: Apple Music sarà disponibile dal 30 giugno in 100 paesi al costo di 9.99$ al mese e sarà disponibile anche per Android (!). L’abbonamento si può condividere fino a 6 familiari a 14,99 $, e i primi 3 mesi sono gratuiti.

Chissà cosa ne penserà Spotify…

Le novità Apple porteranno davvero grandi cambiamenti nel mondo dell’editoria, della musica e dei pagamenti mobile? Voi cosa ne pensate?