Gli appuntamenti imperdibili della Social Media Week 2016 Milano

Ci siamo! La Social Media Week di Milano, dal 6 al 10 giugno è alle porte.

Oltre 50 appuntamenti per entrare in temi diversi, come preannuncia anche il titolo dell’evento: “La tecnologia invisibile. Design, Behaviour, Data: cosa c’è dietro il Mobile e i Social Media?”. Saranno tre giorni intensi di workshop, panel ed eventi, tra cui sarà difficile scegliere.

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Vi diamo una mano suggerendovi quelli che ci sembrano imperdibili.

Ognuna delle tre giornate, dopo il lunedì di apertura, è dedicata ad uno dei diversi aspetti contenuti nel tema della settimana.

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Martedì 7 giugno è la giornata dedicata ai “data”. Tra gli eventi programmati, segnaliamo in particolare:

Big data, bigger stories: come i dati stanno rivoluzionando il modo di raccontare le storie di marca : Francesco Gavatorta e Alberto Maestri condurranno una sessione tutta dedicata al data-driven storytelling e hypercontents.

Big data al servizio della corporate Reputation: Andrea Attanà, Sergio Pisano e Fernando Vacarini, in un panel che vedrà la partecipazione di LinkedIn e Unipol per esplorare le vie di collaborazione tra aziende, società di consulenza e piattaforme di social networking per migliorare la corporate reputation.

Data Driven Creativity: Marianna Ghirlanda, spiegherà come sia possibile migliorare la creatività nella comunicazione sfruttando i dati.

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Mercoledì 8 giugno invece ci si concentrerà sui “behaviour”.

Gli imperdibili? I tre eventi qui elencati!

L’abisso dei social media: Geert Lovink, saggista e teorico delle culture della rete, in un keynote sulla necessità di creare un web confederato, fuori dalla portata dello strapotere di giganti come Google e Facebook.

Quanti “jobs” nel “mobile”! Growth hacker, ux designer e business data analyst: dietro al mobile ci sono (tanti) posti di lavoro (che nessuno occupa): Luciano Canova, Paolo Dello Vicario e Alessandro Rimassa pongono le domande e illustrano le risposte per capire meglio come chiudere il divario tra disoccupazione e il lavoro (digital) che c’è.

Come contenuti, persone, social media possono aiutare a vendere meglio: L’esperto Gianluca Diegoli, in un workshop (a pagamento) dedicato alla costruzione di strategie di (e)commerce che sfruttino al meglio le possibilità delle reti sociali.

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Giovedì 9 giugno è infine la giornata dedicata al design. Non perdetevi questi tre eventi:

Winning The Micromoments In The Customer Experience: Rosella Serra svela come leggere e analizzare i micromomenti della vita online del consumatore, per individuare opportunità e migliorare la customer experience.

L’impatto delle tecnologie invisibili: wearables, big data applicati alle smart cities e nuovi modelli di advertising: Kei Shimada, inventore, innovatore, mentore di molte aziende in tutto il mondo nell’ambito della mobile strategy, illustra la sua visione sul futuro delle tecnologie invisibili.

Sponsored me: trasparenza e regole per l’influencer marketing e le digital PR: a cura dello IAP (istituto Autodisciplina Pubblicitaria), un panel prezioso in cui esplorare le regole e la condotta da tenere nelle digital PR e l’influencer marketing.

Una scorpacciata di tecnologie, dati, spunti di riflessione. Cibo per la mente ma anche per il corpo!

Già, perché durante la social media week ci sarà una sezione del programma dedicata al cibo e al vino. Curata da Paola Sucato, la Social media week Food & Wine ospiterà dibattiti e degustazioni, oltre ad appuntamenti serali all’ora dell’happy hour o della cena.

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Da non perdere Food in fermento: quattro speaker d’eccezione illustreranno potenziale e criticità delle start up del mondo food, esplorando i fattori per portarle al successo.

Durante le tre giornate ci saranno altri eventi dedicati al food, dalla social dinner con show cooking, per creare o consolidare contatti e amicizie, degustando intorno un unico tavolo i piatto dello chef Giorgio Gramegna, alla rilassante Social dinner sotto le stelle, una cena nell’atmosfera magica di un terrazzo milanese.

Una settimana certamente intensa, in cui si vorrebbe potersi almeno sdoppiare.

Perché oltretutto, non vorrete mica tralasciare i workshop targati Apogeo!

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Oggi parte del gruppo Feltrinelli, Apogeo è dal 1989 il primo editore in Italia sui temi di informatica e cultura digitale, ed è content partner di Social Media Week Milano 2016.

Grazie a questa partnership, per chi lo prenoterà, ci sarà in omaggio un libro: nella pagina della Social Media week Milano dedicata a “La tecnologia invisibile” potete avere altre informazioni e troverete le indicazioni per poterlo prenotare. Il volume è composto da tre saggi: il primo porta la firma degli esperti e guru della web usability Jacob Nielsen e Raluca Budiu; il secondo, dedicato al delicato rapporto tra software e marketing, è di Scott Brinker, programmatore e imprenditore; infine, il terzo è a cura di Cole Nussbaumer Knaflic, analyst e autrice del celebre blog Storytelling With Data.

Libri in omaggio anche per tutti i partecipanti ai workshop proposti dagli autori Apogeo: se volete prenotarvi, potete dare un’occhiata qui!

Buona #SMW2016 a tutti!

E se gli abitanti dei paesi in via di sviluppo fossero più tech e social di te?

Dovendo individuare alcuni tra i fattori più rilevanti che indicano la crescita dei paesi in via di sviluppo, elementi come l’adozione della tecnologia, l’utilizzo e la diffusione di internet e l’adattamento delle abitudini quotidiane a un mondo sempre più “Interconnesso”, sono quelli che oggi teniamo più sotto osservazione. Sicuramente molto più oggi di una manciata di anni fa.

La particolarità di questa tipologia di fattori, infatti, risiede nel fatto che mentre (per esempio per sanità o trasporti pubblici) l’intervallo di tempo da tenere in considerazione quando si esamina il trend di sviluppo di una società è molto ampio, per fattori come utilizzo della tecnologia e diffusione di internet è possibile fare paragoni a distanza di uno o due anni.

Un esempio? Il rapporto realizzato dal Pew Research Center, che ha effettuato delle ricerche in quaranta paesi in tutto il mondo: più di 45.000 intervistati dal 25 marzo al 27 maggio 2015, sia nelle economie avanzate che in quelle in crescita, per verificare in che modo le persone di tutto il mondo navigano su internet, quanto lo fanno e come. Ecco alcuni risultati!

Due persone su tre navigano

I paesi in via di sviluppo sono più social di te

Pew Research Center

Un esempio? Nel 2013, una media del 45% degli intervistati in 21 paesi in via di sviluppo ha dichiarato di utilizzare Internet e di possedere uno smartphone: la situazione cambia radicalmente nel 2015, perché la percentuale sale al 54%. Gran parte di queste persone proviene da Malesia, Brasile e Cina.

Per capirci, nelle economie avanzate (Europa, America del Nord Canada, Israele, Giappone, Australia e Corea del Sud) tale percentuale è dell’87%. Insomma, il GAP esiste ed è ancora consistente, perché lo scarto è di 33 punti percentuali.

Ciò nonostante è impossibile non notare la velocità con cui l’alfabetizzazione digitale sta crescendo in quei paesi, ed è impossibile che il GAP non si assottigli ancora di più nei prossimi 2-5 anni. La mediana di questa distribuzione è del 67%, che vuol dire praticamente che i due terzi della popolazione mondiale utilizzano internet.

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I nuovi arrivati sono più social di noi

Hand Writing Time for Change Phrase Isolated on Gary Background.

Se l’accesso a internet nei paesi emergenti è in aumento è anche merito dell’effetto contagioso del web, che vede tre quarti degli utenti internet del mondo estremamente voraci, utilizzano internet ogni giorno e molti di questi più volte al giorno: il 76% degli intervistati, infatti, utilizza i social network abitualmente (Facebook, Twitter, Instagram, fino a Snapchat).

Ma la vera sorpresa è che i networker più accaniti si trovano in regioni con la copertura di internet più bassa: circa tre quarti o più di utenti di Internet in Medio Oriente (86%), America Latina (82%) e in Africa (76%) dicono che usano i social network, contro il 71% negli Stati Uniti e il 65% in sei nazioni europee.

È una questione di educazione?

Teacher With College Students Giving Lesson In Classroom

D’altronde, non possiamo sottovalutare l’aspetto dell’educazione scolastica: più aumentano quelli che, nelle economie emergenti e in via di sviluppo, si arricchiscono e continuano gli studi fino a stadi avanzati, più l’utilizzo della tecnologia è destinato a crescere.

Le persone più istruite e dal reddito più elevato sono più propense a utilizzare Internet o possedere uno smartphone rispetto a quelli con redditi più bassi e meno istruiti. Questo è un fenomeno molto democratico e vero ovunque, sia nelle economie emergenti che in quelle avanzate.
Proprio la fascia dei Millennials guida gli altri: sono più giovani e istruiti rispetto ai genitori e ai fratelli maggiori, ma possono già permettersi di pagare una connessione a internet o un computer/smartphone.

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In conclusione…

In conclusione: al momento il divario esiste ed è ancora consistente, ma è probabile che nei prossimi dieci anni vedremo una situazione completamente diversa. Saranno pronti i big del settore ad accogliere ufficialmente tutti coloro che ora non sono ancora online?

Tradotto: secondo voi, tra dieci anni, Facebook, Google e compagnia bella, come la porteranno avanti la battaglia su chi ha la famiglia di utenti più grande?

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Web analyst: chi è, cosa fa e quali competenze deve avere

Il web è un campo d’azione essenziale per la comunicazione delle aziende; infatti gli investimenti in pubblicità in rete sono in continua crescita a discapito dei media tradizionali. La cosa più interessante però è la possibilità di fare web analysis, cioè di misurare in modo chiaro e oggettivo quanto una campagna o un’attività sia efficace e in grado di raggiungere il target prefissato. Ma qual è la definizione di web analyst?

Chi è e cosa fa un Web analyst?

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Il web analyst è la figura che si occupa di migliorare il rendimento dei canali web delle aziende tramite l’analisi dei dati riguardanti il comportamento degli utenti. Grazie al web analyst si può incrementare il numero di utenti che acquistano sul sito, aumentare il numero di utenti che lasciano il loro indirizzo email per essere continuamente informati o anche verificare la bontà della user experience. Il web analyst:

  • Analizza i canali web attivi durante una determinata attività
  • Riporta dati sulle campagne di AdWords e sulle altre campagne a pagamento,
  • Interpreta i risultati rendendoli significativi per il cliente
  • Stende report chiari e completi delle attività

Essenziale poi per un web analyst è saper impostare i link tracciabili in modo tale che strumenti come Google Analytics possano distinguere in maniera precisa campagne, sorgenti e mezzi di provenienza del link.

Come si diventa esperti in web analysis?

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Bisogna tenere presente che il Web Analyst è la figura deputata ad interpretare i dati e fornire analisi dettagliate sulle attività sul web. Per realizzare buone analisi web è fondamentale avere una mente analitica. Infatti conoscere approfonditamente gli strumenti della statistica consente di analizzare i dati con un occhio clinico.

Ovviamente, formarsi sul campo permette di ottenere una visione completa delle opportunità a disposizione; inoltre la pratica in aziende o agenzie già consolidate permette di aggiornarsi e testare i diversi strumenti a disposizione. Nelle fasi infatti iniziali può essere strategico avvicinarsi ad un’azienda che possa ripagare in know how. Ove non è possibile, o non si hanno le competenze minime, si può frequentare un corso online.

Che requisiti deve avere un esperto analista digitale?

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  1. Conoscenza di tutti gli strumenti digitali: è fondamentale conoscere a menadito tutti i tool e gli strumenti digitali sui quali si possono fare delle campagne e che tipo di output questi danno.
  2. Capacità di rappresentazione dei dati: spesso dovrai riassumere fogli excel da 10mb in una slide, chiara, veloce da capire e funzionale all’obiettivo per cui sarà necessario capire cosa stanno dicendo quei dati e come dirlo in poche parole.
  3. Problem Solving: a volte la risposta che cerchi non esiste in nessun tool, bisogna mischiare tutte le vostre conoscenze per trovare la risposta.
  4. Conoscenze di Web Marketing: per fare analisi dovete sapere più cose possibili di tutto il web marketing. Se fate analisi SEO ad esempio dovete sapere in cosa consiste, quali sono i pilastri, le KPI fondamentali, più è approfondita la vostra conoscenza più le vostre analisi saranno migliori. Da concetti di programmazione alla statistica in un secondo.
  5. Passione e pazienza: i dati non piacciono a nessuno, perciò è importante che si abbia, oltre alla passione per l’analisi, adeguata pazienza per riportarli in forme comprensibili.

Quali competenze non possono mancare?

Un background di statistica o economia aiuta, ma non è detto. Il web analyst deve conosce le fonti di traffico infatti uno dei compiti principali sarà l’ottimizzazione del budget e per ottimizzare le fonti di traffico dovete conoscerle. È assolutamente necessario uno studio preliminare di SEO, SEM, Email marketing, Social Network, RTB, etc…
È utile conoscere i linguaggi di programmazione, conoscere le query, le API, il dataming vi aiuterà a fare analisi. Ciò che rimane indispensabile sono i fondamenti di excel e web marketing in generale.

È utile seguire un corso di specializzazione o master per diventare web analyst?

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Se non hai enormi esperienze sul campo, è assolutamente necessario seguire corsi che ti diano almeno le basi teoriche per cominciare a fare web analysis.

Non esistendo alcun corso universitario che dia formazioni specifiche in web analysis, puoi cominciare seguendo i seminari gratuiti di Google AdWords o direttamente quelli di Google Analytics. Dopodichè se vuoi estendere la tua formazione è necessario che tu cerchi un corso online come quelli svolti dalla Ninja Academy.

Ciò che è importante comunque è dedicare alla formazione il tempo sufficiente, ti sarà tutto ripagato in lavoro!

Quanto tempo occorre per diventare specialisti nella web analysis?

Ti diciamo subito che non c’è una risposta specifica a questa domanda: dipende!

Dipende da che posizione lavorativa vuoi raggiungere e da quanto vuoi rendere specifico il tuo lavoro. Dipende da che tipo di web analyst vuoi essere: se sei più portato per la Web analytics delle implementazioni dei codici in senso stretto o più al lato business e di consulenza. Queste scelte ti aiuteranno a capire anche quanto tempo impiegare nel tuo percorso formativo.

Quali strumenti e tool deve sapere usare un esperto analista digitale?

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Esistono tantissimi tool (Google analytics, Adobe analytics o Ominiture), scegline uno ed impara ad usarlo. Per comodità e facilità consiglio Google Analytics, ma qui trovate la guida per una scelta ponderata ma è importante avere competenze di:

  • Social analytics
  • Marketing Automation
  • Competitive analytics
  • CR optimizer
  • Business Intelligence

Web analyst cercasi…. è una professione richiesta dal mercato?

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Quella dell’analista di dati è sicuramente una delle professioni più richieste dal mercato ma qui entrano in gioco tante variabili. È fondamentale per esempio la compilazione del curriculum in cui le capacità di utilizzo di programmi per l’analisi dei dati (specie Excel) non dovrà più essere relegata alla sezione “altre competenze” ma semmai messa in bella vista per dire all’azienda: so come riorganizzare le informazioni che ti riguardano.

Una ricerca di Search Engine Watch ha analizzato le offerte di lavoro negli Stati Uniti per i 10 posti di lavoro di marketing più diffusi. I dati mostrano che la domanda di competenze di Google Analytics è modesta, ma in crescita, per esempio, è importante notare che le competenze di web analytics sono richieste del 29% in più rispetto al 2012.

Le richieste in Italia arrivano più dal Nord (Milano, Brescia, Bologna ecc) o anche Napoli e Roma offrono possibilità di occupazione?

Se guardiamo le offerte di lavoro presenti su LinkedIn notiamo che il 90% delle offerte di lavoro sono effettivamente spostate verso il nord Italia. Questo dato va letto alla luce del fatto che è proprio nel nord Italia che hanno sede le maggiori web agency.

È pur vero che LinkedIn per ora in Italia offre una visione solo parziale delle offerte di lavoro disponibili, quindi esiste la possibilità che anche a Napoli e Roma ci sia una buona richiesta di queste figure.

Ci sono offerte di lavoro dall’estero?

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È proprio all’estero che è maggiormente richiesta la figura del web analyst. Ciò perchè spesso in Italia queste competenze vengono accorpate ad altre figure poichè sono ritenute ancora di minore importanza. Nel 2014 comunque insieme all’esplosione della richiesta di Web Manager, negli USA è esplosa anche la domanda di una figura che analizzasse i dati prodotti efficacemente.

A quale stipendio può aspirare (quanto guadagna) un web analyst professionista ?

Solitamente per una figura junior in Italia lo stipendio può partire dai 1.000 euro mensili mentre per una figura senior, che si occupa anche di altre mansioni e ruoli, le potenzialità sono molto più ampie, ma poco determinabili numericamente poichè varieranno in base alle competenze aggiunte al ruolo di web analyst. In Nord Europa ci si attesta intorno a una cifra tra i  3.500 e i 5.000 € al mese.

Twitter, il social network abbandonato (anche dai dirigenti)

Twitter cambia e varca il confine dei 140 caratteri!

Se ne era parlato già la scorsa settimana, e oggi la conferma è arrivata ufficialmente: Twitter interviene su uno dei dogmi che lo avevano caratterizzato fin dalla nascita e “allarga” il limite di 140 battute (spazi inclusi): da oggi le mention (quindi, anche le risposte a tweet precedentemente pubblicati), file multimediali (che corrispondono a delle URL) e link ipertestuali non saranno più conteggiati nella lunghezza dei tweet.

A scriverlo sul blog ufficiale del social network, all’urlo di “Più spazio alle parole!”, è stato oggi Todd Sherman, Product Manager di Twitter, il quale ha anche annunciato l’implementazione del tasto Retweet sui propri tweet (per valorizzare contenuti considerati di qualità, magari passati inosservati) e il cambio della politica sulla mention: i tweet che cominceranno con un nome utente saranno visibili a tutti gli utenti.

Scelte che tendono a semplificare l’utilizzo di Twitter e aprirsi a quegli utenti che – storicamente – hanno sempre considerato troppo difficile il mondo del microblogging.

Mosse azzeccate? Chissà. Da sempre la difficoltà di utilizzo è indicata da gli analisti come la barriera fondamentale da abbattere per riuscire a incrementare la propria base utenti: di certo, però, questi cambiamenti vanno ad incidere ancora una volta sullo spirito unico e originario di Twitter, che lo avevano reso un unicum nel panorama dei social network mondiale.

Come al solito, chi vivrà, vedrà!

Native advertising: cos’è e come farlo correttamente

Il native advertising non è più solamente un’interessante e promettente novità nel panorama della comunicazione e della pubblicità, ma è ormai diventato una realtà in via di consolidamento che si diffonderà sempre più velocemente.

LEGGI ANCHE: “Come ti sentiresti ad avere Jet Blue in tasca?”

Cos’è il Native Advertising?

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E’ una forma di pubblicità contestuale online, diffusasi rapidamente negli ultimi anni, che consiste nell’inserimento di contenuti pubblicitari all’interno di contesti coerenti con questi ultimi e che cercano, anche visivamente, di omogeneizzarsi al contorno in cui sono inseriti.

Un tipico esempio di native advertising può essere rappresentato dall’inserimento di una pubblicità di scarpe da calcio all’interno di un articolo che parla di una partita o di un calciatore.

Perché native è meglio di tradizionale

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La ratio a monte del native advertising è relativa al flusso di pensiero del consumatore. Una pubblicità di tipo contestuale non interrompe l’attenzione dell’audience di riferimento, anzi, dovrebbe creare interesse e coinvolgimento superiori alla pubblicità tradizionale.

E’ ovvio come, in un’epoca dove ciascuno di noi è sottoposto a un costante bombardamento di messaggi pubblicitari, sia necessario evitare di comunicare attraverso banner e adv invadenti, che non producono risultati concreti in termini di efficacia comunicativa e persuasività.

I cinque step per un native advertising efficace

1) Pensa olisticamente

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E’ necessario condurre una campagna di tipo omnichannel, in modo da sfruttare tutti i canali su tutti i device possibili.

La natura stessa del native advertising permette un approccio di questo tipo, che garantisce la possibilità di raggiungere tutti i tipi di consumatori compresi nel target di riferimento e di monitorare continuativamente l’efficacia della pubblicità in relazione al budget allocato

2) Seleziona il formato più corretto

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Esistono diversi tipi di native advertising, dal contenuto sponsorizzato, al social e all’in-feed. Ognuna di queste possibilità ha caratteristiche e benefici differenti; è quindi necessario comprendere quale di queste sia la più indicata in relazione al messaggio da comunicare e all’audience di riferimento

3) Pensa come un editore

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E’ necessario assicurarsi che l’approccio comunicativo utilizzato per l’advertising sia effettivamente coerente con il contesto in cui essa viene inserita.

Il tono, lo stile, anche visivo, della comunicazione devono integrarsi armoniosamente all’ambiente in cui questa viene proposta, in modo da apparire coerente e, soprattutto, che essa non si configuri come una comunicazione tradizionale di tipo distraente.

4) Fissa degli obiettivi realistici

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Nel pianificare una strategia comunicativa di native advertising è essenziale settore degli obiettivi raggiungibili e coerenti con l’approccio scelto.

Come detto, ciascun differente tipo di native advertising ha caratteristiche e benefici differenti, motivo per cui è necessario scegliere attentamente le metriche per valutarne l’efficacia in relazione agli scopi da raggiungere;

5) Misura e ottimizza

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Proprio perché esistono diversi tipi di native advertising, è altamente consigliato valutare attentamente le modalità con cui proporlo al consumatore, in modo da adottare l’approccio più coerente in relazione agli obiettivi, al target e al mezzo utilizzato.

Non è quindi sufficiente utilizzare questo strumento innovativo per ottenere dei risultati, ma occorre misurare e studiare diverse variabili per ottimizzare la campagna.

Il native advertising offrirà diverse interessanti opportunità nel futuro più prossimo, che le aziende dovranno necessariamente cogliere per raggiungere il loro target di riferimento in modo più efficace e meno invadente e fastidioso.

Tuttavia sarà necessario approfondire caratteristiche e approcci di questa nuova modalità comunicativa, in modo da riuscire a sfruttarne pienamente le peculiarità e i vantaggi conseguenti.

Apple Store, il futuro non è solo tecnologia

Apple Store: il futuro non è solo tecnologia

Appena inaugurato – lo scorso venerdì – il nuovo Apple Store di San Francisco offre la possibilità di una prima riflessione sulla trasformazione del concetto di negozio nella filosofia di Apple.

Vetrine interattive, uno spazio aperto ad artisti, sviluppatori e startupper, posti a sedere con wi-fi gratuito, il tutto alimentato da energie rinnovabili grazie ai pannelli fotovoltaici integrati.

Ma il nuovo Apple Store è anche alberi e spazi aperti: un luogo in cui non solo fare shopping tecnologico, ma avere nuove occasioni di formazione e di intrattenimento, ad esempio con lo spazio dedicato alle esibizioni live del week-end.

Apple, sempre un passo avanti

Apple Store il futuro non è solo tecnologia

Da quando, nel 2001, Steve Jobs presentava il primo innovativo Apple Store, con MacBook e iMac a disposizione degli avventori per una prima prova senza barriere, la Mela ha fatto parecchia strada e non solo nell’evoluzione dei propri prodotti, il cui simbolo per eccellenza, l’iPhone, ha generato una vera e propria rivoluzione, la rivoluzione mobile.

In Apple si è evoluta però anche la filosofia, l’approccio al consumatore, sempre fedele ad un’apertura verso il cliente che non ha paragoni in altri brand.

“Questa è la vision globale per il futuro del retail di Apple” ha affermato Angela Ahrendts, Retail Chief di Apple, durante l’inaugurazione dello store di San Francisco. Un primo passo verso la creazione di altri Apple Store con le stesse modalità in tutto il mondo.

Incontriamoci al nuovo Apple Store

Apple Store il futuro non è solo tecnologia

Non si tratta di un restyling solo a livello di negozio, ma di una vera evoluzione in termini di servizi, grazie al bar, ai punti di consulenza dedicati ai giovani sviluppatori, innovatori o startupper, con un design fatto di vetro, metallo e legno, strettamente legato a quello del nuovo campus per i dipendenti Apple.

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Soprattutto il fatto di puntare sulla comunità, sulla società e sull’arte trova una evidente corrispondenza nelle ultime campagne pubblicitarie di Apple, tutte incentrate nel mostrare in che modo i prodotti con la mela aiutino e supportino nella creazione artistica, stimolando la comunicazione, l’affettività e la familiarità.

Due le filosofie principali racchiuse nel nuovo Apple Store di San Francisco, che il Design Chief di Apple Jony Ive promette di ricreare anche nei futuri negozi: una è evidentemente quella di community builder, l’altra quella più usuale per il marchio di Cupertino, come casa di prodotti tecnologici di lusso e di tendenza.

L’obiettivo? Quello di offrire ai clienti l’esperienza di entrare direttamente nella sede dell’azienda che ha inventato lo smartphone e che continua a stupire nel mondo dell’innovazione.

“Pensiamo ai nostri negozi come al nostro più grande prodotto“, ha concluso la Ahrendts, sottolineando la passione e la qualità del nuovo progetto di vendita al dettaglio offline, che punta a diventare la piazza del futuro per la città, un luogo di incontro oltre che di acquisto.

Coca-Cola: la lotta all’obesità e l’impegno digital ad Euro 2016

Leendert Den Hollander, Vice President e General Manager di Coca-Cola Enterprises UK, sottolinea al Retail Symposium di quest’anno (il più atteso evento in UK per quanto riguarda il mondo del retail) l’atteggiamento conciliante del brand nei confronti di scelte di vita salutari, rigettando le accuse di chi considera Coca-Cola la capostipite di un settore (quello delle bevande analcoliche) colpevole insieme ad altri dell’obesità di molte persone nel mondo.

Egli ha dichiarato all’evento che la bevanda ha ridotto le calorie presenti nella propria formula del 14% negli ultimi quattro anni e che il suo mood salutare partì già nel 1982, con il lancio della famosa Diet Coke.

Coca-Cola: la lotta all'obesità e l'impegno digital ad Euro 2016

“Ogni giorno, 46 ​​milioni di persone bevono un soft drink, ma se si digita su Google “soft drink e salute”  si otterranno circa 7 milioni di risultati, quindi c’è chiaramente qualcosa da fare ed è un problema che dobbiamo affrontare al più presto”, ha detto Den Hollander, aggiungendo “da molto tempo stiamo effettuando delle ricerche per combattere l’obesità mondiale e per rappresentare una valida alternativa salutare per le persone“.

Sempre meno calorie non rinunciando al gusto della bevanda, attraverso formule innovative e dietetiche. La Coca-Cola Zero, bibita analcolica commercializzata in 44 Paesi fra i quali, dal 2007, anche l’Italia, è un esempio di come l’azienda stia mettendo in pratica al meglio i suoi intenti.

Coca-Cola: la lotta all'obesità e l'impegno digital ad Euro 2016

L’impegno digitale durante EURO 2016

Den Hollander ha anche ribadito l’impegno di CCE nel mondo digitale; il 58% dei britannici attualmente naviga nel web alla ricerca di ispirazione per le proprie ricette casalinghe. Per sfruttare questo trend durante Euro 2016, Coca-Cola suggerirà piatti caratteristici accompagnati dalle proprie bevande, con gli ingredienti tipici delle nazionalità delle squadre che man mano si sfideranno nel corso della competizione.

Tutto questo sarà promosso attraverso i suoi canali digitali dall’inizio del torneo in poi, stimolando un’attività di engagement costante con i propri consumatori.

Il Vice President di CCE ha voluto in generale stimolare le marche ad adottare strategie di marketing contestuali e mirate, adattando le proprie campagne in base al mercato di riferimento e sfruttando eventi dall’ampia risonanza come in questo caso gli Europei per guadagnare il favore e l’attenzione del pubblico.

Coca-Cola: la lotta all'obesità e l'impegno digital ad Euro 2016

I brand devono anche accettare il fatto che i consumatori sono i co-creatori dei contenuti da loro veicolati, secondo un’ottica di continuo ascolto del mercato ed interazione.

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In conclusione del suo intervento, Den Hollander ha affermato che attualmente, in un panorama commerciale fortemente guidato da tutto ciò che accade online, il marketing alle spalle di ogni brand produce solamente il 10% circa del contenuto promosso dalla marca.

Il resto? E’ tutto suggerito dai consumatori attraverso i loro gusti, i messaggi e l’impegno che testimoniano nei confronti della marca e che essa deve essere pronta a recepire.

Infatti, tutto ciò che un brand può fare è studiare la realtà circostante e interpretarla al meglio per mettere in pratica delle strategie di business che possano portarla al successo. Proprio come Coca-Cola: attenta ai salutisti e pronta a cavalcare l’onda delle manifestazioni (in questo caso sportive) più care al pubblico.

Festival di Cannes e social media: a Snapchat e Instagram la Palma d’Oro

Quello che succede a Cannes resta a Cannes. O quasi. Anche quest’anno, infatti, il glitterato racconto del festival ha subito qualche scossone dal mondo dei social media.

Partiamo da una certezza: the winner is… Ken Loach. Il regista britannico è più sociale che social, come dimostra il film vincitore “I, Daniel Blake” e come conferma il suo discorso di premiazione, cosa che ha diviso il pubblico tra entusiasti della sua seconda palma d’oro e fredde congratulazioni di rito (del resto a prendersela con il capitalismo proprio a Cannes c’era da aspettarselo).

Restiamo nel mondo di sociale meets social con la star di Youtube Mahmoud Bitar, rifugiato politico residente in Svezia. Dalla Siria passando per la Grecia, Mahmoud ha deciso di raccontare la sua esperienza con l’ironia e l’esperimento ha funzionato così bene che è stato invitato al Refugee Voices in Film, un evento promosso da UNHCR.

Snapchat in Cannes

Inutile dire che Snapchat è stata la vera news del festival dal punto di vista social. Oltre all’approccio di star come Jerome Jarres, Eva Longoria e l’attore franco-marocchino de La Haine Said Taghmaoui.

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Anche i media più tradizionali hanno deciso di cimentarsi con il nuovo social. In particolare Canal+ ha optato per meno Croisette e più Snap; il quotidiano Nice-Matin si è dimostrato bravissimo nel trovare un equilibrio tra snap e giornalismo, così come BuzzFeed France. Getty Images ha interagito con Jerome Harres e raccontato il backstage della raccolta di immagini che riempiono i magazine.

snap

 Questione di Stile

Ok, eccoci infine a parlare di quello che conta veramente in un festival come Cannes: celebrità e gossip!

Iniziamo con Blake Lively, che dal primo giorno di presentazione del film Café Society, di Woody Allen, è riuscita  a far parlare di sé. Per la bellezza, certo. Per la maternità e i vestiti appariscenti, anche. Aggiungi un pizzico di provocazione via Instagram e il gioco è fatto.

Il primo caso è esploso quando ha pubblicato questo:

Blake Lively

Ovvero: viso da Los Angeles, sedere da Oakland, riferendosi al suo lato B, piuttosto lievitato a causa della gravidanza. A nulla sono valse le sue scuse in cui diceva di aver semplicemente citato “Baby Got Back”, del rapper Sir Mix-a-Lot. Accusa di razzismo per la bionda “bianca e privilegiata” che ha usato il riferimento culturale da Black Women. Ma questo non ha spento la sua voglia di attenzioni, rilanciata con un post più innocuo, in cui dice di ispirare il suo guardaroba, non alle principesse, ma alle cattive Disney.

Blake Lively2

Sulla Croisette si sono inoltre fatte notare labbra viola di Aishwaeya Rai (per il cui fiasco ha dato la colpa alla L’Oreal, di cui è testimonial) e la bellissima Kristen Stewart, che ha vintola palma d’oro allo stile persino andando in passerella con trainers senza tacchi e contravvenendo alle rigide regole del Festival.

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Da Cannes, questo è tutto! In attesa di vedere cosa capiterà il prossimo anno..

10 suggerimenti per ottimizzare il tuo Evento su Facebook

Gli eventi su Facebook sono i contenuti più visibili nel flusso di pubblicazioni sui social: entrano nella nostra agenda, sono facili da consultare su smartphone, e inoltre come organizzatori possiamo mantenere viva l’attenzione pubblicando aggiornamenti che vengono segnalati con una notifica. Pensare a un evento Facebook come un vero e proprio contenuto da curare in ogni dettaglio può essere utile per trarre il meglio da questo potente formato. Ecco perché abbiamo raccolto dieci suggerimenti per iniziare a creare eventi Facebook davvero efficaci:

Rifletti sul nome

La prima cosa che facciamo quando creiamo un evento Facebook è chiamarlo in maniera didascalica, ma cosa succederebbe se un Happy Hour si chiamasse Frappy Hour?

Starbucks-Frappy-Hour-Event

Un nome d’impatto crea curiosità così come avviene per il titolo di un articolo, o ci aiuta a ricordare meglio la nostra iniziativa come fa il claim di una pubblicità.

Scrivi una descrizione chiara e breve

Qui meglio lasciare da parte la creatività per dedicarsi a un testo che dia tutti i dettagli senza giri di parole. Non farti tentare da un’introduzione troppo ampia, rischiando di riportare le informazioni più importanti solo alla fine. Se non sai da dove partire può tornarti utile la regola delle 5 W che contraddistingue l’attacco degli articoli giornalistici.

Imposta un luogo riconosciuto da Facebook

Quando imposti la posizione dell’evento cerca sempre di utilizzare un luogo registrato su Facebook. In questo modo i partecipanti possono avere informazioni in più direttamente dalla pagina collegata al luogo, oltre al notevole vantaggio di poterlo impostare come destinazione aprendola in una mappa.

Ottimizza l’immagine di copertina

Se vuoi mettere in risalto un elemento visuale rispetto a un altro, considera che Facebook mostrerà la foto dell’evento in tre diverse posizioni, ognuna con una dimensione diversa.

Facebook-Events-Photo-Size

Per un immagine ottimizzata ti sarà utile sapere che sulla pagina dell’evento viene mostrata in 784×295 pixel, nella newsfeed diventa  470×174 pixel e accedendo alla sezione Eventi si riduce fino a 150×100 pixel.

Metti un post in evidenza

Puoi mettere un post in cima alla bacheca dell’evento così avrà la priorità rispetto a tutti gli altri. Con un post in evidenza puoi mostrare meglio gli ultimi aggiornamenti, dare il via a un countdown o sottolineare informazioni importanti.

Dai il permesso di postare sulla pagina evento

Rendere pubblica la bacheca dell’evento ti permette di rispondere alle domande e dà la possibilità ai partecipanti di scambiarsi informazioni. Sfrutta l’occasione per parlare attivamente con la tua community rispondendo a tutti i post, che siano domande o commenti generali.

Usa le keyword come tag

Ottimizza il tuo evento Facebook inserendo parole chiave pertinenti nella sezione tag, non limitandoti solo alle keyword di brand. Per esempio, se si sta organizzando un concerto si potrebbe includere il genere musicale come tag.

Facebook-Events-Tags

In questo modo Facebook può raccomandare l’evento agli utenti in base ai loro interessi, quindi mettine il più possibile.

Aggiungi i co-organizzatori

Aggiungere eventuali partner come co-organizzatori è un ottimo modo per dare maggiore visibilità all’evento creando un legame fra le aziende o stakeholder. Se vi partecipano influencer potrebbe essere una grande occasione per aumentare anche il proprio seguito.

Programma l’evento il prima possibile

A meno che non stai promuovendo il concerto di Beyoncè, è meglio creare l’evento Facebook appena si hanno informazioni sufficienti per farlo. Non solo ci sarà più tempo per la promozione ma gli invitati potranno organizzarsi meglio.

Imposta il tab eventi sulla pagina Facebook

Metti in evidenza la sezione eventi sulla pagina Facebook, aggiungendo la relativa tab nella colonna sinistra. Per gestire questa opzione puoi cliccare sotto l’immagine di copertina della pagina su “altro” e poi su “gestisci tab”.

Siete pronti a organizzare il vostro evento vincente su Facebook? Scriveteci la vostra opinione sulla nostra pagina fan!

Il caso “Tiger”: quando i prodotti parlano da sé

Canestro da tavolo, torcia laser, palloncini autogonfiabili, cerotti multicolor e scotch con i baffi.
No, non è un’improbabile lista della spesa nè uno spezzone della famosa parodia de “Il Signore degli Anelli”: sono solo alcuni dei super colorati e più o meno utili prodotti venduti da Tiger, l’ormai famosa catena danese di oggettistica che ad oggi conta fino a 620 negozi in ben 28 Paesi.

Tiger_Products

Data la rapida ascesa e l’enorme successo di Tiger, viene spontaneo chiedersi quale efficacissima strategia di marketing abbia messo in atto, con quanta accuratezza sia stato studiato il target di riferimento e come sia riuscito a comunicare i propri valori di marca in modo organico e distintivo.

Beh, se lo chiedessimo ai top marketer del brand otterremmo una risposta alquanto bizzarra: non ne hanno la più pallida idea.

Tiger_Store

Tiger in comunicazione

Trattandosi principalmente di un offline retailer, le comunicazioni di Tiger si sono sviluppate per lo più  all’interno dei punti vendita, attraverso vetrine ben allestite e tradizionali instore flyer. La cosa interessante è che, per quanto l’attività online e sui social network sia ridotta al minimo,  Tiger comunque è riuscito a ottenere un considerevole numero di follower.

LEGGI ANCHE: Fidelizzare i follower su Instagram: tre storie di successo

Che sia sorprendente non lo diciamo solo noi, ma anche Klauss Vemmer, head of global marketing del brand:

“We have 1.4 million followers and we don’t know who they are. It’s good that we have so many but how should we communicate with them? We have done campaigns, and are pushing in to new markets, but we are not really working in a structured way and we are not learning anything”.

Una strategia che ruggisce

Forse, però, Tiger una scelta strategica l’ha fatta senza nemmeno accorgersene. Ha scelto semplicemente di offrire ai consumatori prodotti frivoli, divertenti, di facile utilizzo e ben fatti a prezzi competitivi, riuscendo così ad innescare il più efficace e più antico di tutti i mezzi pubblicitari: il passaparola.

word-of-mouth

D’altro canto, questi colorati e divertenti oggettini possono davvero piacere a chiunque, grazie ad un’offerta molto differenziata e rivolta ad interessi e necessità di qualsiasi tipo: basta sbirciare le foto di copertina di Tiger Italia su Facebook per rendersene conto.

Il punto è che, nel suo piccolo, Tiger è riuscito a creare un fenomeno analogo a quelli di molti love-brand: la loro fama li precede, tanto da rendere perfino superflua la comunicazione pubblicitaria o promozionale.

I “next step” della marca

Ovviamente l’obiettivo nel prossimo futuro è quello di creare una storia attorno al brand, dandogli non solo un carattere ben definito ma anche qualcosa da dire: una strategia, quindi, basata sullo storytelling a 360°.

Il caso "Tiger": quando i prodotti parlano da sè

“We will communicate something in the shop window and bring people in the store, where there will be an activation and then we will activate people to do something on Facebook or Instagram. From there Tiger can collect the data to communicate towards more customer groups” spiega Vemmer.

Se Tiger è riuscito ad ottenere così tanta notorietà senza nessun tipo di strategia, sicuramente vuol dire che ai consumatori già piace, che non è poco. Staremo allora a vedere di cosa sarà capace quando inizierà a comunicare al meglio i suoi adorabili prodotti.