Gli errori che un content marketer non deve fare

Si fa sempre un gran parlare di Content Marketing, di come “content is the king” e di quanto, nel mondo digital moderno, sia necessario creare contenuti freschi, interessanti e coinvolgenti.

Eppure, una ricerca condotta dal Content Marketing Institute ha rivelato come, negli Stati Uniti, solo il 30% dei marketer reputa davvero efficace la propria attività di creazione e gestione dei contenuti: ciò si traduce in un’enorme quantità di tempo e denaro che generano poco valore, per non parlare del profitto o del ritorno sull’investimento. La ragione, secondo John Rampton su Inc.com, non è tanto nell’inefficacia dello strumento in sé, quanto in alcuni errori comuni a molte strategie di content marketing che finiscono, inevitabilmente, per comprometterle.

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Poca attenzione alla distribuzione

Parafrasando un celeberrimo spot, “la creatività è nulla senza distribuzione”. Non c’è niente di peggio che confezionare un ottimo contenuto per poi “lanciarlo” nel vuoto, senza intercettare l’utenza e il tuo target. Molti marketer infatti investono molte risorse nella sola creazione dei contenuti, senza però pianificare con altrettanta cura quando, dove e come distribuirli. Anche il cartellone più bello risulta inefficace se posizionato nella strada di minor passaggio; analogamente, i tuoi post hanno bisogno di essere condivisi lì dove (e quando) il tuo target è più attivo. In più, considerato il funzionamento dell’algoritmo di Facebook, ormai una strategia di content marketing deve necessariamente prevedere delle attività di promozione a pagamento, anche loro ovviamente pianificate e mai improvvisate.

Troppa attenzione alla SEO

La SEO è importante. Anzi di più, è fondamentale: moltissime visite sui siti dipendono proprio dal ranking nelle serp dei motori di ricerca. Il problema sorge quando i content marketer sono troppo focalizzati sulla SEO; il risultato di questa attitudine, spesso, porta a contenuti poco autentici, più orientati a ciò che vuole Google che a soddisfare i reali bisogni del tuo target. Il suggerimento? Parti dalla tua audience, identifica gli argomenti di loro interesse e crea contenuti attraenti ma anche informativi, magari utilizzando anche la struttura dei long form.

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Ignorare i dati

Anche gli analytics (così come gli insight) sono importanti: se sono deludenti, vuol dire che c’è qualcosa da migliorare. I dati andrebbero controllati non solo “a valle”, ovvero ad attività conclusa per scoprire quali attività hanno funzionato meglio e quali no, ma anche a monte, ovvero al principio del processo decisionale e durante la stesura del tuo piano editoriale. Senza queste preziose guide potresti sprecare tempo e denaro promuovendo contenuti poco attrattivi o, peggio ancora, coprendo temi che già in passato la tua audience non ha apprezzato.

Non riutilizzare i contenuti

Molti content marketer inoltre trascurano una fondamentale risorsa: quella dei contenuti già creati e che hanno riscosso successo. Quella di riutilizzare il materiale in proprio possesso è un’arma fondamentale che ogni content marketer deve saper padroneggiare con perizia e prudenza: la creazione di nuovi contenuti è infatti un processo che richiede molti sforzi e tempo, quindi l’arte del “riciclo” diventa importantissima per mantenere una giusta frequenza sui web e sui social. Puoi aggiornare i tuoi vecchi articoli includendo nuove informazioni per mantenerli sempre utili, o magari riproporli in forma di infografica o video. Se qualcosa di tuo ha funzionato, insomma, non lasciarla nel cassetto ad ammuffire!

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Applicare una sola strategia per tutti i canali

Fare content marketing su più canali non vuol dire soltanto creare un contenuto per il tuo sito web e condividere il relativo link su diversi social network. Devi conoscere le specificità delle diverse piattaforme e i diversi comportamenti d’uso e fruizione di ogni “abitante digitale”. Il tuo traguardo non deve limitarsi a generare visite sul sito, ma lo scopo deve essere quello di creare una relazione duratura con la tua audience, fin quando sarà questa a cercare i tuoi contenuti.

E nel chiassoso e agitato mare di internet, è un obiettivo che per essere riassunto necessita pazienza, dedizione e pianificazione.

Ti sono serviti questi consigli: dicci la tua sulla nostra pagina Facebook!

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Pokémon GO: Nintendo riconquista il mondo delle gaming app

In questi giorni avrete letto molte notizie riguardo l’uscita di Pokémon GO negli app store statunitensi: era dai tempi d’oro di Angry Birds e di Candy Crush che non sentivamo parlare così tanto di un video gioco. Negli USA si parla addirittura di rapine ai giocatori di Pokémon GO da bande armate organizzate: per capire di cosa stiamo parlando forse bisogna spiegare che si tratta di un gioco di “realtà aumentata” di Nintendo che si gioca fuori nel mondo reale e il cui scopo è catturare tutte le piccole creature.

Pokemon GO è terribilmente divertente, ma non è sicuramente rilassante dal momento che non si può giocare tranquillamente sul divano di casa. Ecco perché negli Stati Uniti persino la polizia si è scomodata per consigliare molta cautela mentre si gioca.

Corsa in borsa per Nintendo

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In questi giorni le azioni di Nintendo in Giappone hanno avuto un bel balzo in avanti grazie l’attenzione dei media verso la nuova app Pokémon GO.

Lunedì Nintendo ha aumentato il valore delle proprie azioni del 23 % raggiungendo i 20.260 ¥ ($ 199,70) per azione. Era dal 1983 che la casa sviluppatrice di Kyoto non raggiungeva questi dati: secondo Reuters “le quote di Nintendo sono salite del 10% toccando il livello più alto degli ultimi due mesi, le azioni della compagnia di Kyoto sono state le più scambiate sulla piazza di Tokyo, aggiudicando all’azienda un valore di mercato di $23 miliardi.”  

Qualche anticipazione

L’app è uscita al momento in USA, Australia e Nuova Zelanda e a fatto letteralmente impazzire i server: ecco perché Nintendo ha appena annunciato che l’app non potrà uscire il 15 luglio in Europa come invece era stato prima promesso. Sembra che gli utenti europei comunque non dovranno attendere a lungo e per la verità molti di loro sono già riusciti a scaricare l’app sia su Android che su iOS aggirando i limiti geografici. Per quelli che preferiscono attendere l’uscita ufficiale ma intanto vogliono scoprirne di più, ecco qualche anticipazione!

Le basi sono abbastanza facile da afferrare. Dopo un breve tutorial in cui si cattura il vostro primo Pokémon starter (cioè non evoluto), si è liberi di vagare per il mondo intorno a voi alla ricerca delle altre piccole creature A quel punto uscite fuori di casa e preparatevi ad imbattervi nei Pokémon molto presto: l’app vi avviserà con un suono o una vibrazione. Lo visualizzerete sulla mappa e vi basterà fare tap su di esso per passare alla modalità di cattura.

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A questo punto, avrete bisogno dei Pokeballs, che raccoglierete nei Pokéstops sparsi per il mondo. A quel punto vi basterà lanciare la palla verso l’alto cercando di colpire il Pokémon.

Un piccolo cerchio colorato intorno la piccola creatura che volete conquistare vi indica la difficoltà di cattura: verde significa facile, arancio significa medio e rosso significa difficile. Dopo aver guadagnato alcuni livelli è anche possibile ottenere un elemento che vi facilita il gioco.

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Durante i Pokéstops potete anche trovare le uova di Pokémon ma dovrete attendere un po’ prima che si schiudano: dal momento che il tempo di gioco dell’app è calcolato anche grazie al GPS, dovrete percorrere dai 2 ai 5 km perché l’uovo si schiuda. Un motivo in più per fare movimento, insomma!

Per la cronaca: il Pokémon più ricercato è il leggendario Pikachu! Pare però che i veri appassionati stanno anche cercando di agguantare altre creature leggendarie appartenenti alla prima serie: Articuno, Zapdos, Moltres, Mewtwo e Mew. I Pokémon catturati andranno a far parte del Pokédex, il registro che raccoglie la loro scheda e le loro caratteristiche. Per aiutarvi, potete fare anche acquisti in-app e conquistare medaglie come “il nuotatore” o il “podista”.

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Ed infine, ecco qualche consiglio per giocare a Pokémon GO senza rischiare di farsi male!

  1. Non cercate di prendere un pokemon mentre camminate: fermatevi, spostatevi di lato, prendete il vostro Pokemon, e andate avanti; eviterete così di inciampare su marciapiedi e sassolini…
  2. Rimanete idratati e indossate un cappello: è luglio, fa caldo! Prendete tutte le precauzioni che prendereste se doveste partecipare ad un’escursione o qualcosa del genere. Portate una bottiglia d’acqua e utilizzate la protezione solare.
  3. Ricordate che non occorre tenere gli occhi incollati allo schermo: se utilizzate l’app in background, sarà lei ad avvisarvi quando c’è un Pokemon vicino. Oppure date uno sguardo alla mappa, individuate il punto dove può essersi nascosto il pokemon e aspettate di  riprendere il cellulare quando sarete vicini a quel punto.
  4. Ricordate di alzare gli occhi dallo schermo: questo gioco vi permetterà di incontrare molti amici, vecchi e nuovi. Fermatevi per conoscervi e mettete da parte il gioco per un po’, i vostri Pokemon possono aspettare 😉

Indossare le emoji? Arriva la borsa LED

Fanno parte della nostra quotidianità e ci aiutano a comunicare emozioni e sentimenti, principalmente quando scriviamo. Ma ora le emoji si possono indossare proprio come un accessorio, grazie all’invenzione della giovane studentessa di design indiana Madhura Kulkarni: la borsa con gli emoji LED!

La giovane stilista ha creato l’accessorio per poter favorire la conversazione tra le persone: il concetto che sta dietro la sua creazione è quello di utilizzare la tecnologia, che lei dice spesso portare a una rottura della comunicazione faccia a faccia, per ispirare la conversazione “verbale” tra gli individui.

“Le persone sono così concentrate a guardare il telefono e a postare sui social network, che ormai difficilmente parlano tra di loro – ha sostenuto Madhura Kulkarni in un’intervista a Mashable. – Con la mia invenzione, ho pensato di cambiare un po’ le cose: se la borsa si illumina con una particolare emoji e anche un’altra persona ha la stessa emoji, magari si può iniziare una conversazione reale.”

Il pannello LED posizionato sulla borsa visualizza 4 emoji che rispecchiano 4 diverse emozioni: la faccina che sorride, quella che fa la linguaccia, la terza che indossa gli occhiali un po’ estraniata e l’ultima che strizza l’occhio. Inoltre sul LED compaiono 3 parole colorate: ‘man’, ‘meets’, ‘machine’. Non resta che iniziare la conversazione!

Per adesso le emoji sono codificate in sequenza e mixate con le 3 parole creano un simpatico video; è previsto, però,  lo sviluppo di un’app per personalizzare sia le faccine che le parole.

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La speciale borsa emozionale è realizzata in legno e rivestita in pelle e si trova già in commercio con il marchio lanciato dalla studentessa Madhecii, con un costo che si aggira fra i £ 500 e £ 1000.

“Ho voluto creare qualcosa di futuristico e mai visto prima che raffigura l’era moderna, perché il futuro mi ispira di più, mi dà grande libertà e mi sprona a creare cose originali, non-immaginate e fuori dal mondo”.

La giovane stilista, che sta terminando gli studi all’Università di Birmingham (Uk), sta già pensando ad altre forme e dimensioni per il suo progetto. Le emoji diventeranno sempre più di moda e il contagio tra uomo e macchina sarà sempre più reale. Preparatevi Ninja! ;D

Deliveroo lancia una campagna di sponsored meme su Twitter

Deliveroo, la società inglese che offre un servizio di food delivery in diverse città in Europa, ha sperimentato una nuova azione di comunicazione su Twitter, al confine tra una campagna di social media marketing e una attenta operazione di digital PR.

Lo scorso 6 luglio, infatti, sul social cinguettante sono improvvisamente aumentate le menzioni e i retweet che citavano la startup londinese: un aumento un po’ troppo rilevante per essere completamente organico e naturale.

Andando più a fondo, infatti, abbiamo scoperto che era in atto una vera e propria campagna di meme sponsorizzati realizzata da Deliveroo con il supporto dell’agenzia The Social Chain (Manchester). Ma approfondiamo. Nell’ottica di trovare contenuti stimolanti per gli utenti, divertenti, pubblicizzati senza sembrare spam, la sinergia tra le due realtà ha realizzato una campagna vincente attraverso alcuni account Twitter con molti follower attivi e uno stile e un tono di voce del profilo un po’ irriverente e, ovviamente, dominato dai meme.

Una volta scelti i profili (parliamo di account con oltre 70.000 follower o profili seguiti da più di 400.000 utenti) è stato chiesto loro di pubblicare dei tweet con meme piacevoli legati ai servizi di Deliveroo (N.B. non si hanno ancora notizie certe sulla spontaneità o meno dei post pubblicati). Ed ecco che quindi hanno cominciato ad apparire foto di Gandalf che, assorto tra mille documenti, afferma di essere indeciso su cosa ordinare attraverso Deliveroo, o riferimenti a personaggi di Harry Potter assolutamente contrariati al pensiero che qualcuno non possa apprezzare il servizio di consegna a domicilio.

Un altro segreto della campagna? Niente #hashtag, niente @handle, niente link. Solo il riferimento all’azienda nella descrizione del tweet, per rendere il contenuto ancora più native e vicino agli utenti. Scelta vincente!

Il rischio delle campagne di comunicazione digitale, infatti, è spesso quello di inviare messaggi estremamente sponsorizzati e di portare l’utente a non vivere in prima persona l’esperienza, ma invece di farlo sentire all’interno di un messaggio pilotato, in pratica in un turbine di spam.

Cosa certo non accaduta in questa campagna che sembra anche essere stata apprezzata in termini numerici, tra tweet, follower e nuove menzioni.

E a voi è piaciuta questa campagna?

Inbound Marketing, come pianificare una strategia vincente

Siamo giunti alla fine del nostro percorso di interviste preparatore per il Corso in SEO e SEM Strategy (Forumla Online + Aula Pratica opzionale).

Dopo aver lasciato a Luca De Berardinis il compito di introdurci alle tecniche SEO e Gianpaolo Lo Russo illuminarci sulle partiche AdWords più in voga nell’ultimo anno, l’ultimo appuntamento ha come protagonista Fabio di Gaetano, SEO Strategist di Argoserv, con il quale abbiamo parlato di inbound marketing, delle evoluzioni che questa metodologia di lavoro ha incontrato quest’anno e dell’importanza di un content curato all’interno di una strategia per sfruttare al meglio le opportunità che ci fornisce la SEO e il SEM.

Inbound_Marketing_come_pianificare_una_strategia_vincente

1) Come tutte le discipline che hanno a che fare con il mondo digital, anche l’inbound marketing è nato, cresciuto esponenzialmente e mutato in pochissimi anni: qual è lo scenario attuale e le novità introdotte nel 2016?

Inbound_Marketing_come_pianificare_una_strategia_vincente

Hai ragione nel mondo del business  si sente sempre più spesso parlare di Inbound Marketing  e questo avviene per una motivazione abbastanza semplice: l’Inbound è una metodologia di lavoro il cui fine è quello di sfruttare al meglio tutte le frecce che la tecnologia mette a disposizione del digital marketer (cioè SEO, SEM, Content Marketing, Social Media Marketing e Mail Marketing) e di massimizzare i ritorni sugli investimenti.

LEGGI ANCHE: AdWords: le evoluzioni del marketing online

Naturalmente nel corso ci occuperemo in prevalenza di SEO e SEM  (lasciamo ai colleghi dei corsi di Content Marketing, Mail marketing, Performance Marketing e Social Media Marketing affrontare gli altri aspetti della disciplina) ma introdurremo la materia dell’inbound  fornendo spunti di riflessione interessanti che completano un percorso dedicato al Search Engine Marketing di tipo tradizionale.

Poiché la disciplina dell’Inbound abbraccia una serie molto ampia di attività, tutte le novità quali ad esempio la diffusione nel mercato di nuovi social o di piattaforme di instant messaging, i mutamenti negli algoritmi di visualizzazione di Facebook, Instagram & Co. vanno monitorate costantemente per restare sempre al passo con i tempi (ahimè si tratta di un compito molto arduo).

Le sfide che a mio avviso dobbiamo affrontare nel futuro prossimo  consistono nell’ integrazione di  Telegram, Snapcht, Wechat , Whattsapp e Messenger nei piani Inbound e nella corretta applicazione del principio “mobile first” ai progetti digitali
(tenuto conto della curva dei tassi  di crescita delle visite da smartphone).

2) “Evangelist”: un nome impegnativo, quanto ne hanno realmente bisogno i brand che vogliono proseguire al meglio una campagna di inbound marketing?

Business quality service customer feedback, rating and survey keys with hands thumb up symbol and icon on computer keyboard.

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Ti devo correggere, oggigiorno quasi tutti hanno bisogno di evangelist (almeno nell’accezione che do io al termine), sia le attività online che quelle che ritengono di non essere online.

Il termine evangelist a mio avviso va inteso in senso molto lato:  una recensione o un commento positvo, il racconto di una bella esperienza utente col prodotto, un buon rating dato ad un servizio e magari condiviso su un social hanno un’importanza fondamentale perché hanno il potere di influenzare le scelte dei prossimi consumatori.

Il  racconto di un’esperienza negativa può essere invece deleterio per il successo di un’attività (chiedi ad un ristoratore che conosci quale sia l’impatto di più recensioni negative  su Tripadvisor o ad un albergatore cosa significhi un basso punteggio su Booking).

Quando i brand utilizzavano i media come un megafono ed consumatori  non potevano far sentire la propria voce, prima cioè dell’avvento del web 2.0, le cose stavano in maniera molto diversa:oggi sono i consumattori o prosumer a decidere le sorti del brand (per prendere coscienza del fenomeno invito tutti alla lettura di Absolute Value e dei libri di Brian Solis) e questa tendenza è destinata ad accentuarsi in futuro.

Come si intercettano le domande del proprio target?

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Facendosi trovare con le risposte giuste e i contenuti giusti nel posto giusto. I motori di ricerca restano il luogo privilegiato in cui intercettare le domande della nostra audience potenziale: per questo le attività di blogging e di content marketing eseguite secondo un calendario editoriale SEO oriented  stanno alla base di un progetto di Inbound marketing che funzioni. Naturalmente essere presenti sui motori di ricerca non è sufficiente: l’imperativo dell’Inbound Marketer è quello di tentare di intercettare le domande anche sui social media e nelle Community, nei blog o nelle interazioni con gli influencer (“Dura la vita vero?”).

4) ZMOT, cos’è e come si confronta con la multicanalità?

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Lo ZMOT è il momento in cui viene presa la decisione d’acquisto: è il momento topico del processo di vendita. Mentre in passato le scelte erano meno informate e la fase dello stimolo costituiva la parte preponderante del processo , oggi, il consumatore, che è venuto a conoscenza dell’esistenza di un prodotto o servizio interessante,  prima di acquistare, consulta i motori di ricerca, pone domande sui social, legge opinioni sul prodotto, cerca in siti di comparazione, magari si reca anche in un negozio fisico a toccare con mano l’oggetto del desiderio (c.d. showrooming) ed il percorso potrebbe continuare all’infinito.

Non solo:  i canali ed i device attraverso cui ci si informa sono molteplici e concorrono tutti a decretare il successo del brand nello ZMOT. Per questo, per intercettare tutti i touchpoints del viaggio digitale del mio potenziale acquirente nel suo percorso di scelta(Buyer’s Journey) devo essere  presente sul maggior numero di canali che riesco a gestire  e devo garantire una user experience buona per ciascun device utilizzato dalla mia tribù . Google nel 2015 ha introdotto un concetto, quello dei micromomenti , che aiuta a spiegare meglio il fenomeno che ho voluto riassumere in poche righe, ponendo l’accento sulle esigenze del cliente che appartiende alla c.d. C generation, quella degli utenti sempre connessi.

5) “Content is the King, Distribution is King Kong” recita un altro assioma accademico. È ancora valido o tutto è cambiato?

SEO e SEM

Ho affrontato l’argomento in maniera estesa su Ninjamarketing alcuni anni fa (Content is King? Non è sempre vero. Parola del New York Times): sono fermamente convinto del fatto che contenuto di qualità e distribuzione efficace siano entrambi indispensabili per la riuscita di un progetto digitale. Se un contenuto è ben distribuito ma non vale” nulla” la visibilità sarà fine a se stessa: se un buon contenuto non è visibile saranno in pochi a poterne godere.

Ormai tale concetto è stato assimilato da tutti i grandi brand d’oltreoceano che sono diventati dei veri e propri media publisher e, alle competenze digitali per garantirsi la diffusione massima dei contenuti, hanno affiancato le competenze giornalistiche per realizzare prodotti editoriali di qualità (in quest’ottica vanno interpretati l’acquisto di Jeff Bezos del Washington Post e le assunzioni dei grandi giornalisti da parte delle maggiori company americane).
Ti lascio con una piccola previsione.
Il fenomeno dell’AD blocking spingerà alle estreme conseguenze tale tendenza:il mondo del business sarà sempre più pressante l’esigenza di produrre e distribuire contenuti “brandizzati” di qualità.

Questi sono solo alcuni spunti sugli argomenti che Fabio affronterà nel suo modulo all’interno del Corso in SEO e SEM Strategy (Forumla Online + Aula Pratica opzionale) e con la sua intervista si conclude il ciclo di chiacchierate con i nostri docenti. Non dimenticare di sfruttare l’early booking previsto sino al 6 settembre: 199 euro al posto di 299!

L’importanza della brand image e il caso Nivea

Questo post è a cura di Stefania Boleso – consulente strategica in ambito marketing e comunicazione. stefania-boleso

Un brand è un nome, un simbolo, un insieme di attributi tangibili e intangibili che identificano un prodotto o un servizio e lo differenziano dalla concorrenza.

Quanto più questi attributi sono chiari e ben definiti nella testa del pubblico, tanto più la marca è memorabile. Si chiama brand image, o immagine di marca e in un’ipotetica piramide si colloca subito sopra la brand awareness: una marca vuole innanzitutto farsi conoscere e subito dopo consolidare la sua immagine, lavorare per mettere in evidenza gli attributi che compongono il suo DNA e la differenziano dai concorrenti, perché è proprio l’immagine di marca che guida la scelta del potenziale consumatore tra il prodotto A e il prodotto B.

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Come lo fa? Attraverso un piano di marketing declinato in tante attività di comunicazione che rispecchino gli attributi per cui la marca vuole essere ricordata.

Se ad esempio un brand vuole essere percepito come innovativo, realizzerà operazioni che rafforzino questa impressione presso il pubblico che vuole raggiungere. Sto parlando di numerose azioni, diverse tra loro, che vanno dalla comunicazione pubblicitaria, agli eventi, alle sponsorizzazioni, fino alla presenza nel punto vendita (e altro ancora).

I brand di maggiore successo hanno un’immagine ben definita

Sono quelli che vengono chiamati anche lovemark, brand che vengono acquistati non per il beneficio funzionale legato al prodotto, quanto piuttosto per ciò che rappresentano per il cliente, per come lo fanno sentire. Marche nei confronti delle quali, per citare il famoso libro omonimo, i consumatori sviluppano rispetto e amore. Pensiamo a Apple, ma anche a Nike, Harley Davidson e tanti altri ancora…

Come in (quasi) ogni cosa, per lavorare sull’immagine di marca ci vuole tempo, costanza e soprattutto coerenza in tutti i punti di contatto col target.

Occorre avere una visione di lungo periodo, significa essere disposti a dire tanti “no”, a rinunciare cioè ad operazioni che potrebbero portare un buzz o picco di visibilità nel breve, se nel lungo queste stesse operazioni rischiano di minare la brand image.

Tutto ciò che ho scritto finora dovrebbero essere concetti noti (e condivisi) da parte di chi si occupa di marketing e comunicazione.

Il condizionale è d’obbligo, perché gli scivoloni sono all’ordine del giorno.

L’ultimo che mi è capitato di vedere riguarda Nivea e l’operazione di buzz marketing che ha presentato al Cannes Lions 2016 (il festival internazionale della creatività): per rispondere al problema dei bambini che si espongono al sole senza crema solare, si è deciso di creare un finto gabbiano che sorvola le spiagge e… “evacua” crema sui bambini non protetti. Per chi se la fosse persa, qui la case history completa.

Care from the air” è il nome della campagna, e se è decisamente riuscita a creare un picco di conversazione intorno al brand, temo però che non sia riuscita a rafforzare la brand image di Nivea.

Il detto “bene o male, purché se ne parli” non sempre funziona, soprattutto nel mondo della pubblicità. A maggior ragione se decidi di presentare la tua attività in concorso ad un festival.

Per l’immagine di marca di Nivea (e anche per i suoi obiettivi di business) sarebbe forse stato meglio non fare nulla, oppure semplicemente ripetere una vecchia operazione di successo come questa, decisamente più “on brand”:

NIVEA SUNSLIDE from FCB Cape Town on Vimeo.

Non bastasse tutto ciò che ho scritto finora, concludo citando un tweet di Massimo Sommella: “Nivea ha violato una delle regole non scritte dell’ADV: non accostare mai il tuo prodotto a…” 😉

 

Twitter: @stefaniaboleso
LinkedIn: StefaniaBoleso

Job & breakfast recruiting e food delivery si incontrano

Job and breakfast: recruiting e food delivery si incontrano

Recruiting e food delivery sono due ambiti che sembrano appartenere a mondi differenti, ma da oggi sono più vicini grazie alla partnership che lega Jobyourlife e Foodora.

Le due startup hanno stipulato un accordo per fare in modo che i nuovi assunti possano iniziare la loro avventura lavorativa con una buona colazione insieme ai nuovi colleghi.

Recruiting e food delivery, ovvero Jobyourlife e Foodora

Job & breakfast recruiting e food delivery si incontrano

Jobyourlife è una startup che si occupa di risorse umane, recruting ed employer branding. Con un milione di utenti è il più grande professional network Made in Italy. Foodora, invece, nata in Germania, è approdata quest’anno anche a Milano e Torino e focalizza i suoi servizi sul settore del food delivery: consegna di piatti gourmet a domicilio.

Ognuna delle due realtà mette a disposizione il proprio know-how per provare a proporre questo inedito sistema di accoglienza sul posto di lavoro.

LEGGI ANCHE: Together Price: uno sharing marketplace per condividere i tuoi abbonamenti

Working class breakfast

Job & breakfast recruiting e food delivery si incontrano

Tutti coloro che verranno assunti tramite la piattaforma Jobyourlife saranno accolti dai propri colleghi con una colazione in ufficio organizzata da Foodora.

La condivisione di un momento conviviale servirà a rendere meno brusco l’inserimento del neo assunto nel suo posto di lavoro, facilitando la conoscenza dei colleghi ed attenuando le tensioni tipiche dell’inserimento in un nuovo contesto lavorativo.

L’obiettivo è riuscire, con un piccolo gesto, a trasformare il primo giorno di lavoro in una nuova realtà aziendale in un momento più rilassato e sereno. Grazie a una colazione con tutti i nuovi colleghi, chi è stato appena assunto riuscirà a entrare in contatto con i suoi nuovi compagni d’avventura in un modo informale e tranquillo, che lo farà sentire subito accolto e integrato.

Andrea De Spirt, CEO e fondatore di Jobyourlife

Questa colazione è il primo benefit aziendale a disposizione del nuovo assunto, un modo diverso dal solito per dargli il benvenuto all’interno del team.

Il primo giorno di lavoro è un momento di incertezza per chiunque, non sai ancora a cosa stai andando incontro, e come saranno i colleghi che vedrai tutti i giorni. Il buon cibo è un’arma potente, che fa incontrare in un attimo due persone sconosciute: quale miglior modo, quindi, se non un’ottima colazione per rompere il ghiaccio?

Matteo Lentini e Gianluca Cocco, Managing Director di Foodora

L’employer branding passa attraverso i benefit

Job&breakfast: recruiting e food delivery si incontrano

Nella moderna concezione del lavoro il salario non è più la parte più importante per orientare la scelta di un nuovo rapporto occupazionale.

Soprattutto se si cerca personale qualificato e in grado di fare la differenza, l’incentivo economico può non essere sufficientemente rilevante: un buon clima aziendale può essere determinante per accaparrarsi i migliori talenti.

E se il denaro non fa la felicità, i benefit sì.

La capacità di andare incontro alle esigenze pratiche dei lavoratori è fondamentale per fare la differenza e creare una squadra motivata ed efficiente.

LEGGI ANCHE: Foodora, il pranzo è servito con un clic e una bicicletta

Alcuni benefit sono ormai considerati tradizionali: orari di lavoro flessibili, una mensa gourmet, l’area wellness aziendale, l’asilo nido e lo store aziendale per i dipendenti. Altri invece sono più creativi e possono dare l’idea di quanto una azienda possa essere smart nel prendersi cura dei propri collaboratori.

Negli ultimi tempi il tema dei benefit aziendali è stato molto discusso, soprattutto all’estero: le aziende tech e le startup si sfidano tra loro concedendo opportunità sempre più importanti, mentre in Italia ancora non si tratta di una pratica consolidata.

Abbiamo chiesto il parere sull’utilizzo dei benefit ai vertici delle due startup del nuovo deal rectuiting e food.

L’Italia negli ultimi anni si è fatta avanti nel campo degli employee benefits e abbiamo avuto ottimi esempi di aziende virtuose che hanno dato ai loro dipendenti tutti i benefit necessari adeguandosi piano, piano così al mercato internazionale. Jobyourlife ha voluto seguire quest’onda mantenendo però il focus sull’innovazione e su un prodotto smart come Foodora.

Andrea De Spirt, CEO e fondatore di Jobyourlife

A Foodora abbiamo chiesto se l’employer branding oggi può passare attraverso un buon piatto di pasta.

L’employer branding è un argomento attuale non solo nel mondo del digital, perché la percezione positiva del valore del brand per il quale si lavora ha un ruolo importante nella retention di talenti. Il mercato del food è al culmine della sua popolarità, non solo per quanto riguarda il settore tradizionale dei ristoranti e dei locali, ma soprattutto per la notorietà dei programmi televisivi e del mondo sconfinato dei food blogger. Non si parla più di mangiare per vivere, ma di vivere per mangiare.

Era ormai tempo che le aziende dessero più risalto a questo mondo, non soltanto prestando più attenzione alla qualità del cibo servito in strutture aziendali, ma sfruttando questo trend anche a loro favore; offrire una colazione gourmet il primo giorno di lavoro per aiutare l’inserimento nel nuovo ambiente, ne è un esempio. Niente è meglio del buon cibo per favorire le conoscenze, e forse se le aziende ci pensassero più spesso, le riunioni avrebbero un esito migliore!

Vittorio Sgarbi, @Martola e Donald Trump: gli Epic Win e gli Epic Fail della settimana

Dal lunedì alla domenica noi Ninja rimaniamo sempre all’erta: rintracciamo per voi gli Epic Win e gli Epic Fail che hanno saputo riempire le nostre giornate, sconvolgendoci o aprendoci gli occhi.

Questa settimana, infatti, ci sono state molte occasioni per riflettere e porsi delle domande.

Epic Win

Oggi il pezzo non possiamo non cominciarlo senza fare i complimenti a una nostra collega: Martina Bellani.

Che ci si possa congratulare con lei perché si è colleghi, è tutto normale: ma che a salutare la fine del suo percorso universario sia una celebrità come Nina Moric, allora c’è dello straordinario.

Già, perché @Martola è quella che si è inventata insieme ad altri tre le Brevi storie tristi, e in queste ore sta nei trending topic di Twitter con #MartoLaurea.
Mica male per una dottoressa che resta umile, no? Brava Martina da tutto il team ninja!

Andiamo avanti per scoprire quali sono state gli altri Epic Win degni di nota.
Partiamo dalle Spice Girls, irriverenti e dinamiche, che ci hanno fatto sognare negli anni ‘90: martedì scorso il loro singolo più di successo, Wannabe, ha compiuto vent’anni.

La canzone non risente per niente dei suoi vent’anni,e rimane comunque attuale nonostante il tempo.

L’ONU, nell’ambito de The Global Goals , ha sfruttato questo compleanno per lanciare l’hashtag #WhatIReallyRealltWant, attraverso il quale chiedere di porre fine alla violenza sulle donne in previsione di un incontro delle Nazioni Unite in programma a settembre.
La campagna invita le donne a raccontare cosa vogliono davvero attraverso la condivisione di una foto.

L’obiettivo è mostrare il potere delle donne, tutte diverse e insieme incredibilmente forti. Come le Spice Girls, negli anni ‘90, hanno dimostrato di essere.
Sia

L’iniziativa è stata subito rilanciata dagli account di Victoria Beckham e Mel C, onorate che il loro primo successo sia stato utilizzato con un intento così nobile:

Un altro Win Epico riguarda Vittorio Sgarbi. Da lui ci si aspetta proprio di tutto, per questo nessuno si è stupito quando ha annunciato che avrebbe riportato in Italia la Monna Lisa, il capolavoro di Leonardo da Vinci che si trova al Museo del Louvre a Parigi.

Nel video in cui parla della sua idea accenna ad accordi, scambi: le cose bisogna saperle chiedere.

È deciso. Porto la Monna Lisa in Italia! #missionemonnalisa

È deciso. Porto la Monna Lisa in Italia! #missionemonnalisa

Gepostet von Vittorio Sgarbi am Freitag, 1. Juli 2016

#MissioneMonnalisa, alla fine, si conclude con il rientro in Italia di Vittorio che non riesce a riportare la Gioconda, come aveva detto, ma non è a mani vuote: due bellissime francesi con lui.

No, non parliamo di donne, ma della C3 e della C3 Picasso, con l’allestimento speciale Monna Lisa.
In un certo senso, è riuscito a portare una Monna Lisa in Italia: che non sia il quadro più famoso del mondo è solo un piccolo dettaglio.

#missionemonnalisa

Missione compiuta. Vittorio Sgarbi riporta Monna Lisa in Italia. Anzi, ne riporta due. Eccole qui. #missionemonnalisa

Gepostet von Citroën am Donnerstag, 7. Juli 2016

Il progetto nasce dalla campagna Citroën: un’idea epica, che di sicuro ha attirato l’attenzione.

#missionemonnalisa: il backstage

Ringrazio tutti quelli che mi hanno seguito in questa boutade architettata insieme agli amici francesi di Citroën. Dopo avere sopportato che l'Italia fosse soltanto la nazionale di calcio e l'entusiasmo per l'arte una passeggiata su una passerella ora abbiamo, nel nome di Leonardo, la prova dell'entusiasmo e dello spirito patriottico di tutti quelli – tanti – che hanno desiderato e sperato che la Gioconda tornasse in Italia per una giusta restituzione.Come era inevitabile Monna Lisa non deve ritornare in Italia, perché non c’è mai stata. Fu infatti Leonardo stesso a portare con sé in Francia la Gioconda, che sarebbe stata poi acquistata, assieme ad altre opere, da Francesco I. Venne trasferita al Louvre dopo la Rivoluzione francese e da allora, tra trasferimenti più o meno leciti, è sempre rimasta in quel museo. Vi ricordo che potreste anche visitarlo un museo qualche volta, l’ingresso è vietato ai cani, non alle capre.Per chi volesse scoprire come abbiamo organizzato la #missionemonnalisa, eccovi il video del dietro le quinte.

Gepostet von Vittorio Sgarbi am Freitag, 8. Juli 2016

Ma Vittorio non è stato da meno, terminando la campagna con un post altrettanto epico.
Ha carisma, anche quando non parla di capre.

Paese che vai, capre che trovi. #missionemonnalisa

Paese che vai, capre che trovi.#missionemonnalisa

Gepostet von Vittorio Sgarbi am Dienstag, 5. Juli 2016

Le idee più sorprendenti a volte nascono con semplicità, dalla voglia di divertirsi e di trollare qualcuno. Come ha fatto questo ragazzo:

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La nostra potenziale vittima, capendo la truffa, ha deciso di stare al gioco. L’idea epica, però, nasce da come ha scelto di rispondere.

Le parole di Adele, e della sua canzone Hello, si prestavano ai discorsi, e l’effetto è decisamente esilarante.

Win del ragazzo, Fail del truffatore, che non l’ha presa proprio benissimo.

Epic Fail

Donald Trump non è di certo famoso per la sua diplomazia, anzi, non conosce mezzi termini. Il suo Epic Fail della settimana, infatti, lo vede accusare con assenza di fair play la sua rivale democratica.

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Quella che colpisce, però, è la stella a sei punte che fa da contenitore al messaggio diffamatorio. Molti hanno pensato fosse una citazione subliminale antisemita. Per fugare ogni dubbio, l’immagine è stata sostituita poche ore dopo. Al posto della stella, ora, troviamo un cerchio.

Poco dopo il rigore assegnato alla Francia nella semifinale di Euro2016 contro la Germania, penalty derivante da un fallo di mano in aria, Ryan Air ha lanciato un tweet piccato contro i #CheatingBastards francesi. L’accusa fa riferimento alla partita per le qualificazioni al Mondiale del 2010 Francia – Irlanda (Ryan Air è una compagnia irlandese), quando l’attaccante francese Thierry Henry beneficiò di un fallo di mano non sanzionato per portare la Francia ai Mondiali a discapito degli avversari.

Quello che poteva essere un commento divertente, a causa del linguaggio scurrile è diventato un epic fail di Ryan Air. Rivendicare il passato poteva essere una bella trovata, ma forse meglio pensare meglio al copy del testo. Anche se la compagnia aerea ha rimosso il tweet, nessuno può contro gli implacabili screen!

Infine, tornando in Italia, la condivisione di una bufala ha sollevato tematiche e problemi del tutto attuali

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Una presa in giro contagiosa che fa il giro delle bacheche degli italiani.

Per i troll è un Epic Win, per gli Italiani che ci hanno creduto un po’ meno. Anche se la pagina è stata rimossa, oltre che il post.

Il tema delle bufale è molto sentito sul web, quello che si raccomanda sempre e di verificare le fonti, informarsi, prima di prendere per vera una notizia.

Attenzione alla prossima bufala!

Tra remake, compagnie aeree rancorose e critici d’arte davvero divertenti, questa settimana ha lasciato il segno. Hai altre Epic win e Epic Fail da segnalarci? Scrivi sulla nostra pagina Facebook.

Contenuti Digitali per ogni stagione. Iscriviti alla Free Masterclass del Social Media BootCamp

Il momento migliore per iniziare un nuovo percorso formativo, si sa, è settembre. Nuove energie e tanta volontà dopo la pausa estiva devono però essere convogliate in qualcosa di unico, fresco, innovativo, utile.

Per tutti coloro i quali gestiscono la presenza di un brand, di un prodotto, di un servizio o di un’azienda sui social network o intendono cimentarsi in questo lavoro, per non rimanere mai indietro e per essere sempre aggiornati e condividere fisicamente esperienze e competenze, c’è una nuova formula targata Ninja Academy: il Social Media Bootcamp.

Piani editoriali, contenuti di qualità, maggiore audience

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Giovedì 14 luglio, dalle ore 17 alle ore 18, due super esperti del settore, Luca La Mesa e Filippo Giotto, sapranno darti tante nozioni utili e preziose in quanto docenti del Social Media BootCamp che si terrà a Salerno al Create! Dojo dal 21 al 24 settembre (32 Ore Full Immersion in Aula + 60 Online che cambieranno 25 carriere).

Ti trasmetteranno i loro metodi, testati ed efficaci, per progettare in maniera strategica piani editoriali in grado di adattarsi perfettamente a qualsiasi periodo del calendario solare.

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L’appuntamento è online e gratuito ma iscriviti ora perché i posti sono limitati!

Per seguire live i webinar assicurati inoltre di avere i giusti requisiti di sistema.

Qualora fossi impossibilitato a seguire i web-live, potrai ritrovare video e slide a distanza di un paio di giorni dalla diretta sulla piattaforma e-learning. Sarà possibile consultarli online per un periodo limitato di tempo.

Ricapitoliamo:

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Giovedì 14 luglio dalle 17 alle 18

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Il team di Ninja Academy è sempre a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento.

Puoi scrivere a info@ninjacademy.it o telefonare allo 02/400.42.554 dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Knoledge for Change!

BE NINJA.

5 errori che rovinano il tuo corporate storytelling

5 errori che rovinano il tuo Corporate Storytelling

Lo storytelling è ormai entrato nella coscienza comune delle aziende. In ogni piano di marketing è ormai prevista una voce dedicata al corporate storytelling e finalmente si parte dal presupposto che la storia aziendale non è uno strumento di vendita diretta, ma aiuta ad instaurare da subito un coinvolgimento emotivo in chi legge, ascolta o guarda, proprio come un racconto o un romanzo.

Proprio per questa caratteristica, fare corporate storytelling richiede pazienza, tempo e un po’ di esperienza. Prima di creare la perfetta storia d’impresa, passerai certamente attraverso una serie di tranelli di scrittura, che faranno cambiare pagina ai tuoi utenti, anziché mantenerli sul tuo sito web per saperne di più.

Per questo Ninja Academy ha deciso di promuovere il Corso Online in Corporate Storytelling per dare modo a chi già lavora nel digital marketing e vuole ampliare i propri orizzonti professionale, di capire quale possa essere il valore aggiunto che questo tipo di attività può dare ad un brand e quale sia il modo giusto per farlo.

Se vuoi evitare da subito questo pericolo, ti forniamo una lista dei cinque errori più comuni che possono rovinare il tuo corporate storytelling.

Parti in vantaggio, supera subito i primi ostacoli e coinvolgi i tuoi clienti con una storia perfetta.

#1 Essere complessi come un enigma

5 errori che rovinano il tuo corporate storytelling

Soprattutto nel caso di aziende specializzate in settori tecnici come high-tech, servizi farmaceutici e medici, servizi finanziari, molti storyteller tendono a perdersi tra i mille particolari del gergo specifico. Questo naturalmente rischia di allontanare immediatamente il lettore o l’ascoltatore poco informato sul settore.

In realtà, parlare di eccipienti, o di Account Settlement, o ancora di Data mining, può spaventare anche il lettore più esperto, che in genere sullo schermo effettua una prima lettura veloce per decidere solo in un secondo momento se soffermarsi su quel testo e su quel video, una volta coinvolto.

Inoltre, un testo troppo ricco di parole tratte dal gergo tecnico, rischia di avere l’effetto opposto da quello desiderato: se vuoi che la tua storia risulti autentica e immediata, scegli la semplicità e ricorda sempre il gioco del telefono senza fili. Ogni processo di comunicazione prevede delle interferenze tra mittente e destinatario del messaggio, evita quindi di aggiungervi anche la difficoltà di dover cercare ogni termine su Google.

La complessità è il primo ostacolo che si frappone tra la tua storia e il coinvolgimento emotivo: hai presente quando diciamo che in amore si ragiona col cuore? Se richiedi più lavoro del necessario alla concentrazione intellettiva, tarderai a coinvolgere le emozioni dei tuoi lettori.

Infine, una storia troppo intrisa di gergo specialistico comunica l’idea che neanche la tua azienda conosca bene la propria storia e abbia per questo necessità di ricorrere a parole complicate per spiegare qualcosa che in realtà è semplicissimo: il tuo lavoro di ogni giorno.

#2 Tentare di dipingersi come Superman nel corporate storytelling

5 errori che rovinano il tuo corporate storytelling

Troppe aziende si sono costruite il mito di dover apparire come delle specie di Superman agli occhi dei propri clienti, per convincerli che loro sono il meglio possibile sul mercato e che è questo l’unico vero motivo per comprare quei prodotti o affidarsi ai quei servizi.

In realtà lo storytelling serve ad altro: serve a costruire legami, a saldare rapporti e a creare una partecipazione emotiva al brand da parte del consumatore, che vi si sente legato per una sorta di affinità elettiva.

Raccontare le mille sfide quotidiane che hai dovuto affrontare per raggiungere alla tua vetta, o dipingere i super poteri che ti rendono unico nel tuo genere, sa un po’ troppo di finzione, oltre a rischiare di farti sembrare anche un po’ esaltato. Il risultato? I tuoi lettori si allontaneranno quatti, quatti nel timore che ti trasformerai in un gigante verde che distrugge tutto se ti fanno arrabbiare.

La comunicazione patinata come quella che si utilizzava fino a qualche anno fa, infatti, non è più efficace, il consumatore è più consapevole anche degli strumenti di marketing e diffida di ciò che avverte chiaramente come una esagerazione o una presa in giro del suo buonsenso. Scegli di essere autentico e diventa il più umano possibile, raccontando con sincerità anche le piccole difficoltà del tuo lavoro, che certamente sei in grado di superare se la tua azienda si trova lì, davanti a quel potenziale cliente.

Ricorda che un sorriso semplice avvicina molto più dell’ammirazione e della reverenza.

LEGGI ANCHE: Essere Storytelling Specialist: cosa fare e gli errori da evitare

#3 Avere paura di rischiare con il tuo corporate storytelling

5 errori che rovinano il tuo corporate storytelling

Una grande storia è di per sé un rischio: il rischio che la storia possa non funzionare o risultare diversa da ciò che si aveva intenzione di scrivere. Soprattutto scrivendo storie per le aziende, si corre un pericolo tipico dello storytelling, quello di non entrare pienamente nel cuore del business di cui si deve parlare.

Se il messaggio non è chiaro e non arriva all’emozione di chi scrive, come potrà coinvolgere un pubblico?

Raccontare una storia, dicevamo, è di per sé un rischio, ma non bisogna avere paura di correre questo rischio e di raccontare in modo trasparente la storia della tua azienda, senza tralasciare i particolari, ma avendo la cura di non soffermarsi troppo a lungo sugli elementi che possono risultare superflui per il lettore.

I giapponesi lo chiamano minimalismo, per i designer è il motto less is more. Nello storytelling potremmo tradurlo come non dire più del necessario. Il rischio vero, in fondo, non è quello di esporsi raccontandosi, ma quello di tradire il proprio messaggio deviando su argomenti che sono solo un contorno per la nostra storia.

Ricorda prima di cominciare quali sono i protagonisti e quali i personaggi secondari.

#4 Corporate storytelling con un lieto fine

5 errori che rovinano il tuo corporate storytelling

Se pensi che la conclusione ideale della tua storia sia un vantaggio economico per il tuo cliente, come uno sconto o la garanzia che attraverso il tuo prodotto risparmieranno rispetto ai tuoi competitor, hai già rovinato tutto.

Una volta che sarai riuscito ad agganciare il tuo lettore nelle prime righe del testo, emozionandolo e coinvolgendolo con il tuo racconto, non c’è modo peggiore di concludere che il richiamo alla mera moneta. Una volta giunto al finale del tuo corporate storytelling il potenziale cliente sarà già in una dimensione diversa, molto più emotiva, e il tuo “risparmia con i nostri servizi” lo riporterebbe a terra, come se qualcuno scoppiasse all’improvviso il palloncino che lo stava facendo volteggiare a un livello superiore.

Il tuo utente, in realtà, non vuole sapere quanto risparmierà, ma come cambierà la sua vita se sceglierà proprio te. I bisogni non sono quasi mai legati a esigenze unicamente materiali, ma rispondono a richieste molto più profonde, che meritano risposte altrettanto profonde.

Il tuo prodotto o il tuo servizio potranno solo aiutare i tuoi clienti a realizzare i loro bisogni, quindi anche in questo caso, non esistono supereroi e promesse per sogni irrealizzabili, ma solo finali aperti, in cui potrebbero essere gli stessi clienti a essere chiamati in causa: chiedi loro di raccontarti in che modo hanno tratto vantaggio dal tuo prodotto o dai tuoi servizi.

Non c’è miglior coinvolgimento che creare conversazione.

#5 Nascondersi dietro il brand

5 errori che rovinano il tuo corporate storytelling

Quello del brand al primo posto a tutti i costi è un approccio che sta già cambiando anche per le grandi compagnie. Raccontare delle persone che rendono grande il tuo marchio è uno strumento molto più efficace per avvicinare il pubblico di riferimento.

Spesso capita che il corporate storytelling non risulti efficace proprio per questo errore: le persone non hanno coscienza di chi si nasconda dietro quel brand e lo sentono lontano dalla propria esperienza quotidiana.

Ogni azienda, invece, è fatta di persone, con le stesse identiche esigenze ed aspettative dei tuoi clienti.

Una buona narrazione, ad esempio, può partire proprio dal punto di vista di uno di questi dipendenti, o da quello di un partner aziendale, o ancora da parte di un cliente.

Ogni storia aziendale dovrebbe essere legata ad una storia umana personale, perché solo così riuscirai a comunicare le esperienze comuni a tutti che rendono grande il tuo business.