Chi sono e come individuare le Personas, ovvero: il lato umano del social media marketing

C’è chi le accosta al termine “buyer” considerandole soggetti a cui vendere, chi invece le definisce “digital” contestualizzandole nel mercato online e chi infine le chiama “audience”, in quanto destinatarie di contenuti e messaggi, insomma, quando si parla di personas c’è ancora parecchia confusione.
La cosa certa è che qualunque sia il modo in cui vengono definite, le personas rivestono un ruolo fondamentale all’interno delle strategie di marketing. Esse difatti vengono descritte come delle raffigurazioni semi-reali di un segmento target; non vanno quindi confuse né con soggetti di fantasia né con i clienti attuali.

Le personas rappresentano la naturale conseguenza di quello che per le aziende è una cruda e triste verità che può essere riassunta così: no, il vostro target non è il mondo intero e sì, esiste qualcuno a cui non piacete.

I quesiti da porsi sono dunque diversi: chi sono “veramente” i miei consumatori? Come posso raggiungerli stimolando il loro interesse?

le personas

Le personas ai tempi dei social media

Prendendo in esame il contesto dei social media, è stato ampiamente dimostrato che l’utilizzo di criteri “classici” di segmentazione del mercato come ad esempio età, sesso e provenienza geografica, non sono più sufficienti o, in certi casi, possono risultare dannosi per un brand.

Ciò che invece risulta essere efficace nell’ambito del targeting è il focus su una vera e propria profilazione dettagliata dei soggetti, che deve avvenire sulla base di variabili trasversali come ad esempio gusti, interessi, comportamenti di acquisto o livello di utilizzo della tecnologia.

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Come individuare le personas

Come afferma Autumn Sullivan in un suo articolo, “le personas sono il faro, la bussola, il co-pilota dell’azienda“, e non possono pertanto essere individuate seguendo l’istinto o affidandosi alla pericolosa convinzione di conoscere bene il mercato in cui si opera.

In quest’ottica, l’approccio da adottare per la creazione delle personas deve essere di tipo analitico, il che comporta meno creatività e un maggior studio delle informazioni che provengono dal mercato; ciò dovrà essere integrato con l’analisi dei dati storici dell’azienda e con i vari report di social e web analytics.

Esistono anche dei tool come ad esempio MakeMyPersona di HubSpot che guida l’utente nella creazione delle personas mediante una serie di domande a mo’ di checklist.

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Le personas come punto di partenza e non di arrivo

Il risultato di questo lavoro sarà la creazione di un profilo di cui l’azienda avrà individuato sia aspetti demografici, sia elementi come obiettivi, ruoli all’interno della famiglia e organizzazioni, sfide quotidiane, comportamento online, utilizzo dei social, preferenze di shopping e di comunicazione.

In pratica, una volta definito l’identikit della persona, risulterà più facile gettare le basi per la costruzione di una strategia di marketing, per la realizzazione di campagne di advertising o per la  creazione di contenuti che risultino rilevanti ed efficaci per quel determinato pubblico. Le personas rappresentano quindi una priorità assoluta, un obiettivo da cui dipende l’intero approccio al mercato dell’impresa.

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Persone, non dati

In conclusione, è bene ribadire ancora una volta che non si sta parlando solamente di numeri: dietro a percentuali e caselle excel ci sono sempre loro, le persone. Non va perciò dimenticato che il marketing è una scienza sociale e che i social media sono luoghi di conversazione, ecco perché sentiremo parlare sempre di più di modelli di business human-to-human!

Facebook e Instagram down. Cosa è successo

I server di Facebook e Instagram sono stati fuori uso per circa tre ore. Il down si è registrato nel pomeriggio, intorno alle 17.15 (ora italiana), quando entrambe le piattaforme social hanno iniziato a risultare irragiungibili, sia lato desktop che dalle app per dispositivi mobili smartphone e tablet.

Inizialmente il problema sembrava aver coinvolto gli utenti soprattutto di Europa e Stati Uniti. Ma problemi sono stati riscontrati in tutto il mondo, anche se non per tutti gli utenti. Il sito Down Detector ha certificato il down registrando migliaia di segnalazioni.

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A leggere le varie segnalazioni, gli utenti nei primi minuti hanno pensato si trattasse un rallentamento provvisorio dei server, ma poi il tilt si è protratto per ore: il feed dell’app è stato fuori uso, mentre chi, invece, si è collegato da desktop ha visualizzato una pagina bianca.

Poco prima delle 19.00 circa, lato mobile l’app di Facebook e il Facebook Messenger sembrano aver ripreso a funzionare, mentre lato desktop le piattaforme restavano irraggiungibili da browser ancora per circa un’ora.

Stando ai nostri riscontri, dalle 20.30 tutte le piattaforme coinvolte nel down hanno ripreso a funzionare correttamente.

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Problemi con le API

Facebook ha confermato il down, pur non specificando la natura del malfunzionamento delle piattaforme, con un post sulla sezione dedicata agli sviluppatori: “Un maggior numero di errori API”.  Ovvero quelle parti di codice, i cosiddetti microservizi, che fanno “dialogare” la piattaforma di Palo Alto con le app terze.

La rivincita di Twitter

Su Twitter, intanto, l’hashtag #Facebookdown è divenuto trending topic in pochi minuti. Qualche utente ha commentato con ironia l’improvvisa impennata di tweet sul social dell’uccellino blu: «Adesso abbiamo capito a cosa serve Twitter: a scrivere che Facebook è down».

(Questo articolo è stato aggiornato in tempo reale durante il down. Il testo che avete appena letto è frutto di un riadattamento definitivo della cronaca dei fatti).

La modella Dove che “diventa” bianca: «Non mi sento discriminata da quel video»

La vicenda della campagna Dove recentemente accusata di razzismo si arricchisce di un nuovo capitolo con la risposta a sorpresa della modella, arrivata tramite un’intervista rilasciata dalla ragazza al quotidiano britannico The Guardian.

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LEGGI ANCHE: La campagna Dove accusata di razzismo (di nuovo)

Lola Ogunyemi, la ragazza di colore protagonista dello spot, ha dichiarato di non sentirti una vittima, e di essere stata al contrario molto felice di essere stata scelta per questo spot di cui è estremamente orgogliosa.

«Avere l’opportunità di rappresentare le mie sorelle con la pelle scura in una campagna di un brand di bellezza globale mi sembra il modo perfetto per ricordare al mondo che siamo qui, che siamo bellissime, e più importante, che valiamo», scrive Lola Ogunyemi. «Sono stata entusiasta di essere parte di uno spot commerciale e promuovere la forza e la bellezza della mia razza».

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Addio a Windows Phone. Breve storia di come Microsoft ha perso contro Android e Apple

È suonato come un epitaffio il tweet con cui Joe Belfiore, VP di Microsoft, ha pubblicamente annunciato la fine di Windows Phone. Ieri il gigante del software ha ufficializzato quello che era nell’aria già da mesi: Microsoft non svilupperà nuove funzionalità o hardware per Windows 10 Mobile. 

I pochi fan di Windows Phone speravano che Microsoft avrebbe aggiornato la piattaforma con nuove funzionalità, ma è ormai chiaro che il sistema operativo non avrà un futuro e Microsoft si limiterà a mantenere l’assistenza per le correzioni di bug e per gli aggiornamenti per la protezione degli utenti esistenti.

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Durante la fase di sviluppo di Windows 10 Fall Creators Update, era già evidente che Microsoft non avrebbe più lavorato sull’esperienza mobile. Il processo di sviluppo del software si è dunque bloccato alla “feature2”, con il disappunto dei fan.

La piattaforma Windows Phone di Microsoft è morta da più di un anno, ma la società non l’ha mai ammesso prima. Anche il CEO Satya Nadella sembrava da tempo aver abbandonato il mantra “mobile-first, cloud-first”sostituendolo con le espressioni “intelligent cloud” e “intelligent edge”. Sembra infatti che Microsoft stia lavorando a uno scenario multi-dispositivo e a tecnologie cloud che non necessariamente includeranno il mondo di Windows.

Al povero Windows Phone non è concesso neanche un addio glorioso: lo stesso Belfiore, come Bill Gates giorni fa, ammette che è passato a Android.

Il punto cruciale della questione è che gli sviluppatori non sono mai stati attratti dall’idea di sviluppare app per Windows: il volume degli utenti è infatti troppo basso per stimolare l’investimento di aziende e developer.

Un passato di piccoli (troppo piccoli) successi

Dall’arrivo sul mercato Mobile Microsoft non ha mai raccolto davvero il giusto credito per il suo impegno:

Windows Mobile, al momento del suo lancio l’11 ottobre 2010, fece parlare subito di sé per la sua originalità e audacia: il design dell’interfaccia era veramente una novità rispetto ad iOS e ad Android. Completamente distante dallo scheumorfismo delle icone dei suoi due competitor, le tab colorate di Windows Phone misero in crisi alcuni utenti e affascinarono altri, rendendo subito esplicito l’intento di Microsoft di distinguersi in modo netto.

Il sistema operativo fu lanciato su telefoni esclusivi come Samsung Omnia 7 con un display OLED da 4 pollici, Dell Venue Pro con tastiera a scorrimento e HTC 7 Surround. Ma è stato l’anno seguente, nel 2011, il vero salto di qualità con l’arrivo di Windows Phone 8X e 8S grazie a HTC e il lancio di Lumia 800 con Nokia.

Nokia Lumia 800

Nel 2013 Microsoft ha dato un contributo interessante dal punto di vista dell’hardware: è l’anno di Lumia 1020 che al pari di Nokia 808 PureView (con sistema operativo Symbian) montava una fotocamera con sensore da 41 megapixel.

Il secondo semestre del 2013 però si distingue anche per i problemi che sorgono lato software con il sistema operativo Windows Phone: le applicazioni emergenti, come Instagram, tardano a realizzare la release per Windows e l’ostilità tra Google  e Microsoft porta ulteriori problemi. YouTube ad esempio è l’applicazione la cui assenza pesa di più sugli utenti.

Il 2014 è l’anno in cui Microsoft acquisisce Nokia e punta tutto sul brand finlandese: seguono una serie di tentativi (falliti) di riposizionamento nel mercato, in cui Microsoft si pone l’obiettivo ambizioso di mettersi in competizioni con i telefoni di fascia alta fino alla definitiva deposizione oggi delle armi e il ritiro.

La beffa: nel 2014 il progetto di un Windows Phone tutto schermo

Proprio mentre Microsoft annuncia ufficialmente il ritiro dal mercato della tecnologia mobile, arriva da Windows Central la notizia che nel passato di Windows Phone c’è stato anche un piccolo progetto ambizioso: lo schermo senza bordi, quello per intenderci che ha fatto gioire i fan di Apple all’annuncio del nuovo iPhone X.

Ricordate Microsoft Lumia 435?  Non vi preoccupate, non siete gli unici a non ricordare questo modello che era di fatto un device a basso costo. Al momento dello sviluppo però questo Lumia, nome in codice “Vela”, era stato pensato come un “telefono a tutto schermo”  disponibile ad un costo inferiore ai 200 dollari. Ovviamente il progetto non è andato a buon fine, ma Windows Central è comunque riuscito ad avere il prototipo che vedete qui sotto.

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Fonte @Windows Central

Windows Phone dal 2015 ad oggi è stato poco più che un sopravvissuto all’interno del duopolio Google/Apple: nonostante tutto, i suoi tentativi di diversificarsi, i fallimenti e i cambi di rotta hanno contribuito a movimentare le acque durante la battaglia navale tra i due big della tecnologia mobile e hanno mostrato nuove opportunità per le aziende che nutrono ancora speranze di entrare nel mercato Mobile.

Boom! “Google compra Apple”. Ma era un fake, e ci è cascato anche Dow Jones

«Google acquista Apple per 9 miliardi di dollari». Questa la sensazionale e quasi surreale notizia che per due minuti ha stravolto l’ordine naturale dell’industria del Tech e delle borse, quando il newswire di Dow Jones ha pubblicato il titolo.

Una fake news in piena regola che non è potuta passare inosservata, sia per le aziende che ha coinvolto, sia per la fonte autorevole che l’ha diffusa.

google compra apple

La notizia, peraltro, non è stata lanciata come una semplice breve di agenzia, ma come una news più completa di dettagli, con riferimenti ad un fantomatico accordo tra il CEO di Google Larry Page e Steve Jobs, emerso in occasione della lettura di un testamento di Jobs. L’accordo, secondo quanto diffuso da Dow Jones, avrebbe dovuto chiudersi proprio oggi, 11 ottobre 2017.

«Google compra Apple»: la puzza di fake era dietro l’angolo

Dubbi sono subito sorti da ogni lato, ovviamente: 9 miliardi di dollari non sarebbero una cifra irrisoria per la Apple? E poi, Google e Apple insieme, davvero?

Dow Jones ha rapidamente notato l’errore e si è affannato per cancellare la bufala dal proprio feed di notizie, ma nel frattempo le azioni di Apple hanno cominciato a salire (da 156 a 158 dollari), probabilmente come risultato dell’azione di bot broker che non sono stati in grado di comprendere che la notizia fosse falsa.

Poco dopo aver pubblicato la bufala Dow Jones ha dovuto smentire ufficialmente chiedendo scusa per quello che ha definito come “errore tecnico”, parte di un test tecnologico.

Per ora, insomma, non vedremo iPhone marchiati Google, né potremo esplorare le nuove Apple Maps. Ci chiediamo, però, quale futuro ci sia per la reale verifica delle notizie, se la fake news di oggi è stata lanciata per errore in una simulazione di automazione delle informazioni? E quanto conta ancora la capacità critica dell’individuo davanti alle bufale, anche quando sono diffuse da fonti ritenute attendibili per definizione?

Vi spoileriamo un po’ di cose sul futuro di Netflix (e perché costerà di più)

Netflix, il più grande network televisivo al mondo con oltre 104 milioni di abbonati in 190 paesi, ha compiuto un’interessante mossa sulla scacchiera del settore SVOD: a novembre cambierà il piano tariffario aumentando i prezzi degli abbonamenti Standard e Premium in USA e in diversi paesi europei, tra cui l’Italia.

Le nuove tariffe Netflix

Il valore del piano Standard, che include la possibilità di effettuare due sessioni streaming simultanee e in alta definizione, varierà del 10% (da $9.99 a $10.99, stesso valore in euro per l’Italia), il piano Premium, che include l’Ultra HD 4K e la possibilità di tenere 4 sessioni streaming contemporanee, aumenterà del 17% (da $11.99 a $13.99). Non subirà invece variazioni la tariffa dell’abbonamento Base che consente una singola sessione di streaming alla volta.

La borsa ha accolto con grande entusiasmo la notizia: lo scorso giovedì le azioni sono salite del 4.25% a $192.29 (il miglior guadagno infragiornaliero negli ultimi tre mesi), venerdì hanno raggiunto il picco di $198 e in quest’inizio di settimana il prezzo è in lieve discesa. 

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Fonte: Yahoo Finance

Il valore delle produzioni originali

Aumentando il prezzo dei piani di fascia alta, il pioniere del video-streaming ambisce ad ottenere un cospicuo flusso di liquidità per sostenere i suoi investimenti in produzioni originali, diventando sempre meno dipendente dalla sottoscrizione di licenze esterne e trincerando la propria leadership contro i concorrenti che iniziano ad affollarsi nell’arena.

L’oceano una volta blu si fa infatti sempre più rosso: player come Hulu, Amazon, Google o Apple stanno già erodendo quote di mercato, The Walt Disney Company pianifica la sua entrata in scena nel 2019 (e gli effetti speciali non mancheranno), mentre Mark Zuckerberg non resta certo a guardare.

Un’offerta di contenuti di livello qualitativo elevato che intercetti le preferenze di un’audience sempre più globale quindi diventa il vero e unico vantaggio competitivo: Netflix offre ai suoi abbonati contenuti distribuiti dietro licenza, serie-tv ormai iconiche commissionate a case di produzione esterne, come Narcos, House of Cards o ancora Suburra (prima serie TV in lingua italiana realizzata da Cattleya, produttore indipendente italiano che poche ore fa è stato acquisito dall’inglese ITV Studios) e contenuti autoprodotti.

L’obiettivo: contenuti originali entro il 2020

Quest’anno l’azienda investirà sei miliardi di dollari per sviluppare serie tv e film autoprodotti e sette miliardi nel 2018. Su quest’onda, di ieri la notizia della produzione di un documentario originale sulla Juventus in quattro puntate che vedrà la luce nel 2018 e che sarà distribuito in tutto il mondo. Insomma, a Los Gatos original content is the new black.

LEGGI ANCHE: La sfida di Apple a Netflix sui contenuti TV

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Ma il piano Base, ricordiamolo, costa uguale

Dietro la decisione di non variare i prezzi degli abbonamenti Base si celano due forti segnali. Innanzitutto, la crescente rilevanza per l’azienda dell’utente singolo che si connette principalmente da mobile ed un primo tentativo di conversione dei freerider, quegli utenti che accedono al servizio usando password di amici o colleghi.

Da un sondaggio di Reuters/Ipsos dello scorso luglio emerge che negli USA oltre un giovane adulto (18-24 anni) su cinque accede a servizi di video-streaming usando password prese in prestito da persone al di fuori del proprio nucleo familiare. Netflix e altri player hanno tollerato a lungo questa pratica, generalmente etichettata come un costo sommerso necessario.

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Fonte: www.reuters.com

Con una maggiore differenziazione tra le tariffe diventa più conveniente per l’utente sottoscrivere un abbonamento base: per l’azienda è un’interessante opportunità di moltiplicare la base di utenti. Eppure “non tutti coloro che accedono con password prestate diventerebbero abbonati se Netflix bloccasse la possibilità di fruire i contenuti”, puntualizzava lo scorso anno il CFO David Wells, ma sembra che ora il mercato sia maturo per recuperare i dollari lasciati sul piatto negli anni.

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Credits: Depositphotos_27752769

Netflix scommette che gli abbonati non si preoccuperanno di sborsare un dollaro/euro o due in più per godere delle proprie serie preferite: ormai il suo pricing power è elevato e l’elasticità della domanda rispetto al prezzo sempre meno rilevante, quindi non prevede di subire perdite di utenti.

Senza contare che il servizio resta sempre molto più conveniente rispetto alla TV via cavo o via satellite: gli analisti UBS hanno valutato che un’ora di pay-TV costa il triplo di un’ora di Netflix. Ma non è una questione meramente economica: gli spettatori ribadiscono il diritto di essere padroni del proprio tempo libero e di guardare le proprie serie tv preferite quando, come e dove vogliono. Di fare binge-watching fino allo sfinimento, senza cavi e senza contratti a lungo termine.

Perché Facebook celebra le bambine, “leader del futuro”

La mattina dell’11 ottobre tutti gli utenti di Facebook si sono trovati in cima alla propria Home una Call to Action, che invitava a celebrare (con un badge nella foto profilo) “Le ragazze di oggi, le leader di domani”.

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«In occasione della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, vogliamo sostenere la possibilità di ogni giovane donna di diventare una voce forte nella propria comunità», dice Facebook. In realtà la Giornata di oggi è dedicata a un tema molto più ampio.

#DayOfTheGirl. La Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze

L’11 ottobre, infatti, ricorre la Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze (International Day of the Girl Child)istituita dall’Onu nel 2012 per porre l’attenzione sui temi della disuguaglianza di genere e per promuovere i diritti delle bambine e delle ragazze. La disuguaglianza di genere assume diverse forme, dall’educazione a all’accesso alle cure mediche, dalla violenza contro le donne al matrimonio forzato.

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Le spose bambine

Il tema principale di questa giornata, istituita dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 66/170 del 19 dicembre 2011, è il fenomeno delle cosiddette spose bambine, ovvero quelle ragazze (al di sotto dei 15 anni) costrette al matrimonio. Una violazione dei diritti umani fondamentali che influenza tutti gli aspetti della vita di una ragazza e che coinvolge ogni anno almeno 15 milioni di bambine e adolescenti tra i 10 e i 18 anni. Molte di loro subiscono costrizioni e abusi, e vengono obbligate a sposarsi con degli uomini anche molto più grandi di loro.

La numero 2 di Facebook è donna

Più politica, invece, la battaglia di Facebook. L’emancipazione femminile è una delle grandi battaglie di Sheryl Sandberg. Tra gli addetti ai lavori quello della Chief Operation Officer del social network e, di fatto, braccio destro di Mark Zuckerberg è un nome già noto.

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Al quinto posto nella classifica delle “Most Powerful Women list”, le 30 donne più potenti del mondo secondo la rivista Fortune, la Sandberg è uno dei simboli delle donne di successo della digital economy, e sfrutta la sua notorietà per portare avanti le tematiche del gender gap.

“Le donne non negoziano il loro primo salario”

Il suo pensiero è racchiuso nello speach tenuto nel corso di una Ted Conference: «Le donne  – ha detto la COO di Facebook – sistematicamente sottostimano le loro capacità. Se mettete alla prova uomini e donne, e chiedete loro domande su criteri totalmente oggettivi come la media dei voti, gli uomini fanno errori, sovrastimando, e le donne sbagliano sottostimandola. Le donne non negoziano per se stesse sul lavoro. Uno studio condotto negli ultimi due anni sulle persone che stavano entrando nella forza lavoro appena uscite dall’università mostra che il 57% dei ragazzi che stanno entrando – ragazzi o uomini, in generale – negoziano il loro primo salario, contro solo il 7% delle donne».

«Su 190 Capi di Stato, 9 sono donne. Di tutte le persone che siedono in un parlamento il 13% sono donne. Nel settore degli affari, le donne al potere, in posizioni direttoriali o che siedono nei consigli d’amministrazione, si stagliano intorno al 15, 16%». Sandberg non cita la fonte di questi dati, e certamente quelli sulla rappresentanza parlamentare sono riferiti al Congresso Usa. In Italia, ad esempio, già dall’ultima legislatura alla Camera la rappresentanza femminile è quasi paritaria. 

I numeri del gender gap

Secondo una ricerca condotta da Accenture, mentre tre uomini su quattro (il 76%) hanno possibilità di ottenere un lavoro retribuito, non è lo stesso per le donne (50%). In merito alla media salariale, a livello globale a parità di lavoro se un uomo guadagna 140 dollari una donna ne guadagna invece 100. 

In Italia la forbice è un po’ più stretta: 131 dollari uomo/100 donna. In Inghilterra e Germania, invece, guadagnano di più sia uomini che donne, ma il gap permane: 131 dollari contro 160.

Real Time Marketing: come scegliere la giusta direzione

Il mestiere del social media manager richiede una grande abilità: stare sempre sul pezzo.

La reattività, la prontezza nel comprendere i trend della rete e la capacità di decidere se e come intervenire, sono skills importanti, possono fare la differenza nei risultati di awareness e di consideration del brand.

Il Real time marketing, se fatto bene, funziona. Se fatto male, può essere l’arma di distruzione del brand più potente che ci sia. Già, perché se si sceglie di intervenire, non c’è una seconda occasione per modificare la comunicazione: è importante prendere da subito la decisione giusta.

Come? Impostando sia dall’inizio una buona strategia.

La prima cosa da sapere è che solo il 10% delle azioni di real time marketing proviene da attività non pianificate. Tutto il resto è frutto di un’ottima pianificazione editoriale.

Real time marketing pianificato

Nella vita bisogna sempre avere un piano. Va bene saper cogliere le opportunità del momento, ma vivere alla giornata non è cosa semplice. Ed è così anche per un social media manager. Nel suo lavoro deve esserci sempre un piano editoriale, che sia settimanale o mensile poco importa: l’importante è averne uno.

È all’interno del piano editoriale che nascono le azioni di real time marketing: basta solo documentarsi. Ci sono diverse fonti da cui attingere, una delle più utilizzate è la pagina delle giornate internazionali di Wikipedia.

Una volta scelto l’evento da cavalcare, prima di inserirlo in pianificazione, è importante porsi queste tre domande:

  • È in linea con il posizionamento e con i valori della marca?
  • Come si lega al prodotto?
  • È interessante per la community?

Se abbiamo trovato delle risposte positive, allora la creatività può avere libero spazio!

Quando si parla di real time marketing è impossibile non citare Oreo, uno dei casi più riusciti a livello globale. Il brand ha cavalcato il trend dell’eclissi solare e si è spinto perfino fuori dal mondo del social, utilizzando le affissioni urbane.

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Real time marketing delle breaking news

È il tipo di RTM più complicato da gestire. Qui di pianificato non c’è nulla. L’improvvisazione regna sovrana. L’unica cosa che un bravo social media manager può fare è agire con intelligenza e soprattutto con etica professionale.

Durante questo momento, la professione del SMM è molto simile a quella di un giornalista, con la differenza che il giornalista è tenuto a non “bucare” la notizia, il social media manager, invece, può decidere se e come parlarne.

Anche nel mondo dei social, quando si parla di notizie,  compaiono due figure distinte: quelli che pur di cavalcare la notizia vanno oltre il limite dell’accettabile, danneggiando di conseguenza anche l’immagine e la reputazione del brand, e quelli che invece capiscono quando è il momento di stare il silenzio.

In questi giorni, abbiamo visto tutti il video della filiale Intesa San Paolo di Castiglione delle Stiviere. Una situazione davvero difficile, dove a pagare dazio non è stata solo l’istituzione bancaria, ma anche e soprattutto le persone che hanno partecipato al video.

Alcuni brand hanno deciso di cavalcare questo trend, senza pensare che così facendo si è indirettamente favorito un buz decisamente poco politically correct.

 

Noi il cuore ce lo mettiamo da sempre. Fabio, quando ti rimetti passa da noi che trovi gli sconti. Anzi, super sconti. ANZI, sconti straordinari!IO CI STOOOOO… ?

Gepostet von Unieuro am Dienstag, 3. Oktober 2017

 

Unieuro è stata prontissima: martedì 3 ottobre, quando il video era già nei topic, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook questo post. Una mossa di real time marketing che è stata criticata per la mancanza di empatia verso le persone del video.

 

Quando vuoi cambiare lavoro, anzi, rimanere disoccupato, anzi, andare al cimitero a buttarti in una fossa.P.S….

Gepostet von Taffo G & C Onoranze Funebri am Dienstag, 3. Oktober 2017

 

Anche Taffo, che in altre occasioni abbiamo indicato come esempio di questa particolare tecnica di content creation, ha detto la sua. Ma siamo sicuri che parlare di morte quando c’è una vicenda di bullismo in atto sia la scelta giusta?

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Il real time marketing non pianificato è sicuramente il più complicato da gestire, ma se fatto bene può portare a grandi risultati. Ricordate quando la Nasa ha annunciato di aver scoperto il nuovo pianeta Kepler 452? Ecco come Ceres e Barilla hanno cavalcato la notizia.

 

Real Time Marketing

Real Time Marketing

E adesso non resta che metterci all’opera! Il prossimo trend da cavalcare? Beh, il 19 ottobre i posti a sedere nelle sale dei cinema italiani sono già tutti prenotati dall’uscita di It, il pagliaccio che ha perseguitato l’infanzia dei trentenni di oggi. Avete già pensato se realizzare qualche post da paura?

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Intimissimi spiazza tutti: nel nuovo spot non compare mai un reggiseno o uno slip

Intimissimi e #insideout. Bellezza esteriore ed interiore a confronto in un nuovo modo di rappresentare l’intimo femminile, rendendo la donna la vera protagonista della comunicazione.

La campagna è stata firmata dal celebre fotografo Mario Testino, famoso per aver ritratto, nella sua Towel Series, donne famose bellissime anche nella loro semplicità.

La sfida accolta dal fotografo questa volta è stata quella di realizzare una comunicazione per un brand di intimo rendendolo completamente invisibile, vestendo le protagoniste, in una campagna in cui la vera protagonista sarebbe la lingerie indossata, per mettere al centro dell’attenzione quattro diverse donne e le loro aspirazioni, sogni ed emozioni.

Intimissimi una nuova campagna e un nuovo modo di comunicare le donne

Le protagoniste di #insideout sono l’attrice Dakota Johnson, la modella Irina Shayk, la tennista Ana Ivanović e l’impreditrice autrice di libri culinari Ella Mills.

La campagna è stata realizzata offline e online, attraverso la creazione di una pagina dedicata sul sito web del brand; per ogni donna è stata realizzata un’intervista, dando voce alle loro passioni con l’obiettivo di comunicare come l’intimo giusto sia in grado di rendere una donna sicura di se stessa, anche completamente vestita.

CREDITS:

Mario Testino – Photographer
Sarajane Hoare – Fashion Editor/Stylist

Intimissimi e un nuovo modo di comunicare l’universo femminile

Intissimi riprende il percorso già intrapreso da diversi brand, come Dove (nonostante le polemiche degli ultimi giorni), nello spogliare la figura della donna da una bellezza muta, data solo dal suo aspetto fisico e non dalla sua personalità.

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Il primo messaggio di #insideout è testimoniare che il modo di comunicare è completamente cambiato, soprattutto quando si sceglie di parlare ad un pubblico femminile. Le donne di oggi fanno fatica ad immedesimarsi in immagini in cui si pone l’attenzione solo sull’aspetto fisico di una persona.

Questo tipo di comunicazione viene spesso definito irreale, fornendo un messaggio distorto, dal momento che non tutte sono modelle, ma tutte le donne hanno una grande personalità, sogni ed emozioni che le rendono belle in modi differenti.

Intimissimi definisce le quattro protagoniste della campagna non semplici modelle ma muse: dando voce alle loro esperienze, desidera creare delle vere fonti di ispirazione per il mondo femminile, non dal punto di vista dell’aspetto fisico, ma per l’importanza dei traguardi raggiunti.

Un nuovo messaggio che parla soprattutto alle più giovani

Intimissimi una nuova campagna e un nuovo modo di comunicare alle donne e per le donne

In una quotidianità in cui ancora ogni persona viene, purtroppo, giudicata prima per il suo aspetto fisico e poi per la sua personalità, Intimissimi lancia un sottile e forte messaggio a tutti, uomini compresi.

Irina Shayk da anni è la bellissima testimonial del brand  di lingerie, sempre tenuta in considerazione per la sua bellezza, suscitando ammirazione e un lecito pizzico di invidia per il suo aspetto fisico.

Quanti però si sono mai chiesti chi sia veramente, se una ragazza con dei valori o un semplice corpo.

Il brand ha dunque deciso di rendere protagonista la sua esperienza come modella, perchè si può e si è belle anche vestendosi della propria personalità, lanciando un messaggio importante, soprattutto per le ragazze più giovani: non è necessario mostrare il proprio corpo e nascondersi dietro canoni di bellezza per essere al centro dell’attenzione.

Basta essere se stesse e mostrarsi per quello che si è, con emozioni, ambizioni, pregi e difetti, per comunicare a tutti il nostro vero valore e il nostro fascino.

Non siamo tutte uguali, ma abbiamo la possibilità di essere un esempio di bellezza interiore da seguire grazie alle qualità che ci rendono uniche.

Tre mesi fa Alibaba ha aperto un magazzino gestito da robot. Dice che lavorano 3 volte meglio dell’uomo

60 robot all’avanguardia si muovono veloci all’interno del più grande magazzino smart della Cina, TMall.

La piattaforma B2C di Alibaba si è infatti dotata di decine di automi che si occupano del trasporto delle merci. Equipaggiati di Wi-Fi si spostano rapidamente su una superificie di 3.000 metri quadri.

Ti presento Zhu Que, è un robot

Gli automi intelligenti hanno il compito di trasportare gli articoli all’interno del deposito: ricevono istruzioni tramite segnali Wi-Fi e, una volta giunti ai punti di scarico della merce, consegnano gli oggetti ai lavoratori umani che si occupano poi preparare i pacchi e inviarli a clienti di tutto il mondo.

Le macchine sono dotate di rilevatori laser in grado di scongiurare possibili collisioni e una carica completa della durata di 1.5 ore consente loro di lavorare 8 ore no-stop.

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Misurano 90 cm di lunghezza, 70 cm di larghezza e 30 cm di altezza, possono viaggiare fino a 1.5 metri al secondo e portare un carico fino a 600 kg di peso.

I robot sono prodotti dalla Quicktron e prendono il nome di Zhu Que, o l’Uccello Vermiglio, uno dei simboli della mitologia cinese. Hanno iniziato a lavorare nel magazzino nel mese di Luglio, consentendo in pochi mesi di triplicare la produzione.

Lavorano bene da soli e in team (di altri robot)

I robot Zhu Que evitano dunque che i lavoratori corrano da un capo all’altro del magazzino per reperire le merci.

Secondo i dati forniti dalla Quicktron, tradizionalmente un lavoratore può smistare 1.500 prodotti in un turno di lavoro di 7.5 ore dopo aver percorso 27.924 passi; con l’aiuto di Zhu Que, lo stesso lavoratore riesce smistare 3.000 prodotti nello stesso periodo di tempo, impiegando soltanto 2.563 passi.

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I robot sono programmati per collaborare tra loro, ma allo stesso tempo lavorare in maniera indipendente. Come dichiarato dalla Cainiao Logistics, ramo di Alibaba che gestisce il deposito, rappresentano in Cina il livello più alto di robot inseriti in magazzino.

You Yuquan, un esperto di logistica della Cainiao, dichiara che sono in grado di sollevare e ruotare gli scaffali, un tipo di attività che aiuta gli umani a raggiungere gli oggetti con maggior facilità. La compagnia può inoltre conservare le merci su tutti e quattro i lati dei ripiani, cosa che aumenta la capacità di immagazzinamento.

Cosa sanno fare (e cosa no) i robot

I robot rivestono dunque un ruolo importante all’interno di giganti del retail come Amazon e colossi dell’assemblaggio come Foxconn.

Queste macchine sono però programmate per compiti molto specifici, quali lo spostamento di un oggetto in magazzino o l’allocazione di un chip su un circuito stampato. Non riescono ancora, per esempio, ad ordinare una grande pila di oggetti.

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L’Università di Berkeley in California ospita uno dei più innovativi centri di ricerca dedicati alla robotica, dove si insegna ai robot ad eseguire compiti più complessi attraverso un metodo di apprendimento automatico.

I ricercatori di Google e OpenAI  (il laboratorio di AI fondato dal direttore esecutivo di Tesla, Elon Musk) stanno sviluppando tecniche simili: tale apprendimento automatico consentirà infatti ai robot di padroneggiare una più vasta gamma di compiti, compresa la produzione.

Dal virtuale al reale

In alcuni dei suoi esperimenti, il team di Berkeley ha testato l’utilizzo delle cosiddette reti neurali. Basandosi sulla rete dei neuroni nel cervello umano, una rete neurale è un algoritmo complesso che consente di comprendere i compiti assegnati analizzando enormi quantità di dati. Ad esempio, dopo aver visualizzato migliaia di foto di cani, una rete neurale può imparare a riconoscerne uno.

Il centro di Berkeley ha utilizzato modelli CAD (rappresentazioni digitali di oggetti fisici, utili ad esperimenti e creazione di prodotti) per generare una moltitudine di oggetti digitali, fino a costituire un database di oltre sette milioni di articoli. Ha infine simulato la fisica di ogni elemento, mostrando il punto preciso in cui il braccio robotico doveva raccoglierlo.

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La ricerca ha dimostrato come un compito appreso nel mondo digitale possa essere trasferito in quello fisico.

I centri di sperimentazione dedicati alla robotica sperano così di formare gli automi utilizzando mondi virtuali complessi, ossia proiezioni digitali del nostro ambiente fisico.

Siamo ancora in campo virtuale, ma in luoghi come Berkeley i ricercatori dimostrano come la realtà oggi non sia poi così lontana dalla fantascienza.