Qual è il futuro del business sui social media?

Qualche giorno fa sul Sunday Review del New York Times è stato pubblicato un articolo appassionante di Stephen Baker – giornalista esperto di tecnologia e fondatore di thenumerati.net – che propone una nuova prospettiva dalla quale valutare il dirompente successo dei social network, che magari non hanno ancora espresso tutte le loro potenzialità.

Per farlo parte dal presente. Un presente che vede, tra gli eventi cardine degli ultimi anni sui social network, l’approdo del capo della Chiesa Cattolica su Twitter: @pontifex, infatti, dallo scorso 12 Dicembre è ufficialmente attivo sul social network più cool del momento e conta già quasi un milione e mezzo di follower.

Un arrivo comunque tardivo, se paragonato ad esempio a quello del Dalai Lama, che sta per “sfondare” quota sei milioni di followers. In pratica, i cervelloni della comunicazione in Vaticano potrebbero essere giudicati anche un po’ lenti, avendo compreso tardi le opportunità offerte dal magico mondo dei social media, visti ormai come un imperdibile canale di comunicazione commerciale da qualsiasi consulente di marketing.

La frenesia che negli ultimi anni si è scatenata attorno al social media marketing è eccezionale. Un caso di studio che si andrà a vivisezionare nei prossimi anni, con libri universitari, corsi di specializzazione, dibattiti, saggi e tante polemiche. Una serie infinita di dati, di contatti, di audience, di engagement che attira l’attenzione di tutti verso questo strumento così di moda ma ancora così sconosciuto.

Quella dei social media è una storia che parte da lontano. Per Stephen Baker parte dalle avventure di Don Draper in “Mad Man”, la serie televisiva americana ambientata negli anni 60′ che racconta le avventure di quello che potremmo definire un pioniere del copywriting.

Quello di Don Draper era un mondo rarefatto, immobile, in cui il creativo si sedeva sul suo divano e pensava. Pensava a quali fossero i bisogni della gente, come anticiparli e come esprimerli in poche, semplici parole che potessero stimolarli e condurli al più vicino negozio per appagarli. Un advertising semplice, diretto e funzionale. A tal proposito vi consigliamo di leggere A lezione dai Mad Men: il primo libro su storia, presente e futuro della pubblicità.

Nel corso degli anni, però, gli ambiti di applicazione dell’advertising si sono centuplicati. Internet, i motori di ricerca, i suoi algoritmi, un nuovo audience fino ad allora sconosciuto e oggi i social network. Tutti fattori che hanno portato al pensionamento dei nostri moderni Don Draper, in un’epoca in cui il messaggio sembra contare sempre meno rispetto ai canali con cui viene veicolato.

Ma il fatto che i social media siano un sicuro canale di successo per la comunicazione commerciale è già un dogma non opinabile? Secondo molti no. Anzi, secondo molti analisti alcuni recenti avvenimenti dimostrerebbero l’esatto contrario.

Basti pensare agli enormi problemi che Zuckerberg sta avendo con la fallimentare quotazione in borsa di Facebook, o al recente studio dell’IBM, che ha scoperto che durante il famoso “Black Friday” americano, solo un insignificante 0,68% degli acquisti online è stato generato direttamente da Facebook, mentre il flusso generato da Twitter non è stato nemmeno misurabile. Anche da una semplice analisi sugli investimenti si può osservare che, al di là di quanto gli esperti asseriscano, le più grandi aziende dedicano, in media, solo il 14% dei loro investimenti in comunicazione sui social network, che sembrano avere più un ruolo di supporto che centrale nelle campagne di marketing.

Insomma, la gallina dalle uova d’oro che tanto abbiamo a cuore forse non è tanto preziosa come pensavamo. Anche se l’iniziale incertezza sulla potenzialità di uno strumento è una costante nello sviluppo dei nuovi media. E’ già successo, infatti, con l’enorme bolla dot-com esplosa all’inizio degli anni 90′: migliaia di start-up e miliardi di dollari investiti nel nuovo strumento, “internet”, con la promessa di generare annunci mirati a milioni di potenziali acquirenti. Una promessa che, in un primo momento, non produsse alcun ritorno economico, portando molti a pensare che internet, da un punto di vista prettamente commerciale, fosse un totale fallimento.

Non la pensò così la Overture Services, società pioniera negli annunci commerciali correlati alle ricerche sul web, tramite “pagamento” delle parole chiave. Un meccanismo sul quale, qualche anno più tardi, una società chiamata Google fonderà un impero. Insomma, il mondo cambia e cambiano le dinamiche della comunicazione. Per anni i Don Draper di tutto il mondo si sono cullati sulla convinzione che le loro sigle e i loro slogan potessero catturare con la massima efficacia i consumatori, e che le loro tecniche per prevederne il comportamento fossero le migliori. Per loro fortuna non c’erano dati che confutassero l’opposto. Con la nascita di internet, invece, il mondo si ribalta e la fiducia lascia il posto all’analisi. Il mercato, le vendite, il ROI, diventano i veri guru e i numeri dominano la scena senza dare scampo.

Con i social network questo sistema si esaspera ed arriva all’estremo: i dati in gioco sono troppi e le variabili che influenzano il successo di una certa scelta migliaia. Con i social network arrivano domande a cui è impossibile dare una risposta: quanto vale un “like” su Facebook? O un follower su Twitter?

Con i nuovi parametri tutto può essere detto così come tutto può essere posto in discussione. Persino l’analisi dell’IBM sul Black Friday: i freddi numeri indicano che gli acquirenti di beni di consumo giunti da social network sono pochi, ma l’analisi numerica non tiene conto di chi, tramite l’annuncio sui social media, si è recato in negozio per completare l’acquisto. Può essere misurata l’influenza effettiva di un annuncio sui social media? E se la vera chiave fosse la viralità di una campagna? Ce ne sono state alcune dedicate al Black Friday, come quella di Macy’s su Twitter, che hanno avuto un successo dirompente. E poi ci sono i grandi colossi come Walmart e Samsung, che hanno raddoppiato l’investimento in comunicazione sui social media (spingendo anche una piccola ripresa delle azioni di Facebook in borsa).

In pratica, l’impatto delle nuove tecnologie è sempre giudicato male perché viene misurato il futuro con i parametri di valutazione del passato.

Così come alla fine del 19esimo secolo la luce non servì solo a sostituire le candele ma a generare il futuro con impensabili fiorenti industrie (la radio, la televisione, il mercato degli elettrodomestici, fino ad arrivare agli attuali prodotti Apple), oggi social network stanno dando vita non solo ad una nuova era della comunicazione, ma stanno modificando i parametri con cui il successo della stessa viene misurata, portando alla nascita di un nuovo mondo: nuove forme di consulenza, formazione, progettazione, ricerche di mercato, nuovi media e prodotti e servizi ancora da immaginare.

Unconventional Instagram: gli scatti a occhi chiusi di Tommy Edison

L’avvento dei social network ha segnato l’inizio della corsa alla condivisione e la comparsa di un’applicazione come Instagram non poteva che cavalcare quest’onda.
Più che creare foto d’artista, infatti, obiettivo della maggior parte degli utenti è condividere il proprio punto di vista e la propria visione del mondo.
Ma cosa succede se a fare ciò è qualcuno che la vista non ce l’ha?

A tal proposito, un grande esempio delle potenzialità di un’app come Instagram ce lo offre Tommy Edison, non vedente sin dalla nascita, che grazie alle impostazioni sull’accessibilità del suo iPhone, riesce senza alcun problema a condividere i suoi scatti su Instagram, aggiungendo filtri, didascalie, hashtag e mention e offrendo la sua “visione” di ciò che lo circonda.

Il sesto senso, dunque, come metodo alla base del fotoreportage di un uomo che non si è mai fatto ostacolare dalla sua disabilità. Alcune immagini saranno sfocate e con qualche imperfezione, certamente, ma i suoi oltre 13.000 follower sembra non ci facciano caso, apprezzando invece questo utilizzo non convenzionale di una delle app più diffuse al mondo!

E per chi fosse curioso si vedere la genesi degli scatti, ecco un video in cui Tommy mostra come crea gli scatti che tanto entusiasmano la sua community:

Aaron Swartz si toglie la vita: il Web in lutto

Aaron Swartz si toglie la vita: il Web in lutto

Aaron Swartz si toglie la vita: il Web in lutto

Aaron Swartz, figura di punta del panorama digitale mondiale, si è tolto la vita a soli 26 anni.  Conosciuto sopratutto per aver fondato Reddit, comunità improntata sulla circolazione libera delle notizie, Aaron si era dedicato da anni con impegno alla creazione di strumenti per la circolazione libera delle notizie.

Creative Commons, una sistema “alternativo” e libero per la protezione del diritto d’autore, e il protocollo RSS era sue creature indirizzate proprio verso la circolazione libera dell’informazione.

Gli ultimi mesi per lui erano stati turbolenti. Era, infatti stato accusato di felony hacking ossia di essersi infiltrato nel database del MIT, prestigiosa università Americana, per scaricare centinaia di articoli scientifici illegalmente. La causa gli aveva creato enormi problemi anche dal punto di vista economico, tanto da generare una raccolta fondi in suo favore.

Aaron lascia un buco enorme nel mondo digitale sopratutto per la sua visionaria campagna verso l’informazione libera. La comunità di Internet e nello specifico quella hacker lo piange calorosamente. Notizie  non confermate riportano infatti un attacco in suo onore al sito del MIT da parte di Anonymous, il collettivo di hacktivist conosciuto per diverse azioni punitive contro il “sistema”.

Dopo Kinect, IllumiRoom: Microsoft ci "proietta" nei videogame (e nel futuro)

IllumiRoom: Microsoft ci "proietta" nei videogame (e nel futuro)

IllumiRoom: Microsoft ci "proietta" nei videogame (e nel futuro)

Dopo Xbox Live e Xbox Kinect siamo forse di fronte alla nuova rivoluzione targata Microsoft: l’IllumiRoom.

Immaginate di essere seduti sul vostro divano, Tv, Xbox con Kinect e un videoproiettore alle spalle. Il risultato? Giudicate voi.

La vostra stanza prende vita, e voi vi ritrovate immersi, è il caso di dire, nel gioco.

Gli sviluppatori del progetto, presenti al CES13 di Las Vegas, spiegano brevemente il funzionamento di questa nuova tecnologia: il Kinect, attaccato ad Xbox e TV in alta risoluzione, scannerizza il vostro ambiente al fine di adattare e calibrare il proiettore che si posiziona alle spalle dei giocatori comodamente seduti. Tutto qui.
Il sistema IllumiRoom usa le geometrie della stanza e proietta immagini in real-time associate al videogame a cui si sta giocando.

IllumiRoom: Microsoft ci "proietta" nei videogame (e nel futuro)

L’effetto “wow” è scontato, un’intera stanza prende vita: provate a immaginare di giocare ad Halo, PES, Forza Motorsport in questo modo! Se la prossima generazione di Xbox sarà in grado di offrire realmente questa tecnologia, ci troveremo di fronte ad una vera e propria rivoluzione. Un’esperienza nuova e coinvolgente che lascia senza parole.

IllumiRoom: Microsoft ci "proietta" nei videogame (e nel futuro)

Attualmente la casa di Redmond sottolinea che il progetto è ancora in fase beta ma sottolinea comunque che il video e le immagini divulgate sono reali e non manomesse, segno che lo stato d’avanzamento dei lavori non è forse così indietro come vogliono farci credere. Che l‘Xbox 720 sia dietro l’angolo? Appuntamento rimandato al prossimo E3.

Voi cosa ne pensate? Effetto “wow” o effetto mal di pancia?

7 campagne di branded content efficaci del 2012


Thinkstock, 101848958

Nessuno resiste al richiamo di una storia, a quella particolare promessa di identificazione che si nasconde al fondo di ogni racconto ben congegnato. Per questo, storytelling e content strategy si stanno imponendo sempre più come strategie imprescindibili per veicolare i brand value e accrescere la brand awareness. Soprattutto in Rete, dove i social network si sono dimostrati inclini, per la loro stessa natura, ad essere polarizzati da ondate successive di contenuti virali.

In questa frenesia di racconto, alcune aziende si sono dimostrate un passo avanti alle altre e vale la pena conoscere le loro campagne di content marketing per fare tesoro delle strategie messe in campo. Ecco quindi le 7 migliori campagne di content marketing realizzate nel 2012.

Expedia: Find Yours

Expedia, uno dei più famosi portali turistici della Rete, ha prodotto una serie di video per raccontare commoventi viaggi di vita come il percorso di guarigione dal cancro o la ricerca del vero amore. Si è trattata di un’eccellente campagna di consolidamento della brand awareness che non si è preoccupata di parlare in maniera didascalica del business dell’azienda, quanto piuttosto di costruire un universo simbolico attorno al brand legato al coraggio e alla scoperta.

Facebook Stories

7 campagne di content marketing da non perdere

Il più noto social network in circolazione ha un’ambizione: associare la sua immagine a tutto ciò che si fa di interessante nella vita, e cioè uscire con gli amici, commentare di musica, condividere video divertenti. Per consolidare questa percezione, Facebook ha lanciato nell’agosto scorso un mensile online per raccontare come la tecnologia sta cambiando la vita delle persone.

Ogni mese viene affrontato un tema differente: il ricordo, i gradi di separazione, l’election day. La cosa interessante è che Facebook sta reclutando giornalisti esperti, autori noti come Joshua Foer e sta persino costruendo collaborazioni con le più rinomate riviste culturali a stelle e strisce come il New Yorker. L’obiettivo è scrivere storie straordinarie.

Coca Cola Journey

 7 campagne di content marketing da non perdere

A metà dell’anno scorso Coca Cola rivoluziona la sua presenza online trasformando il sito corporate ufficiale in un magazine digitale su cui vengono pubblicate infografiche, storie e interventi di personaggi illustri come l’ex presidente dell’Irlanda.

Nella content strategy di Coca Cola il salto di qualità sta nel fatto che il brand è diventato un vero e proprio editore di contenuti. Coca Cola Journey racconta infatti storie che potrebbero tranquillamente trovare spazio sui giornali: l’inchiesta sui veterani alle prese con la ricerca di un lavoro o le peripezie della raccolta fondi per la lotta contro l’AIDS.

Non un semplice corporate blog, ma una vera e propria redazione composta da giornalisti di qualità, fotografi e opinionisti.

Jay-Z: Life and Times

 7 campagne di content marketing da non perdere

Jay-Z non è più ormai un semplice rapper, ma un vero e proprio brand attorno al quale gravitano squadre di basket, linee di abbigliamento ed etichette discografiche.

Non sorprende quindi che il cantante abbia lanciato nel 2011 il sito LifeandTimes.com. Nel 2012, però, lo ha trasformato in un magazine dallo stile urban sul quale si scrive di tecnologia, stile e sport.

A conferma dell’esistenza di una precisa strategia editoriale è il fatto che il sito è gestito con l’aiuto di video producer e scrittori di importanti testate come GQ ed Essence. Il risultato è una campagna di content marketing che tiene i fan costantemente aggiornati delle imprese del loro idolo contribuendo a costruirne il mito.

Qualcomm: Spark

Quando alcuni sondaggi hanno rivelato che quasi nessuno conosceva Qualcomm, l’azienda che produce i chip presenti nella maggior parte nei cellulari in circolazione, la divisione marketing dell’azienda è corsa ai ripari lanciando Spark, un “conversation starter blog” dove si parla di tecnologia attraverso il contributo di opinion leader del settore come Gizmodo, Engadget, GDGT.

Ma i contenuti prodotti non si limitano agli articoli. Ogni mese, infatti, Spark realizza un video-documentario su un tema caro ai frequentatori della community.

Toshiba e Intel: The Beauty Inside

La content strategy pensata da Intel e Toshiba si fonda su un grande racconto collettivo che prende la forma della video-story e a cui prendono parte gli stessi utenti.

I creativi delle due aziende hanno messo davanti alla macchina da presa dei perfetti sconosciuti. A raccontare la storia di Alex, protagonista della saga, una voce fuori campo. Alex si sveglia ogni mattina in un corpo diverso: una faccia, un’età, un sesso differenti, ma dentro resta sempre lo stesso.

Una storia commovente di cui gli spettatori si sentono parte. Il personaggio di Alex, infatti, interagisce su Facebook con i fan e i fan possono interpretare Alex per un giorno.

Ciò che tiene insieme il tutto è il messaggio chiave che Intel vuole veicolare e attorno al quale ha costruito tutto il suo universo semantico: ciò che conta sta all’interno.

Red Bull

Tra tutte le aziende distintesi nella produzione di contenuti, Red Bull è quella che più ha speso nella costruzione di una strategia di content marketing originale, avvincente ed adrenalinica.

È partita con un film sullo snowboard, “The Art of Flight”, per proseguire con la realizzazione di altri quattro film, tra cui un documentario 3D sul surfing e una serie TV. Senza dimenticare che ha sponsorizzato lo strepitoso salto in caduta libera di Felix Baumgarten.

Non ancora paga, Red Bull ha pubblicato sul suo sito un ciclo di storie sullo sport, ha curato i 12 numeri della sua rivista, “The Red Bulletin, e una video-serie sul parkour praticato attorno ai monumenti più grandi del mondo.

Una strategia di content marketing di ampio respiro che fa ha fatto di Red Bull non più un semplice produttore di energy drink, ma un editore a tutti gli effetti.

6 regole per un brainstorming di successo

Dalla sua introduzione, nel libro Applied Imagination (1953), il “brainstorming” è entrato nel linguaggio corrente e identifica una tecnica di produzione creativa collettiva. Osborn, autore del libro, arrivò alla sua definizione partendo dalle difficoltà incontrate dai colleghi pubblicitari nella produzione individuale di idee. Per eludere il problema, Osborn cominciò a organizzare sessioni creative di gruppo, notando un immediato incremento della quantità e qualità delle idee prodotte.
Ma anche in questa tecnica, apparentemente semplice e intuitiva, è necessaria una strategia. Vediamo insieme alcuni punti fondamentali.

1 – Ambiente

L’ambiente circostante influenza il modo in cui pensiamo. Perciò optare per un luogo rilassante e confortevole facilita la produzione creativa. Attività distensive e divertenti come ping pong, biliardino e scacchi non sono solo clichè dei creativi, ma veri e propri metodi per riposare la mente creando uno spazio bianco dove meglio organizzare le nostre energie creative.

2 – Mantieni il focus

Dare un confine alla nostra creatività  non  la ostacola, anzi. Restringere il campo di analisi aiuta a centrare con più sicurezza il nostro obiettivo. Spesso formulare un’ipotesi può semplificare e incanalare meglio le nostre idee. Rispondere a domande come:
Qual è il problema? (perchè è necessario il nostro intervento?)
Chi ha questo problema, o chi è il nostro cliente? (Chi necessita il nostro aiuto?)
Quale soluzione si richiede? (Cosa vuole il cliente?)
aiuta a non perdere di vista il percorso da seguire nel nostro brainstorming creativo.

3 – Organizza le tue idee in mappe mentali

Una mappa mentale permette di sviluppare il pensiero creativo, mantenendo da un lato il focus su un’idea centrale e permettendo, dall’altro, di sviluppare il pensiero in modo non lineare e convenzionale.
Questa organizzazione spaziale delle idee è molto più intuitiva del tradizionale “prendere appunti”. D’altronde, la psicologia ci insegna, un apprendimento di tipo visivo è superiore ad apprendimenti che facciano uso di altri canali.
Non sempre sono necessarie carta e penna, adesso ci vengono in aiuto anche una lunga serie di applicazioni per smartphone .

4 – Creare idee, non progetti

Il brainstorming nasce per creare “idee”: non piani, né progetti. Questo è fondamentale per non appesantire il processo creativo. C’è differenza tra “avere un’idea” e “sviluppare un’idea in un progetto”. E questa differenza va rispettata.

5 – Identificare le resistenze interne

Capire quali persone all’interno del gruppo di lavoro possono bloccare lo sviluppo del nostro brainstorming è importante per il successo delle stesso. Avere idee realistiche è fondamentale, ma sfidare l’ assetto convenzionale della realtà cattura maggiormente l’attenzione del pubblico e porta a una migliore efficacia del messaggio. Identificare le resistenze e sdrammatizzarle, invece di polarizzare il nostro brainstorming in “creativi” e “resistenti”, è parte del brainstorming stesso.
D’altro lato esistono persone che proseguono oltre il brainstorming, sviluppando idee collaterali che non sono obiettivo del nostro compito. Saper identificare anche questi meccanismi è utile per non andare offtopic.

6 – Programmare il passo successivo

Il brainstorming finisce programmando gli incontri successivi. Segmentare il progetto in diversi step di  aiuta a non appesantire il gruppo di lavoro e ad alimentare le nostre idee creative con suggestioni che arrivano dalla quotidianità.

Qual è il vostro modo di fare brainstorming? Raccontatecelo nei commenti.

5 consigli utili per trovare un lavoro

5 consigli utili per trovare un lavoro

Questo post è una libera traduzione dell’articolo “5 Ways to Prepare for Job Hunting in 2013” di Chad Brooks pubblicato su mashable.com

Sebbene la crisi galoppante e il pessimismo che in alcuni momenti sembra prendere il sopravvento, vogliamo dare al 2013 un benvenuto speranzoso, offrendo qualche utile consiglio a chi è alla ricerca di un’occupazione.

Gennaio è di solito il mese in cui molti giovani incominciano nuove esperienze lavorative, oppure si mettono alla ricerca di offerte di lavoro. Per questi ultimi vogliamo proporre un elenco di must da tenere in mente per affrontare colloqui e selezioni nel miglior modo possibile.

5 consigli utili per trovare un lavoro [HOW TO]

The Ladders, un portale online specializzato nello screening per la domanda e l’offerta di lavoro, sottolinea quanto la preparazione per chi cerca lavoro sia fondamentale. E’ infatti il modo in cui ci prepariamo ad un colloquio che può fare la differenza e che può far crescere le probabilità di assunzione.

Oggi lo scenario del mondo del lavoro è molto diverso rispetto a quello di cinque anni fa“, così ha commentato Amanda Augustine, addetta al settore Risorse Umane per TheLadders. “Con lo sviluppo delle tecnologie mobile e del social networking, i reclutatori utilizzano più canali per individuare dei talenti. Questo significa che i giovani alla ricerca di lavoro devono essere sempre più presenti, rintracciabili e professionali su diverse piattaforme.

5 consigli utili per trovare un lavoro [HOW TO]

Ecco 5 consigli utili e pratici che la Augustine si sente di offrire a tutti quelli che sono alla ricerca di una nuova occupazione.

Curricula professionali

Per chi cerca lavoro presentare un curriculum scritto in maniera professionale e mirata, garantisce il 40% di probabilità in più di ottenere il lavoro desiderato. Prendete in considerazione la consulenza di un professionista che può aiutarvi a trasformare una lunga lista di esperienze in una narrazione che soddisfi al meglio le esigenze dei selezionatori.

Costruzione o revisione della reputazione on-line

E’ fondamentale monitorare il proprio nome on-line. Per far ciò provate a ricercare regolarmente il vostro nome su Google. Rimuovete i profili inattivi o aggiornateli per costruire e mostrare al meglio il vostro “marchio” personale.

5 consigli utili per trovare un lavoro [HOW TO]

Social media

Non c’è bisogno di essere esperti o presenti su ogni social-media, l’importante è avere una conoscenza di base dei “grandi quattro”: Twitter, Facebook, LinkedIn e Pinterest. Utilizzate questi siti per rafforzare la vostra immagine online, per conoscere meglio le stesse aziende per cui si fa l’application e soprattutto per poter trovare nuove opportunità di lavoro.

Attenzione al look

I candidati devono investire sulla loro immagine sia online che offline con stile ed intelligenza, stando attenti anche al taglio di capelli e ai vestiti, creando una loro immagine professionale.

Compratevi uno Smartphone!

Possedere uno smartphone può aiutarvi nella vostra ricerca di lavoro. Sarebbe utile conservare le copie del proprio curriculum vitae sul vostro dispositivo mobile o tablet, in modo da poter rispondere immediatamente alle richieste dei recruiters. Questo dimostrerebbe anche ai datori di lavoro la vostra dimestichezza con le nuove tecnologie.

16 cose che non sapevi sulle Persone dell'Anno TIME


Ogni anno, la rivista americana TIME elegge la Persona dell’Anno: un premio ambitissimo, che diventa una copertina da collezione. Dal 1927 ad oggi, il riconoscimento è stato assegnato a uomini di potere, donne, coppie, gruppi di persone, idee e macchinari, che «nel bene e nel male, hanno fatto il massimo per influire sugli eventi dell’anno».

Pensate di esservi persi qualcosa? Ecco le 16 curiosità sui PotY (Person of the Year) più interessanti di sempre.

Il primo e l’ultimo

Notizia di questi giorni: Barack Obama si è aggiudicato per la seconda volta (era già successo nel 2008) la famigerata copertina di TIME, scalzando l’italiana Fabiola Gianotti, ricercatrice del Cern che ha contribuito alla scoperta del bosone di Higgs. Ma chi è stato il primo a vincere il premio? Sulla cover del 1827 c’era Charles Lindbergh, aviatore statunitense che ancora oggi detiene il record di vincitore più giovane. Oggi la sua copertina è venduta su eBay a 499 dollari.

Il primo italiano

Giovanni Paolo XXIII, detto il Papa Buono, è stato il primo (e ultimo) italiano sul TIME. Nel 1962, a un anno dalla sua scomparsa, aprì il Concilio che cambierà la faccia della Chiesa cattolica.

Il più premiato

Ben tre copertine è il bottino di Franklin D. Roosvelt, presidente degli Stati Uniti che finì sul TIME nel 1939, nel 1934 e nel 1941. Forza Obama, manca poco al pareggio.

Le donne

È triste doverlo sottolineare, ma le donne hanno vinto il premio solo 6 volte. Ragazze, c’è da darsi da fare!

L’unico senza faccia

Niente fotografia per Adolf Hitler, eletto Persona dell’Anno nel 1938. In copertina una raffigurazione del Führer, di spalle, ritratto in una cattedrale mentre suona un organo, su cui sono appese le sue vittime.

La prima scelta simbolica

Nel 1956, si aggiudica il riconoscimento il Combattente ungherese per la libertà: una delle copertine di TIME più belle di sempre.

La non-persona

Nel 1982, per la prima volta la redazione di TIME sceglie una macchina, invece di un essere umano. È il computer: già si intuiva che avrebbe cambiato le nostre vite per sempre.

Il personaggio del secolo

Nel 2000, TIME elegge il Personaggio del secolo: è Albert Einstein. Sul podio insieme a lui, il blasonato Roosvelt (ancora?) e Ghandi.

Il più social

Mark Zuckerberg è Persona dell’Anno nel 2010, grazie alla sua creatura Facebook, che – lo sappiamo – ha cambiato il nostro modo di comunicare. Una scelta azzeccatissima.

La copertina-Narciso

Sorprendente la scelta del 2006: TIME mette in copertina «Tu», per celebrare la nuova era del web, dove l’utente è il vero protagonista e può generare i contenuti.

Il primo non-americano

È toccato al Mahatma Gandhi il privilegio di essere il primo asiatico, nonché il primo non-americano, a finire sulla cover più preziosa dell’anno. Correva il lontano 1930.

Il primo Made in Europe

Al Vecchio Continente è toccato l’anno successivo, quando il TIME ha scelto Pierre Laval, Primo Ministro francese. Santé!

Il primo nobile

Il sangue blu ha dovuto aspettare il 1935, quando il barbuto Hailé Selassié, negus d’Etiopia, ha fatto la sua comparsa sulla rivista americana. Un’onorificenza da poco, considerando i titoli già in suo possesso: Leone conquistatore della tribù di Giuda, signore dei signori, re dei re, luce del mondo, eletto di Dio, difensore della fede. Non male.

La prima coppia

Madame Chiang e il Generalissimo, rispettivamente first lady e presidente del Taiwan, sono stati la prima coppia ad ottenere il riconoscimento del TIME. Marito e moglie dell’anno 1937.

La generazione

Persino un’intera generazione è stata insignita del titolo Persona dell’Anno: sono i giovani dai 25 anni in giù, figli del baby boom del dopoguerra. Correva l’anno 1966.

MyCityWeb: il motore di ricerca per lo shopping e il turismo

Internet per i commercianti e le piccole aziende: una grande opportunità che in pochi però sanno sfruttare al meglio. A questa problematica Alessandro Felaco e Mario Russo hanno deciso di trovare una soluzione, creando il motore di ricerca MyCityWeb, tra i progetti finalisti alla Battaglia delle Idee.

Mario, project manager di MyCityWeb ed ex consulente IBM e CEO di una società di consulenza Informatica, si occupa dello sviluppo della piattaforma. Alessandro, business manager del progetto, è invece laureando in Economia Aziendale e si occupa di consulenze marketing da diversi anni. In MyCityWeb si occupa di sviluppare strategie di business. E’ a lui che abbiamo chiesto di raccontarci meglio l’idea di business.

Cos’è MyCityWeb?

MyCityWeb è un motore di ricerca multipiattaforma che permette di ricercare negozi, aziende e attività legate al turismo e di averne un profilo personale attraverso il quale visualizzare il punteggio e le recensioni fatte da altri utenti aiutandoli in modo attivo nella scelta finale.

La ricerca può essere fatta dal portale, senza registrarsi, oppure tramite accesso Facebook. In quel caso l’utente avrà un suo profilo personale e la possibilità di inserire contributi e di venire a conoscenza di sconti e offerte dei vari esercizi commerciali registrati.

Più l’utente sarà attivo più verrà ad accreditarsi come influencer e inoltre potrà scoprire in modo geolocalizzato se in zona ci sono i propri amici o utenti della community.

Come è nata le vostra idea?

L’idea è nata nel Luglio 2012 dalla mia esperienza diretta con le attività commerciali e il mondo imprenditoriale. Molto spesso le aziende sono presenti su internet, sui social network o sui motori di ricerca LBS (location based service) perché è di moda, ma non hanno gli strumenti adatti per attirare clienti oppure creare interesse. E’ per questo che noi stiamo creando un sistema completo anche grazie a partnership con altre startup per dare massima visibilità a tutte le attività commerciali e aumentarne l’engagement.

Quali sono le prospettive e difficoltà in Italia per una startup nel vostro settore?

In Italia in quest’ultimo anno stanno nascendo buone opportunità per fare startup ma non è ancora così semplice come in altri Paesi del mondo.

La cosa fondamentale è far capire al potenziale startupper che creare una startup non è un gioco o la nuova moda ma una vera e propria iniziativa imprenditoriale.

Qui c’è la corsa al finanziamento tralasciando a volte quella che è l’esecuzione del progetto in tutta la sua completezza perché siamo abituati a paragonarci agli USA dove le cose funzionano meglio.

Bisogna imparare a condividere la propria idea con altre persone per riuscire a creare un prodotto utile e funzionale. Sono convinto di una cosa però: che prima o poi l’Italia delle startup verrà fuori, abbiamo menti e progetti brillanti che vedono la luce del successo solo all’estero.

Dove vi vedete tra un anno?

Spero tra un anno di vedere MyCityWeb diventare un punto di riferimento per viaggiatori e amanti dello shopping, creare una community pronta ad esprimere un proprio parere su negozi e nuovi acquisti e a coinvolgere gli amici nella parte “game” del nostro portale così da riuscire ad esportare il progetto all’estero ampliando una fetta di mercato.

Louis Vuitton: bamboline di carta per la collezione P/E 2013

Louis Vuitton quest’anno ha deciso di farci tornare un po’ bambine.

Il brand francese si è avvalso della collaborazione dell’illustratrice di moda australiana Kerrie Hess per realizzare una serie di bamboline di carta, da vestire con una serie di abiti e accessori che spaziano da icone intramontabili come la borsa Neverfull alle novità della collezione Primavera/Estate 2013.

Dal sito ufficiale Louis Vuitton è possibile scaricare le 4 bamboline e i vari modelli da abbinare, scoprendo gli accessori cult della prossima stagione in modo divertente ed originale.

Pronte a giocare?