E chi lo ha detto che nei ritratti bisogna essere sempre sorridenti?
Kaija Straumanis, giovane fotografa americana, ha realizzato dei divertenti autoritratti mentre veniva colpita da vari oggetti. Palloni da basket, fragole, bicchieri e persino zucche di halloween. Tutto il repertorio che abbiamo visto almeno una volta colpire qualche protagonista – forse un po’ nerd – di qualche serie tv americana.
Le foto – diventate immediatamente un fenomeno virale sulla rete – oltre ad essere incredibilmente divertenti sono anche rappresentazioni di epifanie, idee o realizzazioni che colpiscono Kaija come mattoni (ma anche libri, uova colorate di Pasqua e persino scarponi da trekking).
Ecco alcune immagini, ma non fatevi ingannare: Kaija non ha mai sacrificato il suo viso per l’arte, si tratta di abili fotomontaggi.
00KumikoKumiko2014-03-17 13:50:542014-03-17 13:50:54Autoritratti virali di Kaija Straumanis
Lunedì è arrivato inesorabile! Di nuovo al lavoro, di nuovo a soffrire. La nostra missione è quella di tirarvi su di morale facendovi fare un tuffo nelle creatività di tutto il mondo grazie alla raccolta dei migliori annunci stampa della settimana:
Respeite Um Carro a Menos: Hunted on the road/crossroad/park
Ogni giorno tantissimi ciclisti vengono uccisi nelle strade Brasiliane. Rispetta i ciclisti, ferma la caccia. I trofei di caccia appesi al muro di queste stanze tristi e funeree sono sostituiti da manubri ammaccati o rotti.
Advertising Agency: Heads Propaganda, Rio de Janeiro, Brazil
Creative Directors: Luis Christello, Flavio Medeiros
Art Directors: Luis Christello, Hugo Agostinho
Copywriter: Flavio Medeiros
Illustrator: Studio Nutts
Photographer: Guido Paternó
McDonald’s: Drink/Ice Cream
C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno, c’è chi vede il bicchiere mezzo vuoto. Molti osservatori vedranno delle capigliature demodè, ma i veri fan di McDonald’s vedranno i prodotti del loro fast food preferito.
Advertising Agency: Heye GmbH, Munich, Germany
Creative Directors: Zeljko Pezely, Tobias Schwarz
Art Director: Thomas Wiegand
Concept: Philip Grüne
Copywriter: Johanna Faber
Illustrator: Thomas Wiegand
Audi TT RS Coupé: Recommendation
Qual è il consumatore tipo della nuova Audi TT Coupé? L’algoritmo di questo ideale web marketplace ce lo mostra: chi ha comprato quest’auto ha anche comprato stivaletti con razzi incorporati e vestito da super eroe!
Ci piace molto questo uso intelligente di un dettaglio preso in prestito dal mondo del web, per spiegare con ironia le caratteristiche di un prodotto.
Advertising Agency: thjnk AG, Hamburg, Germany
Creative Directors: Armin Jochum, Gerrit Zinke
Art Director: Bastian Adam
Copywriters: Andrea Mittman, Julia Böning, Michel Foertsch
Inlingua: Th
La scuola di lingue Inlingua si è affidata da qualche tempo all’agenzia tedesca Kolle Rebbe GmbH che sforna quasi ogni mese delle godibili print d’impatto (avevamo già visto qui degli esempi).
Questa settimana vi presentiamo la campagna dal tono decisamente pulp dal titolo “th“. Ogni scolaro somaro che si rispetti conosce la difficoltà insita nella pronuncia delle parole inglesi che iniziano per th- . Anche Inlingua conosce bene questo problema e ci tiene a farci sapere che si prenderà cura della pronuncia del nostro th.
Come lo fa? Facendo sparire la pronuncia sbagliata, in questo caso sbarazzandosi brutalmente della S (molti madrelingua tedeschi leggono th pronunciando S) che viene data in pasto ai maiali, abbandonata in una palude e fatta annegare nelle profondità di un lago melmoso.
Stessa agenzia della campagna precedente, cliente diverso: il negozio di libri Stories!
Queste print dal titolo: Doubleheads ci mostra 3 tipologie di lettori in ambienti diversi e i protagonisti dei libri che stanno leggendo. La fusione delle due scene avviene attraverso la testa, luogo in cui prendono vita le avventure che troviamo scritte nei libri.
Advertising Agency: Kolle Rebbe, Hamburg, Germany
Creative Directors: Sascha Hanke, Rolf Leger, Jörg Dittmann, Florian Ludwig
Art Director: Jörg Dittmann
Copywriter: Florian Ludwig
00KarokiKaroki2014-03-17 13:00:132014-03-17 13:00:13Manubri, acconciature e libri: i migliori annunci stampa della settimana
Come riportato nell’annuncio fatto sul blog ufficiale di Google Drive, il team di sviluppo dedicato a Google Docs e Google Sheets ha lanciato uno store dedicato con add-ons per personalizzare l’esperienza d’uso di questi strumenti online.
Questa sorta di app store, inserito nel menu principale di creazione dei documenti e dei fogli di calcolo, contiene queste applicazioni (chiamate add-ons) che permettono di aggiungere funzionalità aggiuntive. Ad esempio:
– opzioni di formattazione e condivisione;
– grafici e diagrammi;
– creazione bibliografie e newsletter (grazie a MailChimp);
– mappe concettuali;
– Google map e traduttori.
Queste funzionalità sono integrate grazie a dei partner e con il tempo andranno ad aumentare come numero.
Per aggiungere gli add-ons, basta cliccare sulla voce relativa (come nell’immagine seguente):
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2014/03/componenti-aggiuntivi.png497958SimosokeSimosoke2014-03-17 11:50:152014-03-17 11:50:15Google lancia uno store con add-ons personalizzati per Docs e Sheets
Essere o apparire? Non è un quesito filosofico, ma l’evoluzione delle strategie di Inbound Marketing sul web.
Se fino a qualche anno fa l’importante era “esserci”, cioè avere un sito web, oggi, per distinguersi nella sconfinata scelta di risposte che i motori di ricerca offrono agli utenti, è necessario apparire in quelle ricerche, cioè finire sotto gli occhi del proprio potenziale cliente e attrarlo sul proprio sito.
Le visite, insomma, non piovono da sole sulle nostre pagine web, ma è indispensabile costruire strategicamente il proprio sito e progettare attività di search engine marketing con lo scopo di attirare il potenziale cliente, convertirlo in effettivo acquirente del nostro prodotto o servizio e “deliziarlo”, in modo da trasformarlo da semplice cliente in promotore spontaneo (lifelong cycle).
Andando con ordine, è necessario comprendere innanzitutto alcuni concetti base.
Qual è l’obiettivo principale della SEO?
Scopo fondamentale della SEO è di portare visite qualificate al nostro sito web. Queste arriveranno presumibilmente dalla nostra nazione di riferimento, ma se internet permette di essere in collegamento con l’intero pianeta e se il nostro mercato potenziale è globale, perché fermarsi davanti a possibili clienti stranieri?
In questo caso sarà bene soffermarsi anche sui principi della SEO internazionale, cioè quelle tecniche che consentono di dare visibilità al proprio sito anche sui motori di ricerca stranieri, partendo però da alcuni presupposti indispensabili. Per questo è bene innanzitutto farsi alcune domande, prima di spendere inutilmente tempo e denaro su un progetto che potrebbe rimanere improduttivo: il mio brand è appetibile all’estero? Posso offrire servizi e prodotti nel resto del mondo?
Conosci gli strumenti web
Ma dato che non ha senso parlare di SEO senza avere un ottimo contenuto, e di contenuto senza un corretto utilizzo dei social media, la prima nozione da ficcarsi bene in testa è che per progettare una buona campagna di Inbound Marketing, ogni passaggio è indispensabile al successivo ed a quello precedente. Per questo bisogna conoscere ed utilizzare al meglio tutti gli strumenti web per sfruttarne la struttura.
Internet, con la sua possibilità “democratica” di dare voce a tutti gli utenti, attraverso blog e social network, ha cambiato completamente le regole della vendita e della promozione online. Non basta più infatti scrivere una storia a tavolino, acquistare spazi pubblicitari e partecipare alle fiere. Il consumatore si è trasformato in prosumer e quindi bisogna stare al passo. Come fare? La chiave sta nel dialogo. Perché Internet è proprio questo: dialogo con il pubblico e racconto di una storia che non è più fissa, ma in divenire e la cui trama è scritta insieme agli utenti.
Per questo la relazione del marchio con i propri clienti ne segna il successo o la sconfitta. Il brand di successo sarà quello in grado di emozionare oltre che di soddisfare i bisogni dei propri utenti/clienti.
La maggior parte delle decisioni online avviene nello ZMOT
La maggior parte delle decisioni online avverrà in quello che Google ha chiamato Zero Moment of Truth (ZMOT).
L’esperienza d’acquisto, infatti, che prima delle tecnologie web si suddivideva in 3 fasi (stimolo, scaffale o first moment of truth, esperienza del prodotto o second moment of truth), si è arricchita ora di un ulteriore passaggio: quello dello zero moment.
Lo zero moment è il momento in cui il potenziale cliente costruisce le sue convinzioni e il processo d’acquisto inizia.
Di solito si comincia con una ricerca su un motore come Google, Bing o Yahoo, ma si può iniziare anche attraverso un suggerimento su un social da parte di un amico o di un conoscente. La ricerca avviene in tempo reale, quindi è possibile ad ogni ora del giorno e sempre più spesso si registra tramite device mobile. Il consumatore ne ha il controllo e per questo si parla di un processo di tipo emozionale: se la ricerca da un lato nasce da un bisogno, il potenziale cliente fa un investimento emotivo per soddisfare questa necessità. Ma è bene anche tenere presente che nello ZMOT intervengono sullo stesso piano diversi attori: amici, siti, esperti, forum, ognuno con i propri pareri.
Per questo le attività di tipo push non sono più decisive nell’influenzare le scelte e probabilmente lo saranno sempre meno in futuro, ed è necessario indirizzarsi verso attività di tipo pull. Da una comunicazione unidirezionale, spesso imposta, si è passati alla conversazione. L’acquirente del web trova e condivide con modalità e tempi autonomi tutte le informazioni che rispondono alle sue specifiche esigenze sui diversi prodotti.
Vincere nello ZMOT è fondamentale in qualsiasi mercato
Per vincere nello ZMOT, l’Inbound Marketing è l’unico strumento in grado di creare valore anche nel tempo.
Anche se può sembrare davvero complesso, oggi con un po’ di ingegno si possono creare contenuti interessanti che siano anche in grado di sfruttare la struttura a nodi della Rete, ottenendo così risultati a volte anche più efficaci di quelli derivanti da campagne pubblicitarie milionarie. Un esempio su tutti è dato dal fenomeno “viral”, in grado di raggiungere, coinvolgere e condizionare l’acquisto da parte di milioni di utenti.
Il vero problema è che proprio la “democraticità” del web genera una concorrenza decisamente accanita. Così, per emergere con i propri contenuti tra la miriade di risposte fornite dal web, la risposta è proprio l’Inbound Marketing, che cerca di sfruttare a proprio vantaggio le caratteristiche della Rete e le specificità degli utenti, per vincere nello ZMOT e creare una relazione duratura col cliente fino a farlo diventare un evangelist.
La strategia di Inbound Marketing è fondamentale
I punti fondamentali su cui si basa una buona strategia di Inbound Marketing sono tre: contenuti, SEO, social.
Content is king, ma è soprattutto necessario tenere presenti le regole basilari dello storytelling, della SEO e del social media marketing, in modo che il contenuto, oltre ad essere interessante e raccontare la storia del brand possa essere Google friendly, cioè si trovi al posto giusto, al momento giusto.
Il corso online della Ninja Academy: formazione, amicizie e relazioni
Consigli indispensabili, spiegazioni puntuali e attente ad ogni aspetto dell’argomento, ma anche relazioni produttive e voglia di conoscersi tra i partecipanti sono stati gli elementi di pregio del corso in SEO e SEM Strategy della Ninja Academy, senza dimenticare la professionalità e l’enorme disponibilità di tre eccellenti docenti: Luca De Berardinis, Fabio Di Gaetano e Gianpaolo Lorusso.
00Fabio CasciabancaFabio Casciabanca2014-03-17 11:00:452014-03-17 11:00:45Progettare campagne di Inbound Marketing: il corso online in SEO e SEM Strategy della Ninja Academy
Quante volte – per scherzo o anche solo per fare nuove esperienze – avete provato a esibirvi nelle danze più improbabili, spinti dalla gioia del momento? Ecco, è proprio sui balli impossibili che si fonda la campagna unconventional sviluppata da DLVBBDO e Star per il lancio di Saikebon, la nuova linea di noodle istantanei dedicati alla fetta di pubblico degli young adults. Individui che amano le cose pratiche e che non si tirano mai indietro quando c’è da scatenarsi e divertirsi… proprio come i Saike Nudols, la crew più pazza del momento che sta facendo scatenare il popolo di YouTube attraverso il proprio canale ufficiale: vi basterà digitare un qualsiasi ballo e loro si faranno in 4 per accontentarvi… non prima di una bella versata di acqua bollente nella cup, in puro stile noodles!
È così che sono nati i Saike-nudols: 5 ballerini, ognuno legato a un gusto della linea e a un genere musicale di riferimento, pronti a diventare i protagonisti del party più folle di Youtube. Sul nostro custom channel troveremo infatti i 5 alle prese con tutti i generi musicali esistenti al mondo: saranno gli utenti a poter richiedere loro che genere ballare, dal più comune al più inaspettato, e i Saike-nudols forniranno in tempo reale la loro interpretazione… anche quando non sapranno da dove iniziare.
I risultati? Tra visualizzazioni ed engagement degli utenti, non si sono certo fatti attendere! Un format interattivo che integra musica e intrattenimento, arricchito da un concorso che permetterà ai consumatori più fortunati di aggiudicarsi una vera e propria festa completa di DJ, fotografo, barman e… tanti Saikebon noodles, of course 😉
La campagna è ben supportata dall’account Google Plus e – soprattutto – dalla fanpage Facebook, ricca di contenuti visual e capace di integrare consigli, informazioni e messaggi di presentazione della dance crew. E allora, non vi resta che provare il prodotto e fare ballare i 5 Saike-nudols al vostro ritmo preferito, godendovi l’esperienza social… e condividendola con i vostri amici! 😉
CREDITS
00Alberto MaestriAlberto Maestri2014-03-17 10:00:272014-03-17 10:00:27Ecco i Saike Nudols, la dance crew che balla tutti i generi musicali del mondo... su YouTube!
Il 7 aprile 2014 inizia il Master Online in Social Media Marketing & Community Management targato Ninja Academy, il primo master di specializzazione focalizzato interamente sulle singole piattaforme sociali, quali Facebook, Twitter, LinkedIn, Youtube, Instagram, Pinterest, Google Plus. Nel corso del Master si approfondiranno gli aspetti distintivi, le funzionalità e le potenzialità di ognuno con i migliori esperti italiani del marketing e della comunicazione digitale.
Il Ninja Master si colloca in uno scenario mondiale che vede aumentare ogni mese l’interesse per questi strumenti. Basti pensare che a settembre 2013 il 93% dei professionisti di marketing ha dichiarato di utilizzare i Social Media per supportare il proprio business. Eppure, nel nostro Paese, i casi di successo rimangono pochi.
Qualche settimana fa abbiamo inaugurato una rubrica che ci ha portati alla scoperta dei docenti del Master. Con loro abbiamo approfondito i moduli del Master. In particolare, sono stati intervistati:
Oggi la nostra rubrica si conclude con l’intervista a Vincenzo Cosenza, docente del modulo Social Media Strategy. Scopriamo nel dettaglio il suo modulo:
Adottare una visione strategica sulla scelta e l’adozione dei diversi Social Media
Progettare una Social Media Strategy declinata ai propri obiettivi
Definire metriche Social KPI complessive, chiare ed efficaci
Come bilanciare contenuti, PR, advertising attraverso una mission di social business
Social Media ROI
Ecco, invece, cosa ci ha raccontato…
Prima di leggere la sua intervista, ne approfitto per ricordarvi che lo SCONTO Early Booking è stato prolungato fino al 1 aprile (oltre agli ulteriori sconti e bonus se avete già frequentato uno o più corsi Ninja Academy).
Ciao Vincenzo. Potresti dare ai nostri lettori una definizione di Social Media Strategy?
La Social Media Strategy è la strategia di approccio ai Social Media da parte delle organizzazioni aziendali. Richiede un pensiero che, precedendo le azioni tattiche, sia in grado di disegnare il corretto modo di stare sui Social Media partendo dagli obiettivi di business.
Cosa si intende con Social Media ROI?
E’ il ritorno sull’investimento generato da un’attività svolta sui Social Media. Come spiego approfonditamente nel mio omonimo libro , spesso si fanno degli errori nel capire cosa sia e di conseguenza come vada calcolato. Chiedere qual è il ROI dei Social Media non ha senso perché sarebbe come chiedere qual è il ROI dei mass media.
La domanda corretta è: Qual è il ROI (di un’attività specifica svolta su un certo medium) in un certo periodo di tempo?
Potresti dare 3 consigli ai nostri lettori per progettare una Social Media Strategy efficace?
Partire dagli obiettivi di business e non da quelli social. Dire voglio arrivare a 100.000 fan non è un obiettivo di business;
Iniziare analizzando la percezione dell’azienda in rete e le sue performance anche in relazione ai competitor;
Costruire un framework per la misurazione costante degli obiettivi non solo finali, ma anche intermedi. Se non si misura non si migliora.
Quali sono gli errori da evitare nella realizzazione di una Social Media Strategy?
Farsi guidare dalle metriche imposte dalle piattaforme (i fan, i follower, il people talking about);
Accontentarsi di strumenti di misurazione e analisi gratuiti non adatti a comprendere lo scenario;
Considerare i Social Media come l’ennesimo canale da inondare di messaggi.
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Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.
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00AngelicaAngelica2014-03-17 08:30:332014-03-17 08:30:33Social Media Strategy: come adottare una visione strategica dei diversi Social Media?
Una delle novità tech arrivata direttamente dall’evento SXSW di Austin che ci ha colpito in questi giorni è ancora una volta un’app di messaggistica… o quasi! Si tratta di Banter, l’app che si presenta così “Il modo più semplice per parlare di ciò che conta per te”. Banter è un’app in cui è possibile accedere in forma anonima a chat room tematiche.
La singolarità di Banter è che i messaggi delle chat durano 24 ore per poi sparire completamente: vi ricorda per caso Snapchat o app simili? Beh, qualcosa di diverso c’è, soprattutto a livello concettuale, e noi proviamo a spiegarvelo!
Banter nasce da un’idea di Andrew Busey, inventore a suo tempo di iChat, il servizio di chat di Apple ed attualmente l’azienda che vi è dietro, la Banter Chat Inc., fondata quest’anno, ha raccolto 833 mila dollari dagli investitori.
Banter: come funziona?
Banter è semplice come una normale app di messaggistica o come una chat: dopo aver scelto un nome utente e una password, ci viene chiesto di selezionare i temi preferiti tra TV, Music, Funny, Food, Fashion, Cute, Flirting, ecc.
Dopo averli selezionati, ci si ritrova davanti lo streaming delle chat pubbliche e private: accediamo a una “room” che ci interessa e iniziamo a parlare. Gli argomenti delle chat possono essere molto specifici o generici, al momento in inglese dal momento che l’app è stata lanciata da poco in USA.
Ogni room è una conversazione vagamente strutturata di qualcosa, qualsiasi cosa, piena di digressioni sul tema della chat. L’impressione è quella di una conversazione immediata e personale, tutto quello che accade nella room resta lì dentro.
Caratteristica principale dell’app, dicevamo all’inizio, è che tutti i messaggi pubblici spariscono dopo 24 ore e non c’è nessun archivio o possibilità di ricerca degli stessi. Le chat private invece hanno una durata di 6 mesi perché gli utenti possono essere più interessati a rileggere gli argomenti trattati e a rientrare in conversazione. È un diverso modo di conversare rispetto a Facebook e Twitter, dove gli utenti tengono conto del fatto che i loro messaggi potranno essere sempre visibili e accessibili.
Al contrario, quello che accade nelle room di Banter è quello che potrebbe succedere al bar, in un locale, alla fermata di un autobus: tutto nasce e finisce lì, perché le persone non si conoscono e possono scegliere di restare anonime.
Come scaricare Banter?
Banter è al momento disponibile per iOS e Android. Se non vi interessa il fatto che la maggior parte degli utenti sono al momento di lingua inglese, potete subito scaricare l’app e usarla. Altrimenti potete sempre invitare i vostri amici a scaricarla e provarla: è fondamentalmente un’app per il tempo libero, ma può diventare interessante per ampliare le proprie conoscenze su un argomento o scoprire nuove cose.
Con Banter non conta chi sei ma quello che ti interessa
In sostanza, Banter è pensata per ritrovare il piacere e il divertimento della conversazione virtuale come ai tempi delle chat anonime prima dei vari Whatsapp, Facebook, Skype e persino Snapchat.
Qui non conta quello che sei perché puoi scegliere di essere anonimo e soprattutto le tue conversazioni spariranno dopo 24 ore: conta il fatto stesso di parlare, conversare e per questo su Banter è più importante imparare ad essere immediati e veloci. Chi ha frequentato le chat legate ai videogiochi o ai giochi di ruolo ad esempio, si troverà pienamente a suo agio in queste room.
Al momento Banter non è a pagamento e non prevede formule di pubblicità, ma il team ha fatto sapere (fonte @DigitalTrends) che sono in attesa di vedere i risvolti futuri dell’app e del suo uso da parte degli utenti per scegliere gli aggiornamenti delle release future. Intanto noi di Ninja ci siamo, ovviamente in incognito… vediamo se ci troviamo in qualche chat!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2014/03/app-of-the-week-banter-app-chat-room.png476450NaokoNaoko2014-03-15 16:24:582014-03-15 16:24:58App of the Week: Banter, l'app che reinventa le chat room
Nuova settimana, nuova top 10 ricca di talenti dal mondo del fumetto e dell’illustrazione, per ispirarvi e regalarvi i migliori stimoli creativi in circolazione.
Buona visione!
La star del fumetto Jamie Hewlett è l’autore di questa bellissima illustrazione che sarà la locandina di una delle più grandi mostre del fumetto di tutti i tempi nel Regno Unito: Comics Unmasked, dal 4 maggio al 14 agosto 2014.
Il canadese Guy Delisle torna con un nuovo reportage dai suoi viaggi in giro per il mondo: questa volta dalla Cina del sud, “Shenzhen” edito da Rizzoli Lizard.
Continuano le avventure di Hilda, la ragazzina con i capelli blu e le gambe a stecco creata da Luke Pearson, uno dei migliori talenti del fumetto inglese degli anni Duemila. Il nuovo episodio è “Hilda e il Gigante di Mezzanotte” ed. Bao Publishing.
Clara Soriano è una giovane fumettista spagnola, dopo vari web comic approda alla carta stampata per Carambacomics con il suo “Colmado Sánchez“, raccontando un episodio di vita di quartiere…
Casterman pubblica in Francia, a 31 anni dalla scomparsa di Hergé, “La maledizione di Rascar Capac” l’integrale della storia originale de “Le sette sfere di cristallo” del 1943, compresa la prima versione inedita, bozze, schizzi e documenti d’epoca.
E invece Olly Moss ha realizzato questa cover giocando con l’icona Tintin (appunto di Hergé) per il suo amico Zac Gorman, che è alle prese con la creazione di una nuova stilosissima “zine” insieme ad un gruppo di giovani fumettisti.
Avete mai avuto a che fare con i fantasmi? Il fumettista francese Boulet si, e potete leggerne tra i suoi webcomics, nell’episodio: “Ghosts are idiot”!
Mariano De Biase disegna sul suo blog le strisce di “Pug Life“, irresistibili per tutti gli appassionati di carlini!
Se siete degli artisti e volete segnalarci i vostri lavori, basta commentare questo post con il link al vostro blog, Tumblr, sito o portfolio! Grazie mille a tutti quelli che l’hanno già fatto!
Alla prossima,
Odri
00KikyoKikyo2014-03-15 10:20:222014-03-15 10:20:22Top 10 fumetti e illustrazioni: i migliori creativi della settimana
“We are creative produders”, questa la mission di DUDE. Una delle realtà d’agenzia italiane emergenti più interessanti del momento che si pone l’obiettivo di sviluppare idee creative, realizzarle e produrle, ponendosi trasversalmente rispetto alla filiera classica in un mashup intrigante tra creativi d’agenzia e produttori.
Lo strumento preferito è il video in tutte le sue sfaccettature. Noi di Ninja Marketing abbiamo molto sentito parlar di loro soprattutto dopo l’ultimo progetto di caratura internazionale: lo spot prodotto per Diadora, girato a Los Angeles, che ha riscosso notevole successo in termini di views e di critica: un caso vincente di una realtà italiana che funziona, riconosciuta soprattutto all’estero.
Un piacere e un onore per me intervistare uno dei soci di DUDE, il regista e coofondatore Lorenzo del Bianco che mi ha ospitato nel “covo” di DUDE per raccontarmi di più sullo spot e sulla sua recente esperienza:
“The city is what we make of it” by Diadora. Qual è il concept dello spot, come è nato e perchè la cultura di strada?
Tutto nasce come in un coast to coast da New York a Los Angeles. Alcuni mesi fa a New York abbiamo ideato e realizzato una campagna per lanciare la nuova identità di Diadora “Free to be me”, che ha deciso di posizionarsi in modo differente rispetto al passato, discostandosi dall’immaginario degli sport classici con un’impronta forte. Quindi abbiamo ideato “Free to be me” libero di essere me stesso, di essere italiano (Diadora è brand di proprietà Geox) e ancora di più orgogliosi di mostrarlo all’estero.
“The city is what we make of it” è una declinazione di questa scelta di brand identity e data la forte crescita di Diadora, era il momento di raccontare una storia: quella del popolo Diadora che definisce le proprie regole in una città fantastica dove persino gli sport nobili come il golf e il tiro con l’arco sono declinati su un rooftop o per strada, in una rivisitazione un po’ più libera.
Come mai Los Angeles? Credi che la location abbia aiutato a comunicare i valori brieffati dal cliente?
In realtà se giri il primo commercial a New York, il secondo non può essere a Bustarsizio (sorride) quindi il profilo era mantenersi su una realtà internazionale. L’indiziato numero uno era Berlino, poi per una serie di ragioni commerciali e produttive legate al fatto che l’immaginario americano ci era piaciuto molto (sta anche per nascere una DUDE US), abbiamo cambiato location.
Inoltre L.A. è la città del cinema, dei videogames (cita GTA), quindi se pensi al modo di rivivere e ridisegnare la città, forse Los Angeles si prestava molto di più perché è la città che è da sempre presentata nei più modi folli. Infine se devi fare una campagna primavera-estate, devi andare in un posto dove c’è il sole e quindi quale posto meglio della California.
Tornando al posizionamento del brand, rispetto a competitor come Nike o Adidas, che trattano lo sport più come competizione e con testimonial di successo, Diadora ha scelto un’altra strada, pensi che sia un concept comunicativo che può funzionare?
Nel momento in cui devi differenziarti da brand che possono usare Kobe Bryant, Messi o Lebron James devi farlo riportando la comunicazione ad un immaginario un po’ più reale, semplice, quasi “hipster” a tratti, ponendo al centro il destinatario del messaggio.
Io, persona comune, rivivo e reinterpreto LA, non Kobe che magari ci vive, ma conosce solo la parte posh della città. Poi ovviamente se la sfida è contro Nike o Adidas, non potendo permetterti lo stesso budget per giocare con i grandi campioni, devi cambiare strategia.
Lo spot vanta la collaborazione anche di RedBull. Come è nato questo co-marketing? E com’è stato collaborare con loro?
È stata un’idea di Diadora e MTV, che hanno avuto la brillante idea di associare il marchio a uno dei due o tre brand più cool al mondo, specie se pensiamo agli sport “di strada”, dove Redbull è senza dubbio leader incontrastata.
Non è la prima volta che vi approcciate al mondo degli adv. Hai avuto modo di collaborare con company come Vodafone, Samsung, Smart. Come è cominciata? E partendo dal basso come si arriva ai grandi brand?
Tutto è iniziato dopo Italia Germania 2-0 dei mondiali del 2006 quando io e il mio socio Davide Baldi, forse presi dall’ebbrezza del momento, abbiamo avuto un’idea per un corto che abbiamo scritto e realizzato, all’epoca ancora in pellicola, nei giorni successivi.
Dopo una serie di lavori commissionati da gente a noi vicina abbiamo pensato di aprire la nostra società. Nel frattempo abbiamo assunto consapevolezza di quello che stava nascendo e abbiamo avuto l’opportunità di interpretare un mondo che stava cambiando, in un modo e con un approccio nuovo.
Poi pian piano con tanta costanza, tanta voglia e non poche difficoltà, in un contesto in cui non hai finanziamenti da privati, dalle banche e agevolazioni dallo stato, ogni piccolo lavoro è uno step in più che ti porta visibilità. E magari con un po’ di fortuna arrivi a girare negli Stati Uniti… un sogno per me fino a qualche tempo fa.
Vi definite come “creative produders”. Com’è nata l’idea di identificare ogni membro della crew con l’immagine delle vostre “sagome”, diventate ormai simbolo dell’agenzia DUDE?
L’idea è nata in fase di realizzazione del sito: quando lanci una società hai poco budget e una miriade di cose da fare, una delle più importanti è il sito internet. Il nostro stentava ad essere lanciato perché uno dei co-fondatori che si occupava della parte web, il caro Bob Gandolfi, ci teneva che fosse perfetto al lancio e questo comportava un ovvio ritardo.
Allora l’idea che ci è venuta in mente è stata quella di fare un po’ di teasing, pubblicare una foto dei due soci, con la faccia cancellata e il claim: “ci stiamo rifacendo il look, stiamo per arrivare!”. Bob poi è stato geniale perché non si è limitato a modificare l’immagine, ma ha creato quel bellissimo strumento di comunicazione che sono le nostre “sagome” attuali, disegni dei membri DUDE senza la faccia.
Il driver di comunicazione che ci ha portato a sceglierle come logo è l’idea che non è importante che faccia abbiamo noi DUDE ma ciò che importa è l’immagine che il cliente vuole che noi rappresentiamo per lui.
Oltre al mondo della comunicazione, siete molto attivi anche nel mercato dei videoclip musicali, soprattutto con band e artisti emergenti del nuovo cantautorato italiano. Quali delle due realtà ti affascina o ti diverte di più?
Molto sinceramente entrambe, in quanto oggi un commercial può essere una forma semplice, ma anche quasi una forma d’arte: la cura con cui oggi si da’ attenzione alle immagini o all’idea creativa in molti casi da’ vita a veri capolavori.
Certo le risorse che ci sono nell’advertising ti consentono di fare dei prodotti superiori rispetto al mondo che noi chiamiamo “no profit” (sorride) ovvero il mondo dei videoclip e cortometraggi, in cui ti scontri con queste limitazioni di budget che non ti permettono sempre di esprimerti come vorresti.
Cosa ha di più affascinante però quest’ambiente è sicuramente la possibilità di lavorare con artisti e la piacevolezza di collaborare con persone che stanno creando arte. E questo fa sentire un po’ artisti anche noi.
Soffermandoci un po’ più su di te, sul tuo lavoro.. quando hai deciso di diventare un director e se hai qualcuno o qualcosa che ti ha ispirato in questa scelta?
Questa non me l’ero preparata, aspettavo di essere famoso per riceverla (sorride). A quattordici anni a Genova (la sua città) dire voglio fare il regista è un po’ come dire voglio fare l’astronauta, hai le stesse probabilità nella tua testa di farlo.
Poi le cose succedono, magari per caso rispetto a quello che ti aspettavi. Se dovessi pensare ad un’ispirazione credo di dover ringraziare mio papà che era fotografo e portandomi in camera oscura tutte le domeniche forse un po’ di gusto visivo me l’ha donato.
Quindi per chiudere, che consiglio daresti a chi si approccia al mondo del video-making e aspira a vivere un’esperienza come la tua?
Parlando di DUDE come esperienza, la cosa più bella è la possibilità di alzarsi al mattino, guardarsi allo specchio ed essere felice pensando di andare ogni giorno in un posto che è plasmato a tua immagine e somiglianza. È una soddisfazione impagabile che deve essere un po’ un obiettivo secondo me.
Se dovessi dare un consiglio sulla regia, che è poi quello che do agli studenti (Lorenzo tiene alcuni corsi di regia e comunicazione pubblicitaria allo IED), è quello di non dimenticare mai che il regista racconta delle storie, e per far sì che queste storie siano belle, è fondamentale emozionare chi le guarda.
È qualcosa che ho capito con l’esperienza sul campo. All’inizio consumavo gran parte delle energie e del tempo per capire come ottenere un determinato effetto o un’inquadratura particolare, poi a un certo punto ho capito che in realtà il lavoro di chi racconta delle storie è semplicemente quello di emozionare chi le guarda, non importa che si tratti di pubblicità, di un video, un corto o un film.
Certo la tecnica è importante, ma è solo come strumento per poter raccontare una storia. Un po’ come diceva Hitchcock“A vent’anni facevo film meravigliosi, pieni di effetti e non mi filava nessuno, poi ho cominciato a dimenticare la tecnica rendendola funzionale alla storia che volevo raccontare. Solo allora sono diventato Alfred Hitchcock”
00MaikiMaiki2014-03-15 08:20:352014-03-15 08:20:35Diadora "The city is what we make of it": la voce del regista Del Bianco [INTERVISTA]
Facebook ci ha provato diversi anni fa con l’apertura di alcuni negozi online direttamente attraverso le Fan Page, Twitter ha fatto discutere nelle ultime settimane con le indiscrezioni sugli accordi stretti con Fancy, Pinterest ne è portabandiera da sempre. Stiamo parlando del social commerce, il nuovo modo di fare acquisti online passando per i social network.
Una attività che sembra particolarmente proficua: solo nel 2012, infatti, gli utenti americani hanno speso circa 121 miliardi di minuti sui social media e acquistato online per oltre 200 miliardi di dollari.
Lo scorso autunno, quindi, anche Google ha lanciato la sua iniziativa per promuovere il social commerce attraverso l’ormai iper discusso Google +.
Shop the Hangout
L’iniziativa, promossa da Google in collaborazione con il Council of Fashion Designers of America, parte dalla voglia del colosso digitale di dimostrare quanto la moda e la tecnologia siano intrecciate tra loro e di come sia possibileevolvere ancora il modo di fare shopping online.
L’evento ha permesso agli utenti di acquistare i propri capi preferiti ascoltando in diretta i designer che raccontavano la nascita delle collezioni e rispondevano a domande sulla propria vita e carriera.
Gli appuntamenti on air sono stati un successo e hanno visto la partecipazione di artisti del calibro di Diane von Furstenberg, Rebecca Minkoff, Marcus Wainwright, David Neville e Rachel Zoe.
L’iniziativa, prima e unica nel suo genere, è un grande passo in avanti nella storia del social commerce. Google e il CFDA non hanno rilasciato dati sulle statistiche di vendita, ma collettivamente l’iniziativa “Shop the Hangout” ha ricevuto oltre 150 milioni di impression sui social media, 65 milioni sulla stampa e ha aumentato il traffico di vendite e di visite sui siti web dei designer partecipanti.
Cosa ne pensate?
00Elisa MarinoElisa Marino2014-03-14 12:11:282014-03-14 12:11:28Acquisti online e social network: ci pensa Google+
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