Team Coco: il social personal branding e la rivincita di Conan [SPECIALE WEBBY AWARDS]

In America, il 2010 televisivo ha avuto un solo grande protagonista, che in questo 2011 si sta consacrando come vero fenomeno “social-televisivo”. Un po’ come Barak Obama, anche Conan O’Brien per rafforzare la sua già apprezzata immagine ed avvicinarsi ancora di più al grande pubblico, ha utilizzato i social network.

La sua fortuna nasce da una brutta notizia: il 7 Gennaio 2010, il network americano NBC comunicò che dal 1° Marzo lo show di Jay Leno (un’icona dei Late Show americani ormai in declino) sarebbe stato spostato dalle 22:00 alle 23:35, proprio durante la fascia oraria coperta dal Tonight Show with Conan O’Brien, scatenando le ire dei fan di Coco, soprannome con il quale O’Brien era ormai conosciuto e che gli è stato conferito durante un’epica puntata del Tonight Show nientemeno che da Tom Hanks.

Tra la NBC, Jay Leno e Conan si scatenò una vera e propria battaglia mediatica, dalla quale “Coco” O’Brien uscì grande vincitore grazie il sostegno di molte celebrità, ma sopratutto dei suoi appassionati fan, grazie ad un movimento d’opinione su Facebook e Twitter con pochi precedenti. In seguito alla battaglia, fatta di scontri verbali e minacce legali, Conan lasciò la NBC e con essa molte proprietà intellettuali del suo Show, come personaggi e sketch ormai noti al suo pubblico, dovendo reinventarsi da zero, pur potendo contare su una buonuscita da capogiro (32 milioni di dollari per lui e 12 per il suo staff).

Nella sua ultima puntata, il 22 gennaio 2010, Conan lasciò però un messaggio ai suoi fan che faceva presagire grandi propositi:

All I ask of you is one thing… I ask this particularly of the young people who watch. Please don’t be cynical. I hate cynicism. For the record, it’s my least favorite quality and it doesn’t lead anywhere. Nobody in life gets exactly what they thought they were going to get. But if you work really hard and you’re kind, amazing things will happen. I’m telling you: amazing things will happen. /  Tutto quello che chiedo è una cosa sola… Lo chiedo soprattutto ai giovani che mi guardano. Per favore non siate cinici. Odio il cinismo. Per la cronaca, è la qualità che odio di più e che non porta da nessuna parte. Nessuno nella vita ottiene esattamente quello che pensava di ottenere. Ma se lavori veramente sodo e sei gentile, accadranno cose incredibili. Ve lo sto dicendo: accadranno cose incredibili.

Il messaggio è stato ascoltato da più di dieci milioni di spettatori, un numero esorbitante se si pensa all’orario della messa in onda.

E’ in questi giorni convulsi che nasce il Team Coco, e la conseguente campagna “social” per il lancio del grande progetto di Coco O’Brien.

Tutto parte il 24 Febbraio 2010, quando Conan inaugura il suo account Twitter ufficiale: dopo un’ora, aveva già 30.000 followers in più di Jay Leno, e dopo appena 24 ore aveva già rotto il muro dei 300.000. Numeri impressionanti, attorno ai quali Coco e il suo staff pensarono bene  di strutturare il rilancio del loro progetto. Alla base di tutto, la creazione di un unico brand che potesse proporsi come contenitore universale di tutte le nuove idee del giovane talento della tv americana: Team Coco, derivante dalla fusione di due grandi pagine Facebook che, durante il conflitto con la NBC, avevano accolto i sostenitori di Coco: “I’m with Coco” e “Team Conan”.

Da quel momento la Pagina Ufficiale del “Team Coco”, l’account Twitter ed ovviamente il sito ufficiale, hanno creato un vero e proprio esercito di seguaci della star, che si preparava al ritorno in pista creando grande suspance: in molti erano convinti che O’Brien avrebbe realizzato il primo Talk Show con ospiti internazionali in diretta streaming, mentre il comico sorprese tutti scegliendo la TBS, una tv generalista a basso costo presente nell’80% delle case americane.

L’oceano di seguaci che Coco aveva creato sui social network venne sfruttato dall’emittente e dallo stesso presentatore in maniera geniale: anzitutto, non venne creato un sito ufficiale per il programma ma vennero semplicemente forwardati tutti i link da TBS.com direttamente verso TeamCoco.com. Il tutto, ovviamente, accompagnato da un pre-lancio on line del nuovo Show previsto per l’8 Novembre 2010.

ll 20 Ottobre, infatti, rigorosamente in diretta streaming su YouTube, Conan ha trasmesso per 24 ore consecutive un corposo “making of” intitolato Live Coco-Cam, seguito da quasi 700.000 internauti, dopodichè il 1 Novembre è arrivato Show Zero. Sponsorizzato dalla Diet Coke per la considerevole cifra di 200.000 dollari, Show Zero ha rappresentato un inedito esperimento web nel quale Coco ha condotto uno sgangherato Late Show, seguito live da 35.000 utenti YouTube con successivi 500.000 contatti sul canale ufficiale del Team Coco.

Il successo dei due esperimenti YouTube e il supporto degli altri Social Network (il Team è presente anche su FlickrFoursquare, oltre ad avere un simpatico Tumblelog) il lancio dello Show è stato un successo senza precedenti: superati i 3 milioni di spettatori nella serata inaugurale nella fascia 18-49 (doppiando gli ascolti di David Letterman nello stesso range), battuta la NBC e tutti gli altri canali gratuiti che proponevano Talk nella stessa fascia oraria.

Coco O’Brien ha dimostrato come i Social Network possano rappresentare un’arma assolutamente vincente per chi vuole (ma soprattutto sa) parlare ad un pubblico giovane. L’età media degli ascoltatori di Conan (questo il nome scelto per lo Show), in onda dal Lunedì al Giovedì sulla TBS alle 23, è scesa a 32 anni, contribuendo all’escalation di ascolti e di consensi che, ancora oggi, permette a Coco di parlare ai suoi fan non solo in onda, ma ad ogni ora e in ogni luogo.

IntoNow: la Caccia con iPhone allo Spot TV è aperta

La tv è un medium morente? Sarà anche vero, ma le aziende sembrano proprio non voler darle il colpo di grazia. Anzi! L’ultima notizia che giunge direttamente da Palo Alto, California, riguarda un’app in grado di riconoscere un dato spot tv, permettendo così di poterlo taggare e condividere sui propri profili social. C’è chi ha visto subito in questa app uno strumento di comunicazione utile per creare engagement con i propri clienti. Vediamo meglio come funziona e chi sono i protagonisti.

Intonow è il nome della app per iPhone e iPad di cui stiamo parlando, ed è capace di riconoscere 2.6 milioni di video semplicemente dall’audio, in pratica come Shazam riesce a fare con la musica. L’obiettivo è fornire agli utenti una strada semplice per condividere con i propri amici i video o gli spot che amano su Twitter e Facebook. Un po’ come fare il “check-in” davanti alla tv. “Le persone spendono il 62% del proprio lazy-time guardando la tv; è la più importante attività che facciamo dopo il lavoro e il sonno” dice il fondatore e CEO di Intonow Adam Cahan citando dal Bureau of Labor Statistics. Una grossa fetta di tempo che le aziende non vogliono veder sprecata. In questi giorni, infatti, grazie alla partership sancita tra la compagnia prodruttrice della app, la Intonow, e Pepsi, in occasione del lancio della nuova campagna Pepsi Max dedicata ai campioni di baseball americano passati e presenti, hanno pensato di utilizzare la app per creare un momento di engagment tra tv e smartphone mettendo in palio il prodotto. Il funzionamento è molto semplice. Basta avviare la app e andare a caccia dello spot Pepsi Max.

Attraverso l’audio dello spot, IntoNow permetterà di catturare il video e i primi 50.000 phono-spettatori che lo taggheranno riceveranno un coupon per una bottiglia da 50cl di Pepsi Max, da ritirare nel punto vendita più vicino. Peccato si parli degli States, quindi per noi il concetto di “vicino” è del tutto irrilevante. Ma potete divertirvi a provare la app con i tanti video presenti su Youtube. Probabilmente il percorso è macchinoso, troppo per i tempi televisivi in cui gli spot hanno abituato i telespettatori ad una fruizione rapida e asfissiante. Spesso uno spot passa e se non siamo attenti non lo notiamo neanche. Ma c’è in ballo una Pepsi, e questo cambia tutto.

Ecco il link da cui scaricare Intonow:

Elezioni amministrative 2011: candidature virali!


Ebbene, ci siamo: anche quest’anno si ripropongono le campagne elettorali per le elezioni amministrative. Il countdown è quasi finito; il 15 e 16 maggio 1344 comuni saranno chiamati al voto e, tra essi, 4 grandi città: Bologna, Milano, Napoli e Torino.

Spulciando la Rete, è venuta fuori qualche proposta quantomeno originale. Tra queste, troviamo una smagliante Francesca Cipriani sostenitrice del PdL, nella corsa di Lettieri a sindaco di Napoli.

Altri rumors indicano invece come possibile aspirante sindaco Gigi D’Alessio

Tranquilli, niente panico o progetti di fughe all’estero: per ora il pericolo è scampato, questi sono soltanto dei fake di qualche buontempone! 🙂

Come non menzionare, tra gli altri, il partito del Pilu (Persone Indipendenti Libere Unite), ispirato da Antonio Albanese;  questa volta è reale, ed è in corsa ad Oria (Br). Per chi vuole, questo è l’inno ufficiale!

C’è anche chi ha fatto le cose in grande, e sta avendo molto consenso. A Bologna, ecco Magilla, candidato sindaco un po’ particolare, se non altro per un evidente problema di ipertricosi. Magilla -il nome dice tutto- è infatti  un simpatico gorilla, forse discendente dal celebre antenato made in Hanna -Barbera.

Al grido di “più banane per tutti“, Magilla si presenta  a tutti i bolognesi:

Il mio nome è Magilla. Sono un gorilla. Ho deciso di candidarmi a sindaco di Bologna perchè sono stanco che ad amministrarla siano vecchi scimmioni sordi alle voci della jungla. La campagna elettorale per le amministrative 2011 è triste, la propaganda dei candidati poco coinvolgente, la jungla pare delusa e distaccata.

Perciò ho deciso di risvegliarne le voci, per sollecitare cittadini e candidati ad utilizzare la parola, con ogni mezzo (di comunicazione) necessario.

La campagna di Magilla utilizza effettivamente diversi mezzi, dal Web al subvertising, con cui si prende gioco dei manifesti di altri candidati.

Il gorilla ha un sito internet dedicato, Dai voce alla jungla, in cui viene esposto tra le altre cose il programma elettorale, che si articola in quattro punti per una Bologna “+ verde, + bella, + ospitale, + attenta“.

Ecco lo spot su YouTube:

Una bella provocazione nella Jungla semi-selvaggia della politica…la voce del gorilla vi ricorda qualcuno?

Quanti voti riceverà Magilla? Per altre segnalazioni, siamo qua 🙂

Flop di Facebook: falsi articoli che denigrano Google

Facebook ha assunto un’agenzia di PR, la Burson-Marsteller (che si è occupata anche delle pubbliche relazioni di Hilary Clinton per le elezioni 2008) perché si occupasse dell’inserimento di articoli denigratori su Google. La notizia è stata resa nota proprio da uno dei blogger che era stato contattato dalla prestigiosa (forse non ancora per molto) società di pubbliche relazioni per scrivere un post diffamatorio. Il blogger Chris Soghoian, un esperto di privacy su Internet, non solo ha rifiutato ma ha anche spifferato tutto.

Soghoian infatti ha ammesso che è tutta una montatura e che il Social Circle di Google, a differenza delle voci che i PR della Burson-Marsteller stavano spargendo in giro, non è pericoloso per la privacy degli utenti.

Insomma Facebook non ci ha fatto esattamente una bella figura e questo è l’ennesimo segnale che la guerra tra i due giganti è ancora in atto.

Mark Zuckerberg avrà un bel daffare adesso per sminuire l’accaduto, magari assumendo una nuova agenzia di PR. O forse no. Del resto, di notizie negative circa Facebook ne sono uscite tante, soprattutto relative alla questione della privacy. Questa mossa non può che farci pensare al bue che dà del cornuto all’asino. Eppure pare proprio che a Facebook si possa perdonare tutto o forse è solo che ormai senza Facebook non ci possiamo proprio stare.

Storia ed evoluzione delle Serie TV [HISTORY]

Approfittando dell’aiuto degli amici di Ben & Jerry’s Italia, che hanno inaugurato sul loro sito web una serie di infografiche dal titolo “Info Creamy Series”, vi accompagnerò a fare un viaggio nell’evoluzione delle Serie TV.

Per iniziare vi allego una coloratissima infografica che raccoglie divise per generi le serie vintage.

 

 

Serie TV, queste sconosciute

Si dice telefilm, serie tv o serial tv? Tecnicamente, ognuno dei tre termini è legato ad un preciso significato, ma ormai si usano quasi in modo indifferente. Fatto sta che sono il genere di intrattenimento più prezioso, in quanto possono durare per anni e in alcuni casi generano vere e proprie manie (qualcuno ha detto Lost?), tenendo altissimo l’engagement dei fan.

Ma come sono nate le serie tv? Di certo dobbiamo andare a ripescare molto nel passato: i primordi vanno cercati nei feuilettons (romanzi pubblicati a puntate, periodicamente) dell’800, passando per i radiodrammi, i fumetti e le saghe cinematografiche.

Tutto questo per dire che a livello narrativo non c’era nulla di nuovo. La novità rivoluzionaria era nel mezzo scelto per la diffusione, cioè quello televisivo, che permetteva di raggiungere il grande pubblico popolare. Facciamo allora una passeggiata nella storia, menzionando i più famosi nelle varie epoche:

Anni ’50

Il primo telefilm d’autore, Alfred Hitchock Presenta (indimenticabili la sagoma del regista e la musichetta della sigla) andò in onda nel 1955 sul network CBS. Ma già prima, nel 1951 era partita la messa in onda in prima serata di I Love Lucy (in italia Lucy ed io), la prima sit-com della storia, con un successo mai visto prima. Dieci milioni di spettatori si incollavano allo schermo per guardare le vicende di vita quotidiana di Lucille Ball (che è stata per diversi anni anche l’unica donna protagonista di una serie).

Vedendo il successo di Lucy, tutto il mondo televisivo si interessò a questo tipo di prodotto, e nacquero gli sceneggiati, le sit-com, le soap opera e le telenovelas, alcune delle quali vanno in onda ancora oggi (anche in Italia, non ci crederete, c’erano produzioni fortunate, come La svolta pericolosa).

Insieme a questi filoni di intrattenimento, si videro anche le prime serie di fantascienza: chi non conosce Ai confini della realtà? Cioè, ci propinano ancora la serie rimasterizzata in edicola! Le situazioni erano tutte molto borderline, ma comunque verosimili, e quindi creavano il fattore thriller.

Anni ’60

Le serie di fantascienza, o se preferite di science fiction (sci-fi) fecero da strumento catartico per le paure della popolazione, finchè ci fu una rivoluzione nel 1966.

Nasceva infatti Star Trek, che spinse l’ottimismo dell’uomo nei confronti del futuro a livelli mai raggiunti e fu in grado anche di incoraggiare l’innovazione tecnologica, ispirando gli scienziati ad “imitare” i congegni nati dalla fantasia degli sceneggiatori. Alla paura del futuro si sostituisce la voglia di conoscere ed affrontare l’ignoto e prendere decisioni difficili: lasciare o no un compagno di viaggio su un pianeta sconosciuto perché una forma aliena si è convinta di essere sua madre e suo padre contemporaneamente?

Parallele al filone della fantascienza c’erano serie più concrete, come Gli intoccabili (sì, proprio gli stessi del film di Brian De Palma) e Il fuggitivo (non ancora Harrison Ford, sarà anche vecchio ma non così tanto…). Erano nati gli eroi quotidiani, cioè medici, avvocati e poliziotti, in tutte le salse e declinazioni, dei quali ormai conosciamo così tante cose che potremmo sostituirli se hanno qualche impegno. Abbiamo il tenente Colombo e il primo Doctor Who, o Gilligan’s Island. Ma non dimentichiamo le serie comiche come Get Smart, il Benny Hill Show e i pezzi stratosferici dei Monty Python (inventori dello spam, tra le altre cose).

Ci si concentra quindi anche sui personaggi, non solo sulle storie, e nascono capolavori memorabili come Batman (quello senza effetti speciali e con le onomatopeiche sparate a pieno schermo), Bonanza e La Famiglia Addams. Poco alla volta si svela il passato ed il carattere dei protagonisti, aggiungendo l’introspezione alla trama orizzontale (cioè il filo conduttore della serie).

Anni ’70

Diminuisce la censura, e questo permette spunti ancora maggiori agli ideatori, che sdoganano (solo dopo venti anni) la figura femminile come eroina e non solo come soprammobile: parlo i personaggi come La donna bionica e le Charlie’s Angels, bellissime ma anche intelligentissime, profonde conoscitrici di tutte le arti e le scienze, e già che c’erano anche esperte di nouvelle cuisine (giusto perché nei telefilm l’abbondanza faceva bene, all’epoca in cui non si guardava tanto al realismo).

Siamo giunti agli anni ’70, durante i quali le rivoluzioni sociali degli anni subito precedenti esercitarono una notevole influenza: arrivano temi che non sarebbero mai stati trattati prima. Vediamo il razzismo (citiamo George dei Jefferson, il primo personaggio politically incorrect della storia) la corruzione de Le strade di San Francisco con un giovane Michael Douglas, il degrado urbano che quotidianamente affrontavano i poliziotti più famosi della storia, Starsky & Hutch, e poi un nuovo punto di vista sulla famiglia e sul passato (Happy Days per l’immediato e La casa nella prateria per il remoto, entrambe vengono ancora trasmesse con regolarità), senza contare le storie della nave dell’amore (Love Boat)… e ancora le indimenticabili Dallas, i Chips (ovvero le avventure dei poliziotti stradali più sfortunati dell’universo), il Muppet Show, i cugini Duke di Hazzard, il tenente pelato Kojak, tante, troppe da ricordare tutte.

Anni ’80

Insomma, non c’era niente di cui non si potesse trattare (e quasi nulla che non sia stato trattato alla fine), ma forse mancava un minimo di autorialità, che è venuta poi negli anni ‘90. Tuttavia, il decennio intermedio, per certi versi di transizione, ha portato dei successi grandissimi, che potete tutt’ora ammirare ciclicamente su Rete 4.

Inutile spiegarvi chi siano i componenti dell’A-Team, il detective eternamente squattrinato Thomas Magnum oppure lui, il laureato in fisica nucleare ma custode della sapienza suprema, nonché capace di costruire un carrarmato con un paio di forbici, l’unico ed inimitabile Angus McGyver. Mostri sacri che ancora accompagnano le nostre giornate, come Supercar, Matlock o il Cosby Show (poi evolutosi ne I Robinson) furono usati come trampolino di lancio per altre serie come Baywatch e Fame (la nostra Saranno Famosi), che trattavano argomenti leggermente diversi dalla massa, ma hanno contribuito comunque all’espandersi dell’universo delle serie televisive con il teen drama ed il musical.

E pensate che stavo per dimenticare Miami Vice, dove tutta la città sembrava un grande videoclip musicale, e la squadra antidroga lavorava più degli operai della Chrysler, non disdegnando di trasgredire la legge di tanto in tanto!

L’attaccarsi alla realtà portò invece all’estremo opposto, dove la fantascienza ci ha donato una rivisitazione della storia della Seconda Guerra Mondiale, vista però come un’invasione di lucertoloni alieni mascherati da umani ed in procinto di invadere definitivamente la Terra con astronavi fatte di Domopak (sotto il nome di Visitors).

Anni ’90

Entriamo adesso negli anni ’90, e godiamoci i risultati delle sperimentazioni del decennio precedente: qui anche i meno esperti conosceranno decine e decine di titoli. In questo decennio si nobilitano i telefilm, rendendo le storie meno banali, ed anche i personaggi, grazie ad autori molto più impegnati. Pensate a David Lynch ad esempio, che ci ha regalato un capolavoro assoluto come I segreti di Twin Peaks: ancora oggi qualcuno si chiede chi abbia ucciso Laura Palmer, ma all’epoca se lo chiedeva un po’ tutto il mondo.

Vennero produzioni sempre più coraggiose, e sempre di maggior successo: la leggerezza di serie come Friends, Will e Grace o Ally McBeal ha influenzato tutte le sit-com degli anni successivi, mentre titoli come X-Files e Buffy si sono serviti dell’amplificazione dei fatti e delle emozioni (con l’orrore e la fantascienza) per raccontare i turbamenti veri della popolazione, i drammi adolescenziali, i pregiudizi ed i complotti politici.

La linea tra legge e crimine si assottigliava sempre di più nella realtà, una realtà che iniziava seriamente a far paura, e fu così che spuntarono NYPD Blue (che raccontava i lati negativi del mestiere di poliziotto) e Law & Order (che invece si focalizzava sui difetti del sistema e le infamità della burocrazia).

Una menzione speciale per i Simpson, che hanno superato le 20 stagioni e, malgrado un piccolo calo fisiologico negli ultimi anni, sono ancora meglio del 90% della commedia televisiva esistente, ma nei punti più alti sono assolutamente inarrivabili, specialmente se visti in lingua originale: un mix fantastico di cuore, dialoghi esilaranti e gag divertenti.

E’ in questo periodo che le serie smettono di essere prodotte per riempire i palinsesti e cominciano ad avere una funzione narrativa, linguistica, comunicativa e sociale, grazie anche al pubblico che non è più costretto a prendersi la storia così come viene fornita (cioè scarna di sottotesto), ma può vedere anche tanti sottintesi nelle vicende narrate, e discuterne con gli altri ascoltatori: anche nelle ville immense di Beverly Hills ci possono essere delle difficoltà (90210, che poi non è altro che il codice postale), ed anche negli ospedali ci sono le storie d’amore (Melrose Place ad esempio).

2000 e oltre

A cavallo del nuovo millennio la popolarità e la potenziale penetrazione di mercato offerte dalla televisione sorpassano definitivamente quelle del cinema (tanto che alcuni attori famosi si spostano nel piccolo schermo), anche grazie a dei geni come J.J. Abrams, che ha sconvolto la vita (e l’orologio biologico) di tantissime persone con opere d’arte come Alias, Lost (entrambe concluse rispettivamente dopo cinque e sei stagioni) e Fringe (di cui si è appena conclusa la terza stagione con un colpo di scena spaventoso, e si attende la quarta).

Ottime anche l’ironia malavitosa de I Soprano, la serie su un’agenzia familiare di pompe funebri Six Feet Under e la prima ed unica serie in tempo reale, 24, dove un minuto di episodio era veramente un minuto della vita di Jack Bauer, super-agente dell’antiterrorismo.

Siamo arrivati più o meno ai giorni nostri, dove la nostra carrellata di ricordi finisce, e sarebbe inutile fare un elenco delle serie trasmesse in questi anni, perché le conosciamo. Parlerò invece dei filoni narrativi più recenti. Partiamo dalla cosiddetta rivincita dei nerd, dove il fascino dello “smanettone” è stato rilanciato molto forte da vari telefilm: primo tra tutti il successone The Big Bang Theory, nato dalla mente geniale di Chuck Lorre, ma molto buoni sono anche Chuck e The IT Crowd.

Sul fronte sci-fi la già citata ed unica nel suo genere Fringe viene affiancata da serial vampireschi come True Blood o The Vampire Diaries (ma personalmente rimpiango la tanto bella quanto anticipata Moonlight), le investigazioni particolari di Warehouse 13 e Eleventh Hour, o le varie persone comuni che scoprono di avere dei superpoteri (Heroes, Misfits, The 4400). Menzione a parte per Battlestar Galactica.

Ci sono anche varie rivisitazioni di generi già proposti: il medical drama viene trasformato con i casi del Dr. House e preso in giro da Scrubs, il poliziesco diventa prima ipertecnologico con CSI ma poi ritorna alla vecchia maniera e pieno di deduzione con The Mentalist e Lie to Me, ritornano gli artisti della truffa con le varie Leverage, Hustle e White Collar.

Tornano prepotentemente alla ribalta le donne con Sex and the City, The L World e Lipstick Jungle. Assolutamente degne di nota la fantastica dark comedy Dexter e l’ironica e molto atipica Psych (un finto sensitivo risolve casi veri per la polizia). In ultimo, come non citare il fenomeno Glee, che appassiona un po’ tutto il mondo.

Tanti generi nuovi, tanti generi vecchi ma rinnovati, è stato scritto e rappresentato tutto di tutto. Da appassionato, non posso che dire grazie a tutti quelli che hanno prodotto e produrranno ancora serie televisive.

Infine, devo dire grazie a voi che avete letto questo (lungo) articolo: spero vi sia piaciuto ricordare insieme a me le serie che vi hanno appassionato, rapito o fatto arrabbiare, e vi chiedo anche scusa se ne ho dimenticata qualcuna, ma rendere 60 anni in questi pochi paragrafi era davvero difficile.

Alla prossima puntata! (è proprio il caso di dirlo, visto l’argomento che abbiamo trattato)

PS: Vediamo un po’ quante ve ne ricordate…

Ecomagination: il progetto di eco-crowdsourcing di General Electric

Sono sempre di più le aziende che cominciano a fare della sostenibilità ambientale il proprio core business. Il green marketing è una di quelle strategie che le imprese cominciano ad usare per incrementare il proprio business, come vera e propria politica d’impresa. E’ vero che i consumatori più attenti sono sempre meno disposti ad avere a che fare con aziende che dimostrano poca sensibilità per le tematiche ambientali. Ma non è solo per “piacere ai consumatori” che le aziende si stanno convertendo al green. C’è molto di più. C’è che finalmente si trasforma quella che prima veniva vista solo come minaccia di costi più alti nell’opportunità di creare nuovi e innovativi business,  facendo del bene al pianeta.

Oggi vogliamo parlarvi di una bella campagna crossmediale di General Electric: Ecomagination. Si tratta di un grande progetto contenitore, che si propone di aggregare tutti quei progetti che fanno dell’eco-sostenibilità il proprio “super potere” per rendere migliore questo mondo. Di fatto siamo di fronte ad un innovativo esperimento di eco-crowdsourcing e i numeri parlano di quanto il progetto conti per GE: dal 2005 al 2009 sono stati investiti più di 5 miliardi di dollari nello sviluppo di tecnologie verdi, e altri 10 miliardi sono previsti entro il 2015.

Attraverso i canali social vengono condivise nuove idee e progetti di innovazione ambientale che vengono scovati in giro per il pianeta.

Nell’account twitter, che conta più di 45.000 followers, e nella pagina di Facebook Ecomagination si definisce come una sorta di braccio bionico di General Electric, con l’obiettivo di immaginare e costruire soluzioni innovative alle sfide ambientali che ci  troviamo davanti.

E’ proprio così, i cambiamenti sono sotto agli occhi di tutti. Possiamo far finta di non vederli e farci trascinare in avanti passivamente..oppure possiamo scegliere di cavalcare l’onda, l’onda della crescita economica.

Per questo è stata creato creato anche Ecomagination Challenge, un concorso internazionale realizzato per progetti e idee nel campo dell’energia pulita.

Molte altre aziende, oltre a General Electric, stanno scoprendo che dal Green possono nascere davvero nuove idee, nuovi modi di ampliare il proprio business e nuovi segmenti di mercato. Insomma, i cambiamenti accadono e le strategie proattive di green marketing ci permettono di trarne beneficio.

Il progetto Ecomagination, dal 2005 ad oggi, ha già realizzato più di 90 progetti, grazie anche al continuo impegno  (anche finanziario) di General Electric.

Ma, come dicevamo, GE ha creato una vera e propria campagna crossmediale perché l’obiettivo non è solo  “essere green”, ma anche e soprattutto “condividere il tuo essere green”! 🙂

Nella sezione del sito “Tag your Green” troviamo diversi canali attraverso i quali condividere il nostro essere green. Su Flickr, con Photo Project, possiamo caricare le foto di progetti sostenibili, realizzati da noi o che scopriamo in giro per il mondo. Grazie a Foursquare possiamo esplorare i posti a noi più vicini che attuano quotidianamente pratiche ecosostenibili.

Ma Ecomagination usa soprattutto i video per condividere le “best green practices”. Oltre al canale su Youtube, troviamo, infatti, Howcast, un insieme di video “how-to”, ovvero  su come costruire le nostre azioni green.

Molto interessante, infine, l’iniziativa Filmaker project, dove GE invita i giovani registi a condividere le loro visioni creative sui benefici che ogni piccola azione sostenibile, unita alle altre, può portare a tutti per il futuro.

E allora, cosa aspettate? Share your ideas!

Stand Up agaist Homophoby: la vittoria della tolleranza [VIRAL VIDEO]

Omofobia. Sempre più spesso una parola sinonimo di violenza e intolleranza, un fenomeno che coinvolge soprattutto i più giovani. Leggiamo sui giornali notizie relative ai pestaggi a scuola, al bullismo e quindi alle violenze contro gli omosessuali fino ad arrivare alle brutali esecuzioni fuori dai pub a dai locali del tradizionale divertimento notturno.

Tanta violenza sotto i nostri occhi e poche prese di posizione: falsi moralismi spingono le persone a considerarlo un problema che non li riguarda; e anche le istituzioni spesso risultano inermi di fronte a questi atti di violenza gratuita. Senza considerare i casi in cui il legislatore si mostra privo di ragionevolezza. E’ il caso di una legge di cui si discute in questi giorni in Tennessee: divieto assoluto per gli insegnanti di parlare di gay in classe, come se la parola “gay” fosse una sorta di apologia di una strana pratica proibita. Le reazioni a questo provvedimento, che speriamo vivamente non diventi legge, sono espresse in maniera più che efficace in questo video; tutte sono riassumibili con un’unica parola: indignazione. Intolleranza e paura verso ciò che è divereso da noi: questo è quello che si insegnerebbe a scuola se un tale provvedimento diventasse legge. Il video non è solo un viral ma una vera e propria campagna di raccolta fondi: per ogni Like su Faceboook e per ogni Tweet registrato l’associazione FCKH8 devolverà 25 cents per la promozione di campagne di sensibilizzazione contro le violenze sugli omosessuali.

La sensibilizzazione delle giovani generazioni è l’obiettivo perseguito anche dall’associazione irlandese Belong To. “Don’t stand for Homophobic bullying. Stand up for your lesbian, gay, bisexual and transgender friends” è lo slogan scelto per invitare tutti i giovani ad aprire la loro mente e a rispettare le diversità, qualsiasi esse siano.
Nel video una tenera storia d’amore tra due ragazzi, nata tra i banchi di scuola, si scontra con l’intolleranza e -permettetemi- la stupidità di un gruppo di giovani bulli. Ma l’unione fa la forza e con la solidarietà dei compagni anche l’amore trionfa! Violenza e intolleranza devono essere fermate, soprattuto bisogna impedire che germoglino e mettano radici nei più giovani. Quindi alziamoci tutti insieme per gridare “Omofobia? No grazie!”

Mad Men in Nigeria: come si evolve l'advertising in Africa

Non dev’essere facile comunicare efficacemente con tutti, in un Paese diviso in 36 sotto-stati ed in oltre 250 gruppi etnici. La Nigeria è una delle nazioni demograficamente più complesse del mondo: ci vive un quinto della popolazione africana (quasi tutti giovanissimi: l’età media è di 20 anni) tra comunità cristiane e musulmane che convivono con difficoltà. In mezzo piccoli gruppi di fede animista. E una molteplicità di lingue diverse, con l’inglese che fa da ponte. Una babele di fedi, riti e suoni.

Eppure, come riporta l’Economist, anche qui la pubblicità si è fatta lentamente spazio: negli ultimi 10 anni gli investimenti legati all’advertising si sono decuplicati, attestandosi su un totale di 646 milioni di dollari. Si tratta di un trend che riflette l’affermarsi di una nuova classe media, con un potere d’acquisto che collega la categoria ai nuovi beni di marca presenti sul mercato.
Come dimostra il grafico gli investimenti riguardano fin qui soprattutto la televisione, seguita dalla cartellonistica e dalla stampa.

Nonostante il comparto economico più importante sia quello agricolo, gli imprenditori del ramo non investono molto in pubblicità. Anche la comunicazione istituzionale è piuttosto ingessata, dal momento che le poche campagne vengono per lo più curate dai funzionari e non da creativi. Un’eccezione in questo senso è comunque rappresentata dagli spot “obamiani” realizzati dall’attuale Presidente Goodluck Jonathan per la sua ultima campagna presidenziale:

Molto interessati agli effetti della comunicazione pubblicitaria – oltre alle banche ed alle compagnie aeree – sono principalmente le aziende telefoniche. I nigeriani sono infatti appassionati di chiacchiere e cellulari, come dimostrano gli spot di una delle maggiori società di telefonia del Paese, la Etisalat.

Anche le produttrici di birra investono cospicue somme in pubblicità nel tentativo di conquistare il palato dei nigeriani. La Guinness, ad esempio, da tempo veicola la propria “greatness” con spot pensati appositamente per il mercato africano di riferimento.

Secondo la mediaReach OMD con la progressiva digitalizzazione del Paese il futuro della pubblicità nigeriana sarà rappresentato dall’advertising online: ad oggi sono 3 milioni i nigeriani che hanno aperto un account su Facebook ed entro la fine dell’anno se ne aggiungeranno altri 4.

In un contesto di forti divisioni culturali sarà interessante capire se la Rete riuscirà a concedere nuova libertà ai creativi: nel 2009 un’azienda di preservativi lanciò uno spot che ritraeva un motociclista fermato dalla polizia e trovato in possesso di una scatola di preservativi. Nel finale una poliziotta glieli restituisce, dopo averci annotato il proprio numero di telefono. La polizia non lo trovò divertente e si fece sentire: la campagna venne fermata immediatamente.

Come creare un Brand Character: dal logo Ninja Marketing al fumetto. (episodio 2)

La prima buona notizia di oggi è che il nostro Ninjetto, ribattezzato affettuosamente “Pataniello” per la sua invidiabile sinuosità, è veramente felice e radioso per la splendida accoglienza che ha ricevuto; vi ringraziamo per i complimenti e gli incoraggiamenti che ci sono arrivati.

La seconda buona notizia è che, oggi 12 maggio, siamo ancora qui nonostante io vi scriva dalla Capitale. Si perché da mesi ormai circolavano su internet le predizioni (o semplicemente le bufale) di un fantomatico terremoto a Roma l’11 maggio 2011! (Certo che invece in Spagna…)

Con grande nonchalance, vista la buona stagione, io e Pataniello ci siamo comunque spostati a lavorare su un bel prato (non certo perché stare all’aperto in un grande spazio è più sicuro nel caso improbabile di calamità naturali, eh, sia chiaro).

Tornando a noi, la scorsa settimana ho iniziato a parlarvi del Character Design e abbiamo visto il nostro personaggio far mostra delle sue qualità fisiche. Oggi invece ci concentriamo su un altro aspetto fondamentale del processo, cioè la definizione dei tratti espressivi.

Devo confessarvi che Pataniello è ancora un po’ intimidito per la nuova avventura che sta vivendo, per questo ancora non ha detto neanche una parola. Però è riuscito comunque a comunicarvi il suo entusiasmo, utilizzando le espressioni del viso.

Riuscire ad esprimere graficamente le emozioni in modo adeguato è una delle sfide più interessanti per un disegnatore di fumetti. Le emozioni praticamente sono la vita degli esseri umani. Il celebre fumettista americano Scott McCloud nel suo best seller “Fare il Fumetto“, argomenta in modo interessante l’approccio alle emozioni individuando sei emozioni base: gioia, rabbia, tristezza, paura, sorpresa, disgusto. Queste sono praticamente le emozioni fondamentali appartenenti a tutto il genere umano, indipendentemente da cultura, differenze di lingua o età.

Eccoci allora faccia a faccia con il nostro Ninjetto. Vediamo in che modo riusciamo a comunicare? Per catturare le sue emozioni nel modo più naturale possibile ho iniziato con lui una tranquilla chiacchierata informale…

Gli ho chiesto ad esempio:

“Secondo te come si sentiranno i vincitori del prossimo Green Ninja Candy?

E poi:

“Hai già dato un’occhiata ai Top Five Horror di Aprile 2011?”

(Evidentemente si!)

E ancora:

“Sai Ninjetto che partecipando alla nostra iniziativa Creatives for Japan puoi aiutare il Giappone verso la rinascita?”

(Questo no, non lo sapeva! E voi?)

Infine

quando gli ho detto che era ora di tornare a casa…

si è un po’ innervosito pensando al traffico…

(Molto chiaro, vero?)

Per non parlare di quando gli ho spiegato…

che saremmo tornati a casa a piedi!

Concludo il post di questa settimana con un quesito per tutti i lettori:

Il costume indossato dal nostro Pataniello lascia scoperti solo gli occhi. Secondo voi l’espressività del personaggio in questo senso è limitata?

Mentre ci pensate su, sappiate che vi aspetto, ogni giovedì, sempre qui nella sezione Design!

Cravatta in stile hi-tech: due esempi per voi

Appassionati e curiosi, un po’ geek ed un po’ fashion. 🙂 Proseguiamo la raccolta di chicche in giro per la Rete e stavolta tocca a due cravatte da veri modder.

Screen-printed Circuit Board tie

A guardarla bene sembrano davvero circuiti veri, in realtà si tratta di tessuto stampato con inchiostro metallico argento e rame. Il risultato visivo è davvero ottimo, soprattutto originale.
In vendita con due colorazioni (verde chiaro e verde scuro) su Etsy al prezzo di circa 22 euro.

Circuit Board LED Tie

Qui ci superiamo: oltre al tessuto con fili e circuiti vari hanno inserito anche i led luminosi! Della serie: facciamoci notare, che magari non ci avevano visto! 🙂

Con 75$ è vostra! Su Enlighted.