Twitter Privacy Policy

Twitter svela agli utenti cosa sa sui loro interessi

Hai notato il pop-up di Twitter che annunciava l’aggiornamento della privacy policy?

Questo aggiornamento include vari cambiamenti nel targeting e nella privacy policy, scopriamo insieme quali sono.

Targeting: cosa sa Twitter sui nostri interessi?

L’aggiornamento ha portato alcune novità anche nel campo del targeting. Infatti, possiamo ora vedere quali interessi la piattaforma associa al nostro account in base alle attività e agli account che seguiamo.

Informazioni che serviranno a Twitter per scegliere quali Ads e contenuti mostrarci. Nessuna grossa novità nel mondo degli Ads: anche con Facebook e Google è già possibile vedere gli interessi personali stimati dai due colossi.

È interessante però andare a vedere quali categorie ha associato al nostro profilo.

Nel mio caso posso dire che le 50 categorie sono quasi tutte azzeccate. Tuttavia ne ho scartate, o per meglio dire deselezionate, alcune come  “Drama” e “Health, mind and body”. De gustibus non est disputandum! 😉

Se anche tu vuoi scoprire le categorie associate al tuo account e vuoi modificarle puoi accedere ai dati qui.

Un’ altra novità sono i dati e gli interessi stimati dai Partner di Twitter e la lista degli inserzionisti. Su richiesta potrai farti mandare la lista di inserzionisti per email.

targeting Twitter aggiornamento della privacy policy

I dati relativi ai miei interessi stimati da Twitter

Privacy Policy: il “do not track” sparisce, per i cookie in Italia nessuna modifica

Dal 18.06.2017 l’opzione “do not track” non sarà più disponibile. Le informazioni ufficiali al riguardo:

Twitter ha interrotto il supporto alla preferenza Do Not Track del browser. Anche se speravamo che il supporto a Do Not Track da parte nostra potesse spronare il suo utilizzo nel settore, questa funzione non è diventata uno standard. Adesso offriamo dei comandi sulla privacy più specifici.

Twitter Help Center

Il motivo dietro a questa scelta potrebbe essere il fatto che gli Ads personalizzati legati agli interessi degli utenti sono decisamente più lucrativi rispetto alle pubblicità generali.

Twitter utilizza i cookie per memorizzare i dati sugli utenti quando questi visitano un sito che dispone di un tweet incorporato oppure un pulsante di retweet. Se prima l’utilizzo dei cookies era limitato a 10 giorni, dal 18 giugno in poi questo sarà invece possibile per la durata di massimo 30 giorni, questo cambiamento però non riguarda la Svizzera ed i paesi dello Spazio economico europeo (SEE), quindi neanche l’Italia.

Le categorie dei vostri interessi stimate da Twitter sono azzeccate? Fatecelo sapere sulla nostra pagina Facebook o su Linkedin!

LEGGI ANCHE: eCommerce e Privacy: gestisci i dati degli acquirenti nel rispetto della normativa

Social Media Disruption

Social Media: come salvaguardare la propria autostima sul web

Li amiamo tanto, non potremmo immaginare 24 ore senza scorrere con il dito nel feed o una giornata senza un boomerang da condividere. Di che parliamo? Dei nostri cari social network, eppure qualcosa, a volte, non fila poi cosi liscio.

I social media possono aiutarci a sentirci più connessi con i nostri amici, ma per molti di noi la cultura dell’ “esserci sempre e comunque” può avere un impatto negativo e frustrante. Oggi vogliamo parlarvi proprio di questo, di come, con alcuni accorgimenti, è possibile salvaguardare la propria autostima sul web.

Social Media disruption

Con circa 10 milioni di nuove fotografie postate ogni giorno su Facebook e Instagram, gli esperti affermano che i social media rappresentano una miniera di infinite possibilità di interazione e di stimoli, non sempre positivi.

Cosa vogliamo dire? Che se da una parte il mondo social ci offre grandi opportunità di apprendimento e creatività, dall’altra contribuisce all’isolamento e alla continua competizione con i nostri simili.

Social Media

Inoltre, secondo uno studio condotto dall’Università di Yale e della California e rilanciato dal Wall Street Journal, più si usa Facebook e meno si è felici e in salute. Esagerato? Forse si, ma l’ossessione di come si appare e la paura di “non esserci”, il cosiddetto fenomeno del “Fear of Missing Out”, possono arrecare gravi danni e una percezione distorta di quello che siamo.

Non andando ad approfondire questioni ben più gravi e degenerative oggi vogliamo suggerirvi qualche semplice tattica per non lasciarsi sopraffare. Vediamoli insieme.

Create una cartella personale con contenuti positivi e motivazionali

Che sia su mobile o desktop, che sia di immagini, testi, video, ricordi o progetti, non importa, ciò che conta è che sia piena di messaggi e input positivi per voi. Create una cartella che contiene quelle che voi riconoscete come motivazionale.

Vi state chiedendo perchè? Per evitare di essere sopraffatti dalla confusione e dai messaggi spesso pretenziosi del web e dei social. Quante volte vi sarà capitato di rimanere delusi e diciamolo anche leggermente invidiosi del successo di un vostro amico ostentato a gran voce sul web? Quindi via libera a ciò che vi rende positivi e sicuri di voi stessi.

Social disruption

Elimina le app dalla home del telefono

Non è necessario cancellare o chiudere gli account social. Ma eliminare, anche temporaneamente, le app dal telefono può aiutare a frenare l’impulso di controllare costantemente tutti gli account. Se ritenete che accedere costantemente a Instagram, per esempio, vi stia intrappolando in una spirale di pensieri negativi, la cancellazione delle app, anche se per un breve periodo di tempo, potrebbe farvi sentire più positivi. Provare per credere.

Social_autostima_4

Imponetevi un limite all’utilizzo dei social media

Se di cancellare, anche temporaneamente, le vostre app social, non ne volete proprio sapere, la scelta migliore è allora quella di limitare il tempo trascorso sui social network.

Silenziate le notifiche

I social media sono utili, divertenti, non potremmo immaginare le nostre giornate e le nostre attività senza, ma diciamolo possono anche essere spesso invasivi. Per questo vi consigliamo di silenziare almeno le notifiche push che vi arrivano dai diversi canali social. Non sempre è giusto e conveniente farsi distogliere da quello che stiamo facendo per dedicare attenzione all’ultimo traguardo raggiunto dal vostro  ex compagno di liceo o dalla foto perfetta del vostro idolo.

E voi avete qualche altro importante suggerimento da condividere con la nostra community? Aspettiamo i vostri commenti. Dove? Naturalmente, sulla nostra fanpage di Facebook o sul nostro gruppo LinkedIn.

7 caratteristiche del perfetto Growth Hacker

Recentemente ti abbiamo raccontato di come l’approccio al Growth Hacking stia investendo le aziende, tanto che anche un colosso come Coca-Cola ha deciso di farne parte integrante dei propri processi. Se anche tu hai a cuore la crescita del tuo business non puoi più fare a meno di conoscere le caratteristiche principali che accomunano i migliori growth hacker.

Scopriamole insieme.

1. Hanno la giusta mentalità

Forse l’aspetto più importante di tutti è il mindset. I growth hacker hanno una forte propensione all’adattamento nel proprio DNA e sanno che come direbbe Darwin:

“Non è la specie più forte che sopravvive né la più intelligente ma quella più ricettiva ai cambiamenti”.

Fanno del cambiamento la propria bandiera e lo  fanno con un’attitudine “can do” dove il DO è una parte fondamentale. Combinano pensiero creativo e logico, ma soprattutto non si limitano a fare ipotesi: sperimentano per favorire l’azione veloce ed aggiustare la loro strategia in corso d’opera.

creative and logical

2. Hanno competenze multi-disciplinari

Affidarsi a specialisti in settori diversi è una strategia sub-ottimale quando c’è necessità di una crescita veloce e lean, per questo motivo i growth hacker possiedono conoscenze trasversali: questo permette loro di prendere decisioni in modo autonomo senza dover interpellare uno specialista per ogni area in cui hanno bisogno di informazioni.

I growth hacker hanno competenze di coding, data analysis, finanza, networking, marketing design.

Questo non significa che il growth hacker abbia conoscenze approfondite in ognuno di queste categorie, ma ne saprà a sufficienza per scegliere di avvalersi di esperti di ciascun settore solo quando strettamente necessario.

growth hackers connections

3. Conoscono i processi di crescita

Il processo di crescita è fatto di continue iterazioni di test e analisi. I growth hacker lo sanno bene e si assicurano che questo porti ad un affinamento incrementale nella strategia del business per assicurare un miglioramento del ROI costante.

4. Utilizzano i dati per prendere decisioni

I growth hacker non solo sono bravi con i numeri, ma hanno la sensibilità per identificare trend emergenti all’interno di numeri e statistiche.

Non si limitano ad utilizzare i dati per descrivere il presente, ma li interpretano per fornire indicazioni pratiche per raggiungere un vantaggio competitivo.

5. Collegano marketing e R&D

I growth hacker credono che le ricerche di mercato non siano una funzione ancillare del marketing bensì siano il cuore del product e service development, e siano fondamentali per l’innovazione, permettendo di anticipare trend e desideri inespressi delle persone.

LEGGI ANCHE: Ricerche di mercato per startup e PMI: istruzioni per l’uso

6. Utilizzano i tool in modo smart

La cassetta degli attrezzi del growth hacker è sempre piena e luccicante dei tool più nuovi ed efficienti.

Tra questi ricordiamo:

  • Web-analytics: L’onnipresente Google analytics, Mixpanel e Kissmetrics
  • Conversion Rate Optimization: per un maggior dettaglio sul comportamento dei tuoi users online prova Crazy Egg, e se vuoi sfornare A/B testing senza dover scrivere una riga di codice Optimizely è ciò che fa per te
  • Content marketing: Buzzsumo e Feedly per selezionare e trarre ispirazione su contenuti interessanti per tuo target
  • Lead generation: SumoMe e HelloBar riusciranno ad attirare l’attenzione dei tuoi visitatori e trasformarli in subscribers
  • Email Marketing: Tra i tools con il miglior rapporto qualità/prezzo ricordiamo Mailup
  • SEO: Immancabile la soluzione free Google Keyword Planner, per soluzioni più avanzate prova Moz (disponibile anche per l’Italia), che ti permetterà tra le altre cose di monitorare la performance dei tuoi competitors.

tools

7. Sono studenti insaziabili

I growth hacker hanno una conoscenza approfondita del marketing, ma sanno che il panorama competitivo muta velocemente e di conseguenza si adattano alla stessa velocità e si mantengono costantemente informati sulle novità del settore.

Vuoi cominciare il tuo percorso di formazione in Growth Hacking?

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Happy growing!

Hashtag su Instagram: 3 tattiche ninja per utilizzarli al meglio

Indispensabili per Instagram, gli hashtag funzionano da aggregatore tematico, rendono più facile per gli utenti trovare un tema o un contenuto specifico. Giocano un ruolo fondamentale nelle vostre campagne per ottenere follower, generare contatti, conversioni e aumentare la brand awareness del marchio.

Se li state già utilizzando, ma non raggiungete i risultati sperati, significa che è ora di mettere in atto le seguenti tattiche per entrare in azione con una marcia in più.

Ecco i 3 modi più efficaci per usare gli hashtag all’interno delle vostre campagne di social media marketing.

Hashtag in Instagram

Create una raccolta di immagini grazie ai contenuti generati dagli utenti

Le persone sono più portate alla conversione quando ricevono raccomandazioni e consigli dalla propria cerchia di conoscenze perché vige un legame di fiducia. Ci sono studi che dimostrano che i consigli dati dalla propria rete di amicizie hanno maggior credibilità. Secondo una ricerca effettuata a livello globale da Nylsenl’83% delle persone che hanno risposto all’indagine in 60 paesi diversi, si fida delle raccomandazioni di amici e famigliari. Un altro 83% ha risposto che certe volte compie un’azione sulla base delle opinioni della propria rete di conoscenze.

Ecco perché ha senso per un marchio utilizzare i contenuti generati dagli utenti a proprio vantaggio. Come?

Basta individuare un hashtag di riferimento per il brand e renderlo ben visibile nella bio, usarlo in tutti i post del profilo e in altre attività di comunicazione integrata. Se gli utenti posteranno immagini in Instagram indicando il vostro hashtag, allora diventeranno reali ambassador che raccontano il vostro marchio alla propria rete. Creeranno spontaneamente contenuti e contribuiranno a costruire la vostra presenza sul canale!

Mulino Bianco nella bio del suo profilo Instagram ufficiale e in tutti i suoi post indica l’hashtag del marchio #mulinobianco. Inoltre invita a condividere le proprie foto della colazione usando #laprimacosabella. In questo caso l’hashtag si riferisce ad una campagna mirata, che viene abbinata all’hashtag del brand per aggregare un tema e creare insieme ai follower una raccolta di immagini che si riferiscono ad una tipologia di prodotto specifica.
I brand infatti lanciano spesso questo tipo di campagne per coinvolgere il proprio pubblico e creare contenuti legati ai suoi interessi e ai momenti di vita quotidiana.

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Secondo la classifica di Blogmeter, Mulino Bianco è tra i top brands più social di aprile 2017 nel settore food!

Attorno all’hashtag #mulinobianco gli utenti hanno generato quasi 56 mila post.

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Attorno all’hashtag #laprimacosabella invece sono stati creati più di 7.500 post.

Hashtag_in_Istagram_come utilizzarli_al_meglio

Sono molte le campagne hashtag che appassionano gli utenti. Ikea Italia lancia #SorprenditiOgniGiorno, Volkswagen #IlPotereDeiGesti, CocaCola #AccendiLaSerata. Spesso vengono chiamati a partecipare anche personaggi noti che interpretano la campagna e condividono post, permettendo all’iniziativa di essere lanciata e di avere successo. Trovate dati e spunti interessanti nella classifica pubblicata da Blogmeter per le migliori campagne hashtag di marzo e aprile 2017.

Incoraggiare gli utenti a postare immagini utilizzando il vostro hashtag vi introdurrà a tutta la loro rete sociale.

Inoltre, avere una galleria di tante immagini legate al vostro hashtag, vi farà da referenza e conferirà una prova di quanto è cool il vostro marchio a tutti gli utenti che scopriranno i post e arriveranno sul vostro profilo. Verranno maggiormente invogliati a cliccare con l’indice sul famigerato “segui”!
È la stessa leva psicologica per cui compriamo un paio di scarpe che vediamo indossate dai nostri amici o andiamo al cinema a vedere un film di cui abbiamo già sentito parlare.

[TIP n.1: Potete integrare all’interno del vostro sito web i post generati in Instagram con il vostro hashtag. Sarà un’ottima referenza per chi lo visita!]

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Intercettate la giusta community grazie agli hashtag

Non avete un marchio così forte perché gli utenti arrivino a condividere contenuti con il vostro hashtag?

Non c’è problema, ci sono altri modi per cui questo nostro amico può essere molto utile.
Grazie alla barra di ricerca presente nell’applicazione Instagram è infatti possibile andare a ricercare il vostro target di riferimento attraverso le parole chiave che definiscono i suoi interessi. Perché “Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”.

Ad esempio, se rappresentate un brand che vende racchette da tennis, potete iniziare inserendo nella barra di ricerca la parola chiave #tennis e vedrete i contenuti generati con questo hashtag.

[TIP n.2: Instagram vi consiglia altri hashtag rilevanti e correlati a quello ricercato. Andate a vedere anche i contenuti generati con quelli! ]

Hashtag_in Istagram_come utilizzarli_al meglio

Una volta trovati gli hashtag chiave potrete analizzare i post generati e vi accorgerete che ci saranno due tipi di utenti che postano.

Il primo tipo è quello degli influencer che hanno un nutrito numero di follower e spesso hanno rapporti con le aziende per la sponsorizzazione dei prodotti. I loro post possono risultare in quelli segnalati tra i più popolari. Se vi interessa includere nella vostra strategia l’utilizzo di influencer, potete inviargli un messaggio diretto e iniziare a capire come iniziare una collaborazione.

Il secondo tipo invece è caratterizzato dagli utenti che utilizzano Instagram nella loro vita quotidiana e magari non hanno molti like, commenti o follower. Questi però sono coloro che potrebbero comprare il vostro prodotto e diventare fedeli al vostro marchio. Analizzate cosa postano, quali sono i loro interessi, seguiteli e coinvolgeteli mettendo due o tre mi piace ai loro post. Il tempo che impiegherete dimostrandogli la vostra attenzione, verrà ripagato con una visita sul vostro profilo e con un “segui”. Il primo passo per ampliare la vostra community e arrivare ad una conversione futura!

Create dei contest per generare contatti e conversioni

Dopo aver ampliato la vostra community, è ora di attivare la conversione e raccogliere contatti promuovendo dei concorsi in Instagram. Anche questo si può fare con l’utilizzo degli hashtag.

Una volta pianificato il vostro concorso, potete utilizzare Instagram come leva per portare traffico sul sito web dove l’utente trova tutte le indicazioni per partecipare e un format da compilare che vi darà modo di raccogliere dati preziosi. Al post che promuoverà il concorso, dovete star attenti ad aggiungere gli hashtag strategicamente più rilevanti, che possano portare traffico interessato. A seconda del brand, del genere di concorso e di premi a disposizione, potete utilizzarne di più generici o più specifici.

 

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È il caso di Dietorelle che per celebrare il suo compleanno lancia un concorso: “Festeggia con noi e vinci le Pandorine”, invitando ad andare sul sito ufficiale.

L’alternativa è creare un concorso direttamente in Instagram. In questo caso generate traffico sul canale, ma perdete l’occasione di raccogliere contatti preziosi attraverso il format da compilare sul sito web!

[TIP n.3: Portate gli utenti sul vostro sito per registrarsi e partecipare al concorso. Avrete così guadagnato dati molto utili!]

Vi sono sembrati utili questi consigli, amici lettori? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Brand personality: conviene essere divertenti sui Social Media?

Quanti brand sono stati capaci di strapparvi un sorriso rispondendo in maniera irriverente a un commento e quanti di questi hanno meritano le vostre positive reactions cavalcando l’onda dei migliori trend sui social media?

Sicuramente un bel po’ visto che specialmente nell’ultimo anno le migliori strategie vincenti nel campo del social media marketing prediligono un atteggiamento cool. Eppure uno stile forzatamente o reiteratamente simpatico non sempre permette di ottenere risultati esponenzialmente positivi.

Secondo un recente studio di Sprout Social basato sui dati del Q2 2017 in cui viene analizzato un campione di 1000 consumatori il fenomeno non sempre porta giovamento ai brand.

Più si è autentici più si è efficaci

Che sia online o offline un brand deve innanzitutto possedere una grande personalità. La brand personality è il filo che connette uno specifico prodotto al consumatore nonché la linfa vitale di cui tutto il processo di creatività, e quindi di marketing legato al brand, si nutre.

Farsi trascinare dal trend dell’essere simpatici a tutti i costi potrebbe essere una buona idea ma potrebbe non andare di pari passo con la vostra identità aziendale. Non a caso tre quarti dei consumatori crede che dimostrare senso dell’umorismo sui social possa essere un valore aggiunto per i brand ma solo un terzo ha piacere di vederli all’opera in tutta la loro irriverenza.

Endlich! Unsere FRAKTA Tasche als Designermodell. Danke BALENCIAGA

Gepostet von IKEA am Freitag, 21. April 2017

 

L’onestà premia più di ogni altra strategia ed è preferita infatti dall’86% dei consumatori che aggiungono come plus altri due valori infallibili: disponibilità e cordialità. Non dimenticate che sempre più utenti passano per i social per avere assistenza sia pre che post acquisto e un atteggiamento sbagliato potrebbe compromettere non solo la brand reputation ma soprattutto la felicità di un futuro consumatore.

Brand personality: dove e quando i clienti la preferiscono?

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i social media sa bene come il tono di voce debba mutare da una piattaforma all’altra: questo dipende molto sia dal tipo di uso che si fa dello strumento sia dalla tipologia di utenti (importante è la variabile demografica) che la utilizzano.

Ad esempio l’83% dei consumatori sembra preferire una più forte manifestazione di brand personality su Facebook. La piattaforma di Zuckerberg è, non a caso, l’unica che permette di mixare contenuti di diversi formati e per nicchie di audience ben differenziate. Segue trionfante il potere del video content con You Tube reputata il secondo strumento per l’espressione dell’identità aziendale dal 48% dei consumatori.

Stupisce vedere Snapchat come fanalino di coda al 27%, ma forse non è così complicato indovinare il perché, visto il target relativamente giovane che non rende il terreno equamente fertile per tutti i tipi di brand.

La sottile linea tra l’essere simpatici e irritanti

Ma torniamo a parlare del trend del 2017 che vuole i brand sempre sul pezzo qualsiasi sia l’argomento del momento. Il primo grande passo verso una buona strategia dovrebbe prevedere una scrematura di fonti e tematiche da trattare perché non tutti gli argomenti di attualità sposano con un’attitudine irriverente o divertente.

Il 71% dei consumatori intervistati, ad esempio, trova fastidioso l’utilizzo di riferimenti politici da parte di un brand anche se i due terzi ritiene comunque importante rimanere al passo con gli eventi legati alla pop culture.

Il Conte Olaf può celarsi dietro la persona più insospettabile. #ASOUE

Gepostet von Netflix am Mittwoch, 1. Februar 2017

 

È sorprendente notare come solo il 58% trovi efficace l’uso di GIF da parte di un brand (un po’ poco rispetto al grade uso che se ne fa) e come il 67% trovi irritante quando ci si prende gioco di un competitor o peggio ancora di un consumatore (88%).

Eppure lo scenario cambia se si torna a parlare di Millennials: questa importantissima macro generazione fa salire la tolleranza nei confronti di qualsiasi atteggiamento irriverente di circa 20 punti percentuale.

14 dicembre 2016. Si è insediato il nuovo governo.

Gepostet von poltronesofà am Mittwoch, 14. Dezember 2016

 

Concentrare le proprie strategie di social media marketing sui Millennials permette maggiore sperimentazione ai brand e una risposta meno severa da parte dell’audience.

Interessante notare come accanto al 75%  dei consumatori che ritiene i brand con senso dell’umorismo dotati valore aggiunto c’è comunque solo un 36% che si lascia convincere da questa strategia.

Questo perché la linea di separazione tra il risultare brillanti o irritanti è molto sottile, spesso impercettibile per alcuni, ahimè, quasi invisibile.

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Gepostet von Taffo Funeral Services am Dienstag, 23. Mai 2017

 E voi, amici lettori, apprezzate l’uso smodato dell’ironia da parte dai vostri brand preferiti? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook e sul nostro gruppo LinkedIn!

Chi è e cosa fa un Digital Marketing Strategist: skill e competenze

Chi è e cosa fa un Digital Marketing Strategist: skill e competenze

Di cosa si occupa un Digital Marketing Strategist? Quali sono le skill richieste e le competenze necessarie per produrre risultati nel digitale? Durante il Corso in Digital Strategy e Web Marketing (online + lab in aula) di Ninja Academy abbiamo imparato innanzitutto come si è evoluto il Marketing e quali sono le principali differenze tra Marketing Digitale e tradizionale.

Grazie ai docenti, Luca La Mesa, Miriam Bertoli, Luca de Berardinis e Gianpaolo Lo Russo abbiamo scoperto quali competenze è necessario possedere per costruire una Digital Strategy vincente, in grado di generare i risultati previsti e raggiungere gli obiettivi stabiliti.

Ma andiamo con ordine, ecco alcune delle conoscenze chiave che abbiamo imparato durante il Corso Online.

Chi è e cosa fa un Digital Marketing Strategist: skill e competenze

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1. Internet è misurabile

È possibile selezionare il target desiderato con molta più precisione dei media tradizionali.

Attraverso l’utilizzo di cookie o delle informazioni rilasciate tramite l’iscrizione ad una newsletter, ma soprattutto grazie alle informazioni inserite sul proprio profilo sui vari social network, è possibile stabilire se l’utente che visualizzerà la nostra pubblicità abbia determinate caratteristiche socio-demografiche, che interessano ai fini della vendita del nostro prodotto/servizio.

2. Chiarire gli obiettivi per costruire una Digital Strategy corretta

Prima di cominciare ad utilizzare tutti i mezzi che il web ci fornisce, abbiamo bisogno di chiarire le idee sul nostro vero obiettivo: dove vogliamo portare il nostro business?

Per fare questo, ad esempio, dobbiamo avere ben in mente cosa vogliamo misurare in conclusione di una campagna e organizzare su questa base il nostro piano operativo.

Dopo aver concluso tutti i punti del nostro piano, saremo in grado di misurare i dati ed organizzare una nuova strategia, basata su diversi obiettivi, sulla base di sei domande fondamentali (sono le famose 5W, ampliate in chiave di Digital Marketing):

  • Perché? – Cioè, quali obiettivi misurabili ci siamo posti?
  • Chi? – Vale a dire, quali persone vogliamo raggiungere?
  • Cosa? – Significa: con quale contenuto?
  • Dove? – Ossia, in quale scenario di mercato o geografico?
  • Quando? – In quanto tempo vogliamo realizzarlo (breve, lungo o determinato)?
  • Come? – Cioè, con quali strumenti?
Chi è e cosa fa un Digital Marketing Strategist: skill e competenze

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3. “La visibilità è un mezzo, non un fine”

Si sa che ormai il miglior posto per nascondere un cadavere è nella seconda pagina di Google. Per questo motivo dovremmo sfruttare i motori di ricerca a nostro vantaggio, per rendere il nostro business ben visibile e accessibile da parte degli utenti.

Le parole magiche per questo scopo sono:

  • SERP (Search Engine Result Page): è il posizionamento in pagina in base alla query selezionata;
  • SEM (Search Engine Marketing): tutte le attività di marketing applicate ai motori di ricerca, che comprendono:
  1. SEO (Search Engine Optimization): le attività volte ad ottimizzare il posizionamento di una pagina durante la ricerca organica;
  2. SEA (Search Engine Advertising): gestione delle inserzioni pubblicitarie a pagamento;
  3. SMO (Social Media Optimization): si sfruttano i social media per incentivare i fan ad interagire con la propria pagina.
Chi è e cosa fa un Digital Marketing Strategist: skill e competenze

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4. Il Content Shock e l’importanza della qualità dei contenuti

Internet è un vantaggio per chi vuole creare contenuti e sfruttarli al meglio per far conoscere il proprio business.

Ma se fossimo arrivati al punto di Content Shock? Con questa espressione si intende indicare il fatto che produciamo più contenuti di quanti se ne possano leggere.

Oggi, non è più importante scrivere tanto, ma scrivere contenuti di qualità che possano essere condivisi e creare engagement, puntando come conseguenza ad un traffico di qualità anche sul sito web. In questo modo, possiamo far sì che sia i motori di ricerca che gli algoritmi dei vari social media portino il nostro contenuto sotto gli occhi di utenti davvero interessati al nostro prodotto/servizio.

Chi è e cosa fa un Digital Marketing Strategist: skill e competenze

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5. Integrazione: omnichannel e crossdevice

Per concludere, la parola d’ordine di un perfetto Digital Marketing Strategist è integrazione: bisogna sempre ricordare che l’acquisto per l’utente è un vero e proprio “viaggio”, dove i media tradizionali si fondono con quelli digitali, che ormai si trovano al centro della nostra vita.

Riprendendo uno degli esempi esposti durante il corso: se dovessimo pubblicizzare una fiera, potremmo utilizzare una rivista per ottenere la maggior copertura possibile, poi potrebbe esserci un contatto più diretto con l’utente attraverso la distribuzione di volantini, a cui seguirebbe il passaparola delle persone interessate all’evento, ma la motivazione principale che spingerebbe altre persone ad accedere alla fiera potrebbero essere i commenti positivi e le foto postate nell’evento organizzato su Facebook.

La Ninja Academy Experience

I corsi sono stati un punto di partenza per coloro che volevano iniziare ad avvicinarsi al business…

Commento di uno studente

… ma è stata anche un’opportunità di aggiornamento per i professionisti del settore, che hanno potuto scoprire i nuovi tool da sfruttare per la proprio strategia e ispirarsi tramite le importanti esperienze dei diversi docenti.

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Infine, grazie alla community organizzata su Facebook, è stato possibile confrontarsi e scambiarsi pareri e consigli.

consigli

E adesso?

Sei ancora in tempo per seguire questo corso, recuperando tutte le lezioni on demand, oppure puoi completare la tua formazione e diventare un vero e proprio Ninja del web con il Master in Digital Marketing (formula Online + Digital Factory) di Ninja Academy.

Il Digital Marketing è al contempo un’arte e una scienza da apprendere e mettere in pratica – meglio e più velocemente dei concorrenti. Dal progettare UX ed UI efficaci, allimpostare una corretta campagna SEO o di Social Media Marketing, dal creare Content per una community online, alla gestione di una piattaforma eCommerce e Mobile, apprenderai conoscenze aggiornate e approfondite sulle leve strategiche ed operative del Digital Marketing.

Per qualsiasi informazione, puoi scrivere a info@ninjacademy.it oppure telefonare 02/400.42.554

Be Ninja!

ryanair trolla british airways

Ryanair trolla British Airways su Twitter

Ryanair ha appena preso in giro senza pietà la concorrente British Airways.

L’ironico commento della low cost per antonomasia punta sul recente flop informatico della compagnia britannica, ma le risposte degli utenti non sono troppo clementi.

L’ironia di Ryanair e le reazioni degli utenti su Twitter

Dopo il grave problema IT della scorsa settimana, che ha bloccato moltissimi voli, British Airways, un tempo anche nota come “la compagnia aerea preferita del mondo”, ha dovuto far fronte innanzitutto ai reclami dei clienti.

Per tre giorni il caos ha regnato, infatti, negli aeroporti inglesi di Heathrow e Gatwick, a causa di un problema con il sistema di backup della compagnia.

Ci si potrebbe aspettare una certa solidarietà di fronte a problemi che potrebbero colpire qualsiasi compagnia dall’oggi al domani, Ryanair non ha mostrato alcun savoir faire, confermando la pungente ironia che da sempre caratterizza la sua comunicazione.

Per prendere in giro il concorrente, Ryanair ha pubblicato un’immagine dell’attore David Walliams della serie comica britannica Little Britain. Il personaggio ha una frase ricorrente: “Il computer dice di no”.

Così Ryanair ha accompagnato l’immagine a un copy altrettanto chiaro: “Notizie straordinarie: BA nomina nuovo capo di IT …. #ShouldHaveFlownRyanair”.

Le reazioni degli utenti su Twitter, però, come dicevamo, non sono state tutte favorevoli per Ryanair, dato che in molti hanno fatto notare le carenze della stessa compagnia e come questa non sia titolata a prendere in giro il competitor.

Altri utenti, invece, hanno apprezzato molto la campagna, che ha registrato comunque numeri considerevoli in termini di like e retweet.

Ryainar ci ha abituato al real time marketing

Non è la prima volta che Ryanair sfrutta il real time marketing calcando un po’ la mano con commenti che possiamo definire, eufemisticamente, ironici.

Memorabile l’annuncio per il pubblico italiano che aveva come protagonista Berlusconi.

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Recentemente ad essere preso di mira era stato, invece, David Cameron.

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E lo stesso destino era toccato anche ad Hillary Clinton durante le ultime presidenziali americane.

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Qualche anno fa, invece, lo scontro diretto tra compagnie aeree aveva visto Ryanair affrontare Aer Lingus, stavolta a parti invertite.

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British Airways non ha commentato la provocazione della rivale, in uno di quegli scontri tra giganti che si prefigura come un’altra gustosa battaglia a suon di campagne in stile Burger King-McDonald’s

Festival di Cannes e social media: una lotta generazionale

Terminato l’hype sulla Croisette, mentre i VIP riposano le membra stanche dopo lunghi party e interminabili sfilate, ecco il momento perfetto per fare il punto sulla 70esima edizione del Festival di Cannes.

La Palma d’Oro è stata assegnata a The Square, dello svedese Ruben Östlund, il Grand Prix Speciale della giuria è toccato a 120 battements par minute, di Robert Campillo e Sofia Coppola si è aggiudicata il premio per miglior regia con The Beguiled. Ma diciamolo, sin dal primo giorno, una e una soltanto è stata la regina indiscussa del festival: Nicole Kidman.

All’attrice australiana, che era a Cannes per ben 4 film, è andato il premio speciale per il 70° anniversario del Festival oltre che l’investitura non ufficiale dei social media. E pare che lei stessa si trovi piuttosto bene in questo ruolo di Queen of Cannes, come desumiamo dal video che ha postato su Facebook, dove balla tra le paillettes di Michael Kors.

O forse no. Mai come quest’anno il glamour tradizionale di Cannes è stato messo in discussione. Cosa vale di più? Il riconoscimento ufficiale di Nicole Kidman da parte della giuria, o le oltre 4 milioni di visualizzazioni del boomerang di Bella Hadid mentre sorseggia champagne prima della cerimonia di apertura? Dato il crescente numero di influencer avvistati in passerella sembra che i brand possano anche fare a meno di megastar come Nicole Kidman.

Opening night Cannes Film Festival ? My favorite carpet ? @diormakeup @sabrinabmakeup @jennifer_yepez team ❤️

Un post condiviso da Bella Hadid (@bellahadid) in data: 17 Mag 2017 alle ore 10:39 PDT

Ma l’attacco alla tradizione non finisce qui. Il caso più interessante, infatti, è sicuramente la lotta Netflix vs Festival che apre discussioni in cui i cinefili si possono perdere sorseggiando vino rosso fino all’alba. L’esperienza collettiva al cinema è destinata a terminare? O la sala sopravviverà come ha sempre fatto? E ancora, cosa implica per la struttura narrativa l’essere pensato per lo streaming, anziché per la proiezione pubblica? Domande a cui il tempo darà risposta, ma quel che è certo, per ora, è che Okja il lungometraggio che Netflix ha presentato a Cannes ha subito le conseguenze di questa lotta intergenerazionale.

Secondo l’Hollywood Reporter il film sarebbe stato sia fischiato che applaudito, e le critiche verso Netflix sembrano piuttosto legate alla contravvenzione della legge che prevede che i film in concorso a Cannes abbiano una distribuzione nelle sale francesi. Intanto Netflix strizza l’occhio da Twitter parlando di “guardare al futuro”, del cinema forse?

Ma non sono tutti glitter quelli che luccicano sulla Croisette. Il ministro israeliano alla cultura Miri Regev ha attirato l’attenzione degli attivisti contro l’occupazione israeliana con un abito del designer Aviad Herman che rappresenta la moschea Al-Aqsa. L’intenzione pare fosse quella di celebrare i 50 anni dell’occupazione, cosa che ha subito trovato una risposta sui social media, dove l’abito è stato trasformato aggiungendo scene della distruzione dei territori occupati.

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Ora non ci resta che sorseggiare champagne sulla spiaggia (o seguire le star su Twitter dall’ufficio) in attesa del prossimo Festival, speculando su quale nuova lotta generazionale ci proporrà.

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Social Native: 8 milioni di dollari per la startup che crede nella creator economy

Social Native, startup californiana che ha nei branded content il proprio core business, ha ricevuto finanziamenti per otto milioni di dollari per migliorare ed espandere il proprio sistema di valutazione e identificazione di contenuti. L’intenzione dei fondatori è aiutare i brand a trovare contenuti per le loro campagne che siano genuini e di impatto per la loro rilevanza, più che per il numero di follower di chi li crea. Le legioni di creatori di contenuti che generano già contenuti di qualità su Instagram, Youtube, Twitter o Snapchat sono reclutati e ricompensati per il contributo.

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I primi investitori e ora dirigenti della azienda non sono due novellini: Jeff Ragovin, che creò Buddy Media per poi venderla a Salesforce per 745 milioni di dollari  è il chief growth officer di Social Native. Eytan Elbaz, chief strategy officer fu invece cofondatore di AdSense, ceduta a Google per 104 milioni di dollari.

Social Native aveva già suscitato l’interesse degli investitori dopo che avevano seguito con successo la creazione di contenuti per Polaroid, Walgreens e General Motors.

Cosa dicono i brand

Sono più di 50 i grandi brand che, insieme a Coca Cola e Polaroid si rivolgono a Social Native per accedere ai contenuti creati da oltre 14 milioni di utenti creatori di contenuti.

Aaron Paine, direttore social media & digital strategy in Polaroid, ha dichiarato: “Dopo che abbiamo iniziato ad usare i contenuti procurati da Social Native abbiamo rilevato un incremento del 180% nelle vendite”.

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I brand devono adeguare la velocità di creazione dei contenuti ai ritmi del mondo social, operando in velocità e ottimizzando i costi. Social Native risponde a questa esigenza brillantemente.” sostiene invece Emmanuel Seuge, veterano del marketing e, prima di fondare Cassius, content senior vice president di Coca Cola.

Intelligenza artificiale e machine learning sono il cuore del sistema di “content as a service” di Social Native. Un sistema che permette di prevedere quali creatori di contenuti possano ottenere e performance migliori per ogni nuova iniziativa: infatti, la startup è in grado di ottimizzare i contenuti forniti attraverso la sua piattaforma in tempo reale e basandosi su dati storici.

Social Native e le ricompense per chi crea contenuti

Può capitare di essere contattati direttamente da Social Native per essere reclutati in una nuova campagna, oppure potete decidere di dare la vostra disponibilità iscrivendovi sul sito.

Dop esservi registrati e aver completato il vostro profilo potrete scorrere la lista di campagne attive, e candidarvi per quelle non ancora concluse o che hanno ancora posti disponibili.

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Nel caso siate selezionati per creare contenuti per una nuovo campagna, potreste essere ricompensati in denaro (in soli 15 giorni i pagamenti arrivano direttamente tramite Paypal) oppure in prodotti del brand da promuovere.

I contenuti creati per la campagna diventeranno di proprietà di Social Native, a cui cedete tutti i diritti su di essi.

In Rete si trovano pareri molto discordanti su questo approccio, serie da parte dei creatori di contenuti: alcuni non si fidano e non desiderano neanche provarlo. Per loro sembra eccessivo autorizzare la app di Social Native a gestire o esaminare parti del proprio profilo Instagram.
Ad altri sembra ingiusto dover lavorare per la visibilità (non tutti vengono rimborsati per i contenuti che propone).

Voi che ne pensate? Lo provereste? Continuiamo a parlarne sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Facebook e Trevor Project insieme per la prevenzione dei suicidi

Nell’ultimo periodo assistiamo sempre di più al diffondersi di episodi di omicidi e suicidi che vengono trasmessi in diretta o in differita attraverso post su Facebook: basti pensare al recente caso dell’adolescente Katelyn Nichole Davis, che si è tolta la vita in live streaming sulla piattaforma  Live.Me, e il cui video è diventato virale in pochissimo tempo.

Proprio Facebook è al centro di un dibattito che ha visto la mobilitazione di gran parte dell’opinione pubblica, e non solo.  Recentemente ha ricevuto reazioni negative nell’ambiente che lo circonda in merito alla diffusione di un video che riprendeva un suicidio in live streaming e, sempre questo mese, in seguito alla diffusione del  video  che mostrava la violenza dell’assassino di Cleveland mentre spara ad un uomo di 74 anni.

A rafforzare questa preoccupazione sembra aver alimentato anche la serie Tredici in onda su Netflix, che contiene scene esplicite di un tentato, e riuscito,  suicidio, ma ancor di più il terrificante fenomeno di massa del gioco online “Blue Whale” che ha spinto centinaia di adolescenti a togliersi la vita. Un vero ‘gioco della morte’ che ha portato all’arresto, lo scorso novembre, del suo ideatore Philip Budeikin, uno studente di Psicologia di 22 anni, con l’accusa di istigazione al suicidio.

LEGGI ANCHE: Blue Whale: fra falsi d’autore, pericoli reali e diffusione di contenuti

Sembra che Facebook stia diventando la cassa di risonanza di un malessere  mentale che affligge molte persone, a tal punto che il fondatore ha deciso di intervenire assumendo una task force di tremila persone, che faranno parte del Team di Community Operations, destinate a vagliare in modo veloce le segnalazioni di contenuti impropri o pericolosi fatte dagli utenti.

A fare l’annuncio è lo stesso Zuckerberg sulla propria pagina personale dove, in un lungo post, dichiara: “Questi revisori ci aiuteranno a migliorare il processo di rimozione dei contenuti che non consentiamo su Facebook, come i discorsi d’odio e lo sfruttamento di minori. Continueremo a lavorare con le nostre comunità locali e le forze dell’ordine che si trovano nella posizione migliore per garantire aiuto a coloro che ne hanno bisogno, o perché sono in procinto di farsi del male, o perché si trovano in pericolo. Oltre ad investire in ulteriori risorse umane, stiamo anche costruendo strumenti migliori per tenere la nostra comunità al sicuro”.

Facebook, in realtà, sta lavorando da tempo per far sentire più sicuri i suoi utenti.  Dallo scorso anno ha iniziato a collaborare con le organizzazioni di salute mentale per lanciare strumenti e risorse volte a sostenere la comunità. Da qui nasce Facebook Safety,  grazie alla quale gli utenti possono accedere facilmente ai gruppi di sostegno con la capacità di segnalare post che facciano riferimento all’autolesionismo o al suicidio, direttamente dalla piattaforma di Facebook.

acebook safety

L’ ultimo sforzo per migliorare la comunità online nasce però da una collaborazione con  la piattaforma di social media  Trevor Projectla principale organizzazione nazionale che fornisce servizi di prevenzione al suicidio e intervento in caso di crisi alla comunità di giovani LGBTQ.  

Molte ricerche hanno infatti dimostrato che tra le comunità più giovani, specialmente negli Stati Uniti, i tassi di suicidio e tentativi di suicidio sono notevolmente più elevati per coloro che appartengono alla comunità LGBTQ. Dati suggeriscono poi che i casi di depressione e di uso di droga tra le LGBT  si verificano dopo il passaggio di leggi fortemente discriminatorie.

Per cercare di dare una risposta a una problematica così diffusa, proprio in occasione della celebrazione del  mese dedicato alla sensibilizzazione della salute mentale negli Stati Uniti, Facebook ha annunciato che gli utenti, nei prossimi mesi,  potranno mettersi in contatto con le risorse impiegate per il supporto alla salute mentale sulla piattaforma di Trevor Project direttamente da Messenger.

trevor project

La discussione “uno a uno” è spesso il metodo migliore per ascoltare e aiutare le persone, e questo è esattamente ciò in cui è specializzato il progetto Trevor, che sostiene quanto la possibilità di accedere ad una chat box di supporto possa costituire un elemento molto utile al loro lavoro. Stando infatti ai dati forniti dalla stessa piattaforma, il tasso di tentativi di suicidio è “quattro volte maggiore per i giovani LGB e due volte maggiore per i giovani che si sentono confusi sulla propria sessualità  rispetto agli  eterosessuali”.

Il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità da tempo ha denunciato come nel mondo si commetta un suicidio ogni 40 secondi. A uccidersi sono soprattutto i giovani. Nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni il suicidio è, infatti, la seconda causa di morte, come emerge dagli studi del Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie.

Dunque gli utenti di Facebook, appartenenti a tutte le fasce di età,  potrebbero sicuramente trarre beneficio da questa risorsa.  Inoltre, il supporto di crisi di Messenger potrà espandere la sensibilizzazione ad altre aree della comunità sulla salute  mentale anche grazie all’aiuto delle organizzazioni che hanno deciso di aderire, quali  Crisis Text Line, la National Eating Disorder AssociationPartnership for Drug-Free Kids e la National Suicide Prevention Lifeline.

Ma la vera novità riguarda la possibilità, annunciata di recente da Facebook,  di ricorrere all’intelligenza artificiale per testare un sistema di riconoscimento del campione, in grado di identificare i post che contengono pensieri suicidi. Questi post verranno poi riesaminati dal Team di Facebook, che deciderà se sia il caso di estendere le risorse impiegate per la prevenzione del suicidio a quello specifico caso.

Facebook è un centro importante per molti membri della comunità LGBTQ, è qui che spesso discutono delle loro problematiche e delle lotte di cui si fanno sostenitori, come del resto lo sono YouTube, Instagram, Tumblr e altri social media. Che sia un primo passo per convincere anche le altre piattaforme dell’importanza di utilizzare tutti gli strumenti per prevenire casi di suicidio? Noi speriamo di sì.