Alibaba traina l'eCommerce cinese e punta all'IPO

Poco meno di un anno fa abbiamo affrontato il fenomeno eCommerce in Cina spiegandone le ragioni del successo e della rapida crescita, prevedendo il vicinissimo sorpasso agli Stati Uniti e dicendo che il merito di questo boom era in gran parte del colosso Alibaba.

E’ proprio su Alibaba che concentriamo l’analisi di oggi partendo dai risultati raggiunti ad oggi e cercando di intuire come si muoverà in futuro.
Nel 2012 il fatturato di Alibaba è stato pari a 170 miliardi di dollari, cifra superiore ai fatturati di eBay e Amazon messi insieme!

Nell’articolo sull’eCommerce cinese avevamo detto che nel 2015 si sarebbe verificato il sorpasso nei confronti degli Stati Uniti per quanto riguarda le vendite su eCommerce.
I dati disponibili oggi lasciano prevedere addirittura che nel 2020 il volume del commercio elettronico cinese supererà USA, Regno Unito, Giappone, Germania e Francia messi insieme.

Le notizie sensazionalistiche non finiscono qui e infatti si inizia già a parlare di una possibile quotazione in borsa di Alibaba.
Lo confermerebbero anche manovre preparatorie come il riacquisto di metà delle azioni detenute da Yahoo. La società americana infatti possedeva fino a poco fa il 40% del capitale di Alibaba, quota che si è ridotta al 20% dopo il buy-back e che in caso di IPO si ridurrà ulteriormente al 10%.

Jack Ma - Founder Alibaba

I rumor di settore suggeriscono che Alibaba abbia conferito l’incarico per la preparazione dell’Offerta Pubblica Iniziale a Credit Suisse Group e Goldman Sachs.
L’IPO potrebbe entrare nella storia per il suo valore. Le stime attuali parlano di un valore di IPO pari a 120 miliardi di dollari, cifra stratosferica se paragonata anche ai 104 miliardi di Facebook dello scorso anno.

Restiamo dunque in attesa di comunicazioni ufficiali da parte di Alibaba che nel frattempo potrebbe trovare i maggiori ostacoli in casa propria. Si dice infatti che il partito comunista non veda di buon occhio la crescita esponenziale di un gigante economico che detiene una mole notevole di dati di cittadini cinesi.

Pasqua a ritmo di reggae e film horror nei migliori annunci stampa della settimana

La rubrica sui migliori annunci stampa è un po’ come la nostra serie TV preferita: la attendiamo ansiosi per una settimana fino a che all’improvviso ci si para davanti, e in men che non si dica ci tocca aspettare altri sette giorni.

Almeno stavolta avremo la gioia delle vacanze pasquali a lenire il dolore dell’attesa, a suon di colombe e pastiere fatte in casa. Detto questo, godetevi questa selezione delle migliori pubblicità comparse nelle riviste di tutto il mondo. Ce ne è come sempre per tutti i gusti!

Zoo Cologne: Easter Owl

Lo zoo di Colonia ha voluto augurare a tutti i suoi amici una buona Pasqua, e per farlo ha trasformato i suoi ospiti in golose uova. Non solo Easter Egg quindi, ma anche Easter Owl, Easter Ape e Easter Fish. Se doveste trovare una cosa del genere dentro al vostro uovo di Pasqua invece del solito guscione di cioccolato fondente come reagireste? L’istinto animalista vi bloccherebbe oppure lo scassinereste ugualmente per arrivare all’ambita sorpresona? Qui la serie completa.

Advertising Agency: Preuss und Preuss, Berlin, Germany
Creative Director: Michael Preuss
Art Directors: Zuzana Havelcova, Vera Brych
Copywriter: Nicolas Blättry
Consultant: Lucille Lincoln-Codjoe

JL Newspaper: Bob Marley

“Quando la discriminazione vince, l’intero mondo vince”. Parole sante, che vengono rafforzate dall’immagine di un infisicatissimo Bob Marley (figlio dell’amore tra un anglosassone e una giamaicana). Anche il Presidente Obama rappresenta un ottimo testimonial per questa tesi. E la Giornata mondiale per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali ha sempre più pop star da portare sul suo carro.

Advertising Agency: Tif Comunicação, Curitiba, Brazil
Creative Director: Thiago Biazetto
Art Director: Guilherme Rubini
Copywriter: Rafael Coradine

McDonald’s Happy Meals: Car

Che legame c’è tra i bambini e le scatole? Sempre a giocarci, a farne elmi, case, macchine, canestri, tamburi e armature. Talvolta anche a mangiarci. Come nel caso della celebre scatola rossa dell’Happy Meal McDonald’s. Big ones, small ones, this way up ones and of course, the red one. “Come mettere in una scatola tutta la mia vita?” si chiede sconsolato chi trasloca o lascia il proprio ufficio dopo anni e anni. I bambini non hanno dubbi a riguardo.

Advertising Agency: Leo Burnett, London, UK
Executive Creative Director: Justin Tindall
Art Directors: Guy Moore, Tony Malcolm
Copywriter: Tony Malcolm, Guy Moore
Production company: Gorgeous
Agency Producer: Bruce Macrae
Director: Vince Squibb

Holocaust Museum: Moustaches

All’età di 18 anni, Adolf Hitler registrò il proprio fallimento nel mondo dell’arte. Sfortunatamente, oggigiorno in un museo ci è finito comunque. Con un’opera che ci sentiamo di disprezzare 6 milioni di volte. Roba che nemmeno Fontana o Morandi. L’Holocaust Museum è un museo, non è arte. E anche se i baffetti ritratti ci fanno sorridere e pensare ai loro estrosi proprietari, c’è davvero poco da ridere.

Advertising Agency: FWK Argentina
Creative Director: Christian Oneto Gaona
Art Director: Chany D’Amelio
Copywriter: Matías Abbondio
Account director: Nicolás Martos
Account manager: Ailín Martos
Client Team Director: Graciela Nabel de Jinich

Mitsubishi Motors: The Neighbourhood

Innumerevoli film horror hanno come incipit un’auto che si ferma all’improvviso là dove non si sarebbe mai dovuta fermare. In prossimità di una casa abbandonata, di un cimitero indiano o di un laghetto apparentemente tranquillo e pescoso. Antenne dritte se vi capita. Soprattutto se poi vi dividete dal resto del gruppo per andare a controllare cos’era “quel rumore”. Grazie alla nuova auto elettrica Mitsubishi tuttavia questi incidenti non ci saranno mai più, grazie al nuovo sistema I-MiEV.Ora non resta che stare in occhio in aereo, in treno, in transtlantico, durante un pic-nic, a scuola, nei propri sogni, nei cimiteri, ad Halloween..

Advertising Agency: MK Norway, Oslo, Norway
Creative Director: Armando Zuniga
Art Director: Jens Gundersen
Copywriter: Anders Holm
Illustrator: Tyson Mangelsdorf
Additional credits: Einar Rustad Nilssen

Chevrolet: Smoke

Per ogni buon fan di Lost il fumo è e rimarrà sempre il mostro definitivo e più misterioso di tutti. In questi giorni tuttavia si è atteso ben altro fumo: quello della nomina papale. Il fumo che invece nessuno dovrebbe attendere è quello del proprio autoveicolo. Sensibilità ambientale a parte, la Chevrolet offre un ottimo suggerimento con una tempistica da manuale. E allora controlliamoli questi scarichi, non si sa mai da che orsi polari saremo costretti a scappare!

Advertising Agency: Morya, Bahia, Brazil
Creative Director: Bruno Cartaxo
Art Director: Gabriel Rocha
Copywriter: Maurício Ramos, Gabriela Martinez

Toyota Land Cruiser: Jungle


L’amicizia vera si vede dalle piccole cose. Per esempio dal modo in cui vieni salvato dalla furia di un fiume inferocito grazie ad una sottile cintura di cuoio e il lavoro coordinato dei nostri amici. Tutti per uno uno per tutti. Anzi tutti per uno e 4 per 4. Perchè su certi 4×4  come il nuovo Toyota puoi sempre contare!

Advertising Agency: Saatchi & Saatchi Poland
Creative Director: Max Olech
Art Directors / Copywriters: Jakub Zielecki, Martin Winther
Illustrator: Andrey Gordeev

PIAF 2013: il festival dell'advertising a cura di Marek Hlavica [INTERVISTA]

Marek Hlavica - President of Prague International Advertising Festival

Dieci giorni fa vi abbiamo parlato del PIAF, il festival internazionale dell’advertising di Praga che si terrà il prossimo 21 e 22 maggio.

Per fornire ai nostri Ninja-lettori una prospettiva ancora più diretta di cosa sia il PIAF abbiamo intervistato per voi Marek Hlavica, il deus ex machina del concorso, suo ideatore e capo progetto.

Il PIAF è giunto alla sua quarta edizione, la terza in cui è anche competizione. Che impatto ha avuto nel tuo percorso personale ? E per quanto riguarda pubblico e professionisti, in che modo credi che il Festival sia venuto incontro alle nuove necessità nell’affrontare l’advertising ?

Lo scorso anno, durante l’assegnazione del premio per la categoria “Audience Engagement“, il presidente di giuria, Gideon Amichay, ci disse che cinque anni fa nessuno avrebbe capito di cosa stessimo parlando. Oggigiorno non è necessaria alcuna spiegazione. Il PIAF è stato concepito con questa nuova visione nel giudicare comunicazione e marketing per non imbrigliare la professione in un tradizionale cliché. Ci rifiutiamo di omologarci ai canali di comunicazione costituiti ed abbiamo abolito le restrizioni delle categorie tradizionali. Le “dimensioni” non contano quando si parla di campagne, agenzie o media. Ciò che conta è la creatività in ogni fase – dalla creazione del marchio alla trasformazione creativa del messaggio principale ai metodi utilizzati per trattare il target di riferimento fino alla creatività nelle vendite e supporto. Al PIAF premiamo lavori e professionisti che sono già stati premiati a Cannes così come altri che non pensereste mai di trovare in concorso. La cosa importante per noi è la presenza in giuria di top marketers dell’innovazione, presenza che ci offre la possibilità di una visione pragmatica della clientela e della creatività allo stesso tempo. In questo senso il festival è tanto più vicino alla realtà della professione rispetto ad altre competizioni tradizionali.

Sin dagli albori hai sempre sottolineato come la comunicazione, e quella pubblicitaria in particolare, sia oramai multi-vettoriale. In questo senso le moderne campagne integrate quanto spazio avranno nell’edizione di quest’anno?Vedremo assegnati uno o più special awards?

Una grande pubblicità non può essere tale in un solo aspetto. Un’idea creativa deve essere realizzata in maniera perfetta, deve trovare il suo percorso innovativo nell’intercettare il target di riferimento ed una volta posta sul mercato, deve portare all’interazione tra azienda e pubblico. Ed è qui che l’indipendenza dei media si riflette facendo in modo che il valore di una campagna aumenti. Non conta in realtà da quale vettore sia raggiunto l’obiettivo, se dall’uso della televisione piuttosto che da un video, da un evento, da una sponsorizzazione, dai social network o dalle PR. Dal punto di vista dei sistemi di punteggio del PIAF ciò significa la convergenza di successo di categorie come lo Storytelling, Brilliant Execution, Creative use of traditional advertising format, Audience Engagement e Media Engagement. Un candidato che mostri questa multidimensionalità ha di sicuro una chance per il PIAF Gran Prix. In altre parole, il PIAF GP non è un riconoscimento “speciale” rispetto agli altri ma premia la capacità di una campagna di aver brillato per complessità in più categorie.

Il festival nelle sue intenzioni ha quella di mettere in condivisione le visioni sul mondo della pubblicità di tutte le diverse anime presenti nel settore, ivi compreso il pubblico. Il programma di interventi ed appuntamenti sarà reso noto solo il prossimo mese… Può darci qualche anticipazione per i nostri lettori?

L’edizione di quest’anno verterà su due temi principali : le Emozioni nella Pubblicità & le attività di Comunicazione nel Settore Pubblico. Sebastian Billing ci introdurrà il concetto iconico del marchio Absolut, che ha cambiato approccio nel corso di dieci anni “dal DIRE qualcosa al FARE qualcosa”. Alexander Matt della Adidas Originals parlerà delle difficoltà in termini di coraggio nell’affrontare nuovi percorsi. C’è poi grande aspettativa riguardo la presentazione del Presidente di Giuria e creatore di campagne non-convenzionali, Chris Garbutt della Ogilvy France. Sarà inoltre interessante guardare alcune campagne e pubblicità progresso degli Stati Uniti creati dalla US Ad Council (organizzazione no-profit attiva sin dalla Seconda Guerra Mondiale). La manifestazione evita di proposito di far assistere a lunghi ed estenuanti dibattiti, optiamo invece per un programma veloce di presentazioni, workshop ed alcuni case study innovativi. Al PIAF saranno presenti circa 30 relatori da tutto il mondo nel corso delle due giornate di lavori. Le attività giornaliere saranno terminate prima che ce ne si possa accorgere ed a quel punto ci sarà Praga con le sue bellezze ad attendere gli spettatori presenti.

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Dal 2011 ad oggi, abbiamo notato come le categorie del concorso siano aumentate. Cosa credi meriterà di essere inserito, o magari rimosso, nel PIAF-2014?

Al contrario, abbiamo solo due nuove categorie “speciali” di quest’anno, Communications in State and Public Institutions and Best Beer AdNon vogliamo svalutare PIAF con ulteriori categorie e premi. La manifestazione assegna circa 50 premi all’anno e solo occasionalmente un Grand Prix. Con un premio PIAF si diventa membri di un gruppo esclusivo. Pensiamo di aver finora coperto con successo tutti gli aspetti della comunicazione con le categorie già esistenti. Per una piena comprensione, pensiamo che si debba interpretare il proprio lavoro in un modo nuovo, un modo diverso. A mio parere, molte agenzie e molti clienti seguono ancora la vecchia routine dei festival, ma questa dualità esiste in tutte le professioni, si incontrano sempre innovatori e abitudinari.Il PIAF si rivolge ai primi.

TechPeaks, l'acceleratore trentino pronto ad investire in 100 startup

Talento e determinazione sono indispensabili per raggiungere importanti traguardi anche in periodi come questi e in Italia c’è chi punta sul talento.

Oggi vi presentiamo TechPeaks, un programma che supporta chi ha il coraggio di investire sulle proprie capacità.

C’è tempo fino al 5 aprile per iscriversi

TechPeaks, promosso da Trento RISE con Trentino Sviluppo è un acceleratore di persone che si pone il duplice obiettivo di valorizzare i talenti e sfruttare le idee innovative sviluppate nell’ambito della ricerca e dell’alta formazione, nella sola Provincia di Trento infatti sono al lavoro le menti di circa 1000 ricercatori.

TechPeaks nasce sulla falsariga di Start-up Chile ma introduce diversi aspetti innovativi: ad esempio, la scelta di porre al centro del programma i talenti e non i progetti imprenditoriali.
E’ possibile infatti iscriversi sia come team che come singolo partecipante. Fondamentale appare anche la scelta di proporre un programma internazionale, soprattuto in considerazione della necessità di essere in grado di scalare mercati sempre più ampi.

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Perchè partecipare?

L’idea di passare sei mesi nelle Alpi dovrebbe già essere un ottimo incentivo, ma per fare una startup occorrono strumenti concreti. A tale proposito il TechPeaks mette a disposizione di ogni partecipante:

spazi di lavoro gratis

– rimborso spese di 500 € al mese per ogni partecipante

40 mentori internazionali (Romania, Slovenia, Russia, Francia, Inghilterra, USA

– collegamenti con il centro di ricerca universitario ed il suo network

vitto ed alloggio per i 6 mesi

– accesso ad un network di VC ed a 7 acceleratori partner dislocati nel mondo

– la possibilità di concorrere, già dopo 2 settimane, per un contributo di 25K non-equity

assistenza per le procedure burocratiche di visto

Questo riguarda solo il primo step, se si decide di continuare con la seconda fase del programma, per ogni euro di finanziamento privato ottenuto, il TechPeaks raddoppia, fino ad un tetto di 200K.


Tra i mentor troviamo anche Evan Nisselson, investor di LDV Capital nonchè mentor di 500.co , Mind the Bridge e SeedCamp. Ma anche Renaud Visage, Co-Founder di Eventbrite. I mentor sono tutti specializzati nelle aree Design, Tech, Prodotto, Funding e Scaling dei modelli di business.

Ed ecco il messaggio di Evan ai lettori di Ninja Marketing:

Lavoro come mentor in diversi acceleratori del mondo ed ognuno è unico a suo modo. Sono molto selettivo nell’aiutare gli acceleratori perché credo che il 95% di loro fallirà nel prossimo paio d’anni, se non si differenziano. Abbiamo capito che c’era un vuoto nell’industria tra università ed acceleratori e questa è una delle ragioni per cui abbiamo creato TechPeaks (per individui e team). Abbiamo istituito delle partnership con 7 acceleratori mondiali e lavoriamo con loro per aiutare gli imprenditori a costruire aziende di successo. In TechPeaks puoi concentrarti sul tuo business, ma qualcuno potrebbe innamorarsi del tuo prodotto in fase di sviluppo e quindi desiderare di aggregarsi. Oppure puoi raggiungerci da solo e dopo qualche settimana formare un team con gli altri per costruire qualcosa ex novo.

Che percentuale vogliono in cambio?

Al contrario di molte altre iniziative simili TechPeaks non richiede percentuali in equity delle startup nate durante il periodo di accelerazione.

Lo scopo principale degli organizzatori del programma è quello di creare un ecosistema nella Provincia di Trento, tutto cio che viene richiesto in cambio è quello di aiutarli in questo senso. In particolare, durante la prima fase ogni partecipante dovrà spendere un tot di ore con attività di promozione o svolgendo seminari in base alle proprie competenze. Alle startup che accedono alla seconda fase, invece, è richiesto per un determinato periodo di tempo di stabilire la sede, legale e/o operativa, all’interno della Provincia di Trento.

TechPeaks nasce con il sogno di “trasformare una terra in mezzo alle montagne in una terrà di opportunità“. Perché non cogliere quest’opportunità?

Il più grande cyber attacco della storia di Internet: cosa è appena successo? [INTERVISTA]

Il più grande cyber attacco della storia di Internet

Da poche ore si è consumato il più grande cyber attacco della storia del web, che ha creato disagi in tutto il mondo. I rallentamenti sembra si siano presentati a causa del conflitto tra Spamhaus e Cyberbunker.

Dopo che Spamhaus (un’organizzazione con sede a Londra e che lavora in collaborazione con i provider di tutto il mondo per la lotta allo spam) ha segnalato Cyberbunker (un’azienda che ha sede in un ex-bunker Nato e che ospita sui suoi server molti contenuti illegali) come piattaforma utilizzata per la diffusione di spam su Internet è iniziata una vera e propria guerra digitale.

Il più grande cyber attacco della storia di Internet

La comunità degli utilizzatori di Cyberbunker, grazie a vari gruppi organizzati, ha iniziato quindi una vera e propria rappresaglia nei confronti di Spamhaus eseguendo un attacco Ddos (Distributed Denial of Service) suoi sistemi.

Secondo diversi esperti di sicurezza informatica l’attacco verso Spamhaus è arrivato a spostare 300 GB di dati al secondo contro i server dell’organizzazione antispam, una quantità di dati che non si era davvero mai vista in un cyber attacco.

Considerate che attacchi da 50GB al secondo sono definiti come “molto gravi“, figuriamoci uno da 300…

I rallentamenti della velocità e i problemi alla rete si sono manifestati principalmente in Inghilterra e hanno colpito per lo più i servizi di streaming online come Netflix, inoltre gli esperti di sicurezza hanno comunicato che il problema potrebbe espandersi anche ai servizi di posta elettronica e sistemi bancari.

Per fare chiarezza sull’accaduto, la nostra ninja Stefania Clemente ha intervistato Marco Gioanola – Consulting Engineer di Arbor Networks.

Il più grande cyber attacco della storia di Internet

Marco, raccontaci un po’ di che genere di attacco si è trattato, aiutaci a capire meglio come sono andate le cose!

“Quello dei giorni scorsi, che ha rallentato la rete di moltissimi utenti, è stato il tipico attacco di genere amplificativo realizzato tramite un invio di richieste a moltissimi server complici involontari, che a loro insaputa sono stati coinvolti in questa azione di hackeraggio”.

Ma come è possibile che siano stati coinvolti persino gli Internet Exchanges di diversi paesi?

“E’ stata attaccata l’infrastruttura di Internet e, ovviamente, i server coinvolti sono stati davvero numerosi. Questo è dovuto al fatto che la vittima di questo attacco è stata Spamhaus che ha server in diverse parti del mondo, per questo il coinvolgimento è stato così ampio.
Provate a pensare ad un ingorgo sul raccordo anulare talmente grosso da bloccare tutte le strade che danno l’accesso a Roma, paralizzando non solo la città ma tutte le zone limitrofe, questo è quello che si è creato”.

Come è possibile che così tanti server possano essere attaccati? E come ci si può proteggere?

“Semplice, esistono una miriade di server non adeguatamente protetti, questo consente ad hackers esperti di coinvolgere inaspettatamente numerosi utenti. Proteggere la rete non è così semplice, sarebbe necessario un contrasto globale e coordinato mettendo in essere delle misure di protezione a livello internazionale, soprattutto perché nella maggior parte dei casi le vittime sono passive e inconsapevoli e gli hackers utilizzano infrastrutture altrui”.

Questo vuol dire che scoprire gli attaccanti non è semplicissimo?

“Assolutamente no, spesso gli attacchi coinvolgono utenti di diversi paesi con server situati in stati con differenti norme in merito alla privacy; questo vuol dire che la mente e il braccio possono non essere gli stessi e l’individuazione è complicatissima, tant’è che persino le vittime spesso decidono di non procedere coinvolgendo polizia postale e autorità proprio perché sarebbe quasi impossibile arrivare alla fonte”.

Marco, un’ultima domanda un po’ curiosa da vera complottista: qual è il motivo di questi attacchi? Quali possono essere le ragioni e gli obiettivi di queste azioni?

“I motivi possono essere i più diversi, in questo caso si ipotizza una ritorsione contro Spamhaus e gli attaccanti sono stati degli spammer che dopo essere stati bloccati hanno deciso di attaccare.
In altri casi può trattarsi di proteste, rimostranze e specialmente di concorrenza sleale.
Ipotizziamo un sito di scommesse hackerato durante una finale di Champions League, tutti gli utenti si rivolgeranno ad un altro sito e quello attaccato subirà una ingente perdita economica.”

E’ importante tener conto del fatto che ogni anno gli utenti che dichiarano di essere stati attaccati sono sempre di più e gli attacchi sono sempre più frequenti con un aumento, in alcuni casi, del 100% annuo. Ogni anno Arbor realizza il Worldwide Infrastructure Report che aiuta a monitorare proprio questo genere di fenomeni.”

La rete, quindi, è sempre più vittima di attacchi e hackeraggio, la domanda finale alla quale solo il tempo potrà rispondere è:
“C’è il rischio che si arrivi al punto che il web muoia di spam?”

10+ suggerimenti per realizzare un video virale

10+ Suggerimenti per realizzare un video virale

Nessuno può negare l’efficacia di una strategia di marketing virale ben realizzata. Il problema sta appunto nelle parole ben realizzata. Infatti dopo anni di ipotetiche soluzioni precofenzionate per “viralizzare” un video lo sguardo si sta concentrando sempre di più sullo studio delle case history di successo per provare a coglierne le sfumature che le hanno portate a diventare fenomeni virali.

In quest’ottica Unruly Media, una delle più importanti viral factory al mondo (quella che ha realizzato la campagna Old Spice “The Man Your Man Could Smell Like”) ha messo a punto ShareRank™ un algoritmo in grado di misurare il potenziale virale di un video.

Questo algoritmo, continuamente ottimizzato sulla base dei video più virali della rete, è in grado di fornire un indice direttamente proporzionale all’effettivo share rate (la percentuale di persone che condividono il video) che poi effettivamente avrà il video.

10+ Suggerimenti per realizzare un video virale

Business insider ha intervistato Cat Jones, Head of business development di Uruly che sulla base delle variabili considerate dall’algoritmo ShareRank™ ha fornito alcuni interessanti consigli per facilitare la condivisione di un video.

Ecco i più interessanti:

1. Risposta Psicologica e Condivisione

Non importa il settore di mercato in cui si opera, ci sono due aspetti che sono fondamentali per realizzare un video virale di successo: l’intensità della risposta psicologica  e la forza della motivazione sociale che porta a condividere.

Se un brand è in grado di trasmettere emozioni forti , allora questo può già essere considerato un buon motivo per condividere un messaggio.

2. Ci sono molti di tipi di risposte psicologiche. La prima è la più ovvia e, anche, la più difficile: essere divertente

L’approccio più comune è cercare di essere divertenti .Un sacco di brand pensano di essere divertenti ma non lo sono.

Considerando che è un approccio così sfruttato diventa sempre più difficile per le persone accettarlo positivamente, ed in questo senso afferma Jones, il pubblico sta diventando sempre più esigente.

Ma se è questa la vostra scelta cercate di essere originali, come Metro l’azienda che cura i trasporti pubblici a Melbourne, con la sua campagna per la sicurezza ferroviaria: “Dumb Ways to Die” che ha raggiunto 43 Mil. di visualizzazioni e 3 di condivisioni.

3. Fare leva sulle emozioni

Jones afferma che in questo periodo storico, stiamo assistendo a un forte cambiamento sociale basato sulla valorizzazione delle emozioni nostalgiche.

Per spiegarlo più concretamente ha utilizzato l’esempio del video “Brotherhood” di Budweiser, che grazie al fattore “emozione” è stato il secondo annuncio più condiviso al Super Bowl di tutti i tempi.

4.Le persone amano condividere i video che le rendono nostalgiche

Come anticipato nel punto precedente la nostalgia è una delle emozioni più virali.

Google utilizza molto spesso l’ingrediente della nostalgia nei suoi video, ma Cat cita come punto di riferimento l’ultimo video utilizzato da Microsoft per lanciare Internet Explorer. Infatti già il titolo: “Child of the 90’s” ci fa intendere il suo intento quantomeno Vintage.

5. Paura e shock, altre due leve emotive utilizzate spesso

La paura e lo shock spesso portano alla condivisione, come mostra questa campagna virale realizzata per il lancio del film Dead Man Down.

In meno di una settimana, ha ottenuto 5,9 Mil. di visualizzazioni e oltre 70.000 condivisioni.

6. Informare e coinvolgere

Un video che è riuscito in quest’intento è quello di GoPro, che colpisce per come riesce a tenere incollate le persone allo schermo malgrado la durata (5 Min.). Questo video oltre a suscitare un forte coinvolgimento offre anche informazioni importanti sul prodotto, non solo sui suoi modi d’uso, ma anche sulla sua qualità: infatti tutte le riprese sono realizzate con la videocamera in questione. Il video è stato visto 18 milioni di volte e condiviso 1,2 milioni di volte.

7. Consumatori come “esche”: un nuovo trend

Un trend che sta sempre più prendendo piede è quello di utilizzare il fattore esperienziale sul consumatore con azioni marketing non convenzionale per generare una risposta psicologica nello spettatore del video. Per spiegare facilmente questo concetto è sufficiente guardare la campagna di Nivea per il lancio del suo nuovo deodorante in Germania che ha realizzato oltre 6 Mil. di visualizzazioni in un mese.

8.La risposta psicologica è solo una parte della ricetta virale, è fondamentale anche l’impulso alla condivisione

10+ Suggerimenti per realizzare un video virale

Ecco alcune statistiche realizzate sui database di Unruly che indicano l’importanza della condivisione:

  • il ricordo di un brand aumenta del 7% per coloro che hanno condiviso un video;
  • le persone raggiunte tramite condivisione sono più coinvolte (mediamente più del 14% rispetto al totale delle condivisioni).

9. Collegare l’aspetto sociale alla vita reale


Gli spot del Super Bowl di Go Daddy diventano molto spesso uno spunto di conversazione, questo perché sono un ottimo esempio di video capaci di portare l’elemento sociale in situazioni di vita reale.

10. Non è solo una questione di budget

Il video di The Dollar Shave Club è stato un incredibile successo ed è stato prodotto con un budget estremamente ridotto.

11.  Il Seeding è fondamentale

Neanche il contenuto virale più efficace può non prevedere un budget per le attività di Seeding.

Un esempio è la campagna #FirstWorldProblems realizzata da DDB per portare l’attenzione sulla crisi idrica nei paesi sottosviluppati, che ha utilizzato per il suo lancio numerose celebrità che hanno condiviso il video su Twitter.

"For Music", l'inno a Spotify e al potere della musica [VIDEO]

La musica è un linguaggio potente, universale, fortemente emotivo ed emozionale. Non dobbiamo studiarlo per comprenderlo, eppure riesce a comunicarci più di mille parole. Per questo motivo descriverla non è facile. Ma ci ha provato, con un risultato assolutamente piacevole e brillante, l’agenzia Droga5 per Spotify, il servizio di streaming musicale con milioni di utenti al mondo e da qualche settimana sbarcato in Italia.

Creare un concept che promuova la musica non è certo immediato nè semplice: la scelta dell’agenzia è ricaduta su un video lineare, ma fortemente evocativo. La voce narrante parla (usare il termine ‘recitare’ sembrerebbe davvero una forzatura) di cose vere, perché comuni a tutti, perché simboli di emozioni consivisibili, generando una sensibile ispirazione ad aprire -o scaricare- l’applicazione per ascoltare il nostro gruppo preferito.

La priorità viene data alla parola: scelta coraggiosa, e abbiamo visto perché. Se pensiamo poi alla velocità con la quale siamo oramai abituati a fruire contenuti, e alla facilità con la quale diamo attenzione o la togliamo, il compito diventa ancor più arduo. Tutto sta nel creare un grande copy, un pò com’è stato per lo spot di Ram Trucks al Super Bowl.

It’s been said that the best songs don’t give answers but instead ask questions. So, why? Why does music stop us in our tracks? Dictate if we pump a fist or swing it? Why can a song change the world? Because music is a force. For good. For change. For whatever. It’s a magnifying glass. A bullhorn. A stick in the gears and the tools to fix it. Because music is a need. An urge to be vindicated. It’s bigger than us. It lives inside us. Because we were all conceived to a 4:4 beat. Because music can’t be stopped. Can’t be contained. It’s never finished. Because music makes us scream ‘Coo coo ca choo’ and mean it. Because music is worth fighting for. Why? Because it’s music.

La musica è ridotta al minimo, le immagini sembrano raccontarci attraverso il rallenty l’emozione prolungata di un ascolto che dura pochi minuti, ma in fondo un’eternità .

Voi cosa ne pensate?

Instagram: come pianificare e realizzare un photo contest [PARTE 1]


I contest fotografici sono un ottimo strumento a disposizione dei brand per coinvolgere i propri follower in modo creativo e divertente, accrescere la community e la visibilità del brand su Instagram e – di conseguenza – sulle altre piattaforme social.

Si tratta di sfruttare quel naturale engagement visivo che Instagram crea con la sua semplicità d’uso e la facilità di condivisione. Basta avere uno smartphone nemmeno troppo tecnologico, una connessione internet, tanta creatività e si diventa subito instagramers!

C’è da notare che non esistono pagine Instagram per i brand ma che tutti gli account sono user: Instagram mette tutti allo stesso livello facendo sentire a proprio agio i follower che non avvertono le solite pressioni “pubblicitarie” ma che – al contrario – percepiscono la natura più diretta e senza filtri del rapporto con il brand. 

E’ un engament divertente ed immediato quello che il social riesce a mettere in piedi, ed è quello che rende così efficaci i photo contest su Instagram.

Ma come organizzarne uno e sfruttarne al massimo le potenzialità? Con la pianificazione e qualche accorgimento che andiamo a scoprire insieme nella prima parte della nostra checklist targata Ninja!

1. Avere un account 

Molti brand hanno già un account su Instagram – come Redbullsul quale caricano contenuti di qualità, divertenti e creativi.

Se non ne avete ancora uno, cosa aspettate a crearne uno? Farlo è semplice: collegatevi con uno smarthphone, iscrivetevi e siete già pronti per scattare e condividere la vostra prima foto aziendale!

Ora non resta che aspettare che qualcuno dei vostri clienti inizi a seguirvi, magari annunciando l’iscrizione sul vostro account Facebook e Twitter e persino su Linkedlin (se siete già iscritti). Come al solito produrre contenuti interessanti, divertenti e di qualità e mantenere una partecipazione attiva giocherà a vostro vantaggio.

2. Pianificazione

Pianificare in anticipo il vostro contest può essere la mossa vincente. Decidere con calma quali sono gli argomenti del concorso, il lasso di tempo nel quale il contest si svolge, come e dove promuovere la vostra campagna ed il premio in palio.

Tutta la pianificazione deve avvenire in modo da rispettare la vostra mission aziendale, la brand image e avendo un messaggio chiaro e semplice.

3. Scelta del tema

Come si sceglie il tema del contest? Bisogna tenere in considerazione una serie di variabili come la portata degli utenti, il premio messo in palio, la facilità o la difficoltà di partecipare al contest e capire ‘cosa si chiede di fotografare’ agli utenti e chi sono i partecipanti (il vostro target di riferimento, insomma).

Ricordate però che più il contest risulterà facile e con pochi vincoli più alta sarà la partecipazione, ma – all’opposto – un tema troppo ampio risulterà dispersivo portando poca coesione alla brand awareness.

Altra considerazione da fare per la scelta del tema è decidere se gli utenti debbano partecipare con un proprio istante di vita raccontato con uno scatto o se la foto sia frutto di una messa in scena.

4. L’hashtag giusto

Scegliere il giusto hashtag per il proprio contest è fondamentale per sfruttare appieno tutte le possibilità che un contest offre. Ma come si trova l’hashtag giusto?

La parola chiave che si inserisce dopo il cancelletto – # – servirà agli utenti per inviare le foto e rintracciare il contest, promuovere il concorso e dovrà rispecchiare la brand image (richiamare il brand) e il senso di tutta la vostra campagna.

L’hashtag deve, inoltre, essere facile da ricordare e semplice da scrivere per gli utenti, altrimenti si rischia di perdere la viralità su cui si vorrebbe far leva.

Altro suggerimento è quello di utilizzare una keyword che nessuno ha ancora usato e di integrarvi – se possibile – il nome del brand o del contest per aumentarne la riconoscibilità e massimizzare il numero dei partecipanti.

Utilizzare un hashtag corretto porta molti benefici al contest:
gli utenti possono facilmente trovare brand e concorso e visionare le foto degli altri partecipanti;
chi gestisce il concorso può facilmente visualizzare le foto caricate dai partecipanti perchè l’hashtag diventa un modo per tracciare e riunire le foto in un unico ‘posto’.

Si può scegliere di suddividere il tema del concorso in sottocategorie – ad esempio un nuovo tema ogni settimana. Come fare? Semplicemente utilizzando, oltre all’hashtag ufficiale, uno nuovo con la categoria della settimana.

5. Premi in palio

Mettere in palio un premio – che sia un gadget, un prodotto/servizio o uno sconto – è un forte incentivo per gli utenti a partecipare al concorso. La tipologia e il valore del premio però sta solo all’azienda deciderlo.

6. Semplicità delle regole

Le regole del contest devono essere come Instagram: semplici da capire e facili da utilizzare.

Ecco dei suggerimenti – in formato checklist – per il regolamento:
– Per partecipare al concorso l’utente deve ‘seguire’ il vostro account;
Caricare solo foto originali;
Inserire l’hashtag del concorso nel campo ‘descrizione’ della foto.

7. Giudicare e proclamare il vincitore

La prima azione da definire è se lasciare che siano gli utenti a decidere chi sia il vincitore o lasciare che sia una giuria esterna di esperti a giudicare le immagini caricate, o ancora sarete proprio voi a decidere chi vincerà.

A seconda della scelta fatta si conteggeranno o i voti (i ‘cuoricini’ alle foto caricate) o le preferenze espresse dai giudici, ricordando che il vincitore dovrebbe sempre rispettare i valori del brand e gli obiettivi posti dalla campagna.


Una volta deciso il vincitore (o i vincitori, a seconda di come si è stabilito al momento della pianificazione del contest) annunciarlo è il passo successivo. Dove?

Ovviamente su Instagram, magari con un’immagine che dica ‘Abbiamo il nostro vincitore!’ con il suo nome nel pieno stile del social. L’annuncio del vincitore deve essere poi ripetuto su tutti gli account social del brand e con un post sul blog aziendale.

Questa la prima parte della nostra checklist per realizzare un contest su Instagram in modo efficace ed efficiente. Alla settimana prossima per la seconda parte!

 

Un nuovo design per il packaging delle bottiglie Pepsi

Dopo 16 anni, la bottiglia di Pepsi avrà un nuovo volto: il debutto è previsto il prossimo mese.

Una nuova personalità per la bottiglietta che da sempre si contende il primato con Coca Cola: un’identità più forte, un carattere più marcato; stavolta Pepsi vuole osare di più.

L’azienda sta investendo nel design e nel marketing in maniera decisiva, con un’operazione ben strutturata di restyling del brand portfolio. L’obiettivo è colmare il distacco che la separa in questo caso dal suo storico rivale, che del design ha fatto una sua caratteristica distintiva.
Ricordiamo infatti come la silhouette della bottiglietta di Coca Cola sia diventata una vera e propria icona, un elemento in cui la comunicazione del colosso delle bibite trova il punto di partenza.

Il restyling in questione è quello delle bottiglie in plastica da 0,5 l e a quelle in vetro da 0,3 l: queste ultime però saranno disponibili solo per alcuni rivenditori selezionati.

Il design della nuova bottiglia di Pepsi sarà radicalmente diverso da quello attuale: collo e parte superiore molto più solidi e tozzi, impugnatura più sottile ma con una superficie tracciata “a spirale”.
Attualmente la bottiglia di Pepsi è simile a un cilindro pressoché uniforme su tutta la lunghezza, con un’etichetta che occupa quasi l’intero prodotto.
Con il restyling, anche l’etichetta diventerà molto più sottile, sarà collocata nella parte superiore, con un grande spazio dedicato al logo. In questo modo il design dedicherà una superficie ancora maggiore alla visione del prodotto e il logo diventerà ancora più protagonista.

Angelica Krembs, vice responsabile marketing dell’azienda afferma che “L’impugnatura a spirale è un elemento che riprende alcuni dei primi packaging Pepsi. L’intento non era quello di creare una forma che emergesse dal nulla, senza storia. Inoltre questo nuovo design non è uniforme, è leggermente asimmetrico: c’è una componente giocosa e di movimento, in linea con i valori e lo spirito giovane di Pepsi.

Una personalità rinnovata e forte, che trova la sua piena espressione tangibile nel nuovo packaging. Una personalità che si può vedere, toccare, che è ciò che arriva al consumatore.

“La nostra bottiglia è il più evidente punto di connessione con i consumatori, e siamo entusiasti del modo in cui il nuovo design esprima il nostro DNA.” – continua la Krembs – “In particolare, la parte inferiore con l’impugnatura ben definita permette al consumatore di avere un’interazione tattile ancora più profonda con la bottiglia, creando un’esperienza.”

Il nuovo design delle bottigliette Pepsi è il primo passo del restyling completo del brand portfolio: un processo che si sta svolgendo sotto la guida del Pepsi’s Co’s Chief Design Officer Mauro Porcini. Anche in questo caso, un design che strizza l’occhio al made in Italy.

Marriage Equality: ecco i brand che supportano i matrimoni gay

E’ la grande settimana della marriage equality negli Stati Uniti. L’obiettivo è dare piena dignità ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. La Corte Suprema sta valutando questo spinoso tema e, come sempre, i cittadini a stelle e strisce seguono con fermento e partecipazione la vicenda. Internet ha dimostrato ancora una volta di rappresentare il veicolo perfetto per esprimere opinioni o prese di posizione.

Puntualmente le celebrity made in USA non hanno perso l’occasione per mostrare il loro punto di vista con lo scopo di aumentare la loro brand reputation. Così come le passate elezioni americane, numerosi VIP (o presunti tali) hanno mostrato pubblicamente il loro endorsement alla causa. Parecchi di loro si sono uniti ai supporter della marriage equality, postando il simbolo rosso dell’ Human Rights Campaign (HCR), uno dei più importanti gruppi che si battono in difesa dei diritti dei gay. Manco a dirlo, tale simbolo è diventato virale.

Anche le marche “vere e proprie” hanno iniziato a prendere posizione negli USA, in questa settimana così importante per i diritti civili. Di seguito vi presentiamo le manifestazioni più riuscite che alcuni brand hanno attuato durante questi ultimi giorni, senza dimenticare che nei mesi scorsi altri giganti si sono attivati in merito. Da sottolineare la scelta di Amazon che nel pubblicizzare il suo Kindle aveva puntato sul sorriso per comunicare la sua presa di posizione e Expedia con il suo spot dall’elevato tasso emozionale.

 

Absolut


Il marchio svedese della vodka sceglie il rosso, in riga con il trend utilizzato da tutti i supporter e lascia un messaggio secco. Ad onor del vero bisogna dire che non è la prima volta che Absolut supporta i diritti dei gay.Celeberrima fu la campagna che nel 2008 spingeva le persone al coming out, magari dopo aver bevuto un po’. Si sa, certe volte da ubriachi è più facile trovare il coraggio per dire quello che da sobri non si riesce proprio a dire.

 

Smirnoff

La rivale russa di Absolut non è di certo rimasta con le mani in mano. Il concetto di perfezione per ogni tipo di unione è rappresentato con due tipi di bicchieri diversi che servono lo stesso cocktail. Qualsiasi combinazione va bene. Chiaro e piacevole.

Starbucks

Anche Starbucks da sempre difende la parità del diritto al matrimonio per tutti. Da sottolineare l’intervento del CEO Howard Schultz che durante l’assemblea annuale degli azionisti ha letteralmente “sgridato” un investitore. Il disgraziato aveva sottolineato che il supporto di Starbucks ai matrimoni gay fosse stato una cattiva mossa per i profitti. Schultz lo ha invitato a vendere le proprie azioni poiché il sostegno dell’azienda verso la causa “wasn’t about making money, but about the principle of diversity”.

Chanel


In Europa la francese Chanel ha detto la sua tramite il suo capo esecutivo, Karl Lagerfeld. L’idea nasce dal fatto di voler segnalare il supporto alla battaglia che Obama sta portando avanti a favore dei gay, oltre a sostenere l’ambiguità della legge francese per il matrimonio tra omosessuali. Il famoso stilista tedesco ha vestito due donne con identici vestiti nuziali. Il messaggio è tanto semplice quanto istantaneo. Chapeau!

Dove siamo diretti

Alex Brunori, Executive Creative Director di McCann Worldgroup, ha affermato in un’intervista rilasciata a Daniele Crocelle che la rotta è già stata tracciata. “Una volta era sufficiente comunicare la marca, poi si è passati a definire l’identità e successivamente la personalità della marca. […]La gente non solo si aspetta un dialogo, ma vuole sapere che ruolo ha la marca nella sua vita e come vuole comportarsi di conseguenza.”

Al di là delle sincere prese di posizione (che personalmente condivido), i brand prendono determinate decisioni per ottenere un risvolto positivo per la loro brand equity. Questo è incontestabile. Nello specifico, un recente sondaggio di ABC News suggerisce come l’81% degli under 30 statunitensi supporti i matrimony gay. Tutti i brand citati finora vedono proprio come target principale quello dei giovani.

Ci svestiamo dei nostri panni di brand analyst e ragioniamo con un interesse più ampio verso la società. Sono le marche che influenzano il modo di pensare del loro target o avviene il contrario? Questa pare essere una domanda vecchia come il mondo. Quello che possiamo dire è che tutti i brand che si schierano ricevono un’attenzione notevole da parte dei media e questa può diventare un occasione importante.

Ogni giorno siamo esposti a tante pubblicità irrilevanti, noiose o prive di significato. Quando c’è realmente un messaggio da far passare, la maggioranza delle persone è propensa ad apprezzare chi lo ha trasmesso, ma allo stesso tempo ne parla e pensa sul serio a ciò che è sotto ai riflettori.

Le marche e i consumatori si parlano tramite uno scambio bilaterale di informazioni. Il consumatore sa qual è la marca che prende una posizione e perché la prende. In tal modo è libero di ignorare il mittente e tenersi il messaggio. O accettare entrambi. L’asimmetria informativa è annullata a favore dei clienti. Sembra essere questo il nuovo schema della viralità e noi non possiamo fare a meno di augurarcelo sul serio.