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Le migliori 50 aziende innovative (e i capi) per cui lavorare quest’anno

Il The Most Innovative Companies  di The Boston Consulting Group è lo studio che ogni anno fa il punto sulle 50 aziende più innovative.

E’ appena stato pubblicato il rapporto 2018.  Per il secondo anno consecutivo, Apple e Google sono in cima alla lista. Microsoft è salita di un posto per prendere il terzo posto, mentre Tesla di Elon Musk è passata dal terzo al sesto posto. Il gigante del commercio al dettaglio Amazon è salito dal quinto al quarto posto e Netflix , che ha raggiunto i primi 10 nel 2017, è sceso al numero 13. E le nuove? Nella top 10 hanno fatto il loro ingresso: Uber e Alibaba. Oltre ai su e giù delle solite grandi note, quello che è anche interessante sono i criteri di scelta sottesi alla classifica.

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Perché sono innovative

Secondo la ricerca, le aziende più innovative danno la priorità ai prodotti mobili, al design digitale, ai Big Data e si adattano rapidamente ai progressi tecnologici. Inoltre, tendono a sviluppare e testare nuovi prodotti più velocemente e più a buon mercato rispetto ad altre società.

La più grande differenza tra le aziende più innovative e quelle che appaiono più basse nella lista è quanto con forza abbiano incorporato questi processi digitali nelle loro attività.

I leader contano

La ricerca rileva che i leader aziendali delle aziende più innovative fanno 5 cose fondamentali che li distinguono dalla concorrenza.

  1. I leader comprendono l’importanza del digitale e investono di conseguenza.
  2. Testano le idee prima e lanciano i prodotti rapidamente.
  3. I dirigenti si assumono rischi intelligenti: fanno scommesse ad alto rischio ma anche alta remunerazione.
  4. I leader investono nei dati: estraggono e analizzano i dati per ottenere informazioni approfondite sui loro prodotti. E si assicurano i migliori talenti.
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Elon Musk

Europa e Nord America

Se guardiamo la lista delle 50 sotto il profilo geografico, il Nord America ha prodotto le aziende più innovative, con 27 presenti nella lista. L’Europa ha prodotto 16 partecipanti, contro i 10 dell’anno scorso.

Trasporti e viaggi

Il settore dei viaggi e dei trasporti ha ampliato la propria visibilità sulla lista del 2018, con aziende come Uber, Tesla , SpaceX e Airbnb.

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Source: 2017 BCG global innovation survey. (1) Includes Nokia. (2) Includes all Samsung business groups (electronics & heavy industries. (3) Includes Mercedes-Benz

3 cose sull’integrazione tra eCommerce e offline che abbiamo imparato nel 2017 (e che non dobbiamo dimenticare)

Ci troviamo nel periodo dell’anno in cui si discute di più sull’andamento delle vendite: tutti noi (o quasi) nell’ultimo mese, a partire dal Black Friday, abbiamo seguito miriadi di offerte rincorrendo i prezzi migliori per poterci assicurare i regali di Natale più vantaggiosi destinati ai nostri cari, amici, e perché no, a noi stessi.

Ma non ci sono solo le luci degli addobbi di Natale che ricominciano a brillare in questo particolare momento dell’anno: si riaccende infatti anche l’eterna diatriba tra chi sostiene che gli eCommerce stiano penalizzando le vendite offline e chi invece difende l’idea secondo la quale siamo di fronte ad un ritorno alle vendite nei negozi fisici.

Chi avrà ragione? E siamo proprio sicuri che online e offline debbano ricoprire ancora i ruoli di acerrimi nemici?

Mettetevi comodi, stiamo per raccontarvi una favola che ha tutte le carte in regola per avere un lieto fine, in pieno spirito natalizio.

E-commerce e offline

I dati delle vendite e il Geofencing

Partiamo da alcuni dati: secondo il report del 2017 della National Retail Federation quest’anno il Black Friday ha registrato ben 108,5 milioni di acquirenti online.

Rispetto a questi dati però c’è una considerazione da fare: se è vero che le vendite online negli ultimi due anni sono aumentate in maniera sensibile, è anche vero che oltre il 90% delle spese dei consumatori ha ancora luogo nell’offline, ovvero nei negozi fatti di malta e mattoni, manichini e commessi.

Vediamo di indagare un po’ più da vicino il carattere dei protagonisti di questa favola: se gli eCommerce insistono molto sull’offrire prezzi competitivi e convenienti, i negozi reali puntano sull’esperienza umana, che è di fatto il motivo per cui le vendite in negozio sono ancora vive. Ma oggi uno degli strumenti più potenti che stanno utilizzando i negozi fisici per migliorare l’esperienza dei clienti è anche il Geofencing.  

Il geofencing è una tecnologia che sta rivoluzionando l’esperienza diretta dell’utente in store. Si tratta di un “recinto virtuale” che permette all’app mobile di tracciare i movimenti degli utenti registrati all’interno di un’area circolare definita da due punti, sia outdoor che indoor. Utilizzando una serie di tecnologie che come GPS, RFID e Wi-Fi, si consente al software di attivare una risposta nel momento in cui un dispositivo mobile entra o esce da questo “recinto virtuale”, permettendo, dopo aver acquisito il consenso dell’utente, di interagire con i consumatori tramite l’invio di notifiche push.

Insomma, si tratta di un sistema utilizzato da molte aziende che non solo è in grado di guidare i potenziali clienti in luoghi fisici, ma che può migliorare in maniera sensibile anche la loro esperienza all’interno del negozio.

Ecco quindi ciò che abbiamo imparato nel 2017 su questa tecnologia e in generale sull’integrazione tra eCommerce e store fisici. 

E-commerce e offline

E-commerce e offline

1. Il geofencing per facilitare l’esperienza in negozio

«Se un rivenditore decide si utilizzare il geofencing all’interno del proprio negozio, deve anche capire come migliorare l’esperienza all’interno del suo esercizio commerciale e non concentrarsi solo su come dirigere il traffico pedonale»: parola di Roger Woods, direttore della sezione Mobile Product & Strategy di Adobe Systems.

In altre parole il Geofencing è uno strumento potente ma che va utilizzato per fornire qualcosa di unico e di utile all’interno del negozio: e questo ce lo insegna ad esempio l’esperienza di Home Depot, un venditore al dettaglio statunitense di prodotti per la casa. Come funziona?

Home Depot permette agli utenti di passare alla modalità “in store” quando entrano in un negozio e di avere così a disposizione una grande quantità di informazioni utili: possono scansionare i codici a barre, confrontare i prezzi tra i prodotti simili, mappare il negozio per individuare ciò che cercano.

Non male, no?

E-commerce e offline

LEGGI ANCHE: Così Sephora resiste ad Amazon e alle vendite online (investendo in tecnologia)

2. Integrazione tra eCommerce e offline per far leva sulle offerte speciali

Le offerte a tempo fanno gola, soprattutto perché creano un senso di urgenza, questo non è certo un segreto. Da uno studio di TSheets risulta che l’84% delle persone che tramite geofencing hanno ricevuto un’offerta del genere poi ha davvero finalizzato l’acquisto. Si tratta di un numero impressionante!

Inoltre questo tipo di offerte supportate dalla tecnologia di cui stiamo parlando creano un vero e proprio collegamento tra l’acquirente ed il rivenditore: se è vero che il potenziale cliente viene informato delle offerte, è altrettanto vero che il rivenditore riceve una notifica quando questa persona entra fisicamente in negozio.

Immaginate una ragazza che in prossimità di una profumeria riceva tramite geofencing un coupon del 20% per l’acquisto di una crema per il corpo. La crema corpo le serve, il negozio si trova praticamente a due passi da lei e così decide di entrare nello store. Una volta entrata si sofferma su un profumo che le piace: costa però troppo e decide di non finalizzare l’acquisto. Esce e dopo pochi minuti le arriva un’altra offerta, questa volta del 30%, proprio per acquistare quel profumo. Secondo voi che farà?

Et voilà Mesdames et Messieurs: il dialogo tra cliente e rivenditore è servito.

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3. Influire sulla conversione? Si può!

Migliorare l’esperienza dei clienti all’interno del negozio tramite il Geofencing aiuta non solo le conversioni all’interno del punto commerciale, ma anche attraverso tutti gli altri canali di vendita online, fornendo agli utenti un’esperienza di shopping completa.

L’esperienza d’acquisto di chi ama comprare online potrebbe essere ottimizzata e incrementata se l’utilizzo della tecnologia all’interno dei negozi reali fosse strutturata per garantire ai clienti un’esperienza memorabile, utile e cool.

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WhatsApp come WeChat: sarà possibile fare pagamenti tra persone

Dopo mesi di voci che si sono rincorse, il momento in cui sarà possibile fare dei pagamenti peer to peer su WhatsApp in India sembra essere vicino. Secondo alcune indiscrezioni la funzionalità sarebbe in fase di test da parte di alcuni dipendenti di Facebook nel paese. Il rilascio ufficiale di questo nuovo metodo dovrebbe avvenire entro i primi 3 mesi del 2018.

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I concorrenti in India

Esistono già delle applicazioni che permettono questo tipo di pagamenti alle quali Facebook andrà a fare diretta concorrenza. Stiamo parlando di Tez, applicazione lanciata in India 4 mesi fa da Google, il servizio locale Paytm e Bhim, l’app sviluppata dal governo per i pagamenti digitali. Tutti questi strumenti si basano sull’UPI (Unified Payment Interface) sviluppato nel paese per facilitare le transazioni interbancarie. Da questa fase di test, però, sembra essere assente la possibilità di pagare delle aziende per acquistare prodotti o servizi attraverso WhatsApp.

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Lo sviluppo della nuova funzionalità

L’ente indiano che controlla le transazioni UPI dovrà verificare il funzionamento di questo metodo che presenta nella criptazione dei messaggi di Whatsapp già un motivo di criticità. In ogni caso, WhatsApp non sembra intenzionata a fermarsi. Sta lavorando a un possibile sistema di supporto clienti e alla funzione aggiuntiva che consenta alle aziende di ricevere pagamenti dai propri clienti.

Una base di 200 milioni di utenti in India

Certo non sarà facile affacciarsi su un mercato che è già occupato da player importanti. Tez sta lavorando per permettere ai suoi 12 milioni di utilizzatori indiani di pagare le bollette del gas o della luce direttamente dal telefonino. Paytm viaggia su un numero di utenti molto più elevato, 280 milioni di persone. Offre un portafogli digitale che si può usare con molti servizi, tra i quali anche Uber. Consente inoltre di aprire un conto deposito dal cellulare e fare acquisti all’interno dell’applicazione. Whatsapp in India parte da un bacino di utenza molto elevato  – 200milioni di persone – e questo sembra essere un vantaggio. Dovrà però lavorare duro e offrire quanti più servizi possibili per reggere la concorrenza.

WeChat e i pagamenti in Cina

Un’altra app di messaggistica che si è lanciata in questo settore anche se in un altro paese è WeChat. Il sistema WeChat Pay è da tempo uno dei più usati in Cina per pagare il conto di ristoranti e alberghi o comprare nei negozi. Anche in altri stati i turisti cinesi possono sfruttare questa possibilità.

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Week in Social: Facebook cambia algoritmo mentre WhatsApp lancia la versione business. Una coincidenza?

Se ne parlava da un po’ ma nessuno ci ha mai creduto fino in fondo, poi all’improvviso è successo. Le calotte polari non si sono ancora sciolte ma il News Feed è cambiato per sempre. A partire dalla scorsa settimana l’algoritmo Facebook favorirà un’interazione da persona a persona limitando la portata dei contenuti pubblicati dalle pagine.

LEGGI ANCHE: Facebook lancia il nuovo algoritmo. Cosa cambia

In questo scenario senza precedenti i “vincenti” sono tutti gli utenti e il loro senso di community in quanto possono fruire di una navigazione più centrata sugli di amici. Questo cambiamento dovrebbe, in qualche modo, preservare l’utenza della piattaforma e dare benefici nel lungo periodo. Possono invece essere considerati “perdenti” tutti i business che hanno speso delle risorse per creare contenuti che, come ha citato lo stesso Adam Mosseri (Head of News Feed @Facebook) sono semplici “esperienze passive”. Ad ad oggi purtroppo, nessuno in Facebook si è ancora posto il problema di come i Marketer possano creare contenuti in grado di adattarsi al nuovo algoritmo.

In questo video, Mark Hull, Director Product Manager racconta il cambiamento, spiegando che al centro della decisione risiede il benessere delle persone. L’obiettivo è quello di riqualificare il tempo che le persone passano su Facebook e farle sentire più connesse, di conseguenza meno sole.

Social revolution: mentre Facebook decide di cambiare algoritmo viene lanciata WhatsApp for business. 2

Tuttavia la ragione del cambiamento può essere analizzata anche da un punto di vista puramente business. Andrew Hutchinson di Social Medai Today spiega che i trend di adozione dei social media tradizionali, come anche l’engagement, stanno subendo delle flessioni negative, questo semplicemente perché tutto sta accadendo da un’altra parte. Nel grafico qui sotto vediamo come il numero di utenti dei social media tradizionali sia nettamente inferiore rispetto ai quelli registrati alle app di messaggistica istantanea.

Social revolution: mentre Facebook decide di cambiare algoritmo viene lanciata WhatsApp for business. 1Crediti immagine: Social Media Today

Teoricamente Facebook, con Messanger e WhatsApp che insieme contano 2.6 miliardi di utenti attivi al mese, dovrebbe regnare sovrano. Tuttavia,  negli ultimi anni, i giovani hanno iniziato a preferire piattaforme diverse come Snapchat, tanto per citarne una a caso.

Che ne sarà dei Marketer?

Facciamo tutti un bel respiro… Bene, ora che il quadro è chiaro, come la sfangheremo? Saremo tutti destinati a diventare degli Influencer Manager? Potremo finalmente inseguire i nostri sogni e diventare astronauti? Probabilmente si, ma se vogliamo restare con i piedi per terra, le Instagram stories, ma anche i gruppi Facebook rappresentano un’opportunità. Nei gruppi infatti le persone disquisiscono di eventi, brand, e locali condividendo contenuti rilevanti per le persone. Lo riconosce anche Mark Zuckerberg che li ha menzionati proprio nel suo post ufficiale relativo al cambiamento.

Inoltre, Luca La Mesa (Top Teacher Ninja Academy) ci invita a riflettere sulla qualità dei contenuti:

“Molto spesso i cambiamenti più importanti di medio periodo comportano sacrifici e confusione nell’immediato. La verità è che ciò che Mark ha dichiarato non è una vera novità, lo stanno facendo già da mesi e dovremmo solo capire meglio quanto continueranno a modificare il peso dei post delle persone, delle pagine e dei gruppi all’interno dell’algoritmo. Come abbiamo spesso detto in passato il futuro dei social può solo essere nella qualità dei contenuti e la speranza è che i brand ne approfittino per fare una riflessione sul valore aggiunto dei propri post.”

Proprio pochi giorni fa è arrivata una novità che è bene considerare come un potenziale strumento da suggerire ai clienti, un prodotto sicuramente più funzionale e dinamico di un’inserzione Facebook: WhatsApp for Business.

WhatsApp for Business

Passiamo ora alle buone notizie! L’app di messaggistica istantanea più famosa al mondo lancia la sua versione business. Le novità sono molte, funzionali e ad alto contenuto di fantascienza! I bot sono già pronti all’invasione, si possono difatti programmare messaggi automatizzati proprio come si fa con i chat bot attuali. questa funzione potrebbe rivelarsi molto utile per avvisare sugli orari di un esercizio o per organizzare ordini e prenotazioni.

Gli utenti potranno creare un profilo aziendale con informazioni, contatti, geolocalizzazione, orari, etc. Inoltre, l’app è stata dotata di un tool di analisi per visualizzare facilmente dati come il numero di messaggi inviati, consegnati e letti.

Per di più, se gestite un business, non sarete più obbligati a procuravi un nuovo smartphone e un nuovo contratto telefonico al solo scopi di usare un’altro account WhatsApp. L’utente potrà infatti abbinare lo stesso numero che utilizza già per il WhatsApp personale.

 

WhatsApp for Business

Quanto costa? WhatsApp for business è completamente gratuito ed è già disponibile per Android. Per la versione Apple bisognerà attendere ancora qualche giorno.

Ecco cosa ne pensa Luca La Mesa:

 “All’interno del Social Media LIVE Program abbiamo approfondito i primi casi di Whatsapp Business e come, ad esempio, KLM lo abbia usato con i propri clienti. Appena sarà disponibile anche per iOS mi aspetto che un numero maggiore di brand ne sperimenti le funzionalità e noi saremo pronti a valutare insieme le strategie di maggior successo

In conclusione, il cambiamento a cui stiamo assistendo è una fase fisiologica dello sviluppo dei social network. Provate a pensare le volte che vi siete fatti consigliare un buon ristorante da un amico, quante volte tramite WhatsApp? L’engagement si sta muovendo, l’attenzione non è più solo sulla pubblicità ma sulla possibilità istantanea di poter comunicare e farci consigliare direttamente da amici e parenti, una struttura nettamente superiore rispetto a qualsiasi campagna. L’arma del marketer? La qualità dei contenuti.

LEGGI ANCHEPerché dovresti usare le Instagram Stories per parlare di te (o del tuo brand)

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Pagare in bitcoin da KFC: l’ultima trovata del Colonnello Sanders potrebbe non essere solo una strategia di marketing

I bitcoin, questi sconosciuti. Che si considerino progresso oppure una bolla destinata a sparire, sono l’argomento più discusso in questo periodo.

Per chi non fosse ancora un esperto, il bitcoin è una moneta virtuale e digitale, non regolamentata da un istituto bancario centrale, ma che alla base delle transazioni utilizza la legge della domanda e dell’offerta e la tecnologia blockchain.

Con questa criptomoneta possono essere effettuati trasferimenti di denaro anonimi, e non essendoci un controllo sull’eccesso di valuta immesso nel mercato, non è possibile deciderne la svalutazione, oppure bloccare i trasferimenti.

KFC e Bitcoin provocazione o futuro

Ora la storia: cos’hanno in comune Bitcoin e KFC? Nulla fino ad oggi, se non fosse che la famosa catena di pollo fritto ha deciso di permettere ai suoi clienti canadesi di pagare tramite bitPay (servizio di pagamento in bitcoin), per un periodo di tempo limitato.

KFC, attraverso gli ordini online, venderà infatti un secchio di pollo fritto in criptomoneta. Il bucket di pollo sarà a tema bitcoin, incorporando il prezzo in bitcoin al momento della vendita: ad esempio se l’equivalente di 20 dollari saranno 0,0011204 bitcoin e questa sarà esattamente la cifra che verrà scritta sul contenitore di pollo fritto ordinato.

Bitcoin: parliamo davvero di futuro?

La campagna, sviluppata attraverso un’offerta online e la promozione sui social media, è un’ottima strategia di marketing per aumentare il buzz intorno al brand, in un periodo in cui la criptomoneta è un tema economico, finanziario e sociale molto discusso.

KFC e Bitcoin provocazione o futuro

«Nonostante gli alti e bassi di Bitcoin – si legge sul sito in cui è possibile trovare l’offerta del momento -, la ricetta originale del colonnello è buona come sempre. Quindi, scambia i tuoi Bitcoin per un cestello di ali di pollo e investi in qualcosa che ti farà leccare le dita. […] La nostra ricetta originale è disponibile anche per l’acquisto e la consegna con denaro di persone di vecchio stampo su www.kfc.ca».

In realtà forse dietro a questa scelta, all’apparenza solo di marketing, c’è qualcosa in di più; KFC starebbe infatti cercando di entrare nel mercato dei bitcoin, in un momento ancora non stabile, per essere il primo rispetto ad altri competitor e brand a poter utilizzare il sistema come metodo di pagamento una volta che sarà più stabile ed affidabile.

LEGGI ANCHE: I bitcoin portano bene: chi faceva (solo) bibite ha cambiato nome e fattura di più

Una nuova tecnologia rappresenterebbe uno strumento da utilizzare per velocizzare il processo, rendendo il servizio unico e all’avanguardia per i propri consumatori.

Il settore del food infatti sembra essere uno degli ambiti più in crescita per l’utilizzo della criptomoneta. Foodler ad esempio, un servizio inglese per ordinare cibo online che mette in contatto i clienti con i diversi ristoranti della zona, già utilizza da diverso tempo i pagamenti bitcoin.

KFC sta dunque cavalcando un’onda e ha visto un’opportunità, già esplorata da diverse catene e servizi, per restare al passo con i tempi e creare un vantaggio competitivo.

Ancora non sappiamo come si evolverà, ma nel frattempo la catena di pollo fritto promette di regalare un bucket delle sue famose alette all’inventore segreto dei Bitcoin.

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Ecco le 20 città che si contendono il secondo quartier generale Amazon

Un investimento da 5 miliardi di dollari, con la possibilità di creare 50.000 posti di lavoro (“ben pagati” si sottolinea). Più altre risorse dall’indotto. Amazon cerca casa, la sua seconda casa in Nord America. Dove? La società di Jeff Bezos ha esaminato 238 proposte provenienti da Stati Uniti, Canada, e Messico e ha scelto 20 aree metropolitane.

Nei prossimi mesi, il team di lavorerà con le località candidate per approfondire le loro proposte, richiedere ulteriori informazioni e valutare la fattibilità di una futura partnership in grado di accogliere i piani di assunzione della società. La decisione è attesa per quest’anno. «Sarà una sede completa per Amazon, non un ufficio satellite» sottolineano da Seattle.  Il nuovo spazio sarà uguale al primo campus. Secondo le stime di Amazon, i suoi investimenti a Seattle dal 2010 al 2016 hanno fatto crescere di 38 miliardi di dollari l’economia della città.

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Images of Amazon’s campus in Seattle, Washington, in both the downtown and South Lake Union neighborhoods. Photographed from the roof of Amazon’s Port 99 building. (JORDAN STEAD / Amazon)

Le 20 finaliste (Atlanta è tra le favorite)

Le 20 città sono Atlanta, Austin, Boston, Chicago, Columbus, Ohio, Dallas, Denver, Indianapolis, Los Angeles, Miami, Montgomery County, Nashville, Newark, New York, Northern Virginia, Philadelphia, Pittsburgh, Raleigh, Toronto e Washington DC.

Secondo gli analisti, tra le città favorite ci sarebbe Atlanta per il costo della vita, il pool di talenti e l’accesso all’aeroporto più trafficato del mondo (tra i punti a sfavore, il traffico).  Ma c’è anche Austin, lì c’è già il quartier generele di Whole Foods di proprietà di Amazon. La città poi ha un settore tecnologico in espansione e giganti come Apple, Google, Facebook e Microsoft hanno già uffici sul posto. Ci sono anche 425 mila studenti universitari nella regione che darebbe ad Amazon una solida base per reclutare nuovi dipendenti. In lizza c’è anche Washington: avere un quartier generale vicino al governo potrebbe dare ad Amazon la possibilità di rapportarsi più da vicino con la politica.

Il cactus di Tucson

Poi ci sono le città che si stanno muovendo per offrirsi a Bezos. Newark ha approvato un pacchetto di incentivi fiscali da 5 miliardi di dollari nel tentativo di attirare il secondo quartier generale. Tucson ha inviato un gigantesco cactus al CEO di Amazon.  Tra le 20, Toronto è l’unica città fuori dagli Stati Uniti nell’elenco. Recentemente la città canadese ha annunciato una partnership con Sidewalk Labs, società di innovazione urbana di Google Alphabet, per costruire un quartiere futuristico.  Nello spazio ci si muoverà a piedi, in bicicletta, con veicoli elettrici condivisi. Columbus e Nashville sono nella lista, nonostante siano città senza gli hub aeroportuali richiesti da Amazon. Altre città, fuori dalla lista, hanno cercato in tutti i modi di mettersi in mostra. il sindaco di Kansas City, Sly James, ha rilasciato recensioni a cinque stelle su 1.000 elementi casuali sul sito web di Amazon, legando i punti di forza della città in ogni post. Stonecrest, in Georgia, ha proposto di cambiare il suo nome in Amazon.

Come sono state scelte

Amazon ha valutato ognuna delle 238 candidature in base ai criteri precedentemente, come la vicinanza a un aeroporto principale, la capacità di attrarre talenti tecnologici e un’area suburbana o urbana con oltre 1 milione di persone.

«Grazie a tutte le 238 comunità che hanno presentato proposte. Arrivare dal 238 al 20 è stato molto difficile – tutte le proposte hanno mostrato enorme entusiasmo e creatività – ha detto Holly Sullivan (Amazon Public Policy) – attraverso questo processo abbiamo imparato a conoscere molte nuove comunità del Nord America che considereremo luoghi per futuri investimenti infrastrutturali e creazione di posti di lavoro».

Così Ford sta creando i suoi human-robot, grazie agli "esoscheletri"

Ford sta “potenziando” i suoi dipendenti con pezzi robot

L’epoca delle supercar è prossima. Ma bisogna fare attenzione, quando parliamo di supercar non intendiamo certo i bolidi che sfrecciano a chissà quale velocità o che vanno da 0 a 100 in meno di un secondo.

Parliamo della supercar come Kitt, quella guidata da Micheal Knight dell’omonima serie TV “SuperCar”, che avrebbe potuto fare tranquillamente a meno di lui, diciamolo. La strada che porta a questa tecnologia si fa sempre più breve e le aziende automobilistiche sono quasi giunte al punto di arrivo!

Così Ford sta creando i suoi human-robot, grazie agli "esoscheletri"

Proprio l’avverbio “quasi” ha dato a Ford l’idea di sviluppare – assieme a Ekso Bionics – una tuta che intende migliorare la vita di chi le auto le costruisce.

Ekso è una società nata nel 2005 in California che costruisce esoscheletri e che ha lavorato assieme all’esercito degli Stati Uniti per la costruzione di tute speciali per i soldati.

Se vi state chiedendo se tra gli ingegneri c’è anche Tony Stark, la risposta è no 😉

EksoVest: gli human-robot di Ford e Ekso

Il sistema sviluppato da Ekso con Ford, chiamato EksoVest, non utilizza un motore per rendere meno stressante il lavoro nelle fabbriche e non assomiglia a quello che si vede nei film, ma utilizza semplicemente l’idraulica per ridistribuire il peso, in modo che i lavoratori possano sollevare comodamente le braccia per lunghi periodi di tempo.

La tuta può essere indossata da chiunque e può fornire assistenza per sollevare fino a 7 chilogrammi per braccio. Sembra un peso di poco conto ma considerate che alcuni operai della catena di montaggio di Ford alzano le braccia 4.600 volte al giorno, o se preferite 1 milione di volte all’anno.

Ford ha consegnato la tuta Ekso a quattro dipendenti in due dei suoi stabilimenti della zona di Detroit e ha portato una tuta all’ufficio del magazine Quartz per farla provare. Ecco la sensazione spiegata da un loro dipendente:

«Dopo aver indossato la tuta – un’esperienza simile a quella di indossare una imbracatura per arrampicata – non mi sembrava di avere un peso extra addosso. Quando la tuta è stata accesa, ho immediatamente sentito la differenza. Quando ho sollevato le braccia di circa 90 gradi, il sistema di supporto ha preso il via, ed era quasi come se mi fossi appoggiato a un supporto invisibile; avrei potuto tenere le braccia alzate in quella posizione per sempre».

L’azienda automobilistica non ha ancora rivelato il costo delle tute “magiche” ma, dato che la popolazione attiva nei paesi sviluppati invecchia e le persone continuano a lavorare più a lungo, strumenti come questo diventeranno sempre più comuni.

Altre società, come Hyundai e Panasonic, stanno sviluppando tute simili per aiutare i lavoratori in Giappone, la cui popolazione lavorativa potrebbe dimezzarsi nel corso del prossimo mezzo secolo.

Cosa c’entra Kylo Ren (il cattivo di Star Wars) con lo storytelling di un brand? C’entra c’entra

Se siete fan di Star Wars e vi siete goduti gli ultimi due film della saga, certamente vi sarete interrogati più e più volte sulla figura di Ben Solo aka Kylo Ren, il nuovo villain  di Star Wars interpretato da Adam Driver.
Un antagonista atipico, che sopratutto ne “Il Risveglio della Forza” ha attirato tantissime critiche: oggetto degli attacchi dei fan sono stati in particolare una fisicità non propriamente marziale dello stesso Driver, comportamenti caricaturali, oltre che – in un’analisi più approfondita – il gesto poco narrativamente giustificato di togliersi la maschera fin dall’inizio della vicenda, quasi a spogliare il mistero di chi sia, o cosa muova, la cattiveria infinita del nuovo Sith (o presunto tale, scopriremo in seguito) che minaccia la Galassia.

Non vi spaventate, amici lettori: siamo ancora su Ninja Marketing e non vogliamo fare una disamina cinematografica su una delle saghe più belle che la storia ricordi. Semmai, dalla figura di Kylo Ren vogliamo partire, per declinare secondo alcune regole dello Storytelling che cosa ci sia dietro la scelta di raccontare il Male (con la M maiuscola) con il volto e i comportamenti di questo anomalo villain.

Il “mestiere” del cattivo

Cos’è l’Antagonista, in una storia?

Per spiegarlo, dobbiamo fare un piccolissimo excursus teorico. Secondo Propp, l’Antagonista è l’artefice dell’ostacolo che troverà sul suo cammino. Greimas lo definisce Anti-Soggetto (dove il Soggetto indica l’elemento che si trova in una determinata situazione e compie determinate azioni: è il corrispondente dell’Eroe): il suo spunto è incarnare ciò che di malvagio risiede nel contesto narrativo, che “esce” dalla dimensione dell’Ethos (i valori espliciti e impliciti del mondo narrativo e il codice morale di comportamenti che i personaggi di quel mondo rispettano) allo scopo di trarne vantaggio: rimanendo nella semiotica greimasiana, l’Opponente ostacola il “Programma Narrativo” del Soggetto (il principe vuole salvare la principessa, il conte geloso glielo vuole impedire).

L’antagonista è ricondotto, secondo alla lettura data da Vogler ne “Il viaggio de l’Eroe”, all’Ombra: tutto ciò che l’uomo riceve nel male, e che manca nel bene. Sul sito Archetipi.org, si spiega bene questa lettura: “Ogni nostra sofferenza deriva dal venire sopraffatti dall’aspetto negativo di un archetipo (il lato Ombra) che dobbiamo imparare prima a vedere e riconoscere, e poi a dominare, contrastare, opporgli resistenza.” Tale associazione, più profonda rispetto a una semplice analisi superficiale, è ben descritta nel libro “Marketing Narrativo – Usare lo Storytelling nel marketing contemporaneo” di Andrea Fontana, Joseph Sassoon e Ramon Soranzo (Franco Angeli, 2012), i quali scrivono:” “Val la pena notare che la definizione di archetipi è ricondotta da Vogler alla psicologia di Carl G. Jung. Essi sono intesi come antiche forme di personalità che appartengono all’inconscio collettivo e sono dunque condivise da tutti i popoli e tutte le culture. “Gli archetipi sono parte del linguaggio universale dello storytelling – dice Vogler – e la padronanza della loro energia è essenziale per lo scrittore quanto il respiro.”

Kylo Ren spada laser

L’Ombra è insomma un tratto fondamentale non solo nelle storie, ma anche nella costruzione dell’immaginario collettivo. Ogni narrazione trova un suo compimento nel vedere entrambi i lati della dimensione reale, in cui il Soggetto-Eroe si confronta con l’AntiSoggetto-Ombra, e la battaglia fra le due anime conduce alla costruzione di un nuovo equilibrio, in cui una delle due parti ha sopraffatto l’altra.

Darth Vader: un antagonista “classico”

Le storie che raccontano questo conflitto per un certo periodo hanno visto archetipi facilmente definibili, in cui l’eroe è senza macchia, e il Cattivo è Cattivo sempre, senza sfumature. Anche le eventuali conversioni sono senza possibilità di appello: se un villain decide di ribellarsi al suo status, lo fa senza mostrare il dubbio che lo conduce alla scelta. È il caso, per rimanere alla saga di George Lucas, di Darth Vader, quando ne Il ritorno della Jedi consegna Luke all’Imperatore Galattico, e dopo aver negato di provare qualsiasi sentimento nei suoi riguardi, averlo sfidato e quasi condotto al Lato Oscuro (l’unico momento in cui Luke vacilla verso l’Ombra, cedendo all’ira), decide di salvargli la vita uccidendo lui stesso la Malvagità incarnata dal fu Cancelliere Palpatine. Uno spannung in piena regola, che però è – agli occhi dell’osservatore più scafato – canonico, perché appunto non prevede sfumature, ma solo assoluti (e parlando di Sith, la cosa è assolutamente coerente, per chi conosce la saga).

Anakin Skywalker è cattivo fino al momento in cui diventa irreversibilmente l’Eroe, si sacrifica per il Bene, e nonostante nella trilogia-prequel il suo viaggio verso il Lato Oscuro sia stato provato a rendere tormentato, il risultato è di un villain canonico, paradossalmente prevedibile e senza angoli bui, segnato da un destino che lo rende semplice e prevedibile.

Fino al 2015 con il lancio della nuova trilogia, possiamo dire che i villain di Star Wars abbiano incarnato – così come gli Eroi – l’immaginario collettivo di un certo periodo storico, in cui il Male era Male, e il Bene era Bene, dove le sfumature non esistevano, le zone grigie venivano agevolmente polarizzate, i profili più ambigui lasciati da parte.

Che c’entra questo con i brand

Proviamo ora a spostarci nella dimensione di marca. Se dovessimo immaginare la relazione consumer-azienda come una storia, un consumatore potrebbe assolvere il ruolo di Eroe, un prodotto potrebbe diventare l’Elemento Magico dato da un Mentore (il brand, appunto), lo stato di bisogno corrispondere all’Ombra. Uno scenario abbastanza semplice dal punto di vista strutturale: il meccanismo di costruzione di un nuovo equilibrio passa da un viaggio dell’Eroe che è già in parte deciso, senza lati nascosti, in un automatismo che vede il consumatore ritrovare nuova stabilità semplicemente grazie alla conquista di un oggetto.

Modalità di racconto mutuate dalla réclame più classica, e che raccontavano aziende che si dovevano confrontare con un’Ombra riconoscibile, quella della preferenza di consumo. Le criticità, pur rintracciabili nei documenti strategici grazie alla matrice Swot, non trovavano spazio nella narrazione di marca. Tutto veniva raccontato secondo una logica lineare, in cui il cattivo era solo il bisogno di soddisfare del consumatore, e niente più: così come un cattivo alla Darth Vader vedeva nella stabilità dell’Impero e la distruzione dei Jedi l’unica ragione d’essere.

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Kylo Ren, metafora dell’antagonista (dell’azienda) di oggi

Si dice che ogni storia venga raccontata perché frutto di una necessità di chi racconta a condividere la propria esperienza: ognuna può catturare lo Zeitgeist dell’epoca in cui si vive, fotografando un aspetto della realtà che ci circonda. La complessità del mondo attuale ha obbligato a costruire storie sempre più complesse, dove emergessero con più chiarezza le sfaccettature della condizione umana: non a caso, negli ultimi quarant’anni, sono state esplorati territori nuovi nella narrazione, fatti nascere format altamente innovativi, è emersa e si è affermata l’esigenza di raccontare storie sempre più complesse e articolate. In tutto questo, anche gli archetipi sono stati trattati con meccaniche diverse: gli Eroi non erano più solo Eroi, e anzi ne venivano evidenziati i tratti più controversi: tratto evidente nel fenomeno del reboot, che vede rileggere ad esempio le saghe dei supereroi iniettandovi però una poderosa riflessione auto-analitica sugli stessi protagonisti. Si pensi ad esempio al Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, che tratteggia a metà anni ’80 un Batman più riflessivo, cattivo, che – quasi fosse un Andreotti di servilliana memoria – pratica il male in nome di un bene più alto. La società acquisiva tratti di complessità nuovi, e le storie che dovevano raccontarla dovevano evolvere con lei.

Raccontare le aziende che cambiano

È questo lo scenario che vede la aziende cominciare a confrontarsi con nuovi livelli di difficoltà: marchi e prodotti non potevano più essere solo l’elemento salvifico per l’Eroe, diventavano specchio per riflettere la propria identità. Quando Salmon parla di contro-narrazioni in relazione a un brand, parla di “una marca che deve cominciare a rispettare il consumatore” (Storytelling. La Fabbrica delle storie. Fazi, 1995), implicitamente definendo come sia la persona – oggi – a non riuscire ad ascoltare più in maniera passiva il racconto che l’azienda gli propone. Quel racconto diventa proprietà del consumatore a tutti i livelli, anche sul piano strettamente ideologico.

L’Ombra che nella narrazione di marca “pura” era incarnata da un bisogno, ora si innalza a livelli più alti, e comincia a contaminare valori, visione, identità: il consumatore comincia a scegliere i prodotti in base a una riflessione più ampia, osservando uno scenario più allargato, non fermandosi ai confini del proprio perimetro ma cominciando a indagare chi sia il Mentore che propone la soluzione. Un Mentore che per aiutare a ristabilire un nuovo equilibrio, deve a sua volta imparare a riconoscere l’Ombra che attanaglia l’Eroe, e a combatterla sul suo terreno.

Ecco perché Kylo Ren è un’ottima metafora dell’Antagonista che ogni azienda può trovare sulla sua strada: non è “solo” cattivo, ma anche determinato e spaventato, combattuto e in continua evoluzione, imprevedibile e feroce. È, in parole povere, complesso, e se si va oltre la patina superficiale che ha anche portato tante critiche nei suoi riguardi, si troverà un Antagonista moderno, che sa incarnare tutte le sfaccettature dell’Ombra che avvolge l’uomo di oggi.

Il suo profilo non è bloccato in propositi definiti, semmai è – per dirla alla Baumann – liquido, in trasformazione continua. Kylo Ren raccoglie in sé tutte le caratteristiche riscontrabili nelle criticità che oggi un’azienda deve affrontare sul mercato: l’incertezza degli scenari socio-politici, il riscaldamento globale, la difficoltà a reperire materie prime sostenibili (si pensi all’olio di palma), e proprio come questi grandi problemi mondiali, è in continua evoluzione.

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Tali criticità a volte spingono l’azienda a dire: “Dobbiamo cambiare, totalmente”. Una sfida che ad esempio stanno raccogliendo nel settore Automotive (FCA che annuncia tramite Marchionne che entro il 2025 ci sarà la riconversione all’ibrido o all’elettrico, Daimler che progetta di diventare azienda erogatrice di servizi), e che è la risposta più idonea alla trasformazione radicale che L’Ombra porta con sé. Per chi ha visto “The last Jedi”, l’invito che Kylo Ren muove a Rey di unirsi a lui per distruggere tutto e ricostruire un nuovo equilibrio è l’esatta ricostruzione di queste dinamiche, secondo una lettura più narrativa.

In quel caso [SPOILER!] Rey sceglie di non accettare l’invito, preferendo per sé un cammino diverso: esattamente come l’azienda decide di non cedere alla volontà distruttrice dell’Ombra, per costruire un nuovo equilibrio in cui possa continuare a essere se stessa, rispettando i suoi valori e i suoi obiettivi.

Qui, così e ora

Questa analisi può confermare quanto lo Storytelling possa aiutare le aziende a comprendere la propria identità, e leggere il proprio futuro. Per questo è importante anche per chi si occupa di marketing comprendere il perché certe storie vengano raccontate proprio in un dato momento, con una data struttura, con un certo taglio.

Il nuovo Star Wars, proprio per l’importanza della saga e il peso specifico che occupa nell’immaginario, può essere considerato un indicatore importante per provare a leggere nell’immaginario collettivo che permea la società (e quindi come funzionano le meccaniche di comunicazione, ad esempio).

Il personaggio interpretato da Adam Driver rientra probabilmente in uno dei casi più interessanti da approfondire anche su questo piano d’analisi: un aspetto che conferma quanto nelle storie che raccontiamo si nascondano significati più profondi di quel che sembra.

Cos’è il nuovo Nintendo Labo (e perché, sicuramente, lo vorremo tutti)

In un mondo sempre più virtuale, dove spesso i bambini vengono tacciati di passare ore e ore imbambolati davanti ai videogiochi, arriva Nintendo a sbaragliare le carte! Nintendo Labo è una nuova esperienza creativa e interattiva pensata per il Nintendo Switch che ci riporta indietro nel tempo a quando per divertirsi bastava un pezzo di cartone e tanta fantasia!

Come funziona

Nintendo Labo si presenta come una scatola, all’interno della quale ci sono dei semplici pezzi di cartone, con i quali il giocatore può creare varie forme, denominate Toy-Con, che, combinate con il corpo tablet di Nintendo Switch e con i Joy-Con, prendono vita creando nuovi modi di giocare e una nuova esperienza di gioco interattiva, costruttiva, educativa e divertente.

Al momento Nintendo ha presentato due kit: un Kit Base, con il quale è possibile creare una casa, una canna da pesca, una moto, un pianoforte e una macchina telecomandata; e un Kit Robot che permette di assemblare una vera e propria tuta da robot per vivere un’esperienza di gioco ancora più immersiva. Un terzo kit, invece, permette a tutti i giocatori grandi (perché siamo sicuri che anche gli adulti rimarranno affascinati da Nintendo Labo) e bambini di personalizzare le proprie creazioni con pennarelli e adesivi colorati, rendendo ancora più unica l’esperienza di gioco.

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La costruzione delle forme sarà semplice, è stata pensata come un assemblaggio, molto in stile Ikea. Infatti, all’interno dei kit ci sarà tutto il necessario per assemblare le forme con le quali interagire e che daranno vita ad altrettanti giochi, senza necessità di materiale e costo aggiuntivo. Armatevi di pazienza, il divertimento sarà assicurato!

Nintendo, con Labo, supera la dimensione del videogioco, tornando al mondo reale con una scelta eco-friendly e molto educativa, tornando anche alle proprie origini – l’azienda giapponese nacque, infatti, nel 1889 come manifattura di carte da gioco.

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Quanto costa

Nintendo Labo sarà disponibile negli USA dal 20 aprile al prezzo di $69,99 per il kit base e $79,99 per il Robot; per l’Europa l’ora X scatterà il 27 aprile, ma ancora non c’è l’ufficialità sui prezzi di lancio.

I due kit sono però già disponibili alla prenotazione e sono già in testa alla classifica dei videogiochi più venduti sulla sezione americana di Amazon. Un altro colpo da K.O. per Nintendo, che con Switch sta già abbattendo ogni record: 10 milioni di pezzi venduti in nemmeno un anno e titolo in borsa che ha raddoppiato il suo valore.

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Nintendo Labo sembra inserirsi in un contesto di progressivo ritorno e rivalutazione degli anni ‘80/’90, basti pensare al nuovo programma in onda su Italia Uno condotto da Nicola Savino o ai cult di Netflix come Stranger Things e Dark, o ancora alle sonorità Indie-Elettroniche dei Thegiornalisti o di Takagi e Ketra.

Bambini e Bambini-cresciuti Nintendo Labo vi stupirà e non vediamo l’ora di provarla anche noi!

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Apple farà un aggiornamento iOS anti-rallentamento (e assumerà 20 mila nuovi lavoratori)

Sono state le sue prime dichiarazioni dopo lo scandalo delle batterie e degli iPhone rallentati, dopo le scuse di Apple e dopo che la stessa Cupertino ha offerto batterie scontate di 50 dollari per tutto il 2018. Tim Cook, AD della compagnia della mela morsicata, ha rilasciato un’intervista ad ABC news: si è scusato di nuovo e ha annunciato che Apple rilascerà dal mese prossimo un aggiornamento software di iOS che consentirà agli utenti di controllare se i loro iPhone vengono automaticamente rallentati e di disabilitare la limitazione delle prestazioni della batteria sul proprio dispositivo. La beta per sviluppatori è prevista per i primi di febbraio, per la release pubblica bisognerà aspettare almeno fino marzo. Non solo.  Ha riconosciuto che Apple avrebbe potuto fare un lavoro migliore spiegando cosa stava facendo.

Più chiarezza sulle batterie

Cook ha anche spiegato che l’aggiornamento informerà più chiaramente gli utenti quando il loro iPhone riduce le sue prestazioni nel tentativo di prevenire arresti imprevisti. “Se non lo vuoi, puoi spegnerlo”, ha ribadito.

L’iPhone volutamente rallentato

La vicenda dei rallentamenti dell’iPhone era stata sollevata, il 18 dicembre, da Primate Labs, società che sviluppa un’app per la misurazione delle prestazioni dell’iPhone, che aveva confermato il dato dopo alcuni test. Apple è finita così nel mirino perché avrebbe rallentato senza preavviso gli iPhone, per compensare le scarse prestazioni della batteria. Con il sospetto che questo avrebbe spinto gli utenti, che si sono trovati davanti a prestazioni lente e a crash (in alcuni casi anche a spegnimenti), ad acquistare un nuovo telefono, anziché una batteria nuova, sostituibile per un frazione del costo. Alla fine dell’anno Apple ha offerto la possibilità (fino al 31 dicembre 2018) di sostituire la batteria degli iPhone 6 e modelli successivi a 29 dollari invece di 79.

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Tim Cook, (CEO Apple). Credits ABC News

La nota di Cupertino

L’intervista di Cook al broadcast televisivo statunitense segue di poche ore la nota sull’annuncio che Cupertino sui 38 miliardi di dollari che la società pagherà sui profitti guadagnati all’estero, sui nuovi investimenti negli Stati Uniti e sulla creazione di 20 mila nuovi posti di lavoro (impatto economico complessivo stimato sui 350 miliardi di dollari).

Il tweet di Trump

Come ha commentato Cook? Ha detto che la decisione di assumere così tanti nuovi lavoratori è stata solo parzialmente stimolata dalla legge fiscale che il presidente Trump ha firmato il mese scorso.  Ma il presidente degli Stati Uniti ha un’altra opinione in merito.