Il segreto di LinkedIn è la forza vendita offline

LinkedIn ha pubblicato nei giorni scorsi i risultati del quarto trimestre del 2012. I numeri sono più che positivi. Il social network per professionisti ha superato la soglia dei 200 milioni di iscritti e durante il 2012 ha raggiunto un fatturato di 972,3 milioni di dollari con un aumento dell’86% rispetto al 2011. Risultati floridi sotto tutti i punti di vista.

L’importanza delle Marketing Solution

Ma come fa soldi LinkedIn? Vi sono essenzialmente tre vie. Profili premium (Premium Subscription), servizi di recruitment (Talent Solution) e, last but not least, pubblicità (Marketing Solution).

Di queste tre vie è interessante notare come proprio le Marketing Solution abbiano visto aumentato del 2% il loro peso specifico sul reddito dell’ultimo trimestre. I numeri legati alle  Talent Solution e alle Premium Subscription sembrano essersi assestati dopo la forte espansione dei mesi scorsi.

La crescita dell’armata dei venditori offline

Durante la conferenza stampa per discutere tali risultati, il CFO Steve Sordello ha ribadito che il 31% degli utili totali sono legati al giro d’affari collegato alle vendite e al marketing. Non a caso, nel corso dell’anno l’azienda ha aggiunto 1300 collaboratori in organico, contando un numero complessivo di 3500 collaboratori.


Questi numeri implicano che almeno un migliaio di questi siano impiegati nel marketing e nelle vendite. Infatti, la rete sociale dell’utenza business ha un incredibile armata di venditori che genera il 59% dei suoi profitti totali. Avete capito bene. Un business che nasce online, ma che dipende in gran parte dai ricavi che raggiunge la sua forza offline.

Quello che i business 2.0 non dicono

Fare affidamento ad una grande armata di venditori è il segreto nascosto di tutti business 2.0 come LinkedIn, Groupon, Facebook e Twitter. Per ragioni di branding, questi attori puntano a costruire una mappa mentale per gli utenti in modo da essere visti come puri tech innovator.

Più o meno tutti tendono a pensare agli impiegati di queste imprese come a gioiosi NERD con una marcia in più che giocano a freccette mentre cambiano il mondo grazie alla loro creatività. La realtà sembra essere meno affascinante. Il punto è che fanno soldi alla vecchia maniera.E li fanno tramite migliaia di venditori armati di telefono che si occupano del “lavoro sporco”.

Twitter acquista Bluefin Labs: verso la social tv?

Come confermato Martedì sul suo blog ufficiale, Twitter ha acquisito Bluefin Labs, una delle principali società di misurazione degli ascolti televisivi e dell’interazione con i social network. Fondata nel 2008, fornisce analisi di dati per inserzionisti, agenzie e reti televisive. Ovviamente, dopo l’acquisizione rispetterà i contratti già stipulati in passato ma inizierà un’attività esclusiva di analisi per Twitter.

Non è stato reso noto il  prezzo d’acquisto ufficiale, ma fonti attendibili affermano che questa è l’acquisizione più dispendiosa dalla nascita di Twitter dopo l’acquisto di TweetDeck per 40 milioni di dollari del maggio 2011. La cifra oscillerebbe tra i 50 e i 100 milioni di dollari. Uno sforzo decisamente grande da parte del social network di San Francisco, e che riflette l’enorme interesse che c’è sul tema dell’interazione con l’entertainment del piccolo schermo.

Risale appena allo scorso dicembre, infatti, l’annuncio di una partnership esclusiva con Nielsen volta a creare il Nielsen Twitter TV Rating, un nuovo standard di misurazione del successo social di un programma televisivo che si basa interamente sui dati di Twitter. Insomma, un tentativo di rispondere ai nuovi stimoli del mercato, determinati dal modo sempre più interattivo con cui gli spettatori vivono l’esperienza televisiva. I freddi dati dello share non bastano più. Oltre a capire in quanti guardano un determinato programma, l’obiettivo è quello di capire il livello di interazione che quel programma genera negli spettatori.

Il forte feeling tra Twitter e la televisione è ormai consolidato. Basti pensare al record di cinguettii dell’ultimo Superbowl che, anche grazie al lungo blackout, è diventato uno degli eventi più social di sempre, con oltre 30.600.000 cinguettii (proprio secondo Bluefin Labs). Appare quindi logico che a San Francisco si cavalchi l’onda cercando di creare una nuova nicchia, dove Twitter è lo strumento privilegiato per giudicare la risposta (positiva o negativa) del pubblico ad un particolare film o programma.

Tale volontà è ancora più chiara se si guarda al report preparato per gli investitori dal team di TwitterUK e diffuso da Business Insider. In particolare, la principale motivazione che ha spinto Twitter ad acquistare la Bluefin Labs è il rapporto fortemente simbiotico fra Twitter e la televisione. Gli utenti amano parlare di ciò che stanno guardando in TV ed amano altrettanto leggere le opinioni degli altri spettatori del programma.

Secondo il team che ha studiato le opportunità dell’acquisizione, Twitter accorcia le distanze tra gli spettatori e ciò che amano. Permette loro di scoprire facilmente cosa in quel determinato momento potrebbe interessarli maggiormente. Un interesse che si esprime in volume di conversazione: oltre 400.000.000 di tweet vengono inviati ogni giorno su ciò che accade nella vita reale e che viene commentato su Twitter. Questo accade anche per i programmi televisivi: quando c’è un programma particolarmente atteso o un momento clou di uno specifico show, arrivano puntuali i picchi di conversazione.

Twitter e la televisione possono quindi dar vita ad un circolo virtuoso con cui un hashtag in onda può aumentare l’interazione degli spettatori sui social network e, di contro, la conversazione sulla timeline di un utente può spingerlo a guardare quel programma. In Italia, il primo esempio di questo tipo di attività è stata l’ultima edizione di X Factor, aiutata dall’esperienza già maturata negli USA: un grande successo sia televisivo che sociale.

E questo vale anche, e soprattutto, per la pubblicità: tanto più è profonda l’interazione, tanto maggiore è la curiosità del consumatore verso quel prodotto o quel brand. E Twitter è come un tesoro per gli inserzionisti che sempre più lo preferiscono agli altri social network per veicolare la loro presenza on line (basti pensare ai dati record sull’integrazione Twitter-Spot Tv dell’ultimo Superbowl).

In quest’ottica la Bluefin Labs è l’investimento perfetto. Offrendo report dettagliati su quali sono i brand e i programmi tv più discussi sui social media, è in grado di fornire i dati da cui partire per attirare gli inserzionisti, mostrandogli che l’investimento vale contatti, conversazione e – di conseguenza – vendite. Perché se è vero che l’obiettivo potrebbe essere far crescere il pubblico di un programma, d’altro canto quel pubblico è un perfetto target di utenti verso cui veicolare un particolare messaggio pubblicitario.

Insomma, l’intento finale legato a questo acquisto è ancora poco chiaro, ma certamente si avvicina a grandi passi il momento di una nuova social tv in cui lo spettatore non è più “passivo”, ma protagonista “attivo” della programmazione e dello spot ad essa collegato.

Downton Abbey, l'età edoardiana diventa da parodia

Downton Abbey non è la classica serie tv macina ascolti che ci aspetteremmo: non fa parte del circolo d’oro di produzione dei grandi network americani come Fox, ABC, CW, ma viene trasmessa in primis dal canale britannico ITV e da PBS, televisione non-profit statunitense; non ha nulla di contemporaneo, non ci sono zombie, produttori di metanfetamina, viaggi nel tempo, indagini, ma è anzi ambientata nel primissimo Novecento inglese e racconta le vicende dell’aristocratica famiglia Crawley.

Ciò nonostante, nell’arco di due stagioni è diventato lo show non americano più candidato nella storia degli Emmy Awards e uno dei più seguiti in tutto il mondo. E pochi giorni fa in rete sono stati diffusi due video che ne hanno confermato il successo. Stiamo ovviamente parlando di due parodie, uno degli strumenti più potenti di ri-creazione dei contenuti nel web, mainstream e grassroots.

Nel primo caso autori del rifacimento sono i creatori di Sesame Street, altro popolarissimo show americano che spesso propone parodie di serie seguite ed amate dal pubblico. Con un gioco di parole, due dei personaggi principali dello show, ovvero Violet Crawley e il figlio Charles Carson diventano protagonisti di una divertente scena ‘capovolta’ (‘upside down’, appunto) in cui l’anziana capostipite non riesce a bere il suo tè o gustarsi i suoi dolci.

Non dimentichiamo che i pupazzi di Sesame Street hanno già imitato altre serie di culto come “Mad Man” e “True Blood“.

Downton Abbey è stato trasformato anche in un videogioco in stile NES che ci fa ripercorre le ambientazioni di casa Crawley.

Il ritorno della serie The Walking Dead è ambient

A cinque giorni dalla messa in onda

Tutti gli appassionati del genere sono in fervida attesa per l’episodio “The Suicide King” che andrà in onda stasera negli Stati Uniti e lunedì in Italia alle ore 22:45 sul canale satellitare Fox.

L’episodio sancisce il ritorno della serie di enorme successo del network usa AMC dopo la tradizionale pausa tra dicembre e febbraio (lo hiatus). Per promuovere il ritorno della popolare serie tv centrata sulle storie di un gruppo di sopravvissuti in un mondo post apocalittico dove gli zombie hanno invaso il pianeta, AMC ha lanciato una campagna di ambient marketing alla stazione di Toronto (Union Station).

Ecco come appariva ai passanti la stazione durante l’ultima settimana:

A due giorni dalla messa in onda

Ecco come appariva ieri l'indoor

Alla creatività, minimal quanto splatter ma d’ impatto immediato – curata dall’agenzia pubblicitaria Leo Burnett Toronto – è stato affiancato un concorso sui social network che incoraggia i fan a twittare una foto in posa davanti l’eccentrico billboard con l’hashtag #TWDFeb10. Curiosi e quanto mai azzeccati i premi in palio: diverse dita mozzate.

 

Non ci resta che sederci sui nostri comodi divani e goderci il ritorno di Rick Grimes & co. in una delle serie tv più promettenti degli ultimi anni!

Il crowd recruiting diventa qualificato con Hivejobs

Il crowd recruiting ha innovato i processi di Ricerca e Selezione dei candidati per le aziende. Poi è arrivata HiveJobs a innovare il mondo del crowdrecruiting, affidando a professionisti specializzati nei settori di interesse la valutazione dei candidati attraverso videointerviste.
Per addentrarci nel mondo delle nuove forme di reclutamento affidate agli utenti della rete, abbiamo intervistato Alessandro Raguseo che, assieme a Daniele Bacchi, ha fondato HiveJobs.

Cos’è il crowd recruiting?

Il concetto di crowd recruiting è ancora in via di definizione. Nell’accezione più diffusa, con l’espressione “crowd recruiting” s’intende la selezione del personale affidata a una moltitudine non specificata di soggetti (in lingua inglese “crowd” significa folla).

In questa accezione è evidente che trovare il candidato corretto somiglia più che altro a una lotteria. In un’accezione usata precedentemente e non più attuale, si intendeva invece la condivisione fra recuiter di diverse organizzazioni delle proprie relazioni, in particolare lo scambio di contatti dei candidati.

Hivejobs intende il concetto in maniera diversa, associandolo all’avvalersi del selezionatore più qualificato per ogni specifica posizione aperta. Se ad esempio l’azienda cliente sta cercando un infermiere, il selezionatore ideale sarà un’infermiera Capo Sala con 15 anni di esperienza. Se la figura ricercata è un carpentiere, il recruiter specializzato sarà un Capo Cantiere e così via. Da qui nasce l’idea di creare un network di persone intercettate sul web e selezionate da Hivejobs, coinvolti non come dipendenti diretti ma da attivare on demand per fare selezione sulla loro stessa professione.

La competenza di questi recruiter, detti HiveScout, deriva proprio dalla loro storia professionale, che parla da sola, senza bisogno di usare biglietti da visita che riportino la qualifica “specialist”.

Ovviamente occorre avvalersi di professionisti che oltre ad essere tecnicamente competenti diano anche garanzie sulla capacità di cogliere, in sede di video-intervista, le cosiddette soft skill, le attitudini e i comportamenti dei candidati rilevanti per la valutazione.

In che modo HiveJobs innova il mondo del crowd recruiting?

Hivejobs innova il mondo del crowd recruiting rendendolo qualificato. L’HiveScout è un professionista che lavora per Hivejobs solo quando necessario, nel momento in cui si attiva un processo di selezione per cui siano richieste le competenze tecniche di quello specifico professionista.

Gli HiveScout per il resto del tempo ricoprono ruoli di consulenza o di responsabilità in azienda. Per ogni mandato di lavoro Hivejobs sceglie l’HiveScout migliore e lo mette nelle condizioni di scegliere se accettare o meno quel mandato.

Si tratta di professionisti con anni di esperienza alle spalle, che mettono la loro professionalità al servizio della ricerca e selezione di personale di un’altra azienda: è un compito molto delicato, che può essere svolto al meglio da parte degli Scout solo se c’è la massima tranquillità a operare. Per questo motivo Hivejobs non può seguire le logiche del crowdsourcing tradizionale: la ricerca e selezione non può essere affidata a una moltitudine indefinita di soggetti.

In quali settori è specializzata HiveJobs? Intendete aprirvi ad altri settori?

La natura stessa del modello di business di Hivejobs permette di specializzarsi in qualunque settore. Siamo partiti da quello dell’Information Technology perché meglio di ogni altro è in grado di recepire l’innovazione e il cambiamento che stiamo proponendo.

Di fatto l’apertura ad altri settori è legata solo al reperimento dei migliori HiveScout. Abbiamo già costruito un network di professionisti appartenenti ai settori marketing, finance, insurance, commerciale, fashion, legal, amministrativo. Riceviamo candidature di nuovi HiveScout quotidianamente e quelli che oggi potremmo attivare sono già oltre 200.

Quali risultati avete ottenuto al momento?

I numeri di Hivejobs sono in costante aumento secondo tutti i principali indicatori (fatturato, numero di clienti, numero di utenti registrati, numero di HiveScout, numero di visitatori sul nostro sito), che aumentano in media del 60% mese su mese.

E’ vero che siamo partiti da pochissimo, ma stiamo crescendo a ritmi impressionanti in un mercato comunque molto difficile come quello del lavoro. Tra le cose che ci fanno più piacere c’è l’allargamento del mercato: se prima era riservato a pochi che se lo potevano permettere, ora non è più così. Diventano nostri clienti anche piccole e medie imprese che mai prima avrebbero pensato di rivolgersi a una società di ricerca e selezione.

Dove mangiano gli chef? Il libro con tutti i ristoranti preferiti

 

Quando ho bisogno di sapere dove nasce una mela, chiedo al contadino e non al fruttivendolo. Questo è un modo come un altro per dire che, quando ci serve un consiglio, ci rivolgiamo alle persone direttamente coinvolte e di cui ci fidiamo.

Allora perché, nella scelta di un ristorante, devo affidarmi al parere di uno sconosciuto mangiatore seriale?
Colgo l’iniziativa di Phaidon Press e mi tuffo nei consigli raccolti nella guida Where chefs eat.


Un totale di 400 stelle della cucina che dispensano oltre 2000 indirizzi sparsi nel mondo; il Coffe Collective a Copenaghen, da Magnus Nilsson (per un hot dog a Stoccolma) e alla Pizzeria 00100 a Roma.

Indirizzi trasversali, tra lusso e low-cost, oltre che caffetterie e piccoli ritrovi per la colazione.

Intervengono chef come Ferran Adrià, Heston Blumenthal, Rene Redzepi. Tra gli italiani Massimo Bottura, Massimiliano Alajamo, Gualtiero Marchesi.

Il genio di questo libro non sta solo nei contenuti ma anche nella forma. Ispirandosi alle pubblicità degli elenchi telefonici britannici prodotti tra gli anni ’50 e ’60, la mappa dei migliori luoghi gastronomici del mondo è spalmata in 700 pagine utilizzando 50 tipologie di font.

Oltre che una guida ai ristoranti, sembra un degno testo da esporre nella propria biblioteca.
Basta guardare la copertina per capire di cosa stiamo parlando… è un prodotto editoriale di buon gusto!

The Real Toy Story: reportage tra i toy workers in Cina

Uno shooting agrodolce, con un intento a metà tra l’ironico e il provocatorio, sicuramente creativo.
Il fotografo tedesco Michael Wolf ha giocato, nel vero senso della parola, con la sua ultima serie di scatti fotografici, a farci riflettere su quello che sta dietro lo scaffale dei giocattoli, così colorati, appealing e luccicanti.

Wolf nel suo progetto, “The Real Toy Story”, è entrato fisicamente dentro una fabbrica di giocattoli in Cina e ha immortalato i lavoratori durante la produzione. Ne è emersa una suite di immagini sospese, irreali, a metà tra l’intento documentale e informativo e la provocazione tagliente.
Si crea una profonda dissonanza, una realtà spiazzante ma freddamente ironica. Dietro ai sorrisi o alle espressioni a volte anche complici dei lavoratori si nasconde la spietatezza dell’atomizzazione e della produzione in serie.

Quelli che dovrebbero essere oggetti personali, che ognuno di noi ricorda come assolutamente unici e insostituibili nella propria infanzia, sono denudati di tutta la loro aura emozionale per essere invece fotografati in maniera quasi clinica, smembrati, sezionati, visti a pezzi, pronti ad essere assemblati in combinazioni perfettamente intercambiabili: di unico hanno solo il viso di chi li produce.
I visi dei lavoratori tradiscono una leggera inconsapevolezza, anche in questo caso l’entusiasmo e la curiosità dell’obiettivo stridono con l’attitudine sempre dimessa e low profile dei soggetti. Una sorta di complicità con il fotografo senza però staccarsi dalla dura realtà vissuta quotidianamente.

Gli scatti appaiono ironici e a tratti con qualche vena di irriverenza velata, geniale appunto perché grottesca.

Per l’allestimento della mostra Wolf ha collezionato innumerevoli piccoli giocattoli trovati nei mercatini dell’usato e li ha incollati sui pannelli espositivi, posizionandoli uno vicino all’altro in un mosaico asfissiante, senza vuoti.
In mezzo a questa miriade di piccoli giocattoli ecco comparire come isole gli scatti fotografici, che sono quasi “incastonati” tra gli oggetti, ottenendo un effetto ansiogeno e claustrofobico.


Sul suo sito internet, Michael Wolf ha documentato la fase di “collecting” di questi oggetti, ma è andato anche più in là, con lo shooting del “backstage”, delle “factories”, ovvero di tutto quello che sta dietro alla realtà produttiva e all’obiettivo fotografico, immortalando momenti e condizioni lavorative molto intense sotto tutti i punti di vista.


Circa il 75% dei giocattoli nel mondo sono “made in China”: questo shooting offre una visione completamente diversa dell’unicità del giocattolo, mettendo a nudo le condizioni di innumerevoli lavoratori ridotti in condizioni di semischiavitù per assemblare pile di giocattoli in plastica.

Un viaggio tra i toy workers cinesi da una prospettiva insolita, sicuramente in grado di colpire l’animo in profondità e far riflettere andando oltre il cinismo della quotidianità.

Ashton Kutcher, un minuto dal nuovo film su Steve Jobs

La figura di Steve Jobs è da sempre al centro di sentimenti vari; adorazione, disprezzo, invidia e ammirazione. Non poteva essere da meno il suo film, che già dopo la scelta del protagonista ha dato vita ad un acceso dibattito. Lo stesso Steve Wozniak ha definito “ Imbarazzanti” Ashton Kutcher (Steve Jobs) e Josh Gad (Steve Wozniak)! Sarà forse per il passato dello stesso Ashton che, ricordiamo, ha sempre svolto ruoli in cui vestiva i panni dello “scemo del villaggio”? Potrebbe essere una risposta, ma come tutti, forse anche lui si merita una seconda chance.

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Questo è il piccolo (sigh!) assaggio di “jOBS” diretto da Joshua Michael Stern. Il film, che è stato proiettato in anteprima al Sundance Film Festival, parla di trent’anni di vita del CEO di Apple, precisamente dal 1971 al 2000. Il regista non si è basato sulla nota bibliografia di Walter Isaacson, a cui sta lavorando la Sony per un altro film, motivo per cui la maggioranza dei fan sono scettici sul prodotto finale.

Molte grandi riviste e siti specializzati hanno già iniziato a recensire il film in modo negativo o, peggio, neutro. Su IMDB capeggia un triste 6,2 prevalentemente a causa della mancata ricerca della vera essenza di Steve Jobs da parte di Kutcher e dalla scelta del periodo della sua vita da portare al cinema, che ricorda troppo quella dei “ I pirati di Silicon Valley”. L’uscita nelle sale italiane è ancora incerta, mentre negli USA uscirà il 19 Aprile. Cosa avrebbe detto lo stesso Jobs di questo film?

Auto, aerei e profumi: i migliori annunci stampa della settimana

Puntuale come ogni settimana la nostra rubrica sui migliori annunci stampa della settimana. Ecco le campagne circolate in questi ultimi giorni che si sono distinte per creatività, qualità estetica e appeal.

Scorriamole insieme.

Fiat: Drive Friendly

Fiat: Drive friendly

Dopo la serie di spot girati per il lancio della Fiat 500 sul mercato statunitense, la casa automobilistica del Bel Paese punta al Canada con una campagna stampa molto simpatica. Più che parlare dei benefici del prodotto, la pubblicità punta a dare all’utilitaria un ben preciso carattere. Un ottimo modo per fare brand awarewness in un nuovo mercato.

Advertising School: Humber College, Toronto, Canada
Art Director: Iva Jericevic
Copywriter: Logan Broger

Bank of China: National Treasure

Bank of China: National treasure

La campagna stampa di Bank of China sfrutta il potere di sintesi del simbolo per spiegare immediatamente i benefici di uno dei suoi prodotti bancari. Con una sola carta, due valute.

Semplice, ma molto efficace.

Advertising Agency: Mccann, Beijing, China
Art Director: Johnny Zhu
Copywriter: Wendy Wang
Designers: Shengnan Li, Fangfang Zhang

Turkish Airlines: Love will surround the world

Turkish Airlines per San Valentino 2013

Lontano dagli occhi non è lontano dal cuore se hai un biglietto Turkish Airlines. Basta un aereo per volare dalla persona amata e vivere un San Valentino indimenticabile. Ottima realizzazione grafica di un concept, per la verità, già visto.

Advertising Agency: McCann, Istanbul, Turkey
Copywriter: Pinar Cingöz
Jr Art Director: Dilara Aktug
Illustrator: Bülent Gültek

Sephora: Where the beauty beats

Sephora: where the beauty beats

Dopo aver condotto con successo un’importante campagna di social media marketing su Facebook, Sephora, il brand di cosmetici proprietà del gigante francese del lusso LVMH, ha deciso di puntare su una campagna di posizionamento che si distingue per la qualità visiva e il registro emozionale.

Advertising Agency: BETC, Paris, France
Creative Director: Florence Bellisson
Art Director: Lea Rissling
Copywriter: Gabrielle Attia
Photographer: Miles Aldridge

Panasonic Musical Doorbells: Interruptions Bath

Campanelli musicali Panasonic

Mentre ci si sta facendo la doccia o appena ci si è infilati sotto le coperte. Il campanello, si sa, suona sempre nei momenti più inopportuni. Interruzioni di questo genere sono inevitabili, almeno adoperiamoci affinché siano piacevoli. Questa l’irresistibile promessa della nuova campagna ideata per i campanelli musicali Panasonic. Perché le seccature sono meno moleste se accompagnate da una bella canzone.

Advertising Agency: Scarecrow Communications, Mumbai, India
Art Directors: Kapil Tammal, Gagan Bindra, Lalit Sakurkar, Ankit Dembla
Copywriter: Manish Bhatt

Anche il tè può essere horror: Herbaria Tea [VIDEO]

Quando si deve promuovere un prodotto di largo consumo, come ad esempio alimentare, staccarsi dai dettagli denotativi o presentarli in modo non convenzionale può essere decisivo per il successo di una campagna. Un tentativo in questa direzione l’ha sicuramente fatto Herbaria, brand produttore di infusi che ha recentemente rilasciato uno spot di 60 secondi dal titolo “Fears“.

Nel video vediamo immersi nell’acqua tre personaggi horror che ricordano il terribile pagliaccio IT, Leatherface e Voldemort, che lottano animosamente contro qualcosa che li trascina a fondo. Questo qualcosa si scoprirà poi essere una bustina di tè Herbaria.

La tagline che compare nel finale spiega tutto: “Drown you fears” (affoga le tue paure). Un approccio assolutamente originale perché ‘al contrario’, in controtendenza, che utilizza il concetto opposto a quello solitamente associato al prodotto del tè, ovvero il ‘relax’.

Non è la solita pausa delle 5 del pomeriggio 🙂 Forse non vi verrà voglia di bervi una bella tazza, ma l’originalità è certamente mirabile.