Don’t F*ck the Ocean: la campagna di MTV per salvare gli oceani dalla plastica

MTV ha ufficialmente iniziato la sua battaglia per la preservazione degli oceani dall’uso eccessivo e sconsiderato di plastica.

Proprio gli oceani sono gli habitat più minacciati al mondo.

Ogni anno infatti vengono gettati in mare 8 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica; come se si svuotasse nei mari, ogni giorno, per 365 giorni all’anno, un camion pieno di rifiuti.

Ad inizio anno l’ONU ha dichiarato guerra alla plastica, con l’obiettivo di eliminare le micro-plastiche utilizzate per alimenti e cosmetici, entro il 2022, riducendo lo spreco.

A livello di grandi brand mondiali, aveva già iniziato Adidas, creando le prime calzature attraverso il riciclo della spazzatura proveniente dagli oceani, con l’obiettivo di sensibilizzare le persone sul contenimento degli sprechi.

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Adesso è il turno di MTV: la rete televisiva in Brasile ha lanciato la campagna Don’t F*ck the Ocean, con un messaggio diretto, volto a parlare ai giovani per smuovere le coscienze delle prossime generazioni.

Don’t f*ck the Ocean, do it with yourself

Punto chiave della campagna è stata la creazione di una serie limitata di sex toys, totalmente composti con la plastica raccolta negli oceani, trattata e lavorata con appositi macchinari.

I dildos, con il loro caratteristico packaging, sono stati poi consegnati ad Influencer locali, con l’obiettivo di essere volontariamente provocatori ed irriverenti.

L’effetto di MTV Brasile è quello di essere distruptive e di andare subito al punto chiave del problema: non ci si rende spesso conto di quanta plastica gettiamo in una giornata e, purtroppo, non ci accorgiamo del fatto che la sporcizia nel mare è causata non solo dagli incivili ma anche da noi nel nostro piccolo, dai nostri consumi sempre più incontrollati.

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Molto spesso i messaggi per sensibilizzare sul tema dell’ambiente corrono il rischio di essere fin troppo ripetitivi, con numeri che purtroppo, non per tutti, hanno un significato chiaro.

Cambiare il modo di comunicare un problema, attraverso il linguaggio dei giovani, può sicuramente aiutare nell’attirare l’attenzione di tutti ed essere un brusco ma efficace risveglio per le persone.

“Ci deve essere un modo migliore per fare le cose che vogliamo, un modo che non inquini il cielo, o le acque o la terra”.

Paul McCartney

hate speech

Hate speech: tempo di provvedimenti per combattere l’odio sui social

Quante volte, su un post di natura politica, ma anche su un semplice video girato tra i banchi di scuola e postato su Facebook, ci è capitato di leggere decine e decine di commenti pieni di rabbia, insulti e offese gratuite? Per non parlare poi di quando è il video stesso – magari anche live – a contenere scene di violenza e abusi, verbali e non.

Parliamo spesso di contenuti inappropriati sui social media. Ma al di là dei pareri pressoché unanimi sulla necessità di regolamentare un territorio difficilmente controllato e controllabile, una soluzione reale sembra ancora lontana.

In questi giorni, però, si è tornato a parlarne ancora una volta in modo particolarmente acceso, e forse potrebbe presentarsi all’orizzonte uno spiraglio di luce: una commissione parlamentare del Regno Unito ha espresso a chiare lettere la necessità di introdurre provvedimenti concreti per contrastare l’odio veicolato da alcuni commenti sui social. Nello specifico, si prospetta l’introduzione di multe fino a decine di milioni per i social che non saranno in grado di bloccare o rimuovere con tempestività i contenuti inappropriati.

Una misura eccessiva? Di chi è la responsabilità in fondo, del singolo che scrive o del mezzo che gli dà spazio senza filtri o censure?

In un report stilato dalla commissione, dal titolo “Hate crime: abuse, hate and extremism online”, si evidenzia l’urgenza di correre immediatamente ai ripari da parte delle piattaforme di social media – definendo appunto il concetto di “crimine d’odio”- e di mettere mano al quadro normativo per garantire chiarezza sulle misure di legge attuabili.


“Attualmente le compagnie di social media non vengono minimamente penalizzate quando mancano di rimuovere contenuti illegali. Ci sono troppi esempi di social media messi a conoscenza della circolazione di materiale illegale ma che non hanno preso provvedimenti per rimuoverli in modo tempestivo. Suggeriamo che il Governo predisponga uno schema di sanzioni che includono multe significative per le compagnie che non procedono alla rimozione in tempi rapidi.” si legge nel report.

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Ma cosa prevedono le normative in materia di hate speech?

Il Codice di Condotta dell’Unione Europea sul tema hate speech, approvato lo scorso anno in accordo con le principali società di social media, non parla di sanzioni finanziarie, ma fa emergere la crescente convinzione, per molti Paesi, di dover avviare un processo di revisione legislativa che obblighi i social ad avere un ruolo attivo nella lotta all’odio e alla circolazione di materiale illegale.

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Lo scorso mese, ad esempio, il Governo tedesco ha approvato un disegno di legge che prevede multe fino a 50 milioni di euro per i social che non agiscono entro 24 ore dalla segnalazione da parte degli utenti.

Di qualche mese fa, invece, la lettera aperta di Laura Boldrini indirizzata direttamente a Facebook, in cui si legge “risulta cancellato appena il 28% dei contenuti segnalati come discriminatori o razzisti. Una media che si ricava dal 50% di Germania e Francia e dal misero 4% italiano”.

Ma proprio questo è il punto: si può contare solo sulla segnalazione da parte degli utenti? Gli strumenti per segnalare esistono, su tutti i social. Eppure abbiamo sperimentato in tanti come i tempi di verifica a volte siano davvero lunghi, e i criteri di giudizio spesso opinabili.

“Per i contenuti d’odio o di natura estremista, i social fanno affidamento sulle segnalazioni dei loro utenti, per poi procedere ad una revisione. Di fatto, stanno attingendo a risorse esterne, a costo zero, per far fronte alle loro enormi responsabilità di tutela” – si legge ancora nel report.

Secondo la commissione parlamentare, quindi, sarebbero i social stessi, in primo luogo, a dover aumentare le misure di sicurezza e prevenzione. Anche perché l’hate speech non è l’unico problema: quando si parla di contenuti inadeguati non ci si riferisce solamente a commenti d’odio, ma a tutta una serie di materiali che vanno dalla pedo-pornografia, all’incitazione alla violenza, alla promozione del terrorismo, solo per citare alcuni esempi. E per salvaguardare gli utenti non si può fare affidamento solo…sugli utenti stessi.

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Cosa rispondono i social?

Per YouTube: “Prendiamo molto seriamente questo problema, abbiamo recentemente ristretto le nostre policy sulla pubblicità, aggiornato l’algoritmo, e stiamo espandendo partnership con specialisti che operano in questo campo. Continueremo a lavorare sodo per risolvere questa sfida e un problema così complesso”.

Da parte sua invece, Simon Milner, Direttore della Policy di Facebook, ha dichiarato: “Per noi niente è più importante della sicurezza delle persone su Facebook. È per questo che abbiamo implementato modi rapidi e semplici che permettano alle persone di segnalare e a noi di revisionare – e se necessario rimuovere – questi contenuti dalla nostra piattaforma. Siamo d’accordo con la Commissione sul fatto che possiamo fare ancora di più per evitare che odio ed estremismo circolino online. Per questo stiamo lavorando a stretto contatto con i nostri partner – esperti del Kings College di Londra e l’Istituto di Dialogo Strategico per aiutarci ad migliorare l’efficacia del nostro approccio.”

Infine, anche Twitter ha detto la sua: “Le nostre regole stabiliscono chiaramente che non tolleriamo odio e abusi su Twitter. Agiamo quando riceviamo segnalazioni, ma abbiamo anche aumentato i nostri sforzi in numerose aree. Dall’introduzione di tool per combattere gli abusi, all’espansione dei nostri team di supporto, ci stiamo muovendo alla svelta e in tempo reale. Stiamo anche investendo nella tecnologia per rimuovere gli account che utilizzano in modo inadeguato la piattaforma per il solo scopo di infastidire gli altri. È importante notare che si tratta di un lungo processo in corso, in cui noi ascoltiamo i feedback dei nostri utenti e agiamo rapidamente per perseguire la nostra missione di migliorare Twitter per tutti.”

Sembra che per i social l’argomento sia uno degli obiettivi e delle sfide principali in questo momento. L’aiuto della tecnologia, l’utilizzo di tool appositi e l’ampliamento delle risorse umane sono validi strumenti per combattere l’hate speech sui social.  

Basteranno o sono davvero necessarie delle sanzioni?

I Componibili di Kartell compiono 50 anni

Nel 1967 Anna Castelli Ferreri disegna per Kartell i Componibili, inizialmente nati con il nome “mobili 4970/84, e rivoluziona il design con un nuovo approccio progettuale che unisce il design alle materie plastiche.
50 anni più tardi Kartel celebra questo importante compleanno con uno speciale tributo, “Tribute to Componibili. 50th Anniversary“, chiamando designer, curatori e critici intellettuali a portare un proprio contributo personale alla collezione per trasformare questi straordinari pezzi di design in opere d’arte, uniche e celebrative.

Questo progetto ha dato origine ad una mostra, inaugurata a Milano durante il Salone del Mobile nel Flagship Store, che la prossima settimana sarà a New York nello store di Green Street in occasione di ICFF.

I Componibili di Kartell compiono 50 anni

Al centro del percorso espositivo Kartell presenta quindici pezzi d’autore, ovvero un omaggio speciale con una personale rivisitazione dell’oggetto, firmati da Ron Arad, Mario Bellini, Antonio Citterio, Ferruccio Laviani, Piero Lissoni, Alberto Meda, Alessandro Mendini, Nendo, Fabio Novembre, Philippe Starck, Patricia Urquiola, Tokujin Yoshioka e i brand Emilio Pucci e Missoni oltre a una special edition Disney.

“L’anniversario dei Componibili di Anna Castelli Ferrieri è un evento davvero molto speciale, che porta con sé tanti significati sia perché racconta le origini e le radici di Kartell sia perché ha segnato una novità assoluta nella storia del design diventando un’icona del prodotto industriale – afferma Claudio Luti, presidente Kartell. I Componibili sono per me un “oggetto” di famiglia, sono stati sempre parte del mio “abitare” e quando sono arrivato in Kartell ho voluto da subito lasciare a questo prodotto il ruolo iconico riconosciuto dal mercato e dalla critica del design internazionale che lo ha voluto in tutti i musei del mondo. Con “Tribute to Componibili. 50th Anniversary” vogliamo offrire una vera e propria narrazione emozionale, che racconta le evoluzioni del prodotto e di come sia stato capace di intendere la progettazione di interni e di incontrare fin da subito il nuovo gusto contemporaneo dell’abitare”.

“Ho utilizzato un segno già presente nel disegno originale (il foro rotondo della maniglia) e, moltiplicandolo, ho ottenuto un nuovo segno, originato dalla ripetizione del foro, che sento appartenermi”. Antonio Citterio

“Ho utilizzato un segno già presente nel disegno originale (il foro rotondo della maniglia) e, moltiplicandolo, ho ottenuto un nuovo segno, originato dalla ripetizione del foro, che sento appartenermi”.
Antonio Citterio

“Tu sei un genio. Io sono un genio. Immagina quello che possiamo fare insieme”. Walt Disney

“Tu sei un genio. Io sono un genio. Immagina quello che possiamo fare insieme”.
Walt Disney

ANNA Lei lo aveva chiamato “Componibile”, fedele al suo carattere austero. Di fatto è diventato un’icona che oggi compie 50 anni e che è stato persino celebrato con un doodle di Google. Devo ammettere che quel buco tondo mi è sempre sembrato una strizzata d’occhio per chi fosse in grado di comprendere l’ironia di Anna. Avendo avuto la fortuna di conoscerla personalmente, mi piace risponderle con un sorriso manifesto, figlio di tempi emoji. Credo che anche lei avrebbe apprezzato. Fabio Novembre

ANNA Lei lo aveva chiamato “Componibile”, fedele al suo carattere austero. Di fatto è diventato un’icona che oggi compie 50 anni e che è stato persino celebrato con un doodle di Google. Devo ammettere che quel buco tondo mi è sempre sembrato una strizzata d’occhio per chi fosse in grado di comprendere l’ironia di Anna. Avendo avuto la fortuna di conoscerla personalmente, mi piace risponderle con un sorriso manifesto, figlio di tempi emoji. Credo che anche lei avrebbe apprezzato. Fabio Novembre

“Solitamente la natura è l’unica capace di creare cose perfette ma devo ammettere che Anna Castelli Ferrieri con i suoi Componibili ci si è molto avvicinata. Da quando gli oggetti prodotti in modo seriale vengono chiamati ‘Industrial Design‘ pochi progetti hanno sposato così bene la funzione, il materiale, la tecnologia, la forma rappresentando in modo preciso ed iconografico il gusto e lo stile di un’era. Sono felice di fare un piccolo, ironico, tributo a questo evergreen del design usando appunto il suo lato “green” per modificarne la funzione e trasformarlo da contenitore a fioriera”. Ferruccio Laviani

“Solitamente la natura è l’unica capace di creare cose perfette ma devo ammettere che Anna Castelli Ferrieri con i suoi Componibili ci si è molto avvicinata. Da quando gli oggetti prodotti in modo seriale vengono chiamati ‘Industrial Design‘ pochi progetti hanno sposato così bene la funzione, il materiale, la tecnologia, la forma rappresentando in modo preciso ed iconografico il gusto e lo stile di un’era. Sono felice di fare un piccolo, ironico, tributo a questo evergreen del design usando appunto il suo lato “green” per modificarne la funzione e trasformarlo da contenitore a fioriera”.
Ferruccio Laviani

 

“Sono cresciuta negli anni 60 e sono sempre stata esposta al design e all’architettura. L’immagine dei Componibili Kartell è ben presente nella mia memoria: è l’unico pezzo della mia camera che mi ha seguito nei vari traslochi, dalla camera che avevo da bambina fino a quella che ho adesso. è sicuramente uno dei primi pezzi su cui si è formato il mio gusto per il design”. Angela Missoni

“Sono cresciuta negli anni 60 e sono sempre stata esposta al design e all’architettura. L’immagine dei Componibili Kartell è ben presente nella mia memoria: è l’unico pezzo della mia camera che mi ha seguito nei vari traslochi, dalla camera che avevo da bambina fino a quella che ho adesso. è sicuramente uno dei primi pezzi su cui si è formato il mio gusto per il design”.
Angela Missoni

Piccole farfalle svolazzano e danzano intorno a un bel fiore. Amiamo quel fiore come se avesse vita. Continuerà ad ammaliare di generazione in generazione. Per commemorare il 50o anniversario, dedico quest’opera ad Anna Castelli Ferrieri. Tokujin Yoshioka

Piccole farfalle svolazzano
e danzano intorno a un bel fiore.
Amiamo quel fiore come se avesse vita.
Continuerà ad ammaliare di generazione in generazione.
Per commemorare il 50o anniversario, dedico quest’opera ad Anna Castelli Ferrieri. Tokujin Yoshioka

« Sosteniamo le Buone Idee » Philippe Starck

« Sosteniamo le Buone Idee »
Philippe Starck

Presenti nelle esposizioni permanenti al MOMA di New York e al Centre Georges Pompidou di Parigi, i mobili Componibili hanno rappresentato una nuova tipologia di arredo: sono, infatti, i primi complementi modulari ed assimilabili, realizzati con l’ABS, un materiale nuovo per l’epoca, estremamente avanzato per le sue caratteristiche meccaniche ed estetiche.

Social Media Marketing generazionale: questione di stereotipi?

Vi sveliamo un segreto: i Millennials non esistono! E nemmeno la Generation Z o i cosiddetti Babyboomers. O meglio, esistono ma sono un trend (a volte molto riduttivo) adottato negli ultimi tempi per più facilmente catalogare i consumatori.

Generazioni che consumano, dunque, e soprattutto generazioni che imparano a consumare attraverso i più moderni mezzi che l’evoluzione tecnologica mette loro a disposizione. Stiamo parlando di social media ovviamente, e di come da meri mezzi di comunicazione si siano velocemente evoluti in sviluppatissimi strumenti di marketing.

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Ma questi strumenti di Social Media Marketing vanno utilizzati con le pinze: la prima variabile è sicuramente il tipo di piattaforma, seguita dall’uso che se ne vuole fare e infine dall’età e dal carattere del fruitore. L’età non è quindi un dato trascurabile e osservando le abitudini social delle tre macro-generazioni scopriamo che in realtà pur non essendo raggruppamenti sempre e solo stereotipati forniscono comunque delle valide linee guida per i marketers.

Millennials: consumatori consapevoli e difficili

I Millennials rappresentano senza dubbio il target più interessante da studiare: un calderone ampio contenente persone nate “offline” e giovani abituati già da piccoli al telefonino. Circa il 41% della tanto discussa Generazione Y utilizza Facebook tutti i giorni e di questi ben l’88% lo sfrutta come fonte primaria di notizie.

Inoltre 5 Millennials su 6 preferiscono passare per i social media per contattare un’azienda ma molti di loro sono poco disposti a perdere tempo guardando annunci pubblicitari che possono “skippare”. Gran parte di questa enorme generazione non è online solo per divertimento ma spesso per cercare risposte. La lotta alle fake news o la sempre più millimetrica precisione degli strumenti di ricerca sono solo alcune delle spiegazioni che portano a descrivere una società pragmatica e sempre più attenta alla sostanza che alla forma.

Perciò per utilizzare al meglio il social media marketing con i Millennials bisognerebbe focalizzare l’attenzione su contenuti tangibili e provati: si tratta di una generazione attenta alle recensioni che non acquista a caso, che risponde bene a contenuti credibili e rilevanti meglio ancora se accompagnati da una ventata di unicità.

Generazione Z: quando l’influencer regna sovrano

È tempo per i marketers d’iniziare a prestare molta attenzione alla nuova gioventù: la Generazione Z. Ribadiamo il concetto sacrosanto che gettare in un unico contenitore giovani dai 16 ai 20 anni sparsi in tutto il mondo crea sicuramente delle generalizzazioni fuorvianti. Ma a una cosa va dato credito: i sedicenni (e gli appena ventenni) del 2017 hanno abitudini decisamente diverse da quelli di dieci anni fa.

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Quello a cui bisogna prestare molta attenzione se si vuole vendere a questa fetta di consumatori è che mentre i Millennials hanno visto arrivare Facebook, la Generazione Z ci è quasi nata dentro e sguazzava sin dalla culla in un ambiente ultra tecnologico con informazioni che viaggiano alla velocità della luce.

A differenza dei compagni già cresciuti, la Generazione Z ha un’altissima ricettività verso gli influencer, meglio se non VIP ma persone di vita reale secondo il 63%. Preferiscono contenuti brevi ma efficaci, visivamente piacevoli e con la possibilità di interagire. Senza nemmeno ribadirlo, adorano Snapchat e tutto ciò che ruota intorno a una Story, sono più attivi il giovedì e il venerdì e controllano i feed dei loro profili social al mattino appena svegli.

LEGGI ANCHE: Quanti anni hanno gli utenti di Snapchat?

Babyboomers: la grande sfida del Social Media Marketing generazionale

La madre di tutte le generazioni, quella dei Babyboomers, è senza dubbio la più grande sfida per il Social Media Marketing. La generazione nata prima degli anni ’60 non ha però fatto troppa fatica a raggiungere le abitudini dei più giovani. Ben il 54% possiede uno smartphone e quasi tutti (precisamente il 91%) ha accesso almeno a una piattaforma social (l’84% preferisce Facebook).

Parliamo di una generazione relativamente poco connessa, molto selettiva nei contenuti e meno avvezza a nuove e esperienze tecnologiche. Come attirarli all’acquisto? Probabilmente offrendo più informazioni e contenuti esaustivi, perché per fortuna parliamo di una fascia d’età abituata a contenuti analogici e molto più aperta alla lettura.

Ma prima di spammare i Babyboomers con campagne di Social Media Marketing moleste c’è una cosa da ricordare: per loro i social sono spesso un mezzo per comunicare con amici specialmente se distanti più che un mercato, per questo ci vorrà più di un semplice post per interagire con loro e ottenerne la fiducia.

Soprattutto c’è una verità da tenere a mente e non riguarda solo i più grandi: parlare alle generazioni non è facile perché nonostante le molteplici similitudini riscontrabili in un grande gruppo come ad esempio i Millennials, non sarà possibile arrivare a un trentenne con gli stessi mezzi con cui si attira l’attenzione di un ventenne.

Parlare alle generazioni significa anche parlare a una massa composta da individui. Individui che vogliono sentirsi unici, perché di fatto lo sono, ma che spesso se lo dimenticano.

facebook whatsapp

110 milioni di multa a Facebook. Mentì durante l’acquisizione di WhatsApp

Mark furbetto. Aveva promesso alla Commissione di fare il bravo, che non avrebbe collegato gli account Facebook a quelli di WhatsApp. E invece, come un bulletto della classe che sghignazza e tiene le dita incrociate sotto al banco, l’ha fatto. Nel momento dell’acquisizione di WhatsApp, Facebook ha fornito informazioni fuorvianti. È questa l’accusa che l’Antitrust UE ha rivolto a Zuckerberg, infliggendogli una multa da 110 milioni di euro.

facebook whatsapp

Una bacchettata sulle mani forte, che – spiegano dalla Commissione – servirà a ricordare alle imprese che il regolamento Ue deve essere rispettato in ogni sua parte, incluso l’obbligo di fornire informazioni esatte per poter esaminare al meglio le acquisizioni in modo rapido ed efficace, anche per quelle informazioni che potrebbero non inficiare il risultato finale della valutazione. Quando, nel 2014, Facebook notificò l’acquisizione di WhatsApp, dichiarò alla Commissione che non sarebbe stato in grado di stabilire con esattezza la corrispondenza tra profili Facebook e utenti di WhatsApp. Nell’agosto 2016, però, tra un tuffo e un castello di sabbia, l’app aggiornò le sue condizioni generali di utilizzo aggiungendo la possibilità di associare i numeri di telefono degli utilizzatori con quelli del grande social network blu.

A dicembre la Commissione comunicò a Zuckerberg il suo disappunto, constatando che la possibilità di creare una corrispondenza tra le identità delle due piattaforme era già fattibile al momento dell’acquisizione e chi ci lavorava ne era a conoscenza. Al momento, continua l’Antitrust Ue, i dati degli utenti sono al sicuro, ma la privacy potrebbe essere violata in agosto, data entro la quale WhatsApp aggiornerà l’app e le condizioni generali di utilizzo.

Pochi giorni fa, inoltre, anche l’Antritrust italiano ha accusato Facebook di aver indotto gli utenti a credere che non avrebbero potuto continuare a utilizzare WhatsApp senza accettare i termini d’uso, tra cui la condivisione di dati personali. Accusa costata all’azienda di Menlo Park, più di 3 milioni di euro.

Ahi, ahi Mark. Questa volta l’hai fatta grossa! Talmente tanto che la sanzione dell’Ue sarebbe potuta arrivare a colpire fino all’1% del fatturato del 2016, ovvero oltre i 250 milioni di Euro. Non sappiamo come reagirà ora Facebook, per il primo momento ha provato a difendersi dichiarando di aver agito sempre in buona fede e che nessun errore era intenzionale, ma la Commissione sembra ferma a perdonare Mark solo dopo il pagamento della multa.

Campagna gap diversità

Gap celebra la diversità attraverso la sua nuova campagna

Gap, nota azienda americana di abbigliamento ed accessori per giovani, con la sua ultima campagna per la collezione estiva 2017, ha deciso di celebrare la diversità dei propri consumatori.

“I’m Gap”, prodotta dall’agenzia Untitled Worldwide, cattura lo spirito e l’essenza stessa del marchio. Per riuscirsi l’azienda ha deciso di non affidarsi a un’agenzia di modelli ma, attraverso uno street casting, di assumere come protagonisti delle persone normali.

I Am Gap, formato verticale e persone vere

In 15 secondi di spot, all’interno di un video in formato verticale, le persone scelte raccontano ed esprimono sé stesse in un messaggio breve che si conclude con il richiamo al brand “I am Gap”.

Protagonista di uno dei video per esempio è Hybutalla: mamma di una bimba, sportiva e le piace il linguaggio degli emoji.

Poi ci sono Adrian, pilota di BMX e tecnofobo (profonda avversione nei confronti di tutto ciò che riguarda la tecnologia); Alejandro che si definisce uno skater e patito di “Bossa Nova”, una danza moderna del Sud America; Chance, cavalca tori ed è altissimo; David, una macchina danzante alla ricerca dei riflettori. Poi ci sono Mia, che ha paura del buio, e le gemelle Natalie&Sofia patite della colazione e pessime ballerine.

LEGGI ANCHE: Heineken torna con l’esperimento sociale “Worlds Apart”

Summer 2017: uno spot/inno

Accanto ai singoli video dedicati ad ogni protagonista, un altro spot racchiude l’intero sforzo della campagna pubblicitaria. In 30 secondi di video che si presenta come un inno alla diversità e libertà, i personaggi si alternano fra loro e un copy accattivante e motivazionale celebra la diversità dei giovani americani.

Il video si conclude con un messaggio che racchiude tutto in sè il significato profondo della campagna, “Tu sei l’America. Tu sei Gap”.

La strategia di base è coerente con la campagna “Do you” lanciata per la collezione autunnale del 2016.

Creata sempre con la stessa agenzia Untitled, un mini-documentario sulla banda “Brooklyn United” aveva come obiettivo quello di catturare la creatività individuale.

“I Am Gap” è invece un concetto esplicitamente inclusivo e patriottico, anche se forse meno potente del precedente.

GAP pbb

L’industria della moda e non solo, stanno facendo molto per cercare di rappresentare una pluralità di culture diverse nelle proprie pubblicità, con risultati a volte discutibili.

Casi recenti come il fail di Pepsi che ha dovuto ritirare la pubblicità con Kendall Jenner, o lo spot di Heineken che ha visto piovere una pioggia di critiche per aver normalizzato comportamenti omofobi e sessisti.

In questo caso possiamo dire che Gap abbia pienamente centrato il suo obiettivo.

CREDITS
Client: Gap
Agency: Untitled Worldwide
Fotografo e Direttore Video e Foto: Valerio Spada

Assortimento o unicità? L'eCommerce accompagna il cliente verso la scelta

Assortimento o unicità? L’eCommerce accompagna il cliente verso la scelta

L’assortimento oggi è l’ago della bilancia di molte delle nostre scelte. Facciamo la spesa, ad esempio, dove la varietà è più ampia; preferiamo un fruttivendolo piuttosto che un altro perché ci offre la frutta tropicale insieme a quella di stagione. Avere più di una scelta, insomma, può aiutare e spesso rassicurare, ma qual è il limite in cui la varietà diventa controproducente? Un’ampia scelta destabilizza l’utente o lo guida all’obiettivo?

Immaginiamo un discorso ipotetico che Mario (il nostro utente tipo immaginario) potrebbe fare nella sua mente, mentre procede nella scelta del suo prossimo acquisto.

“Ho deciso, mi compero una t-shirt, online questa volta, dato che sono insofferente ai negozi, dove l’esperienza di acquisto rischia di diventare deludente a causa di commesse annoiate o insistenti, che pretendono di modificare il mio gusto.

Google, invece, mi propone un’infinità di siti; scelgo il primo, non sono esperto di brand. Fantastico, il sito è sconfinato, mi offre di tutto: maniche corte, lunghe, taglie con dettagli come slim, large…

Che taglia devo scegliere? Cominciamo dal modello: collo tondo o a V? E il colore? Per questo è meglio chiedere a mia moglie. Insomma, deciderò. Troppe variabili, devo pensarci.

E poi forse non era nemmeno indispensabile. Vedremo“.

L’acquisto per il momento è sfumato!

Assortimento o unicità? L'eCommerce accompagna il cliente verso la scelta

L’utente, il monitor e il mobile: come avviene la scelta di acquisto

Quanto tempo dedica una persona normale ad un acquisto online? Certo, dipende dal genere di acquisto. La ricerca di una vacanza, ad esempio, non può impegnarci meno di qualche mezz’ora. Ma acquisti di poco conto, acquisti d’impulso, quanto ci tengono davanti al monitor, magari del cellulare? Poco, non c’è dubbio, e mai poco abbastanza.

Impazienti? Sì, ammettiamolo, siamo quasi tutti così, soprattutto quando navighiamo da mobile.

Se secondo un approccio tradizionale, tipico delle vecchie scuole di marketing, maggiore è la gamma di variabili, maggiori sono le probabilità di incontrare i gusti del potenziale cliente, oggi non possiamo più considerare sempre valido questo presupposto.

Questa logica ineccepibile può applicarsi (forse) ancora nei negozi fisici, dove una commessa volonterosa e appassionata non esita a mostrarci tutti i capi che ha in negozio, creando così un piccolo credito emotivo: ho lavorato per te, non deludermi!

Ma noi siamo di fronte ad un monitor che non ha sentimenti, ma un’interfaccia. Già, in Italia siamo abituati a sottovalutare l’importanza dell’interfaccia. La velocità di accesso, la comprensibilità delle descrizioni, l’essenzialità del linguaggio, la dinamicità del sito e la logica dei percorsi.

Assortimento o unicità? L'eCommerce accompagna il cliente verso la scelta

Cosa conta in un eCommerce, dal punto di vista dei tuoi potenziali clienti

Quanti siti italiani rispettano le regole fondamentali dell’eCommerce e dell’UI Design? Per mia esperienza pochi, anche se ammetto che stiamo migliorando.

La domanda dovrebbe essere: che cosa determina il successo di un sito di eCommerce? Il prodotto o servizio che si vende, ovviamente. Ma a parità di proposta, perché un sito ha successo ed un altro no? L’interfaccia, la velocità di navigazione e – sostengo io – la limitazione delle scelte. La sensazione inespressa che qualcuno abbia lavorato per me, escludendo le variabili che mi avrebbero creato indecisione.

Non è vero, infatti, che tutte le persone hanno gusti definiti, anzi, spesso è vero il contrario. Una proposta limitata, molto limitata, magari unica è statisticamente più efficace di una proposta molto ampia. Un eCommerce che mi fa capire che cosa mi propone in pochi secondi offre maggiori possibilità di concludere la vendita di un sito vastissimo che mi fa navigare per molto tempo.

Ti racconto un’esperienza, stavolta reale e non immaginaria, per capirci meglio.

Avevo delle fotografie di cui mi sarebbe piaciuto avere una stampa. Quindi, solito giro di siti e domande: dimensioni? Carta lucida? Opaca? Tela? Devo decidere e anche io, come il nostro amico immaginario Mario, rimando. Se qualcuno m’avesse proposto una soluzione “pensata” e pochissime alternative forse avrei concluso l’acquisto.

È così anche con i libri fotografici ordinabili on line (sono appassionato di fotografia) ormai ce ne sono molti ma mi mettono in imbarazzo quando mi chiedono il peso della carta: 100gr.o 135gr.? Magari 170…Lucida o opaca? O premium? (sic!) Mi deprimo e mi chiedo: sono più esperti loro o io, al mio primo libro? Possibile che non ci sia qualcuno in grado di decidere che un libro da 20 pagine sia meglio stamparlo in carta da 200 gr., mentre per uno da 200 pagine è più appropriata carta da 150gr.?

Assortimento o unicità? L'eCommerce accompagna il cliente verso la scelta

Una scelta studiata ed essenziale, per accompagnare all’acquisto

Insomma, la professionalità dei venditori si manifesta spesso con scelte precise, studiate, essenziali, presentate in modo da sfruttare i pochi minuti di attenzione che l’utente vuole e può riservare all’acquisto. No, non si tratta di pigrizia o di scarsa varietà della scelta.

Al contrario, questo tipo di approccio ci fa capire che il fornitore ha pensato proprio a noi. Ha lavorato, progettato, provato ed è arrivato al meglio, secondo le sue competenze ed esperienza, certo maggiori delle nostre.

La rete non concede spazio a commesse convincenti, a esperienze tattili, a pressioni emotive. Ci sono solo l’utente e il monitor, a cui vorrebbe dedicare meno tempo possibile. Infine, meno deve pensare, perché altri l’hanno fatto per lui, più semplice e veloce sarà l’acquisto.

Vale per tutto? Difficile a dirsi. In termini assoluti lo escludo, ma la storia ci insegna che il successo è frutto di un click, due, tre…

Non è un paese per blogger: perché ci si accanisce su Chiara Ferragni?

Sabato notte, attraverso le Instagram stories degli amici, abbiamo visto in diretta Chiara Ferragni fidanzarsi ufficialmente con Fedez. I video hanno raggiunto in pochissimo tempo milioni di visualizzazioni e durante la giornata successiva non c’è stata piattaforma social dove non si è discusso della storia d’amore di dominio pubblico più bella dai tempi di Lady D.

Dopo la proposta di matrimonio da parte di Fedez, la notizia è stata pubblicata su diverse testate, proponendo fotogallery di rito. Questo è sembrato imperdonabile ai “lettori” italiani che hanno scatenato quella che in gergo tecnico chiameremmo una shit storm nei commenti alle testate, riempiendoli di citazioni a loro giudizio colte come celebri testi scientifici, sociologici e ricette. Il messaggio è chiaro: di Chiara Ferragni non ce ne frega niente.

Qual è la colpa di cui si sono macchiati i giornali e le riviste? Quella di scrivere un articolo di costume. Saranno tutti lettori molto impegnati, lettori dediti ad altro tipo di cronaca, gli italiani, che leggono in media un solo articolo a testa al giorno. Del resto era chiaro a tutti che con l’avvio della Penny Press negli anni ’30 del 800 il giornalismo era destinato al decadimento più profondo sotto il peso delle “tre esse”, soldi sesso e sangue.

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Sovraesposizione mediatica

L’accusa rivolta alla blogger – guai a chiamarla influencer, influencer di che? – è la sovraesposizione mediatica.

Chiara Ferragni, la fashion blogger più seguita al mondo con quasi 9 milioni di follower, ha sempre pubblicato online (alcuni) dettagli della sua vita personale alimentando il suo personaggio pubblico digitale con elementi di racconto quotidiano: il jet, la cena con la sorella Valentina, la vacanza alle Hawaii. Chiara si comporta come tutti noi, raccontando sui social network la sua vita personale e postando – sempre come noi stessi facciamo – una media di 4 post al giorno per canale.

Se volessimo dunque ragionare in merito alla questione, sarebbe interessante interrogarsi sulla sovraesposizione mediatica di una generazione che fotografa il pranzo e guarda cosa ascolta la ragazza che gli piace su Spotify, che si fa fotografare da un amico intenta a lavorare e poi commenta in mezzo secondo. Quando è diventata così importante l’approvazione degli altri?

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Matrimonio fake

Una seconda questione è, poi, la falsità della relazione con Fedez. Dopo aver considerato che passano davvero tanto tempo insieme per far finta di stare insieme – solo per fare tutte le Instagram stories ci vuole una media di 7 ore al giorno di vicinanza forzata – è bene riflettere sull’importanza di fare un passo indietro nel considerare la questione.

Sarà forse che quel crescente distaccamento dalla politica stia influenzando anche altri settori? Che la distanza percepita tra l’elettore e il politico sia, invece, un male dei nostri tempi e che stia crescendo una disaffezione tra noi e le very important people, politici o blogger che siano?

Forse, in un mondo che continua a spingere sul pedale dell’individualismo, il singolo è diventato così centrale da essere peccaminoso considerare che un altro possa essere più rilevante di noi?

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Chiara è colpevole a prescindere

Del resto non è mai capitato che si creasse un dibattito tanto acceso e disgustato da una relazione che la si vuole costruita a tutti i costi. Non poteva essere costruita la relazione tra l’umile lady D e il principe d’Inghilterra. Non potrebbe essere falsa la relazione mediaticamente bellissima tra Macron e Brigitte? No, la prima non è costruita perché Lady D è perfetta per essere la principessa (fino a che non ha deciso di passare al lato oscuro), la seconda non è costruita perché chi vorrebbe sposarsi con una donna vecchia?

Chiara Ferragni è colpevole. Di essere donna, di essere bella e di essere ricca grazie alle velleità.

Fedez, che ha recentemente dichiarato in un’intervista di essere ben più ricco della futura consorte, è solo un uomo che le sta accanto. In un paese che attacca online Boldrini e Meloni, che deride Brigitte e regala vignette in prima pagina delle cosce di Boschi, Chiara Ferragni è colpevole.

I vantaggi di integrare Influencer nella propria social media strategy

Viviamo in un mondo di influencer. Reali o sedicenti,  il mondo dei social media ormai è popolato da strane creature, che con un solo post sui loro profili social riescono a generare centinaia di migliaia di like, condivisioni e commenti. Oggi i brand di tutto il mondo si affannano per cercare di accaparrarsi i migliori, quelli che più di ogni altro riescono ad influenzare gusti, tendenze e scelte d’acquisto.

Ma, nella pratica, chi sono gli Influencer?

Per descriverli in maniera semplice e divertente potremmo utilizzare questa simpatica citazione di Francesco Mattucci, social media strategy e ideatore del progetto @kitchensuspension:

Tu porti le ballerine, tuo babbo ti critica, tu continui a portarle. Tu porti le ballerine, il tuo fidanzato vomita, tu continui a portarle. Tu porti le ballerine, Chiara Ferragni dice che fanno schifo, tu le bruci”.

Gli influencer non sono strane creature, ma utenti che grazie all’unicità e qualità dei loro contenuti hanno costruito una rilevanza riconosciuta agli occhi (ai pollici e ai cuori) di un ampio gruppo di utenti. Grazie al loro lavoro di content creation, danno vita giornalmente a messaggi capaci di influenzare ampie fasce di pubblico in maniera autorevole e credibile.

Influencer Marketing e social media strategy

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Dominando le conversazioni online, gli influencer possono diventare parte integrante di una social media strategy, aiutando attraverso quelle che sono le azioni di Influencer Marketing le aziende e i brand a costruire o rafforzare la propria brand awareness, intercettare le giuste nicchie di pubblico e permettere di aumentare engagement e interesse nei confronti di un prodotto.

Un recente studio condotto da McKinsey sull’impatto che post e tweet hanno sulle vendite dimostra come la social raccomandation influenza in maniera significativa la customer journey e le decisioni d’acquisto degli utenti.

Se accuratamente selezionati, in base a valori condivisi e a strategie e obiettivi definiti, integrare uno o più influencer nella social media strategy di un’azienda o un brand, può permettere di raggiungere una serie di vantaggi.

Content strategy: come centrare l'obiettivo con il contenuto

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Arricchire la content strategy con contenuti validi e verticali

È necessario arricchire il proprio piano editoriale di contenuti validi e pertinenti? Niente di meglio che inserire nella social media strategy una figura autorevole e competente, capace di creare contenuti di qualità che parlino del brand o del prodotto.  La costante attività social degli influencer inoltre, permetterà di dare grande diffusione ai contenuti prodotti.

Diffondere la conoscenza del brand

I numeri rilevanti degli influencer in termini di numero di follower e portata dei loro post aiuta ad incrementare la brand awareness. Un maggior numero di utenti inizierà a sapere di più della storia dell’azienda, del prodotto, delle soluzioni offerte ai clienti, arricchendo il tutto con l’autorevolezza che gli viene riconosciuta. Gli utenti si fidano di loro.

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Aumentare la brand reputation

L’elevata reputation di un influencer permette ai brand di aumentare la propria, incentivando il passaparola positivo. Autorevolezza, credibilità e un’ampia audience su cui far leva sono elementi cardine per aumentare la reputazione agli occhi degli utenti. Ovviamente siate sempre sinceri, poiché gli influencer fanno della propria immagine la loro fortuna: se il brand o il prodotto presenta criticità o punti oscuri, difficilmente saranno disponibili a collaborazioni o partnership.

Gestire situazioni di crisi

Grazie alla loro consolidata reputazione, gli influencer possono aiutare ogni brand a gestire situazioni di crisi che possono nascere sui social media, bilanciando il buzz negativo. Assumono quindi il ruolo di mediatori, comunicando le azioni che l’azienda ha intrapreso per rimediare ad una determinata criticità.

Raggiungere il target

Uno dei vantaggi più importanti. Gli influencer possono raggiungere nicchie importanti di utenti mirati, che sono già sensibili ad un determinato argomento o prodotto. Questo permetterà all’azienda di avere a disposizione un pubblico altamente profilato di potenziali nuovi clienti.

Dare maggiore visibilità ad un evento offline

Raccontare e diffondere velocemente sui social un evento live o la presentazione in anteprima di  di un prodotto, attraverso dei live tweet o delle dirette da parte degli influencer, permette di creare delle vere e proprie esperienze in diretta, che potranno godersi i follower dell’influencer e anche dell’azienda, rendendoli attivi e partecipi.

Come dimostrato in questi sei punti, l’influencer marketing può essere una grande risorsa per la social media strategy. Tuttavia è uno strumento in continua evoluzione e capace di mutare caso per caso e settore per settore.

Occorre quindi pianificare con cura la strategia e gli obiettivi da raggiungere, individuare i giusti influencer in base a budget e settore di competenza e soprattutto lavorare insieme, adottando l’approccio di una vera e propria collaborazione tra brand e influencer e non quello di una semplice marchetta.

Ecco perché il formato MP3 è ufficialmente morto

Chi non si ricorda del mitico formato MP3? Le giornate passate a scaricare file musicali per arricchire le nostre librerie musicali, un vero must della “generazione” Millennial. Avevamo la percezione di potere avere tutto, dopo i “limiti” imposti da costosi CD e sotto-performanti musicassette sulla via del tramonto.

Forse, gli stessi MP3 hanno anche aperto la strada a quel declino qualitativo che qualcuno (come Andrew Keen autore del libro Dilettanti.com) critica alla nuova sharing economy – in effetti, quanta musicaccia scaricavamo che non avremmo mai acquistato? Io ricordo una canzone su tutte: “Haiducii – Dragostea Din Tei”. A ripensarci, solo un hashtag mi viene in testa: #maronn!

Ebbene, l’MP3 è ormai acqua passata. Qualcuno lo utilizza ancora, ma secondo il Fraunhofer Institute (che negli anni ’80 ha iniziato a sviluppare il formato insieme a Technicolor) nuovi formati più performanti come AAC riescono a garantire più features e una maggiore qualità a fronte di un numero minore di bit al secondo – bitrates.

Da parte mia, scende una lacrima. Ma di gioia! In realtà, MP3 is not dead. L’unico cambiamento è nelle licenze statunitensi, che ora sono diventate libere (in Europa lo erano già da alcuni anni). In pratica, non esiste più un brevetto. Continueranno ad esistere i file musicali, ma con un altro nome. Chissà, magari più cool e meno dal sapore degli anni ’90, per un rilancio e una nuova consacrazione di questo formato.