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Un promettente debutto in borsa per Snap

È iniziato ieri lo scambio di azioni con simbolo SNAP al New York Stock Exchange. Lo scambio ha aperto ad un prezzo di 24 dollari per azione, ben il 40% in più rispetto al prezzo IPO di 17 dollari, annunciato solo ieri.

Nei primi trenta minuti di trading, sono state 100 milioni le azioni scambiate, divenendo così le azioni più attive del NYSE. In chiusura, il prezzo ha registrato il +47%, aggirandosi attorno ai 25 dollari per azione.

Snap

Il boom nonostante le perdite

Snapchat ha lanciato la sua app di messaggistica “a scomparsa” nel 2011 e in cinque anni ha gradualmente ampliato le sue funzionalità, aggiungendo effetti fotografici altamente tecnologici, storie temporanee e recentemente introducendo un prodotto hardware: gli Spectacles, trasformandosi da Snapchat in Snap Inc.

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Ciononostante, il core business rimane l’app di messaggistica, che tuttavia possiede un’audience molto inferiore rispetto a quelle dei rivali. Si tratta di 158 milioni di utenti giornalieri che appaiono veramente pochi in confronto a 1,23 miliardi di utenti giornalieri di Facebook.

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La crescita degli utilizzatori dell’app ha notevolmente rallentato, sopratutto dopo l’introduzione lo scorso anno delle Instagram Stories che imitano una delle feature più apprezzate di Snapchat, recentemente replicata anche su Facebook e Whatsapp.

LEGGI ANCHE: Instagram Stories vs Snapchat Stories: chi vince per ora?

Evidentemente però, quella di Snap è stata la più consistente Ipo da quella di Alibaba del 2014, nonostante il freno posto dalle ingenti perdite registrate nell’ultimo anno: la società ha subito perdite per 515 milioni di dollari nel 2016 e 373 milioni nell’anno precedente.

Snap: cosa attendersi

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Gli investitori guardano molto attentamente al numero di utenti e a come sarà possibile guadagnare da ognuno di essi. Per questo, è molto probabile che la pressione per generare profitto aumenterà nei prossimi mesi e probabilmente si manifesterà in un maggiore interesse verso nuovi formati Ad, diversi da quelli al momento proposti per incrementare gli ingressi pubblicitari.

L’ultima campagna di Zara ha fatto infuriare molte persone sui social

La campagna pubblicitaria del debutto della linea “curvy” di Zara può essere tranquillamente definita un fallimento. Quali erano gli obiettivi del brand? Se tra questi c’era creare scompiglio e indignazione tra la propria audience, allora ci sono riusciti.

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L’headline dell’annuncio stampa recita “Love Your Curves”, un invito alle donne ad amarsi ed essere fiere delle proprie curve. Il problema però è nel visual: le modelle scelte sono infatti evidentemente tutto fuorché delle curvy.

L’annuncio non è piaciuto agli utenti dei social che hanno aspramente criticato la scelta delle modelle. Qualche anno fa in Italia esplose un caso simile per il brand Patrizia Pepe (leggi l’approfondimento qui).

Tra i tweet più seguiti troviamo quello di Muireann O’Connell, conduttrice radiofonica irlandese, che ha postato la foto della nuova campagna con un commento molto forte. Ad oggi il post ha totalizzato oltre 25,000 mi piace e 13,000 retweet.

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La stessa Muireann ha poi affermato che il problema non sono le modelle, la loro taglia o il fatto che siano chiaramente magre, ma i marketer che hanno lavorato a questa creatività.

In effetti come darle torto?Il “purché se ne parli“come vi abbiamo precedentemente detto non è la strada giusta per mantenere la propria brand reputation.

Altri tweet hanno ripreso il caso in maniera più o meno ironica.

 

Week in Social: dagli strumenti di Facebook contro i suicidi ai droni di Snapchat

Se siete arrivati fino qui è perché siete sopravvissuti alle Stories di Whatsapp e gli album di Instagram. Bene, mettetevi comodi perché non avete ancora visto nulla. Sempre più evidente la spinta di Facebook al sociale mentre Snapchat vola in Borsa e Twitter silenzia gli account anonimi. È venerdì, è Week in Social, la rubrica Ninja per rimanere sempre aggiornati su tutte le novità social della settimana appena trascorsa. Ma andiamo con ordine.

Facebook in campo per la prevenzione dei suicidi social

Impensabile fino a qualche anno fa, annunciato diverse volte ma mai veramente messo a punto in modo definitivo. Bene, ora la notizia è ufficiale. Facebook mette in campo uno strumento per prevenire e riconoscere fenomeni di suicidio e istigazione al suicidio sulla piattaforma social. Come lo fa? Sfruttando le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Il nuovo sistema per aiutare le persone che dicono di volersi fare del male in streaming su Facebook Live è stato annunciato da Mark Zuckerberg in persona, in un post sul blog ufficiale di Facebook.

Facebook suicide

Vi state chiedendo come funziona? Presto detto. A quanto pare l’intelligenza artificiale verrà sfruttata per individuare schemi specifici e ricorrenti di comportamento sulla piattaforma che possano indicare l’intenzione di suicidarsi, consentendo dunque d’intervenire per tempo. Come? Contattando direttamente il soggetto in pericolo durante una diretta live per esempio. Ma non è tutto.

Alla persona in difficoltà verranno mostrati in maniera molto più evidente dei tasti per chiedere aiuto e la diretta live del video non verrà bloccata ma prolungata per consentire ad amici e familiari di poter essere raggiunti e poter nel caso intervenire tempestivamente.

Se quello del sistema “anti suicidio” sembra aver catturato maggiormente l’interesse di tutti, Facebook continua nel frattempo ad apportare continue modifiche alla piattaforma. Approda anche in Italia la funzione per gli effetti della fotocamera: le cornici potranno essere utilizzate su qualsiasi foto o video creato e condiviso dagli utenti attraverso la fotocamera del social network e le persone vicino al luogo di interesse vedranno queste cornici apparire nella loro fotocamera Facebook.

LEGGI ANCHE: Quanto vale veramente un “like”?

Facebook Reactions

Ma per non farci mancare niente, modifiche in atto anche al newsfeed. Prestate bene attenzione alle vostre reazioni ai post dei vostri amici su Facebook. A quanto pare infatti le alternative al pollice del Like avranno la priorità nel newsfeed di Facebook: l’azienda valuterà le reaction come indicatori più forti di ciò che la gente vuole veramente leggere o guardare, e di conseguenza anche il vostro newsfeed potrebbe mutare in base a questo tipo di preferenze.

Twitter e la censura degli account anonimi

Non solo la segnalazione dei tweet offensivi, il blocco di nuovi account molesti e la cancellazione di cinguettii abusivi o di bassa qualità, Twitter punta tutto sulla sicurezza e il benessere dei propri utenti. Come? Con la possibilità di silenziare gli account “ovetto”, quelli cioè sprovvisti di foto, spesso riconducibili ai bot. Sarà potenziata inoltre la funzione “mute”, che potrà essere usata dalla propria timeline, decidendo per quanto tempo lasciarla attiva.

Twitter cancella gli account anonimiYouTube si lancia nella tv social

Sapevamo che prima o poi sarebbe successo. YouTube si lancia nel vuoto e scommette tutto sulla tv. Mentre viene raggiunto il traguardo di 1 miliardo di ore di video viste orni giorno sulla piattaforma nel mondo, negli Stati Uniti viene lanciato il servizio YouTubeTV, un servizio live e on demand a 35 dollari. Gli abbonati avranno accesso a 40 canali, fra i quali USA, FX, Freeform, ESPN, Fox Sports e NBC Sports. Il servizio YouTubeTv si appoggerà ovviamente su internet invece che sul cavo o sul satellite, e sarà accessibile da ogni dispositivo.

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LEGGI ANCHE: YouTube lancia il suo servizio di streaming TV

Snapchat tra droni e Wall Street

Spectacles, gli occhiali da sole lanciati da Snapchat che integrano una videocamera con cui girare video di 10 secondi da condividere sul social network sarebbero già un must have del passato. Ebbene si, Snap, la società cui fa capo l’applicazione Snapchat, starebbe lavorando allo sviluppo di un drone che potrebbe essere usato per scattare foto e girare video. In attesa di sviluppi Snapchat debutta in Borsa con un valore di 22,2 miliardi di dollari.

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Per questa settimana dal mondo social è tutto. L’appuntamento con Week in Social torna il prossimo venerdì!

Lead Generation: come raggiungere potenziali clienti su Twitter

La vostra azienda ha bisogno di raggiungere più utenti potenzialmente interessati al vostro business? Bene, è molto probabile che su Twitter già esistano persone che cercano il vostro prodotto. Ma come si possono scovare questi potenziali clienti?

Esistono diversi strumenti per pianificare e mettere in atto una strategia che vi permetta di allargare il vostro target.

Generare Lead con la ricerca avanzata di Twitter

La ricerca avanzata di Twitter vi permette di cercare commenti pertinenti in modo da poter entrare nella conversazione, intercettare l’utente e convertirlo in potenziale cliente. Pensate a tutte le opinioni e le diverse domande che il vostro pubblico può porsi e mettete in atto una ricerca avanzata su di loro costantemente in modo da poterli individuare.

Tutti i campi contenuti nella sezione ricerca per parole vi consentiranno diverse opzioni, come inserire solo alcune parole, parole specifiche, fare una ricerca per hashtag o inserire una frase esatta. In quest’ultimo caso la ricerca andrà a cercare tutti i tweet che contengono ciò che state cercando nell’esatto ordine che avete specificato.

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Una volta che avete trovato i tweet pertinenti non vi resta che interagire con i “twitteri”! Non limitatevi a mettere like o a retwittare, se volete essere davvero efficaci il modo migliore  di iniziare una conversazione è rispondendo direttamente al tweet.

IFTTT: La piattaforma che lavora per voi

Non avete troppo tempo per fare la ricerca dei tweet pertinenti? Bene, esiste una piattaforma che vi permetterà di risparmiare tempo automatizzando le vostre ricerche.
IFTTT è l’acronimo di “If This Then That”, ossia “Se (accade) questo, allora (fai) Quello”. Questa piattaforma vi permette di creare delle semplici sequenze di comandi, chiamate “recipe”, attivate da altri servizi web come Gmail, Facebook, Instagram e Pinterest.
Con questo servizio potrete ad esempio impostare una notifica di mail ogni volta che viene scritto un tweet contenente un particolare hashtag o delle parole chiave.

Per attivare il servizio  procedete a creare un account IFTTT e cliccare su ‘My Applet’ in cima alla pagina. Poi andate sul tasto ‘New Applet’ e da qui cliccate sulla scritta ‘this’ per installare l’azione che avvia l’automazione.

 

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Da qui vi si aprirà una nuova pagina dove potrete selezionare il servizio che intende utilizzare, in questo caso Twitter. Cliccate su ‘New Tweet from search’ e procedete scrivendo nella casella di testo ciò che state cercando (per esempio “social media manager su Roma”).

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Ora cliccate su ‘that’ per installare il risultato della vostra ricerca. Non vi resterà poi scegliere la casella della email tra i servizi e cliccare su ‘inviami una email’.

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Se volete ricevere una notifica ogni volta che viene trovato un tweet contenente le vostre parole chiave o frasi che avete inserito nella ricerca, spuntate la casella e il servizio sarà attivato.

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Attirare i clienti con gli annunci di Twitter

Potete usare gli annunci di Twitter per generare traffico sulla vostra landing page. Cercate di promuovere un’offerta che sia intrigante e in grado di attirare potenziali clienti.
Ma come si crea una campagna su Twitter?
In primo luogo, installate il vostro account con gli annunci di Twitter. Nella sezione laterale cliccate su ‘click verso il sito web o conversioni’ e poi su “crea campagna”.

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Pe impostare la campagna, iniziate col decidere il nome e il periodo in cui farla partire. Potete poi specificare se espandere la copertura dell’annuncio non solo su Twitter ma sulla Twitter Audience Platform.

Passate alla selezione del pubblico a cui rivolgervi specificando età, genere, paese; per essere ancora più efficaci potete poi affinare la ricerca indicando le parole chiave o gli interessi.

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Impostate il budget. Qui vi si presenteranno due opzioni: individuare un importo massimo giornaliero oppure un budget totale per l’intera campagna.

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Infine scrivete i tweet che volete promuovere: è fondamentale che racchiudano in 140 caratteri elementi in grado di indurre il vostro pubblico all’azione.
Per un’ulteriore personalizzazione, potete impostare le Website Card, ossia un formato pubblicitario efficace che consente agli utenti di visualizzare in anteprima un’immagine, un contesto correlato e un chiaro invito all’azione nella propria cronologia.

Inserendo il collegamento al vostro sito web potrete incrementare il traffico, aumentare gli acquisti online e incentivare azioni specifiche.

Non dimenticate poi di includere la “Conversion Tracking” nella vostra campagna, in modo da poter monitorare e misurare le azioni che si verificano al di fuori di Twitter, quali iscrizioni o acquisti.

Bene, ora la vostra campagna è pronta per essere lanciata!

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“Show, don’t tell” con i live video

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Ora che Periscope è integrata nella versione mobile di Twitter, la diretta è diventata più semplice ed efficace. Potrete dunque cogliere l’opportunità di utilizzare i live video per mostrare al pubblico la vostra offerta, anziché raccontargliela. Come si suol dire: “Show, don’t tell!”

In cosa consiste il vostro prodotto? Come va utilizzato? Mostrate tutto ciò che contribuisce a creare la fiducia del pubblico nei confronti della vostra offerta.

Sfruttate questo strumento per farvi conoscere e costruire relazioni.

E voi avete mai sperimentato uno di questi strumenti  per il vostro business? Raccontatecelo sulla pagina Facebook o sul gruppo Linkedin!

White in the city: Milano si tinge di bianco per il Fuorisalone 2017

In vista della 56 edizione del Salone del Mobile ancora una volta Milano apre alle porte al Fuorisalone e si prepara ad accogliere il popolo del design, in arrivo da tutto in mondo per scoprire le ultime novità del settore.

Nato da un’idea di Claudio Balestri, presidente di Oikos e del celebre designer Giulio Cappellini, White in the city è un itinerario che racconterà attraverso installazione e progetti le tante sfumature e sfaccettature del bianco, coinvolgendo alcuni dei luoghi più belli di Milano.

Cinque location d’eccezione – l’Accademia delle Belle Arti di Brera, la Pinacoteca di Brera, Palazzo Cusani, l’ex chiesa di San Carpoforo e Class Editori Space – diventeranno il palcoscenico che accoglierà le installazioni architettoniche di giovani designer e grandi firme dell’architettura internazionale tra cui Giulio Cappellini, direttore artistico di White in the city, Stefano Boeri, David Chipperfield, Daniel Liberskind, Aires Mateus Associando, Marco Piva, Patricia Urquiola, Studio Zaha Hadid, Jasper Morrison e molti altri.

Ecco in breve quali sono gli appuntamenti di questo circuito da non perdere durante la Design Week:

1. White Architecture – Pinacoteca di Brera

Il bianco, colore da sempre dominante dell’architettura, viene raccontato attraverso installazioni architettoniche di grandi nomi del design internazionale nel cortile d’onore della Pinacoteca di Brera. Textures e materiali diversi permetteranno di creare un gioco di chiari/scuri in bilico tra il materiale e l’immateriale, con sofisticate suggestioni ottenute con le più moderne tecnologie.

White in the city: Milano si tinge di bianco per il Fuorisalone 2017

2. White Luxury – Sala della Passione

La Sala della Passione di Brera si veste di bianco con l’installazione di Marco Piva che espone in maniera scenografica il tema del lusso in rapporto con il colore bianco nelle sue infinite declinazioni. Arredi e complementi, accessori di moda, prodotti per la “mise en place”, porcellane e ceramiche per creare un’emozione, un’esperienza immersiva nel lusso delle proposte selezionate dallo studio di progettazione che ha progettato anche l’Hotel Excelsior Gallia Milano.

3. White Beyond Blank – Accademia di Brera

White in the city collabora con l’Accademia di Belle Arti di Brera per realizzare un’esposizione nei corridoi tra i Gessi del Canova e le volte dell’ex collegio dei Gesuiti. Questo percorso di ricerca coinvolgerà gli studenti dell’istituto attraverso la creazione di prototipi di opere che illustrano una visione del “futuro bianco”, simbolo materiale e immateriale del ben-essere.

 White in the city: Milano si tinge di bianco per il Fuorisalone 2017

4. White Ben-Essere – ex chiesa di San Carpoforo

Il bianco sarà rappresentato in questa location con una spettacolare installazione, una grande parete che con tasselli di diverse dimensioni racconterà in un gioco di trame e sfumature l’enorme offerta di bianco Oikos. Non un semplice display, ma una vera e propria opera d’arte, un ben-essere per il nostro ambiente.

5. White on White – Palazzo Cusani

Importanti architetti e designer progetteranno installazioni per esprimere la loro interpretazione del bianco su bianco, inteso come essenzialità, idealizzazione e esplorazione dei volumi attraverso le ombre. Lo spazio attraverso un percorso che partirà dal piano terra fino a raggiungere il piano nobile permetterà al visitatore di attraversare un racconto interpretato dai diversi architetti in ambienti del vivere quotidiano – living, bagno, cucina, office oppure outdoor – con oggetti proposti dalle azione  e selezionati dagli architetti.

6. White Icons – Palazzo Cusani

Allestita al piano nobile e curata da Giulio Cappellini, White Icons è una mostra che vuole raccontare con un allestimento semplice ma suggestivo prodotti e materiali che sono diventati punti di riferimento e che si sono caratterizzati per l’uso del colore bianco.

White in the city: Milano si tinge di bianco per il Fuorisalone 2017

7. White Young Innovative – Class Editori Space

Un’insolito giardino ed un lift nel cuore di Milano diventano la cornice all’interno della quale giovani designer e progettisti affermati presenteranno oggetti bianchi e innovativi per il benessere degli ambienti. Non solo una mostra ma un luogo di incontro e dialogo dove designer e aziende possono interagire e scambiare idee.

Come fare la differenza e trovare valore nell’Economia dell’Algoritmo

Questo articolo è stato scritto da Alessandro Giaume, Innovation Director in Ars et Inventio e autore di “Data Scientist. Tra Competitività e Innovazione”.

Le imprese digitali stanno ridefinendo l’economia e i nuovi ecosistemi dell’interconnessione sono aggressivi e pervasivi.

Il tempo e la distanza stanno cambiando il loro significato, e le risposte e i comportamenti ottenibili oggi sono molto diversi in intensità e direzione da quanto non fossero anche solo pochi anni fa.

I volumi stanno raggiungendo dimensioni che ne renderebbero proibitiva l’interpretazione, se non venissero. adeguatamente gestiti.

Ecco perché le imprese digitali stanno ridefinendo l’economia. Grazie alla tecnologia, in pochi decimi di secondo oggi vengono svolte attività di analisi dei dati che richiederebbero ore o giorni se non la avessimo.

Ma si sa, “Data is inherently dumb”, dice Peter Sondergaard, Senior Vice President di Gartmer Research.  Il vero valore risiede negli algoritmi, che definiscono le azioni con le quali queste imprese sono in grado di intercettare un bisogno, espresso o no, e di soddisfarlo in un istante. Siamo in metro. Facebook, Google, Amazon e ancor prima di arrivare in ufficio, il “danno” è fatto: ci siamo comprati una nuova racchetta da tennis…

Cosa è un business moment?

Il momento nel quale una interconnessione esistente, anche solo per un istante, tra persone, aziende o oggetti consente di attivare processi di business e di mettere in atto strategie adeguate.

E ora pensate a quanti business moment ci si presentano nel corso di una giornata

Già, dimenticavamo di dire che le interconnessioni di cui stiamo parlando non sono solo tra persone e aziende, ma anche gli oggetti fisici partecipano al gioco.

E fare business non implica più di essere proprietari dei beni strumentali necessari a svolgerlo, ma piuttosto di ricoprire un ruolo come attore dell’ecosistema. I beni capitali in realtà non sono più il mezzo principale di generare valore. Basti pensare ad Airbnb, il principale operatore del mondo nel settore dei servizi alberghieri. O a Uber, il più grande operatore di trasporto urbano privato. O alla stessa Amazon.

Non possiedono nessuno dei beni strumentali che stanno abilitando la creazione di valore, ma sono piuttosto parti di un ecosistema composto da parti tra loro indipendenti. E collegate, interconnesse tra loro in tempo reale grazie ad algoritmi in grado di intercettare i business moment nello stesso istante in cui questi si creano.

Il punto: come influenzare i business moment?

Le iniziative di business di successo nella nuova economia della condivisione e delle interconnessioni fanno riferimento ad alcuni principi base. Uno dei più importanti è che non basta intercettare e controllare una interazione di business. Dobbiamo influenzarle.

Un business moment, guidato da uno specifico set di requisiti, spesso si “materializza” senza alcun preavviso. Per poter intercettare questi requisiti e influenzarli, rendendoli significativi e capaci di generare valore, risorse provenienti da diverse realtà devono poter essere combinate tra loro in tempo reale.

Ed è la capacità di individuare, influenzare e attivare un business moment di tale fatta che rappresenta la chiave per il successo nel business digitale.

Per loro stessa natura, questi business moment non possono essere attivati e sfruttati attraverso modelli e processi predefiniti, rendendo di fatto l’approccio transazionale non più sostenibile. Gartner sostiene che entro la fine dell’anno il 70% delle aziende che basano il proprio modello di business sul digitale, lo faranno attraverso processi deliberatamente instabili, disegnati per consentire di seguire adeguatamente i cambiamenti nelle necessità dei clienti, capaci di comprendere questi cambiamenti. Meno controllo e maggiore facilitazione.

Migliorare la capacità di improvvisazione

Mettere a frutto questi modelli economici emergenti, significa disporre di una flessibilità tale da poter cogliere l’opportunità nel momento stesso in cui questa si presenti. Adattandosi e prevedendo situazioni in costante evoluzione. Imparando. I nuovi processi di business saranno sempre più basati su algoritmi capaci di cambiare in funzione delle specifiche situazioni nelle quali saranno chiamati ad operare, generate da specifici business moment.

Assicurandoci di gestire e mitigare i rischi insiti nella possibilità da parte di un algoritmo di introdurre bias di giudizio e quindi nelle conseguenti decisioni prese in autonomia.

Pane per i Data Scientist.

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L’energia è una porta: la nuova campagna di Enel è firmata dai francesi We Are From LA

Che cos’è l’energia oggi? Da questa domanda fondamentale parte la nuova campagna di Enel, che attraverso TV, stampa, digital e cinema vuole raccontare un’energia evoluta, in grado di collegare passato e futuro, in una realtà che viviamo già nel presente.

Grazie a servizi nuovi e all’avanguardia come una rete capillare di ricarica per la mobilità elettrica, i contatori di seconda generazione che consentono il dialogo fra case e persone, mettendo a disposizione di tutti le infinite possibilità dello IoT, le infrastrutture digitalizzate migliorano la vita delle persone, oggi vere protagoniste del cambiamento.

La nuova campagna di Enel: una porta verso il futuro

Nel nuovo film i protagonisti attraversano porte colorate, illuminate, che li conducono in una nuova dimensione, quella che per Enel è già realtà, proseguendo il concetto di Open Power.

LEGGI ANCHE: Open Power: il nuovo posizionamento di Enel tra sfide e digitale

Non il racconto di un mondo futuristico, ma di un mondo che è già qui e ora, con vecchie centrali che si trasformano e acquisiscono nuova vita, connessioni più veloci e smart home più rispondenti ai nostri bisogni.

Un mondo in cui è la mobilità elettrica a portarci lontano.

We Are From LA firma il nuovo spot di Enel

Lo spot è realizzato per Filmmaster Productions da We Are From LA, la coppia di registi francesi premiati al Festival di Cannes e ai Grammy Awards per il video Happy di Pharrell Williams, autori di alcune delle campagna pubblicitarie più citate dell’ultimo anno, come “French is in the Air” di Air France.

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Diamond veins’ dei French 79, la colonna sonora che suggerisce l’atmosfera dinamica e contagiosa di un’energia che è già tra le persone e le accompagna attraverso i suoi progetti di domotica e mobilità verso il futuro.

Anche nella campagna stampa e web sono i colori al led della porta, con le atmosfere ricreate dal fotografo Lorenzo Vitturi, a rendere gli scatti talmente suggestivi da catturare subito l’attenzione del pubblico.

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Cosa sta succedendo a UBER? Dalle accuse di Google al video imbarazzante del CEO

Ancora UBER. Ancora driverless car. Le ultime news non arrivano però dal fronte tecnologico o business, bensì da quello legale: Google fa causa ad UBER.

Il contenzioso tra i due giganti della Silicon Valley conferma ancora una volta l’attualità della corsa verso la messa a punto e commercializzazione dei mezzi a guida autonoma.

E non si tratta neanche dell’ultimo imbarazzante scandalo che coinvolge la compagnia.

La ricostruzione

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A chiamare in causa gli avvocati non è propriamente il gigante dei motori di ricerca, quanto la società madre, Alphabet, che si dedica allo sviluppo delle auto senza guidatore tramite la controllata Waymo.

Proprio qui ha lavorato Anthony Levandowski, fondatore di Otto, la startup acquistata da UBER in virtù delle sue ricerche sui camion a guida autonoma. Elemento fondamentale di questi veicoli sono i sensori di telerilevamento LiDAR, il cui design presenta delle evidenti somiglianze con i medesimi dispositivi della Waymo.

Il fatto è stato rilevato accidentalmente, a causa di un fornitore comune tra le due aziende. Tanto è bastato a Alphabet per approfondire la questione, ricostruendo le azioni di Levandowski prima delle sue dimissioni. L’accusa è di avere illegalmente scaricato 14.000 file confidenziali su una memoria esterna, per un totale di 9.7 GB di materiale inerente vari hardware, tra cui i sensori LiDAR.

La tecnologia rubata sarebbe alla base del successo di Otto, che ha realizzato un sistema di rilevazione ambientale perlopiù identico a quello di Waymo.

LEGGI ANCHE: Guida autonoma: Ford investe 1 miliardo su Argo AI

Le disavventure di UBER: dall’accusa per molestie sessuali a #DeleteUBER

 

 

Continua così la serie di eventi negativi di cui UBER si è resa protagonista negli ultimi mesi.

A dicembre 2016 la società ha deciso di non aderire ad un regolamento comune, firmato da 20 società, per la circolazione dei prototipi delle auto senza guidatore nello stato della California. Il fatto ha portato le autorità a imporre all’azienda di ritirare dalla circolazione i propri mezzi, considerati fuorilegge.

Più recentemente, Susan Fowler, ex impiegata della società, ha denunciato nel suo blog le molestie sessuali subite in azienda e la mancanza di attenzione al problema da parte del management. Nonostante il CEO Travis Kalanick abbia condannato simili condotte e avviato delle indagini, il fatto ha dato nuovo respiro alla campagna di boicattaggio #DeleteUBER.

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L’iniziativa di cancellare l’app dai cellulari è recentemente tornata alla ribalta anche per un altro fatto. A fine gennaio, in risposta all’iniziativa del presidente Trump contro l’ingresso di mussulmani negli USA, i tassisti di New York hanno scioperato, manifestando all’areoporto JFK. L’iniziativa non è stata condivisa da UBER, e le ragioni vengono ricondotte ai legami di Kalanick con Trump, che lo ha nominato suo consulente, insieme ad altri nomi noti delle industrie Tech del Paese.

L’ultimo evento a discapito dell’immagine dell’azienda vede nuovamente protagonista il CEO: Kalanick risponde in malo modo ad un guidatore della sua stessa compagnia durante una discussone a fine corsa sul calo delle tariffe del servizio.

Anche stavolta profonde scuse per Kalanick e nuovi titoli su tutti i giornali.

Quanto vale veramente un “like”?

Alla luce delle sue potenzialità, la crescita del social media marketing entusiasma ogni giorno di più tutti gli operatori del settore. Secondo alcuni studi statunitensi rivolto a 427 marketer, però, l’80% di essi non riesce a quantificare il valore dei propri sforzi sui social media e l’87% dei CMO (Chief Marketing Officer) non può affermare con certezza che i social media generino nuovi consumatori.

Eppure, Facebook ad esempio continua a farla da padrone: l’80% delle compagnie parte della classifica di Fortune 500 ha una presenza Facebook attiva. Nonostante le preoccupazioni dovute all’ad-blocking o il dubbio riguardo la sua efficacia, la spesa dedicata all’advertising digitale è sempre più in crescita, superando addirittura per la prima volta negli Stati Uniti la spesa dedicata all’advertising in TV.

Secondo un’interessante ricerca eseguita dall’Harvard Business Review, molti marketer giustificherebbero la spesa social come un investimento per attrarre un pubblico nuovo, che non sarebbe altrimenti esposto al brand in nessun altro modo, al fine ultimo di aumentare le vendite. Secondo questa logica quindi, investire significanti somme di denaro su Facebook significa esporre il brand a specifici utenti, per ricevere un like che potrà innescare meccaniche di brand advocacy.

il valore di un like

Comscore e Facebook, qualche anno fa, hanno mostrato che effettivamente gli utenti che seguivano la pagina Facebook di Starbucks o con un amico legato ad essa, spendevano l’8% in più ed effettuavano transazioni più frequentemente rispetto agli altri.

Attenzione però  non confondere causa ed effetto.

In quanti casi acquistiamo un prodotto perché siamo stati esposti alla sua esistenza su Facebook? Non molti. Nella maggior parte dei casi, al contrario, mettiamo un “mi piace” perché abbiamo acquistato un prodotto, qualcuno ce ne ha parlato o abbiamo avuto un’interazione nella dimensione offline. È possibile che indurre gli utenti a seguire la pagina li porti ad effettuare più acquisti, ma è forse più probabile che a seguire la pagina Facebook sia chi acquista un prodotto, o già conosce il brand. Per tornare all’esempio di Starbucks, è questa la ragione per la quale i followers spendono più dei non followers.

L’Harvard Business Review ha condotto vari esperimenti per valutare i “like” e testare se e come Facebook avesse un effetto sulle azioni dei consumatori. Vediamo cosa ne emerso.

Testare l’effetto di un “like”

il valore di un like

Nel primo esperimento condotto su diversi gruppi non è risultata nessuna evidenza che seguire un brand sui canali social porti un soggetto ad effettuare un acquisto più di un altro. Semplicemente, indurre un gruppo di utenti a mettere un “mi piace” ad una pagina non porta a nessun conseguente acquisto.

Può un “mi piace” avere come conseguenza l’acquisto da parte di un amico?

Qui ci troviamo in ambito WOM (word of mouth) che come sappiamo è lo strumento marketing più efficace mai esistito. La fidata raccomandazione da parte di un amico o parente sarà sempre la più preziosa forma di marketing. Questo approccio del mondo digitale non è che manchi, ma è meno efficace. Perché?

Una delle ragioni sta nel fatto che seguire un brand, non necessariamente garantisce l’esposizione ad esso. Su Facebook come ben sappiamo, algoritmo docet; inoltre seguire un brand non significa effettivamente essere interessato ad esso ma in alcuni casi mettiamo il “mi piace” solo per partecipare ad un contest, ricevere uno sconto, per monitorare un competitor, o in generale per ricevere un rewarding. Anche in questo studio effettuato su tre gruppi diversi, è emerso che seguire un brand sui social media non ha generalmente nessun impatto sulle abitudini di acquisto di un amico o conoscente su Facebook.

Può un “like” avere effetti sulle abitudini di un utente oltre che portare ad un acquisto?

Per esempio, è possibile indurre un consumatore o un utente ad abbracciare un comportamento salutare suggerito da un brand? Uno studio che ha monitorato due gruppi di persone, seguaci su Facebook di un brand e non, ha analizzato se gli sforzi da parte di una compagnia nel creare contenuti interattivi o campagne che necessitavano di un’azione da parte degli utenti su Facebook, avesse realmente degli effetti, o modificasse abitudini e comportamenti da parte degli utenti. È emerso che l’investimento nella creazione di contenuti originali e innovativi da parte di un brand su Facebook, non è abbastanza per ricevere l’attenzione degli utenti, in quanto è abbastanza improbabile che i contenuti appaiano nel newsfeed degli utenti (poiché non ritenuti rilevanti dall’algoritmo di Facebook), a meno che questi ultimi non visitino la pagina del brand.

Ma c’è una soluzione a tutto ciò.

Come sbloccare il potere di un “like”?

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C’è un modo per convertire i “mi piace” che appartiene al caro vecchio manuale di marketing tradizionale: l’advertising.

Con l’avvento dei social media si è diffusa la leggenda che il “push marketing”, di cui fa parte soprattutto l’advertising, fosse ormai passato in secondo piano e che il focus principale dovessero essere azioni di “pull marketing”, per attrarre i consumatori attraverso i canali social. Ma, il segreto del successo del marketing della nuova era, è fondere la tradizione con la novità. Pensate che ogni anno Facebook fattura 22 miliardi di dollari in advertising, tutto fatturato che proviene da brand che investono per garantire l’esposizione all’originalità dei propri contenuti. Ed in effetti, ciò che è emerso dalla ricerca sopra è che sì, la creazione di contenuti innovativi  ed interattivi possono provocare azioni desiderate da parte degli utenti, ma non senza il potere dell’advertising. Quindi il motto “dare e avere” ha la sua efficacia anche nel mondo social.

In generale, tutte le tattiche social non potranno mai effettivamente sostituire il potere del WOM del mondo reale, ma vi si può avvicinare il più possibile attraverso soprattuto programmi di endorsement (adottando testimonial) che potrebbero chiudere quello spazio vuoto tra mondo reale e digitale. È importante utilizzare gli UGC (user generated content) nel modo più creativo possibile.

Un buon esempio è Trip Advisor, che informa gli utenti che stanno cercando un hotel o un ristorante in un’area specifica, quale dei propri amici su Facebook è stato in quel posto e come lo hanno recensito. Anche in una campagna politica per aumentare il numero dei votanti, è stato provato che far sapere cosa un amico ha votato, aumenta le possibilità che un altro utente faccia lo stesso.

Un dato di fatto è comunque che i consumatori più leali sono quelli che si preoccupano di cercare un brand autonomamente su Facebook senza essere esposti ad esso su social. Quelli sono i consumatori che dobbiamo ascoltare e di cui ci dobbiamo fidare per apportare modifiche o miglioramenti ad un nostro prodotto o servizio. Il consumatore fidato è quello che difende il brand da accuse ingiustificate ed è il primo ad adottare una nuova offerta.

Un brand che fa questo molto bene è per esempio Lego, che utilizza i social media per studiare nuove idee e come gli utenti utilizzato il loro marchio on line. O anche MyMuesli, una marca di cereali tedesca, che ha chiesto ai propri consumatori di condividere sui Instagram il propri mix e successivamente ha selezionato alcuni mix creati e per venderli sulla propria pagina web.

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Quindi, unire gli sforzi dedicati ai nostri contenuti originali ad un tocco di advertising budget, può convertire quei “mi piace” nei nostri più fidati e preziosi consumatori, con l’opportunità di aumentare le ROI dei propri investimenti social.

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Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

Cassie de Pecol, 27 anni, 196 nazioni, 18 mesi, 198 mila dollari, questi sono gli incredibili numeri che raccontano Expedition 196, la sfida alla quale la giovane esploratrice americana ha dato il via a luglio 2015 partendo dal Connecticut, suo paese d’origine, e che l’ha portata in tutti i paesi del mondo in poco più di un anno.

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Lei è Cassie De Pecol, una ragazza di 27 anni stanca della solita routine che è riuscita a realizzare il suo sogno grazie agli sponsor che l’hanno sostenuta economicamente permettendole di riuscire nell’impresa, è diventata infatti ambasciatrice dell’International Institute for Peace Through Tourism.

 

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Come donna ha affrontato dure prove, ma sicuramente è riuscita a battere il record di un ragazzo norvegese di 29 anni, Henrik Jeppesen che aveva compiuto quest0 progetto prima di lei.

Il messaggio che vuole diffondere è quello di ispirare le persone a viaggiare il più possibile e vivere esperienze nel rispetto dell’ambiente.

cassie

A giugno 2017 comincerà un corso, tenuto da lei, per insegnare alle persone a trovare il coraggio di inseguire i propri sogni, soprattutto quando questi sogni comportino mettersi sulla strada e scoprire nuovi orizzonti.

Nel frattempo, ecco una rassegna dei 10 posti che Cassie consiglia di vedere stilata per Telegraph Travel

1. Mongolia

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

2. Buthan

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

3. Maldive

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

4. Vanuatu

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

5. Pakistan

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

6. Oman

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

7. Tunisia

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

8. Peru

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9. Costa Rica

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

10. USA

Cassie, una donna da record, racconta il suo giro del mondo sui social

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