Campagna Ford con 5 coppie di Tinder

La “Tinderata” che non ti aspetti? Quella a bordo di una Ford Mustang

Tutto ebbe inizio con uno swipe a destra, perlomeno nel mondo degli incontri al buio su Tinder.

Così inizia anche la campagna pubblicitaria di Ford, che ha creato appositamente un profilo per l’iconica Ford Mustang.
Oltre 1,5 milioni di utenti Tinder hanno interagito con questo profilo per aggiudicarsi un curioso primo appuntamento, rigorosamente al buio.

5 coppie sono state selezionate per trascorrerlo a bordo della muscle car dell’Ovale Blu.

I Tinderers ritornano al passato a bordo di una Ford Mustang

Le coppie selezionate hanno viaggiato sulle strade di Londra, concludendo il viaggio in un cinema drive-in dal sapore vintage.

A rompere il ghiaccio ci ha pensato la voce di Jarred Christmas, comico e personaggio conosciuto di diverse serie tv, che tramite l’autoradio di serie ha accompagnato le coppie durante il loro percorso, sottoponendole alle domande più bizzarre, come quella sui “belfies”.

Seppur le ore passate alla guida hanno offerto un’ atmosfera fuori dall’ordinario, delle 5 coppie solo una ha deciso di fissare un secondo appuntamento.

Ford Mustang, drive-in, coppia, campagna pubblicitaria

Perché Ford ha scelto Tinder?

Derek Callow, Vice President International di Tinder spiega come è nata la cooperazione tra Ford e la rinomata Dating-App:

“La Mustang ha cambiato per sempre, rivoluzionandolo, il concetto di auto sportiva americana nel cuore degli appassionati, e non solo. Tinder, ha cambiato completamente, rivoluzionandolo, il modo di incontrarsi per le persone di tutto il mondo. Per questo l’idea di collaborare insieme per sviluppare nuove modalità di relazione ci è sembrato interessante”.

Oltre a ciò intravediamo il tentativo da parte della casa automobilistica di comunicare con i giovani, cercando di farsi strada nella loro realtà, per stare, come si suole dire, al passo con i tempi.

Perché la pubblicità in fondo, come scrive Annamaria Testa:trasmette un immaginario fatto di modelli, ruoli e stereotipi della cultura a cui è diretta. Le campagne di comunicazione non precorrono i tempi, ma seguono i cambiamenti della società, dei ruoli e dei modelli sociali.”

Fotoshooting per la campagna di Ford

Tinder Marketing: anche Ford “tindera” nella sua nuova campagna pubblicitaria

Ford ha lanciato il video su diversi canali social tra i quali Facebook, Twitter e YouTube. Da lì il passo verso la stampa internazionale è stato breve, molte testate hanno parlato della campagna.

Jim Farley non si mostra sorpreso dal riscontro avuto: “Un inizio decisamente niente male, quello di presentarsi al primo appuntamento in Mustang. È un’auto iconica, che da sempre fa girare la testa” ha commentato l’Executive Vice President e President, Europe Middle East e Africa di Ford Motor Company.

Tinder Marketing: dalle macchine ad una buona causa

A livello internazionale ci sono vari esempi di Marketer che, prima di Ford, hanno sperimentato la pubblicità nella App di dating per eccellenza.

La collaborazione con Tinder, pur risultando senza alcun dubbio efficace, risulta essere in effetti abbastanza semplice e consiste nella creazione di un profilo, la personalizzazione del testo della bio e di una singola immagine. Stop. Ne più funzioni, ne meno.

Sarà il target o il fine stesso della App di incontri, ma ad un primo impatto non si penserebbe subito a Tinder come uno strumento adatto alle organizzazioni Non-Profit che trattano tematiche sensibili.

Ed invece a sfatare questo mito ci ha pensato nientemeno che Amnesty International Australia, che nel 2014 ha lanciato proprio su Tinder la campagna contro i matrimoni forzati.

È stato creato un profilo raffigurante un uomo con occhiali da sole, duckface e posa da “macho”. Le donne che su Tinder hanno swipato a sinistra, ovvero rifiutando un primo contatto, hanno ricevuto il seguente messaggio: “Not all women have the choices you do.“

L’implementazione della campagna e l’incredibile risultato ottenuto attraverso questa “tinderata”, lo potrete scoprire in questo video di Amnesty International Australia.

Snapdragon 835, il chip che rivoluzionerà gli smartphone nel 2017

Nuova vita per gli smartphone. Nel 2016 abbiamo assistito ad un’esponenziale crescita dell’utilizzo dei dispositivi mobile, in particolare dei telefoni Android, che sono riusciti finalmente a competere con i melafonini targati Apple. In occasione del CES 2017 sono state presentate diverse innovazioni tecnologiche legate al mondo dei dispositivi elettronici, novità che garantiranno un futuro più che roseo al mondo mobile.

In particolare, Qualcomm, azienda leader mondiale nella produzione di processori, ha sfruttato il grande appuntamento di Las Vegas per svelare tutte le caratteristiche del suo ultimo gioiellino: Snapdragon 835, il nuovo chip sviluppato per il mobile, destinato a migliorare le prestazioni dei dispositivi di fascia alta in arrivo nel 2017.

Il nuovo SoC, realizzato in collaborazione con Samsung, promette di essere un chip di ultima generazione, dalle dimensioni decisamente più piccole rispetto ai precedenti modelli, garantendo così maggiore leggerezza ai nuovi smartphone e più spazio all’interno della scocca per inserire componenti aggiuntivi.

Grazie a Snapdragon 835 i nuovi smartphone e tablet  presenteranno delle funzionalità fino ad ora impensabili, insieme ad un aumento delle prestazioni. Vediamo quali saranno le innovazioni tecnologiche legate all’utilizzo della nuova punta di diamante di Qualcomm, che renderanno unici i futuri dispositivi mobile.

Realtà Virtuale

asus-zenfone-ar

Asus ZenFone AR

Lo smartphone continua ad essere la porta d’ingresso che consente agli utenti di entrare nel mondo della realtà virtuale. Da qui nasce l’esigenza di rendere i dispositivi mobile sempre più friendly nei confronti di questo trend in forte crescita.

Grosse novità in arrivo, con il nuovo chip Qualcomm le esperienze virtuali saranno di gran lunga superiori rispetto al passato, il neonato processore sarà in grado di gestire più velocemente del 25% i processi di rendering, riducendo del 20 per cento la latenza video, migliorando così l’esperienza immersiva degli utenti.

Foto e video

Sensore Samsung con Dual Pixel technology

Sensore Samsung con Dual Pixel technology

Gli smartphone di ultima generazione, in particolare quelli Android, saranno in grado di produrre foto eccellenti in qualsiasi condizione di luminosità. Lo Snapdragon 835 farà spazio a lenti fotografiche più potenti con una messa a fuoco automatica più veloce.

Foto e video tremolanti saranno solo un vecchio ricordo del passato: i nuovi dispositivi offriranno prestazioni migliori in termini di zoom e stabilizzazione grazie all’integrazione di uno stabilizzatore elettronico EIS 3.0 e un Dual Photodiode Auto-Focus 2PD che migliorerà il processo di auto focus.

Lo smartphone si ricarica in 5 minuti

Chi di noi non sogna una batteria più duratura, capace di offrirci un autonomia più che soddisfacente? Con lo Snapdragon 835, ciò sarà possibile, il nuovo chip consentirà di consumare fino al  25% in meno  rispetto a quello della generazione precedente.

Travis Lenior, senior director di Qualcomm, sostiene:

Lo Snapdragon 835 è capace di supportare fino a 11 ore di utilizzo di uno smartphone o 7 ore di streaming di contenuti, considerando anche la riproduzione di video 4K. Ma è possibile anche gestire una media di 3 ore di riprese continue di video in 4K e circa 2 ore di esplorazione della realtà virtuale.

Inoltre i nuovi telefoni dotati del chip 835 supporteranno Quick Charge 4, la più recente tecnologia, lanciata sempre da Qualcomm, che consentirà un’autonomia di cinque ore con soli cinque minuti di ricarica.

Doppia fotocamera su ogni telefono

Huawei p9

Huawei p9

Già il 2016 ci ha regalato un assaggio della presenza della doppia fotocamera su numerosi smartphone, con il nuovo cip 835, non sarà più una peculiarità esclusiva dei prodotti top, ma diventerà una caratteristica standard di tutti i dispositivi.

Le aziende potranno decidere autonomamente come configurare la doppia fotocamera, come ad esempio avviene con l’ Huawei P9 in cui una fotocamera scatta immagini a colori e l’altra in bianco e nero, ed è compito del processore di fonderle regalando uno scatto unico ad alta risoluzione.

Maggiore sicurezza

snapdragon-sicurezza

Il riconoscimento delle impronte digitali, si è dimostrato un ottimo sistema per proteggere i nostri dispositivi, ma siamo certi che la sicurezza sia garantita al cento per cento?

Alla luce di un recente caso in cui un bambino approfittando del sonno della madre, ha acquistato dal suo telefono 250 $ di giocattoli su Amazon, dei miglioramenti in termini di sicurezza sarebbero ben accetti.

Qualcomm ha pensato anche a questo, il suo obiettivo è quello di portare la sicurezza ad un livello successivo, inserendo vari sensori capaci di rilevare i dati biometrici, che diventerebbero il sistema di autenticazione per accedere ai vari dispositivi.

Connessione più veloce

Un giorno guardandoci indietro rideremo sentendo il termine “buffering” che sarà solo un vecchio ricordo. Con Qualcomm la velocità di connessione diventa super rapida, il chip 835 è dotato di un modem X16 LTE che potenzierà nettamente le prestazioni di navigazione, e aprirà la strada al 5G.

Non vedete l’ora di acquistare il vostro nuovo dispositivo con lo Snapdragon 835 integrato?

Dovrete aspettare ancora un’po’, quasi certamente il nuovo chip sarà presente sui nuovi smartphone verso la metà del 2017.

ninja

Tech job market: i trend 2017 e le opportunità professionali del Digital

Il paradigma digitale sta aprendo interessanti prospettive non solo per i consumatori e gli utenti in quanto persone, ma anche per chi cerca lavoro o perché neo-laureato, o con la prospettiva di ri-posizionarsi. In effetti, a discapito di altri settori in crisi, le professioni digitali sono sempre più ricercate da aziende, marche e organizzazioni.

Ma di quali profili stiamo parlando? Con quali competenze, skill, abilità? Quali sono stati i dati del 2016, quali invece i trend del 2017?

Per rispondere a queste e ad altre domande, ho chiesto il parere di Aldo RazzinoManaging Director di Open Search Network Ltd. Chi meglio del fondatore di una startup innovativa e internazionale, pioniere nelle attività di recruiting di profili legati a data science, data engineering, data strategy, può spiegare le nuove dinamiche lavorative?

Aldo Razzino di OSN.

Non mi resta che augurarti buona lettura!

Buongiorno Aldo, benvenuto su Ninja Marketing. Dalla vostra prospettiva, come valuti e valutate lo scenario – sia attuale che in termini evolutivi – delle job opportunities e dei profili legati al data management, alla data analysis e al paradigma digitale?

Buongiorno a te e a tutti i lettori!

Il mercato Dati in Italia sarà sicuramente in crescita durante tutto il 2017.

In Open Search Network ci siamo focalizzati sul mercato Digital & Dati italiano dal 2013. Lo stadio di evoluzione del mercato, rispetto ad altre country, è ancora agli stadi iniziali. In Italia, parlando di Big Data, siamo agli inizi. Si è fatto poco Big Data e tanto Data Cleaning. Di base, non sappiamo che dati abbiamo in house e se dobbiamo cercarne altri dall’esterno.

Ci si focalizzerà maggiormente sulla parte di interfaccia utente e comprensione delle dinamiche di scelta (predictive analytics) del consumatore/dipendente/collega.

Con l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale, sarà sempre più importante puntare su rapporti di partnership piuttosto che di semplice “fornitura di servizi”. L’employer branding e la condivisione dello storytelling di esperienze di successo sarà fondamentale per attrarre nuovi talenti.

Da sinistra: Aldo Razzino, Salvatore Palange e Michela Pollazzon (© Fuel).

Da sinistra: Aldo Razzino di OSN, Salvatore Palange di Fluel e Michela Pollazzon di OSN (© Fluel).

L’aspetto economico delle offerte, soprattutto in un mercato in forte crescita e candidate-driven, sarà sempre più difficile da gestire (ovvero, ci saranno più contro-offerte e più “cambi di idea”), ma la cosa più importante sarà riuscire a descrivere il progresso formativo e professionale che si può avere in un nuovo, determinato lavoro.

Quale è stata la professione digitale del 2016?

Tra i profili maggiormente ricercati ci sono sicuramente quelli dei Data Engineer. Molte ricerche per Data Scientist non sono veritiere: si cerca un Data Scientist, ma si vuole Data / Software Engineer.

Abbiamo lavorato tanto anche lato Customer Experience (CX, profili con esperienza su soluzioni di CRM/eCommerce) e lato Governance e Audit (data / IT). Prima di fare analisi è necessario mettere a posto quello che c’è già, definire le regole e la struttura dei dati e delle informazioni gestite internamente ed esternamente all’azienda.

Per quanto riguarda il livello ricercato, abbiamo visto crescere l’esperienza richiesta e anche la disponibilità nel valutare profili internazionali.

Mentre la professione digitale del 2017 sarà..?

Il 2017 sarà l’anno dell’Intelligenza Artificiale e dell’analisi dati. Stiamo già lavorando su progetti di creazione team di Machine Learning e profili commerciali per società innovative in ambito Advanced Analytics.

Dovremo focalizzarci tanto su aspetti di UX/UI, sia per soluzioni interne (dashboard per c-levels, report interattivi interni) che per soluzioni esterne (eCommerce website, mobile apps,…) e di integrazione tra cloud e on premise solutions.

Il volume di dati che si andrà a gestire è destinato ad aumentare in modo esponenziale. Sara’ sempre più importante lavorare in maniera integrata.

Nel 2017, quali saranno a tuo/vostro avviso i 3 principali trend lavorativi a livello internazionale?

Vediamo cosa succederà da un punto di vista mobilità europea legata a Brexit. Abbiamo già iniziato a vedere un trend costante di “interesse” da parte di profili italiani all’estero in opportunità in Italia. La caduta della sterlina e l’aumento dell’inflazione influenzeranno sicuramente scelte di trasferimento verso / da Londra. Altre country europee si svilupperanno di conseguenza, speriamo che anche in Italia ci siano le prospettive per accogliere profili internazionali (italiani e non).

Personalmente sto spingendo per avere un ufficio completamente virtualeSmartworking e approccio Platfirm (ovvero, le aziende come piattaforme capaci di connettere tra loro utenti) sono due progetti interni che intendo applicare al nostro modello di business nel breve periodo.

LEGGI ANCHE: La Digital Disruption che non ti aspetti è una disruption tecnontologica

Grazie Aldo, e buona fortuna! Se vuoi conoscerlo, lo trovi a due eventi interessanti organizzati insieme a Fluel – Innovation for Business dedicati alla Cybersecurity (16 Febbraio 2017) e all’Intelligenza Artificiale (23 Febbraio 2017).

Ninja, come sono posizionate le tue competenze sul mercato del lavoro digitale?

Amazon cambia nome alla stazione della metropolitana di Westminster Webminster

Amazon confonde i londinesi con un’operazione di ambient marketing nella stazione di Westminster

Lo scorso dicembre, Amazon ha aperto un nuovo data center a Londra, per poter ampliare e sostenere uno dei suoi business più redditizi, quello del servizio di cloud. Probabilmente per molti londinesi e per molti di noi la notizia è passata inosservata, come se fosse la solita news dal mondo del business.

Per porre rimedio a questa situazione e rendere tutti consapevoli dell’importanza di questa novità e della potenza dei suoi servizi web, Amazon ha quindi deciso di mettere in atto un’azione che non poteva davvero passare inosservata.

webminster amazon

Cos’è successo nella metro di Londra e cosa c’entra Amazon?

Amazon ha infatti deciso di confondere le idee alle migliaia di pendolari che ogni giorno affollano le stazioni della metropolitana di Londra, giocando con la segnaletica della fermata di Westminster.

Questa stazione è una delle più frequentate anche dai turisti, perché permette di raggiungere importanti luoghi di interesse come il Big Ben e il Parlamento.

Da oggi, però, gli ignari passeggeri della London Tube si sono trovati catapultati nella stazione di Webminster.

Tutto, dai classici segnali affissi nella stazione, alle mappe con i percorsi della metro, indicavano la fermata come Webminster.

Le reazioni di pendolari e turisti sono state le più disparate: dall’incredulità, a chi si è chiesto da quando fosse avvenuto il cambiamento, dando per scontato che potesse trattarsi di una vera novità toponomastica.

Qualcuno ha invece individuato l’autore dell’imprevisto cambio di nome, anche grazie ad alcuni annunci di Amazon in altre zone della stazione.

Da Westminster a Webminster, non è la prima volta che una stazione della metro di Londra cambia nome

In realtà, non è la prima volta che una società acquista, almeno temporaneamente, una porzione della metropolitana di Londra.

Durante la maratona di Londra nel 2015, la stazione di Canada Water era stata rinominata per qualche tempo Buxton Water.

Secondo qualcuno quella di Amazon non è una trovata geniale e neanche il nuovo nome scelto per la metro ha suscitato particolare entusiasmo per originalità. Una campagna di Ambient Marketing un po’ confusa o un’azione mirata a far parlare (e a lungo) dei suoi servizi web cloud anche fuori dai confini inglesi, dando vita anche ad un effetto virale sui social?

Tu cosa ne pensi dell’ultima trovata di Amazon?

Facebook aggiorna le funzionalità dei live video

Dopo l’adozione massiccia delle dirette in streaming e prendendo in considerazione il feedback degli utenti, Facebook ha annunciato ieri il rilascio di nuove funzionalità e strumenti per chi fa dei live video un uso professionale.

Con le nuove feature sarà possibile lanciare dirette video anche tramite un browser web direttamente sulla pagina, così da permettere a chi già pubblicava live video in streaming su altre piattaforme di usare gli stessi strumenti di prima (gli investimenti in laptop e videocamere stabili sono così salvi!).

Nuovo ruolo per le pagine

Per fare una diretta video da una pagina era prima necessario esserne anche l’amministratore, con tutti i rischi che ciò potrebbe comportare (come la perdita di possesso della pagina).

Con questi nuovi aggiornamenti arriverà anche un nuovo tipo di ruolo che sarà possibile assegnare a chi debba cooperare nella gestione di una pagina: il Live Contributor.

Chi avrà questo ruolo, assegnato dall’amministratore della pagina, potrà trasmettere in diretta streaming, da mobile, nella pagina.

Un grande vantaggio per le pagine che trasmettono notizie in diretta da luoghi diversi: basterà che i reporter abbiano una buona connessione internet, un dispositivo mobile adatto e il ruolo di live contributor assegnato.
Se una persona a cui era stato assegnato questo ruolo venisse rimossa da questo incarico, niente paura: il contenuto trasmesso e pubblicato sulla pagina rimarrà sempre disponibile.

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Gli insight per le dirette video dei profili

Una versione più leggera delle statistiche relative ai live video già disponibile per le pagine sarà messa a disposizione dei profili personali. Non per tutti però: questa possibilità sarà data soltanto ai profili con più di 5.000 follower (ad esempio celebrità, politici, giornalisti e figure pubbliche).

Chi possiede uno di questi profili potrà controllare, per tutti i video trasmessi Live, siano o no pubblici, il numero totale di visualizzazioni, i minuti cumulativi visionati, e il coinvolgimento (reactions, commenti, condivisioni).

Oltre ai dati relativi ai singoli video, sarà possibile avere i dati aggregati per periodi di 7, 30 e 60 giorni. Visionando i dati aggregati sarà possibile conoscere anche i dati cumulativi di visualizzazioni, minuti visionati e coinvolgimento di tutti i video pubblicati.

La possibilità di controllare questi dati sarà integrata anche all’interno dell’app Mentions nel giro di poche settimane.

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Immagine tratta dal comunicato Facebook

Commenti in evidenza e permalink ai video della pagina

I live video hanno avuto un grande successo e raccolgono dieci volte più commenti di un post con un video normale, secondo i dati dichiarati da Facebook. Sarà dunque possibile per chi trasmetterà video in diretta, mettere in evidenza i commenti ricevuti più interessanti. Sarà inoltre possibile indirizzare i lettori della pagina alla sezione video direttamente, con un permalink nel formato “facebook.com/nomepagina/videos”.

Crossposting facilitato

Pochi mesi fa Facebook aveva introdotto la possibilità di pubblicare uno stesso video su più pagine, a patto che si usasse il Business Manager. Questa possibilità sarà ora estesa anche ai video che siano stati trasmessi dal vivo in una pagina e  rimasti registrati. Finita la trasmissione in diretta, insomma, sempre da Business Manager sarà possibile fare il crossposting su altre pagine simultaneamente.

Vi piacciono queste novità? Fateci sapere cosa ne pensate nella nostra pagina Facebook e nel gruppo LinkedIn!

retail e digital marketing

Retail e Digital Marketing, la coppia vincente nel mondo dello shopping

Contro ogni aspettativa l’eCommerce non è diventata l’unica via per lo shopping: più del 50% dei consumatori preferisce ancora il retail, il vecchio negozio fisico, un luogo dove potersi recare personalmente e toccare con mano ciò che acquisterà.

Dall’altro lato, però, la bottega di paese non è più sufficiente, il negozio deve trasformarsi in un moderno retail nel quale il cliente possa, oltre che comprare il suo prodotto preferito, vivere un’esperienza d’acquisto indimenticabile, che valga di più del prodotto in sé.

Ecco quindi che entrano in gioco le nuove tecnologie in-store ed online come app e social network utili a creare e mantenere la relazione con il cliente, anche fuori dalle porte del negozio, oltre che a mettere a disposizione un vero e proprio assistente virtuale che possa dare informazioni e consigli durante il percorso di acquisto.

Insomma, nel futuro, fare shopping offline sarà ancora possibile, basterà solo avere con sé il proprio smartphone per riuscire a trovare tutte le informazioni utili e vivere un’esperienza unica acquistando il prodotto perfetto.

Big data, la strada verso un’esperienza d’acquisto personalizzata

reatil e digital marketing

Se da una parte le app e i social sono utili al consumatore per individuare disponibilità di prodotti in-store e ottenere tutte le informazioni ricercate, dall’altra rappresentano, per il retail, la vera miniera d’oro di Big Data, dati cioè riguardanti i loro clienti che gli permetteranno di creare offerte e esperienze di acquisto totalmente customizzate sul target di riferimento.

Iniziamo mettendoci nei panni del cliente, interpretando come per lui il digitale possa rappresentare una svolta nella sua customer-journey, con particolare riferimento alla possibilità che le nuove tecnologie possano guidarlo verso un negozio a colpo sicuro: cerco su internet, sull’app, sui social il punto vendita più vicino a me, che abbia tra le disponibilità a scaffale il prodotto che più desidero.

Così facendo il consumatore capiterà nel negozio giusto e comprerà ciò che gli serve senza perdite di tempo ulteriori, trasformando nella sua mente il negozio in un punto di riferimento non solo per il prodotto venduto, ma anche per l’affidabilità dimostrata.

Un consumatore contento non si tirerà indietro al momento di dover lasciare i suoi dati personali per ricevere sconti, promozioni o ottenere una carta fedeltà, perché avrà capito che essere registrati gli porterà vantaggi, anche economici.

Il negozio, così, potrà creare la sua prima raccolta di Big Data, un database in grado di tracciare tutti i clienti e comporre, per ognuno di loro, offerte customizzate e super personalizzate: intercettare il target giusto, al momento giusto e con la giusta offerta.

Ovviamente la tecnologia è alla base del processo corretto di raccolta ed elaborazione dei dati (vedi programmi di targettizzazione degli utenti), creazione della comunicazione efficace e mappatura dei comportamenti di acquisto dei clienti.

Insomma, per il futuro del retail le previsioni mostrano offerte dedicate in grado di soddisfare l’esperienza d’acquisto del cliente rendendolo fidelizzato al brand.

LEGGI ANCHE: I Big Data rappresentano il futuro prossimo del Content Marketing e della Customer Experience?

Le quattro verità sul Social Media Marketing per il retail

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Essere un negozio 2.0 significa non lasciare nulla al caso, né il punto vendita fisico, né la presenza online, soprattutto se i social media e internet vengono in aiuto per incrementare le vendite e far vivere al cliente l’esperienza unica d’acquisto che sta cercando.

Ma iniziamo a presentare le quattro verità che fanno del digitale la vera interconnessione tra negozi digitali e shop online.

  1. Trovare le informazioni online spinge il consumatore al negozio fisico, se un cliente trova ciò che cerca online soprattutto in riferimento a: informazioni di prodotto, disponibilità e contatti del negozio, allora andrà fisicamente a fare shopping nel punto vendita.
  2. Spazio ai Local Inventory ads, annunci geolocalizzati per mostrare la disponibilità di prodotto nello store più vicino spingono i clienti ad uscire di casa e andare a colpo sicuro nel negozio di interesse.
  3. Le ricerche in-store si fanno con l’online, il 42% degli acquirenti cerca sul web le informazioni di prodotto mentre si trova nel negozio. Ecco che nascono le app di brand come quella di Sephora per un assistente virtuale onniscente.
  4. Un’esperienza personalizzata prima di tutto, un cliente vorrebbe che il suo brand preferito lo riconosca e pensi per lui offerte personalizzate, dal coupon sconto alla consegna gratuita a domicilio.

Infine, per rendere un negozio tecnologicamente avanzato, esistono degli strumenti come QR code, wi-fi gratuito ed etichette parlanti in grado di permettere al cliente di immergersi, attraverso lo smartphone, tra gli scaffali del punto vendita.

Marketing Esperienziale, da dove siamo partiti

retail

Far vivere un’esperienza d’acquisto unica ed emozionale che trasformi il customer journey nella vera motivazione d’acquisto è diventato così rilevante da farne una nuova forma di marketing: il marketing esperienziale.

Con questa forma di marketing, infatti, il brand punta a coinvolgere il consumatore a tutto tondo facendogli vivere esperienze che permangano all’interno della sua mente, trasformando il brand in un top of mind.

In particolare, quattro sono gli ambiti presi in considerazione quando si vogliono scatenare i sensi del cliente:

  • prima di tutto il sense, ossia prendere il consumatore per i cinque sensi (vista, udito, tatto, olfatto, gusto), come Illy che partendo dall’olfatto ha studiato una miscela di caffè che rimanga nei ricordi del cliente;
  • poi troviamo il feel, le emozioni di un consumatore soddisfatto;
  • l’act per spingere la controparte ad agire ed interagire;
  • infine, il marketing del relate in cui il brand diventa stile di vita, basti pensare ad Harley Davidson.

Per citare alcuni casi di marketing esperienziale di successo possiamo pensare a Sprite, con la sua doccia a forma di erogatore alla spina brandizzato, che è rimasto nella mente del consumatore per moltissimo tempo; oppure Sephora che, se ti registri diventando un cliente tesserato, ti permette di accedere ad un monitor touch screen dove creare il tuo assistente virtuale che ti segua per uno shopping sempre più tuo.

Insomma niente paura per i negozi, il segreto è portare dalla propria le tecnologie digitali!

Il futuro delle PMI passa per le app proprietarie

Una delle maggiori sfide per le piccole e medie imprese del nostro paese è rappresentata dal rapporto Davide-Golia che si perpetua offline così come sui canali digitali.

In molti si chiedono come si possa competere con brand che hanno a disposizione budget spropositati e capacità di diffusione tali da risultare sempre e comunque vincenti nelle dinamiche di comunicazione con i clienti.

In realtà online il discorso è assai diverso: è la capacità di comprendere il proprio target ed ottimizzare al massimo la strategia di fidelizzazione a far sì che una pagina susciti maggior interesse, anche con una disparità di investimento.

Si tratta quindi di trovare i canali giusti e di tarare modelli di business che sfruttino il mobile a costi contenuti per le aziende, il tutto puntando al marketing di prossimità; questi elementi possono concorrere ad un nuovo slancio per le piccole imprese.

Abbiamo incontrato un’azienda che del mobile per PMI ha fatto la propria mission aziendale: Migastone. Attraverso le parole del suo CEO Oscar Dalvit, cercheremo di capire perché i piccoli esercenti possono fare rete e massimizzare i profitti collaborando tra loro e sfruttando l’universo in espansione delle app.

Oscar Dalvit - Migastone - App

Ciao Oscar, quanto sarà importante nei prossimi anni per una PMI avere un’app per imporsi sul mercato locale e su quello globale?

A mio avviso quello delle applicazioni proprietarie è un territorio del tutto inesplorato per le piccole e medie imprese e sarà uno dei maggiori asset di sviluppo per chi vuole imporsi sul mercato.

Ad oggi tutti i paradigmi del vecchio modo di fare marketing (spot tv, volantinaggio ecc) non sono più sufficienti per far conoscere la propria attività. Il digitale si sta facendo strada ma soprattutto è il mobile che sarà predominante nel modo in cui ci rapportiamo ad un brand. Di media una persona utilizza il proprio smartphone almeno 150 volte al giorno, è del tutto evidente che se riesci a farti largo su un device avrai maggiori possibilità di conquistarti e soprattutto fidelizzare un utente.

Con Migastone è da più di un anno che operiamo sul territorio italiano sviluppando app proprietarie per tutte le imprese che vogliono sfruttare l’onda d’urto del mobile. Questo perchè le app presentano una caratteristica unica: ci permettono di entrare in contatto con gli utenti senza alcuna intermediazione.

Una strategia digitale che passa per una pagina Facebook per esempio fa sì che la platea di concorrenti sia più grande, ci obbliga ai vincoli ed ai costi della piattaforma e soprattutto fa sì che noi si debba condividere info essenziali con un’altra azienda (Facebook per l’appunto) che ottiene così un sacco di dati che userà a proprio vantaggio a prescindere se la nostra pagina poi converta oppure no. Invece noi puntiamo a cambiare il suo scopo: dobbiamo usare Facebook (od ogni altro canale gestito da intermediari) per acquisizione clienti, sbagliato usarlo come metodo primario di fidelizzazione…la fidelizzazione si fa strategicamente in modo intimo.

Ed oggi le app rispondono a questo scopo appieno. Ecco quindi che se su Facebook attiro clienti o li tengo aggiornati, ricordo sempre che chi è veramente speciale è chi ha la mia app e quindi rilascio solo lì magari un contenuto, un’iniziativa o un’offerta che non si trova fuori che sulla app, riservata ai miei clienti VIP quindi.

Ecco quindi che il modo di gestire i vari canali vede essi all’apice di un imbuto che vede poi l’app alla sua parte finale e ovvia.

Come azienda puntiamo sulla geolocalizzazione, sulla cooperazione tra imprese e sulla formazione dei nostri clienti sulle strategie di marketing da adottare. La somma di queste attività fa sì che tutti i brand che si siano rivolti a noi possano vedere incrementare il proprio fatturato senza doversi svenare in termini di investimenti.

Una delle grandi sfide per coloro che lanciano un’app è riuscire a mantenere utenti dopo il download: qual è la filosofia di sviluppo che porta le vostre app ad essere utilizzate nel medio/lungo periodo?

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Bisogna essere molto disponibili con i propri clienti e capire che non possiamo chiedere loro di fare qualcosa (registrarsi ad una newsletter, dare i propri dati per la profilazione etc etc) senza offrire loro nulla in cambio.

Ogni volta che sviluppiamo un’app per un esercizio commerciale suggeriamo di partire con una piccola campagna di marketing che invogli i loro clienti abituali a scaricarla e mantenerla sul proprio dispositivo. Una attività di sconti ad esempio, o un invito ad una degustazione o la sottoscrizione di servizi esclusivi.

Bisogna “fare un regalo” all’utente affinché voglia provare ad utilizzare la nostra app, ma soprattutto bisogna invogliarlo costantemente ad usarla a suo vantaggio.

La nostra esperienza è che la strategia più efficace si svolge alla cassa, la forza del negoziante amico o conoscente del cliente in quel momento è massima, ed è in quel fondamentale momento che noi istruiamo al meglio per la sua diffusione. Per essere efficaci le app vanno installate e le notifiche autorizzate, e nel nostro caso è il tuo negoziante di fiducia che te lo chiede: risultato il 90% delle nostre app hanno le notifiche abilitate contro il 40% della media del mercato.

C’è una bella differenza nello scaricare una app di un ristorante che non conosci e scaricare l’app del ristorante che già ami.

La cosa bella è che questo cliente contento del trattamento ricevuto, diventa molto più propenso a scoprire nuove app che fanno parte dello stesso “modo di lavoro” e questo è il segreto del funzionamento della rete di app “AppMetropolis”.

Con i nostri partner sul territorio decidiamo una volta al mese di metter su una campagna di marketing legata all’utilizzo dell’applicazione. Non inviamo contenuti e notifiche con estrema frequenza, altrimenti risulteremmo invadenti. Decidiamo una serie di appuntamenti fissi di modo che chi ha l’app di un determinato brand aspetti di sapere quale regalo lo aspetta e continui ad utilizzarla.

Il Networking è alla base di AppMetropolis: le app dei diversi esercizi commerciali sono infatti  messe in rete affinché condividano coupon, sconti ed altro per i propri utenti. Come si convincono imprese diverse a condividere un piano d’azione comune?

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Uno degli aspetti più critici del sistema Italia è la sostanziale incapacità di fare sistema. L’80% del nostro tessuto produttivo è costituito da PMI ma queste non cooperano tra loro. Migastone ed il circuito di AppMetropolis puntano a sovvertire questo stato di cose, incentivando costantemente le aziende a mettere in pratica strategie di co-marketing facendo in modo che i clienti affezionati di uno diventino anche clienti dell’altro, in uno spirito di reciproco beneficio.

Se sono un piccolo ristorante e con la mia app raggiungo i 300 clienti abituali che sono legati alla mia attività non significa che il mio universo termini lì. Posso trovare un accordo con un pub in zona ad esempio, lui inserirà nella sua app un fantastico coupon regalo per i suoi clienti con uno sconto per una cena vegana presso il mio ristorante, invece io sarò ben lieto di regalare due aperitivi al costo di uno ai miei clienti nella mia app offerti dal pub.

Abbiamo raggiunto entrambi 300 nuovi potenziali clienti, con una comunicazione che proviene da chi già conosci, la tua attività di fiducia, unisci questo alla forza delle notifiche push e abbiamo fatto bingo. Questo vuol dire co-marketing intelligente e a costo 0 per entrambi.

Non si tratta solo di fare business, si tratta di mettere in contatto tutti coloro i quali operano su un territorio e renderli consapevoli del proprio potenziale e di quanto una strategia collettiva possa far fronte a periodi di crisi tramutando quelle crisi in opportunità.

Notifiche push VS SMS. Qual è la vostra posizione su queste due soluzioni di location based marketing?

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Ci sono due aspetti da considerare quando si analizzano i due strumenti: il primo è legato alla privacy.
Un cliente ha molte difficoltà a dare subito il suo numero di telefono perché si tratta di un dato sensibile sul quale non ha più il controllo rispetto alle comunicazioni che gli arrivano. Sospendere un servizio SMS poi a volte è molto complicato. In definitiva queste criticità portano gli utenti a non dare il proprio numero di telefono.

In questo senso per loro una notifica push è più semplice da gestire, possono sempre decidere quando eliminarla, quando disinstallare l’app che gliela invia, personalizzare il modo in cui gli viene somministrata. Il maggiore senso di sicurezza è uno dei fattori decisivi affinchè si propenda per questa soluzione.

Lato business con una notifica posso misurare il suo tasso di conversione, posso profilare tutti i miei utenti e creare database in relazione ad interessi, geolocalizzarle. Posso sapere attraverso le metriche di una piattaforma tutto quello che succede attorno ad un contenuto inviato e questo è importantissimo per tarare le strategie di marketing.

I benefici delle notifiche quindi sono molteplici, mi consentono con un effort minore di maturare conoscenza del mio mercato ed aumentare il fatturato senza mai intaccare il rapporto fiduciario coi clienti.

Quale modello utilizzate per estendere il network di AppMetropolis e come si può partecipare attivamente all’espansione della community?

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In questo momento stiamo puntando ad estenderci quanto più possibile sul territorio italiano con i nostri agenti. Come ti ho raccontato prima Migastone non si limita a creare app per PMI ma punta alla formazione sulle strategie di marketing online. Seguiamo i clienti giorno dopo giorno per renderli sempre più consapevoli ed indipendenti.

Cerchiamo di far capire loro che non sono i grandi numeri a far la differenza ma numeri di qualità. Se riescono a far scaricare la loro applicazione a pochi clienti ma molto affezionati, questi invoglieranno i propri conoscenti a fare altrettanto. Vogliamo che creino reti anche piccole ma ben radicate sul territorio affinché le attività di marketing somministrate convertano il più possibile.

Il passo successivo sarà sviluppare una serie di tool sulla piattaforma per fare in modo che sia sempre più semplice mettere in contatto le PMI tra loro per varare iniziative di co-marketing. Il nostro obiettivo è fare in modo che su AppMetropolis si possano trovare tutte le aziende nella propria zona ad esempio, o nel medesimo settore e favorire quindi il networking.

Una volta raggiunti questi traguardi lo step successivo è quello di esportare questo modello di franchsing anche fuori dal territorio italiano. Il nostro business model è scalabile e mutuabile praticamente ovunque, con i giusti investitori contiamo di aprire quanto prima una nostra sede a Londra o Los Angeles e portare quindi Migastone su scala globale.

Tra verità e post-verità: l’attendibilità di internet e dei social è a rischio?

Le fake news (e il modo di combatterle, o quantomeno contenerle) hanno dato il via a un acceso dibattito che si è intensificato nelle ultime settimane.

Notizie false, bufale, opinioni superficiali o distorte, si diffondono velocemente e a macchia d’olio. La verità oggettiva sembra non contare più, o ha comunque un peso minore rispetto a notizie che sollecitano reazioni emotive o sono affini a opinioni personali già radicate. È l’era della post-verità.

Secondo gli esperti tra il 2015 e il 2016 l’aumento dell’uso di questa parola (post truth, in inglese) è stato di ben il 2000% e non a caso è stata scelta come parola dell’anno 2016 dall’Oxford Dictionary.

Non analizzeremo qui la genesi e le ragioni di questo fenomeno. Le bufale, le fake news o, (come si chiamavano una volta) le leggende urbane, le dicerie e i pettegolezzi sono sempre esistiti e probabilmente sopravviveranno alla guerra che è stata loro dichiarata, tra i tanti, anche da Facebook.

LEGGI ANCHE:  Facebook e la guerra alle fake news: facciamo il punto della situazione

Sono le armi che si propone di usare in questa guerra, quelle che preoccupano. Armi che rischiano di annientare non solo le post verità, ma anche la struttura (Internet e i social) che supporta la loro diffusione e con essa anche la verità intesa come fatto o conoscenza verificabile e dimostrata.

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La situazione è sicuramente difficile e complicata.

Nel maremagnum di notizie e informazioni circolanti non è sempre semplice rilevare cosa sia attendibile e cosa non lo sia.

Il fact checking sembra essere una attività snobbata dai più e coltivata solo da alcuni che, se particolarmente appassionati, diventano debunker, cacciatori (e annientatori) di bufale, spesso però ignorati, derisi o, peggio, minacciati dai padroni delle post-verità..

Non solo pigrizia nel verificare i fatti però: un altro forte contributo alla diffusione delle post verità proviene da un sempre più diffuso analfabetismo funzionale, l’incapacità per chi ha completato un percorso di scolarizzazione di usare le competenze acquisite per comprendere ciò che legge, vede, osserva, ascolta.

Post-verità e responsabilità

L’anonimato in internet è secondo alcuni, una delle origini del problema.

Confortati dalla presunta protezione di questo manto dell’invisibilità molti danno sfogo alle pulsioni peggiori: creare e propagare notizie false (in malafede) o compiere atti di vandalismo digitale.

Penserete che le notizie false siano riconoscibili più o meno facilmente, e che sarebbe quindi più una responsabilità del lettore capirne l’attendibilità.

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Ma non sempre è così, in molti casi fonti autorevoli hanno ripreso (o purtroppo generato) notizie false, accrescendone la portata e l’attendibilità.

Possiamo citare, a livello internazionale, il famoso caso di Amina, blogger lesbica Siriana, le cui sorti preoccuparono la comunità internazionale nel 2011. Per 4 mesi i suoi racconti di vita a Damasco appassionarono i giornali occidentali, e a giugno di quell’anno la sua sparizione provocò grande allarme. Nacquero gruppi su Facebook con oltre 14mila membri che richiedevano la sua liberazione.

Ma Amina era in realtà Tom MacMaster, un americano residente a Edinburgo, che ammise l’inganno dopo che alcuni avevano passato mesi a investigare i punti dubbi delle vicende raccontate dalla “blogger”.

Sono anche frequenti i casi in cui un’azienda si trova a dover contestare o contrastare notizie false sul proprio conto. Non ne viene risparmiata nessuna: dalla multinazionale al piccolissimo ristorante, sono molti i casi in cui c’è stato un danno economico o di reputazione a causa della diffusione di una bufala o una notizia infondata o distorta. Senza dimenticare le modifiche di contenuti su siti come Wikipedia, la cui affidabilità dovrebbe essere garantita dalla saggezza del gregge (come l’immunità di gregge per i vaccini), ma che è messa a rischio dal singolo che, per goliardia o malafede, inserisce fatti falsi o distorti.

Eliminare l’anonimato è una soluzione?

La più ovvia e facile sembrerebbe quella di eliminare l’anonimato.

Dopo tutto, se è proprio questo che incoraggia leoni da tastiera, vandali e truffatori ad agire sicuri e impuni, perché non creare un sistema in cui l’anonimato non sia più una protezione per i cattivi cittadini digitali?

Secondo molti però l’anonimato è una garanzia di libertà o anche una risorsa vitale per coloro che, magari in minoranza, o vittime di situazioni difficili.

Si pensi al dissidente in un regime totalitario, o al whistleblower in una grande organizzazione, o alle vittime di bullismo (o altre forme di violenza e discriminazione) che possono grazie all’anonimato denunciare e portare a conoscenza del mondo fatti importanti o trovare una soluzione alla loro situazione.

Eliminare l’anonimato per garantire la tracciabilità delle notizie diffuse filtrerebbe gli errori e le falsità, ma col forte rischio di filtrare anche verità scomode.

Eliminare l’anonimato, come qualcuno propone anche in Italia, è una soluzione rischiosa, inefficace e… fasulla.

Vedremo perché tra poco.

Aveva forse visto giusto il poeta R.Tagore, che in tempi pre-social, scrisse: “Se chiudete la porta a tutti gli errori, anche la verità rimarrà fuori”.

Che sia meglio investigare e controllare?

Si potrebbe, suggeriscono altri, lasciare l’anonimato lì com’è ma rafforzare vari sistemi di verifica e controllo che rilevino notizie potenzialmente dannose o false e allertino chi di dovere.

Attraverso controlli automatici o giurie popolari, si propone di creare sistemi che garantiscano la veridicità e attendibilità di ciò che si pubblica e puniscano quando i parametri non sono rispettati.

Ma, un momento… quali parametri? Chi potrà davvero stabilirli in maniera corretta e non distorta dai propri interessi o bias cognitivi?

Una soluzione rischiosa e anche costosa: le indagini per verificare e controllare una notizia (ed eventualmente identificarne l’origine) costano tempo e denaro.

Questa soluzione non solo è pericolosa come togliere l’anonimato, ma ne spiega anche l’inefficacia.

Perché, a ben guardare, l’anonimato in internet in realtà non esiste.

Non sempre in maniera facile o con strumenti utilizzabili dai più, ma in realtà è quasi sempre possibile rintracciare chi si nasconde dietro quel paravento.

L’anonimato è una protezione basata più sul disinteresse (e sul costo) di identificare qualcuno, toglierlo significherebbe solo (forse) abbassare la difficoltà di farlo (e i costi), trasferendolo però sui singoli, sotto forma di maggiori rischi e minore conoscenza circolante.

Come la mancanza di anonimato, le indagini e controlli mettono a rischio la diversità e la libertà di circolazione di notizie e conoscenza su internet.

Una possibile soluzione

Sono molte le ricerche che hanno dimostrato che noi essere umani non sempre siamo egoisti e guidati solo dall’opportunismo nel proprio interesse.

L’altruismo e il senso di appartenenza alla comunità, la collaborazione hanno avuto un ruolo importante nell’evoluzione umana e continuano ad averlo, anche e soprattutto nei social network: dopotutto, se ci pensate bene, spesso chi condivide una bufala in buona fede ha proprio questo tratto in comune con chi le combatte. Fare qualcosa di utile per gli altri. Nel primo caso contribuendo a avvisare gli amici di un pericolo, o di qualcosa per loro di interessante o prezioso. Questa è anche una delle leve della viralità di certi contenuti, no?

Nel secondo caso la stessa volontà di prodigarsi per gli altri e la comunità porta a custodire la fondatezza delle notizie e proteggere la reputazione degli amici, avvertendoli che stanno diffondendo notizie pericolose o fasulle.

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Karen Frost-Arnold, professoressa del Hobart & William Smith College propone, in un interessante articolo accademico (Trustworthiness and Truth: The Epistemic Pitfalls of Internet Accountability ) una soluzione interessante e, forse, ragionevole: aumentare la consapevolezza degli utenti sulle conseguenze possibili delle loro azioni e fare leva sul loro senso morale, facendo leva proprio sul loro altruismo e senso di comunità.

Nel primo caso, per esempio, basterebbe mostrare all’utente che ha diffuso una notizia falsa quali ne siano le conseguenze negative per qualcun altro.

La foto di un persona vittima di una bufala, la presa di coscienza sui danni (di ogni tipo) che provoca una notizia falsa dovrebbero far riflettere e di conseguenza limitare l’impulso alla loro propagazione.

Se, da debunker, vi dicessero “Ma che male c’è? Nel dubbio condivido”, sarebbe opportuno quindi mostrare quale sia davvero il male. Esempi non mancano, purtroppo, nelle cronache di persone che hanno subito violenza o si sono suicidate perché esposte a una bufala. Nel secondo caso, suggerisce Karen Frost- Arnold, bisognerebbe evidenziare ancora di più le regole e procedure a cui si aderisce iscrivendosi e frequentando una comunità online.

Termini di servizi e policy andrebbero ricordati con maggiore frequenza e fatti riemergere dalle cantine digitali in cui a volte sono seppelliti.

Non li legge mai nessuno, direte, ma forse se si facesse lo sforzo di renderli più leggibili ed evidenti, ricordandoli con maggiore frequenza, il meccanismo potrebbe funzionare.

Avete qualche proposta diversa? Fateci sapere cosa ne pensate nella nostra pagina Facebook e nel gruppo LinkedIn!

20 tool per (re)innamorarti di Twitter

Twitter ha un potenziale comunicativo enorme, che non si ferma alla piattaforma social, ma esce dai suoi confini, diventando parte del racconto quotidiano su altri media (tradizionali e non).

Ma come possiamo sfruttare appieno le caratteristiche di Twitter? Utilizzando tool che colmano lacune, strumenti progettati allo scopo di farci divertire oltre che, nella maggior parte dei casi, lavorare meglio con questo social media. Sì, perché Twitter non è solo un social network, non ha soltanto la funzione di mettere in comunicazione gli iscritti. Noi utenti siamo prosumer, produciamo contenuti che offriamo a Twitter, che diventa così social media.

LEGGI ANCHE: Twitter, il social media scelto per raccontare la guerra

Twitter offre degli strumenti, principalmente tre, per rendere più semplice la gestione e più creativa la produzione di contenuti. Stiamo parlando di Tweetdeck, che permette un management semplificato ed efficiente della piattaforma; dei Momenti, contenuti immersivi composti da più tweet; e infine di Dashboard, che permette principalmente un “ascolto” della piattaforma (ossia tener traccia di tutto ciò che si tweetta su un determinato argomento o account), e la programmazione di tweet.

Ma è notizia delle ultime ore l’imminente chiusura di Dashboard, il 3 febbraio: non preoccupatevi, se avevate programmato tweet dopo tale data, saranno spostati automaticamente su Tweetdeck.

Abbiamo quindi raccolto per voi ninja ben 20 tool, per (re)innamorarvi di Twitter, per farvi divertire e rendervi la vita da freelance un po’ più semplice.

20 tool per (re)innamorarti di Twitter

Audiense

Audiense ti suggerisce i migliori influencer su Twitter da seguire e ingaggiare per le tue campagne, ti propone i momenti migliori in cui tweettare, e ti fa impostare e programmare messaggi diretti basandosi su hashtag e interessi.

ManageFlitter

ManageFlitter offre strumenti di analisi avanzata, e grazie alla funzione Powerpost potrai programmare i tuoi tweet nei momenti topici suggeriti dal tool, che analizza gli orari in cui i tuoi follower sono più attivi. Grazie a ManageFlitter potrai anche smettere di seguire tutti gli account inattivi.

Storm It

Storm It è una applicazione, disponibile per iOS, Android, e da desktop per Mac. L’app permette di creare tweet composti da più di 140 caratteri: dopodiché ci penserà Storm It a suddividere il tweet e a tweettare le diverse parti, numerate. È gratis.

Social Oomph

SocialOomph è tra i migliori e più completi tool per Twitter. È come un coltellino svizzero: hai tutti gli strumenti necessari per una gestione ottimale del social. Analisi, programmazione, gestione della community, customer care, content curation. Insomma, un must per (re)innamorarti di Twitter.

Tweriod

Tweriod è un ottimo strumento per analizzare quando i tuoi follower tweettano. Potrai di conseguenza pianificare i tuoi tweet nei momenti più attivi della tua community. Nemmeno uno dei 140 caratteri andrà perso.

LEGGI ANCHE: Da ora è possibile fare un video live senza uscire da Twitter

20 tool per (re)innamorarti di Twitter

BeatStrap

BeatStrap è uno dei migliori tool per il live tweetting. Sport e intrattenimento: Twitter come secondo schermo, senza perdere nemmeno un istante dei migliori eventi, attraverso hashtag e menzioni.

Buzzsumo

Con Buzzsumo trovi influencer, parole chiave da tenere sotto controllo, e impari ciò che funziona e ciò che non funziona su Twitter a livello di creatività: ad esempio, se tweetti un link, sarebbe meglio accompagnarlo con una immagine?

The one million tweet map

Tool meraviglioso, che ti permette di monitorare e seguire tutti gli hashtag in tempo reale a livello mondiale, inserendo un indirizzo geografico. Puoi cercare per hashtag o per zone: in quest’ultimo caso ti compariranno gli hashtag più utilizzati in quella zona, in quel momento.

Tweepi

Tweepi analizza i tuoi follower e gli account che segui. Ti suggerisce quali continuare a seguire e quali no, e nuovi account interessanti per i topic su cui tweetti maggiormente.

Twilert

Twilert è un po’ come Google Alert, ma per Twitter. Imposti le parole chiave che ti interessano, e riceverai una mail con cadenza desiderata su tutti i tweet pubblicati con quelle parole chiave.

20 tool per (re)innamorarti di Twitter

Tweetchat

Su TweetChat imposti un hashtag e ti ritrovi in una bacheca in cui puoi tweettare con l’hashtag scelto già scritto sul tuo prossimo tweet. Inoltre potrai scorrere una timeline con tutti i tweet pubblicati con quell’hashtag, e interagire con essi.

Commun.it

Grazie a Commun.it potrai essere più efficace nella gestione della tua community: ringraziare i nuovi follower attraverso un tweet, in modo automatico; mandar loro messaggi diretti di benvenuto; fare content curation retweettando da account Twitter scelti in precedenza. Puoi anche programmare tweet e ottenere report sulle performance dei contenuti da te pubblicati.

GroupTweet

Grazie a GroupTweet potrai far tweettare dal tuo account più persone, senza necessità di condividere con loro la password del profilo. Basterà invitarli su GroupTweet e assegnare loro una carica: potranno solo retweettare, solo mettere “like” ad altri tweet, programmare, o soltanto inviare messaggi diretti, oppure far tutto.

Finch

Grazie a Finch potrai scoprire tutti i contenuti multimediali su Twitter che riportano un determinato hashtag. Così non perderai più le foto dei gattini che ti piacciono tanto.

Buffer

Buffer ti semplifica il lavoro: puoi programmare, analizzare le prestazioni del tuo account e dei tweet, trovare contenuti interessanti da condividere.

LEGGI ANCHE: Come analizzare i dati su Twitter

20 tool per (re)innamorarti di Twitter

TweetStats

TweetStats è gratuito, ed è uno dei migliori tool per un’analisi attenta dei tweet, su base oraria, giornaliera, settimanale e mensile. Inoltre, suggerisce modi per migliorare le proprie statistiche (ad esempio quando sarebbe il momento migliore per tweettare).

TweetReach

TweetReach è un tool costoso, 84$ al mese, e consente di monitorare account e hashtag, con una quantità di dati incredibile, per poter mettere a punto una strategia di comunicazione su Twitter precisa e puntuale.

Klout

Klout non ha bisogno di presentazioni: tiene traccia di tutti i tuoi account social e mostra quanto tu sia influente online.

TwtQpon

Se hai un sito web e-commerce, TwtQpon fa al caso tuo. Invita gli utenti a tweettare su un hashtag scelto, o menzionando il tuo account. La ricompensa? Un coupon da spendere sui prodotti acquistabili online.

TwtPoll

TwtPoll è un altro strumento per stimolare la community: puoi creare sondaggi pubblicabili su Twitter, e su Facebook.

Conosci altri tool per farci innamorare di Twitter? Corri a suggerirli sulla nostra pagina Facebook e sul nostro gruppo LinkedIn.

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Quanto ci fidiamo degli influencer?

Il marketing al tempo dei social passa anche – e sempre di più – attraverso gli influencer

Mai come adesso, l’influencer marketing gode di ottima salute: per il 2017, moltissimi brand sono intenzionati ad incrementare gli investimenti nei progetti digital con blogger e volti noti del web, anche a seguito della dilagante diffusione dell’ad blocking. 

I risultati, anche se non sempre direttamente misurabili, sono stati finora incoraggianti. Affidarsi ad un influencer per incrementare la brand awareness – e spesso anche le vendite – funziona. Certo, però, dipende anche da tante variabili, prime fra tutte la capacità e la professionalità nel comunicare e comunicarsi, e la coerenza tra brand e influencer stesso.

Cosa ne pensano i follower? Bloglovin’, nota piattaforma dedicata a blogger e influencer, ha recentemente condotto uno studio proprio per comprendere meglio quale sia l’attuale percezione da parte di follower e potenziali consumatori. Quanto ci fidiamo di un post su Instagram in cui ci consigliano – anche solo indossandolo – l’orologio o l’abito di turno? E se i “consigli” diventano un po’ troppi?

In particolare, la ricerca si è concentrata sul pubblico femminile (con un campione di oltre 22.000 donne nordamericane) e i risultati scaturiti sono tutt’altro che scontati.

Ben il 54% delle intervistate afferma di aver acquistato un prodotto grazie alla raccomandazione di un influencer; il 45%, inoltre, ha iniziato a seguire un brand proprio perché lo ha visto o scoperto grazie al post di un influencer. Numeri più che positivi insomma. Ma non è sempre tutto rose e fiori.

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A nessuno piace essere inondato da troppi contenuti “pubblicitari”. Ed è comprensibile, visto che la vera forza che ha sancito il successo degli influencer è stato proprio l’essere agli antipodi delle figure tradizionali dei testimonial: persone “reali”, più simili e vicine ai consumatori. In una parola, autentiche

Quando un influencer pubblica troppi contenuti di prodotti o servizi, accade infatti che il 37% delle intervistate propende per una mossa radicale: smette di seguirlo. 

influencer

Con il passare del tempo, infatti, i follower – anzi le follower, è il caso di dire – sono diventate molto più attente e capaci di distinguere un post genuino da uno fake. Se non c’è coerenza tra il personaggio e il prodotto o servizio menzionato, il messaggio rischia di risultare fastidioso e suona quasi come un tradimento (e il 59% delle intervistate afferma di essere in grado di accorgersene).

Non a caso, negli USA si è recentemente diffusa la pratica di inserire nelle caption dei post “pubblicitari” hashtag come #paid o #ad, in nome di una maggior trasparenza per gli utenti (si tratta, a dire il vero, di un delle linee guida dell’FTC, Federal Trade Commission, in seguito ai troppi commenti negativi e alle lamentele da parte di consumatori che si sentivano in qualche modo “ingannati”).

LEGGI ANCHE: Quanto guadagnano influencer e celebrity sui social?

when your lyrics are on the bottle ? #ad

Una foto pubblicata da Selena Gomez (@selenagomez) in data: 25 Giu 2016 alle ore 14:03 PDT

Ciò nonostante, più del 30% dei post che riportano gli hashtag in questione finiscono per essere considerati inautentici. Ma c’è davvero bisogno di questi hashtag?

Guardando al panorama italiano e curiosando tra i commenti degli utenti, i post brandizzati non sembrano infastidire più di tanto la fanbase degli influencer: anzi, la trasparenza risulta sempre una carta non solo apprezzata, ma anche vincente. Anche senza hashtag così espliciti come quelli indicati dall’FTC negli Stati Uniti, gli utenti sembrano diventati ormai abbastanza abili nel comprendere quando un brand è realmente in linea con l’influencer oppure no, e soprattutto a riconoscere che quella dell’influencer è una vera e propria professione.

Con queste premesse, lunga vita all’influencer marketing. E ai follower informati e consapevoli.