eternità aumentata alter ego digitale

Eternità aumentata: ecco come ci renderà immortali

Eternità aumentata, così il Dott. Rahnama del MIT Media Lab ha battezzato la tecnologia che permetterà di creare bot che, alimentati dalle tracce digitali lasciate sui social e nel web da una persona, la renderanno immortale.

I social network sono sempre di più una estensione digitale del nostro essere. Una dimensione virtuale che si fonde con quella reale in un continuum in cui ogni aspetto della nostra vita è presente.

Amicizia, amore, lavoro, odio, sesso varcano i confini sempre più labili tra entrambi i mondi, rendendoli quasi indistinguibili.

Ora la tecnologia associata al machine learning, reti neurali e intelligenza artificiale promette di abbattere l’ultima barriera, la morte, e di realizzare il sogno dell’immortalità. Chi vorrà, potrà vivere in eterno. Tutti potremo dialogare con chi, anche se morto da millenni, avrà lasciato sufficienti tracce di sé da poter essere resuscitato digitalmente.

Come funziona l’eternità aumentata

Il concetto non è nuovo. Della possibilità di trasferire la mente di una persona ne discuteva già Norbert Wiener, uno dei padri della teoria dell’informazione, negli anni 50. Argomento caro a molti scrittori di fantascienza, lo riprese anche l’inventore e futurologo Raymond Kurzweil, che sognava di creare una replica del padre morto.

La novità dell’eternità aumentata, se così vogliamo definirla, è che Rahnama abbandona la via “classica” del mind uploading, cioè la replica fedele della mente di una persona in un mezzo digitale, per adottare una alternativa forse più semplice ed efficace: ogni mail, tweet, status di facebook, post di Instagram, messaggi e altre tracce digitali lasciate da una persona sono date in pasto a una rete neurale.

Questa li analizza e impara a interagire con gli altri, reagendo come se fosse la persona reale e di cui ha analizzato le caratteristiche.

Maggiore è la quantità di dati da analizzare, migliore sarà la fedeltà dell’alter ego digitale.

eternità aumentata

 

Le possibili applicazioni

L’applicazione ideata da Rahnama non trasferisce nei propri database (non ne esistono proprio) i dati che analizza. Ad ogni sessione di conversazione, a seconda del contesto, l’analisi condotta servirà a generare la risposta più adeguata e in armonia con la personalità, esperienza e conoscenza della persona di cui si utilizzano i dati.

Egli immagina sosia digitali, bot che, per esempio, possano rispondere ai colleghi di una persona assente dall’ufficio sulla sua area di competenza. Facciamo un esempio concreto: Maria tratta abitualmente ordini e contratti con i fornitori. Mentre è in vacanza potrebbe lasciare un suo avatar a disposizione dei colleghi che, leggendo le email e chat passate, fornisca le risposte corrette per concludere un nuovo ordine o contratto.

L’eternità aumentata potrebbe trovare applicazione anche nella formazione, immagina Rahnama, creando avatar di esperti e autori che possano essere interrogati dagli studenti. Questi potrebbero così interagire con dei tutor digitali che mimino lo stile e la conoscenza di grandi scienziati o letterati del passato. Immaginate di poter chattare direttamente con Shakespeare o con Einstein per chiedere spiegazioni su come interpretare un particolare sonetto o un passaggio oscuro della teoria della relatività.

La difficoltà, più si va indietro nel tempo, è la disponibilità della quantità sufficiente di dati da analizzare per ricreare un sosia digitale che sia credibile: è più facile avere un bot ispirato a Trump,   insomma, che ad Abramo Lincoln.

Altri, un po’ come nell’episodio “torna da me” della serie Black Mirror, hanno immaginato e realizzato applicazioni che possano fare le veci di una persona deceduta.

Un bot che, sulla base di tutto ciò che una persona abbia in vita pubblicato e reso disponibile sui propri canali social possa fornire il conforto di un simulacro digitale a chi è rimasto.

Uno dei primi bot di questo tipo è stato creato dal fondatore della startup Luka, che non rassegnandosi alla perdita di un amico in un incidente stradale a Mosca, ha generato un suo fantasma digitale.

La stessa azienda, dopo essersi trasferita a San Francisco, ha creato un bot che, utilizzando i testi delle sue canzoni, permette di chattare con il cantante Prince.

Volete vivere per sempre?

Due diverse aziende vi danno la possibilità di farlo grazie all’eternità aumentata.

eterni.me ed eter9.com sono due piattaforme, ancora in versione beta, che vi permettono di creare un vostro avatar e metterlo a disposizione delle persone a voi care, nel lontano futuro in cui non sarete più in questo mondo.

eternità aumentata eterni.me

Entrambi i servizi dichiarano di utilizzare sistemi di Intelligenza Artificiale per creare il vostro sosia.

Nel primo caso però il sistema utilizza i dati dei vostri account Facebook e Twitter, che dovrete rendere completamente accessibili mentre nel secondo caso il sistema impara a conoscervi attraverso le vostre interazioni e pubblicazioni nel social network creato ad hoc.

Ad eterni.me potete iscrivervi ma sarete messi in lista d’attesa, come è successo a noi, che non abbiamo quindi potuto provarlo. La lettura dei termini di utilizzo però induce a raccomandare prudenza data la quantità ed estensione di permessi che l’applicazione chiede per funzionare.

Eter9 invece è immediatamente utilizzabile dopo l’iscrizione e la conferma del proprio indirizzo Email. Non c’è alcuna richiesta di accesso ai vostri profili social poiché, come si è scritto, il sistema impara da ciò che pubblicate e caricate al suo interno. A differenza di eterni.me dichiarano che l’utilizzo della piattaforma è e resterà gratuito.

Per poter creare un proprio sosia grazie all’eternità aumentata occorre avere pazienza, insomma.

E se l’eternità aumentata non fosse un sogno?

Abbattere la barriera della morte (o di una temporanea assenza) sembra la realizzazione di un sogno.

Poter continuare a dialogare con un proprio caro defunto, oppure sopravvivere noi stessi attraverso una replica digitale che offra conforto a chi abbiamo lasciato non sembra avere risvolti negativi.

Alcuni apprezzano l’idea, e applicazioni del genere avrebbero grande successo tra coloro che oggi si accontentano di leggere e rileggere gli status del profilo di chi è mancato, qualche volta continuando ad inviare o condividere messaggi in una bacheca altrimenti inerte.

Una versione diversa e digitale dei fiori, regali e bigliettini che si lasciano nel luogo di un incidente, per esempio.

Altri rifiutano questa possibilità considerandola alquanto macabra ed inopportuna.

Superando le proprie convinzioni e pensieri al riguardo è però d’obbligo esplorare tutti gli aspetti di questa nuova possibilità che la tecnologia offre.

Giovanni Ziccardi, professore associato di Informatica Giuridica presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano lo fa molto bene nel suo “Libro digitale dei morti”.

copertina il libro digiterei morti

Un vademecum per chi vuole sopravvivere in rete o, forse, scomparire del tutto, recita la quarta di copertina. Dalla privacy al diritto al oblio, il diritto degli eredi agli asset digitali del defunto, sono molte le domande a cui si da risposta, e tante quelle che nascono.

Sopravvivere in questo modo potrebbe, per esempio, non permettere un distacco e una elaborazione del lutto, ma anzi generare una dipendenza dall’avatar digitale.

Novelli medium digitali potrebbero sfruttare un avatar digitale per truffare i parenti di un defunto. Un fenomeno che non sarebbe nuovo: Houdini dedicò gran parte delle sua vita proprio a smascherare truffatori di questo genere. La tecnologia non rende meno creduloni e vulnerabili coloro che soffrono per un lutto.

Rendere in questo modo immortale una persona potrebbe andare contro la sua volontà e violare la sua privacy e il diritto a scivolare nell’oblio.

Sopratutto per i sistemi che generano l’avatar basandosi sull’ombra digitale che la persona ha lasciato dietro di se, c’è da domandarsi quanto il simulacro possa essere aderente alla persona che intende rappresentare: anche in presenza di una grande mole di dati da analizzare, essi non sarebbero che la porzione che la persona stessa ha voluto rivelare di se.

Alcuni film sono stati conclusi nonostante l’attore protagonista fosse morto durante le riprese, come nel caso di Paul Walker, altri sono stati girati facendovi partecipare attori defunti anni prima, come nel caso di Peter Cushing, ricreato digitalmente per interpretare Tarkin in Star Wars rogue one.

Potrebbe una azienda, con queste nuove tecniche, continuare da utilizzare i profili social degli influencer a contratto?

E i termini di servizio, quelli che nessuno legge mai, non potrebbero essere aggiornati dal vostro social network preferito in modo da continuare ad usare voi stessi come testimonial nei confronti dei vostri amici come già accade da vivi, per esempio, su Facebook?

Queste sono solo alcune delle domande e problemi che l’esplorazione di questa ultima frontiera obbliga a porre.

Ma voi… vorreste vivere per sempre? Continuiamo a parlarne sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

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Search Engine Marketing: i consigli per ottimizzare le tue campagne

Quest’articolo è stato scritto da Matteo PolliSEM Manager di Facile.it e Docente del Master in Digital Marketing di Ninja Academy.

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Il Search Engine Marketing o, per gli amici, il SEM, è uno strumento imprescindibile per chi vuole incrementare il numero di utenti del proprio sito e realizzare campagne pubblicitarie online altamente targettizzate. Ad aumentare il numero di caratteristiche che rendono il SEM molto interessante vi è la modalità di pagamento: questo strumento funziona puramente pay per click, si paga solo quando gli utenti cliccano le nostre inserzioni pubblicitarie.

Differentemente da altri paesi, nei quali il peso dei motori di ricerca presenta distribuzioni diverse, in Italia è Google ad essere il principale sito al quale gli italiani si rivolgono quando cercano qualcosa: il 92% delle ricerche passa attraverso il motore di Mountain View.

Sviluppato nel 2000, Google Adwords è migliorato anno dopo anno ed oggi permette di realizzare campagne search e display caratterizzate da un alto livello di personalizzazione senza rischiare di perdere in semplicità di utilizzo.

Nonostante il predominio di Adwords, esistono altri strumenti parimenti efficaci ed efficienti per far in modo che i nostri potenziali utenti-clienti visualizzino le nostre inserzioni pubblicitarie quando effettuano ricerche online: è fondamentale riuscire a cogliere al meglio qualsiasi occasione di portare traffico qualificato al nostro sito. Tra i differenti strumenti a PPC, uno su tutti è certamente BingAds: strumento per gli inserzionisti dal funzionamento molto simile al prodotto di Google e che permette di mostrare i nostri annunci su pagine di risultati dei motori di ricerca Microsoft (bing.com) e Yahoo (yahoo.com).

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Da ricordare sempre

Come in tutte le cose, anche nel SEM esistono degli elementi imprescindibili che bisogna sempre avere presente:

  1. Ricordare quale sia il modello di business che abbiamo scelto per la nostra attività: non basta portare traffico ad un sito per avere successo, bisogna lavorare bene e con attenzione.
  2. Impegnarsi per ottenere il massimo dagli utenti che portiamo sul nostro sito, ogni utente che atterra sulle nostre pagine da un sistema pay per click, ci è costato qualcosa. Non buttiamo via soldi.
  3. Mantenere l’attenzione sulle conversioni: ogni utente che clicca un nostro annuncio deve sentirsi attratto naturalmente verso il motivo per il quale abbiamo realizzato il nostro sito (compilare un form, iscriversi ad una newsletter, acquistare un prodotto, etc.).
  4. Fare attenzione: i sistemi pay per click possono portare sia al successo che al fallimento. Bisogna fare sempre molta attenzione a ciò che si fa ed essere disposti a dedicare tempo, precisione e cura alle proprio campagne. Il rischio di spendere una fortuna per una disattenzione o leggerezza è in agguato, l’unico modo per scongiurarlo è essere sicuri di ogni operazione che si effettua sulla piattaforma.

Push e Pull

Le attività pay per click che si possono effettuare sono molteplici ma si possono differenziare in 2 macro-categorie: campagne search o display.

La prima grande differenza tra i 2 tipi di annunci è l’approccio che si adotta nei confronti dell’utente: la pubblicità search è considerata “pull” mentre quella display è di tipo “push”.

La differenza sta tutta nella modalità all’interno della quale gli utenti si trovano quando si imbattono nei nostri annunci pubblicitari: mentre negli annunci search l’utente visualizza una pubblicità come diretta conseguenza di una propria ricerca attiva, negli annunci display la pubblicità viene “buttata loro addosso” nelle più disparate situazioni (mentre si guarda un video, si leggono le mail, si naviga alla ricerca di un film per la serata).

Avere in mente la differenza tra i 2 tipi di advertising ci può aiutare ad identificare e scegliere la corretta strategia per pubblicizzare il nostro brand o il nostro prodotto.

Dovendo mettere in ordine le attività da sviluppare sceglierei di dare priorità ad una campagna di tipo search e poi, in un secondo momento, di realizzare dei banner e creatività da utilizzare per campagne display.

A young internet geek working online, hacking login passwords of social media users concept with glowing drawn keys on the wall

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Chi ben comincia è…a metà account

Per essere certi di lavorare in modo proficuo senza temere di spendere cifre eccessive ma, allo stesso tempo, portando traffico qualificato al nostro sito è necessario fare molto attenzione in fase di impostazione e strutturazione delle campagne.

Prima di cominciare a pensare alle parole che vogliamo comprare o agli annunci che pubblicheremo, bisogna ragionare sui dettagli della campagna: località dove verranno mostrati gli annunci, tipologia di utenti che vorremo targettizzare e presenza sui vari dispositivi sono solo alcune delle impostazioni delle campagne di Adwords.

La fase successiva nella realizzazione pratica di una campagna di Adwords consta nel definire chiaramente COSA e COME l’utente dovrà cercare per trovare la nostra inserzione. Una volta divise in aree logiche o tematiche le parole attorno alle quali ruota la nostra attività, sarà fondamentale realizzare una struttura in grado di riflettere le nostre scelte mantenendo una buona coerenza nel dividere i termini.

Le parole chiave

Nello scegliere i termini che genereranno la pubblicazione bisogna pensare al nostro utente tipo. Età, formazione, conoscenza dell’ambito all’interno del quale si opera e l’abitudine nel cercare online termini modifica sensibilmente il modo in cui gli utenti del web percepiscono la pubblicità e “interpretano” le inserzioni alle quali sono sottoposti.

Impostando i gruppi di parole bisogna quindi riflettere sui termini di ricerca che andremo a targettizzare:

  • termini più appropriati e coerenti a identificare la nostra attività
  • termini tecnici
  • termini colloquiali
  • sinonimi
  • errori (grammaticali, logici, di scrittura)

Importanza delle landing page

Una volta creata la nostra campagne e scelti i termini di ricerca bisogna porre attenzione alla realizzazione della landing page, la cui qualità rappresenta uno degli elementi chiave del web advertising per 2 motivi: uno “economico” e l’altro legato agli utenti.

La prima ragione per la quale la landing page ricopre un ruolo fondamentale è perché fa parte di un parametro fondamentale nel SEM: il punteggio qualità. L’importanza di tale valore numerico è strettamente correlata alla posizione che il nostro annuncio occuperà nella pagine dei risultati e al costo che pagheremo per ciascun click.

Il secondo motivo è correlato all’usabilità: l’utente che atterra su di un sito deve essere in grado di riconoscere immediatamente quale sia l’elemento principale della pagina web e deve essere naturalmente portato a realizzare quello che abbiamo identificato essere l’obiettivo della nostra campagna pubblicitaria.

La stessa attenzione va prestata sia per i siti desktop che per quelli mobile: è stato dimostrato come il 57% dei consumatori non sia propenso a raccomandare un brand con un sito mobile poco soddisfacente e come il 40% sia portato a muoversi verso un sito della concorrenza.

Uno strumento alla portata di tutti!

La conclusione che va sempre tenuta in mente è che tutti possono raggiungere risultati positivi utilizzando strumenti di PPC, l’importante è sempre prestare attenzione prima di attivare campagne e valutare in modo attento le potenzialità dello strumento per il nostro business.

Attività commerciali o aziende differenti necessitano di tipologie di utenti eterogenee tra di loro, alcune di queste possono essere adatte a sfruttare traffico raccolto dal web tramite campagne pay per click, altre meno. Sta a noi avere la lungimiranza di analizzare i risultati delle nostre campagne e capire se il gioco valga la candela, se sia il caso di tirarci indietro oppure di stringere i denti e sfruttare al massimo le potenzialità del Search Engine Marketing.

 

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Ninja Academy cerca un Junior Project Manager: candidati!

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Application Information Employment Concept

Junior Project Manager

Descrizione del lavoro

La risorsa, inserita all’interno del team di Progettazione, dovrà supportare il Project Manager nella pianificazione e nella gestione operativa della didattica.

Questo lavoro fa per te se:

  • sei all’inizio della tua carriera e vuoi entrare nelle dinamiche del project management nell’ambito della formazione e del digitale
  • sei bravo a gestire diversi progetti rispettando le deadline e coordinando gli attori coinvolti
  • riesci facilmente a trovare miglioramenti nelle procedure esistenti e ti piace scovare esempi di landing page efficaci
  • vuoi immergerti in una community stimolante di docenti, professionisti e manager motivati a scambiare conoscenza ed esperienze

Le principali mansioni

La risorsa si occuperà di:

  • Supportare il Project Manager nell’organizzazione, nella pianificazione e nella gestione del calendario didattico sia online che in aula
  • Aggiornare i contenuti della piattaforma e-learning Ninja Academy (landing page, aree utente, ecc.)
  • Organizzare calendari didattici, flussi e deadline di lavoro
  • Supportare il Live Event Manager in alcuni corsi in diretta Web Live
  • Tutoraggio degli allievi Executive Master in coordinamento con l’Università IUSVE: verifica, raccolta, organizzazione ed invio della documentazione richiesta

Esperienze e competenze

Si richiede:

  • Buone capacità di Project Management, multitasking e prioritizzazione dei flussi di lavoro
  • Ottime skill di lavoro e coordinamento in team
  • Ottima padronanza della lingua italiana, buona dizione e buona conoscenza della lingua inglese
  • Buona conoscenza di e dimestichezza con WordPress
  • Ottima conoscenza ed utilizzo di software di presentazione e loro estensioni (.pps, .key, .pdf)
  • Ottima conoscenza ed utilizzo dei principali strumenti di lavoro da remoto (Google Drive, Slack, etc.)

Plus:

  • Precedente esperienza nella formazione digitale o tradizionale
  • Conoscenza di base di GotoWebinar e del plugin LearnDash per WordPress

Sede di lavoro

Salerno, full time

L’inquadramento

Inquadramento e retribuzione saranno valutati in base all’effettiva esperienza maturata.

Invia la tua candidatura a: careers@ninjamarketing.it

Dave McClure di 500 Startups si scusa per i suoi comportamenti nei confronti delle donne

Dave McClure, il partner fondatore dell’incubatore per startup 500 Startups, si è scusato per i suoi comportamenti nei confronti delle donne del Tech.

Il post arriva come risposta ad un articolo del New York Times, nel quale McClure veniva accusato di un messaggio inappropriato su Facebook nei confronti dell’imprenditrice Sarah Kunst, che stava considerando un posto all’interno dell’incubatore.

“Più volte ho approfittato della mia posizione con le donne del mio settore, mettendole in situazioni inadeguate e inappropriate. Il mio comportamento non aveva scuse ed era sbagliato“, ha scritto McClure.

Dave McClure

Dave McClure lascia il suo ruolo di CEO a Christine Tsai

Proprio a causa della vicenda, ed in seguito ad una indagine interna, McClure ha deciso di lasciare la gestione di 500 Startups.

Si tratta però solo dell’ultimo caso nel settore, di una cattiva condotta nei confronti di donne con ruoli di qualsiasi genere all’interno delle aziende, dai Manager alle semplici impiegate, come era già capitato anche in Uber recentemente.

Nel frattempo,il nuovo direttore esecutivo di 500 Startups, Christine Tsai, si è espressa con queste parole in relazione ai cambiamenti in atto:

“Negli ultimi mesi abbiamo scoperto che il mio co-fondatore Dave McClure aveva relazioni inappropriate con le donne nella comunità tecnologica. Il suo comportamento era inaccettabile e non rifletteva la cultura e i valori di 500 Startups. Mi scuso sinceramente per le scelte che ha fatto e il dolore e lo stress che ha causato. Ma le scuse non sono sufficienti senza azioni e cambiamenti significativi.

Per questo motivo abbiamo deciso alcuni mesi fa di cambiare la nostra struttura di leadership. Ho assunto il ruolo di amministratore delegato, che prevede di dirigere il team di gestione e le operazioni giornaliere di 500 Startups.

Il ruolo di Dave è stato limitato all’adempimento dei suoi obblighi ai nostri investitori come Partner. Inoltre, sta lavorando con un consulente al cambiamento delle sue prospettive e del suo comportamento inaccettabile.

[…] Il cambiamento che vorrei vedere è quello di un ambiente startup in cui tutti, indipendentemente dal genere e dal background, si sentano benvenuti e sicuri. Un ambiente in cui la molestia sessuale o la discriminazione non impedirà ai grandi talenti di produrre grande impatto.

Come facciamo ad attuare questo cambiamento?

Cominciando da me e dal lavoro che 500 Startups ha iniziato e continuerà a fare. […] Abbiamo molto da fare”.

Donne e Tech: un cambiamento necessario

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Nel frattempo, un post di Rashmi Sinha, CEO di SlideShare, ha portato alla luce una diversa esperienza nel rapporto tra una donna leader della propria azienda e Dave McClure. Nonostante l’imprenditrice critichi i comportamenti di McClure nei confronti delle donne, il suo post su Medium mette in luce un altro aspetto molto importante riguardo alla vicenda: McClure avrebbe solo aperto gli occhi a Rashmi Sinha rispetto alla sua possibilità di ricevere un finanziamento e far crescere la sua startup in un mondo che non vede di buon occhio la presenza di un leader donna in azienda.

Il problema, ancora una volta, parte dalla base di valori culturali condivisi nel settore del Tech.

Non basteranno altre indagini interne e altre scuse a modificare lo stato delle cose. Ciò di cui si sente davvero il bisogno è un cambiamento sostanziale.

Salvatore_Aranzulla

I risultati contano più dei like. Intervista a Salvatore Aranzulla

Tu sei lì a sperticare le dita sulla tastiera, scrivendo e cancellando, poi scrivendo ancora, cercando affannosamente le parole giuste.

Le hai scattato una foto bellissima, in riva al mare al tramonto: i suoi capelli morbidi color rame cullati dal vento; già la luce era un filtro di Instagram e come svolazzava quel foulard rosso!

Gliela invierai assieme a una frase dolce, che solo a pensarci avverti la strizza della grande occasione: sì, oggi le dirai tut… COSA?!? Dove sono le foto di ieri??? Come ?⚡⚡@!? si sono cancellate?!? (…seguono diverse imprecazioni)

Poi un momento di lucidità, una corsa frenetica su Google: “recuperare foto cancellate” e la query disperata che si fa preghiera incontra il suo Salvatore. Aranzulla, appunto.

Un paio di click, robetta che ti può spiegare tuo cugino mentre mangi arancine sulla veranda della casa al mare, e la tua storia d’amore è salva. Se non vieni friendzonato.

LEGGI ANCHE: Cos’è il copywriting e come si impara 

Salvatore Aranzulla è un divulgatore informatico, di quel tipo che non sbrocca se non afferri proprio al volo: il tono colloquiale e amichevole dei suoi post indirizza verso una soluzione pratica del problema descrivendo i passaggi in modo netto e basico.

Per dirla ancora con la metafora della casa al mare, sarà decisamente più facile imparare in un contesto leggero, fra amici.

salvatore aranzulla intervista

Non si tratta di insegnare cattedraticamente ma di stimolare le curiosità e risolvere i problemi quotidiani.

L’impatto dei tutorial di Salvatore Aranzulla sulla mia generazione è stato evidente: molti curiosi della prima ora hanno scelto percorsi formativi legati al digitale, incoraggiati dagli spunti offerti dai primi tutorial gratuiti.

Non erano molti all’inizio degli anni Duemila, ma Salvo era già attivo da tempo, ora per dirci come formattare un pc, poi dove scaricare un .mp3 converter.

Facciamo domande, continuamente, e le facciamo perché cerchiamo risposte.

Quando queste risposte sono utili e centrate, ci permettono di raggiungere un certo grado di soddisfazione nella risoluzione del problema. Siamo ormai abituati a riferirci a internet per qualunque informazione ci serva e, quando troviamo risposte frequenti da uno stesso canale, tendiamo a considerarlo autorevole.

Quanti problemi ha risolto, nel corso degli anni, un post di Salvatore Aranzulla al tuo portatile, alla tua fotocamera digitale o alla tua stampante?

Salvatore Aranzulla, divulgatore informatico e imprenditore

Sono certo che anche quelli che storcevano il naso, sostenendo la cancellazione della pagina omonima su Wikipedia, ne abbiamo usufruito ampiamente.  Salvatore Aranzulla punta alla enciclopedicità.

Ha moltissimi sostenitori: certo non gli sfugge quanto sia importante metterci la faccia, oggi più che ieri quando i clienti di internet leggevano solo articoli.

Anche sfornando centinaia di post, la pervasività del mondo digitale nella quotidianità rende necessaria una certa esposizione mediatica, un sapiente impiego di strategie di marketing e Digital PR.

In questa intervista mi ha ripetuto più volte di non essere affatto interessato ai like, perché parametro semplicemente inutile.

Non fatico a crederci: la distanza percepita che crea la popolarità sul web è strana perché dal vivo Salvatore Aranzulla è un (normale) super innamorato del lavoro che fa e, soprattutto, dei risultati che l’impegno porta.

Perché, a conti fatti, le bollette non le pagano i cuoricini su Twitter.

Però l’esposizione è inevitabile e anche consumare un panino o prendere l’autobus diventano discussioni, argomenti, a volte polemiche da gestire. Esposizione inevitabile, dicevamo, forse troppo pesante per qualcuno a cui piace più lavorare che chattare.

Se diamo per scontata la validità del secondo teorema di Rudy Bandiera sui social, più hai seguito più hai detrattori.

Nonostante un evento formativo completamente dedicato a lui che si terrà il 10 novembre a Milano, Salvatore cerca di mantenere un basso profilo. Però, scusa, come fai a passare inosservato se organizzi un Aranzulla Day?

L’evento che promette di svelare molti dei segreti tecnici del blog di successo di Salvatore, è anche una grande campagna di personal branding in cui la figura di Aranzulla compare in ogni declinazione, dal volto vettorializzato delle grafiche alla menzione nel nome dell’evento, fino alla foto con la posa Steve Jobs.

Sebbene l’appuntamento abbia un taglio tecnico (ottimizzazione SEO, creazione di contenuti di qualità), c’è da scommettere nella presenza di molti operatori della blogosfera e anche di tanti curiosi e fan. E spunta anche un’offerta di lavoro, dedicata proprio a chi scrive per passione e per mestiere.

Insomma, facciamocelo spiegare da lui, che è bravo: Salvatore Aranzulla, l’influencer che non voleva essere influencer.

Salvatore Aranzulla

Salvatore Aranzulla in versione Steve Jobs

Da molti anni sei un punto di riferimento per le persone che cercano in rete. Ti definiresti un influencer?

Sinceramente non ho mai associato alla mia figura termini come Influencer, Startupper o Web Star. Semplicemente io faccio il divulgatore informatico e faccio l’imprenditore in parallelo in rete, perché Aranzulla.it non è solo un blog o un sito, è una vera e propria azienda.

Non si può però negare che il mio team e io esercitiamo una certa influenza sulle persone tramite gli articoli: se consiglio un prodotto invece di un altro spesso fa la differenza. Questo accade perché Aranzulla.it è uno tra i 30 siti più visitati in Italia e il primo nel settore tecnologico.

Solo per fare un esempio, attraverso le guide di acquisto presenti in alcuni degli articoli del nostro sito, generiamo tra i 4 e i 5 milioni di euro all’anno di fatturato per Amazon. Questo “solo” attraverso le affiliazioni degli articoli.

Un altro dato che può chiarirci le idee sul valore del prodotto è che noi vendiamo centinaia di migliaia di euro all’anno di abbonamenti telefonici, perché abbiamo degli articoli nei quali consigliamo qual è la migliore offerta ADSL secondo noi, o qual è la migliore offerta telefonica.

Si tratta, quindi, di numeri importanti.

Spesso sento parlare di Influencer o di termini di questo tipo, associati a persone praticamente sconosciute che in realtà nessuno segue, ma che continuano a far parte di un “gruppo” di persone ristrette che si autocitano tra di loro.

Mi sembra un po’ la storia dei blogger di dieci anni fa, quando c’erano questi personaggi un po’ improvvisati che partecipavano agli stessi convegni, che si linkavano a vicenda, ma che poi non hanno mai veramente realizzato una carriera in questo settore.

Secondo me bisognerebbe un po’ contestualizzare la situazione degli Influencer. Personalmente preferisco definirmi divulgatore informatico e imprenditore.

Sicuramente va fatta una riflessione su questa figura in Italia, perché ci sono persone che chiedono anche cifre importanti alle aziende per un post, ma in realtà non hanno il seguito in termini di numeri che dichiarano. Credo che a lungo andare le aziende vorranno comunque avere dei risultati e la capacità di far fatturare davvero avrà un grosso peso.

Qual è il rapporto di Salvatore con il web? Fake-news, cyberbullismo, istigazione all’autolesionismo. Il web è ancora un bel posto?

In realtà io limito la mia presenza sul web al sito e ai canali legati al sito (Facebook, Twitter, Instagram). Per il resto non partecipo a gruppi o community. Ho un approccio estremamente riservato.

Faccio il mio lavoro e penso di farlo bene. Non entro nel merito di fenomeni e mode del momento, ho un approccio piuttosto distaccato. Utilizzo Internet solo come strumento di comunicazione, per il mio lavoro, per le attività che mi riguardano come Salvatore Aranzulla e basta. In genere non entro nel merito delle discussioni, anzi evito di interagire su post o commenti particolarmente caldi.

salvatore aranzulla intervista

Hai visto il film The Startup? Non sarebbe stato più interessante un film su di te?

Non ho visto il film, anche se ho letto della polemica sui profili di alcuni amici nei confronti di questo ragazzo. Avendo un approccio più limitato al mio ambito professionale, continuo a non capire le persone che passano le loro giornate a criticare il lavoro degli altri o a criticare un film, o a criticare una persona.

Se l’idea funziona avrà modo di continuare ad esistere. Se l’idea, invece, è una bufala, come molti dicono, se l’azienda non sta in piedi, arriverà un momento in cui quest’azienda chiuderà. Quindi in realtà io non ho partecipato a queste polemiche, ma mi stupisco della scelta delle persone di utilizzare il loro tempo per criticare gli altri.

Vero è anche che una grossa esposizione mediatica non può sopperire alla mancanza di risultati. Per chiarire il concetto: anche Aranzulla.it, che è un’azienda, se non dovesse più fare fatturato chiuderebbe, lasciando chiaramente a casa le persone lavorano con me. Per quanto io possa raggiungere la stampa, andare in TV o fare interviste, se l’azienda non sta in piedi a un certo punto chiuderà.In realtà il mercato fa sempre da filtro di qualsiasi idea. Anche l’idea migliore del mondo, se non sta in piedi è destinata a fallire.

In tantissimi ti amano: qual è il meme che ti ha fatto più divertire?

Ce ne sono molti, è vero, e alcuni sono davvero divertenti. Apprezzo molto l’affetto che mi dimostra chi mi segue. Uno che mi ha fatto sorridere di più è senz’altro quello con lo sfondo di una città futuristica e splendida, con il testo: Come sarebbe il mondo se governasse Salvatore Aranzulla.

salvatore aranzulla

A qualcun altro non piaci: anche tu hai degli Haters? Come li affronti?

Diciamo che ormai gli haters sono davvero pochi, pochi, pochi e anche qualora la polemica dovesse arrivare sulle nostre pagine non la alimentiamo e la lasciamo spegnere. Il mio approccio è sempre molto soft, c’è spazio per tutti ma io mi concentro prevalentemente sul mio lavoro e ho poco tempo da perdere.

Se le visite del sito continuano a crescere, se gli utenti sono contenti e se gli inserzionisti del sito sono contenti, io sono contento. Se il sito perdesse quote di mercato, oppure perdesse visite, è logico che andrebbe fatta una riflessione. Ma nel momento in cui il sito è apprezzato sia dagli utenti che dagli inserzionisti, io sono a posto così.<
Per quanto riguarda gli hater, quello che loro scrivono, loro lo leggono, a me non interessa. Sono un po’ talebano riguardo a questo: io lavoro e quindi guardo ai risultati del mio lavoro.

Riesci a tenere il passo dei millennial o dobbiamo aspettarci un “nuovo Aranzulla”?

In realtà siamo sempre aggiornati su tutte le novità, anzi è proprio dalle richieste dei lettori che procediamo alle modifiche di articoli già scritti o alla stesura di contenuto completamente nuovi.

Appena riceviamo una segnalazione su una novità, corriamo ad aggiornare i contenuti e questo ci consente di essere sempre sul pezzo.

Michel Gondry presenta il suo primo film interamente realizzato con l’iPhone 7

Le nuove tecnologie, iPhone in testa, hanno reso tutto più facile. Dalle nuove star del momento lanciate grazie a hit diffuse da Youtube agli instagramers, sono davvero tante le cose che è possibile creare con uno smartphone di ultima generazione.

Persino un film. Ne sa qualcosa Michel Gondry, regista premio Oscar per la miglior sceneggiatura del 2005 per il film Se mi lasci di cancello con Jim Carrey e Kate Winslet, che ha realizzato il suo nuovo film, Detour, utilizzando un iPhone 7.

https://youtu.be/KrN1ytnQ-Tg

Il film, un cortometraggio di 11 minuti che racconta le disavventure di una famiglia francese in vacanza alle prese con il triciclo della figlia più piccola scivolato dal loro pulmino Volkswagen subito dopo la partenza, è stato pubblicato e diffuso da Apple su Youtube, a testimonianza dell’importanza dei social media.

Oltre al film, nella pagina di Apple dedicata a questo progetto, sono disponibili anche alcune scene di backstage con dritte e consigli destinati ad aspiranti registi ed appassionati che spiegano come realizzare alcuni effetti speciali visti nel video.

Detour di Michel Gondry, quando i capolavori si filmano con l’iPhone

Apple, Johnson & Johnson e Volkswagen: i migliori annunci stampa della settimana

I migliori annunci stampa della settimana hanno un look fresco ed estivo, come quelli di Apple, Nobile e Volkswagen.

Cosa hanno di particolare queste campagne? Anche se pubblicizzano un prodotto, lo fanno trasmettendo quello che il denaro non può comprare: lo spirito positivo dell’estate, come dire: “Summer is a state of mind”.

Tentano, con le associazioni ai loro prodotti, di portarci verso uno stato emozionale sereno. Ci riusciranno?

Partiamo insieme per questo viaggio alla scoperta dei migliori annunci stampa.

Apple: Shot on iPhone

La campagna OOH di iPhone “Sunshine Everywhere” è giunta alla quarta edizione. Foto scattate da utenti iPhone che raffigurano spezzoni d’estate. Click: un tuffo in piscina. Click: un cane che sguazza nell’acqua.

Lo user generated content di certo non è stato inventato da Apple, ma si è dimostrato efficace anche in questo caso.

campagna Shot on iPhone, migliori annunci stampa

Ad Agency: Apple In-House

Nobile: Bee 3, Akaw, Rubicon, Aloha e Shaka Jr.

Vi è mai successo di osservare semplici geometrie ed immaginare paesaggi e oggetti che gli somigliano? È proprio questo il concetto alla base della campagna di Nobile, realizzata da Saatchi & Saatchi IS, Poland.

Nobile, produttore polacco di sci, snowboards e kiteboards apprezzati in tutto il mondo, vuole incoraggiare i Wakeboarders a trovare pace, cercandola dentro se stessi. Cinque design raffigurano altrettante personalità diverse e ogni tavola racconta una storia attraverso immagini 3D.

campagna Nobile miglliori annunci stampa

Advertising Agency: Saatchi & Saatchi IS, Poland
Creative Director: Michał Pawłowski
Design Director: Rafał Nagiecki
Art Directors: Anna Caban, Bartosz Morawski, Kamil Bugno, Rafał Nagiecki
Retouching: Aleksander Bieroński, Bartosz Morawski, Kamil Bugno
3D Artist: Bartosz Morawski
Senior Copywriter: Marta Frączek
Account Director: Jakub Krawczyk
Account Supervisor: Anna Borysewicz

Johnson & Johnson: Save their tears for everything else

Una campagna molto tenera, che parla sia attraverso la resa dell’immagine che grazie al copy davvero evocativo. Perché far piangere i bambini per un semplice shampoo? “Risparmia le loro lacrime per tutto il resto”.

Così BBDO, United Arab Emirates ha reso perfettamente l’idea per il più classico dei prodotti Johnson & Johnson.

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Advertising Agency: Impact BBDO, Dubai, UAE
Executive Creative Director: Fadi Yaish
Art Director: Enrico Motti
Copywriter: Simone Milani

Volkswagen: Park Assist

Le vacanze estive per alcuni stanno iniziando, per altri invece sono già terminate. Parcheggiare in città non è sempre un’impresa facile, ma con uno “scusate il ritardo” e qualche goccia di sudore in meno, il meeting della giornata può iniziare.

La campagna di Volkswagen realizzata da BBDO, associa il parcheggio assistito ad un tuffo rinfrescante in piscina, ad una scorciatoia sulle scale mobili, ad un lancio sullo scivolo.

Volkswagen park assist migliori annunci stampa della settimana

Advertising Agency: Almap BBDO, Brazil
Chief Creative Officer: Luiz Sanches
Executive Creative Director: Bruno Prosperi
Creative Directors: André Gola, Benjamin Yung Jr, Matt Lee, Marcelo Nogueira, Pernil
Art Director: Caio Tezoto
Copywriter: Leandro Marchiori
Illustrator: Estudiorama

WWF: Grape A3

Lo spirito positivo dell’estate è anche riflettere su cosa si può migliorare, è prendersi del tempo per vedere cosa non ha funzionato. WWF lancia un appello importante “chi semina vento, raccoglie tempesta”. L’industrializzazione che non rispetta l’ambiente si ripercuote sulla nostra terra.

campagna Grape a 3 di WWF

Advertising Agency: ABK Communication, Tbilisi, Republic of Georgia
Creative Director: Nikoloz Motsonelidze
Art Director: Levan Melikishvili
CG Artists: David Chabashvili, Bruce Lee, Nika Maisuradze
Copywriters: Mishka Sekhniashvili, Erekle Mkheidze

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Chatbot su Facebook Messenger: 6 consigli prima di lanciarne uno

Un chatbot è un’interfaccia in grado di simulare conversazioni più o meno articolate tra un robot e un essere umano. Può apparire come utente stesso delle chat o come persona che risponde alle domande di chi accede a un determinato sito.

Da dove vengono? Cosa vogliono?

Il primo chatbot venne creato nel 1966 da Joseph Weizenbaum, un informatico tedesco che lavorava al MIT di Boston. La sua creatura si chiamava Eliza (da Eliza Doolittle, protagonista de Pigmalione di George Bernard Shaw) e parodiava la tipica conversazione iniziale tra un terapeuta e il suo paziente.

Nel 1972, lo psichiatra Kenneth Colby creò Parry durante i suoi studi alla Stanford University. Questo chatbot simulava il pensiero di un individuo paranoico e schizofrenico. Tra una mania e l’altra, Parry fu uno dei primi sistemi a passare il test di Turing.

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Negli anni a seguire si sono avvicendate altre brillanti invenzioni in questo campo, e alcune di esse si sono conquistate l’affetto degli utenti, come per esempio le ormai note Siri per iOS (2010) e Cortana per i Windows Phone (2014).
Inoltre, dal 2015, all’interno di Amazon Echo troviamo un’assistente virtuale di nome Alexa, dotata di algoritmi che le permettono di sostenere conversazioni interpretandone il tono.

Dulcis in fundo: i bot per Messenger. Presentati nell’aprile del 2016, in breve tempo sono proliferati fino a diventare più di 10mila. E siccome Zuckerberg fa sempre le cose in grande, ecco che l’assistente virtuale di Facebook si è subito distinto da tutti i suoi predecessori: infatti, gli algoritmi che animano “M” (questo il suo nome) gli permettono di compiere azioni elaborate come prenotare viaggi e ristoranti, aiutare a disdire abbonamenti telefonici e molto altro ancora.

Chatbot o non chatbot? Questo è il dilemma

Secondo uno studio condotto da Peter Rojas, imprenditore della start-up Betaworks, le persone trascorrono più tempo sulle applicazioni di messaggistica che sui social networks. Per questa ragione, avere un chatbot potrebbe rivelarsi una mossa efficace per il proprio business.

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Non va inoltre ignorata la comodità dell’aver “qualcuno” che risponde ai messaggi degli utenti al di fuori dell’orario di ufficio. Non sarà mai come avere una persona fisica in grado di dare risposte esaustive ed esaurienti, tuttavia è sicuramente un buon modo per dare le indicazioni principali o per una prima scrematura: solitamente, infatti, i chatbot servono proprio per rispondere alle FAQ.

Hai deciso che ti senti pronto? Bene, vediamo insieme le 6 cose da fare prima di lanciare un chatbot su Facebook Messenger.

Poniti degli obiettivi

Il primo passo consiste nel capire a cosa ti serve un chatbot. Le motivazioni possono essere numerose e andare per obiettivi è un buon modo per evitare di creare un servizio dispersivo.
Hai diverse possibilità: rispondere alle FAQ sul servizio clienti, indirizzare le persone al tuo sito web per effettuare un acquisto o offrire raccomandazioni sui prodotti, elencare i servizi offerti, e molto altro.

Qualunque esso sia, l’obiettivo scelto deve aiutarti a raccogliere dati da utilizzare come base per l’ottimizzazione. Alcune piattaforme ti consentono infatti di scegliere di incanalare flussi di contenuto e strategie verso la conversione dell’utenza.

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Scegli tra conversazione o risposte guidate

Ci sono due possibilità per quanto riguarda le modalità d’interazione che puoi scegliere per il tuo chatbot.

Alcuni sono dotati di un’intelligenza artificiale in grado di individuare parole chiave all’interno di intere frasi, in questo modo, se l’utente scrive una frase, il chatbot potrebbe comunque comprendere di cosa ha bisogno e dare la risposta giusta. Si tratta della strada più rischiosa, perché non è detto che sia efficace al 100%.

L’altra opzione limita invece notevolmente il margine d’errore. È infatti il chatbot a suggerire all’utente un range di risposte tra cui scegliere. In alcuni casi si può persino scegliere di far dire all’interfaccia stessa che non vanno inserite frasi ma singole parole, nelle risposte.

Usa delle “cavie”

Meglio procedere per gradi: non gettare il tuo chatbot in pasto agli utenti, ma inizia col farlo testare da amici e colleghi, in modo da comprenderne subito i punti deboli e le opzioni da correggere, aggiungere o eliminare. Così facendo sarà più semplice migliorarlo nel tempo e renderlo più funzionale.

Bando alle ciance, in tutti i sensi

Ecco alcune brevi indicazioni per rendere efficaci i dialoghi del tuo chatbot:

Evita qualsiasi gergo e usa un linguaggio semplice e conciso.
– Non utilizzare pronomi specifici per il genere, in quanto non puoi sapere chi si trova dall’altra parte.
Prepara risposte spiritose per per argomenti non supportati dal chatbot, in modo che questo non appaia troppo distaccato. Altrimenti l’utente tenderà a lasciare la conversazione.
– Considera che potrebbero capitare domande come “mi racconti una barzelletta?” o  affermazioni come “fai schifo!”. Ti consigliamo di tendere alla simpatia e di preparare risposte divertenti a queste e altre frasi.
Aggiungi emoji, foto e altri supporti: è un ottimo modo per far emergere il tuo bot e renderlo più vicino agli utenti.

Rendi gli utenti attivi collaboratori

Ti abbiamo già consigliato di far testare ad amici e colleghi il tuo bot, tuttavia arriverà prima o poi il momento di farlo provare ai tuoi utenti. Fai in modo di chiedere un giudizio alla fine del servizio, tramite commenti o recensioni, per capire quanti e quali sono i punti da migliorare.
Dando un ruolo attivo all’utenza, questa si sentirà partecipe e non vedrà gli errori come tali ma come suggerimenti da darti.

Diffondi la notizia

Ci sei quasi, è tutto pronto ed è giunto il momento di comunicare a tutti dell’esistenza del tuo bot. Fai in modo che questo dica fin da subito in che modo può essere d’aiuto a chi lo contatta. Un buon modo per diffondere la lieta novella è senz’altro la condivisione e la promozione di post in cui annunci questo nuovo servizio.

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Che aspetti? Lanciati e… lancialo!

Ora che hai letto i nostri sei consigli, sei pronto per lanciare il tuo chatbot su Facebook Messenger. Non temere, non serve disporre di eccezionali doti da programmatore, per farlo. Esistono infatti delle piattaforme fai-da-te che fanno al caso tuo.

Chi sono i Top Social Influencer italiani del mondo Food?

Con il lancio del tool Social Influencer, che permette di identificare e analizzare i Top Influencer, Blogmeter ha inaugurato anche l’omonimo osservatorio, attraverso il quale vengono identificati i migliori social influencer all’interno di un determinato settore, mercato o in occasione di un evento.

In questa occasione la nuova edizione di Top Social Influencer ha messo sotto la lente di ingrandimento gli influencer italiani del mondo food più coinvolgenti negli ultimi 30 giorni. Nella classifica, guidata dalla metrica dell’engagement sui canali social degli influencer (Facebook, Twitter, Instagram e YouTube, ove presenti), compaiono i nomi non solo di food blogger, ma anche di celebrity, chef ad esempio, divenuti famosi e rilevanti sui social grazie al tema food.

infografica

A governare la Top 10 del mondo Food in Italia è la blogger Benedetta Rossi, alias Fatto in casa da Benedetta, che, con una media di sei post al giorno, è riuscita a generare in soli trenta giorni ben 3,1 milioni di interazioni sui suoi quattro canali social. Facebook e Youtube sono i canali dove si concentra la maggior parte dell’engagement, rispettivamente il 55% e il 43% delle interazioni, ma anche in termini di community Benedetta Rossi è risultata la migliore con una fan/follower base di 3,5 milioni di utenti, che si concentrano prevalentemente su Facebook (83%).

Al secondo posto troviamo un’altra food blogger, Chiara Maci che con circa sette contenuti al giorno riesce a ottenere 472 mila interazioni (l’83% su Instagram). La blogger, famosa anche sul piccolo schermo grazie a diversi programmi come #VitaDaFoodBlogger e Cuochi e Fiamme,  condivide sui suoi canali social non solo immagini dei suoi piatti, ma anche scatti della sua vita personale e della sua famiglia. Tra i post che più hanno appassionato gli utenti, spicca infatti una foto con il suo compagno Filippo La Mantia.

Completa il podio lo chef Antonino Cannavacciuoloche ha ottenuto un boom di interazioni il 13 giugno scorso, giorno in cui i suoi fan hanno commentato un suo post augurandogli un buon onomastico. Durante il periodo di analisi, il testimonial di pasta Voiello ha condiviso sui suoi canali Facebook, Twitter e Instagram solo 29 post (meno di uno al giorno), risultando il meno attivo del panel, ma nonostante questo ha ottenuto ben 367 mila interazioni, principalmente su Facebook e Instagram.

Le altre celebrities presenti in classifica

Le altre celebrities presenti in classifica sono Chef Rubio (330 mila interazioni) Iginio Massari (308 mila), Marco Bianchi (272 mila) e Joe Bastianich (229 mila). Quest’ultimo in particolare, risulta essere il terzo food influencer più seguito con 2,22 milioni tra fan e follower, dopo Benedetta Rossi e Antonino Cannavacciuolo, e sui suoi canali pubblica principalmente post legati al programma Master Chef Italia.

Per frequenza di pubblicazione spiccano invece due blogger. Innanzitutto, Valentina Boccia con il suo blog Ho Voglia di Dolce, quarta influencer più coinvolgente (357 mila interazioni), che ha pubblicato 439 contenuti (il 90% su Facebook), ottenendo un boom di oltre 42 mila interazioni con una ricetta di una torta al cioccolato.

La più attiva in assoluto è invece Valeria Ciccotti, in arte Vale cucina e fantasia, che durante il periodo di analisi ha postato una media 50 post al giorno (1600 totali) principalmente su Facebook e su Twitter. La contributor di Giallo Zafferano ha conquistato il settimo posto della nostra classifica con un engagement pari a 289 mila interazioni.

Dall’analisi emerge che se da una parte i blogger sono molto attivi sui canali social, postando principalmente foto e video di ricette e consigli di cucina, le celebrities, in particolar modo gli chef, hanno una content strategy più diversificata, in cui alternano contenuti sul mondo food ad altri legati alla loro vita personale e ai loro interessi, riuscendo ugualmente ad appassionare e coinvolgere gli utenti social.

Fashion Retail: l’ottimizzazione delle vendite attraverso l’Intelligenza Artificiale

Il mondo del fashion retail non è stato protagonista di particolari cambiamenti tecnologici negli ultimi decenni, se non per il click and collect con l’acquisto online e il ritiro in negozio.

Soprattutto nel campo della moda, sono da sempre i buyer a decidere cosa acquistare e proporre ai clienti per la prossima stagione, attraverso un mix di istinto e analisi dei trend. Gli stessi fattori influenzano poi l’allestimento dello store per individuare cosa debba andare dove.

Fashion Retail l'ottimizzazione delle vendite attraverso l'AI 01

Il fashion retail è arte e creatività.

I ritmi della moda sono diventati più serrati con tempi di produzione più veloci e immediata distribuzione, ma il segreto del successo nel fashion retail sta ancora nel concentrarsi sul prevedere le tendenze di stagione e cavalcare l’onda della moda.

L’applicazione dell’AI al Fashion Retail

Le vendite e le analisi stagionali sono i dati alla base dell’assortimento, ma siamo comunque lontani dall’utilizzo delle tecnologie emergenti nell’online shopping, come ad esempio:

  • Ottimizzazione creativa e dinamica nel remarketing
  • Navigazione ottimizzata del catalogo (menù, ordinamento, categorie)
  • Proposta dei prodotti correlati sulla base delle immagini, come il sito di Sunglass Hut’s che raccomanda modelli di occhiali visivamente simili a quelli precedentemente selezionati
  • Commercio conversazionale, come quello utilizzato dallo shop online di North Face che consiste nel chiedere agli utenti quale sia la loro destinazione e consigliare loro i giubbotti più adatti
  • Una figura di personal shopper virtuale come sul sito 1-800-Flowers, che pone domande agli utenti per suggerire loro il regalo più indicato

L’Intelligenza Artificiale potrebbe rappresentare una svolta nel mondo del fashion retail con l’ottimizzazione automatizzata dell’attività di vendita.

Le compagnie eCommerce con vasti cataloghi di prodotti (molto più numerosi di quanti ne possa contenere un negozio) sono brave ad ottimizzare le vendite proponendo agli utenti gli articoli che potrebbero essere più propensi ad acquistare.

Online Shopping

Questo è effettivamente lo stesso lavoro che fa un buyer o un retail analyst, ma l’apprendimento automatico può servirsi di preziosi data point quali l’aspetto visivo dei prodotti, i dati demografici degli utenti, la cronologia, il clima, il periodo stagionale, il prezzo e la descrizione del prodotto.

Perché allora l’approccio dell’apprendimento automatico non può essere applicato anche al mondo del retail? Gli algoritmi di auto-apprendimento creano segmenti geografici e considerano una serie di variabili nascoste per scegliere quali prodotti posizionare in store?

Ovviamente, l’aspetto di personalizzazione dell’eCommerce non può essere totalmente replicato in scala nel negozio, ma l’utilizzo di dati per migliorare l’attività di vendita può rivelarsi fondamentale per la gestione dei prezzi e delle giacenze di magazzino.

La previsione dei trend, online e offline

E se un computer potesse ingerire riviste di moda, feed di influencer Instagram, dati delle vendite forniti dal dettagliante e lo aiutasse a scegliere gli stili della prossima stagione?

Fashion Retail l'ottimizzazione delle vendite attraverso l'AI 3

La compagnia di analisi Edited ha creato un database consultabile di milioni di prodotti per ogni brand: questa banca dati può essere utilizzata per informazioni in merito a strategie di acquisto, strategie di prezzo dei competitor e assortimenti di prodotto.

Stylumia è un’altra compagnia che offre qualcosa di simile, esaminando immagini e dati non strutturati per comporre analisi dei trend.

Questo porterà certamente ad un futuro in cui l’eCommerce e i social media saranno una sorta di paradiso dei dati, consentendo ai brand di testare determinati prodotti e formulare la giusta pianificazione per i loro store.

Una volta integrati i dati dei clienti di una determinata attività, la tecnologia potrà diventare ancora potentissima.

La gestione dello store in mano all’AI

Sarebbe perfetto se informazioni in real time inerenti il clima, l’affluenza e le vendite potessero essere utilizzate per il retail. Il posizionamento nello store potrebbe anch’esso essere tradotto in dati e il tracking dei clienti nei diversi reparti potrebbe essere utilizzato per individuare i punti del negozio in cui i ci si sofferma maggiormente a dare un’occhiata, aggiungendo questi dati al mix algoritmico.

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L’interrogativo clou è: esiste davvero qualcosa di più efficiente di un cervello umano esperto che non sia così costoso?

Forse, ma al momento i dati online sono più facili da gestire. Nella realtà offline, senza l’occhio di un Grande Fratello che osservi e capisca cosa stia avvenendo in store, il numero di variabili da considerare potrebbe essere proibitivo.

Più che lasciare all’AI l’incarico di ottimizzare le vendite in store, è plausibile che una tecnologia come quella offerta da Edited possa diventare maggiormente sofisticata ed essere utilizzata per aiutare i buyer umani ad incentivare le vendite, tagliando sui prodotti più “difficili”, evitando errori di budget ed accertandosi che l’assortimento di prodotti sia statisticamente “appetibile” per la vendita.