Le 12 professioni del programmatic

Dalle nuove professioni come il media trader fino all’importanza degli analisti big data passando per la rivoluzione della figura del commerciale: l’arrivo del Programmatic Buying ha cambiato il settore pubblicitario.

Eppure quando, nel 2013, l’automatizzazione degli acquisti di spazi pubblicitari arrivò sul mercato in molti gridarono al rischio di una vera e propria crisi dell’impiego nel mondo della pubblicità. Ora, a due anni dalla sua introduzione, si può dire con certezza che il programmatic non sta distruggendo posti di lavoro, anzi sta dando la giusta scossa al sistema per sfruttare al meglio le risorse umane nel settore pubblicitario.

“Il Media Trader, l’equivalente del Trader finanziario ma applicato all’acquisto di spazi pubblicitari, è una nuova figura che deve avere buone conoscenze sia in ambito economico sia in quello comunicativo per essere il miglior stratega per una campagna pubblicitaria. Inoltre, dalla nostra esperienza ci siamo accorti che oggi sono davvero indispensabili tutte le figure che si occupano dell’analisi dei big data mentre il commerciale sta cambiando: si prova a cercare prevalentemente ingegneri con un percorso commerciale per assicurarsi che siano in grado di comprendere al 100% gli aspetti tecnici del programmatic per poter proporre ai clienti le soluzioni migliori” dice Gaetano Polignano, Country Manager Tradelab, azienda leader nel settore del Programmatic Buying.

Per fare chiarezza sulle differenti figure che lavorano nel programmatic buying e sfatare il falso mito degli algoritmi che distruggono posti di lavoro, Tradelab propone un’infografica che racconta le 12 professioni che operano nell’automatizzazione degli acquisti di spazi pubblicitari.

Google, Facebook, Microsoft, IBM e Amazon insieme per l’intelligenza artificiale

Google, Facebook, Microsoft, IBM e Amazon cinque colossi per l’intelligenza artificiale e il suo sviluppo etico.

La collaborazione si chiama “Partnership on Artificial Intelligence to Benefit People and Society” e si propone di informare le persone, di rassicurarle sui vantaggi dell’ultima frontiera tecnologica, di condurre ricerche congiunte e stabilire best practice soprattutto per quanto riguarda etica, correttezza, inclusività, trasparenza, privacy, interoperabilità.

Cinque colossi uniti da un forte interesse per l’intelligenza artificiale.

IBM con Watson, Google con DeepMind, Amazon con l’assistente virtuale caricato negli speaker Echo e Microsoft con Cortana; senza dimenticare Facebook che dipende dall’intelligenza artificiale per molte delle sue caratteristiche: dalla pubblicazione degli annunci pubblicitari alle visualizzazioni della News Feed, passando per l’analisi dei dati non strutturati e il riconoscimento automatico dei volti sulle fotografie.

Insieme per l’intelligenza artificiale

La collaborazione, precisano i soggetti coinvolti, non ha l’obiettivo di schierarsi contro i governi o gli enti governativi; nasce come spazio di conversazione con lo scopo di capire quali potranno essere i benefici per la società e promuovere la crescita di fiducia nelle persone.

Assente non giustificato tra i big: Apple, che ha comunque avuto dei contatti con le aziende sopracitate. Lo stesso Eric Horvitz, Microsoft, ha fatto sapere che a Cupertino si sono mostrati entusiasti dell’iniziativa.

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Google, Facebook, Microsoft, IBM e Amazon: i membri del board

Google, Facebook, Microsoft, IBM e Amazon insieme per l'intelligenza artificiale

La partnership avrà un board composto da 10 persone: ogni azienda avrà all’interno un proprio membro mentre gli altri membri faranno parte del mondo accademico e del no profit.

Per Amazon parteciperà Ralf Herbrich, Director of Machine Learning in Amazon, per Google Greg Corrado, senior scientist di Google Research e co-founder del Google Brain Team, per Facebook Yann Lecun, Direttore della ricerca sull’Intelligenza Artificiale, per Ibm Francesca Rossi, ricercatrice del T.J. Watson Research Centre, infine per Microsoft Eric Horvitz, Technical Fellow e managing director del centro di ricerca di Redmond.

Sul sito ufficiale le motivazioni che hanno portato alla costituzione della partnership:

Crediamo che le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale siano molto promettenti, possono migliorare la qualità di vita delle persone ed essere sfruttate per contribuire ad affrontare le grandi sfide globali come il cambiamento climatico, il cibo, le disuguaglianze, la salute e l’educazione.

Il progetto di MIT e Georgia Institute of Technology per leggere oltre il visibile con le radiazioni Terahertz

I ricercatori del MIT e del Georgia Institute of Technology hanno messo a punto un prototipo – basato su una tecnologia a Terahertz – in grado di leggere fino alla nona pagina di un libro chiuso.

Un grande passo in avanti per l’uso della radiazione submillimetrica, destinata ad avere un grande impatto nella filologia e che potrà avere implicazioni importanti nel campo della sicurezza informatica.

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Don’t Judge the Book by its cover, o no?

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Risale ad un decennio fa la scoperta, sempre operata dai ricercatori del MIT, di poter utilizzare le radiazioni Terahertz – bande invisibili dall’occhio umano, con la frequenza più alta delle microonde e compresa tra queste e la luce ad infrarossi – per leggere una lettera attraverso una busta chiusa.

Il prototipo è un sistema di imaging che, utilizzando un impulso a Terahertz riflette i piccoli vuoti d’aria tra le pagine di un libro.
Con l’algoritmo sviluppato dal MIT, il devices riceveva le immagini delle parole dai libri chiusi, che giungevano però distorte o incomplete a causa della sovrapposizione di più parole su diverse pagine.

È qui che entra in gioco il team del Georgia Institute of Technology che, sviluppando altri due algoritmi, ha aumentato la risoluzione del prototipo: uno per isolare le lettere dal rumore di fondo e il secondo in grado di “interpretare” le immagini ricevute, che prima rimanevano distorte o incomplete.

4 step per leggere un libro chiuso

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Come spiega Barmak Heshmat, ricercatore scientifico del MIT media lab, il processo per leggere un libro chiuso si compone di quattro fasi:

1) La radiazione passa attraverso la carta così che diventi leggermente trasparente in questo range di frequenza.

2) Una volta che si ha la risoluzione temporale che permetta di distinguere tra le varie pagine viene inviato un impulso che si riflette sugli airgaps (l’indice di rifrazione che si crea tra aria e carta) di ogni pagina separandole e, una volta stabilito il confine effettivo tra una pagina e l’altra, si riescono ad isolare le parole dal rumore di fondo che le parole scritte nelle pagine antecedenti e successive producono.

3) L’algoritmo sviluppato è in grado di ottenere l’informazione spettrale dei diversi inchiostri che devono essere visibili in un range di frequenze che va da 550Ghz a 1Thz.

4) A questo punto è possibile riconoscere i differenti caratteri e l’algoritmo può distinguere anche se ci siano parti di lettere mancanti.

Studio di testi antichi

Lo “Spettometro Terahertz”, per il momento è riuscito a leggere in modo chiaro solo 9 pagine. Il segnale ne raggiunge un massimo di 20, che non legge però in modo nitido. Ma la spettroscopia Terahertz è un campo molto giovane: ha quindi tante possibilità di essere implementata a breve termine.

Secondo Barmak Heshmat, il devices può essere utilizzato nei musei per accedere al contenuto di testi antichi, ormai troppo fragili per essere maneggiati ed essere in grado di confermare l’autenticità dei dipinti o addirittura, il processo creativo seguito dall’artista.

Mentre il dispositivo è ancora ad uno stadio embrionale, il team di ricercatori è già in contatto con il Metropolitan Museum of Art di New York, molto interessato al devices per ispezionare alcuni antichi volumi che fanno parte della loro collezione.

Un pericolo per la sicurezza informatica?

L’implementazione di questi algoritmi potrebbe avere risvolti diversi dalle implicazioni museali e industriali: Barmak Heshmat si è detto preoccupato per il possibile utilizzo nel furto di autorizzazione su siti che utilizzano il codice CAPTCHA. Il CAPTCHA è un test in grado di determinare se l’utente sia un umano o un bot, richiedendo all’utente di riconoscere una serie di lettere o numeri in sequenza e volutamente disturbate, e questo nuovo algoritmo potrebbe costringere a rivedere i parametri della sicurezza informatica.

Snapchat e Politica: come arrivare agli under 30?

È inutile perdersi in giri di parole quando sono i numeri a parlare: se in due anni riesci a triplicare il numero di utenti mondiali attivi sulla tua piattaforma (da 50 a 150 milioni), dove più della metà di questi è nella fascia d’età under 25, significa che (forse) stai facendo le cose per bene.
Di cosa stiamo parlando? Di Snapchat, il social network che ha fatto impazzire totalmente i millenials, ovvero sono coloro che sono nati tra i primi anni ’80 e la metà degli anni ’90 nel mondo occidentale.

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Milioni di utenti attivi Snapchat nel mondo dal 2014 al 2016

Ma andiamo per ordine:

Lanciata nel 2011, è una piattaforma di messaggistica per cellulari e tablet, divenuta famosa perché da la possibilità agli utenti di condividere via “Snap” fotografie e brevi video che, per dirla in gergo di film di spionaggio, si distruggono automaticamente poco dopo essere stati ricevuti dal destinatario, per tutto il tempo di durata deciso dal mittente, fino ad un massimo di dieci secondi.

Se poi c’aggiungiamo anche che il mittente può modificare a proprio piacimento il suo volto, attraverso gli ormai celebri Filtri (precisamente Lenti/Lenses) di Snapchat: vi è mai capitato di vedere persone in tram o nelle situazioni più disparate tirare inspiegabilmente fuori la lingua e mandare leccate al telefonino? Beh, avete assistito all’effetto del Filtro Cane di Snapchat sulle persone.

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Ecco appunto, gli effetti di Snapchat sull’autore

Ma la funzione più interessante (filtri a parte) è quella delle Stories: gli snap, video e foto possono anche essere salvati e inseriti nella sezione Storie, dove restano visibili per un periodo più lungo di 24 ore.

Voi direte, e dov’è il vantaggio? Beh, semplice: se siete un brand, un influencer, o un qualsiasi tipo di persona interessata ad utilizzare uno strumento di storytelling veloce e semplice da utilizzare , che allo stesso si rivolge a quelli che saranno i consumatori del futuro, non potete fare finta di niente, attizzare le orecchie è obbligatorio. E se invece di vendere un prodotto, stessimo “vendendo” una persona o meglio ancora un programma a quelli che saranno gli elettori del domani?

Non sono pochi coloro che si sono leccati i baffi e tentare di godere del connubio tra Snapchat e politica soprattutto nel panorama delle Elections 2016 Americane.

Se analizziamo il caso USA, la pressione che Snapchat ha avuto sul sistema della diffusione delle notizie a carattere politico e non è impressionante, fin dal 2015, anno in cui è stata lanciata la vendita dei primi annunci pubblicitari a tema: basti pensare che il numero di utenti fra 18 e 24 anni che hanno guardato il primo dibattito del partito repubblicano tramite le storie di Snapchat è stato il doppio rispetto a quelli che lo hanno seguito in tv, alla moltitudine di filtri che hanno caratterizzato le campagne elettorali dei democratici o dei repubblicani durante le primarie o che il giorno del primo Debate Day tra Clinton Trump, quest’ultimo abbia acquistato lanciato un filtro Snapchat contro “Crooked Hillary” proprio per l’occasione.

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Ma quanto può avere effetto tutto ciò sullo scenario politico reale? È sicuramente troppo presto per dirlo, ma il magazine Politico in un articolo di qualche tempo fa, ha rivelato come i due terzi degli utenti di Snapchat siano propensi ad andare a votare, e in merito a questo Rob Saliterman, ex manager Google e oggi capo delle policy e delle vendite di Snapchat, ha dichiarato che: “I giovani non sono solo interessati a Snapchat ma quelli che lo usano sono anche interessati alle elezioni politiche, e molto probabilmente andranno a votare”.

Possiamo però già dire che indipendentemente dai risultati Snapchat rimarrà uno dei simboli di queste campagne elettorali USA nel 2016, la trasformazione che ha apportato al flusso delle informazioni, il racconto della storia e dell’avventura,  la ricerca continua di novità, la freschezza del contenuto e la fruizione in modo rapido e semplice di materiale esclusivo, ha sicuramente colpito, resta da capire però con quanta entità.

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Insomma, risultati tutti da analizzare al momento del conto dei voti per chi si occupa di comunicazione politica, anche in vista dei futuri impegni elettorali Nazionali che riguarderanno nei prossimi anni anche la nostra Italia, ma nel frattempo vi sono anche altri casi da analizzare, come quello del Presidente della Repubblica Argentina Macri o dell’Europarlamento, che hanno anche loro aggiunto il “social col fantasmino” alla loro strategia di comunicazione.

Per quanto riguarda il futuro, io un’opinione ce l’ho e non vi rovinerò la sorpresa (anche perché cercherò di affrontare la questione in un altro momento), ma per farmi perdonare, vi lascio questa l’infografica di una recente ricerca condotta dallo IED riguardante l’utilizzo di Snapchat da parte degli italiani.

Che sia arrivato un ulteriore tassello delle campagne elettorali digitali del futuro? Staremo a vedere.

Pixel e Pixel XL, la nuova generazione di smartphone di Google

Dopo settimane di rumor e fughe di notizie finalmente Google ha annunciato ufficialmente una nuova generazione di smartphone, Google Pixel e Google Pixel XL.

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Gli smartphone sono dunque disponibili in due versioni, con display da 5 e 5,5 pollici; l’unica differenza tra i due dispositivi, dimensioni a parte, consiste nella batteria, che ha il sistema di ricarica veloce. Sono infatti sufficienti 15 minuti di collegamento per un’autonomia fino a 7 ore.

La linea Pixel è di fascia alta, come potete vedere dai componenti hardware qui sotto: processori Snapdragon 821 Quad Core di Qualcomm, 4 GB di Ram, fino a 128 GB di memoria.

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Il nome Pixel, come ha spiegato Rick Osterloh, Hardware Chief di Google, “ha sempre rappresentato il meglio nell’hardware e nel software, progettato e realizzato da Google, insieme”.

Vediamo insieme i cinque punti chiave di Pixel, che hanno tenuto accesa l’attezione durante il keynote di presentazione di oggi a San Francisco.

Google Assistant

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Sundar Pichai, CEO Google, ha aperto il keynote affermando: “Dopo la rivoluzione dei pc, quella del Web e del mobile, è il momento dell’intelligenza artificiale”.

E infatti Pixel è il primo telefono cellulare con il nuovo Google Assistant. Quando si tocca e si tiene premuto il tasto Home o si dice la parola d’accesso, l’Assistente entra in azione.

Nella demo di Google mostrata durante l’evento, Google Assistant viene utilizzato per aprire le foto di un particolare momento o scattate in un particolare luogo o per ascoltare la musica.  Integra le funzionalità di Google Now su Tap, permettendo all’utente di scorrere verso l’alto le informazioni e trovare ad esempio un ristorante per una cena o un albergo e prenotare.

Fotocamera

La fotocamera di Google Pixel ha ricevuto un punteggio di 89 dal noto portale DxOMark, il rating più alto che mai. Questo punteggio è un indicatore del potenziale del sensore nei nuovi telefoni Pixel. Ha una risoluzione di 12,3 megapixel con grandicon dei pixel da 1.55 micron, per catturare molta luce, e un diaframma con apertura fissa f/2.0.mart Burst che scatta diverse foto e sceglie quella migliore.

Ha il supporto HDR+, che migliora la resa del normale HDR; i video hanno la stabilizzazione ottica grazie al sampling dei valori del giroscopio ad una frequenza molto elevata. Una nuova funzione denominata Smartburst cattura più foto e seleziona la migliore grazie ad un potente software di intelligenza artificiale.

 

 

Archivio cloud illimitato

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Google permetterà l’archiviazione gratuita illimitata per le immagini ad alta risoluzione e i video girati con iPixel. Questo è molto simile al backup standard di Google Foto, ma non ci sarà più il limite di dimensione e la compressione, anche su video 4K.

Assistenza e aggiornamenti

Gli utenti Pixel avranno automaticamente in background gli ultimi aggiornamenti di Android, non appena saranno disponibili, proprio come per Nexus. Questo è un punto importante per sottolineare la distanza presa da Google con gli altri brand che hanno device con sistema operativo Android. Google ha anche costruito un supporto telefonico in diretta 24 ore su 24: un operatore tecnico sarà in grado di vedere esattamente ciò che succede sullo schermo del tuo Pixel. Gli smartphone sono anche dotati di Google Duo per le video chat app.

Realtà virtuale mobile

https://www.youtube.com/watch?v=rLLAA4ENIP4

Pixel è il primo telefono compatibile  con il visore Daydream View per la realtà virtuale annunciato anch’esso oggi con il costo di 79 $.

Daydream View porta la realtà virtuale direttamente davanti agli occhi dell’utente, mettendolo al centro dell’azione: Big G punta prima di tutto sul design e il comfort del visore e lo ha dunque realizzato in microfibra, così da essere più morbido e più leggero del 30% rispetto ai comuni visori.

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Daydream è fornito di un controller, dotato di un touchpad cliccabile e due taste caratterizzato da accelerometro e giroscopio che permettono al telecomando di essere utilizzato anche per firmare. Quando non è in uso il visore, al posto dello smartphone, può essere comodamente inserito il controller.

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Pixel sono preordinabili da oggi stesso, 4 ottobre, in cinque paesi, Stati Uniti d’America, Canada, Australia, Germania e Regno Unito; al momento il prezzo indicato è di 649 dollari e i device saranno disponibili in tre colori nero, blu e argento.

Ecco la lista dei rivenditori internazionali ufficiali:

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Altre novità: Google Home, Google WiFi e Google Chromecast Ultra

Google Home è la risposta di Big G a Echo di Amazon ed ha fatto oggi il suo debutto ufficiale: avrà un costo di $ 129 e sarà in vendita direttamente da Google dal 4 novembre.

Home di Google combina un altoparlante wireless con un set di 2 microfoni e un diffusore audio con 4 speaker. Sulla parte superiore vi è un’area touch, con cui alzare o abbassare il volume. Anche Google Home è equipaggiata da Assistant che permette di controllare la musica in casa, riproducendola da YouTube, Spotify, Pandora o TuneIn.Google Assistant e memorizzando le preferenze. Inoltre può riprodurre radio e podcast.

Ma Home, grazie a Google Assistant, è in pratica un comodo “maggiordomo” o segretario all’occorrenza: cerca ricette, alberghi, ristoranti perché accede anche al web e funziona come Google. Una funzione, My Day, ti informa inoltre del meteo e dei tempi di percorrenza fino a lavoro, grazie a Google Maps.

Un’altra novità del keynote è Google Wifi, un router modulare progettato come un sistema collegato di moduli che sono posti in tutta la casa per fornire connessione dalla camera da letto al piano interrato. Sia che la vostra casa sia grande o piccolo, Google Wifi  offre un facile controllo della rete ottimizzando la qualità del segnale. I moduli possono essere gestiti da un’app mobile, da cui è possibile attivare o spegnere il wifi dei diversi dispositivi collegati alla rete.

Non poteva mancare infine Chromecast Ultra a breve disponibile al prezzo di 79 euro anche per l’Italia: trasmette contenuti in formato fino a 4K Ultra HD con una qualità di immagini e velocità elevate.

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Un dispositivo di streaming che si collega alla porta HDMI del televisore che promette una trasmissione più rapida dei contenuti e uno streaming più fluido.

La nostra panoramica delle novità Google al momento finisce qui: presto vi aggiorneremo con caratteristiche più specifiche, in attesa di provare con mano questi nuovi dispositivi.

Eventi live

Come sfruttare i social media durante gli eventi live

Stai per organizzare un evento e vorresti renderlo più social che mai? Vorresti sfruttare il potere dei social per generare viralità e coinvolgere più utenti possibili? Utilizzare i social media durante un evento live non è una banalità. Il potenziale è molto alto ma l’errore è dietro l’angolo.

Tutte le azioni social da mettere in campo durante l’evento vanno pensate e studiate in anticipo e inserite all’interno della Digital Strategy. Improvvisazione? No grazie. Vediamo insieme quali espedienti utilizzare per sfruttare al meglio i social e rendere il nostro evento ancora più live.

Le dirette live dell’evento

Che sia su Facebook, Snapchat o Periscope l’importante è che sia live. Ora tutti i principali social offrono la possibilità di trasmettere in diretta quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi. Ricorrere ad una diretta live, soprattutto se siamo stati molto attivi nella promozione del nostro evento è sicuramente quello che si aspettano i nostri follower.

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Quale occasione migliore, dunque, per sfruttare questa funzione se non durante un evento? Programma la diretta, assicurati di avere una connessione stabile e di poter seguire senza problemi l’evento.

Informa la community della possibilità di seguire il live dell’evento direttamente sui canali social. Sfrutta questa occasione per promuovere non solo l’evento ma anche la diretta dell’evento. Fai partire un countdown o anticipa la diretta con un post e coinvolgendo gli influencer del settore.

Il Live twitting

La diretta di Twitter merita un discorso a parte. Il live twitting è ormai un sistema consolidato e molto utilizzato per raccontare in tempo reale un evento. Perché utilizzarlo? Per coinvolgere un numero incredibile di persone potenzialmente interessate al nostro evento e perché no, futuri clienti.

Come farlo al meglio? Informati bene su eventuali relatori o protagonisti dell’evento per essere sicuri di non sbagliare account per le mention, prepara in anticipo una lista con gli account Twitter da coinvolgere nella diretta, essere puntuali e precisi nella costruzione del tweet in modo da agevolare il retwitting, coinvolgere gli account che già nella fase pre evento hanno mostrato interesse.

Live Twitting

 L’hashtag ufficiale dell’evento

Fondamentale e da non sottovalutare la scelta di un hashtag ufficiale dell’evento da poter utilizzare e condividere nei post dedicati all’evento. Anticipa le esigenze di potenziali influencer e fornisci già un hashtag unico e accattivante nelle eventuali comunicazioni pre evento. Inizia a pubblicare contenuti sui canali social che contengano già l’hashtag ufficiale in modo da entrare più velocemente nel flusso dei contenuti social.

L’hashtag è utilissimo inoltre per monitorare la performance social dell’evento e avere un feedback in termini di engagement sul lavoro svolto. Less in more! Ovvero? Un solo hashtag identificativo, chiaro e univoco e non decine di hashtag generici.

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Le pareti sociali (Social Wall)

Capita spesso, durante gli eventi, di notare le teste piegate sugli schermi di smartphone e tablet. Ospiti, partecipanti, blogger, influencer impegnati in retweet e newsfeed carichi di contenuti e tag. I social wall sono una valida alternativa. Durante l’evento è possibile utilizzare le pareti o dispositivi appositi dove poter proiettare o trasmettere le conversazioni social dell’evento.

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I Social per la customer care durante l’evento

Crea un account Twitter parallelo ma sempre legato all’evento che possa essere utilizzato dai partecipanti in caso di bisogno per comunicare in modo veloce con voi. Questioni improvvise da risolvere, FAQ degli ospiti o semplicemente informazioni logistiche o organizzative. Mettere a disposizione degli utenti un servizio rapido e diretto per le comunicazioni di servizio farà apparire il vostro evento ancora più social. Gli effetti positivi? Fidelizzazione verso il brand/evento e una maggiore percezione di immediatezza e problem solving.

Social Customer care

Grazie a qualche piccolo consiglio è possibile impostare una efficace strategy social per seguire in diretta un evento live. Avete qualche altro suggerimento su come utilizzare i social durante un live? Scrivetecelo nella nostra Fanpage di Facebook.

Brandwash o Brain-wash?

Quanto è importante una brand image forte? Naming, logo, pay off, colori: ogni giorno i professionisti del branding rincorrono nuove fonti d’ispirazione per trovare la chiave che conduca al successo, sia che si stia costruendo un marchio ex novo sia per dare nuova vita ad uno già esistente grazie a un’operazione di brandwash.

In quest’ottica le neuroscienze si stanno ritagliando un ruolo da protagoniste, intercettando le motivazioni profonde che spingono il consumatore a votarsi a un prodotto/servizio, plasmandole in modo tale che – quelle razionali che giustificano una preferenza – vengano surclassate da quelle inconsce.

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Con “neuroscienza” in questo caso intendiamo “lo studio del sistema nervoso che cerca di comprendere le basi del comportamento del consumatore” e che – quando utilizzata nel marketing – prende il nome di neuromarketing.

Attingendo al subconscio, le motivazioni inconsce che ci inducono all’acquisto, le neuroscienze forniscono uno scenario particolarmente interessate per chi si trova a dover costruire un brand; spunti da poter utilizzare consapevolmente per “parlare” alla parte più recondita e meno razionale dell’audience, quella che davvero sta prendendo una decisione.

Sistema 1 e Sistema 2

Brandwash_o_Brainwash

Il risultato degli studi sul processo decisionale condotti dal Premio Nobel Daniel Kahneman, ha decretato che la capacità umana di frenare l’istinto e l’emotività davanti a un acquisto valutandolo in modo obiettivo (ad esempio fare la scelta che si dimostri più a nostro vantaggio), è completamente illusoria.

La realtà è che viviamo completamente immersi in un “humus culturale” costruito su e con condizionamenti – il più delle volte auto-inflitti, insiti nel nostro modo di pensare – che insidiano costantemente, deviandole, le nostre scelte. Per Kahenman esistono due istanze decisionali:

Sistema 1

Veloce ed intuitivo, è l’approccio automatico del cervello, quello che si attiva come un pilota automatico. Come ad esempio la fase in cui elaboriamo il particolare punto di azzurro di un maglione, proprio quello che manca nel nostro guardaroba.

Sistema 2

Questa è invece una fase di analisi più lenta, dove l’intuito cede il passo alla ragione e ci accorgiamo che no, non abbiamo realmente bisogno anche di questa nuances da aggiungere alla collezione.

Le decisioni d’acquisto sono però – la maggior parte delle volte – realizzate in frazioni di secondo, all’interno del Sistema 1, poggiandosi esclusivamente sulla parte emotiva del cervello. Ci troviamo così con l’armadio pieno di sfumature di ceruleo.

Benefici o impression?

Brandwash o Brainwash?

Per loro stessa natura i marketers cercano sempre e in ogni modo di fare leva sul plasmabile e istintivo inconscio dei consumatori; una parte delle neuroscienze contribuisce a formare una solida base scientifica che sedimenti le conoscenze che già vengono implicate nel vendere il rossetto con “l’esatto punto di rosso che seduce senza stress”.

I brand non sono altro che migliaia di impressioni accumulate nella mente delle persone che, ogni giorno, formano associazioni con la marca grazie alla loro esperienza e al tipo di interazioni avute con essa.

Il fatto più interessante è che tutte queste impressioni nascano a livello subconscio, soprattutto dal momento che tutti tendiamo sempre a giustificare le nostre scelte aggrappandoci a motivazioni razionali come la qualità, il peso o la funzionalità.

B2C vs B2B

Sollecitare i touch point subconsci, mentre ha molto appeal quando ci si riferisce al mercato consumer, trova ancora qualche reticenza quando invece ci si rivolge al business, dove viene ancora messo l’accento sugli aspetti funzionali e i benefici (qualità e prezzo su tutti) un po’ come se, una volta entrati in ufficio, non ci si rapportasse più con persone.

Anche in questo caso invece, l’importanza del percepito è fondamentale e i brand più importanti nel mercato business evocano forti associazioni emotive: compriamo IBM, Microsoft o Intel con sicurezza e ci affidiamo senza troppe riserve ai servizi UPS o DHL.

La verità dei consumatori

Credits: Adobe Stock #101508446

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Non è una novità che i tradizionali metodi di ricerca – vedi questionari o focus group – forniscano risultati imprecisi.

I consumatori non sono sempre in grado di articolare correttamente quali siano le ragioni che li spingano a preferire un brand anziché un altro e, anche quando lo fanno, molto più difficile è spiegare quali stimoli abbiano attivato queste reazioni.

Inoltre, molto spesso mentono. Ma perché mentire? Perché sottoposti alla pressione della “desiderabilità sociale” e questo porta a risultati falsati. Anche per questo i metodi di ricerca neuroscientifica ci vengono in aiuto, fornendoci maggiori dettagli sulle origini di queste impression.

Tra le tecniche utilizzate figurano l’Eye Tracking (ne abbiamo parlato qui), EEG e, meno invasivi,  i test di associazione implicita che rilevano le associazioni automatiche di una persona tra i concetti e gli attributi, aiutando a svelare gli atteggiamenti non dichiarati.

Brandwash o Brain-wash?

Mentre non manca una buona dose di critica al neuromarketing, dove c’è qualcuno che si interroga se ci si stia spingendo troppo oltre cercando di arrivare ad un vero e proprio brainwash, sono sempre di più le grandi aziende che se ne avvalgono come Google e Microsoft.

Neanche le ricerche di Kahneman sono esenti da j’accuse: l’idea di questa netta divisione tra Sistema 1 e Sistema 2 non ha messo tutti d’accordo ed è probabile che – specialmente nel caso di acquisti importanti come una casa, ad esempio – i due sistemi lavorino insieme e la ragione prevalga sull’istinto.

Le nuove tecniche di neuromarketing non andranno a sostituire quelle già esistenti, tuttavia ci aiuteranno a dipingere un quadro più dettagliato di ciò che accade nella mente delle persone. E questo non è per forza un male.

Conoscere i collegamenti emotivi, capire meglio il subconscio contribuisce a creare migliori brand experience; come possiamo monitorare le interazioni tra il brand e il suo cliente, possiamo costruire impression positive e di lunga durata.

Spotify: dopo il lancio in Giappone, arriva l’alleanza con SoundCloud?

Spotify torna questa settimana al centro delle news dopo la sua entrata in Giappone come primo servizio “freemium” di streaming musicale, irrompendo nel più grande mercato musicale al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il servizio è stato lanciato a Tokyo lo scorso 29 Settembre e sarà disponibile su mobile, tablet, desktop e Play Station.

Ma le novità non finiscono qui, secondo quanto dichiarato dal Financial Times.

La startup svedese è in trattative per acquisire SoundCloud, streaming service con sede a Berlino, il quale ha ricevuto un investimento di 100 milioni di dollari da parte di un gruppo di aziende tra cui Twitter, rendendo la situazione molto più interessante in un momento in cui l’atmosfera sul campo della digital music diventa sempre più densa.

L’accordo tra le due più grandi startup di musica europee, avrebbe sicuramente senso, ora che i titani di Silicon Valley – in prima fila Apple seguito da Amazon e Google – investono aggressivamente nella distribuzione della musica in streaming, mettendo a dura prova la sopravvivenza degli artisti indipendenti.

Quali sono i vantaggi dell’alleanza Spotify-SoundCloud?

Spotify conta ad oggi 40 milioni di utenti a pagamento ed un database di utenti che conta 100 milioni.
Pur non avendo un’influenza sul mercato della musica in streaming pari a quella di Spotify ed Apple, SoundCloud potrebbe portare in vantaggio la compagnia svedese vs. la grande mela di Cupertino.

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SoundCloud non è sicuramente il miglior servizio di streaming musicale sul mercato, ma ha senza dubbio due punti a suo favore che rende la compagnia un acquisto interessante per gli svedesi: un database di 200 milioni di utenti e 135 milioni di tracce; ma ciò che lo rende speciale, è il fatto che sia una destinazione scelta da tutti coloro alla ricerca di nuova musica, dj set, artisti indipendenti, insomma per chi è alla ricerca di qualcosa di unico ed originale che non si trova né in Spotify e né in Apple Music.

Per Spotify, che punta a quotarsi in borsa l’anno prossimo, acquisire SoundCloud non è uno scherzo; un database di 200 milioni di utenti può rivelarsi più che utile a questo proposito.

In un’intervista su una TV svedese, Il CEO di Spotify Daniel Ek ha dichiarato: “Il prossimo decennio è importante per assicurarci che sempre più artisti possano vivere della propria musica, aiutandoli a raggiungere una nuova audience. Oggi i nostri utenti vogliono scoprire nuova musica e gli artisti vogliono raggiungere una nuova audience. Essenzialmente, due facce della stessa medaglia”.

Considerando gli ultimi sviluppi, la battaglia per la supremazia sul territorio digital music diventa sempre più tormentata: gli investimenti esponenziali di Apple e la conseguente crescita di Apple Music e video streaming; YouTube lancia un nuovo servizio streaming allo scopo di convertire le centinaia di migliaia di utenti gratis, in utenti a pagamento – non a caso il colosso del videosharing ha annunciato da qualche giorno la nomina del leggendario Lyor Cohen come Head of Music; e Spotify non molla.

La nuova conquista musicale del Giappone e una possibile alleanza con SoundCloud potranno indubbiamente cambiare le carte in tavola: staremo a vedere.

3 cose che il Content Marketing può imparare da Robot, Stampanti 3D e Droni

Cosa può imparare un Content Strategist da ingegneri, developer e tech architect? Niente, a prima vista. Tantissimo, se ci pensiamo bene! In effetti e come già sostenuto in altri campi del marketing da autori internazionali come Scott Brinker, il mondo tech (che nel titolo ho descritto chiamando in causa droni, stampanti 3D e Robot) è caratterizzato da approcci che possono tornare davvero utilissimi anche per chi deve progettare contenuti digitali di valore.

In particolare, nel numero di questa estate del Chief Content Officer – la rivista cartacea ufficiale del Content Marketing Institute – ho trovato 3 ispirazioni interessanti, che mi piace riportare perché reputo utili a tutti.

  1. L’innovazione tecnologica è più rapida dell’innovazione di contenuto.
  2. Se lo crei, non è detto che abbia necessariamente successo.
  3. La personalizzazione di massa non è un ossimoro.

Nei prossimi paragrafi, mi soffermo su ciascun punto.

1. L’Innovazione tecnologica è più rapida dell’innovazione di contenuto

Gartner anticipa che nel 2022 avremo più di 500 oggetti smart connessi nella vita domestica: un indicatore (l’ennesimo?) di “abbondanza tecnologica” all’interno delle nostre vite. Ma cosa farsene, nel momento in cui non esiste ad oggi un numero sufficiente di contenuti adatti ai vari device? Se l’hardware è ormai in nostro possesso (dalla VR agli smart watch), lo stesso non si può dire per software ed experience complessiva.

Si tratta della vera sfida verso il disegno di esperienze omni-channel: non più solo contenuti lunghi/complessi o più brevi/immediati (blog vs Twitter?), ma tipologie di contenuto digitale completamente nuove oggi inesistenti. Onore e gloria per i Content Marketer più coraggiosi, che attraverso un approccio learning by doing sapranno caricarsi di tale onere con successo.

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2. Se lo crei, non è detto che abbia necessariamente successo

Ad oggi, gran parte degli sforzi dei professionisti di digital content marketing è concentrata sulla creazione di contenuti belli ed esteticamente impeccabili. Insomma, il focus è sulla content creation. Ma cosa ne sarà poi della loro distribuzione? Si tratta di uno step dove la variabile tech è fondamentale e strategica – penso ai processi di submit di app e altri formati su Store e Marketplace.

Un caso di successo da cui lasciarsi ispirare? Netflix.

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3. La personalizzazione di massa non è un ossimoro

Personalizzazione… di massa? Si tratta di un termine coniato dai guru dell’experience marketing James Gilmore e Joseph Pine, ormai diversi anni fa e all’interno di un contesto economico e sociale per nulla (o almeno, solo in parte) digitalizzato. Un framework trasformato in vero e proprio modelli di business data-driven in primis da giganti tech come Amazon e eBay. Agli occhi dei Content Marketer, la personalizzazione di massa appare un ossimoro: o si creano contenuti per tutti, oppure ci si interessa a una nicchia di audience specifica.

Possono esistere efficaci vie di mezzo? Certamente! Per esempio, la ripresa della campagna Priceless di MasterCard.

I Content Strategist possono quindi imparare tanto dal mondo high-tech. Basta guardare le cose da un altro punto di vista!

Il mercatino diventa social: Facebook lancia Marketplace

Nella mattinata di oggi Facebook ha lanciato un nuovo strumento per chi vuole usare il social come piattaforma di vendita: Marketplace.

Si tratta di un servizio che permetterà agli utenti di vendere o acquistare oggetti nuovi e/o usati direttamente dal newsfeed.

Gepostet von Facebook Marketplace Community am Donnerstag, 29. September 2016

Come funziona Marketplace

Facebook Marketplace

Marketplace è una sorta di mercatino rionale digitale:

significa che gli oggetti che mettiamo in vendita o acquistiamo sono messi a disposizione solo e soltanto tra utenti che sono vicini tra loro.

Questo dà una dimensione molto diversa rispetto ai siti di compravendita che conosciamo bene come eBay.

Per poter vendere un oggetto basterà cliccare sul tab dedicato che verrà inserito nella schermata principale dell’app a partire dal prossimo aggiornamento e seguire la seguente procedura:

  • caricare una foto dell’oggetto in questione
  • indicare il nome del prodotto, una breve descrizione ed indicare il prezzo di vendita
  • confermare la location dalla quale si decide di vendere ed inserire anche una categoria per il prodotto di modo da raffinare la ricerca da parte dei possibili acquirenti

Una volta completata la procedura per creare l’inserzione si potrà postare e quest’ultima sarà attiva per tutti gli utenti che cercheranno quella tipologia d’oggetto nelle vicinanze.

Per ora solo da mobile ed in 4 nazioni

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Marketplace è una funzione che sarà attiva dall’aggiornamento dell’app di Facebook a partire da oggi sia per Android che iOS ma è previsto che nelle prossime settimane sia disponibile anche per la versione desktop della piattaforma.

La nuova funzionalità inoltre sarà in fase di testing preliminare in USA, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda e solo per gli utenti che avranno compiuto la maggiore età.

Non è ancora stata fissata una data di rilascio ufficiale per tutti gli altri paesi ma si ritene che sarà attiva in tutto il mondo entro Natale.