consigli per un blog efficace

5 consigli per migliorare il tuo blog e costruire la tua audience

Tra le prime strategie di Content Marketing suggerite per la diffusione del brand e la costruzione dell’audience, il blog è forse lo strumento più utilizzato: versatile, semplice da usare e con grandi potenzialità creative.

Perché allora esistono così tanti blog inefficaci e poco performanti?

Ci sono cinque cause principali per cui un blog non performa e noi Ninja, per ognuna, ti proponiamo suggerimenti per una possibile soluzione.

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1. Pubblicazioni non costanti

Durante la primavera pubblichi ogni giorno post strabilianti che appassionano i lettori e riscuotono successo. Arriva l’estate e i tuoi lettori seriali aspettano impazientemente l’uscita del nuovo post. Cosa succede quando il solito giorno, alla solita ora il tuo lettore affamato non trova il post tanto atteso? Tu sarai andato in vacanza, ma il tuo lettore, molto probabilmente infastidito, si consolerà con un altro blog.

Una buona strategia di content marketing ha alla base un solido piano editoriale con un calendario prestabilito.

Definisci i contenuti da trattare, coinvolgendo oltre il tuo team anche altri membri esterni al reparto marketing. Non immagini quante idee e nuovi punti di vista si nascondano tra i colleghi di altri settori!

Stabilisci un efficace flusso di lavoro e creativo. Sul web puoi trovare strumenti che aiutano ad aumentare la produttività e la creazione del contenuto, come ad esempio aggregatori blog o community.

Affida la gestione del blog a risorse dedicate alla creazione del contenuto. Da una ricerca del Content Marketing Institute risulta che, nonostante sempre più aziende B2B riconoscano il valore di una strategia di Content Marketing per il loro Business, affidano normalmente solo a una risorsa o a un piccolo team la gestione di tutto il content dell’organizzazione.

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2. Un blog con contenuti poco originali

Nell’oceano web colmo di rivali agguerriti, il tuo blog non si distingue per argomenti interessanti o trattati in modo originale. Perché allora i potenziali lettori dovrebbero scegliere te?

Forse tratti argomenti per un’audience troppo ampia, esplora invece quella nicchia a cui nessuno si rivolge, o quel contenuto più originale e distinguibile, che rende unico il tuo brand e lo accomuna alla tua audience.

Definisci inoltre con il tuo team il “tono di voce” del contenuto, così da impostare un taglio comune e dare un’impronta distinguibile al tuo blog. Spesso non è cosa dici ad essere vincente, ma come lo dici.

3. Autoreferenzialità e basso coinvolgimento

Se il tuo blog è come quel ragazzo vanitoso che alle feste parla solo di se stesso, sappi che la ragazza su cui vuoi fare colpo prima o poi sbadiglierà e se la darà a gambe per la noia.

Valorizza il coinvolgimento dei tuoi lettori, crea opportunità per contribuire alle loro idee e interagisci rispondendo ai loro commenti.

Ascolta inoltre i bisogni della tua audience e fornisci consigli o soluzioni ad un problema, anche al di fuori del tuo business. Ricorderanno che è stato il tuo brand ad averli aiutati.

LEGGI ANCHE: Come creare call to action efficaci per ogni obiettivo di marketing

4. Argomenti di interesse limitato nel tempo e bassa reach

Pubblicare news e trend è una buona idea per aumentare il flusso delle visite, ma terminata l’onda, tali post non riscuoteranno più interesse e non contribuiranno appieno al potenziale del tuo brand.

Arricchisci il tuo blog di contenuti evergreen e aggiorna i post di successo con nuove risorse, immagini, video. Incoraggia poi comportamenti di sharing e rendi chiaro il tuo intento di diffusione. In alcuni casi può essere ideale anche la strada della sponsorizzazione.

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5. Obiettivi diversi dal raggiungimento di sottoscrizioni e fiducia dei lettori

Stai indirizzando i tuoi lettori sul percorso che vorresti seguissero? Lo fai in modo convincente?

Spesso abbiamo bisogno di un aiuto per decidere se dare fiducia o meno ad un brand e sottoscrivere un abbonamento o semplicemente lasciare i dati.

Incoraggia la tua audience con call to action efficaci o proponendo l’accesso a contenuti speciali, sconti o benefit, ma non esagerare! Le offerte tutto o niente rischiano di intimidire.

Dai inoltre la possibilità di scegliere. Se un lettore non legge costantemente il tuo blog non significa che non abbia piacere ad esempio di ricevere una mail o un messaggio periodicamente.

Se il tuo blog è inciampato in uno di questi cinque problemi, sei fortunato: ora hai tutte le carte in mano per correre ai ripari!

social media marketing sfide

Social media marketing: quali sono le sfide principali?

Da principio considerata la parte divertente della comunicazione, il social media marketing negli anni è diventata una disciplina alquanto articolata. La sua complessità deriva principalmente dal fatto che, rispetto ad altre aree del management aziendale, essa è maggiormente soggetta alle evoluzioni e ai cambiamenti repentini (talvolta dei veri e propri colpi di scena!) delle piattaforme, e più in generale del Web. In pratica, ci troviamo in una zona di frontiera in cui la strada da seguire non è affatto chiara e dove ciò che può fungere da guida come letteratura e manuali, rischia di diventare obsoleto in brevissimo tempo.

Se queste sono le premesse, la figura professionale del social media manager assume un ruolo sempre più importante all’interno delle organizzazioni.

È evidente infatti che in contesto come quello dei social, dove vi è ormai la consapevolezza che solo tramite un approccio strategico ed analitico, le imprese sono in grado di assumere un controllo sugli ormai indispensabili investimenti, non ci si può limitare a ragionare solo in termini di post realizzati o like ottenuti.

Le sfide del social media marketing

Il sito Convince&Convert commenta il report annuale “The State of Social Marketing” realizzato da Simply Measured usando proprio il termine sfide. Ci si interroga infatti su quali siano le prove attuali e future che devono fronteggiare coloro che si occupano di social media marketing.

Lo studio, che vede coinvolti in un questionario oltre 2,700 professionisti provenienti da 111 paesi, descrive un quadro dettagliato del settore.

Tra i risultati più significativi citiamo l’aumento della spesa in inserzioni pubblicitarie. Tuttavia, sebbene il 59% dei marketers intervistati afferma di considerare il social advertising  una pratica molto importante, solo il 31.6% vi collega obiettivi di traffico o di conversioni web ai fini di monitorare meglio le performance, e quindi giustificare l’impatto di questi strumenti sul business aziendale.

Un altro dato significativo riguarda il tema dell’influencer marketing: più della metà delle aziende asserisce che il coinvolgimento di influenzatori sarebbe “vitale” per le attività social, in quanto andrebbe ad agire positivamente sulla brand reach.

Anche in questo caso però si riscontrano delle incongruenze: nonostante ne venga riconosciuta l’importanza, ben il 76% dei soggetti riscontra delle difficoltà operative dovute sia alla mancata possibilità di allocare budget in questi programmi, sia in termini di competenze nella gestione di iniziative di infuencer marketing.

social media marketing sfide

Il ROI dei social media la più grande sfida del 2017

Come affermato in precedenza, se è vero che il social media marketing è ormai stabilmente considerata una funzione interna al marketing, risulta altrettanto condiviso il fatto che è ancora diffusa la difficoltà di valutare in termini quantitativi il suo contributo (ROI) alla performance aziendale complessiva.

Oltre il 57% dei brand ritiene che questo aspetto sia la sfida più importante del 2017.

social media marketing sfide

Il report mostra chiaramente come vi sia ancora una disconnessione tra gli investimenti in social media e gli obiettivi di business delle aziende.

Ai fini di rendere le azioni di social media marketing maggiormente comprese e soprattutto condivise dall’intero management aziendale, è importante che questa criticità venga quanto prima gestita. A tal proposito è opportuno lavorare sullo studio approfondito delle molteplici metriche che possono essere sia lette singolarmente, o meglio, combinate tra loro. Il quadro infine potrebbe essere completato con l’adozione di piattaforme di analytics dedicate ed investendo su professionisti specializzati, dotati di un set di competenze che consentono alle imprese di creare un “dialogo tra questi due mondi”.

Scaricate il report, amici lettori, e diteci cosa ne pensate su Facebook, LinkedIn o su Twitter!

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Fra social media e retail: nuovi equilibri fra online e offline

Lo scorso maggio, come ogni anno, la Casaleggio Associati ha pubblicato il report sullo stato dell’arte dell’eCommerce in Italia. Nel nostro Paese si conferma il trend in crescita per le compravendite online, fissando il fatturato nel 2016 a circa 31,7 miliardi di euro. Una piccola cifra, se raffrontata alla crescita su base mondiale, che propone l’impressionante cifra di 1.915 miliardi di dollari (!) oltre 200 miliardi in più rispetto al 2015.

Un dato che si intreccia con un’altra statistica, quella del numero di negozi “tradizionali” chiusi in tutto il mondo: “Negli Stati Uniti, dove l’area media di spazio retail a disposizione per individuo è oltre 6 volte maggiore rispetto all’Europa o al Giappone, 2.880 negozi fisici – non parliamo di attività simili al nostro negozietto sottocasa, ma di punti vendita di grandi catene commerciali – hanno chiuso da inizio 2017, molti di più dei 1.153 registrati nello stesso periodo del 2016. Proiettando tale dato sull’intero anno 2017, sono 8.640 i negozi fisici che potrebbero chiudere entro la fine dell’anno. Un trend che colpisce anche l’Italia dove i centri commerciali denunciano i primi segnali di crisi.” (fonte: Newsfood.com).

Fonte: Casaleggio Associati

Fonte: Casaleggio Associati

Le paure che all’inizio del decennio minavano le sicurezze di piccoli commercianti e imprenditori sembra essere fondata: non può essere un caso, infatti, che al crescere dell’abitudine di acquistare online corrisponda una diminuzione del numero di punti vendita offline.

Ad aggiungere pepe alla vicenda, ci sono i grandi player dell’eCommerce mondiale: su tutti, Amazon, che sta lavorando sempre più alacramente al progetto di dotarsi di strumenti per consegne sostanzialmente a tempo zero in tutto il mondo. A confermarlo, un’inchiesta de La Stampa, che ha avuto modo di fare il punto sul progetto già avviato di appaltare ai droni il delivery di beni ordinati sulla piattaforma di Jeff Bezos, con un tempo massimo di 30′.

Al quotidiano torinese, Gur Kimchi, vice presidente di Amazon e responsabile del progetto Prime Air, ha dichiarato: “In futuro sceglieremo tra aspettare a casa 30 minuti o uscire e andare al supermercato. Rimanere a casa e parlare con i miei figli o preparare la cena sarà un grande beneficio. Dunque penso che la gran parte dei clienti sarà ben contenta di aspettare 30 minuti“.

Parole che, ancora una volta, mettono a confronto la dimensione online e quella offline: due esperienze completamente diverse di acquisto, che in questo momento vedono il web crescere, mettendo sempre più in svantaggio la più classica delle attività moderne, lo shopping nei punti vendita tradizionali, dai centri commerciali ai negozi a conduzione famigliare.

Se Amazon procede, Facebook non sta fermo: è notizia di pochi giorni fa l’arrivo anche in Italia di MarketPlace, una sorta di mercatino dell’usato che mette in connessione persone vicine che vogliono vendere oggetti usati. Un trend che vede il social ideato da Mark Zuckerberg in prima fila da diverso tempo, e che si conferma essere sempre più intenzionato a sfruttare l’ormai ampia penetrazione nell’audience per sostituirsi agli altri attori presenti sul mercato (nel caso specifico italiano, ad esempio, da Subito.it a Idealista.it).

LEGGI ANCHE: Week in Social: dal Marketplace di Facebook al restyling completo di YouTube

Staremo sempre di più online per vendere e comprare? Forse sì. O forse no.

Credits: DepositPhotos 38143799

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L’imprescindibile importanza del retail nella raccolta dei dati

Entrare in un negozio è come dire sì a uscire per la prima volta con un partner: c’è qualcosa che mi attrae da fuori, vediamo se approfondendo la nostra conoscenza il nostro incontro possa diventare qualcosa di più (un bacio nel caso dell’appuntamento galante, l’acquisto nel caso del negozio). Ogni consumatore entra ed esce dai negozi talvolta senza un reale bisogno di acquistare qualcosa: a volte, la curiosità porta ad esplorare il superfluo, magari lasciandosi convincere in corso d’opera (proprio come quando usciamo con il/la ragazzo/a che a prima vista non ci dice niente giusto per passare un bel pomeriggio, e poi si scopre essere l’uomo/donna della nostra vita). Quel primo “sì” è di fondamentale importanza, soprattutto se unito alla necessità per le marche di avere sempre più informazioni per raggiungere la propria audience. Troppo prezioso è sapere se un prospect è entrato in un punto vendita: vuol dire che quel “sì” c’è già stato.

Se in principio era un check-in a rivelare la cosa (quindi, un’azione che partiva a livello digitale dall’utente) oggi grazie a Facebook quell’informazione potrà essere automatizzata: è stato infatti annunciato che presto sarà introdotto anche il retargeting anche sugli utenti che hanno visitato un determinato negozio.

LEGGI ANCHE: Facebook: in arrivo il retargeting per chi ha visitato un negozio

Credits: DepositPhotos 13938321

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Come ci ha spiegato la nostra Federica Fiorillo nel pezzo uscito il 29 agosto “Con questa nuova opzione, Facebook riuscirebbe a creare un elenco di persone che hanno visitato negli ultimi 30 giorni il punto vendita di interesse. […] Probabilmente i visitatori potrebbero corrispondere a coloro che si sono geolocalizzati attraverso Posizioni, oppure coloro che si sono collegati al servizio di Facebook Wi-Fi, o anche probabilmente coloro che hanno generato una conversione attraverso una campagna di Store Visits: in ogni caso, siamo nel campo delle ipotesi, e ancora non è chiaro quale sia la meccanica che porti a tali risultati.”.

Il retail diventa quindi ancor di più un touchpoint essenziale anche sviluppare una relazione online, anche in assenza di meccaniche crossmediali che colleghino la dimensione offline a quella online (come ad esempio un QRCode presente all’entrata del negozio, che attraverso una call to action inviti l’utente a visitare un sito e approfondire la conoscenza con la marca): uno sviluppo sicuramente interessante, che sfrutta meccaniche però non nuove.

Questo non è infatti il primo tentativo che si può trovare di casi in cui il contesto spazio-temporale diventa determinante per la raccolta di dati utili. Ad inaugurare questa tendenza è stata infatti la superpotenza digitale per eccellenza: Google.

Il quando è presto detto: qualche anno fa, e specificatamente nel 2013, l‘anno in cui l’azienda Mountain View decide di investire pesantemente nella startup dei passaggi.

LEGGI ANCHE: Google e l’alleanza con Uber: perché? – [PARTE 1]

Perché investire nei trasporti? Deduzione: perché sono sostanzialmente una fonte primaria di informazioni relative agli utenti. Se io mi sposto dal punto A al punto B, dico anche inconsapevolmente molto di me: incrociando il criterio di prossimità con il calcolo delle probabilità, infatti, si possono determinare con precisione una serie di caratteristiche che prevederanno anche una serie di call to action profilate.

Ad esempio: chiedo un passaggio a Uber per andare dal mio ufficio “Indirizzo A”, per andare a un appuntamento, in “Indirizzo B”, distante sei quartieri rispetto al mio. Incrociando l’ora di richiesta, le anagrafiche presenti a “Indirizzo A” e quelle presenti in “Indirizzo B” e il tipo di vettura richiesta (numero di posti, se di lusso, etc), il sistema è in grado di determinare con un’altra probabilità che cosa potrebbe servirmi quando sarò arrivato, che cosa potrebbe servirmi fra tre ore e che cosa potrebbe interessarmi in generale: questo perché la deduzione riguarderebbe il contesto sociale in cui mi sto muovendo, la ragione per cui mi muovo (se chiedo un Uber alle 11 e parto dal mio ufficio, si presume mi muova per lavoro) e cosa potrebbe essermi utile intorno (un ristorante, ad esempio).

Con la stessa meccanica, Facebook sarà in grado di determinare tutte queste informazioni partendo da un negozio: se entrerò in una boutique di abiti da sposa, infatti, il social network saprà non solo che sono interessato a un matrimonio, ma anche che con ogni probabilità potrebbero interessarmi un ristorante, un servizio di noleggio macchine, un’agenzia turistica per il viaggio di nozze, un parrucchiere, e via discorrendo, a seconda del risultato ottenuto incrociando il fatto che mi trovassi in quel dato negozio e le informazioni che già Facebook ha di me (età, sesso, lavoro, etc).

Può bastare questo a definire quanto ancora sia centrale il ruolo del punto vendita: al di là però del fattore “dato”, c’è sicuramente un secondo piano, ugualmente importante, da tener conto: quello dell’esperienza.

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Acquisti caldi e acquisti freddi

È stato osservato da più parti come ognuno sia portato ad acquistare prodotti in funzione di parametri che talvolta si discostano dalla sola qualità: nel libro “Buyology: Truth And Lies About Why We Buy“, Martin Lindstrom ha per esempio dimostrato come l’aspetto sensoriale sia determinante nel compiere una scelta in merito all’acquisto.

Rimanendo fedeli a questo spunto, non possiamo sottovalutare come l’acquisto online sia sostanzialmente asettico, privo di emozionalità o pathos: non è un caso infatti che sostanzialmente molti marketplace del mondo giochino sul fattore prezzo per coinvolgere i consumatori, stressando talmente tanto tale leva da aver creato appuntamenti dedicati al risparmio (inutile citare il famigerato Prime Day di Amazon) che diventano essi stessi varianti ricchi di emozione e passibili di citazione. Il contrario di quanto può avvenire, ad esempio, in una bottega famigliare, dove è certa la possibilità di ritrovare caratteristiche uniche e inimitabili come l’empatia che si sviluppa con il titolare, il consiglio veramente personalizzato che parte da una relazione diretta venditore – acquirente, la possibilità di dialogare con il commerciante e scoprire cose nuove sul prodotto che si sta acquistando.

Ogni acquisto viene vissuto secondo una logica prettamente consumistica, in cui il processo inizia e si esaurisce nello spazio di un attimo, senza avere quel genere di conforto che ha il contatto diretto – anche a livello sensoriale – con il prodotto. Riprendendo una famosa definizione di McLuhan, quella di media caldi (il medium che estende un unico senso fino ad uno stadio in cui si è saturi di dati) e media freddi (il medium che ha bisogno dell’apporto sensoriale del fruitore per completare la sua funzione), e adattandola ai nostri bisogni, potremmo addirittura teorizzare una differenziazione marcata fra acquisti caldi e acquisti freddi.
Il primo è quello fatto “ad alta definizione”, dove cioè riusciamo ad avere tantissimi informazioni e a farci un’idea completa del prodotto su tutti i piani: è certamente il caso dell’acquisto fatto nel punto vendita, dove possiamo toccare, provare, discutere del prodotto e confrontarne le qualità con altri competitor. L’acquisto “freddo” è quello online, in cui la scheda prodotto, l’offerta di feedback e gli articoli correlati non bastano a fornirci una reale proiezione di come sia realmente ciò che vogliamo comprare (ad esempio anche solo a livello tattile): dobbiamo necessariamente completare noi, con la nostra immaginazione e le nostre conoscenze, il quadro di ciò che stiamo comprando. Talvolta esercizio difficile, se consideriamo quanto basilare sia nella UX dei marketplace digitale l’elemento di consegna e reso del prodotto in caso di insoddisfazione.

Un nuovo equilibrio per il retail, grazie ai social media

Tale ripartizione evidenzia quindi come l’esperienza del punto vendita sia ancora decisiva e importante per la narrazione di marca: sì, perché è nel retail che può configurarsi un incontro autentico e caratterizzante con il brand e i suoi prodotti, dove il consumatore vive esperienze memorabili che – anche a livello sensoriale! – possono imprimersi più facilmente nella sua mente, facilitando così l’associazione di marca (e incidendo così sulla stessa brand equity!).

Lo scenario che si prefigura è di un nuovo equilibrio da svilupparsi fra le esperienze che ogni utente può vivere, a seconda del tipo di acquisto che può effettuare.

Il moltiplicarsi delle soluzioni non aiuta, anche se i social media possono venirci in aiuto. La possibilità di acquistare in ogni condizione di tempo e spazio (confermati dalla crescita del mobile commerce) e le possibili implicazioni che offriranno le nuove modalità di retargeting, possono arricchire l’esperienza sviluppando una sinergia fra digitale e modalità offline fino ad oggi poco esplorate. Nella fattispecie, si potrà sfruttare ulteriormente il legame fra punto vendita e owned media online, sviluppando equilibri che a livello di customer experience si riveleranno snelli e convincenti.

CX retail - media digitali

LEGGI ANCHE: Customer Experience Design: il libro per progettare esperienze di marca memorabili sui media digitali

Tutto comincia con “il primo sì”, cioè con l’utente che entra nel punto vendita (e qui diventa ancora decisivo l’apporto che possono dare le tecniche di marketing più classico, ad esempio di allestimento delle vetrine): in questo momento del nostro percorso, il consumatore potrà essere convinto dalla proposta commerciale, coinvolto da un addetto vendita o semplicemente scoprire per la prima volta il brand e i suoi prodotti. In caso tutto questo non conduca all’acquisto, ecco che si potrà presentare l’occasione per inviare in tempi brevi una call to action attraverso il web (in questo momento, Facebook), giocando sempre su quella prima disponibilità concessa. Se la call to action fosse efficace, questa potrebbe portare a un media “proprietario”, dove ad esempio registrarsi, svolgere un piccolo gioco, esplorare i prodotti: attività che potrebbero condurre a una stabilizzazione della relazione, o addirittura a un acquisto.

Tale relazione potrebbe poi diventare il ponte per riportare l’utente sullo stesso punto vendita, sul quale erogare poi – sempre attraverso il digital – call to action ancor più customizzate in grado di sviluppare un HyperContent (contenuti  che  non  rientrano in una determinata forma definita dal content marketing, indipendentemente dalle peculiarità del fruitore finale, ma che trovano senso anche nella relazione che si instaura con lo spazio e il tempo circostante,  ovvero  con  il  contesto  in  cui  l’utente  è  calato e  nascono dall’esperienza personale, risultando amplificati nella forma) oppure finalizzare un acquisto, magari agevolato da uno sconto o un rewarding.

LEGGI ANCHE: Content Evolution, il manuale per esplorare la Nuova Era del Marketing Digitale [RECENSIONE]

Il retail diventerebbe quindi un touchpoint dove sì scoprire la marca, ma anche dove approfondire la conoscenza con essa, lasciarsi guidare nel catalogo e dove approfittare di un’esperienza che diventerebbe altamente personale, mutuando quindi una dinamica osservabile solo in determinati contesti, molto piccoli e protetti. In questo, l’ADV acquisirebbe ancor più valore, perché dalla call to action ivi contenuta si troverebbe la reason why per dire nuovamente sì a un marchio e alla sua chiamata.

Probabilmente, nel futuro le persone preferiranno veramente stare a casa attendendo che un drone consegni gli ordini effettuati: ci sembra però improbabile che in determinati contesti le persone smetteranno di apprezzare l’opportunità di entrare in un negozio, conversare con un addetto vendite, lasciarsi consigliare e magari diluire il piacere che dà l’acquistare un bene che piace. Diverso è il discorso di costruire un equilibrio fra online e offline che porti a bilanciare le esperienze di acquisto più veloci e snelle (come quelle di Amazon) con quelle che richiedono anche un approccio sensoriale qualificato e non sostituibile (si pensi, ad esempio, alla scelta di un capo d’abbigliamento come le camicie): in questo, i social media (e Facebook in testa) con la loro capacità di leggere le informazioni che ci riguardano, diventeranno centrali per distribuire call to action e orientare nel mare magnum dei contenuti ogni utente. Starà alle marche vincere questa battaglia, superando i limiti imposti dal content shock e sviluppando sempre meccaniche altamente ingaggianti, semplici, e poco dispersive.

Buondì, chi dimentica è complice: epic win e fail della settimana

Cosa ci ha insegnato il web in questa settimana appena trascorsa? Due i punti essenziali:

  • Le emozioni non finiscono mai: epic win e fail presenti anche questa settimana.
  • I social hanno cambiato drasticamente la nostra vita. Forse troppo?

Il dibattito è aperto. Nella ricercare la risposta, scopriamo gli epic Win e Fail più interessanti dei primi giorni di settembre.

Win

Dopo il successone di Game of Thrones, ecco che la terza stagione della fortunata serie tv di Netflix Narcos impazza sul web. Basta, basta: non dobbiamo aggiungere altro. I win che piacciono!

Gestire un impero va bene, ma ogni tanto bisogna pur mangiare. #Narcos

Gepostet von Netflix am Sonntag, 3. September 2017

Non vogliamo essere ripetitivi ma il merito deve essere sempre riconosciuto. L’estate è finita, il mare è un miraggio, archiviamo Ricky Martin e speriamo di farcela anche con ‘Despacito’. Ma c’è una canzone che non dimenticheremo mai: “Resta zito, chi te lo fa fare, intanto resta zito”. Gustatevi queste hit dell’estate 2017 made in Casa Surace!

Le HIT DELL'ESTATE 2017 al SUD

Le HIT dell'estate 2017 al SUD. FAVORITE FAVORITE

Gepostet von Casa Surace am Freitag, 1. September 2017

Amanti della Roma, questo post sulla pagina Facebook Calciatori Brutti ha avuto un incremento di like e condivisioni incredibile in pochissimo tempo. Anche se siete della Lazio, però dai, fa ridere.

 

Nel limbo dei Fail

Una volta può andare bene, ma l’altra forse no. Vedete, è sbagliato annoverarlo nei fail della settimana per più ragioni. Noi non abbiamo nulla contro Roberto Saviano e non vediamo la sua presenza nello spot come un elemento negativo. Semplicemente, non reputiamo la pubblicità una caduta di stile, ma i commenti negativi, a detta del web, definiscono lo spot un fail. Sarà vero o no? Facciamo così: lasciamo l’epic “aperto”, così, nel limbo dei fail.

Il narcotraffico, in 30 secondi. #Narcos, stagione 3, ora disponibile solo su Netflix.

Gepostet von Netflix am Freitag, 1. September 2017

E visto che di limbo si parla, che ne dite della pubblicità che ha fatto tanto discutere il web in questi giorni?

Lo spot della nota marca di merendine, Buondì, è stato nell’occhio del ciclone per via della tragica fine della mamma protagonista dello spot. Tutta colpa di un meteorite.

Andiamo con ordine e procediamo per gradi, iniziando dal backstage dello spot, anch’esso reso pubblico:

Buondì Classico – Backstage Spot 2017

Motore, ciak, azione!Vi sveliamo i retroscena del nostro spot. Anche il backstage è stato…esplosivo!

Gepostet von Buondì Motta am Mittwoch, 30. August 2017

Ed ecco qui, lo spot originale:

Buondì Classico

Se cercate qualcosa che vi colpisca, oggi vi accontenteremo!

Gepostet von Buondì Motta am Montag, 28. August 2017

Insulti al meteorite, agli ideatori, alla bambina, a tutti. Insomma, una volta lanciato nella polemica, non si è salvato nulla! Capiamoci subito. Per noi non è un fail, siamo sicuri che l’azienda Buondì non vorrebbe meteoriti sulle mamme, altrimenti chi acquisterebbe poi le merendine per casa?

Non è sicuramente il nostro spot preferito, ma non intendiamo indignarci solo perché siamo giustificati dalla presenza del web.

Chi non ricorda questo spot della Vigorsol? Eppure, non diede tanto scalpore quanto questo delle merendine, ma il topic è più o meno simile.

Non lo ricordate? Noi diciamo di sì, anzi… YYYESSS! Guardate qui:

Si tratta di una pubblicità talmente datata che allora erano ben altri i motivi per indignarsi. Come ci sta cambiando dunque il web lo si evince dalla reazione dinanzi a questi episodi qui.

Insomma, settembre is the new capodanno ed è per questo che -post ferie- vogliamo ripartire con buoni propositi: cerchiamo sempre il lato epic win del web!

Fail

Chiudiamo con un fail non “da fare”. AW Lab ha pensato bene di proporre dei modelli di scarpa Diadora segnalando anche che c’era da preparare una creatività. Peccato che lo abbia segnalato anche ai fan di Facebook.

Coraggio: in fondo quando le cose sono da fare non serve altro che… farle. Prima di sponsorizzarle, però.

Per questa settimana è tutto: a lunedì prossimo, Ninjas! 

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Clienti Mobile: 5 consigli per migliorare le vendite online

Una certezza che da diversi mesi ci accompagna è che il traffico dati da mobile ha superato quello da desktop. Di riflesso, questo, si è visto anche nei siti di eCommerce, dove il traffico da smartphone supera di quasi il 50% quello da computer.
Questa percentuale è in continua crescita, ed è per questo che i brand che vendono prodotti online hanno dovuto mantenere il focus principale nei “clienti mobile”, quelli sempre in movimento che usano lo smartphone per navigare e compiere gli acquisti.

Sperimentare e testare è fondamentale per continuare a migliorare le prestazioni del proprio sito: importante è tenere a mente che, quello che funziona da desktop non si può tradurre in ugual modo nelle versioni mobile.

Ecco alcuni consigli suggeriti da Forbes per evitare di commettere errori nella propria strategia da mobile.

1. Velocità

Ecommerce, mobile commerce e retail innovation Digital Magics e Talent Garden cercano la tua startup [CALL FOR IDEAS]

Probabilmente questo è l’elemento più importante di tutti: far si che il proprio sito da mobile interagisca in modo veloce è uno dei fattori che aiuta a convertire di più.
Ce lo conferma eMarketer dove in un sondaggio il 73% degli utenti afferma che la velocità di caricamento di un sito è uno tra gli elementi più importanti.
Insomma i clienti con lo smartphone in mano, non sono così pazienti, e un caricamento lento non è gradito.

2. Moduli ottimizzati

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Adobe Stock #112556610

La Customer Journey online prevede, necessariamente, la compilazione di alcuni campi. Per quanto gli schermi dei nostri smartphone siano sempre più grandi, quando si tratta di compilare i vari form il display del telefono non risulta essere molto agevole; molto di più lo è sicuramente la tastiera del computer.
Si può, però lavorare per ottimizzare al meglio la compilazioni di questi campi:

  • Riempimento automatico: in base alle informazioni che si hanno già dell’utente il sito dovrebbe compilarle in modo autonomo.
  • Dimensione del campo: riuscire a rendere abbastanza grandi i campi di compilazione in modo che siano facilmente cliccabili con le dita.
  • Tastiera smart: a seconda della tipologia di dato richiesto la tastiera si modifica. Ad esempio la tastiera numerica dovrebbe essere impostata in modo predefinito quando è richiesto il numero di telefono e il codice postale.
  • Correttore automatico: è bene eliminare questa funzione quando vengono richiesti alcuni dati, come il nome e cognome o l’indirizzo.
  • Raggruppamento: utile è unire i cluster secondo un ordine di affinità, in modo che la loro compilazione risultati più semplice per l’utente.

 

mobile ecommerce

Fonte @Warby Parker

3. Rendere accessibili i propri contatti

Poterebbe sembrare una cosa scontata, ma rendere i propri contatti visibili e facilmente accessibili non sempre viene fatta, soprattutto da mobile. Inserire in modo visibile i propri recapiti aiuta l’utente che in caso di bisogno trova un modo per poter mettersi in contatto con l’azienda evitando quindi di perdere delle conversioni.

 

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Fonte @Frank and Oak

4. Barra di ricerca

Gli utenti che acquistano da mobile, nella maggior parte dei casi hanno le idee ben chiare e sanno già che prodotto vogliono acquistare. Utilizzando una barra di navigazione all’interno del sito si accorciano di molto i tempi di ricerca da parte dell’utente, garantendogli una migliore esperienza.
Riuscire quindi a mantenere in modo visibile e chiara la barra di ricerca risulta ottimale sopratutto da mobile considerando la dimensione ridotta degli schermi.

5. Navigazione semplificata

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Avere un sito di eCommerce ben strutturato non è semplice neanche da desktop; da mobile, come è facilmente intuibile lo è ancora meno.
Investire affinché la struttura del sito sia chiara, semplice e funzionale è davvero importante. La progettazione del sito deve essere impostata prendendo in considerazione alcuni aspetti:
Non bisogna considerare il click del mouse, ma l’utilizzo del touch attraverso le dita delle mani
Meglio utilizzare un menù allineato verticalmente
Eventuali aggiunte di segnali visivi alle varie sezioni del menù può facilitarne l’utente nei diversi passaggi.

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Senza una navigazione mobile efficace ed efficiente gli utenti non saranno in grado di trovare quello che cercano e il tasso di conversione ne risentirà.
Per incoraggiare le conversioni è molto importante ricordarsi di soddisfare le esigenze del cliente mobile, loro desiderano avere esperienze veloci, piacevoli e strutturate come quelle da desktop.
In sintesi, la soluzione è cercare continuamente di soddisfare e superare le aspettative.

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Mobile lead generation: come creare un form efficace

Il traffico proveniente da mobile è in rapida crescita, secondo il report di Marketing land entro il 2019 ci saranno 11,5 miliardi di dispositivi mobile. Alla luce di questi dati ottimizzare le campagne web per il mobile diventa d’obbligo.

Per un brand acquisire nuovi contatti e quindi nuovi potenziali clienti è senza dubbio uno degli obiettivi più importanti da perseguire con una corretta strategia di lead generation.

Una delle maggiori sfide che le aziende si trovano ad affrontare è proprio quella di rendere piacevole l’esperienza degli utenti mobile. Quando si naviga da smartphone spesso ci si trova difronte a schermi piccoli e funzionalità diverse rispetto al computer, per aggirare il problema la creatività diventa fondamentale, avrete una sola possibilità per fare una buona impressione e conquistare i consumatori.

Qual è la strada migliore da intraprendere per rendere la vostra strategia di lead generation mobile friendly, e capace di convertire i visitatori del vostro sito web in clienti?

Semplicità e user experience

mobile lead generation

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Il primo consiglio è quello di rendere l’esperienza dell’utente estremamente facile e intuitiva. Quando si pianifica una strategia di lead generation, la parola d’ordine deve essere “mobile first”, e rendere il processo semplice e stimolante.

Una volta creata la vostra prima versione del form necessario ad acquisire i dati dell’utente, immedesimatevi nei suoi panni, fate finta che siete approdati sulla pagina web per la prima volta, e iniziate a provi delle domande: Il design si presenta ordinato e pulito? Le informazioni sono ben organizzate e facilmente reperibili? C’è un passaggio che necessita di spiegazioni o risulta essere ridondante?

Cercate nelle vostre risposte il modo corretto per migliorare la user experience degli utenti, vi guiderà nella direzione giusta.

Non bisogna essere aggressivi

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Il segreto del successo sta nella discrezione: non siate invadenti, potreste rischiare di allontanare i vostri clienti spingendoli a trovare un’alternativa.

Fate attenzione a non esagerare con i pop up, tenendo presente che il loro eccessivo utilizzo potrebbe incidere negativamente nel ranking del vostro sito: da gennaio di quest’anno Google sembra non gradire le forme invasive di comunicazione da mobile, penalizzando chi eccede.

Stesso discorso vale per i moduli che richiedono i dati del cliente a fini promozionali, se questi disturbano l’esperienza dell’utente da mobile risultando invasivi, non vengono ben visti da Big G che mette al primo posto l’utente.

Utilizzare call to action alternative

Molto spesso quando navighiamo da smartphone, ci troviamo di fronte noiosi form da compilare, pensando all’utente mobile ricordiamoci che il telefono serve principalmente per chiamare quindi è preferibile inserire call to action alternative ad esempio un “Chiama ora” che mette in contatto in modo veloce brand e cliente.

Utilizzare tool

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Per generare dei contatti utilizzando dei form mobile friendly si può ricorrere all’ausilio di diversi strumenti utili.

Di certo i test fatti da persone umane sono fondamentali, ma Google fornisce un tool molto utile che può considerarsi un buon punto di partenza: Google Mobile-Friendly Test che permette di visualizzare un’anteprima rapida di come appare una pagina web sui dispositivi mobile.

È inoltre molto importante utilizzare dei software che consentono il monitoraggio del traffico e delle conversioni provenienti da mobile. Uno strumento molto utile è Cyfe, tool grazie al quale si possono tenere sotto controllo tutte le statistiche che ci interessano in un’unica dashboard.

Con Cyfe potrete importare e monitorare tutte le informazioni provenienti da: Google Analytics, Google Webmaster Tools, MailChimp, Twitter, Facebook e altre piattaforme.

Pronti a conquistare i vostri clienti da mobile?

30 cose da non condividere sui Social Network

L’idea di questa lista nasce da una sempre maggiore e ricorrente richiesta di collaborazione nella gestione di mucche o anatre per Farmville: un gioco diventato sempre più virale su Facebook.

Il Social gaming e le sue notifiche (ringraziando il cielo e Zuckerberg!) si possono bloccare nelle impostazioni, ma c’è chi apprezza questo passatempo e se sei tra questi devi sapere che Farmville ha 80 milioni di giocatori mensili di tutte le età ed è stato addirittura eletto il Social Gaming dell’anno 2010. Non l’hai mai provato e proprio ora ti è venuta voglia di testarlo?

30 cose da non condividere sui Social Network

Tra notifiche di richieste di vita, chances, monete e miracoli per i vari giochi, potresti rischiare di rovinare la tua reputazione, quindi cerca di proteggere la tua privacy e fare attenzione a ciò che pubblichi sui Social Network.

30 cose da non condividere sui Social Network

Ecco un elenco di 30 cose che non dovresti condividere sui Social:

1- Su Facebook: quale pollo stai spennando o quale mucca stai mungendo su Farmville. Pensi che davvero possa interessare?

2- Ancora su Facebook ma in Mafia Wars: quante persone hai ucciso e dove sono state sepolte. Tieni a freno il Rambo che è in te.

3- Foto dove sei ad un party in condizioni che sarebbe meglio tenere per te.

4- Mentre stai facendo una festa: magari arriva anche qualcuno che non hai invitato.

5- Foto che rivelano che flirti con la moglie del capo durante l’annuale cena di lavoro prenatalizia. E poi a gennaio cosa accadrà?

6- Che hai una relazione.

7- Che stai pensando di avere una relazione.

8- Disappunto sul tuo capo.

9- Lamentele sul tuo lavoro, confessioni sul fatto che vorresti lasciarlo e poi magari ti licenziano loro in anticipo dopo aver letto il post.

30 cose da non condividere sui Social Network

10 – Foto che annunciano chiaramente che quel giorno non eri davvero a casa in malattia.

11- Che stai pensando di metterti in malattia.

12 -Drammi e litigi con i tuoi amici (a meno che tu non sia in un reality show).

13- Problemi con i tuoi genitori. Piuttosto chiama un amico.

14- Password.

15- Suggerimenti di password con nomi dei tuoi cani. Dillo soprattutto ai tuoi genitori.

16- Foto e video dei tuoi bambini. Non sai mai dove possano andare a finire.

17- Avvertire che sei appena scappato dalla prigione e stai fuggendo (non ridere, è realmente accaduto!)

18- Rivelare cosa pensi di una causa legale ancora in corso.

19- Non linkare il tuo profilo professionale di Linkedin su altri social che usi per diletto.

20- Non dare informazioni circa quanto possiedi sul tuo conto corrente.

21- Informazioni personali.

22- Come aumentare il numero di amici o followers, che già suona come una truffa.

23- Che stai partendo per le vacanze.

24- Il periodo in cui sarai in ferie.

25- Le tue abitudini quotidiane: i ladri usano queste informazioni a loro vantaggio.

30 cose da non condividere sui Social Network

26- Mostrare che fai cose stupide va contro la tua reputazione.

27- Quanto ti pompi in palestra, quanti chilometri hai corso e quanti ne vuoi correre per mantenerti in forma. Lascia l’effetto sorpresa e stupiscili tutti quando ti vedranno la prossima volta!

28- Palesare la tua idea politica o religiosa. Non è un talk show!

29- Cos’hai mangiato a colazione, a pranzo, a cena o come spuntino.

30- Infine, se non sei sicuro di quello che stai per condividere: non farlo,grazie.

30 cose da non condividere sui Social Network

E ora vorrei proprio sapere cos’hai condiviso che non avresti dovuto, ma soprattutto: a cosa sei quotidianamente sottoposto dai tuoi Social Friends?

Ti invio un abbraccio solidale, con l’augurio che aumenti la qualità delle informazioni che condividiamo.

 

 

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Self-driving car: le nuove linee guida arrivano dalla Germania

Quanto spesso la tecnologia diventa oggi oggetto di dibattito etico e non solo produttivo? Da tempo Google, Facebook, IBM, Amazon, Microsoft e altri big del Tech sono a lavoro su un’alleanza per un’etica dell’intelligenza artificiale, ma cosa accade quando il discorso si sposta nell’ambito delle self-driving car?

Il governo federale tedesco adotterà presto nuovi orientamenti per le auto a guida autonoma nel Paese: valore e uguaglianza della vita umana saranno privilegiati rispetto ai danni a proprietà e animali.

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La Germania e il comitato etico sulle self-driving car

Le nuove linee guida sulle auto a guida autonoma, presentate il 23 agosto da un comitato etico sulla guida automatizzata, sottolineano che le autovetture devono orientarsi sul

“fare il minimo danno se vengono messe nella situazione di scegliere se colpire un essere umano: non possono esistere discriminazioni basate su età, al sesso, razza, disabilità o altri fattori osservabili in modo esteriore”.

In altre parole, tutte le self-driving car dovranno essere programmate per capire che ogni vita umana è uguale.

Verso chi dovrà puntare, quindi, un veicolo quando viene collocato in una situazione in cui ogni risultato prevede la morte di un pedone? Questo dilemma paradossale è spesso chiamato “Trolley problem” e ha intavolato un dibattito etico, che dura ormai da circa 60 anni.

È giusto uccidere due anziani per salvare un bambino? O salvare una donna incinta, mentre si sa di uccidere un uomo o un bambino?

Il MIT (Massachusetts Institute of Technology) ha perfino rilasciato un gioco online per testare la propria predisposizione etica in una situazione di pericolo.

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Self-driving car: questione di vita o di morte

Le nuove regole tedesche riaprono il dibattito su questa scelta di vita o di morte. Quindi, in che modo dovrebbe determinare la propria soluzione una macchina a guida autonoma?

Partendo dal presupposto che un sistema di veicoli automatici diminuirebbe i rischi di incidente legati invece alla inefficiente guida umana, la risposta alla domanda resta a carico delle società produttrici e dei governi, che insieme dovranno impegnarsi per creare legislazioni al passo con i tempi e possibilmente condivise a livello globale. Un fattore di cui le aziende devono sin da ora cominciare a farsi carico nella propria pianificazione.

Oltre alla Germania, anche California e Nevada hanno iniziato a redigere le proprie regole, mettendo così in atto un processo che rischia di generare confusione intorno alla regolamentazione sulle self-driving car.

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Week in Social: dal Marketplace di Facebook al restyling completo di YouTube

Siamo ufficialmente nel mese dove tutto inizia di nuovo. Palinsesti tv aggiornati, costumi e teli mare all’ultimo lavaggio, porta pranzo a pieno regime. Dopo una lunga pausa estiva non vediamo l’ora di riappropriarci delle vecchie sane abitudini quotidiane. Se a qualcuno questa affermazione può far storcere il naso, tranquilli, parliamo dell’unico e imperdibile appuntamento che da oggi torna a scandire le vostre settimane. È venerdì, torna più in forma che mai Week in Social, la rubrica targata Ninja Marketing con tutte le novità social della settimana, in questo caso del mese.

Tante le news e gli aggiornamenti e tanti gli argomenti di cui parlare tornati in ufficio. Dall’introduzione del marketplace Facebook anche in Italia, al restyling di Youtube fino ai nuovi formati di Instagram per la condivisione di foto e brevi video. Ma andiamo con ordine.

Facebook Marketplace anche in Italia

Ma quanto ci piace mettere in vendita sul web gli oggetti che non usiamo più? Tanto! E di app e piattaforme che ci consentono di dare una sbirciata a ciò che potremmo acquistare vicino casa nostra ce ne sono diverse, ma da qualche giorno è possibile utilizzare anche la piattaforma messa a disposizione da Facebook. Si avete capito bene, è finalmente anche in Italia Facebook Marketplace, il mercatino dell’usato che sfrutta la potenza social per far breccia nei desideri del vicinato.

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Come funziona? Semplice. La classica iconcina di un negozio appare tra una richiesta di amicizia e una notifica, cliccandoci sopra gli utenti possono caricare e vendere i loro oggetti alle persone nelle vicinanze. Basta inserire una foto, alcune informazioni (nome dell’oggetto, descrizione e prezzo), luogo in cui si trova e categoria. I potenziali acquirenti possono contattare il venditore tramite messaggi privati. La transazione può essere conclusa nel mondo reale, non tramite Facebook. E voi lo avete già provato? Diteci cosa ne pensate.

Ecco invece cosa ne pensa il nostro Luca La Mesa, Top Teacher Ninja Academy e docente del primo Social Media LIVE Program:

I test del marketplace sono solo il primo passo e, se andranno bene, è probabile che Facebook deciderà di inserirsi anche nella parte di transazione (per ora non prevista) anche per avere sempre più dati su cosa ci piace comprare e quanto spendiamo online. L’importanza che Facebook sta dando a questo “rilancio” del Marketplace la si intuisce dal fatto che hanno inserito un pulsante ad hoc nella app mobile.

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Facebook: in arrivo il retargeting per chi ha visitato un negozio

Rimaniamo in casa Facebook e in tema shopping. Il social di Mark Zuckerberg sta testando una nuova opzione per la personalizzazione del pubblico che consentirebbe alle aziende di targettizzare gli annunci verso le persone che hanno già visitato il proprio negozio, bar o ristorante.

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Grazie al nuovo strumento, Facebook sarebbe in grado di creare un elenco di persone che hanno visitato negli ultimi 30 giorni il punto vendita, probabilmente attraverso la geolocalizzazione. Una vera e propria rivoluzione in campo business che avvicinerebbe sempre più brand e imprese al social network per eccellenza.  A questo proposito Luca La Mesa ci racconta la sua esperienza:

In una recente analisi svolta per un importante cliente nel mondo della moda abbiamo notato come l’utente che è familiare sia con lo store che con gli asset digitali del brand tende a spendere molto di più rispetto ai consumatori che sono solo online o solo offline. Le strategie omnicanale saranno sempre più importanti e questa è solo una delle novità che i social stanno preparando in questa direzione. Si aprono diversi interessanti scenari da testare in maniera approfondita

LEGGI ANCHE: Facebook: in arrivo il retargeting per chi ha visitato un negozio

Facebook contro le fake news, niente ads a chi le diffonde sul social network

Guerra aperta alle fake news. Neanche con l’estate si è fermata la battaglia di Facebook alle notizie false, fuorvianti e acchiappa clik. Ma a quanto pare questa volta Facebook ci è andato giù pesante. Come? Togliendo a chi le diffonde la possibilità di sponsorizzarsi, e quindi di incrementare il numero di lettori e i ricavi correlati.

Facebook Fake

La compagnia ha annunciato che le pagine “colpevoli” di pubblicare ripetutamente notizie bufala sul social network non potranno più comprare spazi pubblicitari sulla piattaforma. Un duro colpo per chi sperava di attirare utenti e potenziali clienti catturando l’attenzione con notizie appetibili quanto false. Dello stesso parere anche il nostro Luca La Mesa che ci conferma che:

C’è un vero e proprio business dietro le fake news e Facebook sta cercando di contrastarle in vari modi. Dopo aver ridotto la reach organica dei post riconosciuti come “falsi” ora si appresta a bloccare le inserzioni delle stesse pagine, se ripetutamente utilizzano questi ingannevoli trucchetti. Se implementata bene sarà un’ottima novità andando ad alzare la qualità dei contenuti del social e permettendo anche ai brand “sani” di recuperare una piccola parte della visibilità organica e a pagamento che verrà liberata da questi tipi di post. Il colpo più importante all’industria delle fake news credo lo potrà dare anche Google andando a staccare la mini fonte di reddito (Adsense) collegata a quei siti. Una volta senza guadagno non avranno più ragione di inquinare le nostre bacheche con notizie false.

Facebook fake

WhatsApp apre alle aziende, in arrivo profili verificati per i contatti coi clienti

Per porte che (finalmente) si chiudono a portoni che (finalmente) si spalancano. Mentre Facebook continua la sua battaglia contro chi diffonde sui social notizie false, Whatsapp apre i suoi orizzonti e strizza l’occhiolino al mondo business. Cosa vogliamo dire? Presto detto. A breve le funzioni di messaggistica istantanea che hanno reso famosissima l’app saranno disponibili anche per le aziende. In questo modo negozi, esercizi commerciali e brand potranno entrare direttamente in comunicazione con i propri utenti/clienti.

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Una svolta epocale che potrebbe ancor di più fidelizzare il pubblico di una una delle app più famose e utilizzate al mondo. Attenzione, non tutte le aziende o i brand avranno questa possibilità. Solo i profili verificati e autorizzati avranno accesso a questa fondamentale funzione che per ora è già attiva, ma solo in anteprima per un numero ristretto di soggetti.

Instagram: formato orizzontale e verticale quando si condividono più foto e video sul social network

Addio ai classici quadratini che tanto abbiamo amato. Instagram si libera finalmente dal vincolo delle foto quadrate negli album. Il social ha infatti introdotto la possibilità di postare più foto insieme usando anche scatti nei formati ritratto e panorama, cioè verticale e orizzontale. Non sarà quindi più necessario tagliare le immagini prima di pubblicarle.

YouTube cambia look, video si muovono con i gesti

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Da oggi gesticolare davanti al vostro pc non vi sembrerà così strano. Di cosa stiamo parlando? Del primo vero restyling di Youtube che tra le tante cose permetterà di muovere e scorrere i video con i gesti. Tra le novità più evidenti sicuramente un design più pulito, nuovo logo, e come dicevamo video che si muovono con i gesti e alla velocità preferita. A 12 anni dal lancio YouTube cambia look introducendo novità, sia nella versione per dispositivi mobili sia in quella per computer.

Per questa settimana con le novità social è tutto! Seguite la nostra pagina Facebook, il nostro gruppo LinkedIn e su Twitter per rimanere aggiornati su tutte le novità del mondo social. Buon rientro! 

Sony, Universal e Warner: Spotify è pronta alla Borsa

Manca ancora qualche mese alla fine di questo 2017, nel quale, oltre al tanto discusso ingresso in Borsa di Snap Inc., ci si attende quello di Spotify.

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Spotify: il lungo percorso verso la Borsa

È ormai da diverso tempo che il leader della musica in streaming programma il suo ingresso nel mercato azionario: il percorso è iniziato nel 2016, quando la società ha raccolto un miliardo di dollari in debito convertibile.

LEGGI ANCHE: L’IPO non IPO di Spotify: i piani per entrare nel mercato

Le condizioni di tale prestito prevedevano che, in caso di offerta pubblica entro i 12 mesi, gli investitori potessero convertire il debito in azioni valutate il 20% in meno del prezzo di vendita, mentre in caso contrario, questo costerà il 5% di interessi annui con un aumento di un punto percentuale ogni sei mesi.

Più l’ingresso verrà ritardato, cioè, più la società andrà incontro a costi elevati.

Spotify

Come preannunciato, a differenza della maggior parte delle aziende tech, Spotify probabilmente non procederà con una IPO ma prediligerà il direct listing: in tal modo, le azioni verranno vendute direttamente agli azionisti, senza ricorrere ad intermediari.

Un sistema se non nuovo, sicuramente raro tra le aziende di questa portata.

LEGGI ANCHE: Conviene vendere su Amazon? Ecco una breve guida

Gli accordi con Sony, Universal e Warner

Dopo aver siglato il rinnovo degli accordi di licenza – ultimo quello con Warner – Spotify è ora pronta definitivamente ad entrare in Borsa.

I termini di questi accordi con le major discografiche, seppur con qualche ovvia discrepanza, dovrebbero essere molto simili tra loro e hanno lo scopo di ridurre le percentuali dovute alle label musicali, riducendo dunque i costi per la società.

Accordi essenziali per un consolidamento della posizione dell’azienda prima dell’approdo in Borsa.

LEGGI ANCHE: Snapchat, Uber, Spotify: le IPO più attese del 2017

In generale, le tre major si accontenteranno di una percentuale inferiore delle entrate ed in cambio Spotify permetterà agli artisti di offrire parte della loro musica in esclusiva, per un tempo limitato, solo ai clienti con abbonamento Premium.

In qualche modo un win-win, che porta Spotify a presentarsi con maggiore sicurezza come azienda quotata. Quando? Per questo restiamo ancora in attesa.