11 ingredienti essenziali per scrivere ottimi post sui blog [INFOGRAFICA]

Avete appena completato il vostro nuovo post da pubblicare su un blog; ci avete speso un’ora e mezza, vi siete assicurati di non aver fatto errori di battitura ed avete eliminato le ripetizioni. Ma oltre tutte queste accortezze dovete controllare che i vostri post contengano alcuni elementi fondamentali che aiutano a colpire il lettore!

Copyblogger ha creato una bellissima infografica per ricordarci quali sono questi elementi ed abbiamo avuto il piacere di tradurla per voi 😉

Fateci sapere nei commenti se i consigli vi sono stati utili.

Agrivillaggio: il villaggio felice della decrescita felice

Siamo sicuri di attraversare, come paese, un periodo crisi? La ripresa, è vero, stenta ad arrivare. Il paese è in preda a tensioni sociali e politiche. Le famiglie ed i giovani passano momenti di difficoltà. Il giocattolo si è rotto e politici, intellettuali ed avventori dei bar si arrovellano sul da farsi e non. Ma più di tutto, soprattutto ed al di sopra di tutto, quello che preoccupa è che l’economia non cresce, è in stallo, e se ci va male l’anno prossimo decresce.

Crescita? No grazie

Qualcuno stapperà una bottiglia di spumante. Chi saranno mai questi disfattisti? Sono gli stessi che, incontrati al medesimo bar, potrebbero lanciarsi in teorizzazioni poco comprensibili, forse a causa di eccessi dello spumante cui sopra. Ti parleranno della passata di pomodori amorevolmente preparata in casa.

Assecondali. E’ buona, sana, e certamente molto meno costosa del suo equivalente da supermercato. In più è prodotta con pomodori biologici, coltivati in casa, e non reduci da un viaggio intercontinentale dopo essere cresciuti nelle sconfinate pianure dell’Alabama. C’è un piccolo problema. Quel gesto di autoproduzione, apparentemente innocuo, ha appena prodotto un danno economico al Paese. Dove li mettiamo i mancati introiti di intermediazione, di trasporto, degli imballaggi e smaltimento dei rifiuti? Speriamo che di questi stolti non ne vengano fuori troppi, altrimenti qua la crescita ce la scordiamo!

“Non ne beneficio soltanto io perché mangio un prodotto sano e senza conservanti ed additivi chimici. Più persone autoprodurranno la propria salsa di pomodoro, meno camion per il trasporto dell’omologo industriale circoleranno. Ci sarà meno traffico e si consumerà meno carburante, e se va bene, ci saranno meno incidenti stradali”

Mani nei capelli, qui gli effetti sono a catena, continuano a diminuire i consumi di carburante, le spese per i ricoveri ospedalieri, tanti altri pezzettini di PIL che vanno a farsi benedire. Ma forse per la Società e le persone, il benessere sarà aumentato.

Che colore ha, la felicità?

E’ un piccolo esempio, ma aiuta ad arrivare al nocciolo della questione: viviamo da sempre nel paradigma che la crescita economica equivale a benessere sociale.

E’ un concetto abbastanza coerente con il modello capitalista, dove il vortice di uso-consumo-butto cresce linearmente con la crescita di beni e servizi prodotti, scambiati e consumati nel mercato. Come dire: più beni consumiamo, più stiamo meglio. Ma siamo sicuri sia questo a renderci felici? Si alzi in piedi chi è felice, e lo è grazie ad un prodotto o servizio che ha consumato o acquistato (si siedano cortesemente quelli che l’anno appena consumato o acquistato).

Se puntiamo a massimizzare il PIL, allora prendiamo la macchina e facciamo un incidente. Innescheremo tutta una serie di servizi di soccorso stradale, officina, parti di ricambio, e se ci va male (o bene?) pure di medici che accresceranno il PIL prodotto. Siamo ancora sicuri che sia questo l’obiettivo?

Decrescita felice

Lo stolto, o brillo di cui sopra, non è altro che un esponente del Movimento per la decrescita felice, nato in Italia negli anni 2000. Si può essere d’accordo o meno con queste teorie, ma è bene capire più a fondo cosa sostengono. La proposta non è il ritorno all’età della pietra, ma un cambio culturale che non metta più la crescita economica come obiettivo principale, piuttosto il benessere delle persone.

Ben vengano quindi tecnologie avanzate che sostengano le pratiche di autoproduzione, migliorino la produzione e consumo di energia. Ma cosa se ne fa di decrescita felice una persona che affronta problemi legati al lavoro, all’affitto della casa, all’acquisto di generi di prima necessità? Nel modello attuale poco o  nulla. Ma se è pronta al cambiamento, molte delle cose che oggi le mancano, e che l’assillano, diverranno improvvisamente superflueoppure autoprodotte.

Agrivillaggio

Esiste pure un caso reale di decrescita felice, un progetto imprenditoriale in corso di finalizzazione alle porte di Parma. Si chiama “Agrivillaggio”, idea dell’imprenditore agricolo Giovanni Leoni, che da 15 anni lavoro per la creazione di un quartiere ecologico totalmente autosufficiente dal punto di vista alimentare ed energetico all’interno della propria azienda agricola, che produce parmigiano ed ortaggi in quantità.

Il quartiere (a settembre, burocrazia permettendo) ospiterà inizialmente 60 abitazioni e sarà fornito di negozi e servizi oltre che di orti e frutteti tra una casa e l’altra per l’autoproduzione di cibo. Un “polo energetico” consentirà poi il riciclo dei rifiuti e la produzione di energia tramite biogas. Non si tratta di un ritorno alle caverne, ma un modo diverso di pensare il futuro, l’alimentazione ed i rapporti sociali.

Il villaggio sarà tecnologicamente avanzato, con auto elettriche, tecnologie LED e di risparmio energetico (es, lampioni che si accendono solo al passaggio delle persone), e sistemi di fitodepurazione e biodigestione per il trattamento delle acque nere. Progetto utopico? Basterà farsi una passeggiata a Parma tra qualche mese. Con la serenità mentale che in caso di incidente all’interno del villaggio, nessuno, questa volta, esulterà per la crescita del PIL.

City App: guida alle PA tra digitalizzazione e mobilità

City App: guida alle PA tra digitalizzazione e mobilità

La comunicazione, anche nel settore pubblico, sta facendo grandi passi in avanti, alla ricerca di soluzioni innovative per presentare il proprio territorio ai turisti e fornire alcuni servizi utili ai residenti. Molte città ci hanno già pensato, altre ci penseranno, altre ancora hanno problemi più importanti da risolvere, ma la creazione di applicazioni mobili da parte dei grandi comuni è un settore in espansione e ancora in fase di definizione. In Europa Londra, Oslo, Madrid e Barcellona, in Italia Roma, Bolzano o Cagliari hanno rilasciato già da tempo city apps ufficiali.

In questa analisi prenderemo volutamente in considerazione solo le app ufficialmente realizzate dalle municipalità o dai ministeri di riferimento. Questi possono vantare l’ufficialità delle fonti di informazione, una visione non commerciale o di parte e una completezza dell’offerta turistica. Cercheremo di capire, dal punto di vista dell’amministrazione, come questa si sia comportata davanti alla sfida che si è posta.

Vogliamo analizzare e schematicamente riassumere, in modo semplice, ciò che è stato inserito nelle city app attualmente scaricabili dagli store mobile.

PA e App: alcune cose che non possono mancare

City App: guida alle PA tra digitalizzazione e mobilità

Barcellona City App

Punti di interesse culturale, artistico o commerciale: ovviamente stiamo parlando di tutte quelle attrazioni che rendono la città unica: musei, monumenti, palazzi, chiese ma anche zone commerciali e artigianali. Spesso, visto il gran numero, vengono inserite in specifiche sottocategorie tematiche. Ad ogni luogo viene associata una breve descrizione, una foto, un puntatore su una mappa e viene data la possibilità di inserirlo tra i “preferiti”, per poter poi realizzare una selezione personale.

Ospitalità: Hotel, B&B o semplici affittacamere sono censiti e inseriti nella nostra applicazione. Vengono presentati o in ordine alfabetico o, ancora meglio, richiedendo la localizzazione GPS dal nostro dispositivo, in base alla vicinanza alla nostra posizione. Ad ogni struttura è associata una scheda con sito, contatti telefonici o mail, indirizzo e istruzioni stradali.

Ristorazione: in modo simile all’ospitalità, vengono inseriti ristoranti e bar. Questa volta l’ordinamento viene presentato o in base alla fascia di prezzo o alla nostra posizione.

Mappa: punti di interesse e posizionamento sulla mappa sono alla base di ogni city app ma alcune funzionalità possono renderla ancora più utile, fornendo maggiori informazioni o facilitando la consultazione. Inserire, infatti, i percorsi della rete metropolitana, i tragitti delle corriere e degli autobus, illustrare la rete ferroviaria regionale rende multilivello la consultazione della mappa, dando ai turisti una visione complessiva dei mezzi a disposizione. Da segnalare che in alcuni casi la visualizzazione della mappa richiede traffico dati mentre in altri, da preferirsi, troviamo mappe che funzionano offline o comunque con la possibilità di salvare preventivamente in locale i dati.

Foto: turismo è soprattutto immagini quindi queste non possono sicuramente mancare, sia associate ai diversi contenuti sia indipendenti in forma di galleria fotografica (spesso suddivisa in categorie)

Ricerca: un motore interno all’app per facilitare la ricerca delle informazioni partendo da parole chiave.

Alla ricerca di interazione e condivisione

Le city app posso essere concepite o come semplici digitalizzazioni delle classiche guide turistiche, oppure come loro evoluzione, inserendo funzionalità che sfruttano i social e la geolocalizzazione come leve nella promozione dei luoghi.

Preferiti: questa funzione, non presente in tutti gli applicativi analizzati, permette di creare e salvare una propria selezione di luoghi da visitare.

Social share: il viaggio, lo vediamo sempre più spesso, è anche condivisione sociale, in tempo reale, della propria esperienza. Il turista, pubblicando foto, opinioni o contenuti illustra e promuove il nostro territorio e lo fa conoscere.

Tracciamento GPS: utile, per non dire fondamentale, quando ci si vuole spostare in una città sconosciuta. Attraverso il posizionamento ci vengono indicati tutti i punti di interesse nelle vicinanze e la distanza dal punto preciso in cui ci troviamo.

Non tutte le city app hanno anche queste funzioni

City App: guida alle PA tra digitalizzazione e mobilità

London City App

Non tutte le city app sono uguali. Alcune hanno funzionalità più avanzate, altre sono più aggiornate, altre dedicano maggiore spazio a foto, altre a testi. Ma in alcune di queste troviamo dei servizi che posso diventare molto utili, sia a turisti che residenti.

Tour: non solo quindi punti di interesse ma veri e proprio tour tematici, con indicazione del percorso, della durata e dettagliata descrizione dei luoghi toccati dalla visita.

Città in breve: ogni grande comune ha migliaia di luoghi che possano creare interesse, posti da visitare e attività da fare. Ma non sempre il turista ha il tempo necessario per fare tutto: la “città in breve” serve a illustrare ciò che non ci si può proprio perdere, una selezione accurata per vivere la città nel migliore dei modi ma con il tempo contato.

Eventi e notizie: una città non è solo luoghi ma anche persone, quindi momenti di incontro e di attività. Un calendario aggiornato degli eventi permette di vivere a pieno una comunità sia per i residenti che per i turisti. Una sezione news mantiene informato il cittadino sulle iniziative in atto. Non in tutte le app analizzate troviamo queste voci, più per la difficoltà legata al necessario continuo aggiornamento, che, forse, per reale volontà.

Vita notturna: categoria di PDI spesso dimenticata ma che definisce uno specifico settore di interesse per categorie di turisti.

Informazioni utili: in questa categoria troviamo di tutto, dai numeri di telefono di emergenza agli orari di apertura di negozi e uffici, dagli ospedali ai bagni pubblici, dalle promozioni sui trasporti ai metodi di pagamento, dalle indicazioni sull’accessibilità agli uffici turistici. Tutto ciò che molti cittadini danno per scontato ma che a un turista può risultare vitale.

Meteo: di applicazioni meteo ne abbiamo viste di ogni tipo ma la comodità di poter sapere il tempo e le previsioni direttamente dalla “guida turistica”, lo rende un servizio davvero apprezzato. La funzionalità richiede ovviamente un traffico dati attivo.

Progetti specifici per il cittadino: disponibilità del bike sharing, orari ZTL o info traffico, per esempio, non possono essere categorizzate semplicemente come informazioni utili ma meritano specifiche sezioni costantemente aggiornate.

Un discorso a parte è da fare per la lingua. Alcune sono automaticamente localizzate in base alla lingua di default impostata sul telefono, altre permettono la scelta nel classico menù delle impostazioni, altre si limitano alla lingua inglese.

Un mondo complesso che richiede organizzazione

Una città è un mondo molto complesso composto da luoghi, attività, storia e persone. Racchiudere tutto questo in un’app, dando ordine, semplicità e funzionalità avanzate non è sicuramente semplice. Molte amministrazioni si stanno impegnando in questa direzione, raggiungendo ottimi risultati, come Roma, Barcellona o Oslo. Nate per presentare dal punto di vista turistico, diventano spesso molto utili anche per i cittadini che quelle città abitano.
Con la loro diffusione possono diventare un valido sostituto alle guide turistiche cartacee o alle varie app private o commerciali realizzate per dispositivi mobili.

Cosa può mancare per fare il grande passo? Che funzionalità potrebbero essere inserite per completare l’offerta di servizi?

facebook

Privacy via mobile: dai rischi a Blackphone, lo smartphone antispia

Fonte @Getty

Da quando internet è entrato a far parte della nostra vita la parola privacy l’abbiamo sentita e risentita milioni di volte, nonostante essa metta sempre paura, solo pochi di noi effettivamente seguono i consigli per prevenire l’attacco di dati, non solo per pigrizia o mancanza di tempo ma anche perché tutto ciò che non è tangibile e sfugge al nostro occhio quasi lo dimentichiamo e passa in secondo piano.

Per venire in contro a tutte le nostre paure riguardo la privacy, il 24 febbraio al Mobile World Congress di Barcellona avverrà il lancio del Blackphone, uno smartphone a prova di spia che promette di essere il primo cellulare intelligente in assoluto ad offrire agli utenti il pieno controllo della propria privacy.

Darà la possibilità di effettuare e ricevere telefonate, scambiare messaggi testuali, trasferire e archiviare file ed effettuare videochat, tutto in completa sicurezza senza nessun tipo di violazione.

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In attesa di Blackphone però, cosa possiamo fare?

“Navigo quindi sono”: le informazioni personali che generiamo con l’utilizzo mobile

Partendo dal presupposto che in realtà chiunque potenzialmente potrebbe carpire informazioni dal nostro smartphone, vorrei precisare che non solo i malintenzionati hanno questo obiettivo, in quanto attingere alle informazioni che può offrire un dispositivo mobile non si limita al semplice numero di carta utilizzata per pagamenti online o ai contatti della rubrica.

Infatti i soggetti primi che più si addentrano nella nostra privacy non sono altro che negozianti, brand e aziende, probabilmente ancor più interessati alle informazioni che il nostro smartphone può dare loro, rispetto al solito governo che il più delle volte viene citato quando si parla di controllo dei devices mobile.

Avete presente quando immediatamente giunti in un hotel, workshop o anche locali quali McDonald, Starbucks e altri, la prima cosa che quasi tutti noi facciamo è collegarci alla linea Wi-Fi più o meno gratuita che offrono? Bene quello è uno dei metodi più semplici e veloci per mettere a rischio la nostra privacy, in quanto ogni telefono, così come ogni pc, ha un codice identificativo unico (ID), solitamente tramite questo metodo non forniamo dati sensibili, ma il confine tra anonimato e l’identificazione del cliente è sottile.

E’ possibile per esempio dedurre l’identità di una persona collegata alla rete, grazie all’accesso ai social come Twitter e Instagram per nominarne due a caso.

Il GPS, questo spione…

Un altro metodo efficace per mettere a rischio la nostra privacy è tramite il GPS: ogni qual volta ci viene richiesto di comunicare la nostra posizione offriamo dati in maniera del tutto spontanea. Sappiamo benissimo che questa richiesta è sempre più diffusa, partendo da Google Maps, passando per alcune app di messaggistica come WeChat e tante altre ancora. Per verificare cosa si può fare grazie alla geolocalizzazione ed avete uno smartphone Android, controllate la vostra cronologia degli spostamenti di Google: chi utilizza il GPS in modo intenso resterà sorpreso!

Le informazioni utili che le aziende possono ricavare variano a seconda del metodo utilizzato ma in linea di massima vengono lette in modo da capire quali tipologie di possibili clienti frequentano determinati posti. Per esempio se si costruisse una rete wi-fi unificata da una stessa agenzia, installando connessioni gratuite in diverse tipologie di negozio, potrebbe essere possibile tenere traccia di ogni singolo ID collegato e scoprire magari che un utente iscritto a scuola di yoga qualche tempo dopo si sia recato in un ristorante vegetariano.
Così facendo si potrebbero mirare le pubblicità intorno alla scuola o al ristorante.

Qualche altra informazione semplice da reperire potrebbe essere effettuata calcolando le visite compiute un determinato luogo, creando in questo modo una sorta di identikit dei visitatori, come per esempio visitare una campo da golf una volta al mese ci classificherebbe come un golfista occasionale, mentre se lo visitassimo tre volte al mese, verremmo visti come un giocatore di golf intermedio.

Anche quando siamo tranquilli a casa forniamo inconsapevolmente informazioni, per esempio quando teniamo il telefono acceso durante la notte, comunichiamo alle aziende che la posizione è riconducibile a casa nostra. Così come se giornalmente un determinato ID è presente in una scuola ne si deduce che sia uno studente o un addetto della scuola a seconda degli orari.

Privacy e controllo: proteggersi è possibile!

Evitare che la nostra privacy venga attaccata è tutta questione di attenzione, in quanto visto che ora abbiamo appreso come e quali informazioni vengono lette, sappiamo anche come difenderci: intanto stando principalmente attenti ai siti che visitiamo nel momento in cui utilizziamo le reti wi-fi di altri; così come controllare le impostazioni riguardo la privacy delle varie app e social.

La nostra privacy è dunque semplicemente nelle nostre mani, ma tutti cercano di metterci all’erta anche il Garante per la protezione dei dati personali con un video in cui offrono alcuni consigli più o meno ovvi per stare attenti.

Quanti di voi si preoccupano della propria privacy su internet?
Utilizzate qualche metodo particolare o accortezza mentre utilizzate il vostro smartphone o siete come me che predico bene ma razzolo male?

La street artist Olek intreccia ed espone a Little Italy una caldissima installazione per il LISA Project di New York per promuovere la libertà e l’uguaglianza.

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L'opera di Olek per il Little Italy Street Art Project a New York [INTERVISTA]

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

A little Italy, nel cuore di New York, Olek, street artist che non lavora con bombole spray ma con uncinetto e fili di lana colorati, insieme a Shir Lieberman, London O’Donnell e Whitney Spivey ha dato vita ad un’ installazione multicolore di oltre 18 metri realizzata con la collaborazione di Wayne Rada e RJ Rushmore di Little Italy Street Art Project – conosciuto come LISA project – progetto che ha portato moltissimi street artist in questa zona di Manhattan.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

La sua opera – There is no such thing as part freedom – non si limita a portare colore e calore alla recinzione di un vecchio parcheggio nel quartiere newyorkese di Little Italy ma vuole anche lanciare un messaggio provocatorio: la libertà e l’uguaglianza in alcune parti del mondo non sono abbastanza, non esiste una cosa simile alla libertà parziale.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Per saperne di più sulla partecipazione di Olek al LISA project, sul lavoro di questa incredibile street artist e su questo progetto nato nel quartiere newyorkese di Little Italy abbiamo fatto qualche domanda a Olek e a RJ Rushmore.

Ci racconti qualcosa riguardo il Little Italy Street Art Project?

RJ: L’obiettivo di questo progetto è portare nuova energia creativa a Little Italy. Abbiamo iniziato nell’autunno 2012 con una serie di murales realizzati in collaborazione con New York Comedy Festival. La comunità di Little Italy ha percepito il valore di questi murales e ne abbiamo progettati altri dando ufficialmente vita al LISA Project. Wayne Rada e Rey Rosa si occupano delle questioni logistiche mentre io mi occupo di selezionare, contattare e diffondere questo progetto dalla mia casa di Philadelphia. Quando posso mi sposto a New York per dare una mano sul campo.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Quali artisti sono stati coinvolti in questo progetto?

RJ: Tristan Eaton, Hanksy, Bishop203 e gilf! hanno realizzato diversi murales con noi così come Chris RWK e Herb “Veng” Smith. Tra gli altri artisti con i quali abbiamo collaborato ci sono anche Ron English, ASVP, ND’A, Beau Stanton, Ripo, Sheryo, The Yok, Hot Tea, Meres One, Spud1 e NoseGo.

Olek, ci racconti qualcosa del tuo background?

Olek: Vengo da Silesia in Polonia, città industriale dalle vedute ristrette. Le persone in Polonia puntavano sempre il dito e ridevano di me perchè indossavo vestiti colorati, vivaci e fatti a mano, perchè l’espressione di me stessa sfidava le loro aspettative. Così ho lasciato la Polonia per New York, per maggiore libertà di espressione e tolleranza.

Dove trovi l’ispirazione per i tuoi lavori?

Olek: L’inspirazione viene dagli innumerevoli dettagli della vita di tutti i giorni. A partire dal 2002 ho realizzato all’uncinetto qualsiasi cosa, dagli alberi alle biciclette, ai messaggi di testo. Ho anche realizzato una scaletta avvolgibile perchè la mia ex ne aveva una. Tutto nei miei lavori viene da sensazioni, esperienze e intuizioni vere. Questi piccoli dettagli  costruiscono di per sè dichiarazione. Le mie installazioni sono e sono sempre state risposte immediate a informazioni, immagini, eventi, emozioni, parole e persino amanti. Queste repliche sono l’inizio della conversazione che arriva a toccare l’inconscio, sia mio che di ogni individuo che entra in contatto con le mie opere. Le idee sono una collaborazione tra l’ambiente ed il tempo. Uso come mezzo di comunicazione il filo per esprimere gli avvenimenti di ogni giorno, le ispirazioni e le speranze per creare metafore della complessità, di interconnesione con il proprio corpo e dei processi psicologici.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Come è nata la collaborazione di Olek con il LISA project?

RJ: Lo spazio dove abbiamo installato il lavoro di Olek è una sorta di base delle nostre operazioni. Ci sono 3 murales dentro il parcheggio e attraversa la strada dove si trova il nostro murales più importante: Liberty di Tristan Eaton. Olek ed il suo team hanno preparato il pezzo nella cantina di una chiesa locale ed installato l’opera malgrado l’estremo freddo di New York. Sfortunatamente il lavoro di Olek è stato rubato pochi giorni dopo l’installazione e non abbiamo idea di chi sia stato.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Olek: Credo che per fare cambiamenti positivi nella società la nostra fede deve essere constante e totale. Quando noi usiamo la parola “progresso” spesso implichiamo uno spostamento nel futuro: sempre in avanti, sempre lavorando un po’ alla volta quello che c’è di vecchio da migliorare. Ma il progresso tramonta e scorre, si muove in avanti ed indietro.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Come ha detto Nelson Mandela, solo quando l’uguaglianza sarà totale si potrà davvero chiamare libertà. Noi abbiamo visto il mondo avanzare collettivamente dei confronti dei diritti civili della comunità LGBT negli ultimi anni. Per esempio all’inizio del 2014 Londra ed il Galles permetteranno i matrimoni omosessuali. Stato dopo stato gli Stati Uniti hanno legalizzato i matrimoni omosessuali, aprendo la strada all’uguaglianza nazionale. Allo stesso tempo il nostro movimento in avanti verso l’uguaglianza è stato ostacolato. Molti stati americani, come l’Utah, hanno recentemente imposto delle barriere ai matrimoni omosessuali. Nel 2013 il parlamento Russo ha approvato una legge che penalizza l’ostentazione del supporto all’uguaglianza sessuale, chiamandola “propaganda omosessuale”, punendola con il carcere. Molti russi appartenenti alla comunità LGBT sono stati aggrediti e arrestati solo per aver esposto una bandiera arcobaleno in pubblico. Anche lo stato democratico dell’India nel 2009 ha invertito una legge per criminalizzare gli omosessuali sotto il Codice Penale Indiano 377.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Con la morte di Nelson Mandela noi ricordiamo che la strada del progresso, la lotta all’uguaglianza per tutti, lo sforzo di una vita guadagnato attraverso perseveranza e fede, non vacilla mai. Ogni individuo deve partecipare a questo progresso attraverso ogni via disponibile, inclusa la pubblica manifestazione di solidarietà, la creazione di arte, l’affidamento ai sistemi legali nazionali o internazionali e l’influenza dell’opinione pubblica.

L’uguaglianza in alcune parti del mondo non è abbastanza, deve essere in tutto il mondo.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

Il recinto realizzato all’uncinetto per LISA Project, “there is no such thing as part freedom“, riflette il declino ed il flusso del cambiamento, ricorda la fede infinita richiesta per fare si che le cose cambino. Come Nelson Mandela ci ricorda, noi dobbiamo “impegnarci a discutere francamente e scrupolosamente.. e perciò svilupparci in modo forte. Con questo lavoro per LISA Project, mi sono sono impegnata a dare voce al mio supporto per l’uguaglianza totale.

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

 

Photo by Rey Rosa for The L.I.S.A. Project

La lista delle peggiori password usate nel 2013

La lista delle peggiori password usate nel 2013

La lista delle peggiori password usate nel 2013

Come ogni anno, SplashData pubblica la classifica delle peggiori password usate dagli utenti. Nell’anno appena passato c’è stato un cambio in prima posizione: “123456” ha scalzato dalla vetta “password“.

Usare password troppo semplici e di uso comune (o che magari richiamano il software alla quale ci si sta registrando in quel momento) mette in pericolo la sicurezza dei vostri dati e dei vostri account.

Un aspetto interessante da sottolineare è che, nonostante i siti costringano a inserire password sempre più complesse, sono comparsi nella lista codici come “1234”, “12345” e “000000”.

La lista delle peggiori password usate nel 2013

8 social network da tenere d'occhio nel 2014

social network

Credits: Tanja Scherm

Quando pensiamo ai social network ci vengono in mente i soliti noti: Facebook, Twitter, Pinterest e Linkedin. E forse anche Google+, che negli ultimi anni si è insinuato prepotentemente nelle nostre vite virtuali. Non c’è dubbio che attualmente questi siano i principali player in campo, ma ci sono anche realtà emergenti, di nicchia, che vale la pena di tenere d’occhio.

1. Medium

medium social network

È una piattaforma di blogging, ideata dal co-fondatore di Twitter Evan Williams. Medium permette a chiunque di condividere storie e idee che vanno ben oltre i 140 caratteri. Punta sulla cura delle parole, sulla scrittura collaborativa e promette agli autori di aiutarli a trovare il giusto pubblico per ciò che hanno da dire.

2. Mobli

mobli social network

Mobli è un diretto competitor di Instagram. Il funzionamento di base è lo stesso, ma ha una serie di piccole funzionalità che al primo mancano. Ciò che lo rende davvero interessante, per essere sinceri, è la partnership con Carlos Slim, il miliardario latino-americano a capo dell’azienda di telecomunicazioni America Móvil. Pare inoltre che Mobli abbia ricevuto sostanziose donazioni di alcune celebrity, tra cui Leonardo Di Caprio.

3. Shots of Me

shots of me social network

A proposito di celebrity, un social network creato da Justin Bieber era ormai inevitabile. Shots of me ha una funzione soltanto: la selfie. Non c’è neppure la possibilità di commentare, per evitare episodi di cyber-bullismo. C’è bisogno di aggiungere altro?

4. Impossibile

impossible social network

Un altro social creato da un personaggio famoso; questa volta si tratta di Lily Cole. È una piattaforma basata sull’altruismo, che permette agli utenti di chiedere e offrire aiuto gratuitamente. C’è chi cerca qualcuno con un furgoncino che lo aiuti a traslocare, chi offre lezioni di danza e chi non ha capito bene come funziona ed esprime semplicemente un desiderio.

5. Nextdoor

nextdoor social network

Nextdoor ha alle spalle sostenitori importanti, del calibro di Google e Amazon. Si tratta di un social network che si propone di mettere in contatto piccole comunità, come  quella del quartiere o del vicinato, per scambiarsi richieste, favori, notizie e oggetti. Una buona idea, che non tiene conto di una cosa fondamentale: chi non ha almeno un vicino invadente? Da usare con cautela.

6. Runkeeper

runkeeper social network

Ecco un social network per chi ama lo sport. Runkeeper è il tuo personal trainer virtuale, che tiene traccia della tua attività fisica giornaliera e dei tuoi traguardi e ti permette di condividerli con gli altri membri della community.

7. Pose

pose social network

È già un annetto che si legge in giro di tenere d’occhio Pose. Se Instagram e Lookbook si fondessero, il risultato assomiglierebbe molto a questo social network. Questa app ha il layout di Pinterest e funziona un po’ come un fashion magazine interattivo dove gli utenti possono condividere foto di outfit o accessori.

8. We Heart It

we heart it social network

Questo social network basato sulle immagini sta silenziosamente raccogliendo consensi. Lo scorso giugno, infatti, ha raggiunto i 20 milioni di membri attivi! Sebbene assomigli moltissimo a Pinterest, We Heart It ha un’utenza molto più giovane e di conseguenza anche i contenuti sono differenti. Il funzionamento, poi, è molto più semplice: gli utenti possono solo esprimere il loro gradimento verso le immagini o taggarle, ma non organizzarle in board tematiche.

Questi sono solo alcuni dei numerosissimi social network che stanno cercando di emergere e conquistarsi la loro fetta di pubblico, ma la lista potrebbe allungarsi all’infinito. Nelle scorse settimane, tanto per citarne alcuni, abbiamo parlato di Give It 100 e Keek.

C’è qualche social network in particolare che vi ha colpito e che meriterebbe di essere incluso in questo articolo? Fatecelo sapere nei commenti!

Subaru: l'auto sarà distrutta ma avrai salva la vita

L’immagine che ti mostro è forte. Non è un’automobile che l’agenzia di comunicazione Carmicheal Lynch si è divertita a demolire appositamente per conto di Subaru per promuovere il nuovo spot. Purtroppo la Subaru incidentata che vedi è autentica. Lì dentro c’erano davvero delle persone. Alla guida poteva esserci Barbara, oppure Susan o ancora Mitch o Steve. Poco importa. Ciò che conta è che chiunque si fosse trovato coinvolto in un incidente con la propria Subaru, sia sopravvissuto.

Sul sito aziendale, alla sezione “Why Subaru“, nella categoria “Safety” trovi proprio i nomi dei miracolati, che su invito di Subaru stessa, hanno inviato le loro testimonianze. Ecco che cosa fa l’azienda automobilistica giapponese per convincerci  della sicurezza dei propri veicoli: lancia uno spot,  in cui le protagoniste sono proprio loro, autovetture Subaru semidistrutte, ammaccate o accartocciate, che non saranno proprio indistruttibili, ma almeno sono sicure.

Subaru, dalla dolcezza della famiglia Barkley all’inquietante “They live”

Ti starai chiedendo:”Ma che fine ha fatto la famiglia Barkley, protagonista della precedente campagna pubblicitaria a puntate “Meet the Barkleys” firmata sempre dalla Carmicheal Lynch? Niente paura, gli splendidi esemplari di Golden Retriever stanno bene, ma per Subaru,  l’umanità intera sensibile com’è nei confronti del proprio compagno a quattro zampe, non avrebbe mai retto ad uno spot che combinasse un elemento tanto positivo, gradevole, gioioso come quello rappresentato dalla famiglia Barkley con un elemento tanto negativo quanto quello degli incidenti stradali.

I Barkley al completo

Se pensi al vocabolo sicurezza, ti vengono in mente parole  correlate quali crash-test, incidenti stradali, lesioni, danni, morte. Ecco allora che l’agenzia di comunicazione abbandona gli irresistibili puppies per trattare seriamente un tema come quello della sicurezza e della qualità delle autovetture Subaru. Non ci viene raccontato che Subaru è infallibile. No. Si parla di sicurezza partendo proprio dagli incidenti stradali che hanno coinvolto le automobili Subaru, perché gli incidenti capitano, fanno parte della nostra vita e non sempre sono tragici.

E’ proprio quel “They lived!”, pronunciato a più riprese dagli attori dello spot, che ci fa vedere una realtà diversa. Si può anche sopravvivere ai disastri stradali, soprattutto se sei alla guida della tua Subaru. Una curiosa maniera di applicare la brand protection: se i marchi più importanti del settore automobilistico hanno fatto di tutto per evitare che il proprio brand fosse associato agli incidenti stradali, ecco che gli addetti del marketing di Subaru, in controtendenza, fanno proprio leva sugli incidenti, per enfatizzare la superiorità  del brand in tema di sicurezza.

Un macabro social engagement?

Subaru non si limita a lanciare un semplice spot. Fa di più e cavalca l’onda del protagonismo virtuale, rivolgendosi direttamente a loro: i clienti. I possessori di Subaru infatti, sono chiamati a testimoniare le proprie esperienze in qualità di miracolati e di condividerle sulla pagina del sito aziendale, alla voce Safety.

Lo storytelling passa nelle mani dei consumatori, che caricando le foto delle loro automobili sfasciate, nell’area Love, raccontano che nonostante l’impatto, sono usciti indenni o quasi dagli incidenti automobilistici. Tu condivideresti mai con il resto del mondo le immagini della tua macchina ridotta in brandelli?

"GeekerZ" webserie: gli Zombie del web italiano [INTERVISTA]

“Un video delle telecamere di sicurezza di Multiplayer.it mostra le immagini di una colluttazione violenta. Luca e una donna se le stanno dando nella sala riunioni, e il protagonista principale le tira addosso tutto quello che gli capita per le mani. Nel frattempo la redazione scalpita, bisogna andare in Giappone per intervistare Hideo Kojima. Lorenzo parte alla volta del Sol Levante…un incontro inatteso, però, cambierà tutto.”

Così prende il via GeekerZ, una delle webserie italiane più in vista del momento. I Ninja hanno pensato di conoscere chi l’ha creata, e per questo oggi vi propone un’intervista ad Alessandro D’Ambrosi, giovane autore e attore romano, Co-creatore e co-soggettista della serie GeekerZ, definita dagli autori stessi una web-serie di genere horror comedy.

Ciao Alessandro. Prima di “come è nata l’idea”, la vera domanda è: che vuol dire “GeekerZ”?

È un termine che non conoscevo neanche io prima di iniziare a lavorare su questo progetto… Prima di tutto si dice “Ghikerz” e non “Gikerz” come quasi tutti lo pronunciano (compresi alcuni di noi che continuano a sbagliare)! Il Geek è un appassionato, esperto ed abile fruitore di tecnologia ed informatica. È normalmente un outsider, considerato dai più come un “fissato. Si può dire che il Geek sia la versione un po’ più fica, smaliziata e “social” del Nerd, anche se il confine è abbastanza labile. Il titolo della serie contiene la “Z” finale che, come avrai intuito, sta per Zombie.

Cosa ti ha spinto a creare una storia e poi una web serie sugli zombie?

La tematica è stata proposta da Luca Persichetti, di Multiplayer. Poi con Michele Bertini, regista della serie, Matteo Benedetti e Ugo Piva abbiamo sviluppato la storia e il soggetto. È un genere che non avevo mai affrontato come autore, pur subendone il fascino come spettatore, e sono felice che si sia presentata questa occasione.

Il lavoro più grande è consistito nel miscelare continuamente elementi horror-thriller con quelli della commedia e del non-sense. Il risultato è uno sgangherato e brancaleonico gruppo di personaggi per nulla eroici, costretti a fronteggiare senza alcuna preparazione una misteriosa e letale infezione che trasforma i cittadini di un tranquillo e piccolo centro urbano in famelici morti viventi. Uno spaghetti-zombie in sostanza. Credo che proprio nella scrittura grottesca ed autoironica risieda la forza della serie.

Senza dimenticare che, in fase di realizzazione GeekerZ, pur essendo un prodotto super indie, si è potuto avvalere di una troupe e di un Cast artistico di grandi professionisti coordinati dall’ottimo lavoro di Fuorisync e Tangram. Abbiamo girato gli 8 episodi nel tempo record di due sole settimane di riprese. Tanta fatica ma senza dubbio una delle esperienze professionali più divertenti che mi siano mai capitate come attore, condivisa con un team di lavoro di grandi amici.

Il collegamento con “The Walking Dead” è doveroso. Da sempre “i morti viventi” hanno un fascino particolare nell’immaginario. Come spieghi questo fenomeno?

Credo che il successo del genere Zombie sia legato strettamente alla paura dell’altro, al concetto dell’Homo Homini lupus. Il nostro è un mondo che ci connette a livelli inimmaginabili ma che, paradossalmente, allo stesso tempo ci isola. È l’esaltazione dell’individuo e del singolo, raccolto in sconfinate community virtuali, terribilmente impersonali. Un mondo inquinato, malato e morente che soffre il sovraffollamento e l’inarrestabile esaurimento delle proprie risorse. Un mondo competitivo che vive ormai da anni una crisi economica, sociale e politica sempre più grave, dove il profitto ed il successo personale sono gli unici scopi perseguibili e che proietta ombre nefaste sul futuro.

L’idea di un’apocalisse che resetti una società cresciuta a dismisura oltre il proprio limite naturale e che ci obblighi a lottare, soli ed indifesi gli uni contro gli altri, per la sopravvivenza, non è più così fantasiosa e lontana. E, ovviamente, veder rappresentate le nostre paure ci appassiona e ci attrae perché e catartico e liberatorio.

Come interpreti il successo delle web serie? Come pensi cambierà in un futuro prossimo il rapporto tra tv e web?

Il web è terreno di sperimentazione e autoproduzione. È una vetrina universale con un’audience potenzialmente sconfinata. È quindi il naturale approdo per tutti i giovani filmmakers che vogliono presentare al mondo le proprie “creature” in totale libertà ed indipendenza. È un ottimo modo per farsi conoscere, ma può anche essere una concreta possibilità di lavoro e guadagno se sfruttato con lungimiranza e creatività. A dimostrazione di ciò il crescente interesse verso la creazione di web series di magnati della produzione “istituzionale” come la RAI.

Lo spettatore televisivo, sempre meno passivo, si sta evolvendo verso un fruitore consapevole e selettivo, che sceglie e “crea” il proprio palinsesto.

Torniamo a Geekez: Multiplayer.it fa da scenario alla serie, come nasce questo connubio?

Multiplayer è il produttore, il committente della serie. GeekerZ nasce proprio dall’idea di marketing di raccontare una storia di finzione ambientata in parte all’interno della vera redazione della società, mescolando elementi narrativi con dinamiche ed ambienti reali e, soprattutto, affiancando agli attori della serie alcuni dei redattori di Multiplayer, che si sono divertiti ad interpretare se stessi, calandosi però nella trama ed agendo di conseguenza.

All’inizio della scrittura del soggetto, quando ancora tutto era nebuloso ed abbozzato, sapevamo con certezza che Multiplayer sarebbe stata la cornice, il contenitore della nostra storia. Poi, tutte è venuto di conseguenza. La nascita di GeekerZ è indissolubilmente connessa al connubio con Luca Persichetti e con lo staff di Multiplayer.

Quando arriveranno le nuove puntate?

Top Secret… spero presto! Per il momento posso solo dirti che con la mia compagna e collega Santa de Santis (che in GeekerZ interpreta il capo di Multiplayer) stiamo scrivendo altre due web series, che dovremmo girare entro l’estate.

Nel frattempo per voi ecco il primo episodio della serie GeekerZ! 😉

Grazie ad Alessandro per l’intervista!

BEAUTY: il video raccontato dal regista Rino Stefano Tagliafierro [INTERVISTA]

BEAUTY: il video raccontato dal regista Rino Stefano Tagliafierro [INTERVISTA]

Negli ultimi giorni l’avrete visto sicuramente scorrere nel feed dei vostri canali social: “BEAUTY“, il bellissimo video di Rino Stefano Tagliafierro, durante la scorsa settimana ha catturato l’attenzione della rete grazie alla sua dirompente potenza visiva.

Quadri classici animati, che prendono vita davanti ai nostri occhi e che, uno dopo l’altro, mettono in scena una storia, quella delle emozioni umane e della loro forza.

Colpiti da questo lavoro, abbiamo contattato l’autore, Rino Stefano Tagliafierro, e gli abbiamo chiesto di raccontarci come è nato “BEAUTY”.

Ciao Rino. Qual è l’idea, l’ispirazione alla base di questo tuo progetto che sta riscuotendo tanto successo in Rete?

L’idea di “BEAUTY” è nata dall’esigenza di mettere in scena tutte le emozioni che ogni persona prova durante la vita e, dato che proprio l’arte classica è sempre stata in grado di suscitarmi le emozioni più intense, ho pensato di renderle omaggio con questo progetto.

E quali tecniche hai utilizzato per realizzare il video?

“BEAUTY” è stato realizzato in circa cinque mesi di intenso lavoro: attraverso un software di fotoritocco ho elaborato le immagini con la tecnica del cut out digitale poi, con un altro software, ho animato i soggetti. Il lavoro è quindi passato nelle mani del sound designer Enrico Ascoli che si è occupato dell’audio. La ricerca, invece, è durata anni.

La nostra è una società dell’immagine, ulteriormente rafforzata dalla rivoluzione digitale e mobile che ha portato ad una iperesposizione dei corpi. Il tuo video si pone in netto contrasto con questo tipo di immaginario, proponendo un significato diverso, estemporaneo, del corpo e del nudo. Che ruolo ha nel tuo progetto questo tema?

La nudità, nell’arte classica, è il simbolo assoluto della bellezza e della perfezione e “BEAUTY”, rifacendosi ad essa, presenta una nudità che a volte è pura, a volte erotica, a volte simbolo di forza. Tutti questi aspetti sono parte dell’esistenza umana, in grado di sprigionare le emozioni più forti e intense. La nudità di “BEAUTY” ne diventa quindi il veicolo.

BEAUTY: il video raccontato dal regista Rino Stefano Tagliafierro [INTERVISTA]

BEAUTY: il video raccontato dal regista Rino Stefano Tagliafierro [INTERVISTA]

BEAUTY: il video raccontato dal regista Rino Stefano Tagliafierro [INTERVISTA]

Dal manifesto di “BEAUTY”:

“…Come se in quelle immagini che la storia dell’arte ci ha consegnato fosse congelato un movimento che l’oggi può rivitalizzare grazie al fuoco dell’inventiva digitale.”

Nel manifesto si parla del rapporto tra arte classica e tecnologia. Cosa rappresenta quest’ultima per te, e nel panorama artistico in generale?

La tecnologia è semplicemente uno strumento molto utile per ottenere risultati interessanti, e il mezzo video è quello in cui mi sento più a mio agio.

Quasi 500mila views raccolte in una settimana sono davvero tante. Cos’è, secondo te, cosa del tuo progetto colpisce di più il pubblico?

Questo risultato è stato assolutamente inaspettato, speravo di stuzzicare l’interesse delle persone ma non immaginavo assolutamente un successo simile. Forse quello che colpisce del video è l’accostamento delle principali emozioni della vita con le meravigliose opere d’arte classica che nella loro potenza sono capaci di esprimerle al meglio.

Ringraziamo Rino per l’intervista!