CoContest, non chiamateli Uber [INTERVISTA]

CoContest_Uber

12 maggio 2015, si apre un’interrogazione parlamentare da parte di alcuni architetti seduti in Parlamento, si chiede al Mise di verificare la liceità di CoContest considerata una piattaforma lesiva nei confronti dell’attività professionale degli interior designer.

CoContest nasce nel 2012 come la prima piattaforma di crowdsourcing online nel settore interior design con l’obiettivo di rendere più accessibile questo mercato, offrendo un servizio di nicchia ad un target più ampio e creare nuove opportunità per i giovani architetti.
Ad oggi la startup romana conta 25.000 iscritti in 90 Paesi e la presenza in 3 dei più importanti startup accelerators mondiali: Italia, Cile e Usa.

Per fare chiarezza sul modello di business di CoContes e sciogliere le polemiche che la circondano, abbiamo intervistato uno dei co-founder della startup innovativa,  Alessandro Rossi.

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Partiamo dall’inizio, com’è nata CoContest e dove siete oggi?

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CoContest è nata nel 2012 dall’idea del mio socio Filippo Schiano di Pepe, architetto con anni di esperienza sia in Italia che a Londra, che proprio a seguito della sua esperienza ha individuato i problemi che caratterizzano il mercato della progettazione e dell’interior design, ed, in particolare, le difficoltà che la stragrande maggioranza dei giovani architetti trovano nell’inserirsi nel mercato del lavoro.

In Italia la disoccupazione giovanile tra i laureati in architettura è superiore al 35%, e questo dato non tiene conto di tutti i giovani architetti occupati come tirocinanti dagli studi a gratis o per rimborsi spese di qualche centinaio di euro al mese.

L’idea di CoContest è quella di permettere ai giovani, e anche ai meno giovani, designer di tutto il mondo di competere in concorsi online, per fare pratica, confrontarsi con i colleghi in un’ottica internazionale e soprattutto trovare nuovi clienti, guadagnando sia per la fase progettuale sia per la successiva fase di esecuzione, creandosi così un proprio portfolio clienti.

Siamo online dal 2013 e sino ad oggi sono stati lanciati oltre 350 contest da clienti di tutto mondo. La nostra community di designer conta oltre 25.000 iscritti da 90 diversi paesi. CoContest è stata selezionata ed accelerata da Startup Chile, il programma del governo cileno, da Luiss EnLabs, il famoso acceleratore romano e attualmente stiamo partecipando al programma di accelerazione di 500 Startup a Mountain View, uno dei programmi più prestigiosi del mondo.

Ci potresti illustrare le caratteristiche salienti di CoContest?

CoContest_Uber

CoContest è un sito dove i clienti possono lanciare dei concorsi di progettazioni d’interni, per ottenere ad esempio decine di progetti su come rinnovare il proprio salone, la propria casa, l’ufficio e così via.

Il cliente deve compilare un breve brief descrivendo le proprie esigenze, caricando una planimetria e delle foto dello spazio che intende rinnovare e settando una durata del concorso. Dopo di che deve scegliere uno dei nostri 3 pacchetti d’offerta, pagare e il contest va online. Noi inviamo una mail a tutti i nostri designer e chi è interessato inizia a parteciapare.

Durante lo svolgimento della gara clienti e designer possono farsi domande a vicenda, tramite l’apposito form presente nella pagina di dettaglio di ogni contest. Alla fine del contest il cliente visualizza tutti i progetti ottenuti, li valuta, li vota, redige e conferma la classifica così generata stabilendo un vincitore. Vincono i primi 3 classificati.

Infine, il cliente, riceve i recapiti del vincitore che può contattare per la realizzazione dei lavori, l’espletamento delle pratiche burocratiche e qualsiasi modifica risulti necessaria al progetto a seguito del sopralluogo.

Si parla di pubblicità denigratoria, ci puoi spiegare?

A dicembre scorso abbiamo realizzato un breve spot da 30 secondi, che è andato online per 3 settimane su Sky; sostanzialmente si tratta di un cartone che racconta la storia di una ragazza che va da un architetto, spende una bella cifra, ma non è soddisfatta dei risultati ottenuti (che è la storia di buona parte dei nostri clienti), così un giorno, navigando su internet, scopre CoContest e ottiene tante idee interessanti da designer di tutto il mondo.

I nostri “detrattori” sostengono che lo spot sia ingannevole e denigratorio per la professione, questo apparentemente perché l’architetto è anziano e si dice che la ragazza non è soddisfatta del servizio ricevuto.

Non posso farti altri commenti perché sinceramente mi sembra incomprensibile supporre che un cartone di 30 secondi sia denigratorio perché rappresenta l’architetto come una persona molto anziana quando l’obiettivo era marcare la distanza tra il servizio tradizionale che è oggettivamente vecchio e l’innovazione di CoContest.

Perché è sbagliato paragonarvi ad Uber?

Per quanto riguarda l’associazione tra CoContest e Uber, direi che da un lato è un paragone più che corretto anche se ovviamente i due modelli di business sono molto diversi.

Infatti, come sta accadendo per Uber, anche CoContest sta subendo un attacco poiché potrebbe toccare  gli interessi di una categoria forte, quella degli architetti. Come Uber, infatti, il nostro obiettivo e quello di rendere più accessibile a tutti e più meritocratico, permettendo una selezione dei professionisti basata sulla qualità e sulla corrispondenza dei propri lavori ai gusti e alle esigenze del consumatore, il mercato dell’interior design.

Se mi posso permettere, però, vorrei sottolineare che mentre quella dei tassisti è una categoria uniforme quella degli architetti è una categoria caratterizzata da forti differenze di reddito e possibilità di accesso ai clienti, e, ovviamente, gli interessi che CoContest potrebbe ledere in futuro sono quelli dei grandi studi, che, ad esempio, potrebbero avere meno facilità a reperire giovani architetti da far lavorare gratis o per esigui rimborsi spese.

Detto ciò, i due modelli sono ovviamente diversi, Uber va a colpire un’intera categoria dando la possibilità ai privati di sostituirsi a professionisti con licenza, mentre con CoContest sono gli stessi professionisti a offrire il loro lavoro trovando nuovi contatti e nuove opportunità di lavoro, CoContest si rivolge a chi l’interior designer lo fa di professione, andando a colpire una domanda scomparsa a causa della struttura di mercato attuale non customer friendly.

CoContest si rivolge a chi l’interior designer lo fa di professione, andando a colpire una domanda scomparsa a causa della struttura di mercato attuale non customer friendly.

Vivi il futuro al Pioneers Festival 2015 [EVENTO]

Vivi il futuro al Pioneers Festival 2015 [EVENTO]

Il luogo di incontro per startup e investitori a maggio è il magnifico Palazzo Hofburg di Vienna, che con il Pioneers Festival si trasformerà nell’emozionante scenario dell’innovazione europea.

Quest’anno il Festival è stato anticipato dalla fine di ottobre alla fine di maggio e all’appuntamento si è aggiunto anche un Pioneers Challenge, una competizione a colpi di pitch tra startup alla conquista degli investitori.

Showroom, 90 seconds Pitches e talk: tre buoni motivi per partecipare

Non mancherà anche quest’anno il Pioneers Showroom, con le startup che si esibiranno come nel più tradizionale dei trade show, e una Pioneers 90 seconds Pitches, durante la quale le startup avranno un minuto e mezzo di tempo per lanciare la loro idea davanti a tutti i partecipanti.

Con più di 1.600 startup provenienti da più di 90 paesi e oltre 400 investitori che si ritroveranno nel Palazzo Imperiale di Hofburg a Vienna, il Pioneers Festival è l’imperdibile conferenza europea per l’innovazione, che riunisce startup, media e investitori desiderosi di supportare le prossime grande idee.

Gli ingredienti del Pioneers Festival 2015: innovazione, robotica e intelligenza artificiale

Quest’anno il festival si concentrerà in particolare su alcuni tra i settori tecnologici in più rapida crescita a livello mondiale: scienza, robotica e intelligenza artificiale.

Una due giorni di musica, scoperte, conferenze, talk e buon cibo, incontrando le più importanti compagnie tech del web.

Ecco chi potrai incontrare al Pioneers Festival

Vivi il futuro al Pioneers Festival 2015 [EVENTO]

Dove altro potresti sperare di parlare con il creatore di Siri, Adam Cheyer, che ha fondato anche Change.org? E che ne pensi di una discussione sulla definizione di innovazione con Charles Adler, co-fondatore di Kickstarter o di una chiacchierate con Brad Templeton, Docente di Reti e Informatica presso la Singularity University?

Dal 28 al 29 maggio, Vienna diventa il luogo in cui immaginare il futuro e scoprire come la tecnologia può essere utilizzata nelle nostre vite in modi impensabili.

LEGGI ANCHE: Big Data, automation e intelligenza artificiale ci ruberanno davvero il lavoro?

Hyperloop è solo una delle grandi innovazioni che sarà possibile vedere al Pioneers Festival: un sistema di trasporto ad alta velocità con tubi a bassa pressione che contengono capsule pressurizzate che viaggiano su un cuscinetto di aria. Un progetto che potrebbe rivoluzionare la tecnologia dei trasporti del futuro, generando a sua volta energia, lanciato da Elon Musk, l’uomo che in pochi anni ha fondato il sistema di pagamento Paypal, l’industria per la prima auto totalmente elettrica, Teslamotor, e anche la prima compagnia spaziale privata di successo, SpaceX.

Il Pioneers Festival è solo per chi non si pone barriere e vuole conoscere, imparare, mescolarsi con menti diverse provenienti da diversi percorsi di tutto il mondo tecnologico, perché se partecipi al Pioneers Festival sei pronto al futuro.

Kiip e l'importanza delle ricompense nel mobile adv [INTERVISTA]

L’ultimo interessante incontro del Festival of Media Global è stato quello con Brian Wong di Kiip. Classe 1991, Brian a 19 anni ha fondato Kiip, una piattaforma di mobile app reward che permette alle aziende di dare premi reali per i successi ai giochi.

startup

Qual è il consiglio che avresti voluto ricevere agli inizi della tua carriera come startupper?

Ho ricevuto dei buoni consigli, ma non li ho ascoltati. Dovevo capire certe cose da solo.

Il consiglio che voglio dare io è quello di non limitarsi ai lavori disponibili. Quando sei piccolo pensi di voler diventare un pompiere, un poliziotto, un insegnante: si tratta di occupazioni molto comuni. Ma ci sono milioni di lavori al mondo e tu non devi sentirti costretto ad essere solo ciò che ti dicono di essere, esplora diversi settori, scopri lavori che non pensavi esistessero e alla fine troverai il lavoro che non considererai come un lavoro, ma come una passione.

Immaginiamo: sono in metropolitana e sblocco un nuovo livello in Candy Crush Saga. Come può inserirsi la pubblicità in questo momento?

Se sblocchi un nuovo livello tu si senti felice e un brand può essere partecipe della tua felicità, ad esempio condividendo dei prodotti per festeggiare, come un cappuccino di Starbucks.

Capisco che in Italia Starbucks sia percepito come una cosa brutta, quindi diciamo che ti mostro l’espresso del bar del tuo quartiere. L’idea è quella di creare una connessione nel momento in cui l’utente si sente felice.

mobile adv

Quali trend ti interessano di più nello sviluppo di app?

Ciò che è affascinante in questo momento è la modularizzazione di tutti i servizi che usi nell’app: provider, backend, notifiche, layer per chat: sembrano i LEGO.
Oggi non devi creare nulla da zero, quindi, pensando ai LEGO, chi unirà in maniera creativa questi componenti avrà successo.

Mi dici in cosa è diverso l’ad inventory di Kiip?

Li chiamiamo moments perché si tratta di persone che fanno qualcosa, quindi non sono necessariamente la stessa cosa delle impression, li andiamo ad identificare in un modo completamente nuovo. Questo concetto non esisteva prima che ne parlassimo noi.

Il nostro inventory di moments è molto diversificato con 600 milioni al mese tra 3000 app di diverso tipo: giochi, fitness, cibo, musica, sport, finanza utilizzate quotidianamente. È tra questi che troviamo i moments come il tuo giocatore preferito che segna un punto o l’aver completato un livello.

Ci spieghi il ruolo di Kiip nella fidelizzazione degli utenti?

Uno dei benefit di Kiip è proprio la user retention, favorevole sia del developer che per il brand. Quando un developer usa la nostra tecnologia lo fa, naturalmente, per monetizzare. Il dato interessante è che l’app, con Kiip, diventa più “sticky” e il tasso di abbandono dell’app diminuisce del 30%.

Per i brand, il meccanismo di reward di Kiip è un modo per giocare con la fidelizzazione.

In Italia è importante avere momenti gratificanti nella vita 🙂 Con quali aziende italiane ti piacerebbe lavorare?

In realtà già lo facciamo. È un’azienda molto grande e i dettagli usciranno molto presto. Si tratta di Campari, è già un nostro cliente e noi li amiamo!

UberPOP: il tribunale di Milano blocca il servizio per concorrenza sleale [BREAKING NEWS]

uberpop

Lo ha appena annunciato La Repubblica Milano: il Tribunale di Milano ha disposto il blocco del servizio low-cost di Uber, UberPOP, su tutto il territorio nazionale in seguito al ricorso presentato dalle associazioni di categoria dei tassisti per “concorrenza sleale” e “violazione della disciplina amministrativa che regola il settore taxi”.

Il servizio POP dell’app di Uber permette a chiunque di registrarsi come autista e utilizzare un veicolo privato per trasportare clienti. Si tratta quindi di un servizio a metà tra taxi e car sharing che ha causato non pochi problemi tra la multinazionale e i tassisti italiani.

Nelle scorse settimane le organizzazioni sindacali, locali e nazionali, di tassisti e radiotaxi, avevano presentato richiesta di oscuramento della app UberPOP e l’inibitoria dal servizio. Il giudice della sezione specializzata in imprese, Claudio Marangoni, ha chiarito che Uber avrà 15 giorni di tempo per adeguarsi all’inibitoria disposta, altrimenti scatteranno delle penali. Uber può ancora fare ricorso.

Milano VS UberPOP

I Milanesi adorano UberPOP, è la soluzione più economica per spostarsi da un luogo all’altro senza doversi mettere alla guida, molto meglio in tante occasioni rispetto alla concorrenti Enjoy, Car2go e Twist. Veloce, intuitiva ed economica. Oltre a far risparmiare chi viaggia, fa guadagnare chi guida, colmando il gap di mercato creato da Blablacar, che ci ha insegnato a salire in macchina con degli sconosciuti, ma che non prevede le brevi tratte in città.

La storia di amore e odio tra Uber e Milano è fatto di tanti episodi, più o meno sgradevoli, giusto lo scorso anno durante il Wired Next Fest ci fu l’ennesima dimostrazione contro la responsabile del branch Milanese, che dal lancio dell’app in città è sommersa da insulti e minacce.

Nel frattempo a Roma hackerano i Taxi

L’Italia oggi sembra divisa, le due capitali si sfidano, bianco e nero, pro e contro.

Dal un lato Milano, con l’EXPO e i suoi grattacieli, all’apparenza capitale dell’innovazione, blocca il servizio di car-sharing tra i privati di Uber, dall’altro i romani annunciano un TaxiHack, il primo hackathon dedicato all’innovazione del servizio taxi, organizzato in collaborazione con Codemotion.

La maratona di programmazione organizzata da URI – Unione dei Radiotaxi Italiani si terrà a Roma, il 13 e 14 giugno 2015, presso la Sala Multimediale della Cooperativa Radiotaxi 3570, e coinvolgerà i partecipanti a cimentarsi in una doppia sfida: hackerare non soltanto l’app IT Taxi, ma anche un vero taxi!

Sarà infatti su IT Taxi che si concentrerà l’attenzione dei developer, ai quali verrà richiesto di trovare soluzioni disruptive per innovare l’app di URI – Unione Radiotaxi d’Italia – che permette di prenotare, pagare e recensire le auto bianche in oltre 40 città, fino a un totale complessivo di almeno 12mila taxi in tutta Italia: l’obiettivo dichiarato è innovare la mobilità su taxi, garantendo agli utenti soluzioni sempre più smart per agevolare gli spostamenti in città e tra diversi centri.

Per farlo si avvarrà dei migliori programmatori del Paese chiamati alla sfida da Codemotion, una tra le maggiori conferenze tecniche per sviluppatori in Europa, con il supporto di Roma Makers, il Fablab più noto nella Capitale.

Le registrazioni per partecipare a TaxiHack si appena state aperte tramite Eventbrite.

Eppure questa settimana era aperta con le buone speranze lasciate dalla Gabanelli che domenica aveva, forse per la prima volta con uno spirito ottimista, parlato della rivoluzione dell’economia della condivisione, citando tra gli altri diverse idee e startup come Uber, Blablacar, Airbnb e la nostrana Talent Garden.

Lovie Awards 2015: vinci e diventa il creativo migliore d'Europa

Pensi di essere il creativo più innovativo di questo 2015? Oppure la tua idea può davvero cambiare il mondo? Se possiedi una di queste due caratteristiche potresti essere il vincitore perfetto dei Lovie Awards 2015.

Questo premio, uno fra i più ambiti a livello europeo, è giunto alla sue quinta edizione: l’obiettivo dei Lovie Awards è quello di celebrare ogni anno community, agenzie e anche singole persone che si sono distinte per la loro capacità di innovare, migliorando anche il modo di vivere nella realtà di tutti i giorni.

Non per caso, il nome del premio deriva da Ada Lovelace, la prima programmatrice di computer, simbolo dell’innovazione e dell’eccellenza europea.

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Scopriamo insieme i segreti di alcune tra le idee più interessati dello scorso anno, per scoprire se il progetto che abbiamo deciso di presentare può avere davvero del grande potenziale!

Google Night Walk

Per la categoria Mobile & Applications 72andSunny ha creato una valida alternativa a Google Street View. Un’applicazione, supportata da tutti i device, permette a chi vi accede di scoprire la città di Marsiglia in una notte d’estate.

Locali, sapori e suoni della città sono stati racchiusi in un nuovo mondo virtuale, che ha portato l’agenzia a vincere l’argento nella categoria di appartenenza.

The Alzheimer’s Event

L’idea da cui i creativi olandesi sono partiti è quella di coinvolgere i giovani nella battaglia contro questa malattia, attraverso i mezzi di comunicazione più familiari.

Utilizzando Facebook, le persone che aderivano all’iniziativa, potevano caricare una foto di un amico: questa veniva rielaborata ed inserita in un evento cui questa persona non si ricordava di aver partecipato (e non l’aveva mai fatto).

Tutti potevano vedere la foto e taggarlo ma, a sorpresa, il diretto interessato si vedeva in un momento in cui era sicuro di non aver mai preso parte. Ciò per far capire quanto può essere difficile per un malato perdere il controllo sulla propria identità.

Samsung Companion Stories

Uno smartphone può diventare il tuo perfetto compagno di avventure? Samsung ci prova, costruendo alcuni microfilm per svelare come un semplice video possa diventare un modo per condividere le proprie emozioni; senza il quale, insomma, un’esperienza non potrebbe essere la stessa.

Come il caso di Mary Ho, una nonna con una grande passione: la musica rock. Senza i suoi nipoti e le loro riprese, non sarebbe mai potuta diventare una celebrità, insieme alla sua inseparabile chitarra e indescrivibile talento.

Le tue idee sono così creative ed emozionanti? Sei allora in candidato perfetto per i Lovie Awards!

Hilltop: lo spot Coca-Cola firmato da tusaichi

DISCLAIMER: L’ultimo episodio di Mad Men è andato in onda negli Stati Uniti. In attesa che arrivi sulle reti italiane, non abbiamo potuto fare a meno di leggere il finale che ha sorpreso tutti. Se non vuoi sapere come finisce Mad Men non leggere questo post.

“La pubblicità si basa su un’unica cosa: la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è una macchina nuova, è liberarsi dalla paura, è un cartellone pubblicitario che ti salta all’occhio e che ti grida a gran voce che qualunque cosa tu faccia è ben fatta, e che sei ok.”

Gli indizi erano chiari, mancava solo il filmato ufficiale. Se l’agenzia Sterling Cooper è stata acquistata da McCann Erickson e Don Draper ha riparato un distributore di Coca Cola, un momento di meditazione in California non poteva che portare alla creazione di “I’d like to buy the world a Coke”.

Lo spot di Coca-Cola non è stato scelto a caso, ma come metafora di tutta la serie Mad Men. Ha segnato per molti la fine di un’era ed un nuovo inizio, gli anni ’70, incarnando lo stereotipo perfetto del mondo pubblicitario: utilizzare messaggi profondi per promuovere prodotti di grandi multinazionali.

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Hilltop è diventata una metafora della continua ricerca della felicità; in fin dei conti, quella cui tutti i protagonisti hanno aspirato in questi anni.

Coca-Cola, come Don, è dunque un simbolo del sogno americano: passata attraverso numerosi avvenimenti storici, ha vissuto momenti di luci e ombre proprio come il nostro Mad Man, amato e odiato allo stesso tempo.

Ma qual è la vera storia di Hilltop?

Atterraggio di emergenza per Coca-Cola

Tutto può cambiare. Anche una giornata iniziata con il piede sbagliato. Se non ci credete, chiedetelo a Bill Baker, partito per Londra per registrare uno spot radio e tornato con l’idea per lo spot più famoso del mondo.

Hilltop nacque infatti a Shannon, in Irlanda, dove l’areo di Bill fu costretto ad atterrare per nebbia. Passeggeri furiosi, richieste rimborsi, la classica routine dei voli cancellati. Il giorno dopo Bill Baker notò però che qualcosa era cambiato. Una bottiglia di Coca-Cola era riuscita a calmare anche gli animi più irrequieti, tutti stavano infatti parlando delle loro esperienze, condividendole davanti ad una bibita.

“In quel momento, ho visto la bottiglia di Coca-Cola sotto una luce completamente diversa … l’ho vista come qualcosa di più di una semplice bevanda che disseta centinaia di migliaia di persone ogni giorno, in ogni angolo del pianeta. Ho iniziato a leggere le parole “beviamoci una Coca-Cola” come qualcosa di più di un semplice invito a condividere una pausa rinfrescante. Era piuttosto un modo per dire, fra le righe, “stiamo insieme per un poco”. E sapevo che in quel preciso istante, mentre io ero seduto ad aspettare un volo in Irlanda, quelle parole venivano ripetute in tutto il mondo. Quindi, ecco l’idea: vedere la Coca-Cola non solo nella sua funzione primaria – una bevanda dissetante – ma come qualcosa in più, che accomuna tutti, una formula universale che tutti amano perché capace di avvicinare le persone, di aiutarle a stare insieme per alcuni istanti”.

Una volta atterrato a Londra, ebbe l’intuizione: Coca-Cola può unire le persone, portando al mondo un messaggio di armonia e felicità.

I’d Like to Buy a Coke

Il primo passo verso il successo fu il testo della canzone:  Roger Cook e Roger Greenaway avevano già lavorato sulla melodia l’anno precedente; in attesa di Bill Baker iniziarano a riflettere sul testo. Fu più semplice del previsto: bastò una notte ai cantautori inglesi per progettare il testo di “I’d like to buy the word a Coke”. Il 12 febbraio del 1971 il motivo fu trasmesso in radio e fu subito un successo.

Il coro più unito del mondo

L’ultimo passo fu dare un volto e delle emozioni, alla canzone. Ancora una volta Bill Baker, durante la fase di concept dello spot, ebbe un’intuizione geniale: un coro di ragazzi, di origini ed etnie diverse, uniti per cantare. Quale soluzione migliore per rappresentare l’armonia tra le persone? Le riprese, partite inizialmente sulle scogliere di Dover, si spostarono a Roma.

Dopo numerosi giorni di pioggia riuscirono a girare il film, all’ultimo momento ma sempre con una forte carica emotiva. Nel mese di luglio 1971, lo spot venne messo in onda, diventando uno dei più famosi al mondo.

Ancora oggi, negli Stati Uniti, il jingle è cantato durante le recite scolastiche, suonato dalle bande durante manifestazioni nazionali. L’attività di comunicazione è andata, insomma, oltre al prodotto caricandosi di valori emozionali e non solo relativi al brand.

Di sicuro Don Draper non è Bill Baker, dopo tutto si tratta di McCann. Ma gli sceneggiatori di Mad Men non hanno scelto Hilltop a caso. La chiave di lettura è il successo: come Don, Hilltop è stato sempre sulla cresta dell’onda, in un periodo di rivoluzione. Come Coca Cola, Mad Men ha attraversato un periodo di cambiamenti, determinato a raggiungere il successo e a diventare indimenticabile per tutti i suoi fan.

Teddy diceva che la cosa più importante in pubblicità è la novità, che crea desiderio. Non si può lanciare qualunque prodotto come se fosse una lozione, per questo bisogna creare un legame più profondo col prodotto: la nostalgia.

I Billboard sono fuori moda e poco efficaci? Assolutamente no [CASE STUDY]

Ogni anno tutte le agenzie creative presentano noiose presentazioni ai propri clienti, spiegando in maniera dettagliata i vari servizi offerti. JCDecaux però ha deciso di cambiare la sua strategia di gioco e se qualcuno si aspettava il solito power point, beh! Si è dovuto ricredere.

L’agenzia ha deciso di dimostrare concretamente come anche nell’era dell’innovazione, i billboard rimangano un media dal fortissimo impatto ed engage.

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I creativi di JCDecaux hanno così realizzato, grazie al supporto di BBDO Belgio, una campagna affissioni con i volti dei responsabili marketing delle aziende che avrebbero voluto contattare; sotto i volti semplicemente viene menzionato l’indirizzo email di JCDecaux.

Tra i brand “vittime” della provocazione: Coca-Cola, Mondelez, Renault, Nationale Loterij, Brussels Airlines e tanti altri.

Le reazioni non si sono fatte attendere: chi per protestare, chi perché incuriosito, ogni persona che si è vista ritratta — senza il proprio permesso, c’è da aggiungere — ha contattato la JCDecaux per chiedere cosa stesse accadendo, dimostrando così l’efficacia del mezzo.

La risposta di JCDecaux? Una mail che sottolinea la forza del billboard grazie a questo piccolo esperimento:

[…]Ti abbiamo voluto dimostrare l’efficacia di questo tipo di pubblicità[…]come hai detto tu stesso, hai ricevuto tante reazioni e commenti per un solo ed unico cartellone pubblicitario. Prova ad immaginare quello che la nostra intera rete potrebbe fare per il tuo marchio […]

Benoit Crochelet, direttore marketing Electrabel, ha dichiarato:

In questo caso per me è stato un successo al 100%, un efficace call to action

Questo studio ha permesso ai Direttori Marketing coinvolti di provare sulla propria pelle quanto può essere efficace un tradizionale mezzo di comunicazione. Questo dimostra che non è, sempre, necessario cercare uno strumento innovativo, originale ed eccessivamente creativo; a volte la comunicazione migliore è la più semplice.

Big Data, automation e intelligenza artificiale ci ruberanno davvero il lavoro?

Quando durante la rivoluzione industriale furono introdotte per la prima volta le macchine, molti operai iniziarono a lamentarsi, dicendo che li avrebbero sostituiti poco a poco. In effetti così fu, ma solo in parte.

Nonostante le macchine avessero aiutato a velocizzare alcuni processi, l’uomo svolgeva sempre un ruolo fondamentale nel far sì che tutto filasse liscio, con un ruolo di supervisore su macchine che dipendevano sempre e comunque dal controllo manuale. Insomma, le macchine erano e sono ancora soltanto ammassi di metallo senza capacità decisionali e prive di un’intelligenza vera e propria.

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L’avvento di internet e l’intelligenza artificiale

Internet ha rivoluzionato tutta una serie di attività che prima eravamo abituati a svolgere manualmente. Online la fisicità si appiana e anche le nostre azioni sono soltanto bit e pixel in movimento, imitabili anche da un bot. Insomma, non esiste il lavoro manuale e le nostre azioni possono essere intraprese anche da una macchina.

Federico Pistono ha delineato nel suo libro “I robot ti ruberanno il lavoro ma va bene così” uno scenario alla Skynet in cui le macchine svolgeranno quasi ogni attività, e meglio di noi.

Oggi sofisticati algoritmi permettono di prevedere, grazie ai cosiddetti Big Data, cosa succederà nel breve e lungo termine. In qualsiasi ambito e settore.

Big Data, automation e algoritmi al lavoro

Esistono già startup innovative che stanno lavorando per cambiare “per sempre il modo di interpretare i dati ed il modo in cui vengono applicati“.

Tra queste la Data Robot. Già il nome da solo lascia presagire di cosa si tratta. Con 20 milioni di finanziamento, un team di ingegneri e data scientist sta sviluppando un algoritmo in grado di fare esattamente tutto quello che un uomo “pensante” oggi può concepire.

In pratica è possibile sapere se assegnare o meno una polizza in base allo storico personale, professionale e attitudinale di una persona. Predire l’andamento di una squadra durante il campionato o valutare quali giocatori acquistare e quali no. Lo stesso applicato in finanza, real estate, healthcare ed altri settori. Questi dati svolgono in parte quello che oggi può essere fatto attraverso un’investigazione approfondita ma potenziati da variabili in grado di predire addirittura il futuro.

Oggi i social network aiutano molto ad analizzare i comportamenti di una persona o il sentiment riguardo ad una particolare notizia o fatto accaduto.

Tutte queste informazioni sono le stesse che influenzano le fluttuazioni in borsa e sono le medesime che possono essere analizzate da macchine (o computer).

Insomma quando Big Data, intelligenza artificiale e automation si incontrato creano entità pensanti in grado di prendere decisioni strategiche sulla base di numeri, esperienze e statistiche. Molto meglio di un uomo poiché privi dell’emotività che a volte influenza decisioni critiche.

Non solo dati ma anche azioni

Alcuni potrebbero pensare che questi modelli predittivi servano solo a considerare le alternative migliori e che sia comunque sempre necessaria una persona per stabilire la decisione finale.

Non è così. Prendiamo The Grid, ad esempio. L’algoritmo di questa nuova startup, ancora in beta, non solo analizza i dati ma li utilizza per creare e sviluppare siti internet. Il tutto in completa autonomia.

Il futuro delle vendite

Un discorso simile è quello che coinvolge il mondo del Marketing Automation. Con questa definizione si intendono tutti quei processi o software automatizzati che partono dall’acquisizione di potenziali clienti (lead generation) alla conversione in clienti (lead nurturing). Un esempio? Quando scaricate un e-book gratuito su un sito che avete visitato, il vostro contatto email entra a far parte di una semplice newsletter oppure in un funnel di vendita. Nel secondo caso, partiranno una serie di email automatiche atte ad instaurare un rapporto di fiducia ed una relazione tra brand e futuro cliente.

Queste email, inviate lungo un lasso di tempo preimpostato, sono spesso formative e servono a mostrare in maniera efficace come il prodotto o servizio in questione possa aiutare a risolvere un problema. Al termine di queste email automatiche ci sarà la call to action che spinge l’utente ad effettuare l’acquisto.

Questo processo  sostituisce ed automatizza tutte le classiche visite commerciali che un tempo l’account di turno era costretto a fare prima di concludere una vendita: conoscere il cliente, instaurare un rapporto di fiducia, capirne la necessità e fugare domande o obiezioni.

Se a tutto ciò abbiniamo modelli predittivi e intelligenza artificiale potremmo sapere in anticipo quali clienti stiano cercando un fornitore, individuare il contatto in questione ed avviare in maniera automatica un approccio commerciale.

Il fattore umano

Resta una domanda: ma che fine faranno i rapporti umani che sono alla base di qualsiasi relazione?

Tutti questi processi, seppur automatizzati, richiederanno sempre una decisione alla fonte. Il potere decisionale sarà affidato però a poche persone che controllano aziende o sistemi automatici al servizio dell’uomo.

Il mondo online sta piano piano sgretolando le relazioni lavorative e umane. Ci sono centinaia di lavori su internet dove il contatto con altre persone è ormai ridotto ad una chiamata su Skype o ad uno scambio di mail. E se questo modo di lavorare da una parte ci dà la libertà di muoverci o lavorare dove vogliamo, dall’altra ci vincola ad adattarci ad un contesto liquido ed in continua evoluzione.

Tutto ciò ci faciliterà il lavoro fino al punto di sottrarcelo completamente?

Se un algoritmo ed un’intelligenza artificiale sono in grado di prendere decisioni per noi, pensare e agire, cosa risponderemo quando ci diranno: “sei licenziato”?

Social blogging: tre alternative al blog tradizionale

Da qualche giorno la community dei blogger si sta adoperando per affrontare l’imminente problema relativo ai cookie, che impone a tutti i possessori di un blog di adeguarsi alle normative vigenti, entro e non oltre il prossimo 2 giugno.
Molti hanno pubblicato post su come risolvere la questione, ma i dubbi rimangono, soprattutto per quelli che utilizzano la piattaforma WordPress, che pare non essersi ancora adeguata.

Come spesso accade, ogni novità porta con sé ansie e paure, a volte giustificate, altre eccessive, e sono in molti ad aver annunciato di rinunciare all’utilizzo di banner pubblicitari e servizi di affiliazione, o addirittura di chiudere definitivamente il blog.

Fermo restando che la questione dei cookie è seria e va affrontata correttamente, pena il rischio di multe anche molto salate, pensare di mandare all’aria capra e cavoli non è la soluzione migliore, perché esistono comunque dei sistemi alternativi al blog proprietario per poter diffondere i propri post.

Stiamo parlando del social blogging, che trova applicazione su alcuni social network, offrendo funzioni molto simili a quelle di piattaforme di blogging tradizionale come WordPress, ad esempio.

Nel post di oggi vedremo tre soluzioni, legate ad altrettanti social network: Medium, Linkedin Pulse e Google Plus.

Medium

Creato dagli sviluppatori di Twitter, Medium è un social network dedicato ai blogger ed ai web writer, ai quali offre un editor molto simile a quello di WordPress, con la possibilità di inserire elementi multimediali o codici embed.

Grazie al suo layout molto pulito, con sfondo bianco e un font leggibile e sufficientemente grande, Medium consente una gradevolissima fruizione dei contenuti pubblicati dagli utenti.
Ogni post può essere condiviso direttamente su Twitter, Facebook e via email tramite il pulsante dedicato, e avendo una Url personalizzata, anche sugli altri social senza problemi. È possibile, inoltre, lasciare un apprezzamento, tramite il pulsante Raccomanda e un commento.

In coda ad ogni tuo post vengono visualizzati quelli pubblicati in precedenza, consentendo a chi lo legge di poter trovare altri tuoi contenuti.

Medium è disponibile anche tramite un’app molto ben fatta, perfetta per leggere le altre storie pubblicate e suggerite dal sistema, ma anche per salvare delle bozze da completare poi da pc.

LinkedIn Pulse

Da quando LinkedIn ha acquisito Pulse, il social network dedicato ai professionisti si è riempito di contenuti, alcuni anche molto interessanti, soprattutto quando a scriverli sono i CEO di grandi aziende americane, che offrono analisi o breaking news da non perdere.

Purtroppo, ad oggi risulta ancora disponibile solo per i profili in lingua inglese, ma il limite è facilmente superabile, semplicemente cambiando la lingua nelle impostazioni. Impostando, infatti, Inglese al posto di Italiano, si attiverà in automatico la funzione Pulse, che consente la scrittura e pubblicazione di post.

Come Medium, anche Pulse ha un layout molto pulito, con un font leggibilissimo, ed un editor che non ha nulla da invidiare a quelli delle piattaforme di blogging più diffuse; H1, H2, elementi multimediali, video da YouTube, quote, link, e così via, non manca proprio niente.

In ogni post vengono inseriti di default i pulsanti di condivisione social, nello specifico Twitter – che addirittura contiene anche la menzione al tuo account – Facebook, Google + e LinkedIn, è possibile lasciare dei commenti e “consigliarli” tramite il pulsante con il pollice in su. Inoltre, viene mostrato il numero di visualizzazione ottenute dal post e un sistema di dati e statistiche ben fatto.

Il principale vantaggio di utilizzare Pulse è il fatto che, ogni volta che pubblichi un post, tutte le persone alle quali sei collegato ricevono una notifica che li informa del nuovo contenuto: questo vuol dire che potenzialmente potrebbero leggerlo tutti. Infine, attivando Pulse, gli utenti possono seguire la tua attività di blogging senza dover essere collegati a te, semplicemente cliccando su Follow. Questo aumenta considerevolmente la tua platea.

Google Plus

Non tutti ne sono a conoscenza, ma Google + consente di editare il testo, inserendo grassetto, corsivo e barrato. Farlo è molto semplice, basta seguire le indicazioni nell’immagine inserita di seguito.

Molti utenti del social network di Google sfruttano la quasi illimitata disponibilità di caratteri inseribili in un post per scrivere quelli che sono più dei blogpost che degli aggiornamenti di stato, nonostante i limiti evidenti, come l’impossibilità di inserire elementi esterni in determinati punti del testo – fatta eccezione per i link – ma solo come allegati.

Però, con l’avvento delle Raccolte, nuova funzione di Google + che consente di raggruppare post in appositi contenitori, si ampliano le possibilità di sfruttare il social per fare blogging e content curation.

Infatti, archiviando i post in una raccolta, i tuoi follower potranno trovare i tuoi contenuti più facilmente, andando direttamente in quella dedicata al topic che più lo interessa. Inoltre, avendo una Url dedicata, è possibile condividerla sui social senza difficoltà, così come è possibile farlo anche per ogni singolo post, semplicemente andando sulla freccetta in alto a destra e cliccando su Crea un Link al post.

È evidente che avere un blog proprietario, ospitato da un hosting con determinate caratteristiche, sia preferibile, perché ti consente di avere tutto sotto controllo, poter installare dei plugin esterni e, se fai tantissime visite, monetizzare in maniera diretta, ma è importante sottolineare un punto:

Non serve avere un blog per definirsi un blogger. L’importante è avere una storia da raccontare e uno strumento che ti consenta di farlo.

Due domande a Philip Kotler, padre del marketing moderno [INTERVISTA]

philip kotler

Lo scorso 15 maggio abbiamo partecipato al Philip Kotler Marketing Forum, l’evento organizzato in Italia da Nexo Corp. che ha portato il guru del marketing all’Università Bicocca. In quell’occasione abbiamo avuto la possibilità di conoscere una leggenda, l’uomo che ha teorizzato il marketing come lo conosciamo e che alla veneranda età di 84 anni continua ancora a studiare e a rivoluzionare la disciplina.

Siamo riusciti a fargli due domande, ecco cosa gli abbiamo chiesto.

PKMF

Professore, può suggerire ai giovani studenti di marketing tre città in cui costruire la loro carriera?

Se sei una persona hi-tech ti indicherei questi posti in Europa, la Finlandia, la Svezia e probabilmente anche la Danimarca. Negli Stati Uniti invece ti direi di andare nella Silicon Valley, ma anche a Chicago che è la città dove vivo. Siamo sul podio statunitense in termini di città innovative! Se non sei nel campo hi-tech, ma nel fashion o nel luxury, Milano, Parigi e New York sono i posti in cui dovresti andare, e forse anche in Florida, a Palm Beach e a Naples, perché è lì vanno le persone ricche.

L’Italia è famosa per i suoi prodotti di qualità, i brand come Gucci e tutte le altre case di moda. Prendiamo poi un ingegnere, una persona interessata alle auto e agli aeroplani. Ora Chicago è molto interessante, abbiamo la sede di Boeing, ma penso che Detroit sia la città più adatta e spero che nel tempo migliori la sua qualità di vita.

Come sta influenzando il marketing l’ecosistema delle startup ed il movimento dei maker?

Due cose: noi stiamo inducendo sempre di più i giovani a diventare imprenditori. Ad esempio, alla mia università, la Northwestern University vicino Chicago, gli studenti dell’MBA quando si laureano ricevono molte offerte di lavoro interessanti da aziende importanti come P&G e Unilever, ma la metà di loro finisce per non accettare queste offerte! Qualche tempo fa, chiunque avrebbe pregato per un lavoro del genere ma oggi loro dicono “ho la mia idea” e vogliono essere imprenditori.

Per aiutare i nuovi imprenditori a sviluppare queste idee arriva la tecnologia di stampa 3D. Oggi puoi comprare la tua stampante con 300 $ e con questa puoi stampare qualsiasi cosa, puoi fare un bellissimo vaso o una divertente figura di Topolino. Persino alcune aziende automobilistiche costruiscono alcune parti con la stampa 3D, quindi i maker hanno oggi una grande opportunità: creare il proprio business. È rischioso e bisogna trovare un capitale iniziale.

Ho scritto un libro molto tempo fa, il titolo era Attracting Investors: A Marketing Approach to Finding Funds for Your Business. Nel libro parlavo di prendere soldi dalla famiglia, dagli amici, dalle banche, dai venture capital. Un bravo imprenditore non deve essere solo bravo nel marketing, ma lo deve essere soprattutto in finanza. Deve essere bravo a raccontare una storia per convincere qualcuno a dargli i soldi e se ha successo forse creerà qualcosa come la Apple.