Louis Richardson di IBM ci parla di digital disruption e social smarter work [INTERVISTA]

Louis Richardson

Louis Richardson è Storyteller & Enthusiast per IBM Worldwide e il suo compito è quello di “fare la magia”, parole sue. Lo abbiamo conosciuto al Social Business Forum, dove ha parlato di disruption e processi di lavoro.

La mia prima domanda è: qual è il tuo lavoro?

[NdR Louis ha posto questa domanda al pubblico del SBF15]

Il mio lavoro, come lo spiego a mio nipote di 5 anni, è quello di fare la magia. Questo è ciò che faccio. In realtà il titolo di  Storyteller & Enthusiast è legato al social smarter work.

Spendo molto tempo con le persone a discutere delle sfide sul posto di lavoro, delle cose che facciamo in ufficio tutti i giorni, dei motivi per cui le facciamo e di modi creativi per farle in modo diverso.

Questo è il mio lavoro. Io racconto storie e raccolgo storie.

Mi hai incuriosita, qual è la prima cosa che fai quando arrivi a lavoro?

La cosa interessante è che non vado in un ufficio. Lavoro da casa, viaggio un po’ e quando si parla di equilibrio tra vita professionale e lavorativa rispondo solo che io ho una vita e durante la mia vita, a volte lavoro.

Quindi è davvero difficile decidere qual è la prima cosa che faccio, entro in modalità di lavoro già quando mi sveglio perché penso a cosa devo fare, a nuovi argomenti di cui parlare, a nuove storie che ho sentito. Quando effettivamente mi metto a lavoro, quando apro computer, iPhone o iPad, la prima cosa che faccio è dare un’occhiata ai miei social network. Cosa c’è di importante, cosa sta sta succedendo, che cosa mi sono perso?

Sono globale, ascolto quello che avete fatto, perché voi europei siete svegli già da sei ore e avete già fatto un sacco di cose interessanti, così quando mi sveglio cerco di recuperare il gap. Questa è la mia prima parte della giornata è: recuperare sui social media.

Diciamo che ho appena iniziato un nuovo lavoro. Sono confuso e sto cercando di capire quello che sto facendo. Che consiglio mi puoi dare?

Se fossi in IBM – perché posso parlare solo di IBM – saresti già connessa a qualcuno che fa il tuo lavoro o un lavoro come il tuo. Ti avremmo inserito in un social network ancora prima ancora di entrare in IBM.

Abbiamo una community che si chiama Soon to be blue. Una volta che ti mostri interessato a IBM, ancora prima di ottenere il lavoro e compilare i documenti, ti inseriamo in una community dove puoi incontrare persone come te, che stanno per iniziare un lavoro, così puoi iniziare a conoscere l’azienda e fare domande a mentori dentro l’azienda.

Poi, quando sei assunto, entri in una community che si chiama New to blue, per i nuovi dipendenti, dove puoi interagire con altre persone come te. Così la maggior parte delle persone che arrivano in IBM non pongono la domanda che mi hai appena chiesto perché è giù stata data una risposta a quella domanda. I nuovi dipendenti già sanno chi è come loro, chi sta facendo ciò che anche loro stanno facendo e chi sta facendo le cose a cui loro sono interessati. Hanno già costruito una rete prima di salire a bordo.

Durante il tuo intervento al SBF15, hai detto che le tempeste sono opportunità. Questo è un interessante punto di vista, puoi approfondirlo?

Ho parlato di tempeste perché le tempeste sono distruttive in ​​natura. Sono molto potenti, ma sono di solito sono un risultato di forze provenienti insieme dallo stesso posto, contemporaneamente. La mia discussione è stata intorno alla tecnologia come forza e alla cultura come una forza.

In passato era la tecnologia a guidare la cultura, e ora abbiamo la cultura che guida la tecnologia, quindi siamo in un momento caotico, complesso e confuso. La tecnologia può portare in realtà un po’ di chiarezza in questo caos e rendere le cose più vantaggiose e connesse.

La maggior parte delle persone scappa dalle tempeste, credo che questa sia una tempesta che dobbiamo abbracciare e riconoscere che sta accadendo. Non dobbiamo chiudere le persiane e barrare le porte, cercando di impedire che accada. Sta per accadere. Divertiti.

Perché Hisao Tanaka, AD di Toshiba, si è dimesso?

foto: japantimes.co.jp

Hisao Tanaka si è dimesso dal ruolo di Amministratore Delegato di Toshiba assieme a gran parte del consiglio di amministrazione, al vice presidente Norio Sasaki e al consigliere speciale Atsutoshi Nishida.

Tanaka ha presentato le sue dimissioni martedì, quando si è assunto tutte le responsabilità per aver gonfiato i bilanci per 1,125 miliardi di euro (151,8 miliardi di yen) nell’arco di sette anni, precisamente tra il tra 2008 e il 2014.

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Masashi Muromachi prende il posto di Hisao Tanaka

Masashi Muromachi, presidente di Toshiba ha assunto ad interim la guida del gruppo, sebbene per statuto il presidente non ricopra un ruolo esecutivo, e puntuali sono arrivate le scuse della società a clienti e investitori.

Ma le reazioni sui mercati non si sono fatte attendere: le dimissioni dell’AD Hisao Tanaka e di 8 membri del consiglio di amministrazione hanno provocato un picco del titolo Toshiba in borsa (+6,13%),  mentre, secondo il Financial Times, Standard & Poor’s sta valutando un possibile downgrade del rating di Toshiba (BBB) dopo la ridefinizione degli utili.

L’accusa della commissione esterna incaricata di fare luce sulla manipolazione dei conti è di una sistematica maxi falsificazione dei libri contabili, iniziata nel 2008 per coprire le ingenti perdite nel campo dei microprocessori e dei personal computer e dalla scomparsa di ogni prospettiva di sviluppo nel settore nucleare a seguito del disastro di Fukushima.

Il 2012 è infatti l’anno in cui il rigonfiamento degli utili è stato più rilevante, pari quasi alla metà del totale, un probabile tentativo di minimizzare l’impatto negativo della tragedia.

 

In base a quanto emerso dalla relazione, l’AD Hisao Tanaka e il management hanno cercato di posporre le perdite di bilancio, imponendo un clima che avrebbe impedito a chiunque, di fatto, di opporsi a questa strategia fraudolenta mirata a dilazionare la contabilizzazione delle perdite, inserendo anche voci alquanto dubbie di utili sicuri e la sottostima dei costi delle materie prime.

In sintesi, i bilanci aziendali sono stati truccati al rialzo per evidenziare il raggiungimento di target imposti con forza alle divisioni che, in realtà, non erano stati centrati.

Le dimissioni preventive di Hisao Tanaka

Anche se le indagini non verranno chiuse prima della prossima settimana, le dimissioni di gran parte dello staff sembravano necessarie.

Sempre per il Financial Times gli investigatori avrebbero interrogato oltre 200 membri dello staff Toshiba e il quadro della situazione non appare certo confortante: il comitato di avvocati e commercialisti esterni ha redatto un documento di 82 pagine in cui sottolinea la pratica “istituzionale” dell’illecito contabile con la chiara collaborazione del top management.

Ora però saranno gli organi di controllo a muoversi e sanzionare un gruppo che era stato già pesantemente punito dai mercati ad aprile, quando le notizie delle irregolarità contabile e di una rilevante finanza creativa erano trapelate, ma gli investitori sperano in una pronta risoluzione della situazione per guardare al futuro con maggiore trasparenza e sicurezza.

Instagram, arriva la ricerca via desktop: alcuni motivi per sfruttarla


Instagrammers, avete visto l”ultimo aggiornamento di Instagram? Riguarda l’aggiunta della barra di ricerca, grazie alla quale potremo trovare luoghi e persone comodamente da desktop.

L’app che ha rivoluzionato il modo di condividere foto e immagini in modo istantaneo, con l’aggiunta di filtri diventati ormai lessico comune per noi social ninja,  tenta di assomigliare sempre più a Facebook, aumentando l’interattività nella versione desktop instagram.com.

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Come potete vedere nell’immagine, su Instagram versione desktop è comparso uno spazio per la ricerca, tra il marchio del social e il vostro nome utente, con la classica icona a mo’ di lente e la scritta “Cerca”. Attraverso questa funzione è possibile effettuare ricerche per hashtag, per profili o per luoghi (città, esercizi commerciali ecc.).

Ma perché può esserci utile?

1) Embedda!

Potendo ricercare su Instagram via web, verrà naturalmente generata una URL, con la quale potrete rendere più dinamici i vostri blog-post, i vostri siti web e così via. Niente di più facile con un classico codice per embeddare, e il gioco è fatto!

2) Conosci i profili più influenti della tua città!

Quando provi a cercare un luogo, ti verrà restituito un risultato composto da una mappa, e a seguire le immagini più popolari e poi quelle più recenti (in un modo decisamente più comodo rispetto alla app). Sei uno stilista ma non puoi permetterti di pagare Chiara Ferragni? Scopri chi potrebbe indossare la tua ultima idea ottenendo comunque un ottimo risultato.

3) Insomma: è pratica!

Mancano ancora due tasselli per rendere felici i SMM: poter caricare immagini direttamente da desktop (ma #ciaone all’istantaneità), e poter switchare da un account ad un altro. Sicuramente la ricerca via web renderà più pratico il lavoro di monitoraggio profili e hashtag, strizzando l’occhio soprattutto a chi, fino ad ora, utilizzava la app iOS, che ha più problemi che funzionalità.

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Che ne pensate, amici lettori?

Coca-Cola parla di amicizia gay

Coca-Cola ci chiede: e tu, cosa faresti per un amico?

Il video diretto da Dustin Lance Black ci regala questa piccola poesia sull’amicizia, girata per la campagna True Friendship di Coca-Cola.
La campagna di Pereira & O’Dell cerca di rispondere, attraverso diverse situazioni, alla domanda: che cos’è un vera amicizia?

Ci era riuscita benissimo incantandoci con la serie di video  tales of teen angst, il cui hashtag è #VerdaderoAmigo.

Quest’ultima perla, intitolata “The Text” (il messaggio), che personalmente mi ha lasciato sulla pelle quel piccolo brivido di un’ emozione bella e sottile, parla di omosessualità ed adolescenti. Ed in un periodo in cui le notizie di bullismo sui social network sono sempre più spietate, che sia proprio una campagna virale a mandare un messaggio forte, e dolce allo stesso tempo, non può che commuovere.

Questo video di otto minuti racconta quanto di più semplice e vera possa essere una sana amicizia in un gruppo di teenager. Scuola, scherzi, ragazze, battute, video game e, ovviamente, l’immancabile Coca-Cola. Il classico gruppetto spensierato.

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Ma tra questi ragazzi, due amici sono davvero legati, Rafael e Diego. Rafael nasconde però un segreto, un segreto che Diego non riesce a decifrare. Diego pensa che Rafael esca con la ragazza che gli piace, e questo distruggerebbe la loro amicizia.

E si sa, la curiosità a quell’età è enorme, soprattutto tra persone che si vogliono bene.
E quando Rafael lascia incustodito lo smartphone in un momento di distrazione, un messaggio arriva, un messaggio che Diego non può trattenersi dal leggere, un messaggio che lo stupisce: il suo migliore amico è gay.

Si sa che a quell’età sono cose che possono annientare una amicizia in men che non si dica. Ma non quella vera.
Il gesto, semplice, di offrire una Coca-Cola diventa così il momento in cui i due amici si guardano, da un lato la paura di non essere accettati, dall’altro il significato dell’essere amici.

Come disse Aristotele, due amici sono un’anima sola divisa in due corpi, cosi Diego fa la cosa più semplice. Vive la sua amicizia con Rafael per chi Rafael è. Senza pregiudizi, paure o infantilismi.

L’amicizia diventa così ancora più solida perché sono proprio le differenze che impariamo a comprendere ad essere il ponte tra noi e gli altri. E poi, come Rafael sottolinea scherzando con il suo amico Diego, i ragazzi gay conoscono le ragazze più belle.

Il regista, Dustin Lance Black, attivista dei diritti LGBT, ci spiega che The Text, tra i diversi video della serie da lui girati:

“Come artista sento di avere la responsabilità di condividere storie che raccontino chi siano le persone omosessuali, bisessuali o transessuali per davvero, in modo da dissipare qualunque atmosfera di paura che potrebbe portare queste persone a non condividere pienamente le proprie vite.”

E tu, cosa faresti per un amico?

L'opera lirica al tempo di Twitter, tra Pretty Woman e Giuseppe Verdi [INTERVISTA]

Foto: Pietro Paolini

Trovarsi ad assistere al Barbiere di Siviglia, con un allestimento degno di Tim Burton, non capita tutti i giorni. Scoprire poi l’esistenza di “un’isola che non c’è” sopra la platea dell’Opera di Firenze: questa sì che è una sorpresa!

Una recente iniziativa, chiamata #NeverlandOF, chiama a raccolta una decina di ragazzi e i loro smartphone. La missione? Twittare in diretta le opere liriche e, soprattutto, “mixarle” con foto, idee, attualità, provocazioni e tutto quanto può contribuire alla “riscrittura” in chiave contemporanea della trama.

Paola Calvetti è la responsabile comunicazione dell’Opera di Firenze, la nuova casa del Maggio Fiorentino. La abbiamo contattata per saperne di più.

Ciao Paola, come nasce #NeverlandOF?

Nel nuovo Teatro dell’Opera di Firenze c’è un piccolo palco di proscenio, uno spazio che abbiamo deciso di non vendere ma di riservare ai nostri ospiti. Da qui la luce dei telefonini non arriva alla platea: abbiamo pensato fosse il posto ideale per l’“Isola che non c’è” dell’Opera di Firenze, da qui il nome #NeverlandOF. Uno spazio invisibile insomma, della cui esistenza si scopre solo leggendo i tweet.

Come selezionate i volontari e che riscontri avete avuto?

Le reazioni sono straordinarie. I posti che riserviamo sono sempre occupati da quelli che noi chiamiamo i “neverlandini” o i “twittaroli”. Li selezioniamo tramite dei contest che prepara il nostro Simone Vairo. I requisiti? Un account Twitter brillante e tanta voglia di scrivere. Regaliamo a tutti il biglietto per assistere alla serata, oltre a due omaggi per chi ha totalizzato il maggior numero di retweet. Inoltre i partecipanti hanno libero accesso al backstage e possono incontrare gli artisti e farsi foto con loro.

Anche altri teatri hanno introdotto iniziative simili, pensiamo a La Scala oppure all’Arena di Verona…

Fermi tutti: nessuno di questi teatri ha un palco dedicato ai social e nessuno può vantare un team così numeroso di “twittatori”.

Paola, parliamoci chiaro: l’opera lirica è nicchia, i giovani appassionati di opera sono nicchia, Twitter è nicchia. Ce la cantiamo e twittiamo da soli?

Sappiamo bene che l’opera lirica è nicchia e il nostro obiettivo non è parlare alla massa, ma far conoscere questa parte importante della nostra cultura a molti ragazzi che ne sono a digiuno. La gran parte di coloro che si candidano per twittare a #NeverlandOF non sono melomani e spesso non hanno mai assistito ad alcuna rappresentazione. Questa loro “verginità” è preziosa: nei loro tweet emergono emozioni genuine, stupore e meraviglia, senza sovrastrutture.

 

La lirica può tornare ad essere pop?

L’opera lirica un tempo aveva la funzione che oggi hanno la serie TV: era un genere popolare, che parlava di amori, passioni, tradimenti, con trame semplici, a volte drammatiche, a volte umoristiche. Come succede con una moderna fiction ci si immedesima nei personaggi: spesso le ragazze sognano di essere la Lei protagonista mentre gli uomini si riconoscono nel personaggio maschile. E’ passato oltre un secolo ma la valenza narrativa di queste produzioni è sempre freschissima.
Quando abbiamo messo in scena La Traviata, ad esempio, ricorreva l’anniversario di Pretty Woman: il parallelo tra l’opera di Verdi e questo film cult non è difficile da scovare e due ragazzi si sono persino vestiti da Richard Gere e Julia Roberts! Un’opera molto più ostica è invece Pelléas et Mélisande, capolavoro di Claude Debussy. C’è chi vede nella sua trama curiosi parallelismi con il “Trono di Spade”! Nonostante la difficoltà è stata una delle opere più twittate.

 

Vi piacciono le serie americane, vi piacerebbe anche una gestione “all’americana” della cultura in Italia con concorrenza vera tra teatri e auto-sostentamento tramite gli incassi della biglietteria?

In Italia le Fondazioni Lirico Sinfoniche sono ancora dipendenti dallo Stato e purtroppo non riescono a sostenersi con la sola vendita dei biglietti. Le cause di questa situazione vanno ricercate negli eccessi della spesa (si pensi soltanto che il 70% del budget è destinato al personale e solo il 4% alle produzioni!). Tra la via americana e la nostra ci possono essere tuttavia degli ibridi molto interessanti, penso ad esempio al modello inglese. Ma c’è un altro ostacolo: la scarsa propensione al marketing. Nei Teatri d’Opera la comunicazione non è vista come un’opportunità, ma come un fardello, con il triste risultato che pochi ci investono. Urge un cambio di mentalità netto: dobbiamo riempire i teatri e per farlo è necessario comunicare bene, anche grazie ai social media.

Simone Vairo, il factotum di #NeverlandOF che prepara i contest, sceglie i partecipanti e crea lo storify della serata ha le idee chiare: “Contaminare l’opera lirica con la cultura pop è un’operazione che ci regala grandi soddisfazioni. Non vogliamo forzare l’attualizzazione delle opere, ma far comprendere a tutti che i loro contenuti sono spesso alla base anche di quello che oggi leggiamo e guardiamo alla TV. Si pensi alle colonne sonore: possiamo dire che Wagner ne sia stato il vero precursore”.

Chissà cosa ne penserebbe, il grande compositore tedesco, delle sigle attuali; forse firmerebbe anche lui la petizione per dire no alla sigla del nuovo Lupin III interpretata dal rapper Moreno? Più probabilmente ci impartirebbe una lezione di sano realismo teutonico, spiegandoci che dobbiamo smetterla con questa mania, squisitamente anni ’80, di aspettare un lieto fine in ogni cosa.

 

 

10 elementi che non devono mancare nel tuo eCommerce

Una rapida ricerca su Google rivela che l’argomento eCommerce è di massima attualità, ma suscita al contempo molti dubbi ed incertezze. Parte di questi è dovuta alla difficoltà, per un imprenditore, di possedere le competenze informatiche e legali per avviare con le proprie forze un negozio online.

Ci sono però alcuni elementi fondamentali che chiunque può verificare di aver messo in pratica prima di lanciare online il proprio eCommerce: innanzitutto la massima considerazione dell’esperienza offerta dal negozio virtuale, poiché una user experience gratificante è il tassello fondamentale per incrementare le vendite.

Ecco allora i 10 elementi dell’eCommerce che favoriscono la vendita.

Un logo memorabile

10 elementi che non devono mancare nel tuo eCommerce

Thinkgeek ha tutte le carte in regola per vendere alla sua "nicchia diffusa" di utenti

Il logo è il biglietto da visita, la prima fonte di visibilità e di fiducia.

Se gli utenti ricordano un brand sarà questo che digiteranno nella barra di ricerca del loro browser, e non, per esempio, keyword comuni anche ai concorrenti.

Offerte, sconti e omaggi

Nei pochi secondi in cui una persona decide se gradisce o meno il negozio virtuale su cui è capitata, catturare subito la sua attenzione con offerte credibili e allettanti è un ottimo modo per fermare il suo indice, già pronto a cliccare sulla “x”: sconti, omaggi, pacchi convenienza e spedizione gratuita sono solo alcuni esempi.

10 elementi che non devono mancare nel tuo eCommerce

Novità e prodotti in evidenza

Piace a tutti tenersi aggiornati, e ancor più ai clienti abituali, che trovano una homepage fresca, che proponga suggerimenti sempre nuovi per i loro prossimi acquisti.

Brand Product

Altro elemento molto gradito dagli acquirenti sono i prodotti di marca: anche loro dovrebbero trovare spazio nella home, perché portano con loro forti promesse di qualità e alti valori emotivi. Quale miglior spunto per iniziare un giro di eShopping?

Buy, login & search

Il tridente di attacco di ogni buon eCommerce include un box, quello di ricerca, e due bottoni: l’icona del carrello, simbolo universale di acquisto, e l’altrettanto diffuso login, per personalizzare e portare a termine l’esperienza d’acquisto.

Questi tre elementi devono essere sempre in bella vista, a portata di click.

10 elementi che non devono mancare nel tuo eCommerce

Mediaworld sfrutta il footer come pochi altri eCommerce

Sistemi di pagamento

Altro elemento grafico che infonde sicurezza sono le icone che riassumono i metodi di pagamento disponibili: qualunque carta il futuro cliente abbia in tasca, deve trovare velocemente la conferma di poterla usare.

Queste icone meritano uno spazio in homepage, tipicamente nel footer.

Social Media Links

I social media sono un buon veicolo di traffico verso gli e-commerce? Decisamente sì.

Sono molte le indagini a che evidenziano questa realtà di fatto: pur variando alcuni dati, tutte concordano che la possibilità dei social sono molte e interessanti. Promuovere, informare, contattare clienti fidelizzati e influecer.

Telefono e chat

Il tallone d’Achille degli eCommerce è l’assenza del rapporto umano: per sopperire, una linea telefonica sempre attiva e una live chat devono essere sempre a disposizione del cliente per risolvere dubbi e problemi, o magari far percepire semplicemente quel valore aggiunto che porta a chiudere l’acquisto con maggiore convinzione.

10 elementi che non devono mancare nel tuo eCommerce

Decathlon sfrutta a dovere la diffusione capillare dei suoi punti vendita

Il negozio reale

Una chicca non per tutti: chi possiede anche un negozio tradizionale dovrebbe renderlo noto, esplicitandone chiaramente l’indirizzo.

Acquistare dal vivo potrebbe essere il vero scopo di alcuni utenti che navigano solo per informarsi. Il suggerimento vale sia per le realtà locali, sia per le catene di negozi.

Marchi di garanzia

L’ultimo consiglio riguarda la sicurezza: soprattutto nel caso di brand poco conosciuti, non ancora dotati di una reputazione solida e condivisa, è un’ottima idea rassicurare gli eshopper con loghi che attestino l’affidabilità del sito dal punto di vista informatico (antivirus, connessione sicura) e da quello commerciale (associazioni di categoria, marchi di qualità).

10 elementi che non devono mancare nel tuo eCommerce

Adidas punta all'impatto visivo quanto alla sostanza

I Minions conquistano il mondo. Questa volta senza Gru

Se il tratto principale che contraddistingue il tuo prodotto è il colore giallo, sei pronto per iniziare una partnership con i Minions. Se non hai questa caratteristica, puoi avere comunque successo.

I piccoli aiutanti comparsi per la prima volta nel film Cattivissimo me, hanno davvero portato a termine la missione di Gru: conquistare il mondo.

Ora, grazie ad un film dedicato a loro, sono diventati un vero e proprio brand; la chiave del loro successo e la leva strategica principale è quella di essere amati da grandi e piccini.
Conservano il nonsense caratteristico dei personaggi per i bambini, mettendo in scena allo stesso tempo scene dell’immaginario adulto.

La formula del successo è diventata così una delle principali parternship, cui prodotti gialli e non aspirano. Per il brand Minions si stima un fatturato di circa 600 milioni di dollari.

Minions tic-tac

Non sono gialli, certo, ma sono ovali, a forma di Minions.
Tic-Tac ha trovato il prodotto e il brand ideale per rinfrescare la sua immagine, senza modificare forma, dunque identità del prodotto.
La caratteristica comune a molti brand che hanno scelto di cavalcare il fenomeno Minions, è quella di aver dato sempre spazio alla creatività, non limitandosi ad un packaging classico con un’immagine, ma declinando i personaggi in modo originale, uniformandoli al proprio prodotto.

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Chiquita Minions

Qual è la parola più ripetuta da un Minions? Banana! Il colore giallo e il loro linguaggio hanno toccato le menti dei marketing manager di Chiquita.
In questo caso non si è scelta la creatività, giocando con le forme del prodotto, ma facendo un call out ad alcune scene dei film.

Una semplice etichetta con un personaggio è sufficiente per richiamare le immagini alla memoria, ai film e alle gag.

Minions Fries

In questo breve cameo, non poteva mancare McDonald’s. Da sempre la multinazionale di fast food più grande al mondo ha associato il suo brand ai cartoni animati e personaggi di fantasia del momento, inseriti nel classico Happy Meal.

In questo caso McDonald’s non si è limitato a sviluppare dei gadget, ma ha costruito una vera e propria campagna di comunicazione interamente dedicata ai Minions attorno ad nuovo prodotto: le patatine create come i personaggi.

Da queste scelte, strategiche o solo di tendenza, emergono due considerazioni importanti. La prima è che il brand Minions sembra aver voluto e creato insieme ai propri partner dei prodotti o forme di comunicazione originali, per sottolineare l’irriverenza dei personaggi.

Il secondo commento è che spesso queste attività di marketing sono così mainstream da diventare scontate, portando si fatturato ma arrivando anche ad un punto in cui la funzione è solo puramente commerciale.

Si può arrivare così a trascurare il consumatore e il suo desiderio di trovare, nella sua quotidianità, prodotti originali e diversi.

D’altronde, chi non vorrebbe un Minions tutto suo?

Da WhatsApp a Messenger, ecco come cambia il mondo della messaggistica istantanea e come le app stanno modificando il nostro modo di comunicare.

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Come cambia il mondo dell'instant messaging con Hello

Chi in passato non s’è mai trovato a chattare con il noto programma di instant messaging Windows Live Messenger? Allora fu una vera rivoluzione, ve lo ricordate? Per la prima volta le relazioni erano digitali e non c’era più la necessità di chiamare l’amico per chiedergli qualcosa.

Erano i tempi in cui si pensava allo smartphone come un oggetto venuto dal lontano futuro, mentre il cellulare si limitava a mandare costosi SMS e a fare chiamate altrettanto dispendiose. Un altro mondo insomma, ma già allora la voglia di comunicare e conoscere nuove persone via internet iniziava a percorrere la strada dell’evoluzione.

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Con Messenger potevamo chattare con amici, ma anche con sconosciuti, e avviare contatti con persone che altrimenti non avremmo mai conosciuto.

Una panoramica sull’instant Messaging: Facebook Messenger, WhatsApp and Co.

Facendo un rapido salto nel futuro arriviamo ad oggi. Un mondo iperconnesso, fatto di notifiche push, connessioni e cerchie. Facebook ha saputo segmentare perfettamente un’audience globale, connettendoci con i nostri amici ma spingendoci sempre più a connetterci con persone affini ai nostri interessi.

Facebook sa cosa postiamo, dove andiamo e cosa mangiamo e fa in modo che tutto quello che condividiamo sia pertinente con le persone presenti nella nostra cerchia di amici. Il fatto è che queste cerchie diventano sempre più strette e chiuse.

Messenger è perfetto per chattare con amici, conoscenti e nuove persone ma implica sempre una connessione pre-esistente, o amicizia, che dir si voglia.

Lo stesso dicasi per WhatsApp. Hai bisogno del numero di telefono della persona con cui vuoi avviare una conversazione. Implica quindi un contatto già esistente tra due o più utenti.

Questo discorso vale per la maggior parte delle app presenti sul mercato: Kik, Telegram, Swarn etc.

I cambiamenti dell’instant messaging con Hello

Quindi come è possibile conoscere persone nuove senza essere in nessuno modo connesso ad esse? App come l’italiana Hello, permettono di comunicare e conoscere persone sulla base di luoghi e punti di interesse, anche tra utenti che non si conoscono e non sono connessi tra loro attraverso altri network. Scaricando l’app, l’utente potrà scegliere di loggarsi attraverso Facebook, Twitter, Google, il russo VK (presto anche Instagram) ed iniziare a chattare con utenti nella propria città o area geografica.

Hello genera in maniera automatica delle “stanze” geolocalizzate. In base a dove ci troviamo vengono generate delle chat room. L’utente può inoltre decidere di “teletrasportarsi” ovunque nel mondo e conoscere persone in altre zone del mondo.

Ad oggi Hello è l’unica app a creare chatroom pubbliche e geofenced, ossia autogenerate, in base a dove ci spostiamo.

Dating? Non solo. Business, eventi e attività locali

Ma come può essere utilizzata un’app come Hello? Oltre alla possibilità di conoscere nuove persone all’interno della propria città o punti di interesse c’è la possibilità di avviare chatrooms in fiere, hotel, locali, mezzi pubblici e aerei.

Con la versione B2B dell’app, a breve disponibile, sarà inoltre possibile creare chat private per qualsiasi tipo di attività.

Ad esempio, bar, locali e negozi, potranno creare delle community geolocalizzate in cui comunicare con i propri clienti e dare loro la possibilità di scambiare informazioni e consigli.

Marco Fabbri, CEO di Hello racconta:

“Abbiamo validato il modello di teleport lato user, a breve lanceremo la piattaforma B2B per permettere ai locali di creare community locali dove chattare in tempo reale. Le attività potranno personalizzare la chatroom e linkare ad offerte promozionali per gli utenti presenti nella stessa area. L’interazione tra attività e cliente sarà quindi più personale ed in tempo reale”.

Facebook Lead Ads: pronti alla rivoluzione?

C’è curiosità mista a eccitazione per le nuove Facebook Lead Ads, i tool che presto potranno garantire alle aziende campagne di lead collection sempre più semplici ed efficaci.
Cosa faranno le Facebook Lead Ads? Semplice: acquisiranno informazioni che l’utente ha già comunicato a Facebook, come ad esempio l’indirizzo email. Un modo semplice e veloce, dato che i campi saranno già automaticamente compilati con le informazione prese dal profilo, oltre che meno fastidioso per l’utente che non dovrà rimbalzare su un sito esterno al suo social network preferito.

Proviamo però a fare qualche ipotesi più specifica, per non farci cogliere impreparati da quella che potrebbe essere una nuova rivoluzione nel campo delle ads.

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I vantaggi delle Facebook Lead Ads

Semplicità di utilizzo: lo slogan di lancio è esplicativo in questo senso: “Tap, Tap, Done“. Non c’è nulla di complicato, di lungo, o che chiunque (anche un utente tecnologicamente entry-level) non riesca a fare. Lo sappiamo bene: fare “tap” sullo smartphone sta diventando la cosa più naturale del mondo!

Basta landing page:  forse il vero punto debole di una enorme percentuale di campagne marketing; fatte male, lente a caricarsi, piene di call to action inutili e con informazioni carenti o sovrabbondanti. Fa ridere che ci si concentri a cambiare una virgola in un copy o una sfumatura di colore in una creatività, per poi non farsi scrupoli a far atterrare il cliente su una pagina ridicola. Beh, problema risolto!

Autocompilazione: Sai quale è la frase che nessuno ha mai detto? “Amo compilare i form!”. Parola di Facebook… altro da aggiungere?

Tracking e profilazione integrata: oltre ai campi già precompilati, potrebbe essere relativamente semplice acquisire ulteriori informazioni tramite un settaggio delle ads. Teoricamente è una cosa già possibile con gli strumenti attuali smanettando su piattaforme esterne di tracking o landing page create appositamente, ma questo processo potrebbe decisamente snellirsi.

I dubbi

Trattamento dei dati e privacy: è un argomento quanto mai attuale (qualcuno ha detto cookie?) e a cui i social network fanno sempre più attenzione. Sicuramente non ci sarà alcun trasferimento di dati senza che l’utente abbia cliccato su “invia”e sarà necessario predisporre nella landing page una precisa spiegazione della privacy policy. Come per altri metodi di acquisizione inoltre non è consentito rivendere questi dati o utilizzarli per scopi diversi. Basterà questo per il mercato italiano?

Email di Facebook diversa da quella abituale: non tutti utilizzano la loro e-mail abituale anche per il login sui social network. Nel caos del “tap tap” potremmo quindi trovarci ad acquisire e-mail inutili perchè consultate di rado. Inoltre dover cancellare un indirizzo e-mail in un form precompilato per poi ri-compilarlo con quello giusto sia un ottimo deterrente per far abbandonare ogni proposito di iscrizione.

Costi: la speranza è che questa nuova tipologia di ads si allinei come CPC e oCPM alle altre: così infatti, eliminando di fatto un passaggio, potrebbero abbattersi notevolmente i Cost per Lead. Possiamo ipotizzare però che la concorrenza sarà molto incisiva, soprattutto nella fase di boom, e questo unito magari a qualche settaggio “particolare” a monte potrebbe far lievitare i costi.

Branding awareness: la personalizzazione della nuova landing page, proprio per essere semplice, sarà per forza limitante e porterà l’utente ad avere una percezione appiattita e dozzinale; per aziende che puntano molto sulla forza del loro brand potrebbe essere un problema non di poco conto, ma soprattutto difficile da calcolare.

Minor valore di una lead: se è fastidioso compilare numerosi campi per iscriversi a un servizio, quando lo fai allora sei fortemente interessato a quel servizio; quindi la tua iscrizione ha un grande valore perchè facile da monetizzare successivamente. Al contrario se basta fare “tap tap” per iscriversi, questa leggerezza giocoforza si tramuterà in una minore percentuale di conversione futura.

Aumento dei disiscritti: possiamo ipotizzare che chi riceverà via e-mail nostre notizie sarà molto più propenso a disiscriversi dal servizio, perché magari manco si ricorderà di essersi iscritto! E va considerato che a causa di queste ads gli utenti riceveranno un numero di e-mail promozionali molto maggiore della norma.

Potrebbe essere quindi un’ottima idea quella di separare (o flaggare in qualche modo) la lista di iscritti tramite questo sistema rispetto a quelli tramite landing page classica e predisporre un piano di comunicazione diverso (contenuti, frequenza di invio, linguaggio).

Potrebbero guadagnarci…

Gli spammer: inutile far finta di niente. Chi fa spam (di vari tipi) guadagnerà vagonate di soldi dalle Facebook Lead Ads. Sia perché solitamente lo spammer (quello vero) è molto esperto nella gestione delle lead, e sa bene sia come acquisirle che come sfruttarle. Sia perchè soprattutto nei primi tempi sarà come pescare in un barile pieno di pesci. Prepariamoci quindi a una probabile invasione di campagne borderline con fini poco ortodossi, nonché a un aumento del furto di account di quelli che come password scelgono “123456”.

I siti che richiedono iscrizione: questa acquisizione di lead potrebbe essere uno step intermedio tra il “non aver contatto di un potenziale cliente” e il “convincerlo a compilare decine di campi complicati”. Prendiamo come esempio i concessionari di gioco, che per effettuare una registrazione completa richiedono informazioni molto restrittive, come gli estremi del documento di identità: potrebbero studiare iniziative promozionali specifiche, e un CRM ad hoc, per convincere a fare il grande salto quegli indecisi che intanto hanno comodamente aderito alla Lead Ads. In aggiunta potrebbe essere un ottimo modo per fare crossing tra mobile (acquisizione e-mail) e desktop (completamento dell’iscrizione)

I piccoli che fanno le cose per bene: con un opportuno piano di marketing (di cui queste ads sono solo una componente!) e di customer care anche le PMI e i professionisti potranno provare ad ampliare il proprio bacino di clienti. Basterà ricordare che un indirizzo e-mail in realtà assimilabile è una persona, e va trattato come tale: conquistato, accudito, coccolato. In  questo caso anche con piccolissimi budget si potranno avere grosse soddisfazioni!

LEGGI ANCHE: Come sfruttare i vantaggi del “pubblico personalizzato” nelle Facebook Ads

Non funzionerà per…

I modaioli: ogni volta che Facebook lancia una nuova tipologia di ads, ecco che la schiera di modaioli decide di utilizzarla per qualsiasi cosa. E’ successo con gli sponsored post, sta succedendo ora con le multi-product ads che vengono usate per scopi totalmente diversi da quelli veramente utili, succederà anche per le Facebook Lead Ads.

Gli ignari: “ho acquisito 10.000 indirizzi e-mail, ma stranamente al Lidl non me li accettano per pagare la spesa!“. Fermo restando che non si può paragonare il valore di una e-mail a quello di un like, allo stesso modo ci saranno aziende (magari supportati da sedicenti agenzie) che spenderanno tanti soldi nell’acquisizione di e-mail senza pensare a come poi monetizzarle inserendole in un piano di marketing.

Gli ads-celoduristi: collegati alla categoria precedente, sono quei gestori di campagne che si affannano a ottimizzare un risultato senza riflettere  su tutto ciò che lo circonda. Come per l’acquisizione dei fan, una e-mail non ha lo stesso valore indipendentemente dal modo, la volontà, la profilazione utilizzata per acquisirla.

Non dovrebbe esserci dubbio nel preferire una lead costata 1€ che ne vale 3€ rispetto a quella costata 0.5 € che ne vale 0.6 €; il problema è che c’è chi sceglie di acquisire a 0.1 € per un valore di 0.01 €… per poi vantarsi del basso CPL raggiunto!

Non ne conoscete proprio nessuno?

Groupware: gli strumenti per lavorare insieme sul web


Lavorare in gruppo. Ci siamo abituati fin dai tempi della scuola, no? Non sempre possibile, per le barriere spaziali e temporali. Ebbene, grazie al web è possibile abbattere queste difficoltà.

Una piattaforma  di groupware deve favorire le tre “C” del lavoro di gruppo: comunicare, coordinare e collaborare. Sfruttando la rete e tutti gli strumenti digitali a nostra disposizione.

Non esiste la soluzione perfetta, la piattaforma adatta ad ogni situazione: “one size fits all”, la taglia unica qui non esiste.
Occorre considerare il budget a disposizione, la dimestichezza degli utenti con certi strumenti, l’hardware a disposizione dei membri del gruppo e anche la connettività.

Con la combinazione opportuna è possibile creare un sistema di supporto alle attività del gruppo di lavoro, per comunicare, collaborare, coordinare in maniera efficace, senza impedimenti dovuti alle distanze e ai tempi diversi: ogni membro del gruppo potrà dare il suo contributo anche a chilometri di distanza e in orari diversi dagli altri.

La definizione di groupware (con le sue tre “C”) può sembrare molto vaga, ed infatti anche tra le soluzioni che vengono proposte non c’è uniformità: per alcune l’accento è sulla comunicazione e coordinamento, ed eccellono perciò nella messaggistica e nella gestione delle attività e risorse (calendaring e scheduling), altre privilegiano la condivisione di documenti, con o senza la gestione delle versioni.

Ogni gruppo di lavoro è diverso, per obiettivi, per tipo di attività da svolgere, per cultura e dislocazione dei membri, ma ci sono alcune caratteristiche che devono sempre essere presenti:

  1. Messaggistica: scambiare messaggi diretti, a tutto il gruppo o singoli individui.
  2. Calendaring: gestire una pianificazione delle attività
  3. Condivisione documenti e file: l’ottimo sarebbe con la possibilità di gestire le versioni, ma è sufficiente anche un semplice repository, purché accessibile sempre ai membri del gruppo.

Tra le piattaforme di groupware (o assimilabili) esistenti, eccone alcune che sono a disposizione a costo zero o quasi, lasciando da parte ialcune soluzioni che sebbene siano a costo zero in termini di licenze d’uso (sono open source) hanno un costo di implementazione: devono essere installate (e seguite!) su un proprio server.

Horde


Horde
  è una suite di applicazioni per la collaborazione, completamente gratuita e utilizzabile da browser.
Gli utenti possono condividere e gestire calendari, contatti, attività, note, file e segnalibri utilizzando le componenti standard della suite.
Se si desidera avere anche un sistema di posta elettronica, esiste anche la versione con il supporto webmail.

Disponibile in 41 lingue diverse, si interfaccia anche con altri sistemi di groupware e permette la sincronizzazione dei dati con PDA, tablet e smartphone. Può essere installato su qualsiasi web server che supporti PHP.

Simple Groupware


Simple groupware
, scritto in PHP, offre servizi di email, calendaring, gestione contatti, attività, gestione documenti e progetti.

I dati possono essere sincronizzati con Outlook e smartphone. Utilizza tutti gli standard possibili, come per esempio RSS, iCalendar, vCard, IMAP, POP3, SMTP, CIFS, CSV, WebDAV, LDAP e SyncML.

Un punto di forza interessante è la presenza di un linguaggio di programmazione (sgsML) che permette non solo una rapida personalizzazione della piattaforma, ma anche la creazione di vere e proprie applicazioni.

Simple Groupware è free, rilasciato secondi di termindi di licenza  GNU GPLv2.

Socialcast

socialcast schermata sito

Ci sono invece soluzioni utilizzabili con poco sforzo, poiché sono nate come SAAS, come servizio software disponibile via web.

Sono piattaforme che, fino ad un certo numero di utenti, possono essere utilizzate gratuitamente, come Socialcast di Vmware, il quale permette di creare una comunità di 50 utenti con tutte le funzionalità possibili disponibili.

Socialcast è classificato come Enteprise Social Network, e come tale privilegia la condivisione e interazione tra utenti. Come in altri social network pubblici, è possibile creare gruppi, condividere file, scambiare messaggi, e, attraverso opportune configurazioni o add-on, interagire col mondo esterno: altre comunità socialcast o social come facebook, twitter e Linkedin.

Può essere utilizzato da un browser o anche da smartphone con la app dedicata.

In questa categoria sono presenti anche colossi come Microsoft, che nel 2012 ha acquisito Yammer e Tibco col suo Tibbr: entrambe permettono una prova gratuita che però alla scadenze impone la decisione di abbonarsi.

Basecamp

basecamp demo screen

Con un forte orientamento alla gestione di progetti, con la gestione efficace delle scadenze, ruoli e relazioni relative alle attività da fare si può provare Basecamp, che è gratuito per i primi due mesi: se il progetto ha una scadenza minore, può valere la pena provarlo.

Basecamp può vantare una forte base di utenti e dieci anni di presenza sul mercato, ed è utilizzabile da browser e da app per iOS o Android.

Facebook

Abbiamo lasciato per ultimo la più nota e diffusa piattaforma social: Facebook. Infatti, anche se non è una piattaforma nata con questo scopo, il social network più famoso al mondo è un ottimo strumento di Groupware. Inoltre, ha dei plus non indifferenti:

  • Molto probabilmente le persone che dovranno far parte del gruppo di lavoro hanno già un account;
  • L’interfaccia è nota e non serve formazione, se non per alcuni aspetti specifici;
  • Facebook è facilmente accessibile da qualsiasi dispositivo, praticamente ovunque e in ogni momento.

Le principali funzionalità per un efficace supporto alle attività di un gruppo di lavoro ci sono tutte:

  1. Messaggistica, privata e di gruppo;
  2. Chiamate VOIP;
  3. Condivisione file e risorse all’interno di un gruppo che può essere dedicato e riservato.

La ricerca delle informazioni pubblicate potrebbe essere migliore, ma è presente.
Non c’è nemmeno una vera e propria gestione delle attività, intesa come agenda, ma nulla vieta di usare gli eventi di facebook come “attività” da assegnare agli invitati.

Non è certo la scelta primaria per gruppi di lavoro molto estesi, o con esigenze particolari, specie se relative alla gestione delle scadenze. Può però essere una soluzione di startup, soprattutto per team che non hanno mai adottato strumenti di groupware. Qualcuno potrebbe obiettare sulla sicurezza e riservatezza delle informazioni che sarebbero ospitate: non solo Facebook ne ha accesso ( e le usa per profilare gli utenti) ma potrebbe anche eliminarle dai propri server senza preavviso o si può perderne la possibilità di accedervi.

Per essere davvero sicuri e protetti bisognerebbe usare piattaforme installabili su server propri e con chiavi di cifratura adeguate: ma il costo è decisamente superiore e, forse, una spesa inutile. Se si crea un gruppo di cui si è unici amministratori e il profilo personale venisse bannato o, peggio, hackerato, sarebbe un guaio.

Per prevenire questo rischio, basta nominare un secondo amministratore (fidato!) e fare attenzione alla sicurezza del profilo: scegliere una buona password, non lasciare il profilo sempre aperto in dispositivi facilmente accessibili a terzi sono già buone misure di prevenzione.

Per gruppi di lavoro agili con brevi e intensi scambi di informazione e file, Facebook  possa essere una scelta da valutare come piattaforma, forse un po’ atipica, di groupware.

E voi, amici lettori, cosa ne pensate?