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Emoji strategy: un viaggio nella comunicazione delle faccine :)

Se sin ora hai considerato sticker digitali come degli elementi comunicativi progettati unicamente per una comunicazione non professionale, posso dirti quasi con assoluta certezza che ti sei sbagliato. Parleremo di sticker marchiati (progettati da brand per la promozione di prodotti o servizi) e di come il fenomeno emoji abbia dato vita a delle strategie di marketing notevolmente interessanti.

Brand e personal consumer

Instagram

Nei primi anni del 2000, quando si registrò la prima diffusione delle emoji parallelamente alla diffusione di internet, le emoji venivano impiegate quasi esclusivamente per la realizzazione di una comunicazione informale, simpatica e divertente.
Nel corso degli anni le cose sono naturalmente cambiate, le aziende hanno intuito le possibilità che le emoji celano, rivoluzionando quasi interamente il fenomeno delle faccine.

Ad oggi sono circa 41 miliardi in tutto il mondo gli sticker digitali marchiati condivisi ogni giorno nelle app di messaggistica istantanea e 6 miliardi al giorno sulle applicazioni di messaggistica mobile.
Un enorme potenziale comunicativo per tantissimi Brand, che negli ultimi mesi sono già corsi ai ripari pianificando delle vere e proprie Emoji strategies, per introdurre all’interno delle conversazioni private una comunicazione del tutto nuova ed ovviamente orientata, o come già detto ‘marchiata’.

Nel 2016 difatti l’incremento delle campagne con l’utilizzo delle emoji di grandi brand è stato pari al 609% rispetto all’anno precedente, con un invio medio di 800 milioni di faccine marchiate inviate.
Un dato che evidenzia quanto l’utilizzo delle emoji in questi anni sia diventato un fenomeno dai grandi o grandissimi numeri e di quanto questi elementi comunicativi siano entrati nel linguaggio comune, grazie anche a delle campagne pubblicitarie di noti brand internazionali.

‘Il risveglio della forza’ della comunicazione

In questi ultimi mesi le campagne promozionali basate sulle faccine si sono susseguite con medi e grani successi. Una delle prime campagne a livello strategico, forse la ricorderete, è quella che nel 2015 è stata  organizzata per il lancio del nuovo episodio di Guerre Stellari: episodio VII – Il risveglio della forza.

Per l’occasione Twitter realizzò le #StarWarsEmojis: emoji pensate appositamente per il lancio internazionale del film. Una novità particolarmente apprezzata da milioni di fan in tutto il mondo.

Ecco la vera innovazione dell’intera campagna promozionale condotta su Twitter: per utilizzare le StarWarsEmojis era necessario avere un account Twitter ed utilizzare gli appositi hashtag pensati per l’occasione.

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Una modalità che da un lato facilitò la diffusione degli emoji marchiate, ma dall’altro relegò l’utilizzo delle faccine esclusivamente su Twitter limitando nuove ed inedite possibilità comunicative.

Un emoji per una pizza

Nel corso del 2016 anche la catena di food delivery Domino’s, appropriatasi delle emoji del trancio di pizza, lanciò una vera campagna promozionale in modo nuovo, originale e del tutto inedito che segnò un nuovo modo di interagire con il brand.

Domino’s segnò la storia dell’emoji startegies tanto da entrare di diritto nella classifica delle campagne pubblicitarie più innovative dell’anno.

I principi di una buona Emoji strategies

Che le nuove espressioni comunicative basate su emoji e stickers siano di uso comune è un concetto chiaro soprattutto dopo aver visto con quanto rapidità in questi anni si sia evoluto e diffuso il fenomeno e l’utilizzo delle faccine.

Ma quali sono i principi per una buona emoji strategy? Esistono essenzialmente 3 concetti universalmente validi ai quali bisognerebbe sempre prestare una grande attenzione:

1. Crea sempre un’esperienza interattiva unica

Alcune delle campagne più riuscite in questi mesi ci suggeriscono che mediante un utilizzo inedito delle emoji è possibile creare un’esperienza interattiva ed è proprio quest’ultima che determina la carica virale della comunicazione mediante le emoji.
Una interattività che è possibile creare con singole emoji e con faccine già esistenti. È il caso di Domino’s che nella campagna dello scorso anno, ha caricato il simbolo del trancio di pizza di una irresistibile interattività.

2. Utilizza le emoji responsabilmente

Sin ora ti ho parlato di un mondo fantastico: quello delle emoji. Ma ovviamente ci sono dei ‘ma’ che non dovresti sottovalutare se hai pensato di utilizzare faccine ed emoji:

  • a – Il tuo pubblico di riferimento
    Non tutti amiamo le emoji, ma soprattutto non tutte le emoji saranno adatte al tuo pubblico di riferimento. Fai molta attenzione al tuo pubblico di riferimento per evitare di ottenere un risultato contrario a quello sperato
  • b –  Il messaggio da trasmettere
    Anche in questo caso dovrai porre una grande attenzione sull’emoji da utilizzare per veicolare il messaggio della tua campagna. Assicurati di conoscere il significato delle emoji ed il contesto in cui andrai ad impiegarle soprattutto se la tua campagna sarà di carattere internazionale. Il significato delle faccine cambia in base al contesto culturale di riferimento, un elemento che potrebbe alterare il messaggio della tuia campagna.

3 – Testa con emoji, ma soprattutto senza!

Questo è essenzialmente un consiglio che mi sento di darti. A volte ci sembra tutto chiaro, tutto così limpido, ma purtroppo a volte l’apparenza l’inganna. Testa il tuo pubblico. Assicurati che il messaggio della tua campagna sia chiaro e che le emoji scelte completino (senza appesantire troppo la comunicazione) il tuo messaggio.

Ma come testare un messaggio veicolato da emoji? Newsletter, sms, post Facebook, Facebook Ads. Dunque con tutti quei canali che offrono un contatto diretto e tracciabile col tuo pubblico.

Conclusioni

Come già scritto in questo articolo le emoji hanno letteralmente travolto e rivoluzionato il linguaggio tra dispositivi mobili e non solo.

Ma qual è il futuro delle faccine? Come si evolverà questa tipologia di linguaggio basata essenzialmente su un aspetto così visuale quanto simpatico e frivolo?

KFC, Continental e Flight Centre: i migliori annunci stampa della settimana

Come ogni lunedì, torna puntuale la nostra buona dose di campagne stampa per trarre ispirazione dalle creatività dell’ultima settimana dalle migliori agenzie di tutto il mondo.

KFC: 100% real chicken

Il pollo KFC è al 100% reale, naturale e fresco. E proprio perché è vero pollo, ogni pezzo è unico. Sembra unico. Appare unico. Non troverai mai un pezzo che sia esattamente come l’altro.

Come comunicare esattamente questo concetto in un annuncio stampa? Confrontando direttamente i suoi nugget con quelli dei concorrenti. Gli altri saranno sempre identici, pressati in forme che gli conferiscono un aspetto uniforme. Ma il vero pollo può davvero essere tutto uguale?

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Advertising Agency: Ogilvy & Mather Düsseldorf GmbH, Germany
Chief Creative Officer EMEA: Stephan Vogel
Executive Creative Officer: Lukasz Brzozowski
Creative Director: Serdar Kantekin
Senior Art Director: Yves Harmgart
Senior Copywriter: Daniel Ridderskamp
Junior Art Director: Charles Dennewald
Retoucher: Radovan Valjak
Account Director: Christina Holland
Senior Planner: Benjamin Pleissner
Producer: Natalia Juric
Senior Project Manager: Jutta vom Endt
Photographer: Jost Hiller

Continental: Been there. Won that.

Continental produce cinghie altamente ingegneristiche per NSACARS e la stessa tecnologia è disponibile per la meccanica della tua auto, quella che utilizzi ogni giorno.

Per dimostrare tutta la sua potenza e affidabilità, la cinghia si trasforma nei circuiti di successo per Continental.

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Advertising Agency: Geometry Global, Akron, Ohio, USA
Executive Creative Director: Melvin Strobbe
Creative Director: Steve Plummer
Copywriter: Jarrod Boone
Designer: Chris DelMonico
Production: Tyler Hill
Account Director: Todd Snider
Account Supervisor: Ryan Algaier

North Carolina Craft Brewers Guild: We’re a Beer State

Una pubblicità per comunicare con la politica. La North Carolina ridisegna la propria mappa utilizzando 147 diverse qualità di birra artigianale locale, con lo scopo di modernizzare la legislazione su questo argomento.

Non uno stato rosso o blu, ma uno stato dei colori di tutti le birre, dal giallo paglierino all’ambrato.

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Advertising Agency: BooneOakley, Charlotte, USA
Creative Directors: David Oakley, Jim Mountjoy
Art Director: Laura Beebe
Copywriter: Steve Lasch
Photographer: Matt Lee

Flight Centre: Forget Work

A volte il lavoro assorbe completamente la nostra vita. Flight Centre South Africa vuole che le persone si ricordino che meritano una pausa. Gli annunci tattici sono stati collocati in un piccolo spazio pubblicitario al centro delle pagine aziendali, in modo da apparire esattamente come stock option, ma da lasciare spiazzati, una volta letto il messaggio.

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Advertising Agency: M&C Saatchi Abel, South Africa
Creative Director: Gordon Ray
Art Director / Illustrator: Gavin Dale
Copywriter / Creative Group Head: Kayli Vee Levitan

App e sharing economy hanno cambiato le nostre abitudini di acquisto

Altro che shopping online, oggi sempre più spesso si parla di shopping in-App! I trend parlano chiaro, un’importante quota degli utenti che navigano ed acquistano sul web lo fanno attraverso il mobile, su marketplace dedicati come le app mercatino.

In Italia, in particolare, quasi il 30% degli utenti acquista via smartphone e considera un vero valore la possibilità di acquistare da negozi e mercati che non avrebbero mai potuto visitare personalmente, accettando anche la necessità di dover attendere i tempi di spedizione prima di poter stringere tra le mani il tanto deisderato oggetto.

Nascono così portali ed app dove comprare, ma anche vendere e scambiare oggetti usati o servizi, accanto ad app dedicate allo scambio di denaro P2P, alla raccolta di quote per una colletta o alla divisione di conti e spese tra amici.

Abbiamo analizzato alcune di queste app, come Mellon, che oggi rappresentano una vera evoluzione per il mercato del consumo e che i retailer devono prendere in considerazione come effettivi concorrenti.

Offro, Affitto, Cerco lavoro: l’app Mellon in 5 parole

Cinque parole che hanno tralasciato il vero punto di forza della app: gli scambi possono avvenire solo tra amici e amici di amici, lasciando, così, alla porta, truffe o sfiducia. Il cliente o l’offerente lo conosci bene e ci puoi anche parlare direttamente attraverso il sistema di chat integrato, che scavalca i problemi che ogni customer care ben conosce.

L’app, 100% Made In Italy, si colloca nella nicchia di mercato di coloro che hanno dei beni da vendere o cercano una casa per le vacanze, con la marcia in più di creare per l’utente una platea fidata e ristretta composta dagli amici di Facebook e, facoltativamente, dai contatti della rubrica telefonica.

Ma cosa posso pubblicare o trovare su Mellon? Di tutto! Dai classici prodotti o beni in vendita o in regalo, alle case vacanze o stanze a disposizione per periodi più o meno lunghi d’affitto, fino a lavoro o professionalità di un amico che possa aiutarti nel babysitting o nelle piccole attività di manutenzione in casa.

Ovviamente, come ogni social network, o similare, non può mancare la parte divertente, come le gif o la chat integrata e la possibilità di invitare nuovi partecipanti, il tutto in perfetta regola con il rispetto della privacy.

LEGGI ANCHE: Sharing economy ed eCommerce: quanto vendono gli italiani online?

Il vintage è di moda anche online, ecco alcune delle app-mercatino più famose

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Da Subito.it o Secondamano, i più conosciuti, a Shpock l’app per gli acquisti vintage che sta spopolando tra i nuovi utenti, l’emozione di passeggiare tra le bancarelle di un mercatino delle pulci e poterlo fare comodamente dal divano di casa è ciò che i clienti cercano ed il fattore di successo di queste applicazioni, Mellon compresa.

La storia di queste tre app, che non erano nemmeno app all’inzio, è diversa per ognuna.

Secondamano.it, nasce negli anni ‘70 a Milano come rivista/catalogo di annunci, insomma un sistema di vendo/offro su carta, sotto forma di rivista che spopola nell’Italia dell’epoca perché, per la prima volta, era possibile effettuare acquisti tra privati e non solo in negozio. La rivista, ovviamente, si evolve con il passare del tempo, arrivando nel 1997 con il lancio del sito internet attraverso il quale cercare ed ottenere ciò di cui si ha bisogno consultando i 250.000 annunci pubblicati ogni giorno. Secondamano, quindi, è il vero esempio del vintage al passo coi tempi.

Subito.it non ha, invece, nessun passato cartaceo, ma in comune con la precedente ha la città natale: Milano. Il portale nasce nel 2007 e fin da subito afferma la sua importanza classificandosi tra i 10 brand online più cliccati grazie anche alla piattaforma semplice ed intuitiva di cui dispone e alla varietà di annunci inseriti all’interno classificati per motori, immobili, lavoro, elettronica, per la casa e persona, sport e hobby.
Sicuramente un’offerta così variegata è l’aspetto vincente per Subito.it.

Shpock, Shop in your pocket, è l’ultima arrivata, ma non ha niente da invidiare alle sue sorelle più grandi grazie alla sua popolarità in Europa e la sua interfaccia user-friendly. Shpock è l’app per la compravendita dell’usato più diffusa tra i giovani con il 70% degli utilizzatori che hanno meno di 35 anni e che trovano nel comprare in-App vantaggi sia per quanto riguarda l’immediatezza di consultazione della vetrina, sia per la possibilità di parlare direttamente con il venditore e impostare degli alert di notifica per i prodotti di interesse. Essendo nata nel periodo dei millenial non può sicuramente tralasciare l’aspetto social della vendita con la possibilità data agli utenti di condividere su Facebook o Twitter gli annunci pubblicati.

Passeggiare virtualmente tra le bancarelle è ufficialmente possibile, basta avere uno smartphone!

LEGGI ANCHELo shopping su Instagram: ecco come lo hanno testato i brand

Non solo mercatino, online si possono fare collette e dividere i conti con gli amici

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Ma la vera novità esula dagli acquisti online e riguarda la possibilità di trasferire denaro da una app all’altra o trovare una soluzione alla spinosa questione di dividere le spese e il conto tra gli amici.

Ecco che allora scendono in campo Poste Italiane e Growish che, a loro modo, permettono agli utenti connessi tra loro di scambiare e trasferire denaro.

Nel primo caso la condizioni necessarie sono: avere una carta Postepay o un conto Bancoposta, registrarsi sul sito e ricevere le “mance” virtuali attraverso un canale sicuro e gratuito per trasferimenti inferiori a 25 euro; la seconda, invece, risolve il problema de “la colletta per un regalo”. Con Growish, infatti, si possono creare dei gruppi di utenti che partecipino ad una colletta versando direttamente in-App la cifra, così che si crei un portafoglio virtuale destinato alla raccolta di denaro per un regalo;  l’app, infatti, integra un catalogo prodotti da cui poter comprare direttamente l’oggetto desiderato.

Per quanto riguarda la divisione dei conti e delle spese possiamo citare Cospender, Splitwise e Divvy, 3 app in grado di gestire i debiti degli amici evitando l’imbarazzo di chiedere direttamente i soldi.

Cospender permette di creare dei temi di spesa, come vacanze, auto, appartamento, dove invitare diversi membri ed identificare le diverse voci di spesa. L’app in automatico terrà conto delle quote e dei debiti di ognuno prevedendo anche delle notifiche di pagamento.

Splitwise, invece, tiene conto delle diverse spese che ogni membro ha fatto nei confronti degli altri, aggiornando in tempo reale le quote di debito e credito di ognuno con notifica di promemoria quando una spesa si sta avvicinando.

Divvy, infine, è l’app dei pagamenti al ristorante: fai una foto allo scontrino del conto e tagga su ogni cifra i commensali. In un attimo avrai il conto diviso per ogni partecipante, sempre che tu non preferisca il metodo “alla romana”.

Per gli acquisti online, e non solo, sembrano non esserci confini. Un fattore comune, da Mellon in poi, gli scambi tra amici stanno diventando il vero trend su cui puntare, la community dello shopping.

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Immagine di copertina: depositphoto © tashatuvango

BOT di Instagram

Instagress chiude i battenti: che fine faranno i BOT di Instagram?

2o aprile 2017. Instagress chiude i battenti. È l’inizio della fine per i BOT di Instagram?

Se non sei sei un assiduo utilizzatore di Instagram – e soprattutto non sei ossessionato dai numeri sui social – probabilmente non avrai mai sentito parlare di Instagress. Ma non preoccuparti, non è una colpa. D’altra parte, chi lo conosce (molto bene) non ne parla di certo volentieri, se non a una ristretta cerchia di persone fidate.

BOT di Instagram

Perché questo alone di mistero?

In realtà non si tratta più di mistero da ormai un po’ di tempo: sono tanti gli utenti che negli ultimi anni si sono affidati sempre di più ai BOT di Instagram per aumentare follower e like rapidamente. Spesso vertiginosamente, e di conseguenza anche palesemente.

Ovviamente parliamo di “BOT di Instagram” perché così si chiamano in gergo, ma si tratta in realtà di tool che non hanno nessun legame con il social. Anzi, sono contro i suoi Termini di Servizio. Permettono di aumentare in modo automatico like e/o follower, a seconda dell’obiettivo desiderato, con (apparenti) vantaggi e (numerosi) svantaggi.

Il punto è che da oggi la storia cambia. O, almeno, così lascia presagire l’intervento di Instagram sul tool che conferiva i “social media superpowers” (così prometteva, almeno).

BOT di Instagram

Questo è quello che si leggeva sul sito di Instagress, non appena il servizio è stato chiuso:

“Triste notizia per tutti coloro che si erano innamorati di Instagress: su richiesta di Instagram, siamo stati obbligati a chiudere il servizio che vi ha aiutato così tanto nella vostra esperienza su Instagram. Siamo tutti tristi, ma al momento sembra che non ci sia niente che possiamo fare

Nel momento in cui scriviamo questo articolo, l’ultima parte del messaggio è invece stranamente sparita, e questo è ciò che invece appare.

BOT di Instagram

Fonte: Instagress

Instagress, che funzionava con abbonamenti per un minimo di 3 giorni fino ad un mese, sta ora cercando di correre ai ripari offrendo rimborsi agli utenti che hanno già pagato per il servizio e si trovano a bocca asciutta di nuovi like e follower su Instagram.

Ma, a quanto pare, il team è piccolo e le richieste sono troppe. Così pare che l’email di contatto sia al momento intasata. Auguri.

Quando dicevamo che sono in tanti quelli che si erano innamorati di Instagress, stavamo esagerando per difetto, a quanto pare.

BOT di Instagram

Fonte: Instagress

È un po’ il segreto di Pulcinella, in fondo. Lo sanno tutti, molto probabilmente anche tanti brand che spendono fior di euro per progetti digital con pseudo-influencer da migliaia di follower e like non proprio reali.

O meglio, reali sì (non si tratta di account fake comprati), ma il più delle volte si tratta di profili che portano un engagement sul profilo pressoché nullo: follower che ti (ri)seguono – secondo la logica del follow4follow – ma non interagiscono, oppure account che mettono like sulle tue foto sempre per ricambiare il “favore” – like4like –  ma senza un interesse reale verso il contenuto pubblicato. E così si azzera, di fatto, lo scopo della strategia di influencer marketing sui cui le aziende . Soldi buttati al vento, il più delle volte.

E allora, che dire? Instagress non è certo l’unico BOT di Instagram – ne sono fioriti molti altri nel tempo (e probabilmente ora ti starà venendo anche una certa curiosità, lo sappiamo) – ma sicuramente era il più utilizzato. Cosa succederà agli altri servizi simili? E cosa succederà ai BOT-addicted per i quali questo tool ha rappresentato per lungo tempo una vera e propria manna dal cielo?

Staremo a vedere se il social di Zuckerberg ha deciso di intraprendere una battaglia a 360º su tutti i fronti, oppure se a breve arriverà l’escamotage.

Molinari

Roberto Saviano, Marilyn Manson, Sambuca Molinari: gli Epic Win & Fail della settimana

Altro giro, altra corsa! Anche oggi ritorna la rubrica che raccoglie il meglio dell’epicità: ma non perdiamoci in chiacchiere e guardiamo subito tutto il meglio e il peggio che l’internet dei social network c’ha regalato la scorsa settimana.

Epic Win

MegaEpicWin per l’evergreen Marilyn Manson, che questa settimana ha terrorizzato i follower del suo account Instagram con una serie di video a dir poco inquietanti. A metà tra lo stile di Blair Witch Project e di The Ring, i video sembrano essere il teaser della campagna di lancio del suo nuovo album, previsto per il prossimo giugno! Date un occhiata:

Hisatrocitionics.

Un post condiviso da Marilyn Manson (@marilynmanson) in data: 16 Apr 2017 alle ore 22:40 PDT

Una serie di #EpicWin anche per gli amici di Sambuca Molinari, che questa settimana ci hanno deliziato con alcuni post molto carini, tipo questo dedicato alla scorsa Pasquetta:

Molinari

O questa Gif dedicata ai 28 anni del Gameboy di Nintendo:

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O questa per il prossimo 25 aprile, dedicata a chi “di ponti non ne ha”:

Molinari

Riusciranno a tirare su il morale anche a chi il 24 aprile sarà in ufficio? Chissà!

Epic fail

Sappiamo bene che ormai quasi tutti i personaggi pubblici o\e vip, affidano la gestione dei propri canali social a social media manager di fiducia, che dovrebbero far filare perfettamente tutti i profili e evitare erroracci clamorosi.

Ma cosa succede quando il SMM si distrae? Ecco, come qualche tempo fa per Gianni Morandi e Matteo Renzi, questa volta è successo anche a Roberto Saviano.

Cosa? Anche lui ha dimenticato di cancellare le indicazioni di pubblicazione della foto. Cosa è andato perso? Niente di particolare, solo un po’ di senso di genuinità e di spontaneità del post!

SAVIANO

E anche per questa settimana è tutto. Se siete in ufficio, sappiate che da parte nostra c’è pieno supporto: d’altronde, forse, questa settimana è quello l’Epic Fail più grande che c’è!

La street art californiana di Apexer viaggia con Timbuk2

di Silvia Scardapane

Questa settimana Streetness viaggia tra i colori di San Francisco per scoprire il marchio statunitense Timbuk2 e la prima capsule collection della campagna “Future Shapers” realizzata in collaborazione con lo street artista Apexer.

Ricardo Richey, più noto con lo pseudonimo di Apexer, è un artista molto attivo tra le strade californiane, in particolar modo a San Francisco, sua città natale. Tantissimi sono i progetti creativi realizzati in numerosi quartieri della città, anche grazie al collettivo Gestalt di cui è parte; poi esposizioni, performance e pubblicazioni editoriali: la produzione artistica di Apexer non include soltanto l’arte di strada ed è tuttora in continua evoluzione. A prima vista i suoi lavori sembrano bucare lo sguardo con colori sfavillanti e modelli astratti, ed è facile rintracciare riferimenti al mondo del graphic design e all’architettura, ma a ben vedere, da quell’apparente caos armonioso, prendono vita parole leggibili, solitamente trascritte in cinese o in latino, che catapultano lo spettatore nell’affascinante arte dei calligraffiti, vera rielaborazione del lettering e della tipografia più tradizionali.

Questa particolare espressione creativa, che si inserisce più propriamente nell’ambito del graffiti writing, negli ultimi anni è stata più volte protagonista di numerose campagne di marketing aziendale nonché impiegata, grazie al talento di molti artisti, anche per la realizzazione di interessanti produzioni: oltre ad essere particolarmente apprezzata dal pubblico, l’arte dei calligraffiti mette a confronto le forme più tradizionali dell’alfabeto con l’astrazione contemporanea, ed è per questo in grado di comunicare al meglio anche l’evoluzione delle imprese e il continuo mutamento degli acquirenti.

La nuova collezione in edizione limitata di Timbuk2, infatti, è ispirata al frenetico mondo dei pendolari e comprende tre differenti tipologie di borse a tracolla e zaini bike messengers. Per l’occasione Apexer ha creato infiniti labirinti che danno vita ad una texture caleidoscopica: un richiamo all’arte murale dell’artista che per il lancio della collezione ha regalato nuove opere alla città coinvolgendo direttamente i residenti di alcuni quartieri.

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Credo esista una grandissima sintonia tra il mondo dei pendolari e quello degli artisti di strada. Entrambe le comunità sono caotiche e in movimento, però tutti sono impegnati nella ricerca di uno stile distintivo, unico nel suo genere. Timbuk2 si ispira molto a queste qualità ed è inoltre un marchio sempre presente in tutti gli spazi creativi della città di San Francisco. Proprio per questo quando mi è stato chiesto di collaborare per una capsule collection non ho esitato, è stata una scelta molto facile da fare

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Questa partnership conferma alcune delle direttrici che sempre favoriscono la nascita di ottime collaborazioni tra artisti e aziende: da un lato l’attenzione ai giovani acquirenti e il supporto agli spazi creativi di una città; dall’altro la creazione di prodotti ad hoc che consolidano il rapporto con artisti locali di talento.

L’interesse per la bella scrittura, tra arte e tecnologia, è in crescita un po’ ovunque, anche in Italia: che si stia per scrivere un nuovo futuro tra street artisti e aziende?

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Viaggio verso lo smart working, tra tecnologia e design

Come spesso accade quando parole fino a poco tempo prima quasi sconosciute iniziano ad essere sulla bocca di tutti, ci si ritrova confusi e curiosi; così sembra essere avvenuto anche per questa realtà di cui tutti parlano, ma che pochi conoscono davvero e ancora meno hanno provato: lo “smart working”.

Non è una novità, è vero: sono anni che si parla di lavoro agile (non chiamatelo telelavoro, però: è cosa ben diversa!), dei suoi benefici tanto sul work-life balance dei dipendenti, quanto sulla produttività e sui costi aziendali.

Anche il Salone del Mobile quest’anno è stato invaso da installazioni, talks, presentazioni e incontri per la stampa a tema “smart working”. In questi luoghi il lavoro agile è stato presentato da un punto di vista legato al design (dicesi “design del lavoro”), che è uno degli aspetti portanti di questa nuova tipologia di lavoro, non solo al Fuorisalone ma anche alla Fiera stessa, come nel caso dello stand di Estel, tutto dedicato al Workplace 3.0.

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Se si deve ripensare l’ufficio e la giornata lavorativa in ottica di smart working, infatti, ci sono tre ordini di cose che devono cambiare: la prima è proprio il design, la disposizione degli spazi, il suo utilizzo, lo stesso concetto di “ufficio”, che va ripensato in ottica smart e mobile-first.

La seconda è la tecnologia: gli strumenti che il digitale offre oggi rendono possibile l’accesso ai dati ovunque, il mantenimento di relazioni lavorative da remoto, una gestione delle attività sempre più mobile. Perché il nostro modo di lavorare è invece praticamente lo stesso di 50 anni fa?

La terza, invece, è proprio la mentalità, l’idea di lavoro, di produttività e di controllo (tanto dei lavoratori quanto delle aziende). Questo aspetto è il più importante, ma anche il più difficile da modificare.

Il design del lavoro: ripensare gli spazi e gli oggetti in modo smart

Smart Working significa in primis un cambio di paradigma per quanto riguarda gli spazi dedicati al lavoro stesso, in ufficio e a casa, ed è per questo che anche la Design Week di Milano si è ormai accorta di questa nuova filosofia lavorativa e ne sta facendo, anno dopo anno, uno dei suoi cavalli di battaglia. Perché lo Smart Working non è solo ciò che stanno introducendo tante aziende, come ha di recente fatto Ferrero, ovvero uno o più giorni della settimana lavorativa in cui è possibile lavorare da casa.

Dal punto di vista organizzativo, il vero balzo in avanti verso lo smart working si ha quando l’intera organizzazione e l’ufficio stesso si orientano a questo scopo.

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Un buon esempio in Italia di questo può essere la tanto chiacchierata Microsoft House, che alcuni hanno additato come un non-ufficio, costruito con scopi principalmente di marketing, ma che in realtà incarna il concetto di “workplace transformation”: un ufficio in cui recarsi solo all’occorrenza, in cui non essere legati ad una scrivania fissa, in cui l’attività richiesta determina la scelta del luogo in cui lavorare – e non viceversa.

Tecnologia sempre più mobile per un lavoro sempre più mobile

Come staccare davvero dal lavoro in tre mosse

La tecnologia a nostra disposizione oggi permetterebbe già di lavorare in modo completamente diverso, nella maggior parte dei casi. Secondo l’Osservatorio per lo Smart Working del 2016, il 23% dei lavori italiani ad oggi potrebbero già essere “smart works”, in base alla tipologia e alle tecnologie utilizzabili.

Ci sono principalmente tre pilastri tecnologici che trainano il cambiamento e che abilitano una modalità di lavoro diversa: il cloud, le tecnologie per la collaborazione da remoto, e i sempre più potenti hardware mobili. È chiaro che anche solo 20 anni fa questo intero articolo non avrebbe avuto alcun senso: in una condizione lavorativa in cui i dati erano fisicamente contenuti in archivi cartacei, in cui scambiarsi informazioni faccia a faccia era l’unico modo per interagire, la partecipazione fisica al lavoro era una condizione essenziale e la produttività si misurava in ore trascorse in ufficio.

Ma oggi, cosa ci lega alla scrivania? Oggi, che il Cloud rappresenta un archivio più ampio, più sicuro, più veloce di ogni possibile archivio tradizionale, con il vantaggio di essere ovviamente anche ubiquo. Oggi, che i sistemi di gestione dei compiti online come Trello, le chat aziendali come Slack, gli strumenti di videoconferenza sempre più avanzati, hanno rivoluzionato il modo di comunicare e collaborare.

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Oggi le workstation sono sempre più mobili e leggere, fino al punto che è quasi possibile lavorare solo con uno smartphone, magari collegandolo ad uno schermo. È ad esempio quello che sta cercando di fare Samsung che, insieme al suo nuovo telefono dal design super elegante, il Galaxy S8, ha presentato proprio alla Design Week anche DeX Station, un accessorio che lo trasforma in un vero e proprio computer.

Insomma, oggi la tecnologia rende sempre più urgente un cambio di paradigma nel lavoro, per riuscire ad aumentare la produttività (che invece perdiamo con le continue distrazioni), a ridurre i costi per le aziende e a vivere una vita più bilanciata e sana dal punto di vista personale. Ma allora perché non lo facciamo?

Dal controllo alla fiducia: il vero SMART working

i nuovi corsi on demand di Ninja Academy

La difficoltà più grande, alla fine, è quella culturale: non è facile cambiare un modo di lavorare che è rimasto praticamente invariato dalla Seconda Rivoluzione Industriale!

Perché la rivoluzione dello smart working possa davvero avvenire, il vero cambiamento deve avere luogo a livello di approccio al lavoro: è necessario spostare l’asse da una modalità di valutazione basata sul tempo, sull’operatività, sul controllo, ad una basata sui risultati, sulla produttività, sulla fiducia. Solo così tecnologia e ambiente possono dare la possibilità al singolo lavoratore di responsabilizzarsi; e, al contempo, permette  alla singola impresa di risparmiare sui costi legati all’ufficio e all’operatività e di avere dipendenti soddisfatti che diventino ambassadors del proprio brand.

Sempre secondo l’Osservatorio sullo Smart Working, infatti, questo “ha un effetto positivo concreto sull’engagement delle persone: oltre un terzo del campione si sente di contribuire positivamente alla creazione di un buon clima aziendale e oltre il 40% degli Smart Worker è entusiasta del proprio lavoro”.

Ma non crediate che la difficoltà sia solo da parte delle aziende nel fare questa transizione: anche moltissimi lavoratori, che pur rientrano in quel potenziale 23% di smart workers, non si sentono pronti per questo cambiamento.

È un processo comunque già in atto, e che nell’ultimo anno ha visto una decisa impennata, sia in termini di adozione che per l’esposizione mediatica che sta avendo, e che è destinato a cambiare il modo in cui lavoriamo, nel bene e nel male, completamente.

Yelp, Eat24 e Murble: la consegna a domicilio automatizzata non conosce limiti

Il settore della logistica automatica è in continua espansione in tutti i settori economici; tuttavia, nel settore della consegna del cibo a domicilio si sta sviluppando un forte business grazie all’aiuto delle più moderne tecnologie che consentono ai robot di muoversi in autonomia nel traffico cittadino grazie al GPS e grazie a sofisticatissimi sensori di posizione e movimento.

In passato abbiamo parlato del primo prototipo completamente automatico capace di consegnare la pizza in Australia e poi abbiamo riportato l’esempio europeo di Starship che ha lanciato a Londra un servizio di consegna automatica. Il settore è così in fermento che il colosso Yelp nel 2015 ha comprato per 134 milioni $ Eat24 e recentemente ha stretto un accorto con Murble per lanciare un servizio di food delivery a domicilio.

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Il servizio funziona come quelli già analizzati negli articoli precedentemente; tuttavia in questa prima fase sarà seguito anche da un occhio umano per evitare disguidi legati alle consegne e perché gli ingegneri stanno finendo di mappare i marciapiedi di San Francisco.

Matt Delaney, CEO di Marble, in una intervista rilasciata alla Rototics Institute ha esposto la triplice mission aziendale:

  1. aiutare gli utenti a ordinare in modo semplice tramite uno smartphone o la chat di Facebook Messenger
  2. aiutare i ristoratori locali con l’aiuto di una tecnologia che consegni il cibo più velocemente senza l’ausilio di una persona
  3. aiutare l’ambiente riducendo l’inquinamento

Il futuro dell’automazione nella consegna del cibo è solo all’inizio.

Tuttavia, si intravvede già un forte incremento di investimenti da parte di società importanti come Yelp o come Google che seguono con particolare interesse i nuovi trend di mercato. Tra pochi anni (o forse mesi?) potremo ordinare una pizza dal nostro smartphone pagando con un sistema elettronico, e questa ci sarà consegnata da un robot automatico. Rimane solo da capire una cosa: riusciranno a creare robot capaci di fare le pizze?

Gli strumenti avanzati per il Content Marketing: recupera subito la Free Masterclass

Gli strumenti avanzati per il Content Marketing: segui subito la Free Masterclass

Era da tempo che pensavi di dare una rinfrescata alla tua raccolta di tool per il content management? Benissimo! I docenti del Corso in Content Marketing hanno tenuto di una lezione su come rinnovare la nostra raccolta di  “armi segrete” e a migliorare la nostra capacità di gestione strategica e operativa delle campagne di Content Marketing.

Si tratta di contenuti fondamentali e integrati con tutto il resto del percorso formativo.

Perché non ne approfitti anche tu? Puoi iscriverti e seguire on demand – quando vuoi e dove vuoi – la Free Masterclass sugli Strumenti avanzati per il Content Marketing.

Gli strumenti dei migliori professionisti del Content Marketing

Ma quindi: quali sono gli strumenti avanzati utilizzati dai migliori professionisti nell’ambito del Content Marketing? E come possiamo migliorare le nostre campagne?

Ce lo hanno spiegato Alberto Maestri e Valentina Falcinelli, docenti del Corso Online in Content Marketing, che durante la loro lezione ci hanno dato un assaggio dei tool che possono essere utili per far decollare e viaggiare al meglio le nostre campagne di Content Manarketing.

Come? Hai mai sentito parlare delle “Sei dimensioni del ciclo progettuale”? Con Alberto Maestri ci siamo addentrati nelle best practice per l’utilizzo di questo meraviglioso modello, che può tanto facilitarci il processo mentale durante l’impostazione del processo strategico.

Ti sei mai chiesto invece “Come far essere sprizzanti” le tue campagne? Tieni d’occhio i tuoi competitor, aggiornati e usa bene gli strumenti:  Valentina Falcinelli ci consiglia tutte le mosse giuste per far fruttare le nostre campagne e restare sempre sul pezzo nel magico mondo “dell’Internet”!

Come recuperare la Free Masterclass

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