In qualcosa siamo primi in Europa: abbiamo imparato a fare la differenziata

Il processo di gestione e smaltimento dei rifiuti ha assunto (per fortuna) una rilevanza sempre più massiccia per i Governi. Garantire il riciclaggio della spazzatura e utilizzare questo ciclo per dare una spinta in più all’economia costituisce un’opportunità preziosa, e in Italia lo abbiamo capito bene.

A testimonianza di ciò, i dati che ci arrivano regalano al Belpaese un importante primato: con il 76,9% di rifiuti riciclati, l’Italia è prima in Europa, superando di gran lunga la media UE.

Tutti i numeri della raccolta differenziata

Secondo i dati Eurostat, diffusi dall’ONG ambientalista Kyoto Club, la percentuale di rifiuti riciclati in Francia si attesta intorno al 54%, la Germania è al 43% e la Gran Bretagna al 44%. La media europea è pari a circa il 37%, praticamente la metà del riciclo italiano.

Se parliamo di valori assoluti, la Germania è ancora leader in UE con circa 72,4 milioni di tonnellate di rifiuti riciclati, ma l’Italia, con i suoi 54,6 milioni di tonnellate, è seconda in classifica con forte spinta alla crescita.

Ma quali sono i flussi di rifiuti più rilevanti nel nostro Paese? In testa i riciclabili tradizionali (carta, plastica, vetro, metalli, legno, tessili), con un valore di circa 26 milioni di tonnellate. Seguono i rifiuti misti avviati a selezione (14 milioni), i rifiuti organici e verdi (6 milioni) e i rifiuti chimici (1,7 milioni).

L’Italia è anche il secondo Paese europeo, dopo la Germania, in termini di fatturato e di addetti nel settore della preparazione al riciclo.

economia circolare

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L’Italia e la circular economy

Secondo il Kyoto Club il caso italiano è un successo: «Sia sotto il profilo della quantità di materia avviata a riciclo, che sotto il profilo del valore economico dell’intera filiera del riciclo – dalla raccolta alla produzione industriale di nuovi manufatti – l’Italia rappresenta un caso di eccellenza e il principale player europeo del settore».

I dati Eurostat confermano l’intenzione delle Istituzioni italiane di puntare sull’economia circolare e sul riciclaggio dei rifiuti, palesata attraverso diverse iniziative di campo.

Ad esempio, il documento “Verso un modello di economia circolare per l’Italia“, sottoscritto dal Ministero dell’Ambiente (Mattm) e dal Ministero dello Sviluppo Economico (Mise), rappresenta un ottimo punto di partenza per rendere la circular economy un vero valore aggiunto per l’Italia.

Oltre a questa iniziativa, è bene ricordare che l’Italia è firmataria di diversi accordi internazionali che promuovono l’utilizzo efficiente delle risorse, dall’Agenda2030 delle Nazioni Unite alla COP21 di Parigi.

Perché siamo primi

Come spiega il Ministero dell’Ambiente l’importante primato conquistato dall’Italia in termini di riciclaggio di rifiuti? Le ipotesi del Ministero possono essere riassunte in questi punti:

  • I Paesi del Nord Europa, che vantano un’efficienza eccezionale nel campo, bruciano metà della spazzatura nei termovalorizzatori per produrre energia. Questo, inevitabilmente, abbassa la percentuale di rifiuti riciclati;
  • I Paesi dell’Est, al contrario, non hanno ancora un’attenzione così forte nei confronti del riciclaggio; in alcuni di questi Paesi, la quota di rifiuti che finisce direttamente in discarica arriva anche all’80%. Questi valori abbassano fortemente la media europea.

C’è da dire che in Italia c’è un sistema di consorzi di raccolta e riciclo molto efficiente, dal Conai per gli imballaggi all’Ecopneus per gli pneumatici.

Lo Stato rimborserà dalle tasse la pubblicità. Come funziona il nuovo bonus

La scorsa settimana una è passata quasi in sordina e invece merita di essere approfondita perché riguarda direttamente tutto il mondo della comunicazione e del marketing.

Come funziona il bonus pubblicità

Tra le nuove misure adottate nella Legge di Bilancio 2018 arrivano le detrazioni fiscali per chi acquista spazi pubblicitari: 75% per tutti gli investimenti e 90% di detrazione se si tratta di microimprese, startup e Pmi innovative.

Uno “sconto” sulle tasse, di fatto, di cui potranno beneficiare tutti coloro i quali vorranno investire in advertising in tv e radio, nonché su quotidiani e magazine cartacei e online.

Il bonus pubblicità non è rivolto solo agli investimenti pubblicitari del prossimo anno, ma anche quelli effettuati tra il 24 giugno e il 31 dicembre 2017. E per questo intervallo di tempo l’ammontare totale detraibile ammonta a 20 milioni di euro.

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I soggetti destinatari del bonus

Nello specifico, destinatari del credito di imposta per l’acquisto di campagne pubblicitarie saranno:

  • lavoratori autonomi e titolari di partita Iva;
  • professionisti (sia iscritti che non iscritti ad albi, ruoli o collegi);
  • imprese, di qualsiasi natura giuridica (ditte individuali, società, startup e Pmi innovative).

Quali campagne beneficiano del bonus pubblicità

A poter beneficiare del bonus pubblicità sono i cosiddetti «investimenti pubblicitari incrementali», ovvero tutti gli investimenti in campagne pubblicitarie che siano superiori di almeno l’1% rispetto a quanto investito per lo stesso settore nell’anno precedente.

Per i dettagli bisogna aspettare

Non è ancora definita appieno la modalità di accesso alle detrazioni e i criteri di attuazione della legge. Dovremo attendere il decreto attuativo del Presidente del Consiglio dei Ministri.

In Trentino-Alto Adige apre un parco tecnologico da 120 milioni

L’ispirazione arriva dalla natura, da sempre «innovatrice». Inaugurato nella serata di venerdì 20 ottobre, il NOI Techpark di Bolzano è la nuova casa dell’innovazione, ponte fra il Nord ed il Sud d’Europa. Alla cerimonia di inaugurazione ha partecipato Maria Elena Boschi, Sottosegretarii alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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Oltre 20 laboratori, 6 istituti di ricerca di respiro internazionale (Fraunhofer Institute Italia, Eurac Research, Unibz- Università di Bolzano, Centro di sperimentazione agroforestale Laimburg, Eco Research, Agenzia CasaClima), 40 startup e 20 aziende – fra le quali Huawei, Maccaferri, Grandi Salumifici Italiani, Leitner – a formare il cuore già pulsante del NOI Techpark, all’interno dell’area di 12 ettari, per un investimento di 124 milioni di euro da parte della Provincia Autonoma di Bolzano. Un’ex fabbrica di alluminio che, a 80 anni dall’apertura datata 1934, diventa ora un polo di innovazione. «NOI Techpark, con i suoi laboratori e le sue imprese sarà la piattaforma di interscambio tra le best practice imprenditoriali, di innovazione, di ricerca scientifica applicata dell’intero Paese con il Nord Europa» – afferma Arno Kompatscher, presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, finanziatrice dell’opera. 

Sono 4 i settori di eccellenza sui quali incentrerà i propri sforzi NOI Techpark: Green, Food, Ict&Automation, Tecnologie Alpine.

Progettato da Claudio Lucchin & Architetti Associati e dallo studio italiano del gruppo Chapman Taylor, Nature of Innovation nasce infatti dal recupero del complesso industriale dell’Alumix di Bolzano, storico stabilimento costruito nel 1937. «Qui passato e futuro si incontrano», spiega Ulrich Stofner direttore del Dipartimento provinciale economia, innovazione ed Europa. L’entrata di NOI Techpark è un edificio chiamato Black Monolith, il monolite nero.

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La copertura di questo edificio è rivestita con pannelli fotovoltaici scuri e lastre in schiuma d’alluminio scura. «Questo complesso – ricorda Stofner – al momento della sua apertura, nel 1937, era il più grande stabilimento per la produzione di alluminio in Italia. Si tratta di un esempio fantastico di architettura razionalista, ovviamente sotto tutela, che nel NOI Techpark viene integrato con la modernità rappresentata da questo monolite orizzontale, ricoperto proprio di alluminio, simbolo della conoscenza umana, che richiama 2001, Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

Una metafora che prosegue con la leggera inclinatura della struttura che serve a ricordare l’essere umano che si alza in posizione eretta man mano che procede nella sua evoluzione. Di fronte all’entrata svetta la torre piezometrica trasformata in opera d’arte contemporanea». Di notte un’illuminazione da set cinematografico esalterà la monumentalità del luogo, segnalando l’incessante lavoro che si svolge all’interno. Si tratta di un quartiere che vivrà in simbiosi con la città: ristoranti; un teatro a gradoni per appuntamenti serali; un centro eventi composto da quattro sale.

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Super Bock, JBL e OTOT: i migliori annunci stampa della settimana

Come ogni lunedì abbiamo selezionato le campagne stampa che ci hanno colpito di più.

Non è sempre il parametro visual ad essere quello determinante per entrare in classifica, ma anche il messaggio, il copy e la capacità di comunicare davvero in modo immediato. Si tratta, insomma, di tutti quegli annunci stampa che ci sembrano all’altezza dei veri Ninja della comunicazione (e di voi lettori naturalmente)!

Iniziamo subito con la classifica e guardiamo insieme le Top 5!

ChipsAway – Before & After

Un graffio sulla macchina non è per sempre, questo pare essere il messaggio della campagna di ChipsAway. L’azienda è specializzata in riparazioni di questo genere, che puntano a far risplendere la carrozzeria.

La campagna è stata realizzata dall’agenzia S3 Advertising, Cardiff che è riuscita a visualizzare il messaggio in modo semplice ma efficace.

Chips Away migliori annunci stampa della settimana

Advertising Agency: S3 Advertising, Cardiff, Wales, UK
Creative Director / Copywriter: Jack Rivers
Art Director: Tom Wilding
Additional Credits: Steffan Mitchell

JBL – Still life

Il target della campagna “Still life” sono persone interessate alla musica, che abitano in ambienti urbani trafficati e rumorosi. JBL promette con le sue cuffie di minimizzare qualsiasi rumore di sottofondo.

L’agenzia tedesca Philipp und Keuntje ha ricreato tre classici momenti di vita che spesso comportano qualche decibel in più. L’obiettivo principale dell’annuncio stampa è trasmettere il rumore con un visual che sembra un’opera d’arte, una natura morta contemporanea, appunto.

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Advertising Agency: Philipp und Keuntje, Hamburg, Germany
Chief Creative Officer: Diether Kerner
Executive Creative Director: Oliver Zacharias-Tölle
Creative Director / Art Director: Franziska Flau
Creative Director / Copywriter / Idea: Vera Hanke
Idea: Eva Jordan
Photographer: Reinhard Hunger
Set Design: Christoph Himmel
Project Manager: Hannah Geisslreiter
Final Artworkers: Ponke Herrmann, Mareike Dörries
Production Manager: Sascha Jeide
Post Production: Philipp und Keuntje

SYT – Frida, Hitchcock, Phantom of the Opera, Warhol e Beatles

Rusu+Bortun hanno ideato l’annuncio stampa per l’evento “Showcase of Young Talent”L’evento ospiterà giovani artisti che potranno mostrare il loro portfolio e le loro competenze in vari ambiti.

L’idea è di far emergere giovani talenti e dargli una possibilità per diventare come Frida Kahlo, Alfred Hitchcock o Andy Warhol. I giovani di oggi potrebbero essere le icone di domani.

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Advertising Agency: Rusu+Bortun, Bucharest, Romania
Creative Director: Bob Toma
Art Director: Silvana Frinculescu
Copywriter: Madalina Pop
Photographer: Claudiu Popescu
Creative Partner: Catalin Rusu
Client Service Director: Miruna Macsoda
Account Executive: Sorina Urdea
DTP: Anca Uscatescu

Super Bock – Optician

Il marchio portoghese di birra Super Bock ricorda ai consumatori di non bere prima di mettersi alla guida.

L’agenzia creativa Caldas Naya ha prodotto questo annuncio stampa informativo in un’unica versione. Nell’immagine della campagna “Optician” ripropone un test noto a tutti, quello per controllare la vista, ma con un messaggio molto chiaro.

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Advertising Agency: Caldas Naya, Barcelona, Spain
Creative Director / Copywriter: Gustavo Caldas
Art Director: Rubén Micola
Account Directors: Fabiana Casañas, Aketz Zubia
Illustrator: Francesc Punsola
Approval from Client: Bruno Lopes, Ricardo Silva

OTOT – Street. Kid. 

La campagna di OTOT ci ha colpito soprattutto per la sua storia ed il messaggio.

Le foto posizionate su sfondo bianco, ricordano un collage creato con tool o app molto semplici da utilizzare anche per un bambino. E sono proprio loro, i bambini israeliani, i protagonisti di questo annuncio stampa.

In Israele come anche in diversi altri paesi, su alcune case sono affisse delle targhe commemorative che raccontano la storia di personaggi del passato.

Purtroppo nelle stesse strade e nelle stesse case oggi molti bambini lottano per sopravvivere il freddo e la fame.

OTOT accoglie questi bambini per dargli una casa e fare sì che le loro storie vengano a galla. Che siano un giorno quelle le storie che in futuro ricorderemo.  

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Advertising Agency: FCB, Tel-Aviv, Israel
Head of Creative: Tal Perlmuter
Studio Manager: Leigh Dorneanu
Art Director: Alex Kolansky
Copy: Or Milshtok, Mattan Hallak

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Quale è il tuo annuncio stampa preferito di questa settimana? Aspettiamo il tuo commento sulla nostra pagina Facebook!

La street art di Alec Monopoly incontra gli orologi di lusso Tag Heuer

di Silvia Scardapane

La creatività quasi infantile dell’artista americano Alec Monopoly e l’eleganza del marchio svizzero Tag Heuer hanno generato una delle più irriverenti collaborazioni dell’anno, tanto da essere, a mesi di distanza, ancora chiacchieratissima nel mondo del marketing.

Alec Andon ha iniziato a dipingere all’età di dodici anni nella città di New York ma è solo una decina di anni fa, nel bel mezzo della crisi economica mondiale, che ha accostato al suo nome il noto gioco di società della Parker Brothers: Monopoly. Combinando elementi e personaggi, l’artista genera così una street art satirica ed irriverente che ha lo scopo di smuovere la coscienza collettiva americana (e non solo). Proprio per questo, non può che essere Mr. Monopoly la mascotte scelta dall’artista come protagonista di tutti i suoi interventi in strada e lavori in studio, intesa come una critica alle frodi finanziarie e alle grandi banche. In seguito Alec ha rivolto il suo interesse anche alla ricontestualizzazione di altre icone della cultura popolare, tra cui Paperon de’ Paperoni e Richie Rich. Dal 2008 ad oggi, Alec Monopoly ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali, esponendo nelle gallerie di tutto il mondo e partecipando a progetti di altissimo profilo, come la nota collaborazione con l’artista Avicii (anche Adrien Brody e Robert De Niro collezionano le sue opere).

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Non sorprende dunque che un marchio di famosi orologi svizzeri come Tag Heuer abbia scelto proprio Alec Monopoly come art provocateur della nuova collezione dedicata al mondo della street art. Il colore cola dal pennello sull’acciaio e sui tessuti preziosi che caratterizzano la filosofia della manifattura orologiera di lusso TAG (Techniques d’Avant Garde) Heuer, oppure ne colorano l’intera scocca. Sin dalla fondazione del brand, nato nel 1860, è infatti questo il pilastro che ha reso forte l’azienda, insieme all’indiscutibile tecnologia d’avanguardia.

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Eppure, anche per un’impresa da milioni di euro, la street art diventa accattivante non solo per rinfrescare la propria immagine, ma anche per avvicinarsi ad un pubblico sempre più vicino all’arte urbana contemporanea. Così lo stile di Alec Monopoly è divenuto una vera fonte d’ispirazione per numerosi eventi e opere realizzati per i clienti dell’azienda.

“Essere il primo, unico e diverso, è stata la mia filosofia negli ultimi quarant’anni. Con Alec come art provocateur nel mio team TAG Heuer, desidero non solo continuare a riconnettere il brand alla nuova generazione, i millennial, ma anche aprire la strada a nuove forme di espressione, in tutti i settori, dai prodotti al marketing, dalla comunicazione alla distribuzione… La sua creatività anticonvenzionale e il suo entusiasmo sono contagiosi!” Jean-Claude Biver, CEO di TAG Heuer e Presidente della Divisione Orologi del gruppo LVMH

La combo Alec Monopoly e Tag Heuer ha davvero conquistato il mercato e soddisfatto gli acquirenti del brand sollevando però non poche domande: la street art, concepita dall’artista in un momento di crisi, è divenuta infatti simbolo di ricchezza più che di coscienza popolare. Lo stesso artista ha più volte discusso la sua posizione trovando però, proprio in questo gesto definito contraddittorio, la piena affermazione di quanto i suoi personaggi vogliono in realtà comunicare. Un atteggiamento quasi riconducibile ad alcuni lasciti dell’arte novecentesca che, in fondo, proprio tramite l’accentuato umorismo, smontava le “grandi menzogne” della cultura moderna.

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Proprio il duplice aspetto analizzato ci ha spinti a raccontare questo particolare case study che, molto probabilmente, ha reso la collaborazione così affascinante agli occhi degli esperti e del mondo del marketing.

Allontana queste 9 cattive abitudini e sarai felice (anche al lavoro)

Le cattive abitudini compromettono la produttività in modo lento ma insidioso finché non ti accorgi che stai sprecando tanto tempo e non sai neanche in cosa. La lista dei lavori da fare si riempie, la soddisfazione personale e professionale crolla. La creatività è bloccata e cresce l’imprecisione. Oltre ad aumentare il rendimento, un maggiore autocontrollo su queste abitudini sbagliate migliora anche l’umore, come dimostrato dal recente studio di alcuni ricercatori dell’Università del Minnesota “Too much of a good thing? Exploring the inverted-U relationship between self-control and happiness”.

Travis Bradberry, autore del libro “Emotional Intelligence 2.0” e fondatore del portale di test e corsi sull’intelligenza emotiva TalentSmart, ha individuato alcune abitudini che sarebbe meglio perdere.

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#1. Stare su Internet quando non serve

Ci vogliono quindici minuti consecutivi di concentrazione per entrare appieno in un’attività. Superato il primo quarto d’ora, si passa a uno stato di produttività euforica chiamato flow. Quando ti distrai per leggere le notizie, controllare Facebook o il punteggio di una gara sportiva, il flusso si interrompe. E bisogna di nuovo superare i 15 minuti iniziali. Se ti connetti a Internet in continuazione potresti non entrare mai nella fase di flow nel corso di una giornata.

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#2. Perfezionismo

Quando dobbiamo iniziare un lavoro, tendiamo a bloccarci perché le idee che abbiamo non ci sembrano mai perfette. È quello che capita a uno scrittore quando trascorre ore e ore a definire la trama o il carattere dei personaggi di un romanzo senza buttare giù nulla sul foglio. Se non cominciamo, non produrremo mai nulla. Come dice la scrittrice statunitense Jodi Picoult, “puoi correggere una pagina scritta male ma non una pagina bianca”.

Credits: Adobe Stock #90931660

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#3. Partecipare a riunioni

Le persone super produttive evitano sempre i meeting. Ma non è sempre possibile e talvolta neanche ottimale per un’attività lavorativa. Meglio presentarsi a ogni incontro specificando che si resterà solo se verrà rispettata la scaletta. Questo motiva i partecipanti a restare focalizzati e a essere efficienti.

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#4. Rispondere subito alle email

Quando si è impegnati su un compito e le email continuano ad arrivare sullo smartphone, sul computer o sul tablet, ci si distrae con facilità. Rispondere alle comunicazioni appena ricevute significa avere interruzioni costanti. Il consiglio di Bradberry è di mettere degli alert per i clienti e i colleghi più importanti e di occuparsi in un secondo momento degli altri messaggi.

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#5. Rimandare la sveglia

Una tentazione per tutti. Durante il sonno il cervello si muove secondo una serie di cicli, l’ultimo dei quali ci porta a essere preparati per il momento della sveglia. Ecco perché a volte capita di alzarsi proprio al momento in cui dovrebbe suonare l’allarme: il cervello sa che è tempo di farlo ed è pronto. Rimettersi a dormire fa perdere questa prontezza, con il risultato che ti sveglierai più tardi e sarai anche stanco e stordito.

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#6. Il Multitasking

Su questo punto c’è dibattito. C’è chi dice che in realtà alcuni tipi di multitasking siano positivi. Per esempio Paula Rizzo, maestra delle to do list e fondatrice del sito Listproducer, sostiene che lo stress può spingere a diventare più produttivi. Rispondere alle email e parlare al telefono non è un’accoppiata vincente perché è difficile dividere il cervello fra due doveri del genere. Ma camminare e ascoltare un podcast o un notiziario può essere un multitasking utile. Non secondo Bradberry che cita una serie di ricerche dell’università di Stanford secondo cui i multitasker mostrano performance inferiori di chi fa una cosa per volta.

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#7. Rimandare le cose più difficili

Anche qui i guru della produttività sono divisi. Certo è che la nostra energia mentale è limitata e si consuma in breve tempo. Conviene lavorare subito al compito più complesso e sfruttare il momento migliore. D’altra parte questa attività potrebbe occupare talmente tante ore da rendere impossibile fare altro. Secondo la già citata Paula Rizzo, meglio cominciare con i piccoli passi più facili per acquistare fiducia in vista del dovere più impegnativo.

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#8. Usare cellulare, pc e tablet a letto

Ormai si lavora dappertutto e i nomadi digitali lo fanno anche da una spiaggia o in cima a una montagna. Ma usare gli apparecchi elettronici prima di andare a dormire rovina il sonno. Diversi studi, in particolare una ricerca condotta nel 2014 da Cristopher Barnes dell’Università di Washington, hanno dimostrato che la luce blu emessa dal cellulare inibisce la produzione dell’ormone del sonno, la melatonina. Una notte insonne ha effetti disastrosi sulla produttività.

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#9. Assumere troppo (o troppo poco) zucchero

La quantità giusta sta nel mezzo. Il glucosio funziona come benzina per l’energia del cervello. Se è troppo poco, ci si sente stanchi, se è troppo rende nervosi e incapaci di concentrarsi.

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Come educare i più piccoli ad un uso consapevole dei social? Con Kudos (forse)

Mentre cyberbullismo, hate speech, fake news e via discorrendo dilagano e mietono vittime anche tra gli utenti più navigati, esiste un modo per mettere al riparo i più piccoli e prepararli ad entrare nel mondo dei social? Kudos potrebbe essere la risposta. Si tratta di un‘app di social sharing rivolta esclusivamente ad utenti tra gli 8 e i 13 anni, con l’obiettivo di educare questa delicata fascia demografica ad un utilizzo consapevole dei social media, e allo stesso tempo creare un ambiente di svago sicuro e positivo.

L’app, che è appena stata lanciata negli Stati Uniti ed è il risultato di un lungo lavoro iniziato nel 2014, è nata proprio con l’obiettivo di promuovere il positive sharing – la condivisione di contenuti positivi – fornendo ai ragazzi una piattaforma adatta a creare un vero senso di community, connessione e supporto reciproco.

Suona ambizioso? Vagamente utopistico? Probabilmente noioso? Vediamo più da vicino di cosa si tratta.

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Come funziona Kudos?

Per iniziare, i ragazzi devono creare un profilo comprensivo di foto, nome per intero (nome e cognome), username e password, inserire la data di nascita ed l’indirizzo email di un genitore. A questo punto, una volta che il profilo sarà approvato dall’adulto, il gioco è fatto: potranno iniziare a condividere foto, aggiungere filtri, commenti, amici, e selezionare a chi mostrare o meno i propri contenuti. Proprio come in qualunque altro social (soprattutto Instagram, come puoi vedere). 

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Fonte: Kudos

I genitori potranno monitorare l’attività dei figli attraverso delle notifiche, e qualunque contenuto pubblicato passerà sotto l’occhio attento di un team dedicato h24 alla moderazione, e di un apposito software per il riconoscimento di testi e immagini. 

Perché ci piace

Instagram è stato definito il peggior social dal punto di vista della salute e il benessere mentale per i più giovani. I motivi? L’alta esposizione ad ansia, depressione, bullismo, e il complicato rapporto con l’aspetto fisico, l’auto-espressione e il senso di community. Allo stesso tempo, però, social come Instagram e Snapchat hanno visto quest’anno una crescita esponenziale di popolarità proprio nella cosiddetta fascia dei teen.

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Nonostante esista un limite di età per iscriversi a questi social (13 anni, appunto), la pressione per esserci a tutti i costi è sempre più forte anche tra i più piccoli, e molti genitori finiscono col cedere e concedere la creazione di un profilo anche prima. Monitorare costantemente quello cha accade, poi, diventa praticamente impossibile. Kudos rappresenta invece uno spazio sicuro, in cui i genitori possono avere piena consapevolezza di ciò che succede, affidandosi ad un semplice sistema di notifiche e allo screening accurato di un team dedicato.

Oltre all’aspetto della sicurezza, poi, il social ha una mission ben precisa: non solo mettere al riparo da un uso scorretto e potenzialmente pericoloso per i minori, ma anche promuovere attivamente un ambiente di condivisione positivo. Come? Attraverso simpatici e non invasivi reminder (ad esempio, nel campo dei commenti, compare la scritta “leave a nice comment” – lascia un commento simpatico, ndr) e una serie di altre feature.

L’aspetto tipicamente ludico non passa tuttavia in secondo piano. Da questo punto di vista, infatti, Kudos sembra ricordare molto Instagram, sia per alcune feature che per la componente prettamente visual. L’app è stata infatti testata con migliaia di utenti beta – quasi tutti di età inferiore ai 13 anni – proprio per comprendere al meglio i bisogni e gli interessi reali di questa fascia d’età in ambito social. Non a caso, il team che lavora al progetto vanta professionisti che hanno collaborato con Instagram, Pixar e Disney, solo per citarne alcuni.

Non meno importante, infine, è l’assenza (per il momento) di contenuti pubblicitari. Sappiamo bene quanto questa fascia di utenti possa essere altamente influenzabile e appetibile per il mercato, e il fatto che sulla piattaforma di Kudos questa componente sia esclusa fa comunque piacere. Soprattutto ai genitori, c’è da scommettere.

Anche se…

In linea teorica gli aspetti positivi di Kudos sono evidenti. Ma viene da chiedersi…Può funzionare davvero?

Instagram e Snapchat sono ormai talmente popolari che c’è il rischio che una piattaforma minore, nuova e così limitante da un certo punto di vista, possa avere poco appeal. In fondo, uno dei motivi principali per cui i teen adorano questi social è che possono seguire i loro idoli – cantanti, attori…teen celebrity (!) e quant’altro. Qui su Kudos non ci sono Selena Gomez o Ariana Grande. Può essere davvero interessante per i ragazzi? Può esserci lo stesso tipo di engagement? Kudos, da parte sua, già sta pensando di implementare un modo per consentire alle celebrity di essere presenti sulla piattaforma e comunicare con i fan in futuro. Staremo a vedere. 

Nel frattempo, pensiamo ad un altro potenziale punto critico. Promuovere e diffondere solo messaggi positivi – censurando quindi ogni commento vagamente negativo a prescindere – è davvero la strada giusta per educare e preparare i più piccoli ad affrontare i social? Non c’è il pericolo, forse, di creare un mondo fittizio controllato dagli adulti, che non prepari affatto alla “vita reale sui social”, ma anzi li renda ancora più inermi? Su Kudos, ad esempio, ci sono solo tre reactions. Tutte positive. 

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Fonte: Kudos

Viene anche da chiedersi, a questo punto, se sia così indispensabile che i bambini siano presenti su piattaforme social, anche se appositamente pensate per loro.

Per il momento rimangono un po’ di interrogativi aperti. Noi ne seguiremo gli sviluppi, ma non possiamo che apprezzare l’intento programmatico di Kudos: “promuovere il coraggio di esprimersi, di creare, di coesistere, di connettersi e di rispettarsi a vicenda”. Per i più piccoli, ma non solo.

7 trend che stanno già cambiando il mondo (e faranno girare i soldi), secondo Elon Musk e i grandi Ceo

Senza che neanche ce ne accorgessimo – o quasi – siamo entrati nell’ultimo trimestre di quest’anno. Una fase significativa per molte aziende, che proprio ora cominciano a far partire piani e strategie che investiranno il 2018.

Se abbiamo cominciato l’anno, anche qui, parlando dei trend di business e di innovazione da seguire, non possiamo far altro che assecondare ancora una volta lo svolgimento dell’anno aziendale e cominciare a dare uno sguardo a quelle che saranno le tendenze economiche e tecnologiche che influenzeranno in modo significativo il nostro futuro (anche quello meno prossimo).

Lo facciamo accompagnati dal bell’excursus di Lisa Calhoun, General partner di Valor Ventures, autrice di How you Rule the World e direttrice del magazine americano FemaleEntrepreneurs, da poco comparso sulle colonne di Inc.com.

In un percorso attraverso le prospettive disruptive di grandi CEO come Elon Musk e Jack Dorsey, scopriamo alcuni dei trend che modelleranno il nostro futuro.

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1. I viaggi interplanetari

Il CEO di SpaceX, Elon Musk, parlando della missione che punta a portare l’uomo su Marte entro il 2024 ha dichiarato:

«Il nostro obiettivo per far arrivare l’uomo e garantirgli l’infrastruttura di base per la produzione di carburanti e la sua sopravvivenza è già in atto. Stiamo cercando di costruire, volendo fare un’analogia un po’ rudimentale, l’equivalente di quello che avvenne con la ferrovia transcontinentale».

Milioni di persone e centinaia di imprese dovrebbero essere reclutate per rendere Marte una realtà abitabile dall’uomo e non si può fare a meno di tenere in considerazione anche questo aspetto nella nuova corsa allo spazio.

2. Gig Economy (e lavoro freelance)

Secondo il CEO del brand omonimo Cynthia Rowley, il business del futuro sarà sempre più veloce e richiederà meno dipendenti e sempre più lavoratori freelance:

«Abbiamo circa 50 dipendenti in Cynthia Rowley, ma ogni anno fatturiamo centinaia di milioni di dollari in prodotti. Non si tratta quindi di valutare il numero dei dipendenti di un’azienda, ma di creare valore in modo agile, dal punto di vista dell’imprenditore».

Soprattutto le aziende che si occupano di produzione vera e propria, grazie all’automazione vedranno decrescere il numero di impiegati, anche se chi conosce il Made in Italy e sa quale sia il valore dell’artigianalità del prodotto e dunque delle persone che vi sono alle spalle, capisce che il discorso può essere valido per alcune industrie, ma non generalizzabile a livello globale.

3. La trasparenza come driver aziendale

È stato Jack Dorsey, CEO di Twitter, a twittare la scorsa settimana che dobbiamo essere molto più trasparenti per poter costruire fiducia grazie alle nostre azioni. E questo significa cominciare ad applicare questo concetto al rapporto con e tra gli utenti online.

4. Sharing economy, ma non come la conosciamo oggi

No, non è finita qui l’epoca della sharing economy, specialmente per quanto riguarda la condivisione di case e soluzioni abitative. Ce lo rivela la recente partnership tra Airbnb e Niido. Harvey Hernandez, founder e sviluppatore di Niido ha dichiarato: «Poco meno di due anni fa abbiamo sviluppato l’idea di creare una community di affitti in cui offrire agli affittuari la possibilità di fare home-sharing, per mitigare il costo della vita. L’idea è piaciuta ad Airbnb e in pochi mesi siamo già pronti a partire».

Anche le abitazioni in affitto, quindi, si trasformeranno presto in una possibilità di reddito per gli inquilini. Resta da scoprire come e a quali nuovi problemi legali potrebbero andare incontro le due società.

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5. Intelligenza artificiale e machine learning

Secondo quanto ha scritto Tom Simonite su Wired: «All’interno di un progetto chiamato AutoML, i ricercatori di Google hanno insegnato a un software di machine learning a costruire un altro software di machine learning. In alcuni casi il risultato è stato superiore a quello che i ricercatori avrebbero mai potuto progettare».

Mentre Tim Urban, parlando della nuova società di Elon Musk, Neuralink, ha dichiarato che: «Mentre SpaceX e Tesla mirano a ridefinire come agiranno e si comporteranno gli esseri umani in futuro, Neuralink vuole ridefinire chi saranno gli esseri umani».

Un cambio di prospettiva e una riflessione sul rapporto uomo-macchina dal quale non si può prescindere e al quale siamo chiamati con una urgenza sempre maggiore.

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6. L’inarrestabile crescita equity crowdfunding

Le startup ne fanno spesso una questione di sopravvivenza, ma il professore di Stanford Maxwell Wessell, investitore in NextGen Venture Partners, ha scritto sull’Harvard Business Review: «In un mondo di imprese definite asset-light, non è più possibile parlare di finanziamenti attraverso il debito. Per questo si andrà sempre di più verso l’equity, una sorta di partecipazione in azienda e una risorsa molto meno costosa per le nuove imprese che devono ancora consolidarsi».

Un modello molto più agile, in grado di rendere le nuove aziende più competitive dei vecchi colossi. Facendo un semplice paragone Wessell scrive: «Considerate i produttori di automobili come Ford o General Motors. Ogni azienda ha un core business da seguire e degli investitori da compiacere. Ogni azienda deve affrontare nuovi modelli di mobilità, guida autonoma e flotte elettriche. E in ognuno di questi spazi ci sono concorrenti asset-light, – cioè aziende che utilizzano modelli strutturali più snelli, che minimizzano beni e attrezzature interni mediante l’utilizzo di risorse esterne –  (come Uber, Cruise, Zoox) che possono prendere in prestito miliardi di fatturato, in un campo di gioco che diventa sempre meno equo».

7. La diversità

Sallie Krawcheck, fondatore di Ellevest, parlando a Vogue ha dichiarato: «Vi scandalizzerò dicendo che la crisi finanziaria è stata causata in buona parte dalla presenza di troppe persone le une uguali alle altre che gestivano le diverse industrie. […] Non si sono accorti che la crisi stava arrivando, causando l’implosione dell’economia. Ciò che rompe il groupthink, cioè quella pratica di pensare o di prendere decisioni come gruppo, in un modo che scoraggia la creatività o la responsabilità individuale, invece, è proprio la diversità».

Una diversità che dovremmo imparare sempre di più a leggere anche come un valore economico e non più come fonte di destabilizzazione.

Sony, Coca-Cola, Atari, Snapchat. I brand viaggiano nel futuro insieme ai Blade Runner

Blade Runner 2049 è una manna dal cielo per il marketing e i brand

La nostalgia è sempre una carta vincente, e Sony lo sa bene. E quale altro potrebbe essere un insight tanto centrato quanto questo per promuovere il lancio di una pellicola come Blade Runner 2049, un film che ha monopolizzato interi discorsi di appassionati e critici già dalle prime riprese, che mantiene da due settimane il primato al botteghino e non sembra avere rivali nella corsa al titolo di “Film dell’anno”.

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Feel the Sony Beyond: tra passato, presente e futuro

Oltre all’onnipresente product placement, la multinazionale giapponese ha pensato di pubblicizzare i televisori Bravia con una campagna che ripercorre i 35 anni che separano il “Blade Runner” di Ridley Scott dal “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve.

Nuova campagna Sony per Bravia

1982, è da qui che parte il viaggio di “Feel the Sony Beyond”.

“Feel the Sony beyond”, concepita dalla Dentsu una delle agenzie pubblicitarie più famose al mondo, inizia inquadrando un salotto popolato da giovani che seguono ogni stereotipo modaiolo degli anni ’80 intenti a farsi trascinare nel futuro dalla pellicola di Scott che guardano in un vecchio schermo con tubo catodico.

35 anni fa, BLADE RUNNER ha cambiato il modo di guardare al futuro

Cita il claim iniziale. E ai più sensibili non può sfuggire quel gigantesco Easter Egg con il ragazzo che fa il gesto di togliersi le cuffie del walkman.

Sony ricorda Blade Runner nella nuova campagna per Bravia

Il viaggio nel tempo di “Feel the Sony beyond” fa tappa nel 2005.

Il set non cambia, si evolve, e con una veloce virata di camera ci troviamo nel 2005: il televisore si è appiattito, la musica più concitata e gli spettatori non hanno più i capelli permanentati e le camicie fluo ma rimangono ugualmente incantati davanti alla visione del film.

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Salto di piano e di decade per il frame finale: la fotografia si ricopre di una futuristica patina blu, stessa stanza, 4 ragazzi, divano ergonomico e tv Bravia che trasmette il trailer di “Blade Runner 2049”. L’estasi è la stessa ma la pellicola è cambiata e, dalle facce rapite degli spettatori, la camera entra nel trailer mostrando l’ologramma gigante con il logo Sony proiettato nel futuro distopico immaginato da Philip K. Dick, ed entrando nella pellicola, seguendo Ryan Gosling, l’erede designato di Harrison Ford.

Il video è stato girato in Spagna e diretto da Edu Vieitez (che ha già collaborato con nomi del calibro di Young & Rubicam, Ogilvy, Leo Burnet, TBWA e tante altri) in un set costruito e customizzato da PSN Spain e Guns Rock.

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Non solo Sony: da Snapchat a Coca-Cola, un franchise che compete con Star Wars

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Se Philip K. Dick si chiedeva se anche gli androidi sognassero pecore elettriche, Scott, nella sua visione dell’82, ci mostrò nella sua estetica distopica una metropoli fatta di auto volanti, piogge incessanti e soprattutto pubblicità aggressiva, viva, ologrammi che prendevano vita dai billboard giganteschi che popolavano la città.

 I brand viaggiano nel futuro insieme ai Blade Runner

Ma se la pellicola è entrata nel mito, lo stesso non si può dire dei brand protagonisti della versione con Roy Batty e Rick Deckard: molti di loro non hanno superato la prova del tempo, tanto che nel mercato si è parlato di una vera e propria “Maledizione di Blade Runner”.

I brand viaggiano nel futuro insieme ai Blade Runner

Pan Am è morta, Atari ha visto il suo mercato ridimensionarsi in scala, RCA Corp e Bell Telephone non esistono più. Rimane solo lei, Coca-Cola, che ci guarda dall’alto della sua immortalità.

Sony sonsorizza bravia omaggiando Ridley Scott e il suo Blade Runner

Il product placement Coca-Cola in Blade Runner 2049. L’unico Brand a non essere stato scalfito in 35 anni.

Ma visto il clamore che ha suscitato questo ritorno sul grande schermo dovevamo aspettarci che i brand non sarebbero stati fermi a guardare quello che si è preannunciato come uno dei ritorni più attesi degli ultimi anni.

Una piccola carrellata con i brand che hanno scelto il 2049 per tornare:

Atari

 I brand viaggiano nel futuro insieme ai Blade Runner

Lo storico marchio del videoludico statunitense, seppur ridimensionata nella sua importanza, non si è fatta scappare l’occasione di partecipare anche al sequel del padre degli sci-fi moderni, annunciando l’uscita degli Speakerhat. Realizzati in collaborazione con Audiowear, gli Speakerhat sono cappellini da baseball con microfoni e speaker stereo integrati, che si connettono via Bluetooth a qualsiasi device, per ascoltare file audio ed effettuare chiamate.

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Snapchat

Se attirare l’attenzione di quelli che hanno amato il capolavoro di Scott non è stato difficile, per catturare i più giovani è stato necessario calarsi nel loro habitat naturale. Per farlo Snapchat ha creato nuovi filtri e 3D World Lenses.

Johnnie Walker

Il celeberrimo wisky scozzese in occasione del lancio di Blade Runner 2049 ha pensato di proporre ai suoi clienti “The Deckard”, un nuovo cocktail futuristico creato insieme al master blender Jim Beveridge.

Non solo, il brand scozzese ha coinvolto direttamente Denis Villeneuve nel design di Johnnie Walker Black Label – The Director’s Cut.

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I replicanti della Wallace Corporation nel cuore di Milano

Il film di Villeneuve prende vita anche nelle strade della metropoli meneghina; l’unica attività unconventional per l’Italia è stata sviluppata da Urban Vision e Addendo per Warner Bros.

Dal primo al 15 ottobre, in Corso Garibaldi, è apparsa una maxi teca con all’interno un modello di replicante Nexus 9 bagnato dalla pioggia incessante che caratterizza la metropoli di Blade Runner dall’82 al…2049.

L’affissione recita “Creiamo angeli al servizio dell’umanità” il pay off della Wallace Corporation. 

Blade Runner 2049 promette di diventare un franchise da far concorrenza a Star Wars

Blade Runner e (parte di) Blade Runner 2049 sono tratti dal romanzo fantascientifico “Ma gli androidi sognano pecore elettriche” di Philip K. Dick.

Così Instagram ci abitua a mangiare con gli occhi (e i ristoranti regalano kit per le foto)

Sui social è cibo-mania. Alzi la mano chi tra di voi pubblica almeno una foto di cibo alla settimana. Scattiamo, sistemiamo luminosità, contrasto, atmosfera e nitidezza. Rendiamo uniche e a prova di effetto “wow” le foto dei nostri piatti preferiti. Amiamo condividere il cibo. Ma non tanto in senso fisico, quello lo facciamo solo in alcune occasioni o con persone che amiamo, quanto sui social, in particolare su Instagram.

È quasi impossibile scorrere tra i post popolari di Instagram senza visualizzare una foto che abbia come hashtag #foodporn, #delicious o #soyummy.

Intorno a questi hashtag sono nate tendenze che hanno cambiato la percezione del cibo e hanno influito sul nostro modo di consumarlo. Infatti una volta che le foto di questi piatti diventano instagram-friendly e virali, possono rivoluzionare il modo in cui li mangiamo. Ad esempio la colazione è passata da una semplice tazza di latte caldo e cereali a un più fotogenico toast con l’avocado (ci sono più di 500.000 foto condivise con l’hashtag #avocadotoast) o a coloratissimi smoothie.

Instagram Food

Secondo il rapporto annuale della Waitrose Food and Drink realizzato in Gran Bretagna, i giovani tra i 18 e i 24 anni hanno una probabilità cinque volte maggiore di condividere foto di cibo, rispetto alle persone con più di 55 anni. Questo spiega anche perché sia più difficile reperire, tra le foto di Instagram, piatti tradizionali e classici come una fumante polenta o una succulenta lasagna.

Cose che si vedono solo su Instagram

Per questo Instagram è diventato il regno  dei gelati al gusto “unicorno” o delle torte a forma di flamingos e di hamburger alti quanto un grattacielo di New York. Il cibo fa tendenza e non importa se alla fine ciò che viene fotografato non è gustoso, l’importante è fotografare qualcosa di unico, che entusiasmi e catturi l’attenzione dei nostri followers. Ma saranno deliziosi cosi come sembrano?

Molti di questi piatti sembrano impossibili da mangiare, come il CheeseBomb del ristorante Maxwells di Londra, un hamburger completamente immerso nella fonduta di formaggio, che lo ha reso uno dei piatti più Instagrammati del ristorante.

Come Instagram sta cambiando il modo in cui mangiamo

Poi ci sono i cibi colorati e le bevande piene di coloranti e dolcificanti sciropposi, che solo palati di età inferiore a sette anni, possono provare piacere a gustarne un sorso, come il famigerato Unicorn Frappuccino di Starbucks.

Instagram Food

Scegliamo il ristorante in base alle foto

Immaginate se il classico frappuccino si travestisse da unicorno. Una versione in edizione limitata della bevanda che è stata definita come “una combinazione di colori e sapori che cambiano” e che ha letteralmente spopolato su Instagram rendendolo il soggetto ideale per gli scatti di migliaia di utenti.

Non c’è dubbio che i social media hanno rivoluzionato il nostro modo di percepire il cibo e influenzato le nostre scelte di consumo.

A sostenerlo è la ricerca condotta da Havas Worldwide che analizzando i comportamenti dei Millennials, ha individuato come un’ampia fetta di questi utenti scelgono il ristorante guardando le foto su Instagram, vengono influenzati da ciò che mangiano le celebrità e iniziano a cucinare guardando le ricette dai brevi video di dieci secondi. Filtri, inquadrature e hashtag giusti, hanno reso sempre più attraenti cibi che prima non lo erano. Il junk food in questo vince a mani basse.

Cibi e ristoranti instagrammabili e chef Instagramers

La tendenza di rendere più attraenti i piatti o gli ingredienti che si utilizzano ha colpito non solo i singoli utenti, ma anche catene di supermercati, ristoratori e Chef pluristellati. I cibi instagrammabili sono arrivati sin sopra gli scaffali della nota catena di supermercati brittanica Sainsbury’s, dove sono comparse per la prima volta le uova blu.

Instagram Food

Un test durato più di 5 anni con l’obiettivo di creare l’uovo dalla scatto perfetto. Ebbene si, le uova sono uno degli alimenti più fotografati su Instagram (circa 9 milioni di foto condivise con l’hashtag #eggs).

Per ottenere l’uovo è stata utilizzata una gallina particolare, la British Blue, che produce uova con un guscio azzurro e un tuorlo giallo brillante, supportato anche da una dieta a base di mais e fiori gialli come la calendula.

Nei ristoranti arrivano i kit per le foto

E anche i ristoranti si sono adeguati a questa tendenza come il Dirty Bones di Londra, che ha deciso di incoraggiare questa pratica, fornendo ai propri clienti un vero e proprio Instagram kit direttamente al tavolo, in modo da migliorare la qualità delle loro foto e aumentare il numero dei like.

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Cosa contiene il kit? Una luce Led, un selfie stick treppiedi e delle lenti da agganciare al telefono. “Cerchiamo sempre di creare cocktail e piatti innovativi, che siano deliziosi e al contempo belli da vedere. Vogliamo aiutare le persone a scattare la foto perfetta”, ha affermato il fondatore del ristorante Cokey Sulkin.

Altro caso è quello del ristorante israeliano Carmel Winery che ha creato un concept chiamato Foodography: si tratta di un intero menù servito in stoviglie speciali, progettate per permettere di scattare foto di qualità professionale attraverso lo smartphone.

Il risultato finale? Circa 400.000 dollari di promozione gratuita, grazie alla visibilità sui media globali e un aumento delle vendite del 13%.

E chi l’avrebbe mai detto che anche un pluristellato chef come Alain Ducasse, tre stelle Michelin presso l’Hotel Dorchester di Londra, potesse dichiarare che “la cucina è una festa per gli occhi e ho capito che i nostri ospiti desiderano condividere queste emozioni attraverso i social media.”?!

Instagram Food

Mangiare con gli occhi

Ma perché così tanto interesse per il cibo da guardare, invece che da mangiare? Come diceva il gastronomo Apicio nel I secolo d.C.: “il primo assaggio è quello con gli occhi”. Il nostro cervello si nutre su Instagram. Tutti abbiamo provato quella sensazione di formicolio allo stomaco che ci coglie di sorpresa quando vediamo un piatto gustoso. Diverse ricerche dimostrano che la semplice vista di piatti belli da vedere, scatena alcune aree del cervello, tra cui quella della ricompensa e del gusto.

Ogni qualvolta visualizziamo immagini di alimenti succulenti, il nostro cervello simula di mangiare realmente il cibo che stiamo guardando, impegnando più energie del previsto per resistere a queste tentazioni digitali.

Per fortuna che mangiare con gli occhi si può, tanto non si ingrassa.