Data-Driven Customer Journey: i segreti per sorprendere il Cliente con una Brand Experience unica

Customer Journey e Customer Experience (CX) sono ormai da qualche tempo buzzoword il cui studio approfondito è fondamentale per fare la differenza per conquistare la mente e soprattutto il cuore delle persone. Brand, aziende e altre organizzazioni sembrano ormai saperlo molto bene, anche se l’aspetto quantitativo della progettazione di esperienze di marketing viene spesso ancora tralasciato.

In effetti, oggi le soluzioni tecnologiche permettono orizzonti di analytics e approcci al data management prima impensabili: non sfruttarne a pieno il potenziale rischia di trasformarsi in elemento di attrito al vantaggio competitivo.

Si dice che la rilevanza guida i risultati: ovvero, che la possibilità per un brand di essere nel posto giusto al momento giusto permette allo stesso di fare breccia nella testa delle persone. Ma come ottenere questa rilevanza?

Personalmente ho trovato tante risposte e diversi stimoli a questa domanda partecipando a Data-Driven Customer Journey, l’evento organizzato il 27 giugno da SAS Italy al Vodafone Village di Milano per comprendere come costruire una Customer Experience unica e personalizzata per i clienti di oggi e domani. Attraverso l’esperienza dell’Ing. Marco Icardi, Regional VP & CEO SAS Italy (ricordi? Ho avuto il grande piacere di intervistarlo durante l’ultimo SAS Forum Milan), le parole di Rene van der Laan (Director, Global Practice, Customer Intelligence SAS) e le testimonianze di aziende eccellenti come Intesa Sanpaolo, BancoPosta e KIKO, ho potuto apprezzare a fondo un approccio data-driven alla Customer Experience. Capendo, per esempio, che la CX è composta principalmente da 6 dimensioni.

Leggi anche: Customer Experience Design: il libro per progettare esperienze di marca memorabili sui media digitali

E proprio con Rene van der Laan ho avuto l’onore di scambiare insieme ad altri colleghi quattro chiacchiere a proposito di queste tematiche per me di grande fascino.

Buongiorno. Secondo quanto ascoltato all’evento, nell’imminente futuro il CMO (Chief Marketing Officer) avrà modo di “espandersi” maggiormente alla scelta e alla gestione delle tecnologie aziendali rispetto al CIO (Chief Innovation Officer). Una bella opportunità: quali sfide sono da affrontare?

Il punto è cercare di bilanciare i due budget e le due ownership affinché l’intera organizzazione “remi” nella stessa direzione.

Il CMO investe spesso in cloud technology: le fonti dei dati vanno però unificate e rese convergenti per potere avere quella singola customer view indispensabile per generare rilevanza e produrre risultati consistenti. Il coinvolgimento dell’IT permette spesso di creare una profilazione più sostenibile. Tale differenziazione di budget permette invece di abbattere i tradizionali silos all’interno dell’organizzazione, generando un’unica, consistente customer view.

Molte organizzazioni si concentrano sulla CX e sui customer journey, meno sulla loro misurazione. Come posso analizzare dati non strutturati per generare percorsi e mappare i flussi delle persone? Gli analytics servono a ottimizzare i customer journey, andando al di là della loro semplice rappresentazione grafica (journey mapping). La sfida e l’opportunità risiede nella capacità di esplorare customer journey potenziali, trovando la possibilità di “velocizzarli” e renderli più diretti attraverso gli analytics anticipando così le conversioni. Quali sono i touchpoint strategici, quali i messaggi da veicolare per rendere più fluido ed efficace tale percorso?

Secondo lei è possibile gestire una Customer Experience, senza misurarla?

No, è possibile misurarla senza gestirla ma non il contrario.

Devi misurare un’esperienza prima di trarre qualsiasi conclusione e decidere di conseguenza. L’analisi e il reporting del dato sono due cose differenti: spesso si vede molta confusione tra web reporting e web analytics. Le web analytics sono tali quando rendono il dato acquisito azionabile, ovvero concretamente utilizzabile per prendere decisioni aziendali (predire un comportamento, comprendere come connettersi meglio con la propria customer base, etc.).

La tecnologia spesso non basta. Qual’è l’evoluzione necessaria per le aziende in termini culturali e organizzativi?

Ogni organizzazione deve cambiare internamente e a livello culturale prima che possa creare una Costomer Experience rilevante e integrata. La regione sta nel fatto che nelle aziende ci sono tantissime persone che non parlano tra loro.

Spesso esiste un CMO responsabile del marketing e un secondo collega responsabile della CX. Come si può pensare di progettare Customer Experience rilevanti senza una corretta integrazione con il marketing? Lo stesso avviene con il digital marketing e il marketing tradizionale, una divergenza palese per esempio nel mondo del banking. Nelle banche esistono diverse business unit per queste due anime, e le stesse utilizzano diverse tecnologie magari per raggiungere lo stesso obiettivo.

E ciò si riflette sull’utente finale, che riceve messaggi non rilevanti nonostante abbia lasciato “tracce” e informazioni ben precise per una corretta profilazione sia online che offline. Penso che la prima cosa da cambiare sia quella di mettere le persone in una stessa stanza.

Grazie ancora a Rene van der Laan per la disponibilità e la chiarezza. Mi piace concludere questo pezzo con un bel tweet proprio di SAS Italy, che contiene una semplice ma fondamentale verità di marketing. Alla prossima!

zuckeberg bezos ed Elon musk modificati con miete app

Selfie e beauty in Cina: le 5 app da conoscere assolutamente

Robert Cornelius è stato un pioniere americano della fotografia e identificato il primo uomo in assoluto a scattare un selfie nel 1839. Dal 1839 però ne abbiamo fatti di passi avanti per perfezionarci nella tecnica dell’autoscatto.

mappa delle città dove si scattano più selfie

L’hashtag #selfie appare più di 307 milioni di volte su Instagram.

In questa classifica del Time, l’Italia con Milano appare nella Top 10 delle città dove vengono scattati più selfie. Nonostante ciò, i veri e propri selfie-master, lo sappiamo, vengono dall’estremo oriente dove sono ormai diffusissime app per scattare selfie, che vanno oltre la nostra immaginazione per quanto sia possibile photoshoppare con uno smartphone.

L’estetica, si sa, ha molta importanza in Asia: Cina, Giappone e Corea sono paesi con alto tasso di chirurgia estetica, specialmente in giovanissima età e in relazione alla forma degli occhi e del viso. Laddove non si avesse la possibilità di sostenere un intervento di chirurgia estetica, non c’è da preoccuparsi: le beauty app di cui parliamo oggi (disponibili anche in inglese per chi avesse voglia di divertirsi un po’), super utilizzate soprattutto dal pubblico femminile cinese e non solo, permettono di aggiustare il proprio viso, fare un lifting istantaneo, addolcire i propri tratti, diventare piu alti e magri, applicare make-up ai propri selfie e così via.

Queste app inoltre sono anche piattaforme popolari tra gli advertisers del mondo luxury e fashion, come Bulgari, L’Oreal o Michael Kors, che hanno collaborato con alcune di esse per promuovere il lancio di nuovi prodotti.

Ma scopriamole insieme.

Meitu Pic

Meitu è la numero 1 da istallare per i professionisti del selfie, diventata molto celebre anche in occidente. Se intorno all’inizio dell’anno avete visto immagini in rete di uno scintillante Trump in versione “Candy Candy”, allora vi siete già imbattuti in Meitu.

Meitu permette agli utenti di applicare filtri e stickers come Instagram e Snapchat, ma con una libreria molto più ampia, o alterare i tratti facciali come la forma degli occhi e del viso. Meitu è ormai la più diffusa anche fuori dalla Cina, diventata popolare intorno al 2008 con la diffusione dei selfie specialmente sui social e il desiderio di essere più attraenti online che nella realtà. Con Meitu puoi addirittura far sparire l’acne, le rughe e le imperfezioni, insomma un centro di chirurgia estetica a portata di app.

L’app conta a oggi più di 500 milioni di utenti che producono più di 6 miliardi di foto in media ogni mese, arrivando ad essere nelle trending app dell’Apple store. Meitu è il posto perfetto per raggiungere una giovani consumatori cinesi: lo scorso anno Fendi infatti ha collaborato con l’app, permettendo agli utenti di utilizzare sticker e filtri che promuovevano elementi della capsule collection Fendi Hypnoteyes.

Promozione collezione di Fendi su Meiitu app in Cina

Makeup Plus

Makeup Plus è stata sviluppata da Meitu Inc, ma merita una menzione separata: Make up plus è l’ultimissima mossa commerciale di Meitu per integrare il branding dei prodotti nell’uso quotidiano dei selfie e del photo-editing.

Utilizzando la tecnologia AR di riconoscimento dei tratti del viso, Makeup Plus applica make-up virtuale – ombretto, rossetto, mascara e anche tagli di capelli – ai selfie degli utenti. Prendiamo un rossetto per esempio: gli utenti possono applicare (quindi provare senza uscire di casa) sulle loro labbra rossetti di marchi come YSL, Clinique o Dior in real time, in tutte le tonalità ed effetti – “matto”, “glossy” etc. Se il prodotto è di gradimento dell’utente, può essere acuquistato con un solo click sul proprio smartphone.

Alcune delle opzioni offerte nell’app sono addirittura pensate da beauty blogger più famosi, con l’obiettivo di raggiungere ovviamente i consumatori e i luxury brands che collaborano con gli influencers. Makeup plus è per il momento ancora considerato un esperimento di advertising da parte di Meitu Inc e ha un target molto specifico, quello dei beauty-conscious.

Pitu

TianTian Pitu (letteralmente in cinese “Photoshoppa foto ogni giorno”), è un’app di photo editing ideata dal Tencent, il gigante dietro WeChat. Come le app sue simili, anche Pitu fa miracoli: applicare filtri di bellezza, rimuovere rughe o imperfezioni o scegliere tra un’assortita gamma di make-up. Operante anch’essa con una tecnologia AR molto accurata, permette di applicare sticker molto divertenti e prodotti makeup ai selfie degli utenti, e anche di trasformarli in Gif da condividere su WeChat con i propri amici.

Lanciata nel 2014, Pitu conta più di 106 milioni di utenti attivi al mese (fonte 2016). Pur non raggiungendo ancora i numeri di Meitu, il potenziale di crescita di Pitu è molto grande se si pensa alla user-base di WeChat e QQ e a tutti i giochi online di Tencent. Inoltre, i dati dell’app testimoniano che l’audience di Pitu ha un’età media di 25 anni (simile all’audience di Snapchat) dando quindi più spazio ai developer di sviluppare feature più ardite.

Molti brand hanno già sperimentato Pitu per promuovere nuove collezioni, come l’Oreal con nuovi prodotti di make-up o Bulgari, che lo scorso giugno che ha collaborato con Pitu per promuovere l’ultimissima collezione di occhiali da sole “Serpenti”: all’interno dell’app l’utente poteva provare gli occhiali in diversi colori, e applicare anche lo sticker Bulgari. In soli tre giorni la feature (e quindi gli occhiali) è stata provata da milioni di utenti.

Promozione degli occhiali di Bulgari sulla app cinese pitu

FaceU

FaceU rispetto alle altre app si concentra più sull’aspetto social, incoraggiando gli utenti a creare contenuti video o video-chiamare i propri amici e divertirsi con sticker di ogni tipo, e la loro strategia sta indubbiamente funzionando: lanciata nel 2016, l’app che ha come target utenti di sesso femminile tra i 15 e 35 anni, ha già scalato la classifica dell’App store contando già 250 milioni di utenti registrati (fonte: Marzo 2017).

Anche FaceU si è fatta notare dal mondo fashion-luxury: all’inizio di quest’anno, Michael Kors ha lanciato una social media campaign su WeChat per promuovere la sua borsa “Mercer” e il maglioncino “Love” nel mercato cinese. Anche in questo caso, come nel caso di Bulgari, si possono applicare stickers ai propri selfie, caricare i video firmati Michael Kors sui canali social ed avere la possibilità di vincere una borsa.

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Camera 360

Camera 360 è una delle primissime photo-editing app cinesi. Secondo i dati della compagnia, Camera360 conta un database di utenti di oltre 200 milioni che produce milioni di contenuti al giorno.

Ci sono 200 filtri disponibili su Camera360, dove gli utenti possono aggiungere effetti live e stickers. Molte celebrity e compagnie occidentali hanno utilizzato l’app per promuovere nuovi show e film nel mercato cinese.

L’anno scorso Camera 360 è stata scelta dai produttori del film di Steven Spielberg GGG (Il Grande Gigante Gentile) per promuovere l’uscita nel mercato cinese, lanciando una campagna promozionale: con l’utilizzo della tecnologia AR integrata nell’app gli utenti potevano fare lo scan dei poster del film in giro per le città e avere la possibilità di vincere uno dei prodotti della serie GGG.

Se solo Robert Conrnelius sapesse dove siamo arrivati…

E voi avete già provato una di queste app? Se lo avete fatto o pensate di farlo condividete qualche scatto o fateci sapere cosa pensate sulla nostra pagina Facebook, nel nostro gruppo LinkedIn oppure scrivetecelo sul Twitter.

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Speechless: l’app che trasforma i messaggi vocali in testi

Quante volte vi è capitato di ricevere un messaggio vocale in una situazione in cui eravate impossibilitati ad ascoltarlo?

È pur vero che basta avvicinare il telefono all’orecchio per tutelare la propria privacy, ma in alcuni contesti come quando si è in riunione o in ufficio si rischia di disturbare le persone che ci circondano.

A risolvere questo problema ci pensa la nuovissima applicazione mobile made in Italy Speechless che converte i messaggi vocali in formato testuale.

L’app nata dalla creatività dello studio bergamasco Becreatives, e disponibile gratuitamente sia per iOS che per Android, cavalca quelli che sono i trend del momento: quotidianamente la piattaforma WhatsApp è utilizzata da 1,2 miliardi di persone in tutto il mondo, e il 25% delle conversazioni avviene tramite messaggi audio, tendenza in costante crescita.

Risparmia tempo con Speechless

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Con Speechless la comunicazione via messaggi scritti diventa rapida e intuitiva. Vi basterà inviare una nota vocale all’app e in pochi secondi otterrete un testo pronto per essere copiato e condiviso facilmente con i vostri contatti.

Stessa semplicità d’utilizzo nella ricezione dei messaggi, quando riceverete un messaggio vocale tramite un apposito pulsante potrete avviare il riconoscimento vocale, scegliere la lingua desiderata e trasformarlo in formato testuale. L’applicazione al momento supporta 10 diverse lingue compreso l’italiano.

Gli audio sono trasformabili gratuitamente in testo se hanno una durata massima di 15 secondi, superato questo tempo per ottenere la conversione dovrete passare invece alla versione premium da 2,99 euro.

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L’app funziona sia con WhatsApp che con tutti i file audio, al momento non riesce invece a decifrare gli audio di Telegram e di iMessage.

Speechless, torna molto utile non solo per la comunicazione via messaggio, ma anche in quei momenti in cui si ha necessità di scrivere a lungo come ad esempio nel caso di un’intervista, o durante una lezione universitaria, situazioni in cui potrete dire addio a carta e penna, vi basterà registrare una nota audio e a trasformare il tutto in formato testuale ci penserà l’app.

Pronti a convertire i vostri messaggi audio in formato testuale?

brand immaginari

10 brand immaginari che esistono anche nella realtà

Cosa hanno in comune Homer Simpson, Forrest Gump e Willy Wonka?

Semplice: tutti e tre, pur essendo personaggi immaginari, hanno avuto un impatto talmente forte nel mondo reale da essere considerati come vere e proprie icone della cultura popolare.

Accanto ai personaggi di cinema e serie TV convivono una serie di brand totalmente frutto della fantasia degli autori che, negli anni, hanno conquistato milioni di spettatori. E se questi marchi immaginari prendessero forma?

Ecco la nostra top ten dei prodotti finti nati nel mondo dell’entertainment e trasferiti (in modo più o meno casuale) nel mondo reale.

Dolciumi di Willy Wonka

Tratto dal celebre romanzo di Roald Dahl, la Fabbrica di Cioccolato è un cult dal fascino senza tempo. Nella pellicola, l’esuberante Willy Wonka traghetta i suoi ospiti all’interno del suo incantevole laboratorio, con cascate di cioccolato e caramelle dai gusti inimitabili.

Dopo la prima trasposizione cinematografica del romanzo, nel 1971, Willy Wonka è entrato a tutti gli effetti nella cultura popolare, tanto da indurre ad una produzione e commercializzazione di dolciumi Wonka anche al di fuori del set.

La prima gamma di prodotti Wonka nasce da un accordo commerciale tra Quaker Oats e una società dell’Illinois, la Breaker Confections. Quest’ultima ha cambiato nome in Willy Wonka Brands, prima di vendersi ad una società britannica nel 1986.

Due anni dopo, nel 1988, il marchio è stato acquistato dalla svizzera Nestlé.

 

Bubba Gump Shrimp Co.

Ricordi quella parte di Forrest Gump in cui il giovane Bubba elencava tutti i modi in cui preparare i gamberetti?

Il sogno dei protagonisti del film di aprire una compagnia di gamberi prende vita (per davvero): dopo il successo della pellicola, nel 1995, la Paramount Channel, di proprietà della Viacom, ha collaborato con un’altra azienda della Viacom, la Rusty Pelican, per lanciare sul mercato una gamma di ristoranti a tema.

Ad oggi la catena vanta oltre 40 punti vendita in tutto il mondo, in cui vengono servite 12 specialità a base di gamberi.

bubba gump shrimp

Talkboy di Kevin McCallister

Il Talkboy di Kevin McCallister è un ricordo vivo in tutti i nostalgici degli anni ’90. In Mamma ho riperso l’aereo, il giovane Kevin, per uno scambio di volo, atterra tutto solo a New York, dove intraprende vacanze più che avventurose.

Il talkboy è una delle armi di Kevin per mettere in atto i suoi piani diabolici e coltivare la sua indole da piccolo truffatore.

Il giocattolo è stato messo in commercio nel 1993 da Tiger Toys ed ha avuto un incredibile successo, tanto che l’azienda non è stata in grado di soddisfare tutta la domanda e di gestire circa 300 telefonate al giorno.

talkboy

@Consumerist

Birra Duff

Gli amanti dei Simpson sanno che la birra Duff è la compagna inseparabile dello scanzonato Homer.

La bevanda è stata messa effettivamente in commercio dalla 21St Century Fox nel 2015, a seguito di numerosi tentativi di lancio della birra non autorizzati dalla celebre casa cinematografica.

La prima versione della birra ha visto luce in Cile, perché è proprio in questo Paese che la 21st Century Fox ha dovuto fronteggiare grandi casi di contrabbando della bevanda.

I fan, però, sono rimasti delusi, perché la Duff non è stata mai venduta negli USA, ad eccezione dei parchi tematici della Universal a Orlando e Los Angeles.

10 brand immaginari che esistono anche nella realtà

Slurm

Per rimanere in tema di cartoni satirici, anche lo Slurm di Futurama ha preso forma anche nella realtà.

Nella serie TV lo Slurm è una bevanda che crea dipendenza, prodotta in una fabbrica presieduta da una sorta di verme marrone, la regina degli Slurm.

La bevanda energetica di Futurama è stata lanciata sul mercato dalla Fox e venduta a $ 2, 95.

10 brand immaginari che esistono anche nella realtà

Scooby Snacks

Se sei un fan di Scooby Doo, saprai che l’unico modo per motivare il cagnone a risolvere i misteri è dargli il suo incentivo preferito: gli Scooby Snacks.

Lo spuntino di Scooby è stato messo in commercio sotto il marchio Snausages, realizzato da Del Monte Food.

scooby snacks

Cyberdyne

In Terminator, il potente e rivoluzionario computer SkyNet è stato progettato dalla Cyberdyne Corporation per imprigionare la realtà in una fitta rete di intelligenza artificiale.

La Cyberdyne Inc. è una società realmente esistente, che dal 2004 si occupa di “tecnologie innovative coesistenti con le persone” facendo uso di Cybernics, una tecnologia integrata di sistemi umani, robotici e informatici.

10 brand immaginari che esistono anche nella realtà

Holiday Inn

Il celebre musical Holiday Inn ha ispirato, nel 1942, l’omonimo film prodotto dalla Paramount, che ha fatto sognare decine di generazioni.

Dieci anni dopo il debutto della pellicola, Kemmon Wilson ha aperto il primo hotel Holiday Inn a Memphis. Secondo le dichiarazioni dello stesso Wilson, il nome della catena alberghiera è stato scelto proprio ispirandosi al musical.

Stay Puft Marshmallow Man

Gli estimatori di Ghostbusters non possono non ricordare l’Uomo della Pubblicità di Marshmallow. Il “minaccioso” pupazzo bianco, vestito da marinaio è la mascotte della fabbrica immaginaria Stay Puft, produttrice di marshmallow.

Anche se la Stay Puft Marshmallow Corporation non esiste al di fuori dell’universo Ghostbusters, la linea di prodotti è stata messa in commercio nel 2010 e nel 2012 dalla FMCG Manufacturing come merchandising ufficiale del film.

Successivamente, è stato stipulato un contratto di licenza tra la Columbia Pictures e la sorella della FMCG, la Parallax Corporation, per la produzione dei marshmallow Stay Puft.

Luke’s Cafè

Se anche tu hai sempre sognato di bere una tazza del Luke’s Cafè insieme alle “Gilmore Girls“, ci sono ottime novità all’orizzonte.

L’attore Scott Patterson , che ha interpretato Luke Danes in “Una mamma per amica”, ha annunciato il lancio di una sua linea di caffè. Pare che l’attore abbia una vera e propria predilezione per questa bevanda, tanto da aver dichiarato alla stampa: “Sono ossessionato dal caffè di qualità. È la cosa che aspetto con ansia ogni mattina e per tutto il giorno, per tutta la serata e ora per tutta la notte”.

Il nome del marchio? Il caffè di Big Mug Scotty P.

10 brand immaginari che esistono anche nella realtà

Widiba consegna 250 “filiali” in Virtual Reality

È stato presentato ieri a Milano un protocollo moderno di agenzia sviluppato per rispondere ai bisogni degli oltre 175.000 clienti della Banca Widiba.

Ma tutto questo senza aprire alcuna filiale fisica. Vediamo come funzionerà:

WIDIBA HOME: una Filiale in VR

Scaricando l’app e indossando solo un paio di “occhiali”, da metà novembre sarà possibile entrare nella filiale Widiba, un’agenzia vera e propria riprodotta virtualmente in ogni suo particolare di arredo. Il cliente potrà vivere una nuova prossimità della banca e avere un servizio 24x7x365. All’utente sarà sufficiente voltare la testa per vedere ciò che accade intorno a sé e comunicare vocalmente con l’umanoide per poter effettuare le disposizioni che desidera. Ancora una volta Widiba sviluppa un progetto di cui è proprietaria dell’idea strategica così come dello sviluppo.

Widiba Home_1

Widiba Home_4

WIDIBA DIALOG: con l’esperienza HoloLens di Microsoft

Widiba stringe una partnership con Microsoft per l’utilizzo di HoloLens, il primo computer olografico al mondo in grado di dare forma a una realtà mista, in cui il mondo reale si fonde con ologrammi virtuali. Una modalità che consentirà ai consulenti finanziari, sia di condividere informazioni, sia di accedere a strumenti e report di consulenza globale. Un arricchimento del dialogo, da cui il nome della piattaforma (Dialog), tra consulente e cliente per rendere incisiva la relazione attraverso un’esperienza immersiva.

Grazie alla visiera trasparente, l’advisor potrà proiettare ad esempio il report sull’analisi dei bisogni, così come la situazione del portafoglio o una nuova proposta di consulenza. Il cliente, sfruttando la capacità di HoloLens di comprendere i movimenti, potrà confermare la proposta elaborata tramite la piattaforma Wise di robo for advisor. Un sistema che trasforma le password dispositive in gesti rendendo ancora più immediata la fruizione della parte transazionale della banca.

Cardamone_Purassanta

Andrea Cardamone, CEO di Widia con Carlo Purassanta, Amministratore Delegato di Microsoft Italia

Widiba Dialog sarà frutto di un processo di co-creazione. La prima fase del set up avverrà con il team Widiba e Microsoft, nel suo headquarter americano a Seattle, per poi aprire il dialogo sul web con gli utenti che, con i loro suggerimenti, potranno partecipare alla costruzione attiva dell’applicazione così come è stato per la nascita della banca. Entro dicembre 2017 le prime istallazioni.

WIDIBA STREET: la Delivery Bank

Widiba porterà il concetto di prossimità della banca anche sulla strada. Un mezzo itinerante all’interno del quale fruire della banca a 360°, dal prelievo dei contanti alla componente informativa e dispositiva tramite mixed reality. Per determinare la presenza della street bank sul territorio, Widiba utilizzerà il suo datamart per creare segmenti dinamici in base ai bisogni che vengono osservati in una determinata zona. Questo consentirà a Widiba di essere presente là dove c’è maggior esigenza e concentrazione di utenti minimizzando i tempi di delivery.

Queste novità rappresentano un nuovo ed importante tassello di una strategia a lungo termine della banca totalmente focalizzata sulla customer experience dei propri clienti.

Facebook Ads

Facebook Ads: come creare campagne efficaci ed essere felici

Il mondo delle campagne sponsorizzate è una giungla? Sei ai primi passi con una campagna di Facebook Ads a pagamento? CTR, CPL, per te sono solo dei medicinali? Poco male, vediamo insieme in questo articolo come iniziare ad orientarsi nel fantastico mondo del paid advertising del social made in Palo Alto.

Gli errori da evitare

È risaputo, il mercato delle Facebook Ads va sempre più avanti, ma nel corso degli anni non tutti i marketers sono stati capaci di stare al passo con i tempi. In passato, quando Facebook era ancora una sorta di “prateria vergine” molti user non si rendevano ancora conto appieno di essere subissati di pubblicità a pagamento, al contrario di oggi, dove invece praticamene tutti hanno piena consapevolezza della situazione.

A chi o a cosa imputare quindi le cause? Molti marketers quindi non sono stati bravi ad evolversi di concerto con la sofisticazione dell’utenza, limitandosi molte volte a riadattare vecchi metodi di advertising, ad esempio distribuendo ebook in free download per poi mirare a convertire in secondo momento i lead in utenza pagante.

Ma quali sono quindi alcuni dei migliori modi per districarsi agevolmente in questo meraviglioso groviglio di mangrovie del mondo dei Fb Ads e portare a casa risultati eccellenti?

• Siate differenti: uscite fuori dai vecchi schemi dei preconcetti da televendita tv. Ricordate la bici con il cambio giapponese in regalo con l’acquisto del famoso set di pentole? Eh, ecco potete evitare magari atteggiamenti del genere, o meglio, potete evitare di nascondervi dietro al dito del “free download” o “dell’ebook in anteprima”.

• Siate trasparenti: perché nascondersi dietro al concetto di “Ehi, vi stiamo facendo un regalone, non potete non seguirci!”? Beh, l’onestà e la trasparenza pagano sempre, siate quindi quanto più diretti e onesti possibile e i frutti arriveranno.

Siate originali: perché copiare la strategia paid di un’altra società senza saperne poi qual è il corretto funzionamento? Siate diligenti e “perdete molto tempo” a studiare la vostra strategia aziendale, che sia cucita su misura del vostro brand, provate e riprovate!

Facebook Ads

Le metriche

Ok, andiamo avanti adesso e analizziamo uno degli aspetti principali di una campagna di Fb Adv: le metriche.

I numeri contano, anche su un investimento economico minimo. Ed è per questo che dobbiamo tenere d’occhio due tipi di metriche fondamentali e partiamo dalle prime che identificheremo come “grezze” ovvero, quelle meno elaborate e che possiamo misurare senza fare nessuna grande analisi di sorta.

Costo per Conversione, CTR, e via discorrendo sono metriche che possiamo vedere senza fare nessuna analisi, ma possiamo alle quali possiamo tranquillamente accedere tramite le nostre insights.

E quali sono quindi le domande da porsi per capire se la nostra campagna sta “partendo col piede giusto”?

• La mia inserzione sta raggiungendo abbastanza pubblico su Facebook?
Controllate bene che sia ben definita la targetizzazione del pubblico,  che non sia nè troppo estesa nè troppo ristretta e che tutti i dati dell’inserzione siano stati inseriti e date spesso un’occhiata alle vostre statistiche. Diverso è il discorso invece se fate partire un’inserzione nel weekend, ove a causa di alcuni glitches di sistema, gli aggiornamenti possono arrivare in ritardo o nel peggiore dei casi dovete ri-settarvi la campagna.

• Le persone cliccano sulla mia inserzione?
Beh, potete capirlo semplicemente attraverso il CTR (Click-through rate): se avete l’1% di CTR in pratica significa che su 100 persone solo una ha cliccato sull’ad e visitato, ad esempio, la vostra landing page esterna.

• Quanto dovrei convertire circa in media su una pagina esterna con un’offerta gratuita?
Tendenzialmente il 30% – 40% 🙂

Così sembra tutto semplice, tutto bellissimo, ma vi starete ora domandando: e come facciamo adesso a capire come convertire e iniziare veramente a capire come guadagnare dalle nostre ads?

In primis partiamo dalle spese: iniziamo a tenere d’occhio il CPL (cost per lead), ovvero quanto spendiamo per ogni acquisizione di cliente, per poi andarlo successivamente a raffrontarlo al prezzo del nostro prodotto per riuscire a capire qualora fossimo in grado di generare un profitto.

Teniamo ben presente quindi che ogni azienda ha degli obiettivi diversi, e che tendenzialmente le aziende B2B spendono di più per singolo lead rispetto ad un’azienda B2C.

Facebook Ads

Brand is the Castle – Content is the king

Ma come riuscire quindi a fidelizzare ed ad attrarre il nostro pubblico per generare lead? Anche qui semplice a dirsi: è il contenuto che fa la differenza e tende a portare linfa vitale nelle radici del nostra campagna di ADS.

La missione? Raccogliere quante più informazioni possibili informazioni di potenziali clienti che cercheranno di interagire con voi attraverso i nostri canali o per informarli delle nostre nuove offerte attraverso una side campaign di email marketing.
Ma quali possono essere tra i tanti, due contenuti più adatti allo scopo?

• Live di Facebook
Metterci la faccia ed essere estremamente trasparenti è bello e può essere molto utile al vostro scopo. Questa funzione del nostro amato Facebook fa al caso vostro, anche perché sembra essere ancora sulla cresta dell’onda. Brevi video dove dispensate consigli, dove condividete segreti, dove illistrate risultati potrebbero essere apprezzati dalla vostra potenziale audience, ma occhio però a non esagerare, si sa che d’altronde “il troppo storpia”.

• I post blog

Condividere il sapere oltre ad essere un piacere, può essere molto utile per la nostra ricerca di contatti. Pensare di creare una rubrica anche a cadenza settimanale o mensile dove condividere i vostri punti di vista, trucchetti, tips & hint lavorativi può essere oltre che un ottimo esercizio di scrittura anche un buon modo per riuscire ad acquisire contatti attraverso form appositi inseriti nelle pagine. Se scrivete contenuti interessanti, d’altronde, perché chi interessato all’argomento non dovrebbe continuare a seguirvi?

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Il segreto infallibile

Ma c’è un segreto infallibile dietro ogni campagna sponsored di successo: l’allenamento. Provate, provate, provate, l’allenamento è fondamentale, continuare ad apprendere lo è ancora di più. Con costanza, impegno e dedizione riuscirete anche voi a creare delle campagne di Facebook Ads di successo.
E ora che siete leggermente infarinati al mondo delle ads, cosa aspettate?

marketing automation teoria e pratica

Best practice: segmentazione, posizionamento e targeting

Quando si tratta di definire la propria strategia di marketing, importantissimo è il processo di segmentazione, che permette a qualunque azienda di individuare il proprio target.

Sembrerà banale, infatti, ma non tutti i target “parlano la stessa lingua”. Per questo motivo, è essenziale segmentare sempre il mercato e scegliere i target più rilevanti: sparare nel mucchio, utilizzando le stesse leve di marketing, potrebbe portare ad uno spreco di risorse, senza l’effettivo raggiungimento degli obiettivi.

segmentazione

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Segmentazione e targeting

Per definire il target abbiamo bisogno della segmentazione. Di seguito una sintesi dei diversi approcci e/o correnti di pensiero:

  • Approccio di massa: il mercato viene considerato omogeneo e si ritiene che l’offerta sia uguale per tutti, ovvero ci si riferisce ad un mercato indifferenziato. Come avrai già capito dalla mia premessa è l’approccio che assolutamente sconsiglio, trovo davvero inutile considerare la totalità del mercato identica.
  • Scelta di segmenti ampi: non si propone di servire tutto il mercato ma solo un segmento ampio, ci si specializza.
  • Segmenti adiacenti: si coprono segmenti abbastanza simili, con bisogni adiacenti.
  • Multi-segmentata: tutto il mercato viene ipoteticamente coperto. È la più impegnativa, tipica delle grandi imprese.
  • Per piccoli segmenti: quando un’azienda piccola decide di rivolgersi ad un piccolo segmento.
  • Segmenti di nicchia: ogni nicchia copre circa 5% del mercato. Viene usata dalle piccole imprese che non hanno abbastanza risorse per coprire un mercato più vasto. Offrono prodotti specifici e hanno possibilità di sfruttare un segmento che alle grandi imprese non interessa. C’è però un alto rischio di concorrenza.
  • Customizzazione di massa: si considera un numero elevato di segmenti ed in ognuno di essi si attiva una strategia appropriata di marketing (beni industriali, b2b)
  • Marketing 1 to 1 (politica di iper-segmentazione): questa è il sogno delle imprese, ovvero riuscire a tracciare i gusti e i comportamenti degli individui in modo da poter servire offerte personalizzate per ogni utente. Questa pratica sta prendendo sempre più piede nel Web, dove è possibile tracciare gli users, uno degli esempi è il remarketing.
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Ovviamente più segmenti ottengo attraverso questa operazione, più restringo il mercato e più si contrae la domanda. La conseguenza negativa è che avrò un aumento dei costi, ma il mio cliente sarà più soddisfatto poiché davvero avrò risposto ai suoi bisogni, quindi le mie probabilità di vendita cresceranno.

Inoltre, cosa fare se stiamo fondando la nostra value proposition sulla soluzione ad un problema non affrontato o non risolto dal settore? In questo caso vi sarà una domanda potenziale da sbloccare fondata sui non utilizzatori o scarsi utilizzatori.

Quindi è necessario invertire l’approccio. Piuttosto che fondare l’analisi sui clienti attuali del settore, occorre guardare ai non-clienti; invece di accentuare le differenze tra i clienti è necessario aggregare le similitudini, creando “una nuvola” di interessi molto trasversale e che diverge dalle tradizionali variabili di segmentazione (soprattutto di natura quantitativa e di status sociale).

segmentazione

Posizionamento

Una volta segmentato il mercato e scelto il segmento a cui riferirsi, l’impresa deve effettuare la scelta di posizionamento. Lo scopo è quello di cercare di ottenere che il  prodotto venga concepito dal consumatore in maniera “più positiva” rispetto alla concorrenza.

Ricorda però che il posizionamento è la base del marketing operativo. Da questo dipende come ci collochiamo nella testa del consumatore ed è per tal motivo che dobbiamo rimanere coerenti al marchio, analizzando il contesto competitivo ed individuando i valori unici della marca.

Ci sono diverse tipologie di posizionamento:

  • mediante differenziazione del prodotto
  • mediante differenziazione del prezzo
  • mediante differenziazione dell’immagine

LEGGI ANCHE: Best Practice ed errori da evitare per fare un buon Piano Marketing

Il posizionamento, però, deve essere credibile. Un corretto posizionamento di un’azienda sotto tutti gli aspetti principali (strategico, percettivo, competitivo, visivo) permette di impostare nel modo più corretto una campagna di marketing in modo da ottenere i migliori risultati possibili nella posizione di mercato più adatta per la promozione di determinati prodotti o servizi.

Una volta messa in atto questa strategia bisogna analizzare il comportamento di risposta del cliente al posizionamento dell’impresa secondo le teorie basate sulla gerarchia apprendimento:

  1. risposta cognitiva: informazioni possedute e conoscenza
  2. risposta affettiva: valutazione
  3. risposta comportamentale: atto d’acquisto

Concludo con un ultimo concetto fondamentale: il potere di mercato, ovvero la capacità di far accettare al mercato un prezzo superiore ai concorrenti. Essa dipende dalla fedeltà alla marca. Ciò vuol dire che più investite sul Branding più avrete ritorni in termini di convenienza di prezzo.

Facebook: le Messenger ADS introdotte in tutto il mondo

Era questione di tempo: dopo averli testati in Australia e Thailandia, anche su Messenger stanno per sbarcare gli annunci pubblicitari. Le Messenger ADS sono disponibili, nella loro prima release, dall’11 luglio, e sono pronte ad arricchire l’esperienza d’utilizzo degli oltre 1 miliardo e 200 milioni di utenti che ogni giorno usano l’app di Facebook per chattare, approfittando sostanzialmente delle stesse specifiche di profilazione su cui conta la piattaforma di social networking creata da Mark Zuckerberg.

messenger-ads
I Messenger ADS si affiancano alle soluzioni già proposte per rendere ancora più performante il canale di chat, le quali sono già note e disponibili per l’utilizzo. Nella fattispecie, per fare un veloce recap, parliamo di:

– aprire la conversazione con un messaggio di benvenuto sponsorizzato (FAQ a Facebook Business qui);
– sfruttare la piattaforma proprietaria di Messenger per gestire conversazioni attraverso i BOT (operazione già egregiamente svolta da diversi brand, quali Sephora, Skol e SnapTravel, come riportato sul sito ufficiale);-
– rivitalizzare la conversazione proponendo all’utente messaggi sponsorizzati (tutorial al servizio qui).

chatbot_su_facebook_messenger_6_consigli_prima_di_lanciarne_uno_1

Dove verranno visualizzati i Messenger ADS? All‘apertura dell’app mobile, l’utente troverà l’inserzione pubblicitaria, che potrà reindirizzare o a un sito esterno (quindi, se malauguratamente non lo avete ancora fatto, rendere responsive il vostro design!), o a una conversazione, il che rende ancor più interessante l’utilizzo dei BOT nelle strategie di engagement attraverso le conversazioni uomo-macchina (pensate a una call to action azzeccata che attira l’attenzione dell’utente appena entrato su Messenger, che viene guidato a una conversazione in cui, attraverso la profilazione, un BOT è in grado di proporre prodotti adatti esattamente a quel contesto…).

La scelta avvicina prepotentemente Messenger ad altre app molto utilizzate in particolare in Asia come WeChat, dove da sempre sono presenti ADS all’interno dello spazio dedicate alle conversazioni, tanto da influenzare pesantemente le abitudini d’utilizzo della stessa app.

Per cominciare a realizzare le vostre ADS, non dovete far altro che visitare la piattaforma di Facebook Business, in attesa che altre feature vengano introdotte nei prossimi giorni.

Che ne pensate, amici lettori? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook, nel nostro gruppo LinkedIn oppure scrivendoci su Twitter!

Fast Fashion e social media: storia di un grande amore

Le nostre mamme lo chiamavano pronto moda, i più chic prêt-àporterpoi arrivarono gli anglofoni e tutti iniziammo a chiamarlo Fast Fashion, ma il significato è lo stesso: una produzione di abbigliamento rivoluzionaria che rompe i canoni della filiera dell’alta moda e che permette di ideare, realizzare e consegnare in tempi record molte collezioni ogni anno.

La storia del Fast Fashion non è poi così giovane come crediamo (basti pensare che il primo H&M fu fondato, anche se con un altro nome, nel 1947) ma è nell’ultimo decennio che ha fatto il suo exploit grazie all’indispensabile ausilio dei social media.

I social network sono infatti diventati un percorso obbligatorio che conduce direttamente al carrello acquisti facendo leva su un requisito fondamentale: la vostra influenzabilità. Non importa che sia un membro della famiglia, un’amica o una celebrità, prima o poi ciò che ci circonda tenderà a inglobarvi e trascinarvi, anche quando si tratta di fashion trends.

Fast Fashion: la vera vetrina non ha manichini

Il Fast Fashion ha spianato la strada a coloro che desiderano acquistare look ispirati alle passerelle dei luxury brand ma che non possono permettersi articoli troppo costosi. Se a questo indispensabile bisogno si aggiunge il potere dei social media il mix diventa esplosivo.

Oltre a chi si lascia influenzare da post di amici e parenti c’è un 85% tra i consumatori che è vittima del fascino dell’endorsement delle celebrities anche se solo il 15% converte questo interesse in un acquisto reale. Per i brand ciò vuol dire solo una cosa: la vetrina, quella canonica davanti a cui si fermerà incuriosito il prossimo cliente non è più l’unica attrazione tra il negozio e il consumatore. La vera vetrina è online.

Caroline Receveur looking ? in the Peace + Love copper sequin wrap dress ?: http://missgu.id/STDD8Z

Gepostet von Missguided am Sonntag, 21. Mai 2017

I brand del fast fashion non sopravvivono senza social media e al contempo i social media hanno bisogno di realtà come quelle dei brand per migliorare i servizi all’utente e prolungare il tempo di utilizzo sulle loro piattaforme. Ma chi sono i clienti a cui si rivolgono i brand del Fast Fashion sui canali social?

La risposta è semplice e sta in una lettera sola: Z. No non è la zeta di Zorro bensì quella della generazione di ventenni particolarmente sensibile all’influenza dei suoi idoli. Mentre le generazioni più attempate sono cresciute con lo status symbol del “pochi abiti ma di qualità”, i giovanissimi preferiscono alla qualità la quantità che permette loro di rimanere al passo con i frequenti cambiamenti dei trend e di non infrangere il dogma (almeno online, per chi è attento al look da postare) del “mai indossare un outfit due volte“.

Sundaze as state of mind. New @mango_man lookbook in the link in bio. #mangoman #mango #ss17 Un post condiviso da MANGO (@mango) in data: 9 Giu 2017 alle ore 04:51 PDT

In ciò i socia media hanno incoraggiato la mentalità che una volta che un influencer abbia condiviso un look, questo non potrà più essere fotografato e condiviso nuovamente. Il Fast Fashion dunque, ovvia al problema del ricambio continuo del guardaroba mantenendo prezzi bassi e un refresh costante delle collezioni.

Il vero negozio sono i vostri feed: un luogo dove trovare ispirazione, conforto, prodotti a prezzi modici e raggiungibili con un tap dal vostro smartphone.

Fast Fashion d’eccellenza sui social: Forever 21

Con più di 13 milioni di follower su Instagram e un hashtag (#f21xme) ultra virale, Forever 21 rappresenta uno dei più validi esempi di Fast Fashion sui social media.

Nato come piccola realtà retail nella California degli anni ’80, il brand offre oggi una user experience a 360° per gli acquisti online a partire dall’e-Commerce del sito fino ad approdare al nuovissimo Insta feed che consente di acquistare un prodotto taggato nel look della foto.

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Permettere ai consumatori di comprare pochi istanti dopo aver visto il look e senza distogliere lo sguardo dall’ispirazione è una pratica che diventa sempre più comune, e i social media sono l’unico luogo dove ciò possa avverarsi.

Be fast, not first: l’anti-marketing di Zara

Nella top 3 del Fast Fashion globale c’è sicuramente Zara, il colosso spagnolo che piuttosto che definire un trend preferisce offrire la copia economica del meglio dalle passerelle, e in sole due settimane.

Ma parlando di Zara si esce un po’ dal contesto che vede indispensabile il connubio tra Fast Fashion e social media. Non che il brand non sia presente online, anzi. Eppure ciò che lo rende unico è la bassissima quota spesa (0,3%) in pubblicità e il livello di marketing piuttosto canonico scelto dove a parlare è quasi sempre l’immagine (chi meglio di lei!) e uno stile molto più focalizzato sulla brand experience. Una strana eccezione quella di Zara o un sano esempio di minimal effort con ottimi risultati?

I brand del Fast Fashion sono davvero efficaci nel raggiungere e comunicare con il loro target e soprattutto nell’orientare i consumi dei propri clienti. E voi quanto vi lasciate influenzare dai social media per il vostro shopping? Non siate timidi e raccontateci tutto sulla nostra pagina Facebook, su Linkedin o con un tweet.

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TripAdvisor e Deliveroo insieme per il food delivery

TripAdvisor e Deliveroo hanno appena annunciato l’integrazione del network dei ristoranti di Deliveroo con l’app mobile, il sito mobile e il sito desktop di TripAdvisor in 12 Paesi di Europa, tra cui l’Italia, Medio Oriente e Asia Pacifico.

Tutti gli utenti di TripAdvisor da oggi potranno ordinare direttamente dagli oltre 20.000 ristoranti partner di Deliveroo in più di 140 città, comodamente a domicilio, sia che si trovino a casa che in giro per il mondo.

accordo tripadvisor deliveroo

TripAdvisor e Deliveroo: un accordo per portare il cibo ovunque nel mondo

Il sito di viaggi più grande al mondo e il servizio di food delivery on-demand, hanno annunciato l’accordo oggi, che prevede una semplificazione negli ordini per gli utenti.

Per ordinare basterà:

  • cliccare sul tasto “Ordina Online” mentre si consulta la pagina di uno dei partner di Deliveroo su TripAdvisor
  • si verrà re-indirizzati sulle piattaforme online o mobile di Deliveroo per poter completare l’ordine rapidamente e facilmente

LogoL’integrazione con Deliveroo espande il servizio di food delivery di TripAdvisor in 12 nuovi Paesi, che comprendono: Regno Unito, Irlanda, Francia, Germania, Spagna, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Emirati Arabi Uniti, Singapore, Hong Kong e Australia.

“Attraverso questa partnership con Deliveroo vogliamo offrire ai ristoranti su TripAdvisor un nuovo strumento per interagire con la nostra community, sia a casa sia in movimento. TripAdvisor è già una piattaforma di marketing estremamente efficace per i ristoratori e nuovi servizi come il food delivery creano un valore aggiunto per loro così come per i consumatori. Che si tratti di leggere recensioni, prenotare un tavolo con TheFork oppure ordinare cibo a domicilio con Deliveroo, il nostro obiettivo è che TripAdvisor funga da vero e proprio emporio per i clienti di ristoranti di tutto il mondo”.

Bertrand Jelensperger, Senior Vice President, TripAdvisor Restaurants

“Siamo entusiasti della collaborazione che permetterà ai nostri clienti di ordinare cibo squisito dai migliori ristoranti locali ovunque siano nel mondo”.

Will Shu, fondatore e CEO di Deliveroo