Brandcast UK: YouTube racconta un anno di grandi numeri

“YouTube è uno strumento che consente ai creator di esprimere sé stessi”: esordisce così Matt Brittin, President, EMEA Business & Operations di Google, dai nuovissimi uffici in St Pancras, a Londra, per aprire le danze di Brandcast UK, il più grande evento di YouTube del Regno Unito.

Una giornata dedicata  a capire come YouTube stia ridefinendo, ormai da 11 anni, i contenuti e la cultura attraverso i video dei creator, che raggiungono milioni di iscritti e considerano ormai la gestione di un canale un lavoro a tempo pieno, e la presenza dei brand, sempre più attratti dalle potenzialità e dalle opportunità che la piattaforma, ormai matura, offre.

Tutte le ultime novità su YouTube direttamente da Brandcast UK

Quanto è cresciuto YouTube in Europa?

Oltre un miliardo di utenti – quasi un terzo di tutte le persone connesse a Internet, centinaia di milioni di ore spese su YouTube in miliardi di visite (il cui 80% è al di fuori degli Stati Uniti): questi sono i dati aggiornati. Con formati adv ingaggianti e integrati, due tra tutti il TrueView for Shopping e il TrueView for Action, e metriche ed analytics sempre più precisi, non ci si sorprende che gli investimenti siano in aumento.

Non è un segreto che gli utenti ormai trascorrano più tempo in rete da mobile, infatti anche la visione di video da smartphone è aumentata del 60% rispetto al 2015. La fascia 18-34 nel Regno Unito guarda almeno 45 minuti di YouTube ogni giorno (dati Comscore) e il 57% degli utenti dai 16 ai 34 anni afferma che YouTube è uno dei luoghi in cui cercano cose che li appassionano.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

youtube statistiche 2016

“How YouTube is Shaping Content and Culture”

YouTube e TV tradizionale finalmente insieme

Ciò che forse vi sorprenderà di più è che è raddoppiato il tempo speso su YouTube su uno schermo televisivo.  Sembra questa la vera svolta: YouTube che conquista la TV, non cannibalizzandola, ma rimediandola, convincendo i brand che TV e online video insieme possono essere uno strumento potentissimo.

È ciò che ci ha raccontato Christoph Heimes, Head of News and Sports Partnerships, EMEA presentando quanto fatto in partnership con i grandi network per le Olimpiadi e gli Europei di calcio. Perché se da un lato la TV ha bisogno dell’online per amplificare le proprie strategie, dall’altro YouTube ha bisogno di contenuti premium, da accompagnare ai tanti user generated content. Qualche numero sulle Olimpiadi? Gli spettatori hanno guardato oltre 40 milioni di ore di contenuti correlati su YouTube (per il 60% da dispositivi mobile) e gli abbonamenti ai canali delle emittenti partner è cresciuto di oltre il 20%. Si tratta di, come direbbero proprio i nostri colleghi anglofoni, una win-win situation.

brandcast uk 2016

 

Case study: la Wembley Cup di EE

Un interessante case study è stato presentato da Debbie Weinstein, Managing Director Global Brand Solutions & Innovations di  YouTube, insieme a Peter Jeavons, Director of Brand dell’operatore telefonico inglese EE e Chris Binns, Head of New Business Strategy dell’agenzia MediaCom.

Peter ha spiegato che con un target dai 18 ai 30 anni di età, EE si trova ad affrontare un problema familiare a molti marketer: dover parlare ad un pubblico che non guarda la TV, passa la maggior parte del proprio tempo sullo schermo dello smartphone e cerca sul web i propri role model. Utilizzare i canali e metodi tradizionali sembra non solo inutile, ma anche molto costoso.
Nel 2015 hanno così ideato, insieme a MediaCom e al supporto di YouTube,  The Wembley Cup, una campagna associata alla sponsorizzazione del Wembley Stadium costituita da una web serie che aveva come protagonisti la Spencer FC oltre famose YouTube star legate al mondo del calcio. Nel 2016, l’iniziativa è stata riproposta come The Wembley Cup 2016, migliorata sulla base degli insight ottenuti dalla campagna precedente, coinvolgendo altre star del calcio e aprendo le porte dello stadio 20mila fan che hanno assistito alla finale.

Gli otto episodi hanno raggiunto 45 milioni di visualizzazioni dei contenuti correlati, compresi 3,8 milioni solo per la finale: un risultato che non ha nulla da invidiare a quello di una partita della Premier League. La serie ha ottenuto 380mila commenti su YouTube e generato circa 300 video di reazione.
Ma i veri risultati che piacciono tanto ai marketer? Sono stati raggiunti anche quelli.  Il Brand Recall è aumentato del 7,8%, la Brand Favorability del 6,3%, mentre le ricerche di termini collegati al brand sono cresciute del 36%. Per non menzionare dei milioni e milioni di cookie ottenuti grazie al retargeting.

“Abbiamo creato Wembley Cup sapendo che la televisione non sarebbe stata in grado di coinvolgere il pubblico, e ciò che è interessante è che ha davvero approfondito il legame emotivo con i nostri clienti. La TV e gli altri media fanno un lavoro impressionante, ma sono solo un momento nel tempo – questa iniziativa ha permesso alla gente di impegnarsi e divertirsi ripetutamente”, spiega Peter.

Case study: Fremantle Media

Tra gli ospiti del palco di #BrandcastUK 2016 anche Cecile Frot-Coutaz, CEO FremantleMedia Group, che racconta come la società di produzione televisiva di RTL Group (la seconda più grande d’Europa dopo Endemol, produce tra le altre cose Britain’s Got Talent) abbia instaurato un proficuo rapporto con YouTube.

Nel 2016 i canali Fremantle hanno raggiunto 20 miliardi di visualizzazioni, rendendolo il gruppo di maggior successo su YouTube, oltre 10mila video hanno raggiunto almeno un milione di visualizzazioni.

Anche in questo caso è la necessità di raggiungere un pubblico più giovane che porta i broadcaster ad interessarsi ai media online, tanto che il prossimo talent show global potrebbe essere creato su YouTube, con un’audience più giovane, dati più precisi, un alto engagement e nessun limite temporale che caratterizza i vecchi palinsesti televisivi.

brandcast 2016

Le parole chiave dal Brandcast UK

Integrazione →  dopo tanti anni i media tradizionali e digitali cominciano a collaborare, ne è un esempio il grande successo di Carpool Karaoke, format del The Late Late Show presentato da James Corden. L’episodio con Adele è il video più visto del 2016, e tre video sono i più visti nella storia dei programmi televisivi in tarda serata. Lo show ha vinto due Emmys tra cui quello per il digital output.

Branded Content  I brand hanno ormai compreso le opportunità di fare adv su YouTube, imparando a scegliere tra i diversi formati, ma il vero successo sulla piattaforma si raggiunge attraverso la collaborazione con i creator. Il branded content sembra la giusta strada per raggiungere davvero la propria audience.

Community  I creator Hanna Witton e Sorted Food, invitati a raccontare come sono diventati tra i canali più interessanti in UK, trasformando una passione in un vero e proprio lavoro, hanno tenuto a precisare quanto sia importante il feedback della community per creare un contenuto sempre migliore e ingaggiante. E proprio in virtù del rapporto speciale che si instaura con i propri fan, in caso di branded content la trasparenza è fondamentale.

james corden youtube

Immagine di copertina: Chris Morgan 

Ammalarsi di social network: esiste la Facebook depression?

Quasi 2 miliardi di persone nel mondo usano ogni giorno uno o più social network per comunicare e condividere notizie e interessi con altre persone. Un flusso immenso di informazioni che va ad aggiungersi a quelle che ogni giorno ci sommergono dalle più svariate fonti, da quelle più tradizionali come la carta stampata, a classici tecnologici come le email per finire con tutti i formati possibili nei social network.

Moltissimi studi hanno esaminato le ripercussioni di un uso prolungato o eccessivo di Internet, videogiochi, chat  o sistemi di messaggistica, trovando spesso un legame tra un uso quasi bulimico delle tecnologie citate e l’insorgere della depressione in certe persone. Le cause possono essere l’utilizzo prolungato di queste tecnologie o un uso intensivo, che porti ad isolarsi dal proprio contesto sociale e lavorativo.

Social Media Depressione

L’avvento degli smartphone ha sicuramente aumentato il rischio: la maggiore e  migliore connettività e la portabilità di dispositivi mobile rendono l’esperienza del mondo digitale sempre più pervasiva e, forse, invasiva. Sono moltissimi gli studi che esplorano il problema, ma pochi o nessuno che ne facciano una valutazione complessiva e globale.

Una delle ricerche più importanti sul tema è “The Relationship Between Online Social Networking and Depression: A Systematic Review of Quantitative Studies”, pubblicata il mese scorso da David A. Baker e Guillermo Perez Algorta dell’università di Lancaster, la quale esamina in particolare la relazione tra utilizzo dei social network e depressione. I ricercatori hanno portato a termine quella che si potrebbe definire una ricerca sulle ricerche: hanno esplorato 5 diversi database di studi accademici (PsycINFO, Web of Science, CINAHL, MEDLINE, ed EMBASE) per ottenere il risultato. I criteri per selezionare le fonti sono stati molteplici: per lo studio sono stati presi in esame articoli che fossero disponibili in lingua inglese e che corrispondessero a certe parole chiave, senza però imporre alcun altro filtro, ne per nazione, data di pubblicazione, partecipanti, genere, età o gruppo. Le keyword immesse per la ricerca sono state: “online social network”, “online social media”,Facebook”,Twitter”, “MySpace” e “depression.”

Altri social network non sono stati inclusi nella ricerca semplicemente perché non c’erano, nei database, studi ad essi associati. Sono state identificate 30 ricerche diverse che corrispondevano ai criteri specificati. Complessivamente i soggetti studiati sono stati 35 mila, residenti in 14 diversi paesi e di diverse estrazioni o condizioni sociali: si va dai pazienti in emodialisi a studenti liceali o universitari, dagli adulti in età lavorativa ai sopravvissuti ad un terremoto, tutti con una età compresa tra i 15 e gli 88 anni.

Tutte le ricerche analizzate cercavano un relazione tra utilizzo dei social network e depressione, con prospettive e metodi statistici diversi in alcuni casi: come parametri, sono state valutate le ore trascorse su Facebook, il numero di amici o la quantità di selfie pubblicati.

Facebook deprime?

La maggior parte delle ricerche ha confermato una relazione tra l’uso di social network e depressione. Un nesso complesso e dovuto a fattori molti diversi, ma che è possibile riunire in due grandi gruppi. Nel primo si possono includere tutti quelli legati alle modalità di fruizione: frequenza d’uso, qualità e tipo di social network, nel secondo i fattori legati al comportamento tenuto dagli utenti.

La depressione può comparire se, frequentando Facebook e gli altri social oggetto delle ricerche, si fosse portati a confrontare continuamente se stessi con gli altri, rimuginando in maniera eccessiva sulle differenze percepite a proprio svantaggio. In una circolo vizioso che si autoalimenta, il continuo rimuginare porterebbe ad una maggiore frequenza di pubblicazione, un altro comportamento che è risultato legato alla depressione da social. Altri comportamenti che sono risultati a rischio sono l’invidia generata dal continuo confronto con gli altri, mantenere il contatto con gli ex, pubblicare frequentemente notizie negative.

Anche il genere e la personalità influiscono sulla possibilità di sviluppare una depressione usando i socia network: sarebbero favorite le donne, e le persone che soffrono di nevrosi.

Ma è tutto negativo?

Sembrerebbe che sia prudente allontanarsi quindi dai social per non incorrere nel rischi depressione. Ma i ricercatori hanno verificato anche che in alcuni casi l’uso dei social network può giovare.

Essere presenti e attivi sui social media può servire ad alcuni per trovare conforto o anche risorse per combattere la depressione. I social avrebbero una funzione simile a quella di un gruppo di sostegno che con buoni consigli, notizie confortanti e un po’ di coccole per l’anima riescono a spezzare il circolo vizioso che induce alla depressione.

Da rimarcare come alcune  ricerche traggano come conclusione che discutere dell’esistenza di una fenomeno quale la depressione da social (in realtà la chiamano specificamente “Facebook depression”) sia ancora prematuro o non opportuno perché non sarebbe ancora realmente consistente.

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Cosa sarebbe meglio fare?

In attesa che il mondo accademico tragga delle conclusioni unanimi sull’esistenza di questo fenomeno che sembra comunque colpire un 7% della popolazione presente sui social, si possono trarre delle indicazioni utili, sia per noi stessi che per i nostri amici o contatti.

Sarebbe opportuno privilegiare la qualità delle esperienze che facciamo sui social, cercando di eliminare comportamenti a rischio. Meno attenzione quindi alle notizie negative che intristiscono, non fare confronti tra i successi altrui e i presunti propri insuccessi.

Sui social media ognuno cerca di presentarsi nel modo migliore, per cui state tranquilli: l’erba del vicino non è sempre così verde come sembra.

Cercate di contribuire ad un ecosistema social equilibrato: se troppe notizie positive possono indurre le persone più deboli o sensibili ad un eccessivo risentimento e depressione per il confronto che fanno, troppe notizie negative possono farle sprofondare ancora di più nella depressione che cercavano di combattere col sostegno degli amici trovati in rete.

Verrebbe da dire: siate voi stessi, spontanei sempre, sia che facciate o no un uso professionale dei social. Ma in realtà sarebbe più efficace (specie se vi preoccupa il vostro personal branding) tentare di essere migliori senza dimenticare gli altri, cercando di migliorare il contesto che ci circonda imponendosi un autocontrollo mirato ad acquisire una maggiore e migliore consapevolezza di se e degli altri.

Per non essere prigionieri della gabbia forse depressiva dei social, cristallizzandosi in comportamenti lesivi che limitano la propria felicità e benessere, forse è meglio essere meno spontanei e privilegiare una strategia di comportamento che, contrariamente a quanto si pensa comunemente, non significa essere meno sinceri ma, semplicemente, più sani.

Fateci sapere cosa ne pensate nella nostra pagina Facebook e nel gruppo LinkedIn!

Product Placement

7 esempi di Product Placement in film e serie tv

Il Product Placement funziona davvero?

Non si può negare: l’inserimento del giusto prodotto nel contesto adatto e rivolto al giusto target può apportare tanti benefici al brand avvistato furtivamente.

Per esempio, non puoi mica cambiare canale come faresti con uno spot tradizionale, giusto?

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Quali sono le differenze fra advertising e intrattenimento?

Sono così tante e varie, dirai, che non vale la pena enumerarle.

Se fino a qualche anno fa la risposta sarebbe stata semplice e immediata, oggi tocca fare i conti con nuovi tipi di comunicazione trasformati dalle innovazioni tecnologiche, dalla personalizzazione dei contenuti, dalla partecipazione delle masse attraverso i social network.

Alcuni esempi di Product Placement permettono di comprendere la logica che sta alla base dell’inserimento di prodotti a fini commerciali all’interno di spettacoli e show, film e serie tv: nel contesto della storia i protagonisti interagiscono naturalmente con il prodotto posizionato ad hoc per non risultare troppo invadente.

Questo consente, in sostanza, di alleggerire i pesanti costi di produzione tramite uno o più sponsor.

Il prodotto può diventare argomento di conversazione o rimanere sfocato sullo sfondo, con lo scopo di abbattere la naturale barriera che chi osserva edifica intorno agli annunci pubblicitari.

Capita però che alcune fondamentali indicazioni vengano disattese e il marchio si trasformi in un indesiderato protagonista di inquadrature e dialoghi.

Nike, Pepsi e Marty McFly

Nike è uno dei conosciutissimi brand presenti nel famoso film Ritorno al Futuro 2, ma compaiono anche Mattel, la multinazionale dei giocattoli che fa bella mostra del suo logo sull’hoverboard di Marty McFly, Pepsi e molti altri.

I tempi erano diversi ma le strategie molto simili: inserire un prodotto commerciale in un contesto per giungere agli occhi e alle orecchie delle persone su canali diversi da quelli tradizionali.

Data la grande popolarità delle multinazionali che compaiono nella pellicola, l’effetto sponsorizzazione agiva perfettamente da entrambi i lati: un effetto win-win in cui entrambi i protagonisti, contenuto e advertising, venivano facilmente valorizzati.

Ecco alcuni esempi di Product Placement troppo invasivi

Sei pronto per questa carrellata di inserimenti commerciali più o meno azzeccati?

Mettiti comodo sul divano appena montato, stappa la bottiglia di soda con l’etichetta rossa e”pop”, togli il tappo al tubo di patatine.

Product Placement

Rick Grimes (Andrew Lincoln) – The Walking Dead – Season 2, Episode 10 – Photo Credit: Gene Page/AMC

Le scintillanti Hyundai in The Walking Dead

Hai ragione: è impensabile immaginare Rick Grimes in un cruento scontro a fuoco che si volta verso le telecamere (in stile Underwood) e ci consiglia di acquistare l’ultimo modello di Hyundai.

Questo no, non succede.

Succede però (in particolare nella prime stagioni) che Rick e compagni usino solo Hyundai: quelle auto sempre pulite tra fango e sangue sono i mezzi di trasporto dei sopravvissuti, tra migliaia di autovetture che, prodotte da altre case automobilistiche, non hanno sopravvissuto alla crisi.

E passi se, in nome del budget, in un mondo che va, letteralmente, al macero il parabrezza è sempre pulito e la carrozzeria scintillante.

Audi “The Chase” – Marvel’s Captain America: Civil War

Audi e Marvel fanno ancora squadra insieme per l’uscita del colossal Captain America: Civil War.

Dopo quasi un decennio di collaborazione, la partnership fra il grande produttore tedesco di automobili e una delle più grandi case di produzione hollywoodiana rimane forte.

L’alta frequenza della presenza del marchio e l’associazione dei modelli Audi nella storia e con i personaggi è talmente forte da investire l’intera campagna di marketing legata al lancio del film, che comprende la produzione del video The Chase; a metà tra spot e trailer, valorizzava fortemente il nuovo modello di Audi, la SQ7.

Product Placement per startup: TechCrunch – Silicon Valley

Silicon Valley è uno show televisivo ambientato nella capitale mondiale delle startup e non ha mai lesinato riferimenti più o meno allusivi ai grandi player del mercato dell’innovazione.

Hooli, un immaginario gigante tecnologico, ha un ruolo di primo piano per tutto la serie e suona come un bizzarro ibrido tra Google e Hulu.

Product Placement

Di Eippol – Opera propria, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=5010350

Menzioni e allusioni non riguardano solo i brand: la serie che banalizza e sdogana il percorso dello startupper verso il successo, inserisce in questa spietata lotta una serie di personaggi assimilabili ai grandi nomi dell’olimpo del mondo digitale, come Elon Musk e Steve Jobs.

In questa fantasiosa ricostruzione spicca la “reale” TechCrunch: compare in numerosi episodi di tutte e tre le stagioni.

La diffusione del marchio è forte ma si adatta al contesto. In un episodio, uno dei protagonisti partecipa proprio al TechCrunch Disrupt.

Product Placement in Transformer 4: quando è troppo è troppo!

Problema inverso per la produzione del film Transformer 4: il Product Placement è talmente utilizzato da perdere completamente ogni timore di visibilità. Capita, però, che tra tanti marchi da inserire qualcuno venga scordato.

Così una società di turismo cinese di proprietà statale, la Wulong Karst Tourism, ha chiesto un risarcimento per l’omissione del suo logo, in caratteri orientali, nei titoli di coda del film.

FedEx e Cast Away

Per confermare che il Product Placement non è invenzione dei modernissimi mezzi di comunicazione: Cast Away con Tom Hanks è coperto, dal principio alle scene finali, dal marchio FedEx.

Man of Steel: il Product Placement si fa shameless

Più veloce di un proiettile. Più potente di una locomotiva. In grado di saltare alti edifici con un solo balzo.
Guardate! Su nel cielo! È un uccello.
È un aereo.
È Superman!

product placement

Un classico di altri tempi,  tra rasoi Gillette, autovetture Chrysler e cereali Kellogg’s, smartphone Nokia e ipermercati Walmart. E questi sono solo alcuni brand presenti nel film.

Dai una occhiata a questo video di Bloomberg: quanto influisce il Product Placement sul budget?

Herminia Ibarra leader

“Agisci come un leader, pensa come un leader”: il mantra di Herminia Ibarra

Scritto in collaborazione con Daria D’Acquisto.

“Agisci, poi pensa”. Inverte completamente il classico paradigma del leader Herminia Ibarra, Professore di Leadership e Learning e di Organisational Behaviour presso la prestigiosa Business School INSEAD (Institut européen d’administration des affaires). Già docente presso la facoltà della Harvard Business School, membro del World Economic Forum Global Agenda Councils e giudice per il Financial Times e McKinsey Business Book of the Year Award, Herminia Ibarra è tra i business guru più influenti del mondo.

Herminia Ibarra leader

Tutti dovrebbero abbandonare la propria comfort zone, le proprie abitudini, il proprio network di contatti, per abbracciare nuovi stimoli: questo l’insegnamento più importante dal suo ultimo libro, Act like a leader, think like a leader, una raccolta di interviste, condotte dall’autrice, con top manager mondiali incontrati nel suo centro di ricerca.

Essere un leader oggi, significa rispondere rapidamente alle nuove sfide della concorrenza e del mercato. Per farlo non è sufficiente guardare agli insight, ai dati e ai processi interni all’organizzazione stessa, ma bisogna focalizzarsi sugli outsight, imparando a conoscere se stessi attraverso il mondo che ci circonda.

Herminia Ibarra libro Act like a leader, think like a leader

Al World Business Forum 2016 abbiamo avuto la possibilità di parlare di questa nuova teoria della leadership proprio con Herminia Ibarra.

Ci sono molti libri e molte teorie sulla leadership. Cosa rende diverso Act like a leader, think like a leader?

Quando ho insegnato a leader particolarmente introspettivi ho capito che ciò di cui queste persone avevano bisogno era cercare di uscire dalla propria comfort zone. Così abbiamo iniziato a sviluppare un programma che permettesse loro di assumere una prospettiva migliore.

Ho dunque studiato il modo in cui hanno sempre agito per comprendere cosa hanno fatto e cosa li ha aiutati ad essere più efficaci. È così che siamo arrivati ai tre pilastri del libro: ridefinire il proprio lavoroestendere la propria rete di contatti, in modo da poter imparare da persone molto diverse, e ridefinire sé stessi, per non dare per scontato che si sarà sempre nello stesso modo in cui si è stati in passato.

LEGGI ANCHE: L’economia 0.0 e l’amore come atto economico: intervista a Oscar di Montigny dal WOBI di Milano

Raccontami degli outsight. Cosa sono e in che modo i leader possono trarne beneficio?

Act like a leader, think like a leader afferma in sostanza che l’unico modo per cambiare mindset è quello di fare cose nuove e vivere diversi tipi di esperienze. Per cambiare il modo in cui ci si comporta in situazioni complesse, occorre uscire dalla propria comfort zone; solo così si può imparare e capire quali sono i passi successivi da compiere, per migliorarsi sempre.

Attraverso questo metodo le persone imparano a sperimentare, mettersi in gioco, entrare in nuovi progetti; sono queste le esperienze che forniscono la motivazione per cambiare. Facendo cose nuove, interagendo con persone nuove, si ottiene soprattutto rispetto e consapevolezza. Spesso, quando si tenta di cambiare, quando si cerca di fare qualcosa che non si è mai fatto prima, si può restare incastrati nel momento dell’analisi sul come si dovrebbe fare quella determinata azione. Ma l’unico modo in cui si può effettivamente capire come farla è semplicemente provando e facendo un passo alla volta.

Quando c’è qualcosa in cui si è veramente bravi o quando si fa per lavoro ciò che ci piace veramente fare, possono esserci momenti in cui le situazioni richiedono molto di più. In quel momento, anche se si ama ciò che si fa – dopo averlo fatto magari per 25 anni di fila – si potrebbe essere annoiati e non amarlo più.

Quindi, anche se già conosciamo la cosa giusta da fare, il sistema per migliorare è trovare spazio per il proprio sviluppo personale, per apprendere lungo il cammino.

Herminia Ibarra leader

Quali skill hanno le persone capaci di agire come leader?

Prima di tutto, la leadership dipende molto dalla situazione, è semplicemente diversa da caso a caso: quando si guida un Paese, quando si conduce un piccolo gruppo, quando si gestisce una grande società, quando si avvia una startup; tutte queste situazioni diverse richiedono skill molto diverse.

Quello che è richiesto in ogni caso è da un lato il desiderio di influenzare il gruppo, di avere qualcosa a cui dare valore; dall’altro ricevere incoraggiamento e riconoscimento.

Faccio un esempio: uno dei motivi per cui vediamo per lo più come leader uomini bianchi di una certa età è perché la gente suppone che loro vogliano essere leader, che possano guidare Paesi e aziende, che abbiano la personalità per farlo e così sono queste persone a trovare incoraggiamento e consenso. Semplicemente, la gente li supporta incoraggiandoli e dando loro opportunità ad ogni passo del cammino.

Oggi tolleriamo meno un tipo di leadership che non sia inclusiva e tollerante e che non abbia a cuore un’attenzione sociale, una cura per il mondo al di fuori dell’organizzazione. Credo che questo possa influenzare la tipologia di leader che potranno venire alla ribalta nel prossimo futuro.

definire gli obiettivi per creare un progetto performante di influencer marketing

Come costruire una campagna efficace di Influencer Marketing – Parte 1

Si fa presto a dire influencer marketing. L’ultimo anno è stato senza dubbio quello della consacrazione per questa particolare forma di marketing e le tante opportunità ad esso collegate. Quella che infatti può sembrare una semplice moda è invece, nelle mani giuste, uno strumento unico per i brand per raggiungere, in modo più incisivo e credibile, i propri target. Proprio per questo Ninja Marketing ti regala una guida completa al suo utilizzo. Una serie di post utile a illustrare al meglio i passi fondamentali dell’influencer marketing: scegliere l’obiettivo, individuare e selezionare la figura giusta, gestire il progetto, misurare i risultati. Oggi partiamo con il primo e cruciale passaggio, la valutazione delle finalità.

Influencer marketing, una questione di autorevolezza e credibilità

L’influencer marketing, per chi ancora fosse a digiuno del tema, si basa sul coinvolgimento di particolari utenti che, grazie a qualità e competenze, riescono ad assumere un ruolo di riferimento in una community. Una posizione che gli permette di guadagnare forte trust, diventando figura in grado di indirizzare le scelte delle persone. Un processo che non è affatto nuovo, ma che ha trovato nei media digitali, social in primis, un ambiente ideale per crescere.

Un concetto, quello di trust, che fa già capire che l’influencer marketing non è semplice advertising, ma una comunicazione strettamente connessa alla reputazione e al conseguente word of mouth che ne deriva. Sta tutta qui la ragione che permette all’influencer marketing di riuscire ad ottenere risultati, contrariamente alle forme pubblicitarie classiche che ormai faticano con il loro approccio incentrato sull’interruzione dell’utente e non sul coinvolgimento.

Risultati sì, perché quando ben fatta la comunicazione mediata dagli influencer funziona. Uno studio di TapInfluence, portale online dedicato all’influencer marketing automation, ha delineato un ROI pari a 11 dollari guadagnati ogni singolo dollaro investito. Un risultato certamente non indifferente.

Gli boiettivi dell'influencer marketing

La scelta dell’obiettivo

Non mi stancherò mai di dirlo. L’influencer marketing è un’attività strategica che deve portare vantaggio e risultati concreti, legandosi conseguentemente agli obiettivi del brand. È solo partendo da qui, dagli obiettivi, che è possibile capire realmente la giusta figura da coinvolgere, valutando gli elementi e le qualità su cui dobbiamo basare la fase di outreach.

VISIBILITÀ

Non sarà sempre tutto, ma è comunque rilevante per qualsiasi realtà. Un “semplice” test del prodotto, attività di content marketing con il supporto di un influencer, presenza ad eventi, sono solo alcune delle attività realizzabili, attività in grado di generare, di riflesso, visibilità per il brand e i suoi prodotti/servizi.

Sia chiaro, una visibilità che ha il pregio di essere comunque diversa, più qualitativa grazie alla mediazione dell’influencer e quindi con un maggiore impatto sugli utenti.

THOUGHT LEADERSHIP

Essere ritenuti punti di riferimento e leader di settore resta sempre un plus dagli innumerevoli vantaggi. Un vantaggio che passa attraverso la qualità dei contenuti con cui posizionarsi come realtà d’eccellenza.

Anche in questo caso gli influencer ci vengono in soccorso, sia come medium comunicativo per diffondere i contenuti realizzati che come risorsa da coinvolgere per la loro realizzazione.

REPUTATION

Una buona reputazione è un driver fondamentale per avere successo, perché in grado di condizionare in modo rilevante gli utenti. Su di essa questi fondano le loro percezioni, quelle stesse che sono poi fondamentali nel processo di scelta.

L’autorevolezza e la posizione di riferimento dell’influencer è in grado di generare trust, riversando poi questa fiducia sulle realtà e i progetti che lo vedono coinvolto. Elementi che portano la comunicazione a un livello differente, andando a creare un passaparola e un substrato informativo positivo.

LEAD GENERATION

La creazione di contenuti di qualità per i nostri target è uno dei migliori mezzi per generare contatti, un’attività che acquista ancor più valore se realizzata con il supporto di opinion leader selezionati. Competenza, authority, indipendenza sono solo alcune delle qualità che possono metterci a disposizione per rendere vincente il nostro progetto di lead generation.

INCORAGGIARE ALL’ACQUISTO

Una delle finalità certamente più care ai brand, una finalità che non è certo “indipendente”, ma strettamente connessa a molti degli altri obiettivi qui segnalati. Un risultato a cui si arriva mixandoli attentamente e in modo strategico: awareness, lead generation, thought leadership, reputazione, ognuno muove infatti una leva che può influenzare la propensione all’acquisto.

Potrò puntare sul generare visibilità al mio prodotto, ma probabilmente questo non sarà sufficiente se allo stesso tempo non lavorerò correttamente sulla mia reputation e su un’attività di lead generation.

L’influencer marketing non lavora sulle vendite, ma a supporto di queste, andando ad agire sulla percezione che gli utenti hanno del brand e dei suoi prodotti/servizi.

CRISIS MANAGEMENT

Uno degli obiettivi più rilevanti, ma meno perseguiti, dell’influencer marketing. L’appoggio di utenti credibili come gli influencer è uno strumento unico in caso di crisi reputazionali, permettendoci di lavorare per limitare i danni e ripartire a costruire una reputation credibile.

Coltivare delle relazioni a lungo termine con alcune figure è il primo passo in questa direzione, il primo passo per riuscire a proporre una reazione tempestiva e adeguata.

UMANIZZARE IL BRAND

Che piaccia o meno è finito il tempo della comunicazione verticale. Oggigiorno è troppo importante per un brand creare un’atmosfera quanto più umana possibile, capace così di coinvolgere ed essere foriera di un reale dialogo con gli utenti. Far partecipare i micro-influencer (consumatori e dipendenti in primis) è una soluzione in tal senso.

Valorizzare gli user generated content, dar vita a contest, progetti di employer branding sono solo alcune delle attività che riescono a dare una visione più umana di un’azienda, proponendo conseguentemente un clima capace di mettere a proprio agio gli utenti.

SEO

I backlink che vengono da blog esterni erano, sono e saranno costantemente uno degli obiettivi più ricercati in ambito influencer marketing.

Seppur a mio avviso sia una visione limitata, i plus in chiave posizionamento non possono certo venire trascurati. Per questo diventa rilevante valutare correttamente questa finalità in fase iniziale, perché condiziona fortemente il progetto. Difficile ottenere backlink da un influencer che lavora solo su Instagram e non ha un blog.

Fondamentale sarà anche valutare la qualità del sito delle figure selezionate, verificando attentamente ogni elemento con tool dedicati.

valutare i diversi obiettivi per il proprio progetto d'influencer marketing

Conclusioni

Una fase, quella di valutazione degli obiettivi, che ha un valore cruciale in un buon progetto d’influencer marketing (e non solo), risultando determinante per le successive attività, scelta degli influencer su tutte. Le differenti caratteristiche di ogni figura sono valutabili correttamente solo avendo ben chiaro dove si vuole arrivare.

Nella seconda parte della guida affronteremo appunto la fase di outreach, illustrando come individuare e selezionare le figure giuste per te: perché nell’influencer marketing il chi vale quanto il cosa.

NAStartupDay: in scena allo SMAU di Napoli il Cooking Show

Giovedì 15 dicembre alle 18 alla Mostra d’Oltremare di Napoli torna NAStartUpDay, l’appuntamento open&free organizzato da NAstartUp la più grande community di innovatori nel Sud Italia. Uno dei principali punti di forza di NAStartUp è la contaminazione, non solo di idee e competenze tra gli startupper, i creativi, gli imprenditori e gli investitori, ma soprattutto tra le diverse realtà che lavorano per rafforzare l’ecosistema campano con nuove sinergie e opportunità di crescita.

NAStartUp sperimenta una nuova formula di contaminazione con SMAU il roadshow nazionale dell’innovazione in tour a Napoli il 15 e il 16 dicembre e con il Festival della Cucina Napoletana promosso dall’ ass. Medeaterranea. Stavolta il NAstartUpDay sarà infatti anche l’open cocktail di SMAU trasformando gli spazi del Festival della Cucina Napoletana in un’originale palestra degli startupper e degli innovatori “made in Naples”.

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La Ricetta 4×4

Quattro nuove startup business sono pronte ad accelerare e a farsi conoscere da tutta la filiera dell’innovazione con una breve presentazione (elevator pitch). Nel corso dell’evento saranno poi presentate buone pratiche del territorio come l’archivio Bonelli, ricca collezione privata nata da una raccolta trentennale di documenti e testimonianze su Napoli. Ci sarà poi l’opportunità di conoscere il primo progetto di incubatore per startup tra i banchi di scuola nell’Istituto Superiore Statale “Francesco De Sanctis” di Napoli e il bando ”Benessere Giovani” promosso dalla Regione Campania per favorire la diffusione della cultura d’impresa tra i giovani.

>>> L’Evento è Gratuito ma per partecipare è necessario registrarsi QUI su Eventbrite.
NAStartUp è un Acceleratore d’Ecosistema, un appuntamento periodico e una community che senza scopo di lucro e dal basso, punta a far nascere, crescere e accelerare le innovazioni e le startup con tutti i talenti del Made in Naples. È supportato da Antonio Prigiobbo, Innovation Designer/Autore, Giovanna D’Urso, blogger e community Advisor, Roberta Madonna, showstartupper della community di NAStartUp e copywriter, Filippo Sessa Digital Consultant e tra i più attivi Maker del territorio.

Relax, praticità e creatività: ecco come catturare l’attenzione sui social media

Internet, quel posto senza frontiere dove non si trova pace, anzi dove a volte lo stress aumenta, anche a causa alla densità di contenuti che ogni giorno fruiamo sui social media, dove ci si può perdere tra news, immagini e video. Internet però non è solo questo: è anche quel posto che può rendere la vita più semplice o addirittura può aiutare a rilassarsi.

Provate ad accedere al vostro Instagram feed e a digitare #paintmixing nella ricerca hashtag, vi si aprirà un mondo infinito di miscele e tempere, il cosiddetto Paint-Mixing. Non sapete cos’è? Ve lo spieghiamo noi.

 

Cosa c’è dietro al successo del Paint-Mixing?

Mai sentito parlare di Autonomous Sensory Meridian Response (ASMR) (in italiano Risposta Autonoma del Meridiano Sensoriale)? L’ASMR è quella sensazione di formicolio che deriva da un’esperienza di rilassamento cerebrale dovuta ad un sussurro o, nel caso del Paint-Mixing, ad uno stimolo visivo.

L’artista canadese Annette Labedzki, ha iniziato per caso a condividere video del processo di mescola di diverse cromie, processo svolto prima di cominciare a dipingere. Il format ha raccolto subito il consenso del suo pubblico:  molti dei sui followers, infatti, guardano i suoi video per addormentarsi o per calmare i nervi e l’ansia. Quando Labedzki ha iniziato a condividerli su Instagram nella primavera di quest’anno, Ia sua audience contava solo 5.000 followers: oggi ha raggiunto i 315.000.

 

Il Paint-Mixing però non è solo: i video in cui materiali diversi vengono mescolati e uniti, per creare nuova consistenze, stanno diventando un vero e proprio fenomeno sui principali social media. Il motivo? Semplice: conferiscono un senso non solo di relax, ma anche di piacere; il piacere di entrare nel processo di realizzazione di un’oggetto “fatto a mano”, per di più in un solo minuto.
Un po’ la versione social di Art Attack, insomma: un vaso di ceramica, un mix di tempere o dei cubetti di torta-gelato alle mele, tutto può diventare il soggetto di una clip “rilassante”.

A video posted by Tasty (@buzzfeedtasty) on Dec 6, 2016 at 2:11pm PST

 

Lerry Rosen, esperto in Psicologia della Tecnologia attribuisce il successo di questi video alla crescita dell’uso di Internet da smartphone ed alle nostre agende sempre più piene. “Siamo diventati una società che usa e comunica con immagini, che reagisce allo stimolo visivo più che a quello acustico, da qui il successo dei video”. In questo contesto, Rosen fa riferimento ai video di Tasty, canale che domina i social media, con video della durata massima di un minuto cha hanno un reach di 500 milioni di persone al mese, raggiungendo 1.5 miliardi di visioni.

Tasty è stato lanciato da Buzzfeed il 31 Luglio del 2015 ed è la “reincarnazione” digitale dei libri di cucina. Tanto il successo riscosso, che Tasty conta oggi più di sei milioni di followers aprendo addirittura degli account dedicati a diversi tipi di cucina, tra cui Proper Tasty, Bien Tasty e Tasty Japan, per nominarne alcuni. C’è anche una versione dedicata al fai da te, Nifty, dove si può apprendere come costruire un tavolino fai da te o a prepare la valigia in maniera efficiente.

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A video posted by Nifty (@buzzfeednifty) on Jun 6, 2016 at 10:44am PDT

 

In tutti i contenuti di questo genere, c’è però una costante: il punto di partenza è sempre un’azione pratica, concreta, il più delle volte creativa, che quindi cattura l’attenzione del pubblico perché percepita bella e unica nel suo genere.

Insomma, i video “rilassanti” stanno sempre più affermandosi come filone narrativo cui guardare con grande attenzione per parlare sui social media. E voi che ne dite, amici lettori? Ditecelo sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Le migliori 10 aziende al mondo in cui lavorare

Glassdoor ha rivelato la sua lista annuale con le migliori aziende in cui lavorare nel 2017. Bain & Company (gruppo di consulenza aziendale famoso in tutto il mondo) è stato premiato col primo posto.

La lista delle migliori aziende in cui lavorare nel 2017 riflette un andamento positivo soprattutto per quel riguarda le aziende tech.

Infatti tra le prime dieci, oltre al secondo posto di Facebook, troviamo Google al 4° posto – ottava nel 2016 – ma anche LinkedIn all’ottavo posto.

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Ben diversa la situazione per i giganti Apple e Microsoft rispettivamente al posto 36 e 37. Disastrosa la situazione di Airbnb che occupa la casella numero 35 ma che nel 2016 si trovava al primo posto. Assente Twitter, segno che ha ancora molto da imparare da Facebook, e non solo.

Stabili i due gruppi di consulenza strategica Bain & Company (secondo nel 2016) e Boston Consulting Group (nella top ten anche nel 2016).

Qui i primi 10 classificati:

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Le migliori aziende in cui lavorare nel 2017: stipendi, benefit e politiche aziendali

Le migliori aziende in cui lavorare nel 2017 secondo i dipendenti

Perché i dipendenti hanno scelto queste tre società? Vediamo insieme i motivi. Iniziamo con il terzo classificato.

Secondo le recensioni dei dipendenti il BCG Boston Consulting Group è la migliore società di consulenza al mondo perché offre opportunità incredibili e favorisce una grandissima crescita professionale.

Tra i principali benefit vanno segnalate le 12 settimane di maternità e paternità retribuite e i 26 giorni di vacanze retribuiti dopo un anno di servizio.

Inoltre la Boston Consulting Group copre il 100% delle spese si assistenza sanitaria. Per non parlare degli stipendi medi: un project leader guadagna circa 177,159 dollari l’anno.

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Passiamo adesso al secondo qualificato, Facebook.

Secondo la recensione di un dipendente, Facebook è riuscita a superare tutte le aziende tech in termini di benefit, vantaggi e di benessere dei propri dipendenti.

Tra i principali benefit di Facebook troviamo le 16 settimane di maternità retribuita con aiuti economici annessi, tutti i pasti gratuiti, oltre alle cucine fornite di snack e infine l’assistenza sanitaria completa per i propri dipendenti.

Vediamo adesso i salari: un ingegnere informatico guadagna circa 125,905 dollari l’anno, mentre un tirocinante guadagna in media 6,538 dollari al mese.

Chiudiamo la nostra rassegna con il primo classificato, la Bain & Company.

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La Bain & Company fornisce un programma completo di benefit per soddisfare le esigenze dei dipendenti e delle loro famiglie. Fornisce inoltre flessibilità, indipendenza finanziaria, sicurezza e protezione.

Vediamo nel dettaglio i principali benefit.

Tutti i neo genitori hanno diritto a 8 settimane di congedo parentale retribuito mentre le future madri hanno 8 ulteriori settimane di maternità. La Bain & Company offre un piano di assicurazione sanitaria totale per i dipendenti e per i propri familiari che copre anche i costi di acquisto dei medicinali.

Veniamo ai salari: un consulente di Bain & Company guadagna in media 138,330 dollari l’anno con picchi di 174,000 dollari l’anno in base al livello.

Questi componenti combinati ad un ambiente amichevole e solidale fanno di Bain and Company il luogo ideale dove lavorare.

Positive Platform Design Jam Napoli, come progettare una Piattaforma Positiva

Promossa dall’Institute for The Future di Palo Alto e da Platform Design Toolkit si terrà il prossimo venerdì 16 dicembre al ContaminationLAB dell’Università Federico II° di Napoli, una JAM per conoscere gli strumenti essenziali per disegnare piattaforme digitali che arricchiscano la società e trasformino le nostre comunità in positivo.

Il modello delle piattaforme trasforma i mercati: le piattaforme dominano il business del 21° secolo; dai giganti storici come Google, Apple, Amazon ai nuovi giganti come Uber e Airbnb.

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Usare gli strumenti del design e le tecnologia oggi disponibili, connettere utenti e aziende in peer-to-peer si è dimostrato il principale viatico per una crescita a potenziale maggiore e a risultati e impatti eccezionali su abitudini, città, persone.

I creatori delle piattaforme hanno imparato la disciplina del design dell’interazione e la sanno sviluppare incredibilmente quando si tratta di migliorare la customer experience: queste applicazioni sono squisitamente progettate, coinvolgenti, ci permettono di fare senza sforzo quello che fino a ieri risultava laborioso e complesso.

Tuttavia la discussione sulle piattaforme i loro impatti è oggi chiave: la EU ha appena rilasciato le sue direttive di regolamentazione e molte sono le perplessità che circondano le piattaforme e gli impatti sistemici che esse possono avere sull nostre realtà.

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“Queste piattaforme non sono solo per consumatori: rapidamente stanno diventando punti di ingresso per il lavoro e generano nuovi mezzi di sussistenza delle persone. In questo senso, anche se non ce ne rendiamo conto quando progettiamo piattaforme, siamo impegnati in un altro tipo di design: il design socio-economico, la progettazione di sistemi su cui la gente fare affidamento per strutturare il suo lavoro, i suoi guadagni, i suoi programmi giornalieri.”

Afferma il prof Alex Giordano, docente di innovazione digitale presso l’Università Federico II° di Napoli e promotore dell’iniziativa.“Il senso di questa JAM è di capire che sensa ha , qui ed ora, progttare piattaforme a Napoli, alle porte del Mediterraneo. Dopo la trasformazione di mercati chiave come il trasporto o il turismo, abbiamo compreso che il modello piattaforma offre possibilità importanti in tanti nuovi contesti: mercati più piccoli, nicchie, mercati locali, comunità; tutti possono usare questo nuovo approccio grazie anche a strumenti più semplici di progettazione”.

Aziende come La Ruche qui dit Oui! Peerby hanno dimostrato che è possibile creare “piattaforme positive” – piattaforme che non solo massimizzano i profitti per i loro proprietari, ma forniscono anche i mezzi di sussistenza dignitosi e sostenibili per chi lavora tramite loro, oltre ad arricchire la società nel suo complessi”.

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La JAM ospitata al CLAB dell’ateneo napoletano è finalizzata a capire non solo come disegnare piattaforme che siano economicamente efficaci e sostenibili, ma che simultaneamente forniscano un impatto positivo sulla società – riducendone le tante diseguaglianza sociali di cui siamo testimoni ogni giorno. Insomma ci occuperemo di come si possa progettare piattaforme che evitino le relazioni di “vassallaggio” che spesso connotano i business digitali.

I partecipanti avranno avranno la possibilità di partecipare ad una borsa di studio offerta dal prestigioso Institute For The Future di Palo Alto di una durata di 3 mesi.

I borsisti selezionati riceveranno, infatti, una borsa di 9.000 dollari per sostenere il loro lavoro e la ricerca di prototipazione di una piattaforma positiva.

Per chi volesse farsi una idea a questo link ci sono i materiali della scorsa conferenza sulla piattaforme cooperative che si è tenuta a a New York lo scorso novembre.

Qui invece potete scaricarvi gratuitamente tutti gli strumenti del Tool Kit per prepararvi alla jam!

 

Quest’articolo è stato scritto da Damiano Avellino, organizzatore di Positive Platform Design Jam 

Da ora è possibile fare un video live senza uscire da Twitter

Finalmente è possibile girare un video live su Twitter senza essere costretti ad aprire l’app di Periscope.

Il social network, sul proprio blog, annuncia la nuova feauture, disponibile con l’ultimo aggiornamento dell’app per iOS e Android. I video live sono il modo più coinvolgente per raccontare ciò che sta accadendo nel mondo, immergendosi totalmente nella dimensione del “qui e ora”, insieme ai propri follower.

Dalle coperture dei giornalisti nelle “zone calde” del pianeta, fino ai concerti, passando per i vlog degli influencer: Periscope è stato utilizzato con fini molto differenti tra loro. Adesso, con Snapchat da una parte, e i live nelle “Storie” di Instagram dall’altra (oltre, ovviamente, ai live di Facebook), si è reso necessario per l’azienda di Jack Dorsey trovare un metodo più efficace per un maggior utilizzo dei live su Twitter.

Da ora è possibile fare un video live senza uscire da Twitter

Per cominciare un live su Twitter basterà scrivere un tweet, e poi cliccare sull’icona “Live”. Dopodiché si aprirà la schermata con la fotocamera attiva, proprio come accade su Periscope, e una volta pronti si dovrà cliccare su “Go Live”.

I tuoi follower potranno partecipare alla diretta, con commenti e con l’invio di cuori.

Era una possibilità che molti aspettavano: non era così comodo dover uscire dal’app, aprire Periscope e iniziare il proprio video live. Il perché ci abbiano messo così tanto a capirlo anche nel quartier generale di Twitter, rimane un mistero.

Ieri, uno degli ultimi video live utilizzando Periscope: l’intervista di Jack Dorsey a Edward Snowden. Che fine farà ora questa app? Dall’headquarter ancora non ci sono conferme, ma non è difficile immaginare che presto verrà eliminata dagli store, vista la sua (ormai) palese inutilità.