The Box Company, dalla "Murgia Valley" ai mercati asiatici [INTERVISTA]

Marco Landi, da Apple a The Box Company per conquistare il mercato internazionale

Marco Landi, ex numero due di Apple, continua ad investire in Italia ed entra nel capitale della startup pugliese The Box Company, top player nel Mobile Marketing, per triplicare il team di sviluppo entro il 2016 e conquistare il mercato USA e quello Asiatico.

The Box Company, specializzata nella progettazione e realizzazione di piattaforme tecnologiche per il Digital & Mobile Marketing, con soluzioni aziendali innovative, ha raggiunto l’accordo con l’ingegner Marco Landi, il quale acquisisce una quota importante di TheBC ed entra nel CdA.

L’ingresso avrà tra i primi effetti la creazione di un gruppo di esperti di livello internazionale in supporto al CEO e di nuovi team di sviluppo della piattaforma The Digital Box, che punta a triplicare il suo staff tecnico, attualmente composto da 15 dipendenti.

Abbiamo contattato Roberto Calculli, Co-founder e Ceo di The Box Company per qualche domanda in merito all’entrata di Marco Landi nella startup e conoscere coma cambiano le previsioni di crescita da oggi in avanti.

Una crescita del fatturato del 100% rispetto al 2014. Qual è il segreto di The Box Company?

The Box Company, dalla “Murgia Valley” ai mercati asiatici [INTERVISTA]

Nessun segreto particolare. Un team di 17 persone davvero uniche e affiatate, unite dallo scopo di far bene e creare innovazione. Se a questo ci aggiungi di operare in un mercato di grande interesse a livello globale, il segreto è svelato.

Qual è il valore aggiunto di The Box Company rispetto alle altre startup di Mobile Marketing?

Noi abbiamo iniziato prima e con competenze che iniziano negli anni 2000.Questo ci ha permesso di iniziare per primi a sviluppare soluzioni per l’Advertisng su mobile che unito alla crescente diffusione di smartphone ci pone come protagonisti in questo mercato. Ma siamo solo all’inizio. Siamo inseguiti, ma ogni giorno il nostro atteggiamento è di chi insegue.

The Box Company, dalla "Murgia Valley" ai mercati asiatici [INTERVISTA]

Siete riusciti a raggiungere anche il mercato internazionale con una alta percentuale di vendite. Quali sono le prossime mosse?

Consolidare e penetrare nuovi mercati. Nel business moderno c’è una regola non scritta: o cresci o scendi! Abbiamo valutato che è più divertente crescere.

Marco Landi, ex numero due di Apple, ora ricopre ora la carica di presidente. Quali saranno gli sviluppi del suo ingresso nel team?

The Box Company, dalla “Murgia Valley” ai mercati asiatici [INTERVISTA]

Gli verrà affidata ufficialmente la carica di Presidente entro la fine dell’ anno. Ora la sua mission è di convolgere nel CdA come consiglieri altri manager americani e asiatici. Terminata la missione sarà nominato Presidente. Il suo ingresso prevede assunzione di nuovo personale tecnico nella Murgia barese o come ormai i giornalisti amano chiamare “Murgia Valley”.

Apertura di una società americana e con quella attaccare i mercati asiatici. L’headquarter di sviluppo sarà in Puglia, quello di business internazionale a Barcellona dove abbiamo una sede di proprietà e uno dei soci fondatori. Ovviamente anche lui italiano e pugliese.

La Puglia sembra essere al centro di un interesse particolare del fenomeno startup. Può essere il Sud la terra del rilancio per l’economia del Paese?

The Box Company, dalla “Murgia Valley” ai mercati asiatici [INTERVISTA]

È mia opinione che il Sud non sia più un territorio, ma una mentalità. È vero, abbiamo qualche collegamento in meno, il matching tra imprese è più difficile ma oggi con internet e la globalizzazione tutto questo non ha più senso. Abbiamo aperto negli Stati Uniti, Colombia e Brasile con un paio di conference su Skype e che fuori non ci fosse la strada asfaltata non ha influito sul business.

La mentalità vincente sarà la vera svolta dell’economia. La voglia di provarci, coinvolgere uomini ambiziosi, leggere storie e soprattutto immaginare di far qualcosa di unico per il proprio territorio, allontana la mentalità da Sud, indipendentemente dove stai vivendo. Ovviamente il tutto condito con un pizzico di follia. Vi ricorda qualcuno?

Con l’ingresso dell’ingegner Marco Landi, The Box Company è destinata a crescere, staremo a vedere se gli step successivi saranno profittevoli. Nell’attesa non ci resta che augurare loro un grande in bocca al lupo.

Instagram: arriva il formato rettangolare e gli Igers si dividono

Instagram: arriva il formato rettangolare e divide gli igers

Il rettangolo no, non l’avevamo considerato. Delle tante novità cui ci aveva abituati Instagram negli ultimi mesi, quella di qualche giorno fa è sicuramente la più sorprendente e rilevante. Attraverso un post ufficiale sul suo blog, il social ha annunciato che con la versione 7.5 lo storico quadrato non sarà più l’unico formato disponibile: d’ora in poi sarà possibile condividere anche immagini e video rettangolari – sia landscape che portrait – direttamente dall’app.

La notizia è di sicuro di quelle che lasciano il segno, anche a giudicare dalle reazioni che ha immediatamente scatenato sul web. C’è chi parla di vera e propria rivoluzione, chi proprio non riesce a digerire il cambiamento, chi invece sembrava non aspettare altro. Ma perché tutto questo clamore? L’ultima trovata in casa Instagram rappresenta davvero una svolta epocale per il social? Vediamo prima di tutto di cosa si tratta a livello pratico.

Come si condividono foto e video in formato rettangolare?

Condividere foto o video in formato rettangolare è molto semplice, bastano pochissimi passaggi:

  • Si seleziona dalla libreria la foto/il video rettangolare che si vuole condividere.
  • Toccando l’apposita icona sulla sinistra, sotto l’immagine/il video, si può optare per il formato rettangolare (per tornare al formato quadrato basta toccare l’icona una seconda volta)
  • Toccando lo schermo si può spostare la foto/il video e adattare il contenuto al riquadro

Il gioco è fatto. Andando avanti con la consueta freccia in alto a destra si può procedere poi ad applicare filtri o effetti come sempre, tutto il resto del procedimento di condivisione è rimasto invariato.

Instagram: il formato rettangolare

Photo credit: blog.instagram.com

Cosa cambia davvero?

Il formato 1:1 è storicamente il marchio di fabbrica di Instagram, un tratto distintivo che nel tempo è diventato un modo unico di guardare, scattare, raccontare, influenzando la mobile photography e il nostro modo di intenderla oggi. Una rassicurazione da parte del team di Instagram era quindi d’obbligo al momento dell’annuncio: “[…] il formato quadrato è stato e sarà sempre parte di ciò che siamo”. Nessun addio quindi: la novità introdotta si presenta solo come un’opzione in più.

In effetti qualche resistenza al quadrato, in una buona fetta di utenti, c’è sempre stata. Con la nuova versione dell’app, già disponibile per iOS ed Android, sembrerebbe risolto il cruccio di chi non si era mai rassegnato, volente o nolente, a dover costringere in un quadrato la realtà catturata attraverso smartphone e tablet.

Di fatto, con questo aggiornamento non sarà più necessario ricorrere ad app terze che consentono di trasformare in quadrati perfetti foto di qualunque formato, semplicemente aggiungendo delle bande laterali. Per la verità però, il cambiamento introdotto da Instagram si colloca a metà strada, sembrando quasi più un compromesso che una vera e propria alternativa al no-crop: foto e video rettangolari sono visibili solo nel feed, mentre nella griglia del profilo utente rimangono visualizzati ancora come quadrati, centrati – e quindi tagliati – automaticamente.

La reazione degli Igers: se nasci quadrato…

Per il momento non sembra che la logica del social venga particolarmente stravolta, almeno sul lato pratico. Eppure la novità introdotta ha creato non poca eco sul web, scatenando a poche ore dal suo annuncio un acceso dibattito, soprattutto nelle community più attive di Igers.

E’ evidente che la questione va ben oltre la scelta stilistica del formato: in fondo ognuno potrà scegliere quello che più sente suo. I timori e le resistenze, principalmente degli igers “nativi”, sembrano riguardare più che altro i possibili scenari futuri: il formato rettangolare potrebbe aprire la strada ad una snaturalizzazione del social, a una perdita della sua impronta originaria. Thinking outside the square – come apertura dell’annuncio e dichiarazione di intenti da parte di Menlo Park – non è esattamente rassicurante.

Il formato rettangolare secondo Nicola Pasianot

Per cercare di capire meglio quali possano essere le eventuali implicazioni e le reali motivazioni dietro al nuovo formato introdotto, ci siamo confrontati con Nicola Pasianot (@tonick su Instagram), founder di Instagramers Italia.

Instagram è prima di tutto un social, e come tale è quasi fisiologico che si evolva e apporti dei cambiamenti – non necessariamente dei miglioramenti – per rispondere meglio alle esigenze dei suoi utenti o semplicemente ai trend del momento: “Infatti questa scelta è stata fatta, secondo me, per ridurre ulteriormente le barriere all’ingresso che spesso incontrano gli utenti non appena installano Instagram. Una scelta nell’ottica della maggiore adozione e quindi di posizionamento. Ormai il social network sta introducendo e integrando molte delle soluzioni, per la pubblicazione ed erogazione, già adottate da tempo nell’ambiente Facebook“.

In effetti, il formato rettangolare sembra quasi una scelta obbligata nell’ottica dell’introduzione degli ADS e di una fruizione ottimizzata dei contenuti: “Si tratta anche di un maggiore vantaggio dal punto di vista del marketing, in quanto sicuramente i brand trarranno beneficio da questo nuovo formato. Se prima vi era una costante di foto creativamente deboli perchè con bande laterali o landscape molto piccoli, adesso ogni profilo, brand o utente, sarà più omogeneo dal punto di vista stilistico. Il fatto che i contenuti siano erogati in modo più gradevole fa sì che il contenuto stesso piaccia di più”.

Stando alle dichiarazioni di Instagram, infatti, la visual story che l’utente intende raccontare dovrebbe venire prima di tutto, senza essere costretta a tagliar fuori qualcosa – che sia un amico in una foto di gruppo o un pezzo del Golden Gate. Proprio per questo, forse, si poteva fare qualcosa di più: “Quello che ancora manca, a mio parere, è la possibilità di spostare in modo preciso l’immagine durante le fasi di editing. Su questo punto, tecnicamente, non trovo ci sia stata la possibilità di fornire uno strumento in grado di bypassare completamente funzionalità presenti su molteplici app”.

Se Instagram scommette che a giovare di più del cambiamento saranno i video, rimanendo sul fronte delle foto – secondo i primi commenti emersi sul web – è molto probabile che chi ha sempre condiviso in formato quadrato, o si era convertito con qualche sforzo in più, sia un po’ restio a “sperimentare” con il “tradizionale” rettangolo: “Raccogliendo i pareri delle community mi sembra di capire che questa novità sia molto ben accetta da tutti coloro che già prima utilizzavano il formato landscape. E’ innegabile che tutta una serie di soggetti creativi fotografati – anche solo un tramonto – in questa modalità siano migliori come look and feel in formato orizzontale che in formato quadrato. Da un altro punto di vista sono però convinto che questa novità sia un po’ un rinnegare le proprie basi. Instagram ha in un certo senso eliminato uno dei propri punti di forza del primo periodo, a cui sono molto legato. E come me molti che nel tempo hanno modificato proprio il modo di interpretare la realtà, scattarla e condividerla con successo”.

Con il suo storico formato Instagram ha creato un codice espressivo tutto suo: non ha inventato, ma di sicuro ha reinventato il quadrato, convincendo ed educando gran parte dei suoi 300 milioni di utenti a plasmare un nuovo modo di comunicare sul e attraverso il mobile. Proporre di ampliare l’orizzonte è una scelta coraggiosa e azzardata, ma forse inevitabile.

In fondo ora c’è davvero posto per tutti. A te la scelta.

Resto al Sud e Ninja Academy cercano talenti per cambiare il Mezzogiorno

Resto al Sud

 

Saranno ancora le periferie le protagoniste della seconda edizione di Resto al Sud Academy, la scuola nata dal progetto editoriale restoalsud.it che si propone di aggregare i talenti digitali presenti nelle realtà periferiche delle città del sud e che quest’anno coinvolgerà Caserta, Cosenza, Bari, Palermo e Lampedusa.

Un percorso che punta ad un obiettivo concreto: contribuire alla valorizzazione del territorio attraverso la formazione dei giovani che vivono e operano in quelle periferie, grazie ai sostenitori dell’iniziativa e ai partner di alto livello professionale; la Resto al Sud Academy nasce infatti da una idea di Resto al Sud in collaborazione con Tiscali, Conad, Carpisa, Ninja Academy e Unioncamere Sicilia.

LEGGI ANCHE: Nasce l’Academy per i talenti del digital che restano al Sud

Cambiare il Mezzogiorno grazie ai talenti digitali

Una azione digitale che muove passi fuori dal web per produrre risultati concreti: da gennaio 2016 si svilupperà per tutto l’anno la seconda edizione del un corso web gratuito che permetterà a giovani talenti che risiedono nei quartieri periferici di alcune città del Sud di conoscere meglio il complesso mondo del digitale.

Il corso punta a trasmettere le tecniche di sviluppo tecnologico che permettono di valorizzare i territori dal punto di vista ambientale, con una visione del futuro più aperta, moderna e orientarsi nelle maglie della rete con successo, conoscere le criticità per riuscire a superare gli ostacoli in maniera vincente.

Resto al Sud

 

I requisiti richiesti sono un’età compresa tra i 23 e i 29 anni, un titolo di studio universitario, la conoscenza della lingua inglese e la residenza in un quartiere periferico della città; gli interessati possono inviare la domanda di partecipazione allegata di curriculum e copia della carta d’identità all’indirizzo talenti@restoalsud.it, entro il 20 novembre 2015.

Una commissione composta dai partner del progetto ed associazioni di volontariato dei territori interessati valuterà le domande.

Resto al sud: autostrade digitali per unire il Paese

Il digitale può essere la giusta, rapidissima strada da percorrere per alcune zone del territorio nazionale che soffrono una logistica dei trasporti decisamente inadeguata alle necessità dei mondi moderni e alla velocità con cui vengono trasmesse le informazioni.

Resto al Sud

Un corso online su innovazione, social media, web tv ed editoria digitale, in collaborazione con Ninja Academy, può fornire gli strumenti necessari per costruire il proprio futuro e agevolare lo sviluppo del territorio.

LEGGI ANCHE: Le lezioni di futuro della Resto al Sud Academy partono da Taranto

Con strumenti adatti e conoscenze dinamiche sarà possibile affrontare le nuove sfide lavorative che un mondo tecnologicamente complesso ci presenta, tanto al Nord quanto al Sud.

A partire dalla tipologia frequenza: il corso è online e ogni corsista potrà seguire le lezioni in modalità delocalizzata e avrà modo di concordare e personalizzare le attività insieme al coordinatore del progetto Roberto Zarriello.

In dotazione anche un tablet con connessione gratuita per un anno (che a fine del corso rimarrà al corsista) per rendere l’esperienza di studio flessibile e dinamica.

Resto al Sud

Il corso sarà completamente gratuito per i ragazzi selezionati e i giovani talenti digitali del Mezzogiorno avranno la possibilità di partecipare ad importanti workshop  ed eventi sull’innovazione grazie ai rimborsi previsti per gli spostamenti e i soggiorni.
Il 5 dicembre 2015 sul portale Resto al Sud saranno resi noti i nomi dei ragazzi ammessi all’Academy, scelti da una commissione ad hoc che valuterà la singole domande.

A dirigere la Resto al Sud Academy sarà Roberto Zarriello, docente di Comunicazione digitale e Social media all’università Pegaso, collaboratore di Huffington Post e del gruppo Espresso.

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Brand ambassador: i dipendenti possono assolvere il ruolo?

i dipendenti come brand ambassador
Si può coinvolgere i dipendenti dell’azienda e incoraggiarli a diventarne brand ambassador quando usano il loro profili social?

Ted Rubin, Social Marketing Strategist, uno dei più seguiti Chief Marketing Officer (CMO) su twitter secondo il SMM Magazine, CMO di Brand Innovators sostiene di sì.

Nel 2009 ha coniato e da allora pubblicizza l’espressione ROR: Return on relationship™.

Nel suo articolo Turning disengaged employees into advocates evidenzia che soltanto il 30% dei dipendenti ama ciò che fa e ed è profondamente impegnato a contribuire al successo aziendale.

Per far diventare gli altri ambasciatori del proprio brand, specie quel 52% disimpegnato secondo i dati Gallup raccolti in USA, occorre, secondo Rubin, curare la relazione coi dipendenti esattamente come se fossero clienti dell’azienda.

Secondo l’indagine quanto è social la tua azienda realizzata due anni fa su un campione di 338 aziende da eCircle Italia (oggi integrata in Teradata) il 57% delle aziende italiane usano i social per consolidare e trasmettere i valori del proprio brand, e il 53% li usa per comunicare e interagire coi clienti.

Nonostante questi dati non siano più stati aggiornati da altre indagini analoghe, la sensazione è che Rubin abbia ragione: sembrerebbe una ottima idea e opportunità avere a bordo della propria azienda dipendenti-ambasciatori.

Quali sono però i rischi e le sfide da affrontare per avvicinarsi a questo ideale obbiettivo?

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che secondo un interessante indagine pubblicata da Altimeter Group , ben il 52% delle aziende ha subito una violazione delle regole d’uso dei social media, e secondo una ricerca condotta da Onepoll per Samsung nel 2014 ben l’86% degli Italiani si fa gli affari propri sul lavoro: dedicano fino a 45 minuti per consultare le proprie reti sociali (63%).

Molte aziende (40%) vietano l’uso delle postazioni aziendali per accedere ai social network ma questo ostacolo è facilmente aggirato con l’uso di tablet e smartphone e ben il 32% di italiani lo fa, accedendo a Facebook, o Twitter (26%).

I giovani millenials, tra i 18 e 34 anni, sono quelli più propensi a violare queste regole: appare chiaro, come vietare l’utilizzo dei social network sia inefficace e, anzi, possa creare maggiori problemi.

Sono diventati frequenti infatti i casi di licenziamenti dovuti ad un uso improprio di internet sul posto di lavoro o di social media fail social causati dipendenti che, in mala fede o involontariamente, pubblicano notizie lesive per la reputazione dell’azienda, confondono i profili e pubblicano notizie personali su quello aziendale, o interagiscono coi clienti dando risposte non conformi con la filosofia aziendale.

Abbiamo voluto sentire il parere in proposito il parere di alcuni esperti italiani nel settore dei social media, del marketing, della formazione e abbiamo rivolto a loro questa domanda:

Pensi che in Italia sia possibile dare libero accesso ai social ai dipendenti di una azienda, incoraggiandoli a diventare brand ambassador, condividendo le notizie?

Mauro BariccaImprenditore, scrittore, Responsabile Marketing di Casa Imbastita Campus e Casa Imbastita Relaxliving

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Bella domanda: “Vale la pena incoraggiare i dipendenti a usare i social in azienda facendoli ambasciatori del brand?” Certamente si ma non si può obbligarli. Oggi in Italia molte aziende piccole e grandi pretenderebbero che i dipendenti diventino ambasciatori del brand utilizzando i loro profili social per promuovere le attività in azienda ma impediscono l’accesso a internet ai dipendenti da cui pretenderebbero il contributo. In moltissime aziende l’accesso ai social è bloccato e i dipendenti non possono usarli, questa è un grave errore se si vuole che diventino degli ambasciatori del brand. Certamente, soprattutto nelle aziende grandi, certe limitazioni di accesso a specifici siti ci devono essere ma non ai social. Anche perché, se io blocco l’accesso ai social ai dipendenti loro li utilizzeranno ugualmente con i loro smartphone in orario di lavoro con danni e perdita di produttività ancora maggiori.

Sull’esempio di molte società U.S.A. si dovrebbe iniziare a promuovere, in azienda, un codice etico di utilizzo dei social: regole chiare, semplici e precise, che tutte le persone interessate a questo tipo di attività devono conoscere, condividere e sottoscrivere. Sicuramente chi opera a contatto con il pubblico, commerciali, marketing, assistenza clienti e altre funzioni potrebbe dare un grande contributo allo sviluppo del brand dell’azienda. Le persone però vanno trattate da adulte e devono essere coinvolte in modo che diventino loro stessi dei prosumer in modo autonomo grazie appunto alla condivisione e non all’imposizione.

E’ facile? No, per questo pochi ci riescono, il segreto non è l’uso della tecnologia ma la condivisione con le persone che sono il motore di qualsiasi azienda.

Gianni Catalfamo Consulente di Digital Transformation

 

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I social sono un mezzo espressivo aperto a tutti. Ogni dipendente – è bene ricordarlo – prima di essere tale è una persona e il suo rapporto con l’azienda dovrebbe essere caratterizzato dal massimo rispetto reciproco.

Quattro regolette facili facili:

  1. Non spetta all’azienda decidere se il dipendente possa o voglia essere un advocate o un detractor dell’azienda stessa, in quanto questa decisione spetta unicamente al dipendente e può anche cambiare a seconda del momento / situazione.
  2. E’ fondamentale definire e diffondere capillarmente la policy che l’azienda intende seguire in tema di Social. Questa policy dovrebbe indicare:
    1. Le linee guida per l’utilizzo del brand, che è di proprietà esclusiva dell’azienda;
    2. Dove trovare informazioni (il più oggettive possibili) che possano supportare il dipendente che decidesse di prendere parte sui Social a discussioni che riguardano l’azienda, predisponendo una apposita pagina ad accesso controllato sulla intranet;
    3. Che ogni post/tweet recante l’identificativo aziendale (es. @PincoPallinoSpA e/o eventuali hashtag “aziendali”) potrà essere oggetto di ripresa o condivisione da parte degli account aziendali, in linea con le regole di funzionamento dei social;
    4. Che ciascuno parla a titolo personale.
  3. Il modo migliore per incoraggiare è l’esempio: se l’amministratore delegato è attivo sui social, i dipendenti capiranno che la ritiene un’attività meritoria. Viceversa “incoraggiare” solo a parole suonerà falso e strumentale.
  4. A ogni errore si rimedia chiedendo scusa (e cercando di fare in modo che non si ripeta). Questo vale anche nel caso in cui chi commette l’errore è un dipendente che magari credeva di far bene.

Dato che moltissime aziende italiane sono gestite con una logica imprenditoriale, può capitare che l’azienda sia vista come “cosa mia” dall’imprenditore; quello che difetta in questi casi è la condivisione di informazioni all’interno dell’impresa stessa.

In mancanza di informazioni puntuali anche lo spirito di corpo più gagliardo si spegne perché non ha argomenti, oppure rischia di essere frainteso come sudditanza nei confronti della dirigenza.

Riccardo ScandellariGiornalista e consulente per il marketing online

 

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Le aziende strutturate devono tentare questa via, consapevoli che saranno pochi i dipendenti che la potranno attuare in modo corretto e che si renderanno disponibili. Ho tentato di percorrere questa strada in alcune aziende, ma devo rilevare che il dipendente non sente l’azienda come una cosa sua e non concede la disponibilità a comunicare nei propri profili informazioni riguardanti il suo lavoro. La mentalità del dipendente italiano è spesso in conflitto con l’azienda e non ritiene debba invadere la sfera privata. In alcuni casi, in figure commerciali che vengono remunerate anche in base al volume di profitti che generano, la sensibilità è decisamente più alta e c’è la possibilità di fare qualcosa di buono.

L’azienda, che vorrà impegnarsi su questo fronte, dovrà prevedere un corso di formazione e forme di incentivi concreti ai dipendenti che aderiranno.

Non si può obbligare la gente ad essere quello che non è….

Marco Camisani Calzolari – Digital activist

 

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I social media sono strumenti molto semplici da interpretare se vengono fornite le giuste chiavi per capirli. Ogni strumento ha le proprie caratteristiche, ma chi lo usa è sempre una persona e sono le persone a fare la differenza.

Un brand ambassador non è molto diverso da un amico, così come le dinamiche del rapporto con l’azienda in cui lavora non sono molto diverse da una relazione tra umani. Le aziende sono fatte di persone, e definire dogmi assoluti su come convertire i propri dipendenti in brand ambassador sarebbe come fornire un manuale per convertire i conoscenti in amici. Esistono principi di fondo, come la lealtà, il dare prima di ricevere, il saper ricevere, essere presenti, etc. Ma l’amicizia è una forma di amore così come lo è anche quello per un brand. Kevin Roberts ne ha spiegato le dinamiche per primo. L’unico consiglio che mi sento di dare è: il digitale è solo un mezzo, non provate a comprare amore per il vostro brand. Non funziona.

Alessandro DonadioPartner Hitrea. Digital Transformation strategist. Esperto di impatti social e digital sulla funzione HR.

 

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Il tema dell’advocacy come leva di sollevamento motivazionale è interessante in sè.

Al netto di facili tecno-entusiasmi, va detto che autori e studiosi di motivazione da tempo chiariscono come questa sia una dimensione che “deve” nascere dentro la persona. Alle organizzazioni il compito di abilitarla con operazioni di ingaggio in cui autonomia, creatività, contribuzione sono promosse continuamente.

L’advocacy come strumento funziona certamente in questa direzione se riusciamo a trovare un equilibrio generativo fra la necessità della persona di esprimersi portando il suo entusiasmo e stile, e le necessarie compliance che tutelano l’organizzazione.

Gli impatti sono ancora tutti da dimostrare su larga scala, ma c’è del vero in quello che dice Daniel Pink quando sostiene che “There is a mismatch between what science knows and what business does”. Ma in effetti questa è anche una opportunità.

Emanuele QuintarelliDirector, Social Business and Future of Work, EY EMEIA Advisory Center

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Penso che sia impossibile non dare accesso ai canali social da parte dei dipendenti ed ancora di più penso che l’accesso non sia sufficiente. Perchè i dipendenti possano contribuire in sicurezza ad un’efficace attività di employer branding è necessario che l’azienda abbia un “purpose” che questi condividono, capisca e li abbia aiutati a capire dinamiche e potenziale delle nuove modalità di ingaggio online, abbia predisposto una strategia, linee guida, policy e meccanismi di supporto all’esposizione online dei dipendenti. Molto più dell’aprire un canale, l’azienda deve coinvolgere i dipendenti nel coinvolgere i clienti online.

Piero TagliapietraVive tra la Security, l’Agile e il Marketing: è un Digital Strategist convinto che il digitale non sia sempre la risposta giusta.

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In teoria direi che è possibile, in pratica direi che è improbabile (soprattutto quando iniziamo a parlare di realtà con dimensioni importanti). Quando infatti parliamo di accesso ai social media bisogna considerare differenti aspetti: i dipendenti sanno usare i social media? Sanno quali sono i documenti e le informazioni che possono essere condivise? È chiaro lo stile di comunicazione dell’azienda? Sanno come proteggersi dagli attacchi informatici sui social media (rivolti verso l’azienda)? E molto altro.

C’è quindi un grosso tema di processi, formazione e consapevolezza: tre elementi non facili da trovare nelle imprese.

Prendiamo ad esempio il recente hack di Ashley Madison: ci sono persone che hanno usato l’email aziendale per registrarsi (e probabilmente la password non è lontana da quella usata per accedere ai servizi in ufficio). Ma anche andando su Instagram si possono vedere foto degli uffici con i post-it attaccati ai monitor con le password e tutto questi può applicare anche al CRM: quante persone sanno gestire un utente arrabbiato online (senza insultarlo)?

Ci sono aziende che si stanno muovendo bene a mio avviso nella creazione di Brand Ambassador e nel coinvolgere buona parte dei dipendenti, ma sono nel mezzo di progetti iniziati anni fa e, come detto prima, a valle di un lavoro importante di formazione e definizione dei processi.

Pensare che di punto in bianco sia possibile dare libero accesso ai social ai dipendenti di un’azienda in mancanza di questo lavoro significa replicare un episodio di Willie il Coyote nel mondo reale.

Emanuela ZacconeCo-founder di TOK.tv, Social Media Strategist e autrice del libro “Social Media Monitoring: dai dati alle strategie”

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Secondo me in generale bloccare l’accesso ai social media non è necessariamente una buona strategia per evitare che i propri dipendenti “perdano tempo” su questi canali, accessibili – come anzi avviene nella maggioranza dei casi – da mobile.

D’altra parte mi sembra una violazione lasciare “liberi” i dipendenti di accedere ai social a patto che contribuiscano alla generazione di buzz.

Il giusto atteggiamento dovrebbe invece essere quello di informare i dipendenti della presenza online dell’azienda e di invitarli – solo nei tempi e modi e se lo ritengano opportuno – a ricondividere contenuti dell’azienda stessa. Senza alcun obbligo.

Sarebbe quindi bene stabilire una precisa policy che ad esempio vieti l’uso per fini non legati all’attività lavorativa durante gli orari di ufficio (fatta salva magari la pausa pranzo) o codifichi i casi in cui ai dipendenti non è consentito parlare a nome dell’azienda.

Sarebbe bene ricordare infatti che prima di essere un proprio dipendente ognuno di noi è anche una persona con propri interessi e una propria vita personale di cui i Social sono spesso riflesso e il lavoro rappresenta solo una delle “dimensioni” di vita di ciascuno.