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App Advertising: metodologie e trend per campagne di successo

Nel panorama digitale odierno è molto importante valutare con attenzione le diverse tipologie di adv per posizionarsi correttamente sul web e sul mercato di riferimento. Ma come è possibile realizzare annunci coinvolgenti ed interessanti in un’applicazione mobile?

L’evoluzione di ogni tipologia advertising avviene di pari passo con l’evoluzione tecnologica degli smartphone odierni e con l’ampliamento di banda dei gestori telefonici, senza dimenticare forse il fattore determinante di ogni adv: la creatività.

Ma non perdiamo altro tempo e scopriamo subito le 7 tipologie di app advertising che potrebbero aiutarti a promuovere la tua startup o più semplicemente il tuo prodotto digitale.

Advertising interno delle applicazioni

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1. Banner in App

Il banner da tempo ha perso la propria ragion d’essere, cioè catturare l’attenzione del lettore e/o visitatore.
Sono presenti ovunque e questa onnipresenza ha reso inevitabilmente ‘cieco’ l’utente a questa tipologia di adv.
In genere i banner vengono collocati nella parte più alta o nella parte più bassa dell’Applicazione.

Non hanno una grande efficacia come già accennato, ma ancora oggi i banner in app primeggiano tra le metodologie più utilizzate dagli advertiser.

2. Fullscreen Ads

In realtà si tratta delle cosiddette interstitial ads. Implicano l’utilizzo di un breve video (dai 5 sec. ai 30 msec. max) che parte autonomamente occupando l’intero schermo dell’utente. Una metodologia di app adv solitamente utilizzata nel gaming come intervallo tra un livello ed il successivo.

I fullscreen ads equivalgono alle pubblicità in tv, ove le dinamiche promozionali risultano profondamente differenti da quelle presenti in rete, in cui l’utente non è costretto a ‘tollerare’ lo spot.

3. Reward Ads

Si tratta di semplici pop-up che appaiono in seguito al raggiungimento di un risultato. Il superamento del livello di un game o la partecipazione ad un determinato evento e/o manifestazione. Dei pop-up pensati per offrire uno sconto o degli omaggi esclusivi. Una tipologia di app adv molto interessante per coinvolgere il proprio utente ed offrirgli un’opportunità d’acquisto fortemente personalizzata.

4. Adv nelle notifiche

Un grande classico dell’app advertising, una tipologia che però non è molto apprezzata da utenti e produttori di smartphone. I primi a causa del fastidioso allert delle notifiche dell’adv, i secondi per la possibilità di inserire all’interno del terminale dei veri e propri trojan. Un codice malevolo che potrebbe determinare dei malfunzionamenti del sistema e per questo non supportato da sistemi iOS.

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Cross Advertising: dalle app ai nuovi sistemi di adv

Ideas Working Using Tablet Technology Thinking Concept

5. Data Collection

In questi mesi è in fase di sviluppo una nuova tipologia di app adv, si tratta della raccolta di dati. Accade sostanzialmente questo: l’app raccoglie dati sull’utente (come ad esempio la posizione) per essere trasmessi ad agenzie ed aziende.

Una tipologia di ads che non altera l’esperienza dell’utente nell’app ed impatta ben poco sulle prestazioni e sui servizi dell’applicazione. Il Data Collection è molto utilizzato nei mercati statunitensi ed ancora in fase di testing in Ue.

6. Trasformazioni in App

Una tendenza degli ultimi anni è la coopartecipazione tra gli sviluppatori di app ed i mobile advertiser. Sono numerosi i casi in cui le iniziative di advertising si trasformano sostanzialmente in nuovi livelli (nel settore game ad esempio) o in nuove opportunità di fruizione dell’app ospite.

Sono molte le aziende che hanno deciso di cooperare allo sviluppo di adv fuori dagli standard odierni sfruttando a 360 gradi la creatività di developers e strategist. Microsoft è stata certamente una tra le prime aziende a cimentarsi con un’integrazione globale con l’app ospite, importando ad esempio all’interno delle app la piattaforma Windows Cloud.

Il futuro dell’App Adv

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Lo sviluppo di nuove forme di comunicazione unite a smartphone sempre più performanti, permettono la diffusione di nuove tipologie di adv in app e non solo.

I trend di questi mesi evidenziano una duplice e consequenziale direzione:

1 – ospitare ed offrire le adv in app che non sofistichino, snaturino o modifichino eccessivamente la natura dell’app ospite;

2 – far sì che l’utente non avverta l’adv e che soprattutto non si senta preso d’assalto da banner, annunci o notifiche.

La storia dell’imprevedibile successo del marchio Red Bull

L’ormai mitico libro Marketing Management di Philip Kotler e Walter Scott ci ha fissato nella mente che per impostare una corretta strategia di marketing bisogna partire dall’analisi delle 4 P: prezzo, prodotto, promozione e placement. 

Ora facciamo un role-play ed immaginiamo che io sia un modesto manager di ritorno da un viaggio in Oriente e mi presenti chiedendovi di diventare soci di una futura azienda che venderà una bevanda dal sapore tipo Big-Babol, ad un prezzo piuttosto alto, con una scarsa catena distributiva e che per avere successo dovrà essere presente come sponsor in tutti i più importanti eventi sportivi del globo.

Nel caso in cui mi aveste risposto picche, vi sareste persi la possibilità di far parte di un’azienda con una presenza capillare in oltre 171 paesi, con un consumo di più di 62 miliardi di lattine e responsabile della creazione di un nuovo segmento di mercato: quello degli energy drink.

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Esatto, stiamo parlando di Red Bull e il nostro incontro si sarebbe dovuto svolgere nell’ormai lontano 1987, anno in cui l’austriaco Dietrich Mateschitz cominciò la sua avventura imprenditoriale andando personalmente con il suo team di vendita a posizionare il suo prodotto in bar, supermercati, autogrill, ecc.

Inizialmente la reazione del mercato fu piuttosto freddina, ma la sua strategia di marketing fu più premiante della “bontà” del suo prodotto.

1988-89: il biennio della svolta di Red Bull

Il primo sportivo a farsi ritrarre mentre sorseggia l’energy drink è il pilota nazionale Gerhard Berger stimolando una crescita esponenziale delle richieste di Red Bull da parte dei consumatori austriaci.

I momenti difficili sono finiti per Dietrich Mateschitz ed il fondatore si può progressivamente eclissare dietro il suo marchio, tenendo ferma anno dopo anno la strategia di marketing: essere presenti in ogni evento sportivo, soprattutto se estremo.

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“Red Bull non è un drink, è uno stile di vita”

L’obiettivo è quindi la ricerca del limite, la possibilità di spostare l’asticella sempre un po’ più in là perché a darci quella spinta in più – in grado di metterci le aaaali – c’è una lattina di Red Bull.

Tutti noi ci ricordiamo del lancio di Felix Baumgartner nel 2012 in diretta YouTube, ma molti non sanno che nel nel 1992 a Vienna si è svolta la prima edizione del Red Bull Flugtag che metteva alla prova squadre di persone comuni alle prese con la realizzazione di vere e proprie macchine volanti fatte-in-casa spinte dalla propulsione della forza dei propri muscoli. I criteri di giudizio non sono solo la distanza percorsa in volo, ma anche la creatività e spettacolarità dell’esibizione.

Nel 1994 Red Bull varca i confini nazionali

Dopo che il il principe Ranocchio ha varcato i confini dell’Austria nel 1994, l’ascesa diventa inarrestabile con gare di Moto GP e F1 vinte, campioni di snowboard e windsurf che firmano di buon grado sponsorizzazioni Red Bull, ma anche con investimenti in eventi sperimentali come la Red Bull Music Academy di Berlino:

“Piattaforma internazionale e laboratorio per i migliori produttori, cantanti, Dj e musicisti che plasmeranno la musica del domani”.

(Sito Web Red Bull Italia)

Red Bull strizza l’occhio anche agli eroi che lavorano nell’ombra di altre stelle più luminose con il sostegno alla cerimonia dei Taurus World Stunt Awards che celebra i migliori stuntman internazionali del mondo del cinema.

Vettel e Red Bull

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I giovani restano il target ideale per Red Bull e allora non poteva mancare un team dedicato alla crescita di nuovi talenti e futuri campioni nel mondo della F1: il Red Bull Junior Team in associazione con il Red Bull Diagnostics & Training Center. Indovinate in quale programma di talenti è cresciuto il campione del mondo Sebastian Vettel?

La Red Bull ai giorni nostri

Così come crescono i numeri di Red Bull anno su anno, parallelamente crescono le ambizioni e i progetti di impatto sociale e nel 2014 viene creato il programma Red Bull Amaphiko Akademy in cui tutor internazionali fanno da mentor a gruppi di giovani imprenditori con lo scopo di creare idee e condivisione di esperienze finalizzate al progresso delle comunità di appartenenza.

Il 3 maggio 2015 Red Bull ha riunito di 100.000 runner provenienti da tutte le parti del mondo per la Wings for Life World Run contribuendo in maniera decisiva a raccogliere più di 4 milioni di euro per trovare la cura agli infortuni al midollo spinale.

Red Bull resta comunque sempre vicina al life-style del segmento più spensierato e godereccio del suo target con eventi come il Red Bull Thre3style che nel 2015 ha registrato più di 6000 partecipanti e 6 concerti.

Event Judge DJ Jazzy Jeff performs a guest DJ spot following the Red Bull Thre3Style US National Finals at the Lure in Los Angeles, CA on April 5, 2013. // Carlo Cruz/Red Bull Content Pool // P-20130406-00117 // Usage for editorial use only // Please go to www.redbullcontentpool.com for further information. //

Abbiamo cercato di rivivere l’essenza di Red Bull attraverso alcune delle sue storiche pietre miliari, ma questa essenza ci viene ricordata in ogni suo spot pubblicitario in cui il messaggio è che anche nelle nostre piccole avventure quotidiane dobbiamo cercare di spingere l’asticella dei nostri limiti un po’ più in là.

Facebook

Week in social: le novità di Facebook, Twitter, Snapchat e Google

Come ogni settimana, torna la social rubrica più nerd di tutte, per raccogliere le principali diavolerie introdotte o annunciate dai social durante la settimana. Se ti sei perso qualcosa mentre rimbalzavi da un evento a un hashtag del Fuorisalone, conta su di noi.

Ecco la tua ultima dose di news con #WeekInSocial. E poi, weekend sia.

Facebook

Messenger M

Negli Stati Uniti è stato lanciato M, l’assistente virtuale di Messenger che offre suggerimenti all’interno delle conversazioni. I suggerimenti riconoscono quando all”interno della conversazione c’è l’intenzione di inviare adesivi, pagare o richiedere denaro, condividere la propria posizione, fare progetti, avviare un sondaggio, cercare un passaggio.

Facebook Live

Ad un anno esatto dalla loro introduzione ufficiale su Facebook, arriva un dato molto interessante sui video Live. Un quinto dei video condivisi sul social sono proprio contenuti in diretta streaming. E, nel frattempo, gli utenti hanno quadruplicato la durata media del tempo trascorso ogni giorno su Facebook Live.

A year ago today, we made it possible for people around the world to share live video on Facebook. At our event in LA last year (video below), I met some of the first creators to use Facebook Live to connect with people around their content. I remember thinking that Live was already starting to enable something pretty special: communities coming together around shared interests, whether it was a passion for EDM, robotics, baking, snakes, or even hula hoop! Since then, we’ve focused on making the Facebook Live experience more engaging, more fun, and more social. We’ve added live masks and new creative effects, built features that give publishers more control and flexibility over their broadcasts, and rolled out exciting new formats like Live 360 or Live Audio. And now, one in every five Facebook videos is a live broadcast – and over the past year, daily watch time for Facebook Live broadcasts has grown by more than 4x. Every day, we get to enjoy new use cases for Live that we would never have thought about. A year after the event in this video, we’re still at the beginning of our journey and we’re excited for all the creativity that is yet to come.

Pubblicato da Fidji Simo su Giovedì 6 aprile 2017

Nonostante ci sia ancora qualche polemica sull’utilizzo indiscriminato che si può fare – e che già qualcuno ha fatto – di questo strumento, la sua popolarità sembra inarrestabile. Non abbiamo la sfera di cristallo per prevedere il futuro, ma di certo il presente è Live più che mai.

Fake news

Nel frattempo, il team di Zuckerberg continua la sua battaglia sul fronte “fake news”: a partire da ieri, gli utenti di ben 14 Paesi tra cui gli Stati Uniti (ma che te lo diciamo a fare?) vedranno comparire nel News Feed un alert che porta all’Help Center. Nessuna nuova feature, per il momento, ma una serie di consigli contro la disinformazione sui social che vale la pena leggere (compitino del lunedì).

Twitter

Ciao Ovetto

Attenzione attenzione. Mentre siamo in bramosa attesa dell’uovo pasquale, Twitter ha pensato bene di fare piazza pulita di… ovetti. E diciamo la verità, un po’ ci eravamo anche affezionati, ma anche basta.

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Fonte: Twitter

Al suo posto, per incoraggiare gli utenti a inserire una foto profilo, una ancor più anonimo avatar grigio che fa un po’ tristezza. Quindi dovrebbe sortire l’effetto desiderato.

Facebook

Fonte: Twitter

Condivisione semplice della posizione in DM

Sempre in prima linea per aiutare le aziende a rendere un buon servizio di assistenza clienti, Twitter ha poi appena annunciato una piccola feature molto interessante. Si tratta di un’opzione che permette ai business di richiedere o condividere con gli utenti – direttamente in DM, con la velocità di un click – la loro posizione. Utile, ad esempio, per personalizzare le risposte in base a dove si trova l’utente, o per prenotazioni e ordini con ristoranti.

Twitter Lite

Per chiudere con leggerezza, freschissimo anche l’annuncio di Twitter Lite, la web-app veloce e adatta in caso di scarsa connessione a Internet, che consente l’utilizzo di Twitter anche senza account su App Store o Google Play (e senza indirizzo email).

Non si tratta di un’app nativa, quindi non ne avrà gli stessi vantaggi, ma secondo il team di Twitter dovrebbe sicuramente aprire l’utilizzo del social a un numero maggiore di utenti (anche perché, come promette il nome, è veramente “leggera” – poco meno di 1MB).

Snapchat

Search per le Storie

Per un po’ è rimasto a guardare. Ora sembra che Snapchat stia cercando di riprendere le redini del formato Stories e provare – almeno provare – a dare del filo da torcere a Zuckerberg.

Come? Con l’introduzione della feature di ricerca, che permette agli utenti (e agli advertiser, soprattutto) di cercare per parole chiave tra oltre 1 milione di Storie condivise sul social. I risultati di ricerca si basano sia sugli elementi delle immagini, sia sulle caption. Per il momento la feature non è estesa a tutti i Paesi, ma lo sarà a breve.

https://youtu.be/XyqQtm4wETA

Nuove dimensioni

Infine, chiudiamo in leggerezza con una pennellata di colore. Snapchat ha finalmente introdotto un nuovo modo per aumentare le dimensioni del tool di disegno. Una volta selezionato il colore, si disegna un tratto e poi, esattamente come si fa per l’opzione di zoom, si regola la grandezza allargando o restringendo con due dita. Dettagli: ma almeno adesso hai un passatempo in più per vegetare easy nel weekend. Sempre con lo smartphone in mano, ovviamente.

Fonte: Google

Fonte: Google

Google

Infine, l’ultima innovazione che arriva da Mountain View, e la segniamo qui perché fa parte di tutto ciò che è “contenuto 2.0”: anche Google ha inserito la linguetta che certifica il fact checking di ogni notizia, condivisa su Google News e riportata fra i risultati dei motori di ricerca. A riportarlo è il blog ufficiale dell’azienda. Se ne sentiva la necessità, non trovate?

Alla prossima settimana con Week In Social!

pepsi campagna ritirata

Perché Pepsi ha ritirato il suo ultimo spot con Kendall Jenner?

Parlare di pace, uguaglianza e unità con una pubblicità non è una questione da poco e non è per tutti. Probabilmente avrebbero dovuto pensare al messaggio con maggiore attenzione, rispetto e profondità anche i creativi di Pepsi, che con il suo ultimo spot ha fatto infuriare il web.

Lo spot con Kendall Jenner

Nello spot, la top model, Kendall Jenner, è impegnata in un servizio fotografico, ma vedendo un corteo di manifestanti proprio accanto al set, decide di trasformarsi in una sorta di eroe contemporaneo (questa forse l’intenzione nella mente dei pubblicitari) e di placare gli animi offrendo a un agente di polizia una Pepsi fresca. Stop.

La bibita riporta la pace e tutti vissero felici e contenti.

Pepsi: messaggio recepito vs. intenzioni

Nulla di male nel reinterpretare i famosi motti pacifisti degli anni Sessanta? Sì, se non fosse che nella pubblicità di Pepsi tutto è virato verso lo scopo commerciale, senza contenuto e senza valore.

Non una presa di posizione verso uno dei tanti problemi di giustizia sociale che oggi affliggono il mondo, non un impegno da parte del brand.

Solo lo sfruttamento di un trend per mettere in primo piano il prodotto.

E allora? Possibile che sia ancora necessario spiegare cosa cercano oggi le persone da parte dei brand? Non consumatori, ma persone appunto, che pretendono di affrontare con serietà i problemi che sentono vicini.

“Volevamo dare un messaggio di pace e unità. Abbiamo sbagliato e ci scusiamo“. Con queste parole di scuse Pepsi ha cercato di placare la rete, ma stavolta le parole – insufficienti e inefficaci perché a posteriori – non sono bastate. La campagna pubblicitaria è stata rimossa.

Le critiche sono quindi passate direttamente sulla protagonista dello spot, Kendall Jenner, modella e sorellastra delle Kardashian, simbolo di una vita fatta di lusso e di eccessi, senza nessun rapporto con l’impegno politico e sociale.

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Insomma una scelta davvero fuori contesto quella di Pepsi, nata però da un’idea diversa, forse interpretata con troppa leggerezza dai creativi. #PepsiMoment, in questo hashtag, che avrebbe dovuto accompagnare la campagna, è racchiuso il senso della comunicazione di Pepsi: cogli l’attimo e vivi per il momento, fai ciò che non avresti mai pensato di poter fare e fallo in questo momento.

Seguendo il trend dei moments, insomma, Pepsi ha finito con il realizzare un memorabile fail.

E nessuna conclusione sembra essere più giusta di quella di Stephen Colbert al The Late Show:

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“Fino ad ora non sappiamo perché tutte quelle “belle comparse” americane si siano riversate in strada, ma immagino che sia per la protesta “Attractive Lives Matter”

Naturalmente anche per il messaggio live for now Colbert ha una interpretazione:

“Live for now, soprattutto se sei del reparto marketing di Pepsi, perché non credo che quei ragazzi staranno lì ancora a lungo.”

Vi presentiamo Jack e Lauren, la coppia che guadagna fino a 9 mila dollari per un post su Instagram

Jack Morris (@doyoutravel) ha 2 milioni di follower su Instagram, Lauren Bullen (@gypsea_lust) ne ha 1,2 milioni.

Sono una coppia di giovani ragazzi, belli e abbronzati che gira il mondo grazie ai brand e agli sponsor del Turismo. Sono ciò che chiamiamo Influencer.

Ma come hanno raggiunto una meta del genere? Come sono riusciti a diventare degli influencer strapagati e a vivere il loro sogno di vita?

Vi riportiamo, con il benestare di Jack, parte di una sua intervista in cui risponde direttamente ai suoi follower.

Quanti anni hai e da dove vieni?

Ho 26 anni e sono nato in un piccolo villaggio fuori Manchester.

Come riesci a guadagnare?

I Brand e gli Enti del settore turistico mi pagano per promuovere i loro prodotti o le loro località su Instagram. Promuovo solo cose che realmente mi piacciono o in cui credo, ed è molto importante per me ed è la ragione per la quale i miei post trovano il favore dei miei follower.

Sei andato al college?

No. Crescendo non ho mai realmente saputo cosa volessi fare. Ho finito la scuola a 17 anni e sono andato direttamente a lavorare. Prima di iniziare a viaggiare ho lavato tappeti per 5 anni.

2015, words cannot describe. It’s been an endless adventure that’s for sure! I watched the sun rise from the top of Adams peak in Sri Lanka, drove an auto rickshaw 1000km across India, kicked back in the Maldives, jumped down waterfalls in Bali, gambled in Vegas, experienced the Loi Krathong festival in Thailand, swam with whale sharks in the Philippines, island hopped around Greece, camped out in the Wadi Rum desert, got ambushed by lemurs in Madagascar, ate crepes under the Eiffel Tower, bought a motor bike older than me and road tripped across Vietnam, and most importantly I made some life long friends along the way. I’m so stoked and never been more excited for a new year, I can’t wait to share it with you guys! Wishing you all the best for 2016, follow your passion and chase your dreams, this is your world and anything is possible! Next stop – Bangkok! Un post condiviso da JACK MORRIS (@doyoutravel) in data:

Come hai conosciuto Lauren?

Ci siamo conosciuti a marzo 2016 lavorando insieme alle Fiji. Da quel momento siamo diventati inseparabili per l’intero viaggio. L’ultima notte alle Fiji le ho chiesto di seguirmi a Bali, lei ha accettato e stiamo insieme da allora!

Qual è la peggiore città in cui sei stato?

Ho un rapporto di amore ed odio con Marrakesh. È una città davvero unica ed interessante con milioni di opportunità per i fotografi. Sfortunatamente la maggior parte delle persone del posto sono estremamente maleducate e aggressive. Non ho mai detto vaffanculo così tante volte nella mia mia vita […] E non sono stato sfortunato, con chiunque abbia parlato mi hanno confermato la stessa esperienza.

Da quanto tempo giri per il mondo?

Dal 2012.

Cosa consigli a chi viaggia per la prima volta?

Non pianificate troppo. Se parti zaino in spalla allora ti conviene prenotare un volo solo andata e una camera per la tua prima notte. Sii socievole e incontra nuove persone. Queste persone potrebbero diventare i tuoi migliori amici. Interagisci con le persone del posto, non metterti al riparo e non stare sul sicuro. Le cose possono andare male e devi reagire spontaneamente. Dici spesso di Si!

Welcome to our jungle oasis ⌲ thanks @fsbali for the beautiful stay ?#fourseasonssayan Un post condiviso da JACK MORRIS (@doyoutravel) in data:

Ora che alloggi in hotel di lusso, ti manca mai la community degli “zaini in spalla” e degli ostelli?

Per anni ho frequentato gli ostelli, incontrato nuove persone ogni giorno, mi sono ubriacato con nuovi amici e risvegliato in nuovi posti. Rimarranno i migliori giorni della mia vita. In questi ultimi due anni però i miei interessi e le mie passioni sono cambiati. Non frequento hotel di lusso così spesso, quando lo faccio è per lavoro. Il resto del tempo alloggio in appartamenti AirBnb o in boutique hotel. […] Gli ostelli sono divertenti quando viaggi da solo per conoscere nuove persone, ma quando sei con la tua partner (Lauren) preferisco avere uno spazio privato.

Come garantisci che tutte le tue immagini stiano bene insieme?

Modifico tutte le mie foto con lo stesso tipo di stile con i miei preset di Lightroom dunque si somigliano tutte tra loro (sono riconoscibili). Inoltre cerco sempre di dare uno sguardo alla griglia cercando di pianificare le immagini successive per essere sicuro che funzionino con gli altri feed recenti.

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Come riesci a scattare foto in località molto frequentate senza nessun altro in giro?

Il più delle volte scattiamo circa 1 ora dopo l’alba. A quell’ora anche le località molto frequentate sembrano tranquille.

I Social Media spesso ritraggono solo la versione felice della vita delle persone o dei loro viaggi. Cosa ne pensi?

Le persone devono ricordare che la mia vita su Instagram rappresenta solo il 5% della mia vita reale. Non vorrei mai rappresentare qualcosa che non sono, ma ovviamente non posto contenuti di ogni aspetto della mia vita. Come la maggior parte delle persone ritraggo solo i momenti felici. Ad ogni modo non creo nulla di finto o provo a mostrare sempre gli aspetti reali delle mie migliori esperienze.

Quanti paesi hai visitato?

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One last gelato in Italy ? next stop Paris! ✈︎

Un post condiviso da JACK MORRIS (@doyoutravel) in data:

I Pro e i Contro di essere un Influencer?

Pro: la libertà, essere pagato per la mia passione, avere l’opportunità di vivere esperienze che non avrei mai pensato possibili, incontrare persone che la pensano come me, avere il potere di condividere la mia voce con una quantità enorme di persone.

Contro: l’unica cosa negativa che mi viene in mente è la pressione legata all’essere un influencer. Alcune volte sento di dover mettere in dubbio il mio lavoro o ho bisogno di uscire e creare contenuti extra solo perché non ho postato per qualche giorno.

Quali sono tre luoghi che vorresti visitare nel 2017?

Tahiti, Sud America e Finlandia.

Ti dedicherai anche alla produzione di video?

Certo! Attualmente sto editando alcuni clip che ho girato durante un mio recente viaggio in Cambogia. Sto ancora imparando le tecniche di video making & editing e spero di migliorare ed essere in grado di caricare sempre più video e di qualità migliore. Vorrei postare 1 video per ogni viaggio.

 

chef growth officer coca cola

Il CMO è morto, lunga vita al CGO: il caso Coca-Cola

Ti sarai accorto che da qualche tempo abbiamo cominciato ad introdurre la figura del Growth Hacker e come sia destinata ed essere una professionalità chiave non solo per startup e aziende nell’ambito tech, ma anche per aziende consolidate e operanti nel fast moving.

Ebbene questo fenomeno di diffusione della figura professionale sembra essere in pieno corso.

Cambiamenti nella leadership Coca-Cola
Con una nota di pochi giorni fa, in cui si anticipavano diversi cambi di poltrona ai vertici aziendali, Coca-Cola ha annunciato di aver eliminato il ruolo del Chief Marketing Officer e aver istituito un nuovo ruolo: il Chief Growth Officer.

La figura – che verrà ricoperta da Francisco Crespo – si occuperà di marketing, strategia commerciale e manterrà un occhio di riguardo per i consumatori e l’innovazione.

Ma se anche Coca-Cola – il brand per eccellenza, costruito su anni di marketing – ha eliminato il CMO, cosa significa questo per il futuro di questa funzione?

Il paradosso di Coca-Cola

Marketing Week ha ben riassunto il paradosso di Coca-Cola: da una parte le ricerche di mercato suggeriscono che la forza del brand e la predisposizione dei consumatori nei suoi confronti sono significativamente in crescita, ma dall’altra le vendite sono andate progressivamente diminuendo.

Ecco il fatturato annuo Globale di Coca-Cola dal 2009 al 2016:

Fatturato Coca-Cola

Fonte: Statista

Se i massicci investimenti in comunicazione sono serviti a scaldare i cuori dei consumatori nei confronti della bevanda, non sono stati sufficienti a stimolare un consumo maggiore o più frequente, come testimonia il progressivo calo dei volumi, che negli ultimi 5 anni sarebbe passato da 48 a 44,3 miliardi di dollari, cifre importanti, ma che rappresentano un’erosione che raggiunge quasi l’8% . Insomma: “non di sola pubblicità vive il mercato”.

La stessa tensione tra CMO orientato alla pubblicità vs CGO votato alla crescita si può cogliere nel messaggio del CEO di Coca-Cola James Quincey che, ringraziando l’uscente CMO de Quinto per i suoi meriti nello sviluppare le pubblicità e identità del marchio, sottolinea come il nuovo CGO abbia però un “chiaro compito di guidare la crescita globale”.

Il lecito dubbio è quindi: il CMO invece non aveva come scopo l’aumento delle vendite?

Il marketing sta perdendo il suo market?

Finché i marketers continueranno a posizionarsi come esperti in pubblicità, posizionamento di marca, millennials e nelle ultime mode passeggere del digital – anzichè essere alla guida della crescita – vedremo sparire altri CMO.

Thomas Barta – Esperto di marketing leadership

Secondo uno studio condotto dalla società di recruiting Russell Reynolds, le funzioni che più comunemente sono coperte dal CGO includono il marketing, l’innovazione, gli insights e R&D e la totalità dei CGO avrebbe un background nel marketing.

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Ma perché quindi sostituire un CMO con un CGO?

La risposta andrebbe ricercata nel desiderio di abbattere le gerarchie e i silos funzionali, in modo da velocizzare i processi e permettere la contaminazione delle idee. Per permettere questo, il Chief Growth Officer risponde direttamente al CEO, e nel caso di Coca-Cola pare proprio che il marketing riporterà al CGO.

CGO responsabilità

In un certo senso il CGO sarebbe una sorta di “apprendista CEO”. È però altrettanto chiaro che il comandante che sa guidare le truppe attraverso un campo minato, lo saprà fare con maggiore semplicità anche attraverso un bel prato fiorito. Allo stesso modo le competenze del Growth Officer sono altamente trasferibili e ogni marketer che voglia essere future-proof non può permettersi di ignorarle.

Identikit del Chief Growth Officer

identikit del chief growth officer

Un CGO che si rispetti possiede le seguenti caratteristiche (che anche tu dovresti sviluppare):

  • È un cercatore d’oro: il compito del Chief Growth Officer è trovare soluzioni che possano apportare una crescita significativa del fatturato. Con questo obiettivo in mente il CGO andrà a cercare best practice non solo nei posti “ovvi”, ma scandaglierà azienda e mercati in modo olistico, per scovare sacche di eccellenza e nuove opportunità fuori dal terreno battuto, ad esempio cogliendo spunti da altre categorie merceologiche o da processi interni trasferibili in altri dipartimenti.
  • Ascolta i consumatori: per crescere bisogna avere consumatori disposti ad acquistare e per questo, ancor prima di sviluppare pubblicità persuasive è fondamentale avere un prodotto/servizio che risponda a dei bisogni reali. Il CGO deve avere il consumatore al centro, conoscerne gusti, bisogni e pain points, deve sapere utilizzare gli insights in modo non descrittivo ma “creativo”, cioè orientato alla creazione di nuove soluzioni che offrano risposta alle necessità in continua evoluzione dei propri clienti.
  • È un provocatore: il CGO deve per definizione essere orientato all’innovazione e anticipare le esigenze dei consumatori, per permettere alla propria azienda il first mover advantage quando identifica del “blank spots”, delle opportunità del mercato. Questo può anche significare farsi paladini di un’idea di prodotto o servizio dall’alto potenziale, ma che deve essere ancora sviluppato. Per questo il Chief Growth Officer ha un buon tasso di provocazione e propensione al rischio nel proprio DNA
  • Abbatte le barriere e unisce: il CGO è in grado di relazionarsi con diversi dipartimenti e funzioni aziendali ed unirle in una mission comune, per creare nuove sinergie in grado di fornire alla propria azienda opportunità di lungo periodo.
  • È agile: il CGO deve essere in grado di identificare modi per prendere le decisioni in modo fluido e veloce, prendere rischi calcolati e innovare con risorse limitate e processi snelli.
  • Conosce il proprio business: per essere in grado di abbattere le barriere interne all’azienda e posizionarsi come un interlocutore credibile è importante che conosca il settore, i processi ed il mercato di riferimento.

Il tempo rivelerà quante di queste caratteristiche possiede Francisco Crespo. Nel frattempo vi invitiamo ad approfondire la figura del Growth Hacker con il Corso in Growth Hacking & Performance Marketing di Ninja Academy (Formula Online + LAB)!

Come costruire una personal identity che non tradisca mai sé stessi

Joe è nato a New York, nel Queens, da genitori istriani, emigrati prima che le persecuzioni ordinate da Tito li avrebbero costretti a lasciare il Paese. Joe, in un ambiente familiare molto vicino al mondo della cucina ma anche della tv – attraverso sua madre Lidia – inizialmente lavora a Wall Street per abbracciare, poco dopo, il mondo della ristorazione e soprattutto del business, unendo la passione per il cibo con le conoscenze acquisite nel mondo della finanza.

Nel 1993 convince i genitori a investire nel ristorante Becco, nel cuore di Manhattan, che ha un gran successo e poi cinque anni dopo insieme allo chef Mario Batali apre un altro locale a NY, “Babbo” che conquista subito tre stelle Michelin. Nel 2010 viene contattato dalla Fox che con Masterchef lo consacra al grande pubblico.

Ad affascinarci dell’identità digitale di Joe “vongolino” Bastianich è il suo account Instagram che lui gestisce senza mai dimenticare il suo background e la sua anima troll.

Influencer di food senza essere chef

Uno degli elementi più affascinanti di Bastianich, che emerge con forza soprattutto durante il programma di Masterchef, è che Joe è uno dei più noti influencer in tema food senza però essere uno chef.

Joe rappresenta il business del mondo della ristorazione senza tuttavia risultare mai sterile o venale, come di solito l’aspetto economico di questo tipo di attività “creative” viene vissuto dal racconto online e non. Questo è possibile attraverso una narrazione risemantizzata: a parole come “guadagno” preferisce la genuinità di “far quadrare i conti“.

“Non sono uno chef ma continuo a pensare che non sia facile coniugare l’anima creativa che li caratterizza con quella che fa quadrare i conti e li fa vivere”

@delposto #breadandbutter

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 2 Mar 2017 alle ore 10:25 PST

 

Ricordati le radici “che tieni”

Probabilmente appare scontato che Joe non tradisca le proprie origini, ma non lo è, soprattutto in un mondo glamour come quello del food e del business. Joe attinge a piene mani alla grande legge taciuta della comunicazione online “la verità vince” (o anche quella dell’amore che vince sull’odio e sull’invidia). Certo, non tutta, un po’ filtrata, ma pur sempre la verità.

Joe punta moltissimo sulle sue radici italo-americane senza mai tradirè nè la cucina della madre italiana, nè il suo gusto so american: questo si traduce sia in un racconto del cibo diverso dal solito immaginario di alta cucina (c’è tanto posto per lo street food e tantissimo per gli alcolici) sia in un racconto della propria quotidianità. A fare le foto venga il dubbio sia proprio lui, un po’ storte, leggermente fuori fuoco a volte, che ritraggono un pranzo in famiglia o con la madre. Joe mixa il glamour della vita “da tre(mila) stelle Michelin” a quella del ragazzo che raccoglieva le vongole per rivenderle ai ristoranti. Joe “vongolino” Bastianich non è mai andato via.

Non a caso non utilizza filtri Instagram, o comunque mai invasivi. Coincidenze? Noi di Ninja crediamo di no.

excited to be here @todayshow tune in at 845am @mattlauernbc @savannahguthrie

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 28 Mar 2017 alle ore 05:17 PDT

 

Il lato humour della vita

Joe ha senso dell’humour, probabilmente è la sua arma forte per muoversi in un contesto pieno di etichette e di persone che hanno un’immagine personale molto istituzionale e rigorosa. Il suo prendersi poco sul serio si traduce in maniera complessa e multicanale: video umoristici su come si beve il wiskey, selfie trash, testi ironici, hashtag “inesistenti” e fotomontaggi. Vorremmo soffermarci soprattutto su due punti: gli hashtag e i fotomontaggi. Si tratta di due aspetti che possono apparire di lettura banale, ma secondo il nostro giudizio sono il simbolo di un discorso di autorappresentazione molto stratificato.

Gli hashtag servono per indicizzare una foto: a delineare gli argomenti e gli interessi, permettendo soprattutto alle persone fuori dalla nostra cerchia di follower di trovare il contenuto pubblicato. Utilizzare hashtag chiari o tra i più usati è il modo per farsi trovare più facilmente su una piattaforma che produce milioni di contenuti video al giorno. Alcuni influencer – e non solo, abbiamo molti amici che ne sono i fieri alfieri – non utilizzano hashtag, o meglio ne usano due o tre completamente sconnessi e di difficile indicizzazione. Un esempio? Fare la foto al proprio cane Charlie e usare l’hashtag #Charlie. Perchè un influencer dovrebbe farlo, se abbiamo detto che non è utile? Per affermare con forza da un lato la propria notorietà e influenza, dall’altro per contribuire a un’immagine di sè lontana da quanti rincorrono gli schermi e la notorietà. Pura contraddizione, ma non nel mondo della digital identity.

Rtrain #delays #subway #NYC #newyorkfuckincity this is the real flavor or new york city

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 2 Mar 2017 alle ore 15:39 PST

@saturnioeyewear #sunglasses #dope #piazzadellarepubblica #milano @me_by_melia milano #toscano antico

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 1 Feb 2017 alle ore 06:54 PST

#giussepino #dontdodrugs #highschool epic conch neckwear

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 1 Feb 2017 alle ore 04:35 PST

 

E poi ci sono i fotomontaggi. Joe ne è un grande appassionato, ne ha realizzati a decine tanto che adesso sono i suoi fan a crearne per lui e lui a condividerli. Sono fotomontaggi semplici e poco tecnici, attraverso cui realizza un sofisticato stakeholder engagement dall’alto, o meglio, orizzontale. In altre parole Joe Bastianich ingaggia altri influencer e personaggi rilevanti in una modalità desueta per non dire rara: li prende in giro, ironizzando su difetti fisici e stereotipi. Il dibattito online che ne deriva è una perfetta bomba da social: humour, coinvolgimento del grande pubblico e l’assoluta orizzontalità del dibattito tra influencer: le persone possono godere lo spettacolo di vedere i propri idoli ridicolizzati – e stare ovviamente al gioco – da un’altra icona, proprio come fanno loro con i propri amici. Joe Bastianich ci offre il racconto – che pretende di essere – autentico di un mondo alto, inarrivabile, dov’è possibile accostare Cannavacciuolo ad Angry Birds oppure Cracco a una Spice Girls.

Joe in questo modo usa una registro a noi vicinissimo, quello dell’uomo qualunque, disintermediandolo in un contesto, invece, del tutto fuori dalla nostra portata. Joe vongolino è diventata una star.

domani…@masterchef_it o Harry Potter? Mandate i vostri fan art a fanart@bastianich.com Pic: Fabrizia Noto

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 18 Gen 2017 alle ore 10:55 PST

@realmaramaionchi #celebritymasterchefit

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 30 Mar 2017 alle ore 12:47 PDT

Valerioooooo #masterchefit #spiceupyourlife @masterchef_it #fanart di Ruggiero argentieri

Un post condiviso da Joe Bastianich (@jbastianich) in data: 9 Mar 2017 alle ore 16:00 PST

L’importanza dei social media oggi per l’educazione e l’apprendimento

Negli ultimi anni i pedagogisti e gli educatori, laddove i primi si occupano dei progetti educativi e i secondi dell’azione educativa, si sono ritrovati a fare i conti con nuove sfide derivate dai social media. L’utilizzo di questi da parte dei millennial (i nati tra il 1982 e il 2004), e in particolare della generazione z (ossia i nati dal 1995 fino al 2010) ha prodotto nuovi quesiti, nuove domande cognitive a cui i ricercatori lavorano per trovare risposte.

Quali sono le caratteristiche chiave dei social media e che importanza possono avere oggi per l’educazione e l’apprendimento? Quali sono i limiti e quali le opportunità? I processi educativi devono modificarsi in funzione di un’era digitale in continuo mutamento?

Non avremo la presunzione di rispondere a queste domande: non siamo nel luogo adatto e non ne abbiamo le competenze. Possiamo però indagare il mondo dei social media, e offrire spunti di riflessione sul delicato tema dell’educazione.

LEGGI ANCHE: Generazioni e social media: ecco come cambiano le abitudini

Negli ultimi dieci anni la crescita delle piattaforme social, all’interno dell’ecosistema del web 2.0, è stata significativa. Come sottolineò Mark Zuckerberg, ormai sette anni fa, «stiamo andando verso la costruzione di una rete web dove la condizione di base sarà quella sociale» (BBC News, 2010). Oggi i social media sono perciò il cuore dell’uso delle tecnologie digitali, pertanto il tema richiede attenzione continua della comunità educativa.

L'importanza dei social media oggi per l’educazione e l’apprendimento

I potenziali benefici motivazionali

Come disse Zygmunt Bauman, i giovani della generazione z non conoscono una vita che non sia interconnessa, poiché «nati in un mondo intessuto da una connettività cablata, con fili o senza fili».

Come sottolineato dai ricercatori Mason e Rennie, «gli spazi comunitari condivisi e la comunicazione tra gruppi costituiscono la parte predominante di ciò che entusiasma i giovani, contribuendo alla loro perseveranza e motivazione nello studio». L’architettura social mediale non stimola soltanto le motivazioni e l’interesse degli studenti, ma aumenta l’uguaglianza tra essi, poiché è un ambiente in cui tutti possono controllare i contenuti, creali, fruirli. Ad esempio, John Willinsky parlando di Wikipedia, afferma come «oggi uno studente che faccia anche la più piccola correzione ad un articolo di Wikipedia dà, in pochi minuti, un contributo allo stato della conoscenza pubblica maggiore di quanto non fossi capace di fare io durante l’intero periodo universitario».

L'importanza dei social media oggi per l’educazione e l’apprendimento

Educare ai social media, apprendere con essi

Pedagogisti ed educatori ritengono che oggi i social media siano in grado di offrire alternative all’offerta formativa che caratterizza le istituzioni educative tradizionali. L’uso dei social implica, per esempio, che i ragazzi siano prosumer piuttosto che consumer, ossia partecipino attivamente alla produzione di conoscenza. Inoltre, secondo Lee e McLoughlin, l’apprendimento dovrebbe essere un «processo sociale partecipativo» che sostiene gli obiettivi e i bisogni della vita di ciascuno. Molti pedagogisti, perciò, iniziano a sostenere che i social media possano essere usati a sostegno di quello che Goodyear e Ellis chiamano «apprendimento serio centrato sullo studente». Piattaforme come Facebook, YouTube e Twitter, incontrano queste teorie, non fosse altro che per la conformazione tecnologica di rete sociale, orizzontale.

Ancor prima di apprendere con i social media, è necessario offrire agli studenti un’educazione a essi, ossia la capacità di capirne i funzionamenti, le opportunità e le minacce. Da questo punto di vista, la sfida più urgente per gli educatori è quella di trovare un equilibrio tra la conoscenza dei mezzi tecnologici e il loro possibile utilizzo come fonte per un nuovo modello di insegnamento. Un nuovo metodo basato sulla libertà dell’individuo, dello studente, nel scegliere il percorso educativo sulla base delle sue inclinazioni, su ciò che lui produce e condivide, sulle sue passioni.

Le app che aiuteranno i bambini siriani ad imparare giocando

Nel 2017 ancora si parla di guerra, purtroppo!
In un mondo globalizzato sono anche queste le situazioni che ci riguardano e per fortuna c’è chi non volta le spalle e pensa alle app come un supporto a circostanze tanto disagiate come la guerra in Siria che da 6 anni dilania quella terra e ha coinvolto ben 2,5 milioni di bambini siriani.

Parlare di bambini significa parlare di futuro e questi “adulti in miniatura”, perché ne avranno già viste tante, stanno subendo ingiustizie, sono privati del loro diritto all’educazione scolastica, avranno dei grossi traumi da superare che probabilmente condizioneranno anche le loro capacità di apprendimento chissà per quanto tempo.

Le due gaming app Antura and the Letters e Feed the Monster sono state premiate al concorso EduApp4Syria supportato dal governo norvegese e da diversi partner, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di alternative educative e gratuite a servizio dei bambini estromessi dalle scuole a causa del conflitto, sfruttando l’enorme diffusione di smartphone anche tra i rifugiati.

La grande forza di questo progetto è la collaborazione, si tratta infatti di progetti con licenza open source e i code sono disponibili su GitHub al fine di favorirne il massimo utilizzo e l’ulteriore creatività, adattandole anche a una gamma più ampia di bambini rifugiati.

Antura and the letters

2 app che aiuteranno i bambini siriani ad imparare giocando
Studiata appositamente per bambini di 5-6 anni di età, quest’app è un supporto per imparare la lingua Araba. Solitamente è quella la fascia d’età nella quale i bambini iniziano a leggere e scrivere, le basi per diventare un adulto che pensa.

Dobbiamo agire ora o rischiamo di perdere un’intera generazione con enormi effetti a lungo termine

Questo dichiara Børge Brende, Ministro Norvegese degli Affari Esteri.
L’obiettivo dell’app è risolvere puzzle e guadagnare premi andando a scovare le lettere nascoste nelle ambientazioni di gioco. Interessante è che l’applicazione non richiede connessione, i bambini possono utilizzarla ovunque.
L’app è disponibile per Android e iOS.

Feed The Monster

Collezionare e crescere dei piccoli e amichevoli mostri grazie ai quali i bambini potranno imparare a scrivere e a parlare correttamente: come unire lo svago del gioco e imparare la propria lingua divertendosi. Un mix vincente, soprattutto per chi non ha alcuna alternativa e potrebbe recuperare a fatica queste capacità.

In linea con l’obiettivo principale non sono previsti acquisti in app, niente advertising, è totalmente gratuita, non necessita di una connessione ad internet per funzionare e si può scaricare dal Play Store e dall’App Store.

Un plus di entrambe le applicazioni è il loro peso in termini di MB, meno di 100 così da poter fare il download più facilmente ovunque.

Lo smartphone come ponte per imparare

Questi bambini, vittime innocenti di una delle più grandi crisi umanitarie della nostra generazione meritano tutti i nostri sforzi per aiutarli a superare la sfida di non poter frequentare la scuola.

Ha dichiarato Mark Smith, direttore senior per le emergenze umanitarie in World Vision, uno dei partner no-profit di EduApp4Syria.

E per questo un altro obiettivo fondamentale è attivare una collaborazione con gli operatori mobile, aziende tecnologiche e organizzazioni umanitarie per far in modo che più famiglie possibili vengano a conoscenza di questa possibilità per i loro figli e siano in grado di poter scaricare le app sul loro smartphone.

Edu4AppSyria si adopera anche per misurare l’impatto dei giochi, se si ottengono buoni risultati il governo norvegese contribuirà a finanziare versioni in altre lingue ma quello che ci auguriamo è che non servano in futuro!

Netaddiction, una storia di successo per l’editoria digitale

Netaddiction è un editore italiano nativo digitale che produce contenuti per il web dal 1999 attraverso otto testate. Gli argomenti trattati online spaziano dall’entertainment, con portali come Multiplayer.it e Movieplayer.it, al food, con iFood.it e Dissapore.com, passando per il lifestyle, con Bigodino.it, fino alla tecnologia, tramite HDblog.it e LegaNerd.com, e all’automotive, con HDmotori.it.

Una formula di successo quella di Netaddiction che non si ferma all’ambito web ma coinvolge anche il cartaceo con i romanzi legati alla narrativa young adult e adult e la produzione video con Casa Surace.

Il gruppo editoriale ha chiuso il 2016 confermando una crescita in termini di fatturato che ha superato di poco i 10 milioni di euro, con 40 dipendenti nelle sedi di Milano e Terni. Inoltre, nei primi mesi del 2017 i settori food e lifestyle hanno avuto un incremento dell’utenza del 45%, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Quest’anno Netaddiction compie 18 anni e non è molto comune trovare storie vincenti nell’ambito dell’editoria digitale, soprattutto nel nostro Paese. Abbiamo dunque incontrato per voi Andrea Pucci, Ceo e fondatore del gruppo editoriale.

Andrea Pucci

Puoi raccontarci come nasce Netaddiction e quale è stata la sua evoluzione negli anni?

Netaddiction è nato negli anni ruggenti di Internet, alla fine dello scorso millennio, sulla scia delle suggestioni della gold rush dei primi anni, quando tutto (più o meno) per tutti era possibile. In particolare, all’epoca, volevo condividere la mia passione per i videogiochi con gli “internauti” e cercare di aggregare le community attorno a un sito: Multiplayer.it. Posso affermare che quel primo obiettivo è stato ampiamente raggiunto. Nel corso degli anni, l’azienda si è trasformata ed evoluta, come internet del resto. L’espansione degli argomenti trattati online, che oramai rappresentano qualunque aspetto della vita umana, ha avuto un riflesso anche su Netaddiction che ha esteso le sue attività allargando progressivamente gli ambiti del business, dai media alla distribuzione, al commercio elettronico, all’editoria cartacea fino alla produzione video.

Tech, cinema, game, lifestyle e food: sono tanti gli ambiti in cui si muove Netaddiction. Qual è il settore maggiormente apprezzato?

Abbiamo cercato di puntare all’eccellenza in ogni nostro settore. Dapprima nel mondo dei videogiochi e del cinema, con Multiplayer.it e Movieplayer.it. L’ultimo settore, in ordine temporale, su cui abbiamo riposto la nostra attenzione e impegno è stato il food, che merita un discorso a parte. La “food-mania” degli ultimi anni è figlia del successo di format televisivi come Masterchef, Hell’s Kitchen, Cucine da incubo. I cuochi sono diventati chef-star e le iscrizioni a scuole secondarie di formazione professionale, come gli istituti alberghieri, sono esplose. Improvvisamente il mestiere di chef, da faticoso e dietro le quinte, è diventato di moda. Negli ultimi cinque-otto anni, è cresciuto il fenomeno del turismo gastronomico, grazie alle diverse guide e, in particolare, a Tripadvisor. Siamo tutti diventati sommelier, degustatori, gastro-fighetti.

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Contemporaneamente, una delle industrie più floride del nostro paese, quella enogastronomica, è stata l’ultima a utilizzare il mezzo Internet per captare clienti e opportunità in modo consapevole. Potevamo forse esimerci dal seguire questo mercato, forse l’ultimo barlume di gold rush anni ‘90? L’approccio al settore è stato duplice in modo da recuperare il ritardo: da una parte verso gli operatori e i professionisti, con l’acquisizione di Dissapore.com, dall’altra verso il consumatore, con la nascita di iFood.it e la community di food blogger. Il nostro attivismo in proposito non finisce qui e presto annunceremo altre due operazioni per consolidare ulteriormente la nostra presenza nel food.

Social ed Editoria: come lavorate da questo punto di vista e quali piattaforme utilizzate maggiormente per diffondere i vostri contenuti?

I nostri progetti pubblicitari non prescindono mai da un’eco social, che amplifica il messaggio generato sul sito web e arriva addirittura a creare contenuti peculiari autosufficienti. Pensiamo a Casa Surace ad esempio, che è nata e cresciuta quasi esclusivamente su Facebook. Quindi potremmo dire che è essenziale avere una duplice presenza, forte e radicata, sia sul web sia sui social.

Quanto secondo te c’è ancora da fare e da migliorare nell’ambito dell’editoria digitale?

Internet sta subendo uno sdoppiamento di personalità in questo momento, se mi passate l’eufemismo. Da un lato, c’è l’internet del motore di ricerca (Google) che guida gli utenti verso questo o quel sito web. È il modello di navigazione classico, quello in cui siamo nati, soprattutto per chi naviga da desktop. Dall’altro, ci sono gli smartphone e le app social, che bypassano il primo internet, creando un ecosistema a parte, che sfrutta e utilizza l’infrastruttura dell’altro, ma se ne sta in disparte. L’editoria digitale sta nel mezzo, tra il vecchio e il nuovo, tirando un colpo al cerchio e uno alla botte, spesso incrementando i costi per presidiare entrambi i “mercati”, in un regime di valori pubblicitari discendenti, perché anche l’investitore pubblicitario si sdoppia, ma senza raddoppiare i budget. Il rischio che vedo è un crollo verticale della qualità, in un sistema che diventa sempre più quantitativo. Mi verrebbe da dire: “potere ai lettori”, ma l’unica cosa che non è cambiata rispetto a 18 anni fa è che l’informazione digitale era, ed è, percepita come doverosamente gratis.

Netaddiction è anche Casa Surace: qual è il segreto del successo di Simone, Daniele, Alessio, Andrea e di tutti gli abitanti della casa del centro di Napoli?

Hanno una rara capacità di parlare al pubblico, che con il passare del tempo diventa sempre più ampia e virale. Vivono in un incredibile momento di rinascita della cultura e delle tradizioni del sud Italia, e di Napoli in particolare, e ne diventano portavoce ideali. Abbiamo avuto l’onore di conoscerli ancora acerbi e di condividere con loro le stesse passioni. Il resto è talento puro.

Casa Surace

credits: Emilio Pantuliano Photographer

Nel 2017 siete diventati maggiorenni. Un bilancio di questi 18 anni di attività? Quali sono i vostri obiettivi futuri?

18 anni vissuti pericolosamente, potremmo dire. Abbiamo visto crescere ed evolvere internet in tutte le direzioni, permeare le nostre vite personali e professionali. Ci siamo inventati e reinventati più e più volte cercando di dare una risposta alle esigenze di clienti e lettori. Siamo organismi viventi in costante evoluzione, per adattarci alle necessità di mercato. Oggi Netaddiction raggiunge più di 16 milioni di utenti unici, online e offline, sui social, negli eventi e sugli scaffali delle librerie. Siamo una delle ultime realtà indipendenti sul mercato a offrire contenuti di qualità e ci auguriamo di poterlo continuare a fare per sempre, interpretando il futuro così come l’abbiamo fatto in passato. Perché del resto, chi si ferma è perduto.