12 competenze comunicative che non si imparano a scuola

A scuola si insegna a leggere, scrivere e, banalmente, a parlare correttamente, cercando di fare apprendere nozioni riguardanti il vocabolario, la grammatica, lo spelling, la pronuncia e altro ancora. La comunicazione, tuttavia, non si riduce solo a questo, non è un banale scambio di informazioni. Essa, infatti, va oltre alla lingua parlata o alla parola scritta, se si pensa ai suoi veri obiettivi, legati al voler creare delle connessioni con altre persone, trasmettere emozioni, condividere un proprio pensiero.

Ecco quali 12 importanti competenze comunicative da “imparare”, che non si ritrovano spesso tra i banchi di scuola:

Library

#1 Mostrare empatia

L’empatia è una delle più peculiari caratteristiche dell’essere umano. Non si può essere compresi del tutto da chi si ha di fronte, se non gli si mostra empatia. Questa può aiutare a creare connessione con le altre persone, oltre che a capire le loro emozioni. Il segreto sta nel cercare di vedere le cose dal punto di vista dell’altro, limitare i giudizi, mostrare la propria vulnerabilità, dare incoraggiamenti, offrire aiuto, mostrare gentilezza e compassione, provando a comportarsi come si vorrebbe che gli altri si comportassero.

#2 Risolvere i conflitti

I conflitti implicano relazioni comunicative piuttosto tumultuose, specialmente se irrisolti. Ignorarli non è, inoltre, una buona soluzione, dato che ciò potrebbe generare frustrazione aggiuntiva e molti risentimenti. Per limitarli, bisogna affidarsi a una buona comunicazione. Infatti, non bisogna mai reagire a una situazione di conflitto, lasciando che le proprie azioni vengano sopraffatte dalle emozioni, bensì è necessario rispondergli. Ciò significa controllarsi e focalizzarsi sui problemi, non sulle persone. Molto spesso, aprirsi verso l’altro e cercare di comprenderlo, piuttosto che voler subito arrivare a una soluzione, può mostrare che si tiene davvero al rapporto in questione.

#3 Fare buone domande

Un buon comunicatore non è colui che ha le risposte a tutto, ma chi pone le domande giuste. Quando si fa buone domande, ci si mostra più entusiasti e propensi ad approfondire il tema trattato, incoraggiando l’altra parte a condividere le sue opinioni, stimolare la discussione e creare nuove idee. Inoltre, aiuta a non venire dimenticati facilmente. Come fare? Il trucco è quello di pensare a domande che portino a risposte interessanti. Proporre domande aperte, magari derivate da una curiosità, pensando a come gli altri potrebbero beneficiarne, è la strada giusta. Non è una novità, inoltre, che buone capacità d’ascolto portino a quesiti interessanti.

Listen

#4 Negoziare in modo efficace

L’arte della negoziazione può sembrare qualcosa di difficile con cui interagire, ma apprendere alcune competenze in questo campo può risultare fondamentale a volte. Essere determinati, avere sempre a disposizione un piano B, cercare le cosiddette “situazioni win-win“, ecco cosa bisogna fare per ottenere i maggiori vantaggi da una negoziazione. È importante cercare di capire quanto l’altra parte ha bisogno di quanto voi le offrite, o almeno avvicinarsi a farlo, in modo tale da capire quali tattiche utilizzare e puntare più in alto possibile. Se si fallisce, avere altre opzioni sarà la propria ancora di salvataggio, ma è consigliabile non gettare troppo presto la spugna.

#5 Ascoltare attivamente

Una competenza data sempre troppo per scontata, quella di saper ascoltare. A volte ascoltare anche quello che non si vorrebbe può portarci a incredibili vantaggi. Ecco perché è importante ascoltare chi si ha di fronte come se fosse la persona più importante del mondo in quel momento, mostrandosi totalmente immedesimati in ciò che ci sta dicendo. D’altronde, quando una persona parla, crede che quello che sta dicendo ha del valore, e vuole che venga ascoltato. Ascoltare, dunque, non solo con le proprie orecchie, ma con la propria mente, non fermandosi solo alle parole, ma al comportamento utilizzato e alle emozioni di chi abbiamo davanti.

#6 Usare il linguaggio del corpo

Il 97% della comunicazione usa il linguaggio non verbale. È di vitale importanza, quindi, avere padronanza del proprio corpo e del suo utilizzo: il sorriso, lo sguardo, la stretta di mano, possono comunicare molto di più che fiumi di parole. Provare a tenere il proprio corpo rilassato e una postura che mostri sicurezza è certamente d’aiuto nel comunicare ciò che vogliamo agli altri. Prima di parlare, dunque, pensare bene a cosa fare e a come usare tutti i sistemi d’interazione che utilizza il nostro corpo.

Think

#7 Perfezionare la propria presentazione

Immaginate di trovarvi davanti una persona che potrebbe garantirvi una grande opportunità, che non ha più di 30 secondi per ascoltarvi. Cosa fare? Sapersi presentare in modo efficace, in questi casi e non solo, può risultare un enorme vantaggio. È importante dire ciò che si vuole dire o cosa si vuole proporre in una sola frase, anche se può sembrare difficile, poiché in questo modo si può riuscire a dare delle motivazioni per continuare a essere ascoltati. In seguito si deve convincere chi si ha davanti di ciò che si vuole dire, concludendo in modo attivo, senza essere troppo invadenti. Essenziale, in questi casi, cercare di essere sicuri di sé e di ciò che si vuole comunicare.

#8 Usare le proprie idee per ispirare gli altri

Un’idea può essere considerata come uno degli elementi più forti e contagiosi in una relazione comunicativa. Condividere con gli altri un pensiero può conferire energia alla comunicazione, e collaborare per realizzarlo è ciò di più motivante e stimolante che si può offrire. Non pensare sempre di tenere le buone idee per sé, perché a volte si può ottenere input molto interessanti per raggiungere gli obiettivi finali. E poi, d’altronde, sharing is caring!

Idea

#9 Riconoscere i pregi di chi si ha intorno

Cercare di far sentire qualcuno apprezzato è molto diverso da adularlo o fargli dei complimenti. A livello comunicativo, chi ci sta di fronte sentirebbe molto la differenza. Cercare i pregi delle persone con cui si interagisce, facendoglieli poi capire mentre si parla, cadrà a proprio vantaggio. In questo modo, infatti, ci si concentrerà sull’altra parte e non su sé stessi, creando una buona atmosfera nell’atto comunicativo.

#10 Essere sicuri di sé quando si parla in pubblico

Parlare in pubblico è, per molti, una grandissima paura. Tuttavia, consiste anche in una delle forme di comunicazione più potenti ed efficaci. Non è necessario ricercare particolari artifici retorici, poiché la semplicità e la chiarezza sono gli elementi più importanti da considerare. Un buon consiglio può essere quello di pensare a una persona nel pubblico che ha seriamente bisogno di sentire il proprio messaggio. Focalizzarsi sul destinatario, infatti, è importante, poiché ci porta a convincerci dell’importanza del nostro messaggio, che qualcuno nella folla recepirà e ne beneficerà. Non puntare a essere perfetti nella propria comunicazione, tenere come obiettivo quello di essere entusiasti nel presentare il proprio messaggio.

Microphone

#11 Pensare come dei leader

I migliori leader sono dei maestri nell’arte della comunicazione. Anche essere buoni comunicatori, però, implica avere delle competenze in ambito di leadership. Puntare a essere un leader a servizio del proprio team, infatti, non è affatto un modo per incrementare il proprio ego, bensì aiuta a creare un clima di collaborazione, autenticità e ascolto. Pensare a prendere l’iniziativa e lavorare per far collaborare gli altri, quindi, è una grande competenza comunicativa.

#12 Essere autentici per creare fiducia

Essere sempre chi si è, senza maschere o coperture. Le persone che ci troviamo davanti si fideranno solo se si trovano di fronte qualcuno di vero. Senza la loro fiducia, non ci può essere una buona comunicazione o una valida relazione. è importante, quindi, mostrare autenticità, senza cercare di sembrare qualcun altro. In questo modo si potrà guadagnare il rispetto degli altri, oltre che sentirsi più in pace con sé stessi. Essere onesti e ammettere i propri difetti, condividere le proprie esperienze personali, essere responsabile delle proprie parole, parlare con convinzione, sono tutti elementi che generano fiducia in un atto comunicativo.

Per saperne di più: Victor Ng su Lifehack.

Blue Whale è vivere il disagio interiore sui social media?

La scorsa settimana abbiamo cominciato un viaggio alla scoperta della Blue Whale, il presunto gioco online che sembrerebbe esser stato creato per indurre giovani e giovanissimi al suicidio.
Durante la settimana passata, si sono susseguite segnalazioni più o meno credibili anche nel nostro Paese, che hanno però dimostrato come sul tema ci sia ancora una forte impreparazione (ad esempio, diversi articoli hanno parlato di Blue Whale come di un’app).

LEGGI ANCHE: Blue Whale: fra falsi d’autore, pericoli reali e diffusione di contenuti

Per affrontare in maniera pertinente il problema, però, è necessario dare una lettura completa, al di là della “mania” che il word of mouth sa generare, in particolare per fenomeni oscuri come questo.
Per questa ragione, abbiamo interpellato per completare la nostra inchiesta, uno psicologo specializzato nelle nuove tecnologie: Ivan Ferrero, direttore tecnico e scientifico di www.bullismoonline.it e collaboratore dell’associazione Coscienza Digitale.

Ivan Ferrero

Quali sono secondo te i meccanismi che rendono giochi come Blue Whale così affascinanti?

Se analizziamo le situazioni in cui i ragazzi emulano o prendono esempio da questi fenomeni, troviamo che le dinamiche esulano dal concetto di piacere/dispiacere. I fattori che possono intervenire (a seconda del ragazzo) possono essere diversi.

La legittimazione: un ragazzo che sta già meditando l’estremo gesto può trovare in questi gruppi la legittimazione a portare a termine il suo piano. Chi invece sta vivendo un profondo disagio di vita interiore oppure sociale può trovare nelle prove proposte dal Blue Whale una guida per esprimere il suo disagio all’esterno. I ragazzi facenti parte di questa seconda categoria forse non termineranno mai tutte le prove: in quest’ultimo caso si tratta più di un grido di allarme che noi adulti dobbiamo essere pronti a cogliere.

Ci sono poi le tecniche di manipolazione mentale. Sono le stesse operate dalle sette religiose o altri gruppi. Si individua la persona che potrebbe essere particolarmente ricettiva, e la si contatta. Da qui si innesca un Viaggio dell’Eroe che conduce il ragazzo nella spirale negativa:

– il Comunicatore risponde alla chiamata del ragazzo (la chiamata dell’Eroe) e gli presenta una prima prova.
Spesso si tratta di un gesto molto banale, come l’invio di una propria foto, ma che costituisce un primo contatto e l’entrata, il superamento della soglia (per dirla alla Campbell).

– da questo momento in poi il ragazzo ha la percezione di essere entrato nel gioco e nel nuovo gruppo.
Nella sua mente adesso lui è un giocatore del Blue Whale, e questa percezione contribuirà a modificare anche la percezione di se stesso e la sua Identità.

– le prove (a volte semplici gesti) sono graduali, e servono a spingere il ragazzo a scendere sempre più nel suo buio.
Ogni nuova prova presenta un coinvolgimento un po’ più profondo, e un passo dopo l’altro la percezione della Realtà si distorce sempre di più.

Lentamente l’idea della Blue Whale diventa l’unica Realtà possibile per il ragazzo, i compagni di gioco Blue Whale i suoi nuovi compagni.

A queste dinamiche dobbiamo anche aggiungere la spettacolarizzazione di alcune di queste prove, che offrono al ragazzo la possibilità di mostrare all’esterno tutto il disagio che sta vivendo all’interno.

Come mai un adolescente non è in grado di percepire il reale pericolo che può provenire dai social media?

Gli adolescenti hanno una visione della Vita e del Mondo molto più semplice di noi adulti, e una visione molto estremizzata della Realtà, per cui una cosa o è bianca o è nera, e fanno fatica a distinguere le sfumature di grigio.

Ai ragazzi manca l’esperienza di vita che abbiamo noi adulti, e questo si collega ad una concezione degli eventi del Mondo decisamente lineare, spesso priva della sua effettiva complessità.

Ad esempio molti di loro pensano al pedofilo come quella persona che si palesa a loro chiedendo esplicitamente prestazioni sessuali (eventualmente anche dietro compenso esplicito), e non considerano che i pedofili online possono creare fino a decine di account fake di diverse persone e di circondare il ragazzo fino a tagliarlo dai suoi reali affetti.
Spesso non sono neanche coscienti del logorio psicologico a cui un minore viene sottoposto prima che il pedofilo lo spinga a fornire la prima prestazione sessuale.

Nel caso Blue Whale, fanno molta fatica a comprendere come possa un ragazzo suicidarsi gettandosi da un palazzo solamente perchè un estraneo glielo ha chiesto. Non considerano tutti i piccoli passaggi che avvengono prima, e che attirano il ragazzo nel vortice che lo porterà al gesto estremo. Ai loro occhi quindi un gesto simile è totalmente privo di senso e di causa, e questo contribuisce ad aumentarne la paura.

Un altro elemento che spinge i nostri ragazzi a “credere ciecamente” ai social media è la plausibilità di quanto accade in questi canali. I loro beniamini non sono improbabili super-eroi, oppure protagonisti senza macchia e senza paura che affrontano situazioni di Vita ai limiti del possibile.
I loro beniamini sono invece ragazzi esattamente come loro, coetanei o con pochi anni in più che fanno le stesse loro cose: giocano ai videogame, trascorrono i pomeriggi facendo semplici scherzi tra di loro, oppure girano nelle stesse città dei nostri ragazzi compiendo azioni perfettamente replicabili anche da loro, ad esempio facendo scherzi alle persone.

Inoltre i social media sono i nuovi libri e i nuovi documentari, i nuovi Maestri di Vita. I nostri ragazzi imparano da YouTube, e attraverso questi video imparano le regole della società e della Vita: sono i loro Maestri, la loro finestra sul Mondo.

Quindi i nostri ragazzi si fidano di ciò che vedono sui social media perché è reale.

Quali sono gli strumenti che si possono adottare per “proteggersi” da situazione di minaccia, come quella di un soggetto ignoto che ti obbliga ad assumere comportamenti pericolosi?

La prevenzione viene prima di tutto. Il dilagare del fenomeno Blue Whale, anche se solamente per spirito di emulazione, ci dice molto sul sostrato in cui questo opera.

Se le vere cause sono la perdita dei valori e di punti di riferimento, oltre che di una guida che indichi ai nostri ragazzi il nuovo mondo che ci stiamo accingendo a vivere, allora è proprio qui che dobbiamo intervenire. Si parla di Educazione Emozionale, Educazione Digitale, lavori finalizzati al rinforzo della loro autostima e del loro senso di autoefficacia.

Qui gli adulti possono fare molto, nonostante ci appaia l’esatto contrario. Se è vero che il web si evolve così velocemente che noi non siamo in grado di tenergli il passo, in quanto adulti abbiamo una grande risorsa trasversale e che trascende ogni tecnologia: l’esperienza di vita. Nonostante il digitale stia operando una vera e propria rivoluzione su tutti i campi, alla base rimane sempre chi lo utilizza: l’essere umano con tutte le sue dinamiche consce e inconsce.

Anche la riscoperta dei valori del gruppo è molto importante, per mezzo dei peer educator. Nel caso la prevenzione non dovesse essere sufficiente, oppure nel caso qualche evento dovesse sfuggire al controllo, allora è necessario intervenire.

L’elemento principale che deve fare da sfondo a tutti i nostri movimenti è la rete tra gli elementi in cui i nostri ragazzi si muovono: la famiglia, la scuola, l’ambiente in cui vivono (i giardini in cui giocano a calcio nel pomeriggio, l’oratorio, i professionisti del settore, ecc…). Questo perché ciò che sfugge a una parte può essere recuperato dall’altra: i nostri ragazzi selezionano e filtrano cosa raccontare e a chi, per cui ognuno di noi avrà sempre e solo una visione parziale di quanto sta accadendo.
Solo rimanendo collegati in rete possiamo avere una visione a 360 gradi di quanto sta accadendo.

Se per assurdo venisse inibito l’utilizzo dei social media agli under 18 – di qualsiasi ordine e natura – credi che si favorirebbe la loro protezione, o si perderebbe un’occasione?

Ogni generazione ha costruito degli strumenti innovativi e li ha insegnati alla giovane nuova generazione. Questa nuova generazione crescendo ha perfezionato questi strumenti, e a sua volta li ha insegnati alle nuove generazioni, e così via. E’ così che siamo arrivati dove siamo adesso. Il web è lo strumento ideato dalla nostra generazione, e che deve essere trasmesso alle nuove generazioni affinché lo perfezionino ulteriormente. Quindi non ha senso impedire ai nostri ragazzi di sperimentare questo strumento, perché è solo attraverso il giocarci che acquisiscono quella dimestichezza necessaria per pensare ad una futura evoluzione dello strumento. Inoltre è nella natura di ogni ragazzo (indipendentemente dal periodo storico in cui vive) mettere alla prova i nuovi strumenti (e le regole associate al suo utilizzo) forzandoli, crackandoli, inventandone nuovi utilizzi, scovandone le vulnerabilità. Impedire ai minorenni l’utilizzo dei social media alimenterebbe questo gusto per la sfida, generando un flusso di comportamenti ancora più incontrollabili. E comunque anche adesso si iscrivono ai social media mentendo sull’età, ad esempio. La cosa migliore da fare quindi non è la censura, ma fungere da guida, insegnargli come utilizzare lo strumento web fornendo loro ciò di cui ancora difettano: la maturità.

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Quanto è forte il rischio di emulazione, a forza di parlarne?

Potremmo affermare che nel caso del Blue Whale lo spirito di emulazione è stato l’elemento principale. Siamo di fronte ad un fenomeno che all’origine era molto circoscritto, se non addirittura insignificante, in quanto i suicidi dichiarati dai primi mass media non erano stati verificati. Quindi è stato il tam tam mediatico che lo ha reso ciò che vediamo oggi: un fenomeno che è espatriato ed è nelle menti di tutti i nostri ragazzi, anche di coloro che potrebbero essere già in procinto di compiere l’estremo gesto.
Ciò che è partito come una mezza bufala è adesso un fenomeno di enorme portata concreto e che non possiamo assolutamente ignorare. Al di là di tutto questo dobbiamo comunque ricordare che non abbiamo ancora dati precisi sull’effettiva correlazione tra i suicidi e questo gioco, né ne conosciamo l’effettiva portata attuale. Quanto spiegato qui ci indica quali fattori intervengono nel caso un ragazzo aderisca al gioco, che cosa potrebbe spingere un ragazzo ad aderirvi.

Grazie Ivan per il tuo contributo.

Grazie a voi!

Quest’inchiesta, potenzialmente, potrebbe durare ancora per molte puntate: il tema però potrebbe essere non tanto la Blue Whale – che, appunto, meriterebbe approfondimenti ben diversi rispetto agli approcci approssimativi che la stampa mainstream gli ha riservato – quanto alla capacità di rendere attraverso il digital reale ciò che reale non è.

Come adulti abbiamo una responsabilità molto grande: dobbiamo imparare a discernere le informazioni, giudicare ciò che leggiamo e capire cosa sia passibile di condivisione online: il caso Blue Whale ci dimostra come il viralizzare notizie allarmistiche possa creare a propria volta reason why per un allarme: è forse questo l’insegnamento principe che possiamo trovare oggi, con le informazioni che abbiamo, su questo folle gioco.

La fine dei giornali di carta

Questo articolo è stato scritto da Giorgio Triani, Sociologo dell’Università di Parma e analista di scenari futuri, autore per Ninja Marketing dell’articolo “Marxismo 2.0: la Rivoluzione Permanente è digitale?”.

Bancarotta della stampa. Pure fraudolenta, pensando alle vicende del Sole 24Ore. Il quotidiano economico-finanziario di Confindustria è stato accusato di aver truccato e falsificato copie, diffusione e bilanci. Del 23 e 24 aprile scorsi è il comunicato del Comitato di redazione che ha quantificato il buco prodotto dal 2009 al 2017:

“ …8 anni di perdite, per un totale di 353 milioni; gli otto anni peggiori della vita del Sole 24 Ore…”

Ma a certificare il disastro dell’intero settore ha provveduto una ricerca dello scorso anno di Mediobanca, secondo la quale i 9 principali gruppi editoriali italiani  dal 2011 al 2015 hanno complessivamente perso 1 miliardo e 800 milioni.

Se non è default, ci siamo molto vicini. Considerato che il punto di caduta estremo di vendita era stata fissato nel 2015 in 2 milioni e 500mila copie vendute quotidianamente, ma l’anno scorso si è scesi sotto quella cifra. E il trend non da segni di ripresa, ma anzi di ulteriore peggioramento. Secondo l’ultimo report ADS (Accertamento diffusione stampa), in un anno, tra gennaio 2016 e gennaio 2017, i principali quotidiani hanno perso attorno al 20%, con punte del 32,74% per il Sole24Ore (più di 50.000 copie), 27,87% per il Corriere della Sera (poco meno di 100.000 copie), 15,93% per la Stampa (quasi 30.000 copie), 12,77% per la Repubblica (30.000 copie). Ma anche gli altri i quotidiani medi e piccoli non stanno meglio.

Questo disastro evidenzia anzitutto l’assoluta inadeguatezza del management. L’editoria come le telecomunicazioni sono stati i settori/mercati più investiti dal web e dal processo di digitalizzazione, ma anche quelli meno capaci di innovare e immaginare modelli di business alternativi. Fa testo l’esistenza di un club dei direttori di lungo corso: sempre gli stessi, come le cosiddette “firme”, che girano da un quotidiano all’altro;  più o meno come gli amministratori delegati delle aziende di stato. I soliti noti che fanno buchi, ma lucrano benefit e bonus.

Calano infatti le copie, i fatturati, i lettori e anche la pubblicità (-8,8% a febbraio 2017, osservatorio stampa Fcp), ma si continua a duplicare online i contenuti cartacei e la lamentazione contro Google e Facebook. Accusati di “parassitare” le news dei quotidiani e nel contempo avvolgerli nella nube tossica delle fake news.

Un eco-sistema in movimento, un prodotto sempre uguale

C’è del vero in questo, ma è altresì vero che sta cambiando l’intero eco-sistema della comunicazione. Però i giornali di carta continuano a essere più o meno quelli di 20-30 anni fa. Quando invece bisognerebbe ripensare completamente il prodotto. Dal formato (anche grafico e tipografico) alle foliazioni (da ridurre), dal tipo di fruizioni (il quotidiano di carta non lo si legge più al mattino, ma spesso all’ora d’andare a letto) all’uso dei canali digitali.

Ma soprattutto andrebbe recuperata la specificità del giornalismo/giornalisti della carta stampata, restituendoli a un ruolo e funzioni “notarili”.  Rispetto al grande, tumultuoso, incontenibile fluire di news e immagini che il web ci scaraventa addosso, la stampa dovrebbe porsi come luogo e momento di sosta, riflessione, approfondimento. Leggere i giornali di carta bisogna che torni a essere esercizio di concentrazione, riflessione, serietà.

Verba (web) volant, scripta manent.

Perché ciò avvenga, tuttavia,  è necessario che quotidiani e periodici di informazione, economia e cultura ritornino a occuparsi solo delle cose serie, importanti, delle grandi questioni del momento. Abbandonando tutto quell’intrattenimento leggero, fatto di gossip, sensazionalismo rosa&nero, usi&consumi e “cazzeggio” vario, che a ben vedere è l’humus (culturale) su cui fioriscono “bufale” a go-go e post-truth a piacere (dell’inserzionista).

Donne e leadership: il Mastercard Index 2017

Il Mastercard Index delle donne imprenditrici identifica ogni anno quali fattori e condizioni che aiutano a restringere il divario di genere tra i proprietari di business in un’economia.

Indipendentemente dalla ricchezza e dal livello di avanzamento delle diverse economie locali, ci sono dinamiche di mercato uniche all’interno di ogni Paese che impattano sulle caratteristiche dell’imprenditorialità al femminile.

L’indice usa 12 indicatori e 25 sotto-indicatori in 54 economie, rappresentando così il 78,6% della forza lavoro femminile, e misurando ogni tentativo di creazione di nuovi business, le iniziative di auto-occupazione in nuove organizzazioni aziendali o l’espansione di imprese esistenti.

Mastercard Index

Secondo il GEM (Global Entrepreneurship Monitor), il tasso di imprenditoria femminile è aumentato del 6% in tutto il mondo negli ultimi due anni. Una notizia positiva.

Le donne svolgono un ruolo sempre più vitale – socialmente, professionalmente ed economicamente – nella trasformazione dei Paesi in via di sviluppo in economie orientate verso conoscenza ed innovazione.

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Mastercard Index: i risultati chiave

Concept: Successful business trend. Happy talented businesswoman pointing arm upwards in front of ascending business graph, isolated on grey background.

Condizioni imprenditoriali più favorevoli (ad esempio forte sostegno alle PMI, elevata qualità di governance e facilità di business) tendono a guidare il progresso delle imprese di proprietà femminile. Ciò si osserva in mercati come quello della Nuova Zelanda, della Svezia e degli USA, dove le attività guidate dalle donne prosperano, favorite da più opportunità educazionali, occupazionali, finanziarie e non ultimo culturali.

Il tasso di imprenditoria femminile basato sulla necessità è più elevato nei Paesi in via di sviluppo. In questi mercati, le donne aprono attività in segmenti non innovativi, ma che consentono di superare i limiti finanziari, regolamentari e tecnici.

In alcuni mercati, con condizioni non troppo favorevoli, la chiave del progresso femminile risiede nel solo desiderio di avere successo. Mercati come quello cinese o del Regno Unito non brillano per caratteristiche e iniziative volte a favorire l’attività delle donne imprenditrici, ma nonostante ciò hanno una situazione piuttosto fiorente.

Mancanza di fondi e venture capital, restrizioni istituzionali e legali, inefficienze, mancanza di autostima, paura del fallimento, limiti socio-culturali e mancanza di formazione ed educazione restano ancora i principali limiti al progresso femminile nell’attività imprenditoriale e occupazionale in genere.

Ninja Factory a metà percorso, come è andato l’incontro intermedio?

News dal fronte dei Guerrieri Ninja che il 27 maggio si sono ritrovati a Milano e Roma nelle sedi TIM #WCAP per lavorare sul loro progetto digitale, avviato durante l’ultimo incontro tenutosi a marzo e sviluppato in questi mesi di collaborazione virtuale in parallelo al Master Online in Social Media Marketing.

La consegna dei brief firmati da Ceres aveva creato grande agitazione (in senso positivo, s’intende) e, come ogni percorso importante che ci si trovi ad affrontare, è stato un bene fare il punto della situazione anche alla presenza dei tutor, tenendo a mente i loro preziosi consigli in vista dell’incontro finale.

L’obiettivo principale che ci si era posti era nascere come gruppo e diventare squadra, scopriamo insieme qual è stato l’esito di questa sfida!

Qui Roma, di Marzia Fiori Andreoni

Quasi tutti presenti i Ninja che hanno scelto Roma come sede degli incontri e fin da subito ci sentiamo di rispondere che sì, la sfida di diventare squadra è stata vinta. Sorrisi, baci e abbracci: ogni persona che arriva sembra incontrare degli amici e questa è la prima conquista di un percorso del genere, fatto di scambio, ascolto e progettazione collaborativa nonostante la distanza.

Prima di cominciare è bene fare il pieno di carburante, dunque iniziamo subito da una bella colazione che permette a tutti di sfruttare pienamente il tempo a disposizione per definire le ultime cose. I gruppi si dispongono ognuno intorno a un tavolo, muniti di pc e wi fi e si dedicano con tutta calma al loro progetto prima di cominciare la presentazione.

A coordinare il tutto Carmine Esposito e la tutor Cinzia Gallenzi. Alle 12.00 in punto ogni gruppo in 10 minuti di tempo, niente sconti per nessuno, espone al resto dell’aula il frutto del suo lavoro iniziando dal presentarsi come una vera e propria agenzia.

Ruoli ben definiti, confezionamento di un logo e di un naming con tanto di spiegazione. A seguire si illustrano l’universo digital Ceres, identificando i canali social di riferimento, il loro utilizzo, i punti di forza e debolezza. Dunque analisi e riflessioni a seguito di un periodo di ricerca e monitoraggio del brand. Molte proposte interessanti in linea con i brief!

Piuttosto ricorrente un argomento scottante che non può mancare in una social media strategy: la crisi sui social network. Come affrontarla? Accade quando il tone of voice di un brand non viene compreso da tutti, specialmente quando si espone con il real time marketing. E allora la difficoltà vera è anticiparla, conoscendo il proprio target saggiamente suddiviso in tipologie, e ipotizzando delle reazioni alle quali non farsi trovare impreparati. Emergono piani di intervento di gran valore.

Bravi ragazzi, tutti bei lavori, ma in un’occasione del genere è bene fare tesoro di tutti i consigli e siamo certi che, seguendoli, la presentazione finale sarà un successo!

Qui Milano, di Andrea Pitturru

Qui a Milano un sole caldissimo accoglie la seconda giornata della Factory del Master Online in Social Media Marketing, nello spazio TIM #WCAP.

L’obiettivo? Riunire i sei gruppi a metà del percorso formativo e presentare il lavoro svolto dopo aver ricevuto i primi tre brief, davanti agli occhi attenti dei tutor Stefano Besana e Michaela Matichecchia. Il tutto in 10 minuti esatti. L’argomento? Ceres! Non si può negare che Ceres sia un marchio conosciuto ed apprezzato tra i consumatori di birra e gli appassionati di social media. Ma se foste chiamati ad essere i loro nuovi Social Media manager, come vi comportereste?

I ragazzi hanno dato le loro prime risposte, presentandosi come una vera agenzia e partendo da alcune considerazioni preliminari sul mercato social italiano, per poi passare ai competitor e al loro posizionamento: il mercato della birra infatti è molto variegato e caratterizzato da molte strategie, spesso differenti tra loro.

L’analisi si sposta, poi, sull’attuale impegno del brand sui social e su come il pubblico possa essere ingaggiato in maniera efficace, studiando i KPI e le Fan Base in maniera differente per ogni canale. Del resto, la birra piace a tutti, ma non tutti i canali social piacciono allo stesso pubblico!

Anche tra i gruppi milanesi, grande attenzione è riservata al Crisis Management: sui social media è possibile fare errori. Ma di fronte agli imprevisti è necessario prevedere una struttura di monitoraggio, intervento e gestione della crisi che sia la più veloce ed efficiente possibile.

Appuntamento all’incontro finale della Ninja Factory

Per tirare le somme c’è ancora tempo, il prossimo incontro sarà il 22 luglio e non resta che affilare i project work e prepararsi per la presentazione finale, quella vera! 😉

Poste Italiane, Rio Art e Viasat: i migliori annunci stampa della settimana

Sono le campagne stampa di Poste Italiane, Rio Art ed Inlingua alcune di quelle che negli ultimi sette giorni ci hanno colpito di più.

Questa settimana nell’appuntamento con i migliori annunci stampa troviamo finalmente anche qualche riferimento all’Italia. Siete curiosi e volete scoprire di più?

Iniziamo subito!

Inlingua: Italian, French, English

Imparare una lingua e arrivare ad un livello di padronanza tale da sentirsi sicuri, per alcuni rappresenta una lunga battaglia.

L’agenzia tedesca Kolle Rebbe che ha creato questa campagna probabilmente conosce la frase storica di Oscar Wilde “la vita è troppo corta per imparare il tedesco”. Proiettando lo studio di una lingua in un mondo immaginario, potremmo pensare alla battaglia per la conquista del Trono di Spade.

Inlingua, scuola di lingue tedesca, con questo annuncio stampa corona lo sforzo degli studenti: l’italiano, il francese e l’ inglese sono rappresentati da un trono personalizzato per ciascuna lingua.

Ogni trono è composto da elementi tratti dalla storia e della cultura del rispettivo paese, non casuali, insomma, i riferimenti alla cultura del cibo (c’è persino la moka!).

La campagna ideata da Kolle Rebbe riesce a catturare gli sguardi degli spettatori perché oltre all’associazione trono-lingua, ogni suo dettaglio ne racconta una storia.

migliori annunci stampa della settimana Inlingua

Advertising Agency: Kolle Rebbe, Hamburg, Germany
Creative Directors: Sascha Hanke, Rolf Leger
Art Director: Karolin Berndt
Copywriter: Pascal Mattwig
Illustrator: Recom
Additional Credits: Trang Vu

Rio Art: Oil Spills

L’agenzia Alma di Miami ha realizzato questa campagna per Rio Art, azienda che produce detersivi e saponi sostenibili per l’ambiente.

Le immagini evocano il ricordo dei disastri petroliferi che hanno inquinato l’ambiente. Rio Art invita ad usare il loro detersivo che è composto da ingredienti naturali. Lo slogan “cleaning shouldn’t stain” rafforza il messaggio, comunicando che lavare non dovrebbe macchiare, o per meglio dire: inquinare.

migliori annunci stampa della settimana, Rio Art

Advertising Agency: Alma, Miami, USA
Creative Chairman / Chief Executive Officer: Luis Miguel Messianu
Co-President / Chief Creative Officer: Alvar Suñol
Senior Creative Director: Monica Marulanda
Creative Director: Virgilio Flores
Senior Art Director: Ricardo Vallejo
Senior Copywriter: Humberto Maldonado
Senior Print Manager / Producer: Mimi Cossio
Illustrator / Photographer: Esteban Slaibe

Poste italiane: Napoleone e Beethoven

La filatelia di Poste Italiane nel 2016 ha lanciato la campagna L’arte si fa piccola, realizzata da McCann, in cui il francobollo rappresenta una vera e propria opera d’arte. Il grande successo dell’anno scorso si ripete, quest’anno con Ludwig van Beethoven e Napoleone Bonaparte.

migliori annunci stampa della settimana, Poste Italiane Napoleone e Beethoven

Advertising Agency: McCann Worldgroup, Rome, Italy
Executive Creative Director: Alessandro Sabini
Creative Director: Alessandro Sciortino
Art Director: Daniele Baglioni
Copywriter: Diego Savalli
Photographer: Carioca Studio

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Viasat: Follow Me

Il servizio di TV satellitare Viasat offre una promozione che consente di vincere un viaggio nei luoghi dei film più famosi.

L’annuncio stampa pubblicato da Bechtle & Milzarajs, Lituania per Viasat, all’interno della categoria Media, unisce la familiarità del pubblico con i protagonisti delle loro pellicole preferite, con un trend visuale contemporaneo molto forte e riconoscibile, dove il telecomando diventa lo strumento centrale per essere trasportati in un mondo fantastico.

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Advertising Agency: Bechtle & Milzarajs, Vilnius, Lithuania
Creative Director: Antonio Bechtle
Art Director: Janis Milzarajs
Copywriter: Antonio Bechtle
Photographer: Jurate Ivanauskaite
Costume Designer / Style: Malvina Stankute

Contrapunto Book Store: The Other Side of History

In un mondo polarizzato, dove le visioni sono sempre più opposte e contrastanti, le persone hanno bisogno di comprendere ciò che accade nella società da ogni punto di vista.

Nascono così gli accostamenti dei personaggi storici più impensabili della storia, ideati da Y & R, Cile per Contrapunto Book Store.

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Advertising Agency: Prolam Y&R, Santiago, Chile
Executive Creative Directors: Álvaro Becker, Francisco Cavada
Head of Art: Emerson Navarrete
Creative Director: Gonzalo Ferrada
Art Directors: Gonzalo Gallardo
Copywriters: Leonardo Aravena, Katherine Sánchez, Andrés Díaz
Production: Gabriela Olivo / Funky Films
Photography: VLQZ Photo
Retouching: Gonzalo Arévalo
Post Production: Luis Gajardo

Per questa settimana è tutto! La prossima settimana la rubrica Best Adv of the Week tornerà con le migliori creatività dal mondo.

nuovo apple store

Nuovo Apple Store a Milano: da negozio a spazio pubblico creativo

Sono iniziati a febbraio i lavori del nuovo Apple Store di Milano. In questi giorni nuovi dettagli e nuove immagini svelano in anteprima il negozio che prenderà vita in piazza Liberty, nel cuore del centro città, a due passi da corso Vittorio Emanuele.

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“Siamo incredibilmente felici di essere nel centro di Milano, città che da secoli unisce creatività e innovazione. In questi mesi lavoreremo per darvi una nuovo luogo: uno spazio aperto a tutti dove fare una pausa, trovarsi con gli amici, scoprire nuovi interessi”, si legge sul sito dell’azienda di Cupertino.

Il disegno, del nuovo e attesissimo Apple Store di Milano, è stato firmato dall’archistar Norman Foster, e si comporrà anche di una seconda struttura vetrata, che ospiterà le scale d’accesso al negozio. I designer inglesi collaborano con Apple già da diverso tempo. Di recente realizzazione ci sono anche gli store di Singapore e Dubai:

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Il primo flagship store a Singapore

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L’Apple Store di Dubai realizzato da Foster + Partners

Lo studio ha lavorato a delle soluzioni architettoniche originali per la piazza milanese. Il progetto non solo introdurrà il brand tra le vie dello shopping, ma trasformerà tutto lo spazio pubblico circostante. Una partnership di successo che punta a introdurre un modello di vendita al dettaglio diverso, unico per ogni punto Apple.

Il nuovo Apple Store: il posto perfetto per condividere passioni e interessi

Il negozio sarà costruito completamente sottoterra e l’ingresso sarà composto da una scalinata-anfiteatro che occuperà quasi tutta la piazza. Nel nuovo Apple Store si scende passando tra due alte pareti d’acqua: sono quelle che formano la grande fontana, omaggio alle piazze italiane e allo stretto legame tra Milano e i suoi navigli.

“Lo store c’è ma non si vede. Grazie a un’originale soluzione architettonica, si nasconde sotto l’accogliente anfiteatro esterno. Sarà il posto perfetto per condividere le proprie passioni, scoprirne di nuove e approfondire le proprie capacità”, si legge in una nota.

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La piazza diventerà un anfiteatro moderno progettato per far sedere le persone, stimolare l’interazione sociale creando momenti di relax.

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Ancora la data di apertura non è stata confermata. L’approccio di Apple si concentrerà sul dare ai clienti e ai visitatori un’esperienza più coinvolgente e non solo una destinazione per trovare i prodotti. A questo inedito modello di vendita al dettaglio si aggiunge una parte comunicativa e creativa che ha più a che fare con l’animo umano che con l’aspetto commerciale.

Today at Apple

L’idea di architettura interattiva integrata negli spazi urbani avanza. L’esterno dello store, come da accordi tra Apple e Palazzo Marino, ospiterà almeno otto eventi culturali all’anno.

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L’azienda high tech californiana lancia l’iniziativa Today at Apple: un calendario ricco di eventi che spaziano dalla fotografia alla musica. Diversi gli appuntamenti gratuiti previsti grazie al patrocinino con il comune di Milano: eventi, seminari, performance, sessioni didattiche e artistiche.

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Se i protagonisti delle serie TV lavorassero in un’agenzia di comunicazione

Che bello quando l’agenzia pubblicitaria assomigliava a quella di Mad Men: quando il Direttore Creativo vestiva il completo grigio all’odore di Lucky Strike, di Don Draper, le segretarie diventavano copywriter e gli account chiudevano contratti davanti a bicchieri di Old Fashion. Oggi, la comunicazione è sempre più digital-centrica, tuttavia i protagonisti delle agenzie rispondono sempre a stereotipi ben precisi. Ma se fossero i protagonisti delle serie TV a lavorare in agenzia, quali ruoli avrebbero?

>>>L’articolo può contenere spoiler all’interno delle descrizioni dei personaggi delle Serie TV.

Jimmy McGill alias Saul Goodman, Better Call Saul

Chi è?

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James McGill è un personaggio imperfetto, un genio del fallimento, che cerca ogni tipo di escamotage – non sempre politically correct – per affermarsi come avvocato penalista. Un astuto, sfortunato gigione che, nelle prime stagioni di Better Call Saul, è ancora ben lontano dal diventare l’eccentrico, milionario, avvocato cialtrone di riferimento per i criminali del New Mexico. Così, la serie spin-off di Breaking Bad ci racconta di un certo Jimmy di Albuquerque, l’impacciato e goffo fratello di Chuck McGll, associato del più importante studio legale della città, Hamlin, Hamlin & McGill.

Nonostante Jimmy abbia un’idea di giustizia molto diversa da quella di suo fratello, ha delle indubbie capacità oratorie ed è mosso da un’irriducibile determinazione, così consegue la laurea online all’Università delle Isole Samoa e diventa avvocato. L’impianto narrativo della serie TV ci inghiottisce in uno spasmodico percorso a montagna russa  a tinte pop, per cui assistiamo alle continue ascese e discese di quell’adorabile e logorroico imbroglione di talento.

Finché, un giorno arriva l’intuizione: durante uno dei grotteschi spot pubblicitari, con i quali prova a vendere i suoi servigi al pubblico, James introduce il suo alter ego, Saul Goodman. Un nome rassicurante, oltre che un ottimo esercizio di marketing, poichè pare dire: “It’s all good, man” – va tutto alla grande! La metamorfosi è compiuta: il Jimmy che buttava sempre il cuore oltre l’ostacolo, dovendo fare poi puntualmente i conti con un mondo pieno di squali, lascia il posto all’arrivista e moralmente discutibile, Saul – l’Account.

“Puoi fidarti di Saul”: l’Account.

Crede fortemente nel potere della fee e nell’arte del problem solving.
To-do della settimana: trattare sul prezzo dell’abbonamento in palestra.
Screensaver motivante del computer: “Un giorno senza fare new business è un giorno perso”.

Saul è un self-made-man, un uomo che ha fiuto per gli affari – sporchi – e, come ogni account che si rispetti sa vendere, anche sé stesso. Per questo, il suo biglietto da visita è un’ammiccante scatola di fiammiferi, con su scritto “Puoi fidarti di Saul”. Affidabile? Certo, nonostante i cellulari prepagati, l’ansia di venir riconosciuto da qualcuno e un parterre di assistiti con una taglia sulla testa. Del resto, un account sa essere molto discreto: ogni cliente (a prescindere dal cartello da cui proviene) è prezioso, e non importa quali alleati o nemici, ostacoli o agevolazioni dovrà incontrare sulla sua strada, quel che conta è acquisirlo. In fondo, sono i clienti stessi la valuta con cui riempie il proprio portafoglio: ci sono pezzi da 20 e pezzi da 100 – e l’account naturalmente preferisce il verde al blu.

Figura di riferimento per i suoi assistiti criminali, in quanto loro difesa, e per la legge, in quanto avvocato, Saul si muove costantemente su un territorio pericoloso, sul confine tra legalità e illegalità, e sa bene che la piena soddisfazione dei propri clienti sarà sempre inversamente proporzionale al rispetto della Costituzione, ma del resto ambasciator non porta pena, ma ne attira parecchie. Ecco perché Saul sarebbe un ottimo account: la voce del cliente nell’agenzia e, viceversa, rappresentanza della propria agenzia dal cliente… Un continuo gioco di ruoli che si risolve in uno schizofrenico dualismo. Diplomatico per necessità, l’account non è un geometra ma si occupa di far quadrare i conti, non è un calciatore ma è un campione dello smarco, non è un predatore ma va a caccia di affari. Ama gli inglesismi, o semplicemente ormai non sa più come liberarsene: stila sulla propria Moleskine le mission del weekend, fissa call infrasettimanali con l’amica che si è trasferita all’estero, usa Google Calendar per fissare l’happy hour del venerdì e brieffa il fidanzato prima di andare a fare la spesa. Quindi: che abbiate bisogno di Saul Goodman o di un account, come canterebbe Bennato, di noi ti puoi fidare.

Conte Olaf, Una serie di sfortunati eventi

Chi è?
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Il Conte Olaf è tante cose: il subdolo e malvagio zio arrivista degli orfani Baudelaire, il capo di una sgangherata compagnia teatrale, composta da 6 singolari personaggi in cerca di autore, ma soprattutto un eccentrico trasformista.
La storia che, fin dalla sigla, gli autori ci raccomandano di non guardare è il racconto tragicomico dei giovani Violet, Klaus e Sunny, che, ritrovatisi orfani ed eredi di un ingente patrimonio di famiglia, vengono affidati alle cure del loro parente più prossimo: lo zio Olaf, Conte Olaf. La narrazione è affidata a Lemony Snicket che, attraverso spiegazioni nonsense e giochi di parole, sfrutta la tecnica del quarto schermo per chiamarci in causa in prima persona e raccontarci, con una solennità grottesca, le fantasiose congetture a cui ricorre il Conte Olaf per accaparrarsi l’eredità dei Baudelaire. Così, si destreggia in istrionici travestimenti: Stephano, il Capitano Julio Sham e, infine, la Sig.na Shirley, receptionist di un’oculista, con la voce stridula e un po’ troppo rossetto. Un uomo (e non solo) dai mille volti, seppur sempre riconoscibile grazie a un unico dettaglio: un tatuaggio sulla caviglia che ritrae un occhio – come segno di onnipresenza e stalkering, più che di lungimiranza. Il Conte Olaf, re-inventandosi con una velocità che farebbe invidia all’araba fenice, sa inventare e rendere simil-credibile ogni suo sketch. E chi s’intende di sketch più dell’art director?

Una serie di sfortunati rework: l’Art Director

Crede fortemente nel potere del cmd + z.
To-do della settimana: inserire un messaggio subliminale nel logo del cliente.
Screensaver motivante del computer: “La vita è troppo breve per sprecarla a scontornare i capelli ricci”.

In quanto art director, il Conte Olaf è in grado di vedere il mondo con altri occhi, anzi solo con uno, quello che ha tatuato sulla caviglia. Genio caratterista, i suoi travestimenti sembrano essere il risultato di una giornata su Photoshop senza tavoletta grafica: per Stephano è bastato qualche click con il timbro per cancellare il monociglio, per il Capitano Sham è stato sufficiente scaricare il vettoriale di una benda da pirata e di una gamba di legno, mentre per la receptionist Shirley hanno dovuto ingaggiare un freelance.

travestimenti

Maestro della comunicazione visiva, nel credere che i propri travestimenti siano credibili il Conte Olaf si affida totalmente alla sospensione dell’incredulità di chi lo osserva. Chi si occupa di comunicare per immagini sa che le figure non corrispondono mai solo a ciò che superficialmente appaiono, ma portano con sé una serie di etichette culturali, riferimenti consci e inconsci che le caricano di accezioni positive o negative, a seconda del contesto. L’Art, che non è un mago ma sa come usare la bacchetta magica, sa come trasmettere i giusti sentimenti attraverso il colore, ad esempio. Sa che il rosso stimola l’appetito, il verde rilassa e il blu rassicura – e sa anche che quel rosa che una donna percepirà in tutte le sue sfumature, dal magenta, al Barbie, al fragola, per l’uomo rimarrà semplicemente… rosa.

Il teatro è il contesto a cui il Conte Olaf sente di appartenere – ancor di più che alla vita vera stessa: è qui, che si muove liberamente, crea scenari di vita e li traspone nel mondo reale. Sul palcoscenico di un teatro può accadere di tutto: uno zio può sposare la propria nipote minorenne senza che nessuno del pubblico batta ciglio. Così, come da noi, un koala può rubare la scena masticando chewing-gum e una capra può diventare il compagno di avventure badass di un biker a Possibilandia.

Una cosa è certa, se il Conte Olaf dovesse produrre il proprio logo, sceglierebbe un color nero tenebra, RGB 000, e un font sgraziato.

Sunny, Una serie di sfortunati eventi

Straordinariamente attuale: dalle inconfutabili capacità logiche e intuitive, il ruolo della piccola Sunny nell’agenzia pubblicitaria sarebbe senza dubbio quello di Bot. Non tutti la capiscono, alla maggior parte delle persone potrebbe sembrare che i suoi discorsi siano reiteranti e insensati, ma solo perché non dispongono della giusta chiave di lettura – o dei sottotitoli di Netflix.

Prairie, The OA

Chi è?

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Prairie è l’enigmatica protagonista di una delle serie che ha fatto più discutere negli ultimi mesi, The OA. Dire chi o cosa sia Praire non è così scontato: malinconica ragazzina russa nata cieca, con delle premonizioni che le fanno sanguinare il naso, rapita e studiata come un topo di laboratorio, costretta a morire e rinascere più volte, sperimentando la dimensione mistica che consegue alle NDE – near death experience. Un impianto narrativo complesso, che si dipana su un duplice piano: quello della vita reale, in cui Prairie è una ragazza scomparsa che torna a casa dopo tanti anni e fatica a reintegrarsi nella società, e quello surreale, onirico che traspare dalle sue memorie. Memorie che ogni notte condivide con un gruppo eterogeneo di disadattati – 4 studenti del suo liceo e una professoressa – a cui racconta la sua storia, che non ha nulla di realistico, eppure suscita interesse, curiosità ma soprattutto empatia.

Se siete alla ricerca di una spiegazione logica alla storia di Prairie avete già perso in partenza, poiché il giusto territorio da presidiare per gustarsi i suoi racconti è quello delle emozioni. Difficile capire se Prairie sia davvero l’angelo originale (The Original Angel), o semplicemente una cantastorie, ma forse non è neanche necessario. Il fil rouge che lega tutti gli spunti narrativi e i dettagli improbabili dei suoi flashback è il potere dello storytelling. E la condicio sine qua non per tenere a bada i propri WTF e lasciarsi guidare nei meandri di questo universo parallelo è fare un atto di fede. Prairie mette alla prova la capacità dello spettatore di interpretare un linguaggio nuovo, non realista, tenendolo incollato allo schermo mentre si lascia andare in momenti di danza animalesca che ha il potere di salvare delle vite. Conscia di aver scelto un tone of voice che gioca sui dettami del Teatro dell’Assurdo, Prairie è la nostra copywriter.

Lorem ipsum dolor sit amet. Il copywriter

Crede fortemente nel potere di un congiuntivo coniugato correttamente.
To-do della settimana: trovare un rational per dare delle spiegazioni al messaggio da ubriaco dell’altra sera.
Screensaver motivante del computer: “L’amore è un apostrofo cancellato tra le parole qual è”.

Prairie potrebbe tranquillamente trovare lavoro come copywriter, sia per via di quel fascino malinconico che neanche quell’emoji sorridente inserita a forza nella chat riuscirà a nascondere, sia per le naturali doti affabulatorie. Enigmatica, criptica, a volte fin troppo, Prairie sa come sedurre il proprio audience, spingerlo ad emozionarsi con racconti stranianti, a far nascere desideri e necessità fino ad allora sconosciute, e a compiere delle azioni impensabili. Del resto, il copywriter è colui che sa come regalarti un sogno – almeno, a parole. Sa come farti canticchiare il ritornello di uno spot pubblicitario per mesi, farti usare un hashtag di cui non conosci il significato e farti profilare per partecipare a un concorso e vincere uno straordinario premio, all’unica condizione di acconsentire ai termini di privacy per cui i tuoi dati personali finiranno direttamente nella mailing list di una compagnia di assicurazioni. Allo stesso modo, Prairie trascina i suoi ascoltatori in viaggi inter-dimensionali e, attraverso il puro fascino della narrazione, riesce a farli sentire meno soli. La cosa straordinaria è che riesce ad arrivare a tutti: al bullo del liceo come al bravo ragazzo, al ragazzino un po’ timido come alla professoressa di mezza età, un target completamente trasversale.

Giocherellone, ma solo se si tratta di brillanti giochi di parole, il copywriter ama le citazioni e le autocitazioni, si perde in chiacchiere solo durante i brainstorming creativi ed è sempre alla ricerca di acrostici, calligrammi e anagrammi. Anche Prairie sarebbe diventato “rapire” se non avesse avuto quella “i” di troppo. Sa che deve parlare alla massa, ma si destreggia comunque in alti esercizi di scrittura e posiziona, qua e là, easter eggs percepibili solo da un pubblico di nicchia. Se parliamo di Prairie sicuramente c’è da dire che i rational non sono il suo forte: tiene in pugno lo spettatore con la sua campagna di comunicazione fino al climax finale, che soddisfa il wow rating, ma rappresenta anche l’ultima occasione sprecata di fornire qualche spiegazione. Come ogni copywriter, però, sa riconoscere quando arriva il momento di mettere un punto, e ci lascia così, con quel senso di confusione e frustrazione, per tutto quel “non detto”, o meglio “non spiegato” che ci lascia lo stesso amaro in bocca di un testo in Lorem ipsum.

Walter White alias Heisenberg, Breaking Bad

Chi è?

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ll protagonista di Breaking Bad quasi non necessita di presentazioni; è un personaggio ambiguo, fascinoso e iconico, tanto da aver vinto il premio come “personaggio immaginario più influente del 2013”.
Walter White è un genio della chimica, rispettato professore e amabile padre di famiglia. Heisenberg è un genio della chimica, signore della droga e abile stratega. Prende in prestito il suo pseudonimo dal fisico Werner Karl Heisenberg, diventato celebre per quel principio di indeterminazione che, senza dilungarci in aspetti tecnici, esprime l’impossibilità di determinare contemporaneamente due grandezze di una particella elementare poiché una esclude l’altra durante l’osservazione, pertanto induce l’osservatore a fare una scelta, a privilegiare una forma rispetto all’altra. Allo stesso modo lo spettatore di Breaking Bad non sarà in grado di riconoscere nello sguardo avvilito e timoroso del professore di chimica, la stessa spietatezza e determinazione che brucia negli occhi del cuoco di metanfetamine, per cui dovrà scinderli, accettarne l’incompatibilità. Walter White è un antieroe, l’uomo qualunque vicino al quale ci sediamo in metropolitana, il nostro collega, che dentro di sé nasconde un’anima abietta e affascinante, da vero e proprio stratega. Troviamo svariati riferimenti in letteratura a questo tipo di dualismo: da Kafka, al Dottor Jackyll e Mr. Hyde, fino ad arrivare allo jin e lo jang. C’è una persona in agenzia che più di ogni altra sa che nulla si riduce a due scelte, a un sì e un no, ma che tra due concetti estremi esiste un’infinita gamma di possibilità da esplorare per arrivare alla soluzione giusta: lo strategist.

Relazioni collaterali: lo Strategist.

Crede fortemente nella lealtà dei suoi insight.
To-do della settimana: analizzare il ROI dell’installazione dell’impianto fotovoltaico.
Screensaver motivante del computer: “Un influencer è solo una buyer personas che non si è arresa”.

Lo strategist studia, analizza e agisce. Conosce il cliente e spia i suoi nemici, cerca strade già percorse, studia casi di successo e fallimento, e poi pianifica la sua strategia – come, ad esempio, scegliere di produrre droga in una roulette nel bel mezzo del deserto. Obiettivi semplici richiedono strategie elementari – come ad esempio non scegliere Los Pollos Hermanos per la pausa pranzo – altri richiedono soluzioni più elaborate. Un approccio strategico solido è ciò che rende un’idea creativa geniale, un’idea creativa geniale che funziona. Non si diventa i principali produttori di blue meth senza studiarsi prima un po’ di teoria.

“Non son in pericolo, Skyler: io sono il pericolo. Apro la porta e mi becco un proiettile, è così che mi vedi? No, sono io quello che bussa”.

Breaking Bad è la parabola dell’uomo ordinario che cede al proprio lato oscuro e, se da una parte compie azioni deplorevoli, dall’altra acquisisce tutto un altro spessore. Uno strategist non è mai davvero solo una persona ordinaria: non si ferma di fronte al fatto compiuto ma studia testi e sotto-testi, mette in fila indizi, o semplicemente, si fa degli infiniti viaggi mentali per intuirne l’origine. Per questo non legge solamente un libro, non guarda soltanto un video e non litiga solo per via di tubetti di dentifricio lasciati aperti o calzini spaiati.
Se Heisenberg lavorasse in un’agenzia di comunicazione digital, senz’altro dovrebbe ricorrere a un brand alibi e applicare tutti gli escamotage di dark marketing. Creerebbe buzz sui social attraverso criptici inviti veicolati da Influencer in target, tra cui Jesse Pinkman, e lancerebbe un hashtag criptico su Twitter, tipo #blue4math o #MeThinBlue. Ma, in particolare, poiché sempre attento agli ultimi trend digitali, sfrutterebbe appieno la volatilità delle Stories e delle secret chat su Telegram… tanto Telegram chi lo usa?

Negan, The Walking Dead

E infine c’è Negan, il cliente. Perché c’è una legge non scritta per la quale tutti in agenzia, in particolare gli account, sanno che non importa quanti sorrisi vi scambierete, quali promesse vi verranno fatte o quanti complimenti vi saranno propinati sul vostro operato, alla fine la mazzata arriva sempre. Preferibilmente dopo le 18.00, di venerdì sera.

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DIGITAL MICE, l'evento dedicato alla meeting & event industry

Digital MICE, l’evento dedicato alla meeting & event industry

MICE, ossia meetings, incentives, conferencing, exhibitions. Un settore in evoluzione grazie al digitale, a cui quest’anno per la prima volta Qualitytravel dedica una giornata di incontri e discussioni, all’insegna di dibattiti e contenuti, con l’obiettivo di proiettare il settore della meeting & event industry nel futuro del digital con un’attenzione a tematiche fondamentali quali sostenibilità e innovazione, formazione e startup.

Attesi oltre 500 operatori professionali del mondo MICE e corporate, secondo gli organizzatori, per una prima edizione di  Digital MICE – Next Season che si annuncia ricca di sorprese.

L’appuntamento è per il prossimo 13 settembre presso East End Studios di Milano.

DIGITAL MICE, l'evento dedicato alla meeting & event industry

Un programma ricco di grandi aziende e seminari

Sui palchi si alterneranno nel corso di tutta la giornata grandi aziende del calibro di Cariplo Factory, CISCO, Telecom e UniCredit, autorevoli media company e alcuni dei principali protagonisti del mercato MICE italiano.

Accanto all’area centrale di networking, sono stati programmati 16 seminari, quattro per ognuna delle macro aree individuate.

Nell’Area Mice si parlerà, ad esempio, di “Congressi e formazione in ambito medico scientifico: siamo pronti alla rivoluzione 4.0?”. Ne discuteranno rappresentanti di aziende, agenzie, ricercatori e professori universitari moderati da uno speaker d’eccellenza.

“Aziende e agenzie: l’evoluzione degli eventi nel mondo corporate”. La questione gare e l’evoluzione del rapporto tra aziende committenti e agenzie di eventi saranno le tematiche centrali della tavola rotonda che vedrà protagoniste grandi agenzie di eventi, aziende e multinazionali.

DIGITAL MICE, l'evento dedicato alla meeting & event industry

Per l’Area Digital, invece, si parlerà di “OTA & SEO: vantaggi e pericoli della disintermediazione”. Una tavola rotonda con la partecipazione di Trivago, SkyScanner, TripAdvisor e Simplebooking moderati da un digital strategist d’esperienza.

Ma ci sarà spazio anche per “Il MICE tra realtà virtuale e aumentata”. Tra droni e visori, robot e dispositivi di collaborazione multi touch cresce l’influenza della tecnologia negli eventi.

Nell’Area Sostenibilità & innovazione, si discuterà di “GDS Index: i 4 parametri che rendono sostenibile una destinazione per eventi”. GDS Index misura quanto le destinazioni per eventi sono sostenibili valutando quattro parametri: performance ambientali, sociali, dei fornitori di servizi, dei convention bureau.

Infine l’Area Formazione & Startup sarà aperta da un workshop curato da Federica Bulega, Account Manager di Ninja Academy, sull’innovazione nella formazione aziendale e le competenze da costruire per cavalcare la trasformazione digitale.

Vuoi conoscere il programma completo dell’evento? Visita il sito di Digital MICE!

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Iscriviti per aggiudicarti un biglietto omaggio per partecipare al Digital MICE

Per assicurarti uno dei 500 biglietti omaggio disponibili ed assistere alla giornata di dibattiti e contenuti, ti basterà effettuare la registrazione nella pagina dedicata sul sito ufficiale della manifestazione.

Cosa aspetti? Iscriviti subito e scopri il futuro della meeting & event industry!

Donald Trump, Manchester City, Taffo Funerals: gli Epic Win e Fail della settimana

Affrontare l’inizio della settimana è sempre un’ impresa, ma fortunatamente a farvi tornare il sorriso ci siamo noi, con la nostra consueta rubrica che racchiude tutti gli Epic Win e Fail del web.

Allora non perdiamo tempo ed iniziamo subito la rassegna!

Win

Il protagonista indiscusso degli Epic Win della scorsa settimana è lui: Donald Trump, l’uomo che ne combina una più del diavolo.

Il neo presidente, partito per un viaggio con diverse tappe, Arabia Saudita, Israele e Roma ha lasciato un segno importante nella storia. Ma un segno non è l’unica cosa lasciata dal Presidente, insieme ad esso troviamo anche delle recensioni dei luoghi visitati proposte da Mashable. Dove? Direttamente su TripAdvisor!

Epic Win Fail Trump

Se non vi è bastato, potete leggere altre recensioni direttamente qui! Buon Divertimento!

Continuando a parlare del viaggio di Trump, soffermiamoci a Roma, dove il Presidente, lo scorso martedì ha fatto visita al Pontefice: un incontro flash il loro, che però è bastato per far parlare ininterrottamente i social.

Tantissimi, infatti i meme, che sono spopolati sul web, tra cui segnaliamo quello pubblicato da Taffo Funerals con il commento #FacceDaFunerale.

Epic Win Fail Taffo Funerals

Del resto, tra gli outfit total black delle donne Trump e la faccia crucciata di Papa Francesco, come dar loro torto?

Qui i migliori meme raccolti in un video pubblicato sulla nostra pagina Facebook.

Tra i Win segnaliamo un’iniziativa delle società calcistiche del Manchester City e del Manchester United, le quali, in seguito all’attentato che ha colpito la città di Manchester la scorsa settimana, hanno deciso di donare 1 milione di sterline alla società We Love Manchester Emergency Fundesprimendo la loro solidarietà  sui social con lo slogan #ACITYUNITED.

 

Fail

Per parlare dei Fail dobbiamo ritornare a citare Donald Trump, ed in particolare ad un post condiviso dalla propria pagina ufficiale di Facebook, nel quale vengono raffigurati i paesi, tappe del proprio viaggio.

Epic Win Fail Trump

 

Notato qualcosa di strano?

Nel caso non ve ne foste accorti, nell’immagine la Corsica è parte dell’Italia. Per questa settimana è tutto. Vi aspettiamo puntuali la prossima settimana per nuove epicità dal web.