Ecommerce HUB, i consigli utili per progettare uno store online di successo

Circa 500 presenze registrate per 7 ore di formazione con 13 speaker ad alternarsi sul palco: questi i numeri della seconda edizione di Ecommerce HUB che si è tenuta sabato 12 novembre a Salerno, in partnership con PrestaShop e SEMrush.

Esperti provenienti da ogni ambito del commercio elettronico hanno presentato a #eh2016 case study e campagne, riportando esperienze e buone pratiche per un ecommerce di successo.

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Marketing automation e personalizzazione

I dati sono ormai il punto di partenza di ogni buona digital strategy, ma come ha spiegato Paolo Zanzottera di Shiny Stat nel suo speech, analizzare report e creare campagne automatizzate può rivelarsi un lavoro da “scimmie”, perché allora non puntare sulla digital marketing automation? Gestire i dati in modo strategico può rivelarsi determinante per risparmiare tempo, aumentare la produttività e dedicarsi alla parte creativa del messaggio.

L’automazione passa anche attraverso il catalogo, il cuore di ogni eCommerce store. Emanuela Genovesi di TWOW racconta di come la tecnologia e le piattaforme di advertising aiutino a mostrare il prodotto giusto, alla persona giusta, nel momento giusto. Attraverso il proprio sito è infatti possibile imparare a conoscere i propri utenti, suddividerli in gruppi e mostrare gli articoli più vicini ai loro interessi attraverso un catalogo dinamico.

catalogo

Gian Mario Infelici di Adabra consiglia quindi di focalizzarsi sulla personalizzazione del customer journey in chiave omnichannel, automatizzando ad esempio i behavioral messages. L’impatto del prodotto è certamente importante, ma mettersi nei panni del cliente è fondamentale: rende la customer experience più coinvolgente ed aumenta la fedeltà.

L’importanza della comunicazione

La più grande fetta di vendite online è oggi rappresentata dai marketplace che grazie a politiche di prezzo aggressive possono godere di grandi volumi di vendita. Giovanni Cappellotto rassicura: trasformare un eCommerce in eBusiness è possibile, ma solo se si guarda oltre il mero sito web, favorendo la comunicazione. Occorre puntare a canali alternativi e sfruttare ogni punto di contatto, dai social network alla messaggistica istantanea.

Per aumentare i tassi di conversione non sono però necessari ingenti investimenti, si può ricorrere ad una digital strategy anche con un budget di poche centinaia di euro al mese. Come rivela Daniele Vietri, il segreto sta nel puntare tutto sull’ottimizzazione dell’interfaccia, dei processi e della comunicazione. Massima attenzione alla pagina del carrello,  il momento critico in cui la posta in gioco è la bramata conversione.

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Una gestione corretta dei social è determinante per il successo di un progetto eCommerce, Francesco Antonacci di The Socialware mette però in guardia: non basta saper scrivere bene un post. Una buona strategia di Social Media Marketing richiede competenze tecniche in merito a SEO, comunicazione e marketing. Occorre inoltre sfruttare le potenzialità offerte dallo storytelling per aumentare engagement e audience: raccontarsi è fondamentale!

Una buona comunicazione in merito a politiche di reso e diritto di recesso rassicura il cliente, spiega Giovanni Maria Riccio, puntando la lente sugli obblighi normativi delle imprese che vendono online La crescita dell’eCommerce è certamente favorita da un’accresciuta fiducia degli utenti e da un quadro giuridico sicuro. E’ quindi importante avere una conoscenza dell’aspetto legale del commercio elettronico.

eCommerce tra posizionamento SEO e traffico organico

E se il tuo eCommerce fosse a rischio Penguin? La penalizzazione di Google è una questione spinosa e come spiega Ivan Cutolo di Seo Chef è bene stare attenti al link building. L’algoritmo di Big G è influenzato da fattori offpage che si ripercuotono sul ranking, occorre quindi chiedersi sempre se il link sia pertinente con la propria attività e utile per il proprio pubblico, ciò che non è coerente va cestinato.

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Un buon posizionamento organico passa anche attraverso un approccio ecologico alla keyword research, fatta di parole chiave rilevanti, pertinenti e contestualizzate. Francesco Margherita di Seogarden individua come elementi portanti i cosiddetti vettori semantici, che aiutano a sviluppare significati nei testi descrittivi, tali da generare ponti logici tra documenti pubblicati su siti web diversi.

Per veicolare traffico al proprio eCommerce, si può valutare l’idea di afficancarvi un blog aziendale ben curato, capace di convertire e generare lead. Francesco Ambrosino di Socialmediacoso spiega come il blog aiuti ad apportare traffico organico e social e a posizionare il sito con contenuti utili che rispondano ai problemi degli utenti, attraverso una corretta attività di link building interna.

Dopo aver spaziato dal digital marketing al posizionamento sui motori di ricerca, passando per social network e marketplace, l’Ecommerce HUB 2016 si è concluso con la consegna degli eh!wards, il concorso che ha premiato i migliori progetti eCommerce candidati.

Alla prossima edizione!

Lo spot di Natale che sta facendo impazzire gli inglesi

La storia della piccola Bridget e del suo speciale regalo di Natale sta emozionando milioni e milioni di americani. Il video dello spot, pubblicato su Youtube il 9 novembre, ha già totalizzato oltre 15,5 milioni di visualizzazioni:

Il regista Dougal Wilson ha realizzato per i grandi magazzini John Lewis un film “brillantemente artigianale” (come l’ha definito Adweek). Il ritmo e la canzone incalzante, una cover di “One Day I’ll Fly Away” eseguita dal trio British band Vaults, si sposano perfettamente con la trama e il claim che recita: “Gift that everyone will love“.

La campagna #BusterTheBoxer firmata dall’agenzia adam&eveDDB è però diventata famosa anche grazie alla sua versione parodia delle elezioni USA realizzata dal magazine online JOE.co.uk (“the voice of Irish men”):

https://www.youtube.com/watch?v=VDVU_TGLJU0

Noi ninja abbiamo amato entrambe le versioni. E voi, cosa ne pensate?

 

 

Credits:

Client: John Lewis
Customer Director: Craig Inglis
Head of Marketing, Brand, Social: Rachel Swift
Agency: adam&eveDDB
Chief Creative Officer: Ben Priest
Executive Creative Directors: Richard Brim, Ben Tollett
Copywriter: Ben Stilitz
Art Director: Colin Booth

NAStartup quartiere intelligente

IBM e NAStartUp: i Quartieri Spagnoli si trasformano in un hub dell’innovazione

Grazie a IBM e NAStartUp, il prossimo 16 novembre i Quartieri Spagnoli di Napoli si trasformeranno in un vero e proprio hub dell’innovazione.

Ci sarà spazio per l’IBM Cloud Bootcamp, un incontro organizzato da IBM e Talent Garden per presentare le opportunità e i servizi per innovatori e programmatori come la nuova piattaforma Cloud IBM Bluemix.

Durante il NAStartUpDay, a partire della ore 18.00, nuove startup 4 business e 3 social innovation si presenteranno con un breve pitch per accelerare il loro business e farsi conoscere da tutta la filiera dell’innovazione.

Chi sono le startup del NAStartUpDay?

NAStartUp e IBM Napoli

Le startup selezionate per il NAStartUpDay sono DS.Studio, piattaforma di digital signage in cloud che migliora il coinvolgimento degli ospiti di b&b, hotel, imprese culturali e luoghi pubblici; Carepy, un servizio mobile Health che gestisce farmaci e terapie della famiglia in contatto con il farmacista e il medico; Qubik, una linea di dessert per la ristorazione in monoporzioni di dolci per il fine pasto nati dal mix del latte di bufala e i sapori tradizionali della Campania e del Made in Italy; Food Allergeni, che offre servizi esclusivi per la ristorazione, attraverso un software/app per l’indicazione degli allergeni contenuti nei menu/piatti e un servizio di formazione sugli allergeni.

Compito della community sarà scegliere la migliore startup, che avrà l’opportunità di accedere al network europeo dell’innovazione e avere diversi business match con player internazionali.

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NAStartUp: innovazione per far rinascere le città

NAStartup e IBM innovazione Napoli startup

L’appuntamento di NAStartUpDay è una delle principali occasioni a Napoli per scambiare idee, connettere esperienze e costruire nuove opportunità di crescita per il territorio, con un format di partecipazione sviluppato in filiera, dalla community, dai professionisti e dalle imprese, per facilitare e accelerare la diffusione dell’economia delle startup e dell’innovazione.

Nel corso dell’evento saranno presentate anche buone pratiche del territorio come il parco archeologico didattico Sulle orme dell’uomo, prima struttura ufficiale in Campania per la didattica e l’archeologia sperimentale, e #Socialfields progetto innovativo che mette in rete persone, coltivatori, orti sociali tramite una piattaforma digitale.

Ci sarà spazio anche per progetti di social innovation come Slum project che guarda all’editoria indipendente per recuperare l’informazione residuale.

Se non vuoi perderti l’evento di networking finale e avere il cocktail degli innovatori, registrati e inizia a reiventare il futuro della città.

Google e Facebook prendono provvedimenti contro i siti che pubblicano notizie fake

Il risultato delle elezioni presidenziali americane è stato influenzato dalla crescente disinformazione che abbiamo visto diffondersi nelle passate settimane su blog, siti di notizie e Social Media? È questa la domanda che circola di più in rete, posta da The Verge, BBC News,  The New York Times. E i giganti del digital non potevano esimersi dal rispondere.

Google e Facebook hanno entrambi dichiarato che prenderanno una seria posizione contro questi siti, mettendo in atto una serie di misure destinate a fermare la diffusione di “notizie false” colpendoli dove fa più male: la pubblicità.

Se Facebook ha aggiornato le sue politiche pubblicitarie, precisando che il divieto di contenuti ingannevoli e fuorvianti vale anche per le notizie false, Google sta lavorando alla possibilità di escludere questi siti web dall’utilizzo di AdSense, servizio pubblicitario di Alphabet Inc.

Pare che questa forte presa di posizione sia scaturita proprio dal dibattito sul ruolo che i Social Media, ed Internet in generale, abbiano giocato nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. La diffusione di informazioni false e spesso dannose avrebbero influenzato gli elettori verso il candidato repubblicano Donald Trump (come quella secondo cui Trump avrebbe vinto il voto popolare o quelle pubblicate dai piccoli editori in Macedonia in cui si denigrava la Clinton e che sono stati ampiamente condivise su Facebook) .

Alle accuse di facilitare la diffusione di disinformazione online, Zuckerberg ha più volte risposto che Facebook non ha avuto alcun ruolo nell’influenzare le elezioni: “oltre il 99% di quello che la gente vede nel newsfeed di Facebook è autentico“, ha scritto in questo post del 13 novembre.

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Niente pubblicità sui siti che pubblicano notizie false

Non mostreremo annunci pubblicitari in applicazioni o siti che contengono contenuti illegali, fuorvianti o ingannevoli, come le notizie false”, dichiara Facebook in un comunicato. Ma se i tuoi amici condividono notizie fake, tutto ciò che puoi fare è nasconderli dal feed, perché Facebook non prevede di fare nulla in merito ai link condivisi dagli utenti.

Allo stesso modo, Google “limiterà la pubblicazione di annunci su pagine che travisano, dichiarano o espongono fatti in maniera non esatta, o nascondono informazioni sull’editore, sul contenuto e sullo scopo del sito“, aggiornamento a cui, secondo quando dichiarato, stavano lavorando già da prima delle elezioni.

Dal programma AdSense sono già stati esclusi i siti pornografici e che pubblicano contenuti violenti. Un team dedicato, supportato da sistemi di automazione, controlla i siti che si candidano a far parte di AdSense e continua a monitorarli dopo l’inserimento nella rete, anche grazie alle segnalazioni degli utenti (ottenute, ad esempio, attraverso la possibilità disattivare l’annuncio, spiegando il motivo della scelta).

Attraverso l’utilizzo di sistemi automatizzati e revisione manuale, Adsense è già in grado di bloccare la maggior parte di annunci ritenuti inappropriati prima ancora che vengano mostrati, come contraffazioni, prodotti farmaceutici, prodotti per perdere peso e phishing.

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Google e Facebook prendono provvedimenti contro i siti che pubblicano notizie fake

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E i risultati nella Search?

“L’obiettivo di Google Search è quello di fornire i risultati più pertinenti e utili per i nostri utenti. In questo caso è ovvio che non ci siamo riusciti in pieno, ma lavoriamo continuamente per migliorare i nostri algoritmi” , questo è lo statement rilasciato da Google per commentare la comparsa di notizie fake tra i top result di Google Search.

L’introduzione del Fact Check contro le bufale e delle informazioni contestuali nel Knowledge Graph e nel Knowledge Panel sono dei passi in avanti verso il raggiungimento di risultati di ricerca chiari e veritieri.

Non è chiaro se anche Google News subirà un aggiornamento, anche se il sito di notizie che raccoglie titoli da più di 50.000 fonti a livello mondiale, prevede una candidatura da parte dell’editore e, di pari passo un controllo a priori sulla veridicità e serietà delle pubblicazioni.

Fonti e approfondimenti:
– Google, Facebook move to restrict ads on fake news sites
– Mark Zuckerberg: We will rid site of fake news, but ‘identifying the truth is complicated’
– Facebook is full of fake news stories. On Election Day, don’t fall for them
– How we fought bad ads

Immagine di copertina: Adobe Stock #126152437

Arrivano le videochiamate su WhatsApp

WhatsApp ha finalmente lanciato oggi il servizio di video chiamata per tutti i suoi utenti, che sarà disponibile per tutti nei prossimi giorni: basterà aggiornare l’applicazione, aprire una chat, e toccare l’icona della videocamera nell’angolo in alto a destra. Il risultato è molto simile alle videochiamate di Skype, Facebook Messenger, o Google Duo: i due utenti sono mostrati contemporaneamente sulla schermata, uno in una finestra più piccola, c’è la possibilità di cambiare la posizione delle finestre della chat o di mostrare quello che abbiamo davanti agli occhi utilizzando la fotocamera posteriore.

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WhatsApp, lanciata nel 2009, spiega nel suo blog la nuova funzione per le videochiamate:

Il nostro obiettivo a WhatsApp è sempre stato quello di aiutare il maggior numero di persone possibile a rimanere in contatto con amici, familiari e i propri cari. Ciò significa realizzare un prodotto semplice, facile da usare, e accessibile in qualsiasi posto. Abbiamo iniziato con la messaggistica e le chat di gruppo. Poi abbiamo aggiunto le chiamate vocali. E lo abbiamo fatto in modo che funzionassero sulle migliaia di combinazioni di dispositivi e piattaforme presenti in tutto il mondo.

Oggi siamo lieti di annunciare un altro passo che abbiamo fatto per collegare le persone – le videochiamate WhatsApp. Nel corso dei prossimi giorni, più di un miliardo di utenti WhatsApp potranno effettuare videochiamate usando Android, iPhone o Windows Phone.

Abbiamo rilasciato questa funzione perché sappiamo che a volte voce e testo semplicemente non sono sufficienti. Non c’è sostituto alla visione di un nipote che compie i suoi primi passi, o del viso di una figlia mentre è a studiare all’estero. E noi vogliamo rendere queste funzionalità a disposizione di tutti, non solo per coloro che possono permettersi nuovi e costosi telefoni o vivono in Paesi con le migliori reti cellulari.

Nel corso degli anni abbiamo ricevuto molte richieste da parte dei nostri utenti per le videochiamate, e siamo entusiasti di poter finalmente offrire al mondo questa funzione. Grazie per aver scelto WhatsApp e promettiamo di continuare a lavorare duramente ogni giorno per migliorare il servizio.

La videochiamata non è l’unica novità  in cui WhatsApp si è cimentata: la società ha inoltre implementato l’autenticazione a due fattori in alcune delle sue versioni beta, lasciando intendere che il suo prossimo aggiornamento potrebbe includere un focus sulla sicurezza.

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Clickbait ed echo chambers: i fenomeni social che influenzano l’opinione pubblica

A una settimana dalle elezioni degli Stati Uniti che hanno designato Donald Trump nuovo presidente, la domanda che molti cittadini americani (e non solo) si stanno ponendo è sempre la stessa: come è potuto accadere, considerate le statistiche che vedevano come favorita la candidata democratica Hillary Clinton? Le motivazioni ovviamente sono moltissime: alcune, però, sono legate anche ai social media. Vediamo perché.

Clickbait e notizie bufale: il fenomeno dell’echo chambers

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Facebook ha ribadito più volte di essere “una compagnia tech e non un media”.

In realtà, pur non producendo contenuti editoriali, Facebook esercita più influenza dei media stessi. Grazie alla sua funzione di “distributore di contenuti”, infatti, Facebook permette agli utenti di ricevere agevolmente informazioni, più facilmente che attraverso i media tradizionali (TV, radio, giornali) e, per certi versi, anche da Google.

Non sempre, però, questo porta a risultati virtuosi. Nelle settimane scorse, ad esempio, molti utenti hanno visto popolare i propri social newsfeed di un meme di Trump, in cui era pubblicata una quote del nuovo presidente, rilasciata al People Magazine nel 1998 e in cui affermava che se mai si fosse candidato, lo avrebbe fatto da repubblicano poiché essendo l’elettorato di quel partito fondamentalmente stupido, avrebbe creduto ad ogni stupidaggine che avrebbe detto.

trump people magazine

In realtà tutto ciò non è mai accaduto. La quote era falsa, così come l’intervista. Un esempio non isolato: questa non è stata infatti l’unica bufala circolata durante il periodo prelettorale.

Le bufale, talvolta, sono frutto di una sistematizzazione totale. Il caso che ha raccontato un recente articolo di Buzzfeed in questo senso è emblematico: un gruppo di giovani in Macedonia ha creato nei mesi scorsi 140 (centoquaranta!) siti di notizie pro-Trump. Le notizie venivano per lo più copiate direttamente da siti di estrema destra americani, e riportati con un titolo “sensazionale” per incoraggiare click, condivisioni ed engagement senza preoccuparsi del contenuto, al semplice scopo di generare traffico.

Getty Images / BuzzFeed News

Getty Images / BuzzFeed News

È il fenomeno del “clickbait”: articoli il più delle volte fasulli con titoli teaser, che incoraggiano il click da Facebook verso siti-capestro (un po’ come i centoquaranta sopra citati) che veicolano quasi sempre notizie fasulle. Un problema che può generare danni irreparabili: gli utenti si abituano a interagire con determinate notizie e perdono la capacità di distinguere il vero dal falso, soprattutto in momenti socialmente rilevanti come le elezioni, in cui i media propongono un alto numero di notizie ed è necessaria – per orientarsi – una capacità di discernimento maggiore.

Alla luce di tutto questo, è corretto affermare che la diffusione di “clickbait news” siano state un fattore influenzante l’andamento delle elezioni?

Certamente, è vero che negli ultimi anni è cambiato il modo con il quale accediamo alle notizie. In passato si faceva riferimento ai quotidiani o ai TG: ora per lo più ci si rivolge al nostro Facebook o Twitter newsfeed. Secondo un recente sondaggio del Pew Research Centre, le notizie e i messaggi che appaiono sui social riescono effettivamente ad influenzare l’opinione degli utenti, o almeno di 1 su 5.

Il 20% di coloro che ha risposto al sondaggio, ha affermato che i social media hanno c0ntribuito a far cambiare l’opinione su una questione politica; il 17% per cento ha cambiato direttamente la propria opinione su un candidato.

pew research center

pew research center

Nonostante ciò, giovedì scorso alla Calfornia conference of Techology, Zuckerberg ha affermato a proposito della responsabilità di Facebook sul risultato delle elezioni che:

“C’è una profonda carenza di empatia nell’affermare che l’unica ragione per la quale qualcuno ha votato nel modo in cui ha fatto, è per aver letto delle notizie bufale”.

Affermazione forte, ma che sottovaluta in certi casi un fenomeno alimentato proprio da tutte le notizie clickbait, quello della Echo chamber: situazione in cui le informazioni, idee o credenze si amplificano e rinforzano grazie alla loro trasmissione e ripetizione in un sistema “chiuso”, e in cui vengono censurati  punti di vista diversi o concorrenti. Più la penso in un determinato modo, più quell’idea si rafforzerà, perché corroborata da contenuti che mi arrivano dal network digitale in cui sono inserito e in cui i pareri dissonanti riescono a non entrare.

Nel mondo di Facebook, tutto quello che ci piace si trasforma in articoli a cui potremmo essere interessati: un mondo incantato dove nessuno ci contraddice. Forse anche per questo, molti supporter del candidato democratico Clinton sono stati colti di sorpresa dal risultato.

Il Wall Street Journal ha documentato benissimo il fenomeno dal punto di vista politico tramite il Blue feed, Red Feed: un tool in grado di generare e raffrontare un newsfeed liberale ed uno conservatore, visualizzando i post più attinenti a seconda del personaggio politico scelto.

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Un esperimento che dimostra come in entrambi i feed fossero moltissime le notizie fasulle e i post clickbait. In questo caso, Facebook ha mostrato ciò che ogni utente voleva vedere, diminuendo la visualizzazione di opinioni opposte e rafforzando, di conseguenza, il punto di vista già acquisito: sostanzialmente, una fonte di contenuti fortemente autoreferenziale e non in grado di informare correttamente.

È facile alzare le mani e dire “Facebook non è un media”, ma in quanto distributore di contenuti Facebook dovrebbe fare uno sforzo maggiore nell’evitare la diffusione di bufale e magari non lasciare la selezione editoriale nelle mani di un algoritmo. Ma aspettare le risposte senza cercarle è adagiarsi nell’ignoranza: è decisivo che anche gli utenti facciano uno sforzo per tenersi informati, anche attraverso fonti credibili (a prescindere dalle proprie posizioni). Il rischio è, altrimenti, di assuefarsi a una fruizione passiva e orientata da posizioni già precostituite: rischio che non va d’accordo con l’esigenza di essere cittadini consapevoli.

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Musement raccoglie un round di investimento da 10 milioni di dollari

La notizia è di quelle che fanno ben sperare per il futuro delle startup italiane: Musement ha appena raccolto un secondo round di investimento da 10 milioni di dollari.

Il round, guidato da Micheli Associati e sottoscritto anche da P101 e 360 Capital Partners, premia il lavoro della startup che consiglia e permette di prenotare le migliori esperienze da vivere in tutto il mondo.

La strada ora è quella dell’espansione globale e dello sviluppo tecnologico del prodotto.

Musement, la startup italiana che ha successo nel mondo

Musement raccoglie un round di investimento da 10 milioni di dollari

Lanciata nel 2013, la pluri-premiata startup ha già conosciuto molte soddisfazioni a livello internazionale e questo Series B funding è il completamento ideale di una prima fase di attività in rapidissima crescita, che ha visto l’ampliamento dell’offerta di prodotti con migliaia di tour, eventi sportivi, musicali, mostre, musei e attrazioni in più di 450 città in tutto il mondo.

L’azienda si è saputa imporre a livello globale grazie a importanti elementi di innovazione nel settore turistico e il round di finanziamento appena concluso verrà in parte utilizzato per continuare a migliorare il servizio in termini di sviluppo tecnologico.

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Tecnologia e sviluppo le chiavi della crescita nel settore turistico

Tra le novità, il primo servizio integrato di prenotazione in-destination, che permette ai viaggiatori di ricevere una notifica push nei pressi delle principali attrazioni, prenotare il biglietto direttamente e saltare la coda di accesso.

Una innovazione che promette di accelerare la crescita degli utenti che utilizzeranno il servizio.

La tecnologia introdotta da Musement, infatti, controlla in tempo reale se in musei, mostre o eventi circostanti ci sono biglietti in vendita per la giornata, se sono disponibili e se si accettano biglietti elettronici che permettano ai viaggiatori di ottimizzare il proprio tempo a destinazione, eliminando uno dei più grandi ostacoli di crescita del segmento tours & activities del settore turistico.

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Sempre a livello di innovazione Musement ha raggiunto un altro importante traguardo nel 2016: il lancio del primo chatbot al mondo nel settore delle attività turistiche, come servizio evoluto di assistenza ai viaggiatori.

Un ambito di sviluppo, anche questo, che sarà rapidamente accelerato grazie al finanziamento, e che includerà l’integrazione di veri concierge e agenti di viaggio che, lavorando con Musement sulla piattaforma, potranno rispondere a specifici bisogni del cliente.

Grazie all’introduzione di piattaforme aziendali end-to-end, sviluppate per agenzie di viaggio, alberghi, compagnie aeree ed eventi, infine, Musement ha potuto firmare accordi con alcune delle più grandi organizzazioni del settore turistico di tutto il mondo, tra cui Travelport, 15below e Trekksoft, che verranno ampliati.

Il round di finanziamento sarà impiegato per sostenere la crescita operativa della società, compresa l’apertura di nuovi uffici in territori chiave, a supporto della sede principale di Milano, dove il team internazionale, è cresciuto da 10 a 70 persone negli ultimi due anni, nonché della sede spagnola di Barcellona.

“La scelta di investire nell’azienda è stata determinata inizialmente dalla comprovata esperienza del management e dalla loro visione unica in un settore competitivo ma in forte espansione e confermata dalla qualità di esecuzione che abbiamo verificato – non ci sono molte start-up al mondo in grado di andare oltre gli obiettivi del proprio business plan in modo costante, sia sul piano operativo che finanziario, e Musement ci è riuscita “.

Matteo Renzulli di Micheli Associati

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Grazie di tutto, Apple Magsafe

Questo, te lo ricordi? È uno degli spot della pluri premiata campagna “Get a Mac” che, dal 2006 al 2009, ha messo a confronto, in maniera sfrontata ed ironica, l’eterno dualismo Apple VS Microsoft.

Indovina chi dei due, per 66 volte, ne usciva vincitore? 🙂

I protagonisti sono PC (John Hodgman), alle prese con un incidente sulla sua scrivania per via del cavo di alimentazione del suo computer portatile. Tutto questo mentre Mac (Justin Long) gli dice semplicemente che a lui non sarebbe mai successo, per via del suo alimentatore magneticoil MagSafe.

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Il MagSafe è stato introdotto, nel 2006, come una caratteristica distintiva e comunicativa dei laptop Mac. Del resto, l’attenzione (o meglio, l’ossessione) per il dettaglio, è sempre stata la caratteristica principale della Apple di Steve Jobs, e il MagSafe rappresenta proprio questo: una piccola attenzione che, insieme a molte altre (a partire dall’apertura della scatola), fa sentire l’acquirente speciale, come se avesse per le mani molto più di un portatile.

È come se avesse acquistato un’esperienza, l’appartenenza ad un gruppo diverso dalla massa, diventando così decisamente cool.

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Il MagSafe ha accompagnato, nelle sue evoluzioni, tutta la lineup portatile della Mela. Tutta fino al MacBook 12 pollici (che ha con una sola porta USB-C, anche per la ricarica) ma, soprattutto, fino al nuovo MacBook Pro.

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Oltre a tutte le critiche in rete (prezzo elevato, ram massima a 16GB, assenza dello slot SD/HDMI/USB tradizionale e dell’uscita audio ottica digitale), anche sul portatile dedicato agli utenti professionali c’è stata la dismissione di questa caratteristica. Che, forse, non sorprende. Ma è sicuramente rilevante.

Del resto, per capire quanto il MagSafe e il suo concetto di magnete abbia ispirato il mondo tech, basta osservare i Surface di Microsoft ed il loro connettore di alimentazione. Ti ricorda qualcosa?

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Photo from www.soft32.com

In cambio della rinuncia ad un alimentatore proprietario, gli Apple users potranno però utilizzare adattatori USB-C/Thunderbolt 3 di qualunque provenienza, anche di terze parti (eventualmente anche magnetici, come questo cavo). Il tutto contando su una batteria sempre più potente e con minore necessità di essere ricaricata di frequente, rendendo la necessità di ricaricare (un po’) meno evidente.

Tutto questo però non può non fare sorgere degli interrogativi: dove e come si muoverà Apple nel futuro? Cambierà completamente direzione rispetto a quella tracciata negli ultimi anni dalla genialità di Steve Jobs? Perché è sempre più evidente che Apple stia cambiando, allontanandosi sempre più dai dettami e dai principi del suo fondatore.

Probabilmente “that’s just business, baby, ma sono l’unico a sentire la mancanza di questi dettagli? Tu cosa ne pensi? Scrivici i tuoi commenti sulla nostra pagina facebook!

PS. A proposito di dettagli, se hai un Mac guardati questo video: i nuovi acquirenti di un portatile Apple da oggi in poi, forse, non capiranno più da dove arriva questo suono 😉

[SPOILER ALERT: si, Apple ha tolto anche il suono di avvio dai nuovi MacBook!!]

Il Coding non è solo un’esclusiva dei Developer

Conoscere le basi del coding e le potenzialità dei linguaggi di programmazione non sono solo un ottimo complemento per chi si occupa di digital marketing, ma implementare le tue skill può rendere la tua carriera più longeva e di successo.

Ne abbiamo selezionate 5 da aggiungere subito al tuo curriculum vitae:

1. HTML (e CSS)

linguaggio di programmazione

L’HTML (HyperText Markup Language) non è propriamente un linguaggio di programmazione ma “dice” al browser come dovrebbe disporre e visualizzare i contenuti.

Per il content marketing è essenziale per trovare ed editare le meta decription, i title tag e le keyword. Se il software che utilizzate per l’upload di contenuti non ha un’interfaccia Markdown o WYSIWYG (What You See Is What You Get), per una buona formattazione è utile imparare a creare hyperlink, intestazioni, paragrafi e spaziatura, immagini e liste (tenendo in considerazione gli upgrade).

2. Linguaggi di Scripting: Bash, Python e Perl

Bash (Bourne Again Shell) è un interprete di comandi che, attraverso una serie di funzioni predefinite, permette di comunicare con il sistema operativo; Python è un linguaggio object oriented dinamico, pseudocompilato e molto leggibile. La sua sintassi è pulita e snella. Tali caratteristiche lo rendono adatto ai neofiti, consentendo di focalizzare facilmente concetti di programmazione e paradigmi di testo.

Perl (Processing Estraction Report Language) nasce come linguaggio di scripting ma negli anni è diventato sempre più potente e a oggi possiamo dire si tratti di un general purpose. 

Questi linguaggi sono in grado di automatizzare i task apparendo intuitivi e naturali. Conoscendo linguaggi di scripting è possibile automatizzare i task dei quali non possono prendersi cura Zapier o IFTT e gestire i dati da visualizzare e i tool per la loro analisi.

3. Data Analysis: SQL

linguaggio di programmazione

SQL (Structured Query Language), non è un linguaggio procedurale ma un Query Language per la gestione e il recupero dei dati all’interno di un database; con SQL è possibile recuperare informazioni dai database per poi combinarle, una funzione utilissima per creare report. È molto simile a Excel, la sua sintassi è molto semplice e gestire un report basic non sarà più un’impresa titanica.

Saper usare un linguaggio come SQL ti permetterà di porre ai developer domande più specifiche durante le analisi, senza dover spendere la maggior parte del budget – in termini di tempo ed effort – per la pulizia dei dati inutili. 

4. Dati, con le immagini è meglio

linguaggio di programmazione

Se lavori nel digital marketing saprai già quanto le immagini siano un mezzo di comunicazione irrinunciabile: ad esempio – su Facebook- video, immagini e infografiche sono i contenuti più fruiti dall’audience.

Ma i contenuti grafici sono un tool fondamentale anche quando si parla con i marketer, si fanno presentazioni e si realizzano report.

Quando presententi i risultati del tuo lavoro ai decision maker in forma grafica, loro saranno in grado di prendere decisioni a colpo d’occhio. Essere in grado di produrre grafici e contenuti visual, ti consentirà di trasmettere più facilmente ai tuoi stakeholders la tua strategia.

Visualizzare i dati è ottimo anche in una strategia di content marketing, per illustrare al meglio un argomento e creare report dinamici.

5. Perché è importante capire i termini e le potenzialità del Coding?

Fino a qui abbiamo capito come comprendere le applicazioni di un linguaggio di programmazione e la difficoltà dei vari task sia molto utile anche per chi si occupa di digital marketing. A questo è meglio aggiungere la conoscenza delle capacità di un API (Application Programming Iterface) e dei Multivariate Testing, per determinare quale combinazione di varianti esegue al meglio tutte le possibili combinazioni.

All’interno di una piccola o media impresa uno dei tuoi compiti potrebbe essere anche quello di trovare professionisti IT; la conoscenza della materia ti permetterà quindi di porre le giuste domande al candidato o capire se un’idea non possa essere effettivamente realizzata o se si tratti solo di non avere le giuste competenze.

Conoscere e sapere usare la giusta terminologia ti permetterà inoltre di comunicare “con la stessa lingua” del reparto IT, dando suggerimenti e input più utili per una web strategy.

…e adesso metti tutto insieme!

Usa SQL per estrarre solo i dati più interessanti dai tuoi report, esponili con grafici e infografiche. Persuadi il tuo team a testare i dati OAuth e usa l’HTML per formattare i testi del tuo blog!

Dalla street art made in Italy alla moda: Giorgio Bartocci e Southfresh

di Silvia Scardapane

Questa settimana Streetness punta orgogliosamente sul Made in Italy, proponendo un focus su una delle collaborazioni più interessanti dell’anno ancora in corso: quella tra lo street artista Giorgio Bartocci ed il brand Southfresh.

Giorgio Bartocci è uno dei rappresentati più rilevanti del muralismo contemporaneo; le sue opere sono visibili in numerose città italiane, tutte caratterizzate da pennellate possenti e vigorose. Le forme puramente astratte sono, a ben vedere, valorizzate da molte sfaccettature e metalivelli, frutto dei numerosi input che l’artista riceve dalla società attuale e che trasforma, a seguito di un’attenta ricerca, in vorticosi movimenti che si ritrovano sia su muro sia su altri supporti.

Lo spettatore può dunque cogliere, con la minuzia dello sguardo, numerose silhouette e segni atavici, emblemi di un primitivismo armonico che quasi stride con la modernità del suo gesto.

 

La simbolica sintesi artistica compiuta da Giorgio Bartocci incontra per questo le più svariate forme della realtà simultanea, connaturandosi non solo nel mondo della Street Art ma anche catapultandosi in quello del design. Questo il motivo principale per cui la collaborazione con il marchio milanese Southfresh incontra le esigenze stilistiche dello streetwear dei nostri giorni, regolandoci una capsule collection ricca di segni riconoscibili e particolari.

La collezione dal titolo GB CAMO S1 è nata dalla passione che gli stessi protagonisti nutrono per la subcultura di strada e da un progetto iniziale intitolato ”Mimesis”, un lavoro caratterizzato da vivaci tonalità oro, colore usato come pattern per esaltare gli inserti che ne contraddistinguono i capi di abbigliamento.

 

Oltre a t-shirt e felpe che giocano sui toni del nero-bianco-grigio, sono stati realizzati anche diversi accessori, tra cui foulard e sciarpe. L’attenzione al dettaglio all-over è presente anche nella scelta dei materiali e per questa particolare produzione spiccano seta, velluto e lana jersey.

Southfresh è un brand indipendente e tutto italiano, fondato da Alberto Pepe. Si tratta perciò di una produzione giovane e fresca che punta sulla distribuzione di prodotti di qualità (rilasciati in quantità limitata) nonché su fruttuose ed interessanti collaborazioni artistiche.

Street_art_made_in_Italy_con_Giorgio_Bartocci_e_SouthfreshStreetness non poteva dunque non analizzare questo case-study nostrano, senza presentare gli esiti positivi che ancora una volta nascono dall’unione della Street Art con il mondo dello streetwear, soprattutto quando, come in questo caso, i brand puntano, da un lato, al recupero della tradizione tessile italiana e, dall’altro, a potenziare la ricca realtà artistica del nostro panorama creativo.