Facebook At Work: il social network nel social network

Facebook at work

L’uso dei social network sul posto di lavoro è sempre un argomento delicato: in alcuni uffici è consentito, in altri è vietato direttamente con l’applicazione di filtri al firewall, e spesso i dipendenti per primi provano soggezione a farne uso, poiché potrebbe essere percepito come una perdita di tempo. Ciononostante, i social media sono ormai parte integrante della nostra vita quotidiana e, mentre usarli sul posto di lavoro può costituire una perdita di tempo, evitarli può invece rappresentare un limite, soprattutto se si prende in considerazione il loro potenziale per la produttività.

La comunicazione, all’interno di un ufficio è necessaria e a questo scopo molte aziende fanno uso di piattaforme a pagamento dedicate allo scopo. Se ci pensiamo, però, un social network come Facebook potrebbe costituire un potente strumento per la comunicazione e la produttività di un’azienda, ed è per questo che un intero team, guidato da Lars Rasmussen (già sviluppatore di un’altra piattaforma enterprise, Google Wave), si è impegnato a costruire una piattaforma specificamente rivolta a questo obiettivo.

La piattaforma si chiama semplicemente Facebook at Work ed è appunto una versione del social network pensata apposta per le aziende, dotata degli stessi strumenti e dello stesso aspetto, con una sottile differenza: al posto del classico blu, a dominare l’interfaccia c’è un nuovo bianco, che permette a colpo d’occhio di distinguere se i dipendenti sono su Facebook per piacere o per dovere. (Sono finiti i tempi in cui passa il capo e la prima azione che si compie è ridurre il browser a icona)

Facebook at work

Facebook At Work sarà completamente separato dalla sua iterazione dedicata alla vita personale; si accederà alla piattaforma da un indirizzo dedicato e da un’app separata da quella che usiamo tutti i giorni (la versione per iOS è già disponibile sull’App Store americano). Le aziende potranno registrarsi sulla piattaforma, dopodiché i dipendenti avranno la possibilità di creare il loro profilo aziendale, che potrà essere legato a quello personale (ma che rimarrà separato nell’uso).

Le utilità di Facebook At Work sono numerose: prima di tutto costituisce un mezzo per far sì che i colleghi interagiscano in maggior misura, inoltre è uno strumento di comunicazione interno che favorisce la privacy dell’azienda (parlare di progetti aziendali con un account personale potrebbe rivelarsi poco sicuro). Infine favorisce la collaborazione tra dipendenti che, attraverso i profili e le descrizioni dei colleghi, sapranno trovare la persona adatta ad un lavoro in fase di avviamento.

Al momento Facebook At Work è in fase di test in alcune aziende che si sono offerte di provare la piattaforma. Molte cose ancora non sono chiare, per esempio ancora non si sa come sarà trattato in termini di monetizzazione. Alcune voci dicono che potrebbe essere a pagamento come tutte le suite enterprise o che in alternativa potrebbe essere gratuito, ma con la presenza di pubblicità.

Intanto siamo fiduciosi che il team sia al lavoro su uno strumento in cui crede, d’altronde lo stesso Rasmussen ha dichiarato che Facebook at Work è in fase di sviluppo da quasi 10 anni e che si tratta della piattaforma utilizzata per comunicare all’interno di Facebook stessa.

Che ne pensate di questa nuova piattaforma? Secondo voi potrà giovare all’ambiente lavorativo l’utilizzo di un social network interno? Fatecelo sapere nei commenti!

Influencer nel social media marketing: come sceglierli e soprattutto come coinvolgerli

Chi vi scrive aveva già individuato negli influencer il ruolo chiave per i SMM per assicurarsi la maggiore resa in termini di risonanza dei contenuti pubblicati per le piattaforme digitali. In un universo in via di definizione era già chiaro come accattivarsi l’attenzione di coloro i quali determinano, con le loro opinioni, i gusti e le scelte degli utenti, rappresentasse un strumento volto alla massimizzazione degli investimenti (e relativa resa) sui social.

Partendo da questo assunto vogliamo provare a fare un bilancio su quanto successo in questo anno per gli influencer e i marketer che si interfacciano con loro, vedere quale sia lo stato di questa relazione e dedurre, per quanto possibile, le linee guida che dovrebbero essere i cardini sui quali fondare un buon lavoro per un social media manager.

Marketer & Influencer: il bilancio di Andrew Coate

Ciò che ci ha spinto in questa direzione è un articolo pubblicato di recente su Kapost a cura di Andrew Coate, un professionista che svolge questo ruolo già da molto tempo.

Andrew nel corso 2014 ha focalizzato la sua attenzione sull’influencer marketing perchè come molti, ne aveva capito le potenzialità.

Giacché oltre che un percorso creativo ci troviamo di fronte ad aspetti industriali, ha elaborato, nel corso del suo lavoro, un piano editoriale per le aziende di cui si occupava ben preciso, nel quale la collaborazione con gli influencer veniva quantificata attraverso dati concreti (condivisioni medie di un post, call to action generati da contenuti proposti dall’azienda, contenuti creati dall’influencer e l’impatto indiretto generato etc. etc.).

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Questa schematizzazione era un meccanismo di controllo che egli stesso aveva dato al proprio lavoro. In questo modo poteva capire come aggiustare il tiro anche con i super-utenti, quali risultati gli garantissero, quali erano quelli giusti in relazione ai brand di cui si occupava.

Ad inizio anno però questa visione industriale dei rapporti non era da considerarsi soddisfacente. Si era reso conto che il suo modo di interagire con loro era man mano divenuto asettico, impersonale, non creava valore aggiunto, erano diventate interazioni quantitative che di lì a medio termine non avrebbero più funzionato.

Così ha pensato bene di chiamare in causa quegli stessi influencer coi quali collaborava e porre una domanda tanto semplice e diretta quanto spinosa :

Sei stanco di svolgere il tuo ruolo di influencer?

Nel porre questa domanda Andrew riteneva di aver commesso un errore di fondo. Del resto noi italiani siamo soliti dire che non si chiede mai all’oste se il vino è buono perchè ti risponderà sempre di sì. Da un certo punto di vista quindi si aspettava questo atteggiamento e quindi ricevere feedback a senso unico ed invece è rimasto piacevolmente sorpreso nel vedere come le risposte che ha ricevuto siano state le più varie e tutte estremamente sincere.

Possiamo sintetizzare le argomentazioni inserite in due filoni, da un lato si è dibattuto sul rapporto Collaborazione vs Utilizzo e dall’altro sul fatto che non tutti gli influencer vestono su tutto, e che a volte un influencer è tale senza saperlo.

L’influencer è un brand ed un soggetto, non un tool

Premettendo che come ovvio, in molti gli hanno risposto che erano ben felici di essere considerati influencer per ragioni di natura professionale e personale, il quesito di Andrew ha portato a galla una certa frattura in termini di rapporto tra i primi e le aziende.

In molti hanno sottolineato come vengano approcciati solo perchè è noto quale sia il ruolo di opinion leader che possono svolgere. Molte aziende neanche conoscono le loro pubblicazioni o il complesso delle loro attività.

Immaginate di essere intercettati da qualcuno che, sapendo che potete spostare l’opinione pubblica su una determinata questione, vi avvicina dicendo “Sai adoro il tuo lavoro !!! Ah a proposito io mi occupo di questo ti andrebbe di parlarne ?” e poi scoprire che quella determinata persona di te e del tuo lavoro non sa niente. Vi sentireste lusingati o sfruttati ?

Pare quindi che in molti non abbiano alcun interesse a sviluppare un rapporto di conoscenza con gli influencer, considerandoli dei megafoni e non delle persone in carne ed ossa. Forzando un coinvolgimento rispetto ai propri prodotti e servizi senza sapere se questi siano di interesse per loro.

Inutile dire che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio paradosso, un’azienda che attraverso il suo smm cerca di intercettare l’attenzione di una comunità, o creare una comunità ex novo, attraverso un soggetto in vista senza creare un rapporto di conoscenza e stima diretto con quell’utente !!!

Altro aspetto che è venuto sistematicamente fuori dalle risposte che Andrew ha ricevuto è stato quello relativo alla natura della collaborazione che le aziende pensano di porre in essere.

Non di rado i brand credono che per spingere un influencer a pubblicare sui suoi profili una recensione o opinione su un determinato prodotto/servizio basti offrire quel determinato prodotto o servizio in prova gratuita.

Ma questi professionisti non lavorano o esercitano la propria influenza avendo come scopo primo ed ultimo l’accumularsi di beni. Sono ben consapevoli di essere loro stessi personal-brand e piano piano stanno cambiando approccio verso uno stile qualitativo degli interventi.

In altre parole scelgono con accuratezza a quali proposte dire di sì perchè vogliono accrescere la loro popolarità attraverso la bontà di ciò di cui si occupano. E’ in un certo senso un ribaltamento di prospettive.

Se in linea di principio un brand sceglie un influencer la cui audience sia il target di mercato dal quale attingere, adesso gli influencer stanno cominciando a scegliersi i brand giusti tali da rendere più solida la propria posizione ed aumentare la propria credibilità rispetto ai propri seguaci.

In un rapporto divenuto così paritario la collaborazione non è più di tipo unilaterale ma di tipo simbiotico. Brand ed influencer devono scegliersi al fine di crescere assieme affinchè quel rapporto sia proficuo.

Trova il tuo influencer, anche quando non è ancora tale

Veniamo al secondo grande soggetto di discussione nello scambio di mail tra Andrew e gli Influencer con cui ha la fortuna ed il piacere di lavorare.

Abbiamo visto come in molti abbiano lamentato un approccio basato sulla quantità di contenuti e non sulla qualità. Lavorare in termini quantitativi rispetto alle relazioni produce un altro effetto spiacevole.

Molti influencer vengono chiamati in causa senza che ce ne sia effettivo bisogno, senza che la loro specificità possa produrre risultati.

Scegliere il partner giusto sui social è essenziale, cercare una collaborazione con il più ampio numero possibile di soggetti in vista non sempre è la scelta migliore. Innanzitutto perchè la percezione indiretta che si da è che dal punto di vista di un’azienda sono tutti uguali, in secondo luogo perchè questo significa non aver compreso il target di riferimento rispetto alle attività alla quale vogliamo far sì che sia dato risalto sulle piattaforme digitali.

Tener conto della specificità di entrambi è la base sulla quale si può ottenere il massimo della produttività.

E questo significa a volte anche cercare un influencer che non sia percepito come tale al grande pubblico ma che nei fatti svolge questo ruolo nella maniera di cui abbiamo bisogno.

Facciamo un esempio che forse può chiarire al meglio il concetto.

Revolve Clothing : un Natale a caccia di influencer

Revolve Clothing è un’azienda che si occupa di e-commerce per prodotti di moda. Lo scorso Natale ha deciso di aprire un temporary-store in un centro commerciale a Los Angeles e cercando l’esposizione massima sui social per incrementare le vendite ha scelto un approccio inusuale.

Il reparto marketing piuttosto che puntare su testimonial o influencer già noti ha stilato un elenco di 100 consumatori abituali i quali avessero profili attivi con molti follower.

Ha identificato profili di utenti “normali” che fossero in relazione continua e costante con coetanei o comunque persone dai gusti simili (tarati sui gusti dell’azienda) ed ha offerto loro tutta una serie di benefit. Ha garantito spostamenti gratuiti dalle loro abitazioni al negozio, un corposo buono spendibile per prodotti che erano già sull’e-store.

Risultato ? A fronte di un investimento minimo hanno visto selfie coi prodotti Revolve retwittati 12 mila volte partendo da una sola cliente. Hanno accresciuto la loro presenza sui social media in termini esponenziali “creando” degli influencer che non erano tali ma che in realtà questo ruolo erano perfettamente in grado di svolgerlo per l’azienda.

Cosa possiamo dedurre dall’esperienza di Revolve ?

Che le aziende hanno bisogno di dragare la rete cercando di individuare i possibili influencer anche e soprattutto quando sono dei perfetti sconosciuti. Trovare utenti con largo seguito che hanno dedicato la propria presenza sui social rispetto ad una particolare attività, verificare se vi è una corrispondenza rispetto alla propria ed a quel punto stimolare la loro rete di relazioni minimizzando gli investimenti e massimizzando il ritorno di immagine.

Vine Facts: i migliori brand sulla piattaforma di instant video [INFOGRAFICA]

vine

Abbiamo parlato diverse volte dell’utilità di inserire Vine nel proprio piano di social media marketing. Oggi condividiamo con voi un’interessante infografica che presenta alcuni dati rilevanti riguardanti i brand che utilizzano in modo più efficiente i sei secondi della piattaforma di condivisione di instant video.

Ecco alcune considerazioni che emergono dal grafico di The 7st Chamber:

  • Un Tweet ogni cinque contiene il link ad un video Vine;
  • Un branded Vine ha 4 volte più possibilità di essere visto rispetto ad altri formati di branded video;
  • Utilizzare hashtag istituzionali aiuta a coinvolgere il pubblico (es. #6secondscience di GE)
  • Gli How To video sono molto efficaci per presentare nuovi prodotti, promuovere contest e coinvolgere i fan (come fa spesso Urban Outfitters);
  • Pianificare una buona strategia di distribuzione è importante (l’esempio vincente riportato è di Lowe’s);
  • I contenuti dovrebbero essere progettati in base a specifiche call to action (come quelli di Oreo);
Vine Videos Facts

Le foto stock patinate hanno i click contati con The Stock Photobomber!

Ogni giorno, nel mondo, un creativo si sveglia. Sa che dovrà affrontare il dramma che puntualmente si consuma nella vita di chiunque si ritrovi di fronte a un progetto d’agenzia: trovare l’immagine giusta senza ricorrere a uno shooting fotografico ad hoc. In poche parole, usufruendo di uno dei tanti siti di foto stock presenti online.

Ora, se almeno una volta nella vita vi è capitato di cercare un’immagine in un sito di foto stock saprete perfettamente di cosa sto parlando: infatti, potrete anche inserire l’inequivocabile parola chiave “idraulico” nella barra di ricerca e premere ottimisticamente invio, ma sappiamo tutti perfettamente che vi aspettano lunghe mezz’ore di scrolling tra innumerevoli foto di fin troppo sorridenti giovanotti col WC sulle spalle e i pollici insù prima di trovare una foto quanto più vicina all’individuo che la gente comune si immagina quando pensa alla parola “idraulico”.

Questo perché, diciamolo, capita spesso che le foto stock traspirino un finto realismo patinato che nulla ha a che fare con la realtà; e questo lo sa bene Matthew Vescovo, che dalla sua ventennale esperienza in art direction ha appreso la cruda verità e ha deciso di porvi rimedio: nasce così il suo Tumblr The Stock Photobomber, per condire con un po’ di realismo le foto stock inserendovi una versione di sé tutt’altro che patinata, ribilanciando così le sorti del verismo fotografico, semplicemente a colpi di Photoshop.

Il risultato? Dire comico è dire poco!

La vera rivoluzione? Il progresso tecnologico al servizio della disabilità

La storia dell’umanità è sempre stata segnata, nel bene e nel male, dal progresso tecnologico, che ci ha permesso di esprimere a pieno quello che ci differenzia dagli altri animali: la creatività e la ragione.

Dalla ruota in poi, con il passare degli anni il processo evolutivo tecnologico è diventato sempre più veloce e incessante; basti pensare a quello che siamo riusciti a creare nell’arco di un ventennio, e il merito è in buonissima parte di Internet e della connettività dei dispositivi a quella che, a tutti gli effetti, è una rete fatta di intelligenza condivisa.

Nell’articolo di oggi vogliamo parlare del rapporto tra tecnologia e disabilità, un tema spesso snobbato ma che merita attenzione. Quando pensiamo alle persone disabili tendiamo a concentrarci sulle patologie, sulle condizioni fisiche e psichiche, sullo stato di salute insomma. Non riusciamo a capire che quello di cui hanno bisogno non sono solo le cure mediche e il sostegno di personale adeguatamente preparato – sicuramente fondamentali – ma di tecnologie capaci di rendere meno complessi gesti e azioni che per tutti gli altri sono normalissimi, come mangiare, bere, leggere un libro, parlare con una persona.

Da quando la scienza medica si è aperta a nuovi scenari e ha iniziato a introdurre nelle terapie strumenti tecnologici più o meno sofisticati, molto è stato fatto in questo senso. Con l’avvento delle tecnologie digitali, poi, si è riusciti a raggiungere obiettivi che apparivano impossibili, pura fantascienza, fino a pochi decenni fa.

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Stephen Hawking: un esempio per tutti

Nell’immaginario collettivo un esempio di persona disabile capace di andare oltre, molto oltre, i limiti che la sua condizione impongono, è Stephen Hawking, fisico britannico, uno degli scienziati più famosi al mondo, complici anche i Simpson, The Big Bang Theory, e il film biografico attualmente nelle sale, La teoria del tutto.

Hawking soffre di una malattia neuro-degenerativa, simile per certi versi alla Sclerosi laterale amiotrofica, che l’ha reso completamente paralizzato; la sua disabilità, però, non gli ha impedito di diventare un’icona della scienza mondiale, insegnando in prestigiose università e cambiando, con le sue scoperte, il modo in cui concepiamo l’universo.

A rendere tutto questo possibile, oltre alla sua mente geniale, è stato l’utilizzo di un sintetizzatore vocale dotato di un sensore a infrarossi collegato agli occhiali, che lo scienziato riesce a controllare tramite un muscolo della guancia. Attraverso il sensore, Hawking digita sulla tastiera il testo e una voce digitalizzata lo pronuncia per lui.

Lo scorso dicembre la società che produce il sintetizzatore utilizzato dallo scienziato, la SwiftKey, in collaborazione con Intel, ha rilasciato una nuova versione del sintetizzatore, basato sui cosiddetti software predittivi, capaci di prevedere quello che la persona connessa al dispositivo intende dire, riducendo di parecchio i tempi di reazione. Ora Hawking, le cui condizioni di salute sono peggiorate nel corso degli anni, dovrà scrivere solo il 15-20% di una parola, dopodiché sarà il software a capire le intenzioni e suggerire alcune parole tra le quali scegliere.

Stephen Hawking è senza dubbio il personaggio più famoso a fare uso di un sintetizzatore vocale per superare il gap generato dalle sue condizioni di salute, ma non è certamente l’unico. In Italia, ad esempio, veniva utilizzato da Piergiorgio Welby, ex co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, che ha combattuto una lunga battaglia contro l’accanimento terapeutico e in favore dell’eutanasia.

Il ruolo delle app

Essere disabili non deve per forza significare l’esclusione totale da ogni genere di attività sociale, lavorativa o sportiva, anzi, dovrebbero essere incentivate, laddove possibile, sfruttando al massimo quello che la tecnologia digitale ci mette a disposizione.

Funzioni all’apparenza banali come la dettatura vocale, i parametri W3C per l’accessibilità dei siti web, gli SMS, la videochiamata, il lettore di codici a barre per l’identificazione del prodotto nei supermercati, la possibilità di leggere e scrivere in Braille con i dispositivi mobile, l’utilizzo dei Qr per il riconoscimento degli oggetti, l’assistente vocale tipo Siri, fino alle app per smartphone e tablet di ultima generazione, è tutto finalizzato a migliorare la vita delle persone con handicap fisici, motori o psichici.

Era il 2012, più precisamente l’11 giugno, quando il compianto Steve Jobs presentava al mondo intero le novità della Apple al WWDC 2012; durante l’evento fu proiettato un video nel quale fa la sua apparizione un giovane sviluppatore italiano, Giovanni Luca Ciaffoni.

Nel video si parla di una sua app, sviluppata presso l’Istituto dei Ciechi di Bologna, che si chiama Ariadne GPS. Un navigatore per non vedenti e ipovedenti che ti consente di esplorare il luogo che stai visitando; grazie al voice over, infatti, si accede a una mappa parlante, che pronuncia i nomi delle strade semplicemente toccando lo schermo dello smartphone.

Per mostrare un’app realizzata da un piccolo e sconosciuto sviluppatore italiano ci sarà stato un motivo. Evidentemente, anche il visionario fondatore dalla Apple aveva capito che con un’applicazione gratuita, o acquistabile con pochi euro, si può offrire a un disabile uno strumento che, diversamente, costerebbe migliaia di euro.

Robotica e stampanti 3-D

Il settore della robotica ha fatto passi da gigante negli ultimi 40 anni, ritagliandosi un ruolo fondamentale nella progettazione e realizzazione di device destinati a disabili, in particolare a tetraplegici e persone affette da handicap motori agli arti superiori o inferiori. Anche un colosso come Google sta cercando di dare il suo contributo, grazie ai Google Glass, che possono diventare uno strumento molto utile per, ad esempio, i non udenti, oppure la Self driving Car, per chi ha disabilità motorie.

Altro esempio degno di nota è HAL, acronimo di Hybrid assistive limb, un esoscheletro motorizzato sviluppato dall’Università giapponese di Tsukuba e dalla azienda Cyberdyne che consente a chi è affetto da disabilità motorie di camminare e muovere gli arti. Per ora è ancora un prototipo, che è possibile noleggiare dall’azienda produttrice giapponese, ma l’obiettivo è che quello di avere uno sviluppo e una diffusione capillare in tutto il mondo.

Negli ultimi anni si stanno facendo strada nell’ambiente medico anche le stampanti 3-D, utilizzate per progettare e realizzare tessuti, ossa, vasi sanguigni, addirittura organi artificiali, e protesi per mani, braccia, gambe e piedi. Il futuro della medicina passa anche attraverso queste nuove tecnologie, che potrebbero davvero cambiare il modo in cui vengono eseguiti interventi chirurgici.

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La speranza è che in futuro si possa lavorare sempre di più alla realizzazione di prodotto e strumenti in grado di rendere più agevole la vita di chi vive un disagio reale, insormontabile se non fosse per le tecnologie digitali.

McDonald's con Signs, l'amore divide il web

Love is in the air… Non siamo ancora a San Valentino ma a McDonald’s poco importa e non perde tempo ad aggiungere un po’ (forse troppo) zucchero nella nuova campagna pubblicitaria Signs, andata in onda in America la scorsa settimana in occasione dei NFL Division Play Off Games e i Golden Globes Awards 2015.

Questo nuovo anno si apre, insomma, per McDonald’s all’insegna dell’amore ovunque e comunque. Il primo passo in questa direzione l’abbiamo già visto con la campagna Choose lovin’ lanciata a inizio anno, dove la catena di fast food si ripromette di appianare passate divergenze e trasformare in migliori amici nemici del calibro di Bip-Bip e Willy in Coyote piuttosto che Batman e Jocker, a suon di cibo veloce.

Il secondo, con Sign appunto, mira a creare e rafforzare l’integrazione del band nelle comunità locali; il messaggio è semplice: We love people of our communities (amiamo le persone delle nostre comunità).



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Negli Stati Uniti l’insegna all’ingresso della nota catena di fast food è caratterizzata da un pannello a lettere mobili (un po’ come quelli davanti alle chiese americane per capirci), che per convenzione porta la scritta “500 billion served”, ma che in occasione di particolari avvenimenti viene personalizzato ad hoc: da auguri di compleanno a messaggi di speranza e resistenza in occasione di importanti avvenimenti che hanno colpito la popolazione della zona.

Ecco, quindi, comparire un “Boston Strong” a seguito del bombardamento della maratona cittadina nel 2013, “Open” sotto un’insegna quasi completamente distrutta a Vero Beach in Florida, colpita in modo importante dalla furia dell’uragano Jeanne nel 2004 o ancora “Happy 30th Ed n Beth”, per celebrare l’anniversario di due clienti molto speciali.

Le fotografie di questi messaggi sono state montate una dopo l’altra per la creazione del nuovo spot sulle note della versione rivisitata in chiave politically correct della canzone “Carry on” del gruppo pop Fun. Se da un lato questa raccolta di fotografie racconta come McDonald’s faccia parte davvero della quotidianità di quasi tutti noi partecipandovi in maniera più o meno attiva, dall’altra tutto questo però è finito per risultare a molti come una vera e propria strumentalizzazione delle tragedie per fini commerciali e pubblicitari.

I social media sono esplosi e le critiche per la nuova campagna Sign hanno surclassato quelle di approvazione, giunte, tra l’altro, quasi solamente da pubblicitari o comunque addetti ai lavori. Sono bastati un paio di giorni e è stata pubblicata perfino una parodia che schernisce la compagnia facendo leva sulla qualità del cibo che viene servito.

Due fazioni, insomma, di chi sostiene McDonald’s e il suo sforzo di risollevare il brand facendo leva sui sentimenti e il potere dell’amore e di chi trova tutto questo davvero di cattivo gusto, una mancanza di eleganza: un po’ come fare una donazione per poi pubblicare la foto dell’assegno su Instagram.

Lo spot invita a visitare la pagina Tumblr creata a supporto dell’iniziativa dove viene raccontata la storia che c’è dietro ad ogni cartello e forse questa è la parte più toccante ed interessante dell’intera campagna.

Prendendosi il tempo di leggerle, infatti, si scopre che dietro a quel “Boston Strong”, ad esempio, non c’è solo un distaccato incitamento a reagire ma una struttura che si è messa a disposizione della comunità con un servizio 24 ore su 24 di distribuzione gratuita di cibo, bottiglie d’acqua, caffè e prima assistenza. Ancora, che Ed e Beth non sono, come si potrebbe pensare, i genitori del responsabile o di un qualsiasi impiegato, bensì due normalissimi clienti che, dopo aver trovato in McDonald’s l’unica alternativa per la loro cena di anniversario trent’anni prima, ne hanno fatto un rito e tornano anno dopo anno a festeggiare il loro amore davanti ad un hamburger.

Il punto, però, è: quante persone si sono prese davvero la briga di approfondire e capire cosa McDonald’s ci vuole raccontare davvero? Quanto, comunque, sbandierare con orgoglio quello che si fa di buono per il prossimo è positivo per il brand e quanto, invece, rischia di essere soltanto una pesante caduta di stile?

Staremo a vedere se l’amore a tutti i costi paga ancora nel 2015 o se ormai siamo talmente assuefatti ai messaggi strappalacrime che questi non suscitano in noi che irritazione e indignazione. Voi che dite? L’amore si dice, o si fa?

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

La scorsa settimana abbiamo parlato delle nuove tesi del Cluetrain Manifesto pubblicate di recente da Doc Searls e David Weinberger (se ti sei perso la prima parte la trovi qui!). Continuiamo quindi la nostra riflessione sui nuovi clues.

Una conversazione non è tirarci per la manica per mostrarci un prodotto di cui non vogliamo sentir parlare. (clue 53)

Secondo le nuove tesi, il marketing ci rende ancora più difficile parlare: gli autori ribadiscono che i mercati sono conversazioni, a patto che la spontaneità e la trasparenza dei partecipanti la facciano da padrone. Un brand può dialogare con le persone interessate entrando nella conversazione con una partecipazione autentica, non deve vendere nè trafugare dati! Smettetela di trivellare le nostre vite per estrarre dati che non sono affari vostri e che le vostre macchine interpretano male. (clue 58) Cercare di pilotare la discussione non aiuta a relazionarsi, il nuovo Cluetrain diffida i marketer dall’usare il native advertising: E poi: smettetela di travestire gli annunci da notizie nella speranza che non ci accorgiamo dell’etichetta appesa alla loro biancheria intima.(clue 64)

Le pagine web sono connessione. Le app sono controllo. (clue 70)

L’amore per la rete viene di nuovo espresso nell’avversione per le app: esse sono scatole chiuse, servono ad esercitare un controllo e a tenerci stretti in un comodo rifugio contornato di acquisti in-app. Vengono definite la Guantanamo della rete! Invece il web è connessione, ogni link rende la rete più grande e ricca. Se lasciamo il web per un mondo di app, perdiamo i beni comuni che stavamo costruendo insieme. Nel Regno delle App, siamo fruitori, non creatori.(clues 71-72)

La privacy nell’era delle spie e dei disonesti

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

Uno scambio non è equo se non siamo consapevoli di quello a cui rinunciamo. È chiaro, “meno Privacy per più Sicurezza”? (clue 86) Un altro tasto dolente dell’odierna rete è l’annoso problema della nostra privacy. Riprendendo in mano il patto sociale, per avere più sicurezza dobbiamo cedere parte della nostra libertà: quella di avere delle cose private in una rete aperta a tutti, dai governi che provano a controllarci ai markettari che cercano di captare (o indurre) i nostri bisogni. Nella lotta per la privacy, secondo gli autori del nuovo Cluetrain, siamo solo all’inizio: Potremo comprendere che cosa vuol dire privato solo quando avremo capito cosa vuol dire sociale. Abbiamo appena iniziato a reinventare il concetto.(clue 91)

Stare insieme: la causa e la soluzione ad ogni problema

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

Le ultime tesi sono una dichiarazione di speranza e amore per la rete e per chi la popola, in fondo Internet ha cambiato il mondo in questi anni! Siamo ora in grado di farci una cultura da soli, salvo occasionali incursioni al cinema per qualcosa di esplosivo e una dose di popcorn da 9 dollari. (clue 97) Per tutto ciò che non capisci, puoi trovare una spiegazione. E una discussione sull’argomento. E un litigio su di essa. Non è forse fantastico, tutto questo? (clue 99) Il web contiene tutto, cresce giorno per giorno, ma non sostituisce la vita reale: Certo, Internet non ha risolto tutti i problemi del mondo. Ecco perché l’Onnipotente ci fatto dono delle chiappe: per farcele alzare dalla sedia. (clue 102) Le ultime tesi sono così belle che vi consiglio di leggerle direttamente dalla fonte (in italiano o in inglese)! Lunga vita a un’Internet che possiamo amare. (clue 121)

GDO: sul web la rivincita dei prodotti a Marca Privata

Matteo Flora marca GDO

A Marca 2015, evento tenutosi a Bologna il 14 e il 15 gennaio, The Fool ha presentato un’indagine che potrebbe mettere in imbarazzo i brand commerciali più blasonati.

Dalla ricerca condotta da Matteo Flora e il suo team, emerge una verità e non più una vaga sensazione: i consumatori amano i prodotti a Marca del Distributore. Che siano biscotti Coop, Lidl, Auchan, Carrefour, Esselunga, poco importa: costano meno e hanno la stessa qualità di quelli omologhi a Marca Industriale.

Ma che cos’è la private label? I prodotti a Marca Privata o Private Label sono quelli realizzati da terzi e commercializzati dalle catene della Grande Distribuzione Organizzata. Possibile che i consumatori li preferiscano a quelli delle Marche più famose? Sì.

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Lo studio di The Fool ha coinvolto 34 player sul mercato e la prima evidenza sconcertante riguarda proprio un dato: di tutte le aziende prese in esame, solo il 48% è presente sui social. Ma quali sono i canali preferiti dalle GDO? Vediamolo nel dettaglio:

  • 16 hanno una fanpage su Facebook
  • 7 sono presenti su Twitter
  • 5 su Google Plus
  • 5 su Youtube
  • 1 su Pinterest

The Fool Matteo Flora Web Reputation

La più amata dagli Italiani? LIDL. La più chiacchierata? Coop

Con 1.091.409 fan, è la catena tedesca dai prezzi imbattibili la regina di Facebook. A seguire Auchan (243.096 fan), Carrefour (210.776 fan), Conad (198.728 fan), e Unes (73.277 fan). Ma attenzione, se Lidl è il brand con la fanbase più numerosa, è la francese Carrefour ad avere più interazioni. Si parla di 36.198 interazioni, valore che corrisponde alla somma di share, like e commenti. A sorpresa, con 17.365 interazioni Conad compare timidamente al secondo posto. E Lidl allora? Detto, fatto: 7.591 azioni. Un po’ pochine, se confrontate col dato della community. Tuttavia, in rete tutte le bocche sono per Coop, la più chiacchierata nella GDO.

Su Twitter spopola Carrefour

43.000 tondi tondi sono i follower di Carrefour. Ma un momento. E l’italianissima Coop? Con 9.100 follower si posiziona al secondo onestissimo posto del podio. Pochi estimatori per Eurospin: siamo a quota 1.700. Ehi, ma un momento. Al terzo posto compare anche Bennet, la catena di supermercati e ipermercati comasca, ormai espansa in tutto il nord est.

Di che si parla su Facebook?

La maggior parte dei brand analizzati è allineata sul tema “prezzo” e “promozioni“. Lidl, Eurospin, Bennet, LD, e Dico hanno scelto una linea editoriale con un taglio piuttosto pragmatico e molto coerente rispetto al loro posizionamento nella mente dei consumatori. “Prezzi imbattibili”, “prezzi bassi”, “Prezzi piccoli”, “3×2”, “1+1” popolano le pagine di questi brand.  In pole position troviamo poi la descrizione dei prodotti a marca privata (è il caso di Coop) e infine come strategia editoriale ci sono alcuni brand che pubblicano contenuti del sito istituzionale (uno su tutti, Sigma). Fermi tutti. C’ è qualcuno che parla di cibo? Sì. Lo fanno: Conad, Unes e Crai. E meno male. Ma chi si distingue davvero dal coro? Se guardiamo nel dettaglio i dati, scopriamo che Eurospin propone tra i contenuti, quelli relativi gli animali domestici.

Web Reputation e GDO

E qui viene il bello. La ricerca ha passato in rassegna 409 conversazioni rilevanti ai fini del survey, (corrispondente al 10%  su un totale di 4.202 conversazioni) intercorse tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2014. Del chiacchiericcio online sui prodotti a marca privata, The Fool ha verificato il sentiment dei brand (in quali termini si esprimono gli utenti in merito ai brand e ai prodotti private label delle GDO) investigando anche il rapporto che i consumatori hanno con i Prodotti a Marca privata confrontati con gli omologhi a Marca Industriale. Ecco che cosa è emerso.

The Fool Marca 2015 Bologna

Dove si informano i consumatori della GDO?

Dai dati della ricerca si evince che il blog è la fonte di informazione più utilizzato dagli utenti (42%). Seguono i forum (26%) e i social media (24%). Solo una minima parte (8%) fa affidamento alle news tradizionali.

Private label: minor costo, stessa qualità, più bio

Pare proprio che i brand industriali abbiano perso appeal. Sarà stata la crisi, che ha inibito la capacità d’acquisto dei consumatori, sarà perché gli stessi sono diventati più “smart” e consapevoli rispetto agli acquisti dei prodotti alimentari, ma oltre un terzo degli utenti che conversano online sui prodotti a Marca del Distributore li reputa “a qualità uguale a quelli a Marca industriale”.

Solo un 7% del campione invece  afferma che i biscotti Barilla, ad esempio, siano migliori di quelli a Marca Industriale. Un interessante 30% si fida ciecamente dei prodotti private label e li ritiene addirittura superiori, o meglio “più sani” rispetto a quelli a Marca Industriale. Particolare menzione, a tal proposito, per i prodotti biologici delle Marche Private che godono di un’ottima reputazione e vengono preferiti rispetto agli stessi prodotti a Marca Industriale.

Morale della favola? I consumatori hanno piena fiducia nei confronti dell’offerta delle Private Label della GDO: si tratta di prodotti forse più autentici, perché privi di fronzoli pubblicitari, di prodotti più genuini (questa è la percezione dei consumatori) e dal packaging meno accattivante e più sobrio. Sta chiaramente cambiando il concetto di qualità, che si svincola dal prestigio della marca.

Oggi i consumatori sanno leggere le etichette del pacco dei biscotti e sanno che la confezione di prosciutto crudo a Marchio della Distribuzione nasce proprio nella stabilimento in cui viene realizzato quello di Marca. E allora, ha ancora senso spendere di più?

E poi, facci caso. Fino a un decennio fa, vantarsi di aver il frigorifero colmo di prodotti di Marca, era sinonimo di benessere e ti faceva apparire cool. Guai ad avere nel carrello della spesa, un prodotto “sfigato”, di cui la TV non parlasse. Oggi, si gioca ad armi pari e la coolness del prodotto, la stabilisce la rete.

 

 

Dopo Tiffany anche Nikon dà spazio alle coppie gay [VIDEO]

nikon

Qualche mese fa hanno pubblicato una foto su Instagram che li ritraeva mentre preparavano i figli per la giornata: lo scatto divenne virale in pochi giorni, e Kordale e Kaleb Lewis sono diventati due volti conosciuti nel web. Recentemente la coppia ha collaborato con Nikon e McCann New York per uno spot della campagna “I Am Generation“.

La campagna istituzionale mira a celebrare il ruolo della fotografia nella vita delle persone, per cui per Nikon la storia della famiglia Lewis si è presentata come un’occasione unica per comunicare con il pubblico tramite una vicenda vera e peraltro già nota.

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Una foto vale più di mille parole“. Il messaggio lanciato dai protagonisti descrive la fotografia come uno strumento per raccontarsi e permettere a chi li attacca di capire davvero chi sono, come crescono i loro figli, che tipo di vita svolgono.

Cosa ne pensate di questa scelta? Credete possa ottenere molta più risonanza se intrapresa da brand come Tiffany & Co, che dell’amore e delle relazioni romantiche fa da sempre una potente leva comunicativa?

Credits:

Advertising Agency: McCann, UK
Co-Chief Creative Officers: Tom Murphy, Sean Bryan
Executive Creative Director: Larry Platt
Group Creative Director: Thomas Sullivan
Associate Creative Directors: Cameron Fleming, Calvin Lyte
Design Directors: George Katz, David Mashburn
Executive Producer: Kathy Love
Integrated Producers: Jory Sutton, Chandler Simms
Production Coordinator: Ryan Fitzsimons

Il nuovo regime dei minimi e le novità fiscali per gli startupper

Il nuovo anno ha segnato l’arrivo di numerose ed importanti novità normative e fiscali, alcune delle quali di grande interesse ed impatto per startuppers, nuovi e vecchi imprenditori e professionisti. Una delle novità più importanti, ma stranamente poco battuta dalla comunicazione di massa, è la riforma del cosiddetto “regime dei minimi”, ovvero lo speciale e semplificato inquadramento fiscale, tributario e burocratico riservato dalla legge ai piccoli imprenditori persone fisiche esercenti attività d’impresa o arti e professioni prive di una struttura significativa. E’ quel microcosmo dove spesso galleggiano appunto i nuovi imprenditori o quelli che aspirano a diventarlo, magari in procinto di abbandonare la propria carriera tradizionale.

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Cos’è il regime dei minimi?

Il regime dei minimi, in estrema sintesi, prevede un’imposizione fiscale forfettaria ed agevolata, adesso nella misura del 15% sostitutiva delle varie Irpef, addizionali e Irap. Ci sono forti semplificazioni degli adempimenti amministrativi e contabili, come ad esempio l’esonero dagli obblighi di registrazione e tenuta delle scritture contabili, semplificazioni IVA, il non essere sostituti d’imposta (quindi non soggetti a ritenute alla fonte o subite) e non essere soggetti agli studi di settore. Per accedervi, oltre a limiti di fatturato specifici per settore economico (approfonditi nel paragrafo successivo), l’imprenditore non dovrà avere spese complessive per lavoratori o parasubordinati per un importo superiore a euro 5.000 e spese per beni strumentali superiori a euro 20.000.

 

Cos’è cambiato rispetto al vecchio?

Il 2014 si è chiuso con un vero e proprio boom di iscrizioni al vecchio (ormai) regime dei minimi, motivata principalmente da una valutazione di maggior convenienza del vecchio regime rispetto a quello approvato con la legge di stabilità ed in vigore dal 1 gennaio 2015. Cos’ha determinato questa corsa sfrenata? Valutiamo con ordine le varie novità: Aliquota forfettaria: l’aliquota forfettaria sale dal 5% a 15%, ma viene semplificata e standardizzata la quantificazione della base imponibile. Con il vecchio regime tale dato si estrapolava analiticamente detraendo i costi ai ricavi, adesso si è optato per un coefficiente “preconfezionato” a seconda del settore economico ATECO di riferimento dell’attività. Questo coefficiente varia, ad esempio, dal 40% del settore “industrie alimentari e bevande” all’86% del settore “costruzioni ed attività immobiliari”. Un’importante novità per le nuove attività e gli startuppers è la previsione di abbattimento speciale dell’aliquota del 15% al 10% nei primi tre anni. Fatturato massimo: Il vecchio regime dei minimi prevedeva un massimo di 30 mila euro di fatturato indipendentemente dal settore economico. Con il nuovo sistema invece il limite diventa variabile, andando ad esempio dai 15 mila euro per il settore “intermediari del commercio” ai 40 mila euro per “Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione” Durata del regime: Il vecchio regime dei minimi prevedeva una durata di 5 anni oppure fino al raggiungimento del 35° anno di età, vincoli adesso rimossi. Con il nuovo regime si potrà quindi continuare a restare nei minimi fino a quando sussistano i requisiti. IVA: Il nuovo regime non permetterà più di applicare la rivalsa a fini IVA e la detrazione imposta. Resta salvo che le attività in settori con regimi speciali iva non possono più accedere al regime dei minimi. Lavoro dipendente ed autonomo: I redditi d’impresa o di lavoro autonomo dovranno adesso essere prevalenti rispetto a quelli di lavoro dipendente o da pensione percepiti.

Che fare? Tempo fino al 30 gennaio

Se avete avviato un’attività entro il 31/12/2014 siete ancora in tempo nello scegliere tra il vecchio ed il nuovo regime dei minimi. C’è infatti tempo fino al 30 gennaio per aderire al vecchio regime forfettario, più conveniente dati alla mano nella maggior parte dei casi, per le scadenze naturali dei 5 anni o compimento del 35° anno di età, momento in cui non si potrà più rinviare il passaggio al nuovo. Sempre che nessuna legge di stabilità o altro apporti alcun cambiamento nei prossimi anni. Difficile!