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Twitter si rinnova: da 140 a 280 caratteri per ogni tweet

Il mondo (social) è bello perché è vario, ma ne siamo sicuri?

Quella che, infatti, era la caratteristica principale del social network Twitter sembra non avere più ormai molto peso: con un comunicato ufficiale, il social che cinguetta comunica che presto darà la possibilità ai suoi utenti di scrivere un tweet da 280 caratteri, anziché 140.

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In realtà, nulla di definitivo, solo un test per capire se la novità possa funzionare o meno. Ma quale sono le ragioni che hanno spinto a questo passo così radicale?

Twitter è sempre stato per sua natura immediato: che siate menti pigre o meno, dovete ammettere che la facilità (o leggerezza o semplicità, chiamatela come vi pare)  con cui si scorreva la home page era un valore aggiunto per il social network che, ad onor del vero, ultimamente arrancava sempre di più in confronto ai grandi colossi di papà Zuckenberg.

Come si può leggere sul blog, Aliza Rosen, Product Manager di Twitter, fornisce la sua valida motivazione in merito a questo conturbanteTwitter si rinnova: da 140 a 280 caratteri per ogni tweet, per molti, cambiamento:

“Interestingly, this isn’t a problem everywhere people Tweet. For example, when I (Aliza) Tweet in English, I quickly run into the 140 character limit and have to edit my Tweet down so it fits. Sometimes, I have to remove a word that conveys an important meaning or emotion, or I don’t send my Tweet at all.”

20 tool per (re)innamorarti di Twitter

In parole povere, come riportato nella dichiarazione, di rinunciare a termini ricchi di significato proprio non se ne può fare a meno: in casa Twitter si pretende che ogni persona, in tutto il mondo, si possa esprimere facilmente sul social, ed è per questo motivo che stanno “facendo qualcosa di nuovo”, cercando un limite più lungo che contempli quindi 280 caratteri.

Una rivoluzione a livello mondiale ad esclusione del giapponese, cinese e  coreano che, grazie agli ideogrammi, comunicano già il doppio delle informazioni rispetto ad altre lingue.

Quindi, che il test abbia inizio: riuscirà Twitter a sopravvivere “adeguandosi” agli altri social o il tentativo di emulazione sarà deleterio?

CRM: quanto è importante il database per il tuo business?

Qual è il miglior modo per avere un dialogo immediato con i propri clienti? La risposta è: la digitalizzazione e la standardizzazione delle anagrafiche del CRM.

Customer Relationship Management per un’azienda significa gestione del proprio patrimonio più importante: i clienti. Per questo motivo costruire e organizzare i database, per utilizzarne efficacemente le informazioni, vuol dire aggiungere un vantaggio al proprio business.

Dando un’occhiata alle statistiche più significative sulle attività degli utenti online, è possibile notare che sono state 2,5 milioni al secondo le email spedite nel 2016, 53,2% le connessioni totali ad internet, 38,2% la percentuale di penetrazione del mobile nel mondo, ed infine un ultimo dato significativo, più di 50 miliardi i messaggi inviati ogni giorno attraverso WhatsApp.

Le cifre, insomma, rafforzano l’idea che reperire maggiori informazioni sulla propria audience – in particolare il numero di telefono e l’indirizzo mail – permette di arricchire il proprio database CRM, soprattutto nel caso di aziende tradizionali.

Ampliare e digitalizzare il database, standardizzando le informazioni di base ed aggiungendo campi di riferimento per avere un contatto immediato ed always on, diventa la chiave per la crescita delle vendite.

Digitalizzazione e Standardizzazione del CRM

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Digitalizzazione, CRM ed aziende tradizionali

Le aziende tradizionali, generalmente abituate ad avere canali diretti e/o indiretti di vendita, oggi riscontrano maggiori difficoltà in questo tipo di attività, a differenza di quelle “native digitali” che, invece, richiedono queste informazioni ai clienti già da tempo.

La maggior parte delle attività di creazione del database CRM  delle aziende di tipo tradizionale sono state sviluppate negli ultimi anni attraverso attività di promozione in store, concorsi a premi, sondaggi, test di prodotto, fidelity card, garanzie con compilazione (spesso cartacea) da parte degli utenti. Ma il reperimento di queste informazioni spesso non è coerente rispetto agli obiettivi dell’iniziativa e contribuisce ad una raccolta solo parziale dei dati sensibili.

E-Business Consulting ci fornisce alcuni esempi utili a riguardo, per analizzare le difficoltà del commercio tradizionale nelle attività di costruzione del database.

Un caso calzante è offerto da un’azienda del settore GDO, in possesso di un numero considerevole di fidelity card accumulate durante il corso degli anni, ma con meno del 10% di dati raccolti “completi” di numero di telefono ed indirizzo mail.

Dall’altro lato, però, l’azienda era a conoscenza, in modo piuttosto dettagliato, dei comportamenti d’acquisto dei propri clienti.

Altri due esempi, uno dal settore bancario e uno dall’industria automobilistica, mostrano come in entrambi i casi ci fosse una conoscenza approfondita del cliente – grado di solvibilità, numero di targa dell’automobile di proprietà, ecc. -, ma se le aziende avessero voluto entrare in contatto immediato con i clienti, non avrebbero potuto farlo, proprio a causa della scarsità della raccolta di anagrafiche, cioè per non aver richiesto e ottenuto numero di telefono ed indirizzo email come strumenti di contatto.

Digitalizzazione e Standardizzazione del CRM

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Perché è importante avere delle anagrafiche complete, standardizzate ed aggiornate?

Ottimizzando i tempi e i costi di contatto con i clienti finali, le aziende possono migliorare tutte le loro azioni sia di marketing che commerciali. Per farlo, naturalmente, è necessaria una piccola rivoluzione tecnologica.

Le operazioni di ampliamento delle anagrafiche di un database CRM, infatti, non sono banali e scontate. Così pure il D.Lgs 196/03, e dal prossimo anno, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), sono dei vincoli legali che devono essere rispettati.

Il garante della privacy obbliga a rispettare una serie di regole in termini di consenso di cessione dei dati e dal punto di vista delle informative da fornire agli utenti. Per esempio, arricchire le proprie anagrafiche del CRM ed acquistare sul mercato un database esterno tramite operazioni di accoppiamento o di data matching, non sono attività che vanno prese alla leggera.

Nel rispetto degli obblighi previsti dalla legge, dunque, possono essere percorse delle strade alternative, sfruttando i classici asset aziendali in ambito digitale, declinabili secondo i settori di riferimento.

Nulla, in definitiva, andrebbe lasciato al caso nella gestione di database e CRM, ma è sempre molto utile consultare un’agenzia di marketing, come E-Business Consulting, in grado di delineare le migliori modalità per ottimizzare ed arricchire il proprio database CRM, sfruttando le potenzialità della digitalizzazione anche nel marketing delle aziende tradizionali.

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Come proteggere i dati sensibili dei tuoi clienti e la tua azienda

La tua presenza online è il volto che la tua azienda mostra al mondo. È l’identità che racconta ai clienti i tuoi valori e la tua integrità come una qualsiasi altra strategia aziendale. Per questo non devi sottovalutarla. Ricorda che la scelta oggi di non “mostrarti online” non impedirà agli utenti di parlare di te. Importante è esserci ed esserci nel miglior modo possibile.

E, anche se lo sviluppo di una politica digitale potrebbe non essere nella tua lista delle cose da fare, dovresti inserirla il prima possibile, perché le conseguenze di non avere una politica online idonea e coerente sono innumerevoli.

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Perché la politica digitale è importante?

Perché permette di mostrare la “parte migliore di te” e allo stesso tempo ti permette di avere un rapporto di fiducia con i tuoi clienti.

Infatti, quasi tutti i brand  hanno adottato una mentalità più aperta in termini di dati.  Anche per acquistare dei calzini, è difficile che non ti venga richiesto nome, indirizzo, numero di telefono, email, ecc. E, certamente, la tua attività può fare molto con queste informazioni in termini di segmentazione del mercato, analisi, promozione.

Attenzione però, raccogli i dati solo quando è fondamentale per la tua attività, altrimenti è solo una perdita di tempo per te ed il cliente potrebbe percepirla quasi come una violazione della propria privacy.

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Dati, norme e scelte digitali

Il risultato naturale della raccolta di molti dati è la necessità di memorizzarli. E i dati memorizzati sono una responsabilità.

Hai davvero bisogno di mantenere gli indirizzi email e le storie di acquisto di persone con cui non sei poi realmente connesso? La raccolta di dati dei clienti non è una situazione per: “Beh, potrebbe essere utile un giorno”. Il rimedio più sicuro è quello di memorizzare solo i dati importanti per la tua attività.

Un aspetto da non sottovalutare è l’ordinamento attraverso le norme e le regolamentazioni applicabili. Gli Stati Uniti, ad esempio, dispongono di leggi che disciplinano la raccolta, l’uso e la memorizzazione delle informazioni sui clienti. Molti stati dispongono anche di una propria normativa ed alcuni sono più rigidi delle leggi federali. La situazione, poi, diventa ancora più complessa quando il tuo business attraversa i confini nazionali.

LEGGI ANCHE: eCommerce e customer journey: come vendere con SMS ed email

Questa è un’area in cui è fondamentale ottenere una guida professionale, da un avvocato o da un esperto di politica digitale. Ci sono troppi elementi in movimento per mettere a rischio se stessi.

Tuttavia, avere una buona politica digitale non escluderà la possibilità di “crisi” o problemi, ma andrà molto a limitare i danni. È importante disporre di un piano di risposta alle crisi che comprende tutto ciò che è necessario fare dalla scoperta di una violazione alla comunicazione ai propri clienti (così come a tutte le agenzie legali competenti). La tua politica dovrebbe identificare la persona responsabile di ogni passaggio del piano di risposta.

“Avere una politica digitale” non è qualcosa da inserire a caso nel tuo elenco di cose da fare, insomma. È un processo in corso che deve essere rivisto nel corso degli anni perché la gente, i processi e le tecnologie cambiano.

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Il nuovo CEO di Uber scrive una lettera di scuse ai londinesi

Il nuovo CEO di Uber si è scusato in una lettera aperta ai londinesi, dopo la decisione del TfL di non rinnovare la licenza al servizio di trasporto.

Dara Khosrowshahi aveva già risposto in modo fermo e deciso alla Transport for London (l’ente per il trasporto pubblico ingelese), indicando la propria intenzione di appellarsi al più presto alla decisione e accusando i londinesi di non essersi dimostrati aperti all’innovazione.

Ieri, però, il CEO ha deciso di ritrattare in parte le dichiarazioni dell’azienda nella lettera aperta, nella quale chiede scusa per gli errori passati di Uber, ammettendo le proprie colpe.

LEGGI ANCHE: Uber: la licenza è sospesa a Londra, raccolte quasi 1 milione di firme

lettera ceo di uber londra

L’ammissione di colpa, le scuse e i buoni propositi del CEO di Uber

“Come CEO di Uber è compito mio aiutare la società a scrivere un nuovo capitolo“, si legge nella lettera.

Khosrowshahi ha espresso un sentito ringraziamento a tutti coloro che si sono attivati e impegnati per la petizione lanciata venerdì, che ha raggiunto quasi un milione di firme in pochissime ore, sottolineando che il servizio offerto da Uber è utile per molti cittadini e che sempre di più l’azienda si sta impegnando ad ascoltare e a diventare partner a lungo termine per le città in cui opera.

“Porteremo avanti il nostro business con umanità, integrità e passione. Qui a Londra abbiamo già cominciato a contribuire di più alla vita della città. Veicoli accessibili alle carrozzine sono già presenti sulle strade e il piano per l’aria pulita (Clean Air Plan) aiuterà ad affrontare il problema dell’inquinamento”.

Una lettera di scuse, un’ammissione di colpa, ma anche una missiva di buoni propositi per il futuro quella del nuovo CEO di Uber, che in questo modo tenta di marcare la differenza con un passato che ha visto proprio negli errori dell’ex-CEO Travis Kalanick uno dei suoi peggiori talloni d’achille.

“Se da un lato Uber ha rivoluzionato il modo in cui le persone si muovono in tutto il mondo, è anche vero che abbiamo commesso degli errori lungo il nostro cammino. A nome di Uber a livello globale mi scuso per gli errori commessi”.

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UX Domino Card

UX Domino Card: le carte che predicono il futuro delle startup

Esiste un mazzo di carte che può rendervi capaci di scrutare nel profondo e guardare lontano.
No, non stiamo parlando dei tarocchi, ma delle UX Domino Card, 42 input per non perdere la rotta nemmeno durante il più impetuoso dei brainstorming.

Il metodo è nato nell’ambito dello UX design, ma si è rivelato applicabile ad ogni genere di contenuto, progetto o idea imprenditoriale per il quale è necessario definire obiettivi, valutare target da coinvolgere e progettare azioni pratiche. Le card non si propongono solo come un tool utile, ma anche come un vero cambio di approccio alla progettazione.

Tutto ciò di cui avete bisogno per partire è una domanda e la consapevolezza che per cercare la soluzione ideale non bisogna avere fretta di trovarla. Il resto ce lo spiega Maria Cristina Lavazza, user experience designer e architetto dell’informazione, autrice delle UX Domino Card insieme a Stefano Dominici.

 

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Cosa sono e come si usano le UX Domino Card?

Le UX Domino Card sono uno strumento formativo e ispirativo. Quando le abbiamo realizzate volevamo ideare un tool che aiutasse i giovani designer a comprendere la varietà di strumenti a disposizione (pensavo ai miei studenti!) e supportasse i professionisti a scegliere la strategia più adatta, da soli o in team.

Nella maggior parte dei casi le tecniche di ricerca sugli utenti, quelle di presentazione dei risultati al cliente o gli esercizi di codesign da realizzare con il team e gli utenti finali, erano presentati in maniera separata: una tecnica = una pagina web o cartacea.

Quello che mancava era una visione d’insieme con schede che si potessero comporre in base alla tipologia di progetto, ma anche combinare, spostare e discutere in maniera collaborativa.

Questo poteva essere realizzato solo in un formato come un mazzo di carte che, oltretutto, non è mai definitivo – tanto che su Amazon abbiamo avuto qualche problema a definire il tipo di prodotto! – ma può essere integrato e cambiare nel tempo. 

In altre parole quando, come UX designer, service designer o designer thinker, ci approcciamo a progetti complessi siamo tentati di andare con il pilota automatico applicando sempre le stesse tecniche, quelle sulle quali ci sentiamo più forti, le UX Domino Card ci aiutano a spaziare, a inquadrare la strategia in maniera più ampia e produttiva.

 

Quali regole è importante seguire e quali bisogna assolutamente mettere da parte per raggiungere l’obiettivo?

Non ho una regola universale, ma posso dirvi quale applico io: cerco di concentrarmi sempre sul problema da risolvere, quello vero, magari meno evidente, mettendo da parte ogni possibile soluzione.

Con Stefano Dominici blocchiamo la naturale tendenza a tirare le somme prima di aver ascoltato tutte le persone coinvolte, non diciamo mai “qui si potrebbe avere questa soluzione”, ascoltiamo le persone, le coinvolgiamo, raccogliamo i risultati guidati dalla frase “come possiamo risolvere questo loro problema concreto”.

È una piccola rivoluzione copernicana: significa che è finita l’era dei guru con le risposte in tasca ed è nata quella dei facilitatori che veicolano le soluzioni ai bisogni e ai comportamenti degli utenti.

 

Una curiosità: da quale domanda è partita la realizzazione delle UX Domino Card?

Era un’idea che avevo nel cassetto da tanto tempo, quando sono entrata in Usertestlab la abbiamo realizzata in due mesi.

Le UX Domino Card servono ai professionisti, ma inizialmente la sfida è stata quella di spiegare al committente i possibili percorsi da fare per comprendere meglio i suoi utenti. Spiegare e combinare le attività attraverso un oggetto fisico come le carte aiuta la rappresentazione visiva e porta le persone dentro il processo.

Il committente vede, riflette, sposta, discute: insieme, e sottolineo insieme, si sceglie la strategia più adatta, perché, è vero che noi possiamo essere gli esperti, ma il cliente domina meglio di chiunque altro il proprio mercato e questo non va mai dimenticato.

 

Possiamo sfatare il mito dell’idea che spunta come un lampo di genio, già perfettamente definita e destinata al successo?

Assolutamente vero, io scherzo sempre dicendo “ho finito le buone idee e anche le cattive!”. Bisogna diffidare di chi vende soluzioni geniali, è necessario fare un passo indietro quando nelle gare chiedono soluzioni e proposte apriori, perché è un modello che non ha futuro.

Nei molti bandi di gara, per il pubblico come il privato, vorrei che chiedessero che tipo di approccio e quale strategia l’agenzia andrà a mettere in atto per progettare soluzioni efficaci e non il contrario.

Solo in questo modo, e il Nord Europa lo insegna, avremo reale innovazione, la possibilità di un vero cambiamento a livello sociale, prodotti a misura di clienti e strumenti che rendano la nostra vita migliore come cittadini, come professionisti e come aziende.

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Così l’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di fare business, in 10 concetti chiave

Uno dei processi che sta radicalmente trasformando il mondo del lavoro così come lo conosciamo è l’utilizzo delle tecnologie AI (Intelligenza Artificiale) per il business. La rivoluzione è già in atto e sta spingendo il top management di molte compagnie a rivedere i propri modelli gestionali per cavalcare l’onda dell’automazione.

Gli esempi di successo sono numerosi, da Amazon che utilizza gli efficienti robot Kiva nei suoi magazzini riducendo le spese operative, a General Electric che si serve dei robot per la manutenzione preventiva dei suoi impianti industriali.

ai per il business

È chiaro che i CEO debbano considerare anche le implicazioni derivanti dall’introduzione dell’Intelligenza Artificiale all’interno delle proprie aziende.

Un sondaggio effettuato da McKinsey su un campione di 3.073 executive e 160 casi di studio in 10 Paesi, ha consentito di individuare 10 fattori chiave che i CEO devono considerare per intraprendere un’implementazione di successo.

1. I numeri dell’intelligenza artificiale nel mondo business

Sebbene gli investimenti stiano aumentando, l’adozione nelle corporate di tecnologie AI è ancora limitata. Gli investimenti totali vanno dai 26 ai 39 miliardi di dollari nel 2016, con valori triplicati rispetto al 2013.

A dispetto dei livelli di investimento, la diffusione è ancora limitata: solo il 20% del campione intervistato utilizza infatti una o più tecnologie (veicoli autonomi, visione computerizzata, linguaggio, agenti virtuali, apprendimento automatico).

Siamo giunti ad un punto di flesso dell’automazione. Tecnologie quali l’apprendimento automatico basato sui neuroni e il processamento del linguaggio naturale stanno raggiungendo una fase di maturità, ormai è evidente il loro valore al punto da poterle definire volàno dell’AI per il business.

Le telecomunicazioni e i servizi finanziari conducono il gioco, con attori del settore che pianificano di incrementare la spesa in innovazione legata all’Intelligenza Artificiale del 15% l’anno, nei prossimi tre anni.

2. Più AI più fatturato (più dati)

Il 30% del campione che ha adottato la tecnologia ha dichiarato di aver incrementato il fatturato, di aver guadagnato quote di mercato o di aver ampliato i propri prodotti e servizi.

Inoltre, i primi ad aver adottato l’Intelligenza Artificiale dichiarano un’attesa di crescita dei loro margini di profitto fino a cinque punti in più rispetto ai competitor.

Un’analisi separata rivela che è già dimostrato come l’innovazione stia incrementando i profitti nello stesso range di tecnologie digitali associate, come big data e analytics avanzate.

3. Il peso del buon esempio

Il campione del sondaggio che dichiara un’esperienza positiva con l’AI per il business, giudica essenziale il supporto della leadership per una strategia volta all’applicazione delle nuove tecnologie.

Un sostegno non solo da parte dei CEO e degli IT executive, ma anche dal Consiglio di Amministrazione e dal top management della cosiddetta C-suite.

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4. Automazione e partnership

Occorre creare partnership per accrescere capacità e competenze.

Anche colossi digitali come Amazon e Google hanno cercato aziende e talenti al di là dei loro confini per rafforzare le loro competenze. Basti pensare alla acquisizione di DeepMind da parte di Google, che sta usando l’apprendimento automatico per migliorare un business di punta quale la SEO.

Lo studio dimostra come i primi ad adottare l’AI abbiano anche acquistato soluzioni tecnologiche adatte, solo in pochi hanno sviluppato ed implementato soluzioni in house.

5. L’importanza del testing

Costruire un team che si occupi soltanto di attività legate all’automazione non è l’idea migliore.

Affidare le responsabilità esclusivamente a tecnici IT può risultare improduttivo, il rischio è quello di lanciare una tecnologia senza che sia testata adeguatamente.

Per essere certi del corretto funzionamento, essa deve essere valutata sia da leader del settore tecnologico che da  esperti di innovazione digitale.

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6. Impostare una strategia

Una strategia di portfolio può accelerare il successo.

Gli strumenti offerti dall’Intelligenza Artificiale sono molto vari, da quelli atti a risolvere problemi (per esempio rilevamento di schemi per manutenzione preventiva) a quelli meno blasonati ma altrettanto utili (per esempio tool per sviluppare strategia competitive). Questo tipo di approccio consente di lavorare con obiettivi a breve, medio o lungo termine.

7. Il boom del machine learning

L’apprendimento automatico è uno strumento notevole, attira molto l’attenzione dai media e riceve utili significativi. Non è pero adatto a tutto.

Sebbene infatti trovi numerosi campi di applicazione, il machine learning è solo una delle innovazioni capaci di risolvere problemi legati al business. Per esempio, le tecnologie implementate per migliorare le performance dei call center possono essere molto differenti da quelle utilizzate per identificare frodi con carte di credito.

È fondamentale cercare il tool giusto per risolvere il problema di un particolare comparto del business.

8. La trasformazione digitale

L’applicazione dei sistemi di automazione deve essere preceduta da un’adeguata trasformazione digitale.

I settori leader nell’adozione dell’Intelligenza Artificiale – come l’high tech, le telecomunicazioni e l’automotive – sono anche i più digitalizzati.

All’interno dei singoli settori, le compagnie che hanno adottato per prime l’AI per il business, avevano già investito in competenze digitali, inclusi big data e infrastrutture cloud.

Facendo riferimento alle statistiche, le probabilità di generare profitti utilizzando la tecnologia sono il 50% superiori per le compagnie che hanno forte esperienza in digitalizzazione.

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9. La miglior difesa è l’attacco

Studi sul ritardo digitale dimostrano come adottare una strategia offensiva sia uno dei più importanti fattori che consentano alle compagnie di trasformare una minaccia in un’opportunità.

Un’organizzazione con una strategia offensiva che sviluppa nuovi modelli di business riesce a costruire percorsi più robusti rispetto a quelli che precedevano la digitalizzazione.

Lo stesso sembra accadere per l’AI: i primi ad averla adottata riportano un profitto maggiore rispetto a coloro che l’hanno adottata più tardi.

10. Persone e processi, la grande sfida

In molti casi, incorporare l’Intelligenza Artificiale all’interno dei processi decisionali ha più importanza dell’implementazione tecnica stessa.

Lo sviluppo dell’AI si basa su principi quali vision avanzata, collaborazione, costruzione del pensiero. Il business dovrà quindi focalizzarsi sulla gestione delle decisioni, su una cultura basata sul continuo miglioramento e apprendimento.

Le aspettative legate all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale all’interno delle aziende sono notevolmente elevate, sia per via degli innumerevoli campi di applicazione della stessa, sia per le nuove tecnologie dalle enormi potenzialità che nascono ogni giorno.

le regole di Netiquette

Netiquette: come stilare un regolamento per convivere sui social media

Sapete tutti di cosa si tratta quando di parla di Netiquette? Ma soprattutto, la utilizzate sui social media? Spesso è sconosciuta, come afferma il titolo di un altro nostro articolo dell’anno scorso.

LEGGI ANCHE: Netiquette, questa sconosciuta

Iniziamo quindi con una bella definizione presa da Wikipedia:

La netiquette è un termine che unisce il vocabolo inglese network (rete) e quello francese étiquette (buona educazione). È un insieme di regole che disciplinano il comportamento di un utente di Internet nel rapportarsi agli altri utenti attraverso risorse come newsgroupmailing listforumblogreti sociali o email in genere. Il rispetto della netiquette non è imposto da alcuna legge.”

le regole di Netiquette

È sempre importante aver stilato una sorta di documento che “illustri” ciò che si intende per netiquette: spiega ai followers cosa è possibile fare e ciò che invece non viene permesso su un dato canale social, e mette in chiaro cosa accade nel caso tali regole vengano infrante.

Dopotutto, un profilo social rappresenta un luogo dove vive il brand: come ogni luogo dove si ritrovano più persone necessita di semplici regole.

Può capitare di ricevere commenti offensivi oppure pubblicità di terzi o spam sulla propria pagina. Perché non tutelarsi prima, definendo le regole del gioco in anticipo? Questo va a beneficio di chi visita la pagina, mettendo in luce la serietà dello spazio stesso, oltre che mettere al riparo gli amministratori da situazioni fastidiose, laddove si verificassero offese, spam o altro.

Non esiste un vero e proprio vademecum della netiquette perfetta, viene stilata a discrezione dei brand e sulla base della propria policy. Guardando al mondo di Facebook, ognuno sa ad esempio cosa sia meglio per la propria pagina e il buon senso la fa da padrone.

Non è nemmeno obbligatorio inserirla, ma caldamente è consigliato: ecco qualche consiglio utile per stilarla in modo corretto!

Le regole di netiquette

Prediligi un linguaggio semplice e chiaro

Sii sempre diretto con l’utente, permettendogli di capire in pochi secondi quali siano le regole. Vai dritto al dunque e informa subito su cosa è permesso e non è permesso fare, penalità incluse, se lo ritieni necessario.

Inserisci la netiquette nelle informazioni oppure attraverso una custom tab

Puoi inserire la tua Netiquette all’interno delle informazioni sotto forma di testo come ad esempio fa Nutella oppure Estathé.

Se invece preferisci dargli maggior evidenza, allora puoi utilizzare una custom tab. Il vantaggio di quest’ultima è che è completamente personalizzabile. Ci sono diversi strumenti online che ti permettono di creare una tab personalizzata in modo semplice e veloce, senza essere per forza un esperto programmatore, ad esempio Woobox.

Prendi ispirazione da esempi di grandi brand

C’è chi è più formale e chi più creativo, ci si può sbizzarrire sempre rispettando l’identità del marchio.
In generale vige sempre l’ABC delle buone maniere, che come ricorda IKEA: sono ottime idee!

netiquette Ikea

E tu, hai impostato le regole di Netiquette nella tua fan page? Raccontaci la tua esperienza su Facebook, Twitter o su LinkedIn!

Pinterest abbraccia l’Influencer Marketing

Nel magico mondo dei social media, dove Facebook e Instagram lottano ogni giorno per mantenere la loro supremazia, esiste una piattaforma di visual sharing in continua evoluzione e ricca di spunti creativi, troppo spesso sottovalutata dai marketers nello sviluppo delle loro strategie social.

Stiamo parlando di Pinterest, che proprio questo mese ha raggiunto il traguardo di 200 milioni di utenti attivi al mese, registrando una crescita di 40 punti percentuali in un solo anno.

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Per celebrare questo traguardo Pinterest annuncia due novità: le “Sezioni” ovvero sottocategorie che permettono di ordinare al loro interno le board già esistenti, rendendo ancora più personalizzabili le bacheche, e una nuova versione dei “Pin Collective” per permettere alle aziende di trovare degli influencer in grado di realizzare dei contenuti sponsorizzati per campagne di Promoted Pin.

Come funzionano i Pin Collective?

In una prima fase il brand condivide un Pin relativo al brief creativo da sviluppare, e gli Influencer interessati ad una possibile collaborazione presentano la loro “candidatura”. Successivamente, il brand sceglie il suo preferito ed entra in contatto con lui per la creazione dei contenuti. Infine, il brand paga direttamente Pinterest per la sponsorizzazione del Pin Collective.

LEGGI ANCHE: Cinque strumenti utili alla vostra strategia di content marketing

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Il primo big brand ad aver testato questo nuovo strumento è stato Adidas Originals che ha collaborato tramite la piattaforma con la giovane stilista freelance Liz Chernett per la creazione di 12 Promoted Pin volti ad evidenziare la versatilità della scarpa modello Stan Smith.

“Questa non è solo una piattaforma self-service per Influencers” afferma Alastair Cotterill, global head del team creativo di Pinterest “perché a partecipare ai Pin Collective sono fotografi, illustratori, stilisti e altri tipi di artisti che non necessariamente hanno un grande seguito su Pinterest, ma sanno come creare contenuti di qualità”.

I Pin Collective si rivelano quindi una grande opportunità per entrambi i soggetti coinvolti: da una parte l’ultimo aggiornamento rende lo strumento accessibile anche alle PMI che non dispongono di un budget sufficiente per ingaggiare un top influencer, dall’altra invece anche i creativi meno conosciuti possono mettersi in gioco e mostrare le loro capacità.

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Possiamo dedurre da questa ultima novità che anche Pinterest ha deciso di dare maggiore visibilità sulla piattaforma al fenomeno dell’Influencer Marketing, stimolando i brand a sfruttare il loro canale per collaborazioni esterne.

Che stia cercando faticosamente di attirare nuovi investimenti per raggiungere lo stesso livello di Instagram? Staremo a vedere!

9 panel da non perdere a IF! Italians Festival

Manca davvero poco all’inizio della nuova edizione di IF! Italians Festival, al Teatro Franco Parenti di Milano dal 28 al 30 settembre.

Quest’anno il Festival propone davvero un programma fitto di interventi di speaker italiani ed internazionali di grandissimo livello. Abbiamo selezionato per voi quelli che secondo noi sono imperdibili e per cui vale davvero la pena partecipare.

1. “Dieci domande scomode” a Morgan

Torna il format che nelle precedenti edizioni aveva visto la partecipazione di personaggi come Oliviero Toscani e Platinette. Quest’anno Davide Boscacci, del Comitato Organizzatore di IF!, si confronterà con Marco Castoldi, in arte Morgan. L’intrattenimento è assicurato!

Quando: il 30/09 dalle 18:30 – 19:15 in Dome – IF! Show.

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2. “The unskippable future of video” con Ben Jones

Il team di Unskippable Labs sta iniziando a mappare i nuovi trend che potrebbero aiutare i brand a raccontare storie più coinvolgenti. Ben Jones, Global Creative Director Google, condividerà quello che il team ha imparato dagli studi di Hollywood fino ai giganti di CPG, con uno sguardo oltre l’orizzonte.

Quando: il 29/09 dalle 11:30 – 12:15 | Dome – IF! Talk.

3. “SEX TALKS. IdeasWorthSquirting” con Sergio Spaccavento e Franco Trentalance

Il sesso in comunicazione e in pubblicità. Chi meglio di un direttore creativo ed un ex pornodivo per affrontare questo spinoso tema?I due speaker ci spiegheranno, non senza supponenza, il perché il sesso è così importante e se è davvero capace di vendere con un approndimento sui pericoli e le deviazioni.

Quando: il 29/09 dalle 16:15 – 17:00 | Dome – IF! Talk

LEGGI ANCHE: L’intervista a Sergio Spaccavento: “Diventate maestri dei meccanismi, per poterli distruggere e crearne di nuovi”

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4. “Verba Manent” by GOOGLE

Paola Marazzini, Agency & Strategic Clients Director di Google Italia, e Paolo IabichinoChief Creative Officer di Ogilvy & Mather Italy, parleranno di come la comunicazione oggi contribuisca in maniera molto più significativa alla costruzione della personalità di marca, ma soprattutto della reputazione e del consenso necessari a restare sul mercato nel futuro prossimo venturo.

Quando: il 30/09 dalle 15:00 – 15:45 | Google Lounge – IF! Talk

5. “Mulino Bianco e Motta. La famiglia italiana non è più quella di una volta”

Se ne è parlato tanto, bene o male. L’ultima campagna pubblicitaria del Buondì Motta ha decisamente posto di nuovo al centro del dibattito mediatico la comunicazione pubblicitaria. Al panel parteciperanno Alessandro Orlandi, Direttore Creativo Saatchi & Saatchi e Sergio Rodriguez, CEO e Direttore Creativo JWT Italia. Imperdibile secondo noi!

Quando: il 29/09 dalle 17:45 – 18:30 | Dome – IF! Talk

LEGGI ANCHE Abbiamo incontrato gli ideatori della campagna di Buondì Motta

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6. “Il cliente, l’agenzia e le social star: il branded content mette tutti d’accordo?” by Ninja Marketing

Il 29 settembre alle 10:30 vi invitiamo a seguire questo IF! Talk moderato da noi di Ninja Marketing con Karim Bartoletti (Partner/Executive Producer Indiana Production), Laura Corbetta (Presidente dell’Osservatorio Branded Entertainment), Marianna Ghirlanda (Head of Creative Agencies Google) e Casa Surace. Dalla nostra esperienza di osservatori di campagne di branded content proporremo un approfondimento sul tema direttamente con chi si occupa di questa tipologia di pubblicità ogni giorno.

Quando: il 29/09 dalle 10:30 – 11:30 | Google Lounge – IF! Talk

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7. “Il corpo delle donne fra TV, pubblicità, nuovi media e politica”

Una tavola rotonda imperdibile moderata da Alessandra Lanza, Comitato Organizzatore di IF! e Responsabile Comunicazione e Produzione del Festival, che vedrà Giovanna Cosenza, semiologa e professore ordinario presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna, e Laura Carafoli, Senior Vice President – Chief Content Officer Discovery Southern Europe parlare di come la donna è “raccontata” dai mass media e dalla pubblicità, e di come la cultura e i media del nostro Paese plasmino il “corpo” della donna oggi.

Quando: il 20/09 dalle 17:45 – 18:30 | Dome – IF! Talk

8. “Il controcolloquio”

Come #sovvertire le regole di un colloquio di lavoro? Due giovani creative ci guideranno in un colloquio alla rovescia, in cui incontreranno tre noti direttori creativi italiani e li sottoporranno alle domande che preferiranno per decidere, al termine della sessione, chi assumerebbero come capo. Moderato da Roberto Ottolino (The&Partnership) con Gaia Barison (Alkemy) e Giulia Brugnoli (JWT), Livio Basoli (DUDE), Serena Di Bruno (GreyUnited) e Gina Ridenti (TBWA).

Quando: il 30/09 dalle 18:45 – 19:30 | Google Lounge – IF! Story

9. “Da uomo della strada a uomo delle stelle”

Il popolare conduttore e autore radiofonico e televisivo Nicola Savino ci racconterà della sua esperienza: come ha sovvertito le aspettative di chi gli stava intorno che l’avrebbe voluto ingegnere, farmacista o un bravo tecnico dietro un mixer? Un intervento inspirational da non perdere!

Quando: 29/09 dalle 18:30 – 19:15 | Dome – IF! Story

Altri appuntamenti consigliati…

Ovviamente la cerimonia di premiazione degli ADCI Awards che si terrà sabato 30/09 alle 21 e sarà condotta da Lele Sacchi con una performance live di Bruno Belissimo. 

Vi segnaliamo inoltre l’iniziativa “Quando c’è un’idea, passami un Kleenex”: durante il Festival sarà presente un corner Kleenex, con un “wall” su cui i partecipanti potranno appendere le loro idee. Per partecipare alla sfida si dovrà scegliere uno dei temi proposti  e rappresentare la propria idea usando il fazzoletto come tela, cimentandosi in una proposta originale in risposta alle richieste da brief più impegnative: WOW EFFECT, UNCONVENTIONAL PROPOSAL e LOW BUDGET, GREAT VISIBILITY.

«Sembra facile – dice Nicola Lampugnani, Vice presidente ADCI e responsabile di “IF!” – ma in realtà questo meccanismo opera una selezione in partenza molto forte. Perché solo le buone idee possono essere sintetizzate in così poco spazio».

Un’altra occasione insomma per mostrare il proprio talento all’interno del più importante festival della creatività italiano.

 

Acquista subito il tuo Pass 3gg, l’appuntamento con il Festival è a Milano dal 28 al 30 settembre!

Genius game, l’app per imparare a risparmiare gas e luce

Risparmiare sulla bolletta è un chiodo fisso. Spesso ci chiediamo come sia possibile consumare così tanto e dover pagare molto per un servizio che crediamo di utilizzare così poco. Ma cosa facciamo realmente per ottimizzare i consumi domestici?

Un gioco per imparare a usare meglio l’energia di casa tua

Un nuovo pericolo si aggira nelle abitazioni terrestri: è Lord Sprecus! Il signore degli sprechi ha trovato il modo di rubare l’energia di tutto il mondo con l’aiuto dei suoi scagnozzi. Il paladino Genius,  guidato dalle tue abilità, dovrà vincere la dura battaglia contro i consumi sbagliati. È lo scenario di Genius Game, l’app di Eni gas e luce, disponibile su Apple Store e Google Play Store, pensata per suggerire tanti piccoli gesti quotidiani utili al risparmio energetico.

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Nel primo livello Genius dovrà sconfiggere gli sprechi nel soggiorno di casa saltando sopra lampadine a incandescenza e spine difettose che fanno lievitare il conto della bolletta. Tutto dipenderà da te che dovrai guidare il piccolo tutore del risparmio nella battaglia alle fonti di spreco che si aggirano tra la lampada, il divano, l’impianto stereo e la libreria.

Una volta sconfitti gli sprechi del soggiorno dovrai far combattere Genius contro altri mostri disperdi-energia come caloriferi e vecchi condizionatori che si spostano tra la scrivania, la stampante, il pc e i quadri dello studio di casa. Poi, dovranno essere messi KO fornelli e lavastoviglie che sprecano energia in cucina mentre il campo di battaglia del quarto livello sarà il bagno dove boiler e lavatrici ad alto consumo saranno gli acerrimi nemici del risparmio energetico, i mostri disperdi-energia proveranno a sfuggire all’occhio del guerriero attento agli sprechi agli sprechi scappando avanti e indietro tra doccia e lavandino.

Ma tutto si deciderà nel livello finale con la resa dei conti tra Genius e Lord Sprecus: dopo aver combattuto tutti i rappresentanti della dispersione di energia tra le mura di casa dovrai aiutare il tutore del risparmio a fermare per sempre il diabolico piano del signore degli sprechi.

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Qualche piccola distrazione nella lotta ai consumi errati è concessa, tutti possiamo sbagliare, per questo lungo il percorso di Genius Game hai 3 vite a disposizione, fondamentali per superare i 4 livelli del gioco e imparare a ottimizzare i consumi domestici. A ogni sbaglio tornerai indietro e quando perderai tutte le chance per sconfiggere i mostri disperdi-energia, il gioco di Eni gas e luce ti proporrà di affinare le abilità calcolando il Tuo Profilo Energetico. Perché in ogni stanza di casa si può risparmiare energia e le abitazioni si differenziano l’una dall’altra per le diverse fonti di dispersione.

E poi, è importante avere coscienza della quantità di energia che la casa impiega per raffreddarsi o per scaldarsi, ad esempio, per ottimizzare i consumi. Insomma, bastano veramente delle piccole accortezze, come quelle suggerite dall’app Genius Game, per evitare inutili sprechi.

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Vuoi metterti alla prova? Puoi scaricare Genius Game su

Apple Store
Google Play Store

E potrai salvare la Terra!