Dogalize, i tuoi amici a quattro zampe diventano social [INTERVISTA]

Dogalize

Tante le novità presenti al Mashable Social Media Day di Milano. Manifestazione tra le più importanti al mondo che celebra la rivoluzione digitale e l’impatto dei social network nel mondo che ci circonda. L’innovazione che più mi ha colpito conosce molto bene la lingua animale. Parliamo di Dogalize, una community interamente dedicata ai nostri amici a quattro zampe.

Attraverso una piattaforma e un’interessante applicazione per iOS e Android, i padroni dei cuccioli di tutto il mondo possono condividere foto, video, esperienze personali ma anche informarsi, leggendo le news sul pianeta a quattro zampe.

Scopriamo di più dalle parole di Sara Colnago, CEO di Business Competence, l’azienda da cui è nata Dogalize: ci regaleranno un breve ma intenso itinerario all’interno di questa nuova realtà.

Come nasce l’idea di questo pet social network?

Dogalize

L’idea di Dogalize è nata proprio due estati fa, quando io e un collega abbiamo avuto un problema con il nostro cane nel bel mezzo del ferragosto: non sapevano a chi rivolgerci per ottenere un parere esperto nell’immediato.
Ci siamo così resi conto che non c’era un vero e proprio servizio di consulto gratuito veterinario online, se non le profezie catastrofiche presenti quando si ricerca un sintomo sulla rete.

Tornati a Milano ci siamo messi subito all’opera. Del resto con le idee, si sa, ‘una tira l’altra’, soprattutto quando ami ciò che fai: dopo appena un anno di vita Dogalize si è ritrovata ad essere la più grande applicazione pet friendly in Italia e in Sud America.

LEGGI ANCHE: L’evoluzione dell’impiego, i 10 lavori del futuro

L’applicazione permette non solo di condividere contenuti, ma anche chat e chiamate. Da chi è composto il team che l’ha realizzata?

Dogalize, i tuoi amici a quattro zampe diventano social [INTERVISTA]

Il team che ha realizzato Dogalize è il gruppo di sviluppatori di Business Competence, che è la società che ha investito nella realizzazione di Dogalize in cui l’app è attualmente incubata.

La particolarità della scelta tecnologica è che, avendo a disposizione le competenze, siamo partiti dallo sviluppo nativo in iOS e Android, per poi passare (una volta stabilizzati i bug e definite tutte le modifiche apportate nel corso del tempo) alla realizzazione della web app, che oggi consente l’utilizzo di Dogalize non solo da tutti gli smartphone e tablet, ma anche da PC.

Diverse sono le realtà animal friendly nate negli ultimi anni. In cosa vi differenziate dai competitor?

Dogalize

È vero, il mondo animal friendly è piuttosto fervido in questo periodo, proprio a conferma di una particolare attenzione verso il tema. Però è anche vero che questo fenomeno si concretizza nella nascita di siti spesso “monocromatici” e a puro scopo informativo. Troppo spesso manca la parola dei principali protagonisti del mondo dog friendly: gli utenti e i loro cani!

Dogalize, invece, nasce proprio con l’intento di mettere insieme l’aspetto informativo sotto vari punti di vista (legale, veterinario, educazionale e giornalistico) con in più il vantaggio di trovare tutti i servizi utili in un’unica piattaforma, il tutto reperibile anche dal proprio cellulare ovunque ci si trovi.

Ma c’è di più: noi abbiamo sì creato un contenitore di informazioni e servizi, ma l’abbiamo fatto tenendo conto di chi c’è dall’altra parte dello schermo, ossia una vera e propria popolazione amante degli animali, che è la nostra community, costituita da utenti che interagiscono tra di loro e con noi, in un circolo virtuoso in cui miriamo a seguire i loro dubbi e le loro necessità per adattare Dogalize ad esse.

Anzi, la community è proprio il cuore di Dogalize! I nostri utenti insieme creano un vero e proprio gruppo amicale che spesso va anche fuori dal virtuale, per programmare bei pic-nic nei parchi delle città italiane o semplici passeggiate a sei zampe.

Ho provato la vostra piattaforma e non ho potuto fare a meno di notare il servizio di telemedicina. Qual è stato il percorso che ha portato a questa scelta?

Dogalize, i tuoi amici a quattro zampe diventano social [INTERVISTA]

La telemedicina è sempre più utilizzata nella vita di tutti i giorni per noi umani, in forma più o meno evidente, ma nessuno aveva mai pensato di rendere questa tecnologia disponibile anche per i nostri amici a quattro zampe.

Come tutte le cose che funzionano, l’idea ci è venuta da una reale esigenza, in un momento in cui avremmo davvero apprezzato l’esistenza di un servizio come quello offerto da Dogalize. Grazie alle nostre competenze tecniche abbiamo potuto realizzare la piattaforma, e grazie alla disponibilità e professionalità dei veterinari del nostro network abbiamo reso possibile il servizio in maniera gratuita.

Devo aggiungere che è un servizio molto apprezzato e utilizzato dagli utenti di Dogalize, soprattutto per quei primi consulti in caso di situazioni di urgenza, prima di correre dal veterinario più vicino, oppure per avere un parere in più o dei semplici consigli per la vita di tutti i giorni con Fido e Micia.

Far decollare una startup non è mai impresa semplice e arrivare all’estero non è certamente da meno. Ci sveli il vostro segreto?

Dogalize

Probabilmente la chiave del nostro successo è da individuare in due fattori: innanzitutto siamo noi stessi i primi utenti e sostenitori di Dogalize, in quanto amanti degli animali, quindi abbiamo corredato l’applicazione con una serie di servizi realmente in linea con le esigenze di chi ha un animale domestico; il secondo aspetto è che non ci siamo fermati a una struttura iniziale ma, a mano a mano che la community ha iniziato a strutturarsi, abbiamo tenuto in grande considerazione i feedback e i suggerimenti che ci arrivano dagli utenti.

Il punto di forza di Dogalize è di avere una community attiva e partecipativa, e questo avviene perché i nostri utenti si sentono coinvolti in prima persona anche nell’evoluzione di Dogalize stessa.

Per quanto riguarda il carattere internazionale, da subito abbiamo pensato di realizzare un’applicazione multilingua, ma la sorpresa è arrivata quando gli stessi utenti ci hanno richiesto di poter tradurre anche i contenuti del nostro piano editoriale!

Devo ammettere però che buona parte dei nostri amici europei e oltre oceano ci ha conosciuti grazie ai premi internazionali che Dogalize ha ricevuto, tra cui Lovie Awards di Londra e i Webby Awards, ossia gli Oscar di Internet che si sono tenuti a New York lo scorso maggio.

Continuous Liquid Interface Production, la tecnologia che rivoluziona la stampa 3D

Chi è stato bambino negli anni ’80 ha vissuto con grande entusiasmo e interesse l’evoluzione tecnologica che ha caratterizzato gli ultimi tre decenni, grazie anche al cinema ed ai suoi effetti speciali, conservando, crescendo, la capacità infantile di lasciarsi prendere dallo stupore di fronte alle novità.

Per anni abbiamo atteso l’avvento delle stampanti 3D, convinti che un giorno avremmo potuto produrre oggetti e, perché no, alimenti, semplicemente schiacciando un bottone, e bisogna dire di sforzi il settore ne ha fatti davvero tanti.

Dai primi problemi legati alla tossicità dei materiali utilizzati, ai costi esorbitanti del singolo dispositivo, fino alla diffusione commerciale delle stampanti 3D di nuova generazione di passi ne sono stati fatti moltissimi, e la cosa più interessante delle tecnologie è che sono come un organismo vivente, hanno la necessità di evolversi per non estinguersi.

Dal fischietto alla “Continuous Liquid Interface Production”

Se hai seguito gli sviluppi della Stampa 3D sicuramente ti ricorderai dei primi video dimostrativi, nei quali si mostrava la produzione, partendo da un software di progettazione tridimensionale, di oggetti di piccole dimensioni, come il famoso fischietto. Il funzionamento era molto semplice: la stampante utilizzava delle “cartucce” composte da fogli di plastica che, con il calore, si scioglievano fino ad assumere le fattezze dell’oggetto progettato.

Con il passare degli anni si è passati dal fischietto alla produzione di elettrodomestici, tablet, e addirittura protesi mediche e tessuti biologici, a dimostrazione di quello che dicevamo poc’anzi, ovvero che una tecnologia che si arresta non è altro che una moda passeggera.
Il limite evidente delle stampanti 3D finora prodotte e concepite, però, è sempre stato legato alla fragilità degli oggetti prodotti ed alla scelta dei materiali, troppo limitata.

Queste considerazioni hanno spinto gli scienziati Joseph M. DeSimone, Alexander Ermoshkin, Nikita Ermoshkin, e Edward T. Samulski a lavorare senza sosta per sviluppare una nuova tecnica di stampa 3D, con l’obiettivo di velocizzare i tempi di produzione degli oggetti e renderli più flessibili ed elastici. Gli studi condotti dal tema di DeSimone hanno portato all’invenzione della tecnologia “Continuous Liquid Interface Production”, altrimenti nota con l’acronimo CLIP.

In cosa consiste? Si parte da una resina liquida immersa in una vaschetta che, colpita dal fascio di una luce ultravioletta, si solidifica assumendo le forme previste dal progetto iniziale. Diversamente da quello che accade con le stampanti 3D tradizionali, che producono oggetti sovrapponendo strati di materiale che poi viene modellato, la tecnologia CLIP prevede la produzione di un oggetto tramite un processo di stampa continuo, che consente di ridurre di quasi cento volte i tempi di realizzazione del prodotto finale.

Ricordi quello che abbiamo detto all’inizio di questo articolo? Che i film di fantascienza hanno giocato un ruolo predominante nell’immaginazione e nell’approccio alla scienza e alla tecnologia dei giovani cresciuti negli ultimi decenni del ‘900? Bene, è esattamente quello che è successo anche a Joseph M. DeSimone, lo scienziato a capo del progetto, che ha avuto l’idea del processo di produzione liquida continua guardando Terminator 2, film cult del 1992.

CLIP è stato presentato in anteprima sulla rivista scientifica Science il 16 marzo del 2015, per poi illustrarne il funzionamento pubblicamente durante un intervento al TED2015.

Ti consiglio di guardare il video integrale, dura solo 10 minuti.

Spotify: con happn il dating diventa musicale

Spotify il 19 giugno ha annunciato la sua nuova partnership con la dating app happn, applicazione che attraverso l’iperlocalizzazione trova le persone che si sono incrociate per strada, con una precisione di 250 metri.

Spotify sarà integrato a ciascun account di happn e ogni utente avrà la possibilità di integrare al suo profilo le sue playlist preferite e condividere le canzoni attraverso il sistema di messaggistica istantanea.

La musica condivisa potrà essere ascoltata anche dagli utenti che non possiedono Spotify, anche se per una durata limitata di trenta secondi, mentre gli utenti premium potranno ascoltare i brani integralmente.

Questa nuova partnership consentirà di arricchire l’esperienza social degli utenti di happn, più di 4 milioni, permettendo loro di conoscersi meglio attraverso le tracce e le playlist di Spotify.

Ciò che ha spinto quest’unione non è stata solo la possibilità di consentire agli utenti la condivisione dei loro interessi musicali, ma le emozioni che le canzoni possono trasmettere, aiutando gli user ad avvicinarsi l’uno all’altro.

Il potere comunicativo della musica è stato riconosciuto anche da Didier Rappaport, co-fondatore e CEO di happn, che ha dichiarato: “Crediamo che questa nuova partnership possa offrire ai nostri utenti un’esperienza unica, che permetta davvero loro di mostrare chi sono in modo più coinvolgente, al di là di semplici parole e foto. La possibilità, che nessun altro offre al momento, di inviare e ascoltare musica consentirà di conoscersi in modo più personale.”

Questa è la prima volta che un sistema di musica streaming si unisce ad una dating app, riusciranno insieme a far sbocciare nuovi amori?

Quali sono i 10 lavori del futuro?

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

L’innovazione, per definizione, non aspetta nessuno. Quella tecnologica ancor meno: di lavoratori c’è sempre meno bisogno. Negli ultimi due secoli è toccato prima all’agricoltura e poi all’industria ed ora è il turno del terziario: i lavori del futuro soppianteranno gli impieghi del presente e modificheranno radicalmente le figure professionali.

Graeme Codrington, futurista del Tomorrow Today Global ci avverte che “quasi il 25% degli impiegati a tempo pieno lavorerà ‘su richiesta’”. La “on-demand economy” al giorno d’oggi è già ampiamente diffusa nei settori creativi, come ben sanno i freelancer.

Il personal branding sarà solo il primo passo per i professionisti del futuro, che dovranno imparare a gestire orari flessibili, impegni eterogenei e una formazione continua, che deve necessariamente integrarsi con gli interessi e la vita privata.

Quali novità verranno introdotte nei prossimi dieci anni? Ecco una visione dei lavori del futuro.

LEGGI ANCHE: Tecnologia e lavoro, come sarà il nostro futuro

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

Professional triber

La nascita di questa figura è la diretta conseguenza di quanto esposto sopra. Con il proliferare di freelancer e figure equivalenti, sarà necessario un professionista specializzato nel rendere coesi ed efficienti team creati per progetti molto specifici. Joe Tankersley, futurista e designer per Unique Visions, afferma che il professional triber racchiude “il modello di Hollywood, sparpagliato per il mercato del lavoro”.

Freelance professor

Anche i professori rientreranno nella categoria dei lavoratori indipendenti. Tankersley la reputa una conseguenza naturale della crescita esponenziale dei corsi online e delle qualifiche alternative. Resta da scoprire quanto i futuri accademici saranno in grado di parlare ad una webcam invece che ad una platea di studenti in carne e ossa.

Urban farmer

Siamo sempre più consapevoli, o crediamo di esserlo. In ogni caso, la sensibilità verso i temi ambientali è sempre più forte. Se un effettivo ritorno alla natura per molti sarebbe una soluzione troppo onerosa, una via di mezzo è offerta dall’agricoltura urbana. Tankersly pensa che “sarà una piccola ma significativa parte della catena alimentare del futuro”.

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

End-of-life planner

L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2025 il 63% dell’umanità avrà più di 65 anni e molta più libertà di scelta. Saremo probabilmente noi a prendere le redini del nostro trapasso, e lo faremo con l’aiuto di esperti specializzati: edificazione di monumenti commemorativi, funerali sfarzosi e guide all’eutanasia sono alcune delle possibilità di business.

Remote health care specialist

Di contro, l’aspettativa di vita aumenta ogni giorno che passa e questo grazie anche ai dispositivi di monitoraggio della salute, sempre più diffusi. Codrington ritiene che in questo modo i medici avranno più tempo da dedicare ai casi urgenti. Molte aziende stanno già cavalcando quest’onda, prima fra tutte Apple.

Neuro-implant Technician

Per la gioia di tutti gli appassionati di fantascienza, da “I Robot” a “Ghost in the Shell”, gli impianti neurali saranno presto una realtà. Codrington osserva che “la nostra conoscenza del cervello si sta sviluppando più velocemente di ogni altro campo scientifico” e per questo a breve diverranno necessarie figure professionali specializzate, come “neurochirurghi, ingegneri per il backup del cervello, ingegneri neuro-robotici”.

Senior carer

Le conseguenze dell’innalzamento dell’età media non sono finite: una notevole forza lavoro verrà impiegata nell’assistenza degli anziani. Parliamo di persone di mezza età, giunte ad un punto morto della loro carriera lavorativa, che potranno riqualificarsi per assistere gli anziani non solo fisicamente, ma anche psicologicamente.

10 lavori del futuro: come potrebbe cambiare il mercato nel 2025

Smart-home Handyperson

Uscendo dalle questioni sanitarie, analizziamo una realtà ben radicata: l’Internet of Things. Già oggi inizia a diffondersi la necessità di tecnici che sappiano installare e configurare questi apparecchi, per cui, secondo Codrington, “ci sarà abbondanza di lavoro per chi sarà in grado di portare i vari aspetti dell’Internet delle Cose nelle nostre case”.

Virtual reality experience designer

Rimanendo in questo campo, uno degli aspetti più chiacchierati è l’uso della realtà virtuale per il lavoro e per il divertimento: chi non ha mai fantasticato di andare al lavoro semplicemente eseguendo un login o di buttare la propria console per provare un’esperienza di gioco più immersiva? Sarà compito dei designer creare delle esperienze virtuali che possano tenere il passo con quelle reali, ma ci sarà bisogno anche di direttori, attori e sviluppatori, come per un film.

Sex worker coach

A proposito di svago: John Danaher, docente presso la NUI Galway’s School of Law, pensa che il mestiere più vecchio del mondo continuerà la sua storia anche nel futuro. Questo perché se i robot ci soppianteranno in termini di efficienza sul lavoro, non riusciranno a farlo in ambiti dove la relazione tra esseri umani è di primaria importanza. La minaccia della disoccupazione tecnologica porterà ad una progressiva legalizzazione del mercato del sesso, per cui “aumenterà il mercato per le persone che sapranno insegnare agli umani ad essere degli efficaci lavoratori del sesso”.

 

Articolo liberamente ispirato a “The top jobs in 10 years might not be what you expect”, di Michael Grothaus, in lingua inglese, disponibile qui.

Ecco l'uomo che metterà alla prova i partecipanti dello Startup Pitch Lab con uno Stress Test

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Crescere aiutando le startup a crescere: l'esperienza di Antonio Prigiobbo [INTERVISTA]

antonio prigiobbo

Innovation designer, autore, startup lover. Antonio Prigiobbo, noto in rete come Killermedia, è una delle figure italiane più presenti quando si parla di startup e innovazione. Allo Startup Pitch Lab avrà il compito di mettere alla prova capacità di improvvisazione ed adattamento dei partecipanti con lo Stress Test.

Creare una startup è un po’ come mettere un semino nel terreno e curarlo giorno dopo giorno, proteggerlo e annaffiarlo con costanza. Aiutare altri a coltivare il loro è un impegno ancora più grande. Da dove nasce questa passione?

In un tutte le attività che ho svolto il fine è sempre stato crescere facendo crescere gli altri. Infatti, un lavoro che ha significato molto per me è stato il progetto Chance (maestri di strada), destinato ai ragazzi drop out dei Quartieri Spagnoli, nel cuore di Napoli.

Gli Startupper hanno in comune con i drop out il fatto di essere “fuori” da un sistema produttivo in crisi. Sono ragazzi e ragazze da guidare in un ecosistema che insieme dobbiamo costruire, facendo comprendere ad investitori e alle imprese tradizionali che, solo dandogli opportunità, mettendoli alla prova, sarà possibile sviluppare nuovi prodotti, servizi e, dunque, nuova occupazione e nuovi mercati.

startup

Che significa per te essere un Innovation designer? Non basta dire che sei un innovatore per definire la tua professionalità?

Ognuno deve essere innovatore per far progredire il proprio lavoro e il mio lavoro è fare design dell’innovazione: leggere ed interpretare i segnali deboli affinché divengano idee forti. Dalle idee forti possono nascere imprese resistenti e resilienti. Pronte ad affrontare le sfide di un mondo globalizzato, dove anche se sei di Arzano puoi destare l’interesse di un investitore di San Francisco, della Cina o del Brasile.

In sostanza, sono autore e produttore di servizi e format il cui fine è creare connessioni tra persone diverse con i loro differenti bagagli di esperienze e visioni. VulcanicaMente, CampaniaStartUp e NAStartUp sono format capaci di far nascere ed aggregare una community.

Con i Ninja, poi, abbiamo realizzato le tre edizioni del La Battaglia delle idee. La prima edizione è stata a Napoli nel 2012; al tempo collaboravo con l’amministrazione comunale e con Mirko e Adele pensammo che sarebbe stato significativo occupare Castel Dell’Ovo con un evento che avesse per protagonisti tanti ragazzi con tante idee d’impresa, pronti a sfidarsi a ritmo di rap. Suoni metropolitani dentro la più antica piazzaforte della città. Una bella storia fatta insieme al grande Funky Professor, Marco Zamperini, che, purtroppo, ci ha lasciati troppo presto: prima di vedere crescere con il nostro lavoro, qui al Sud, l’ecosistema delle StartUp innovative.

corso startup

Come metterai alla prova i partecipanti dello Startup Pitch Lab?

Chi mi conosce sa che la mia specialità è inventare stress test. Lavorare per 20 anni a Napoli e  questi tempi mi ha addestrato agli imprevisti, al caos (non sempre creativo), alle complicate dinamiche relazionali. Gli stress test sono una palestra nella palestra dello StartUp Pich Lab. Ma di più non posso e non voglio svelare. L’effetto sorpresa fa parte del gioco.

Loghi di brand in chiave minimal: tornano i cerchi di Nick Barclay

Loghi di brand in chiave minimal

Il minimalismo estremo, la sintesi delle forme, l’essenza dei colori primari: dopo le locandine dei film e i più celebri cocktail adesso tocca ai brand passare per lo scanner geometrico che tanto ha reso celebre Nick Barclay e i suoi “cerchi”.

Il progetto dell’art director inglese si traveste ancora una volta di enigma nella sua nuova serie di poster minimali ispirati ai loghi dei brand più famosi al mondo: Line Logos.

Loghi di brand in chiave minimal

In che misura i marchi sono radicati nella nostra psiche? Fino a che punto potremmo riconoscerli dopo un processo di estrema semplificazione che ne riduca i connotati a semplici cerchi e rettangoli?

La risposta è evidente ed è proprio qui, sotto i tuoi occhi: ecco i loghi dei brand in chiave minimal di Nick Barclay!

Vogliamo divertirci un po’ e testare la vostra conoscenza: provate a capire di che brand si tratta e poi, per verificare, evidenziate con il mouse il testo bianco (quindi invisibile!) che abbiamo posto sotto ad ogni immagine. Non preoccupatevi, per un Ninja sono facili da indovinare 😉

Pronti? Via!

1

Loghi di brand in chiave minimal

McDonald’s

2

Loghi di brand in chiave minimal

Coca Cola

3

Pepsi

4

Google

5

Red Bull

6

IBM

7

Apple

8

Starbucks

8

Nike

9

Burger King

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Nell’universo digitale produrre del contenuto di qualità non è sufficiente affinché abbia la visibilità necessaria. Comprendere dinamiche, tecniche e principi che regolano il successo di una pagina, un post o una campagna digitale diventa quindi una conditio sine qua non per tutti coloro i quali fanno del digital marketing il proprio campo di battaglia.

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BE NINJA.

MailUp: email marketing per il settore food

Dì la verità, solo nell’ultima settimana – nonostante l’estate – quante immagini di cibo sono state condivise dai tuoi contatti e ti sono comparse nella timeline dei tuoi social?! Di sicuro qualcuna sì.

Ciò perchè,  il cibo negli ultimi tempi, ha acquisito un valore comunicativo molto forte che va al di là dell’aspetto di commensalità di cui è costituito un pasto ma riveste anche un ruolo d’immagine forte, si comincia a mangiare con gli occhi! Ma c’è anche da dire che il settore food sta rapidamente conoscendo un’importante espansione in ambito digitale. Il food infatti è uno dei settori più in crescita degli ultimi anni (+17%) secondo i dati diffusi nella scorsa edizione di Ecommerce Forum di Milano.

In occasione del proprio Workshop, nella cornice del Festival del Web Marketing di Rimini MailUp lancia il primo di una serie di Whitepaper, che raccoglie i dati relativi ai numeri del settore food e le potenzialità dell’email marketing a livello strategico, per questo tipo di settore. Lo scopo è mettere in rilievo lo stato dell’arte di questo mercato, i bisogni e le esigenze emergenti, approfondendone le soluzioni.

Settore Food: quadro strategico delle attività

Spostandosi da sinistra verso destra, si trovano le azioni tattiche più innovative. Dal basso verso l’altro, il focus delle attività passa dal prodotto da promuovere ai valori da comunicare

È proprio Iris Giavazzi, responsabile comunicazione MailUp e coautore del Whitepaper a spiegare:

L’antico rito di sedersi a tavola conosce oggi nuovi modi che includono l’attitudine social di fotografare e condividere scoperte culinarie accomunate dall’hashtag #foodporn, la lettura attenta di recensioni per cene e pranzi senza incognite, l’acquisto online di prodotti di nicchia fino all’adorazione di chef star, nuove divinità mediatiche che formano i saperi (e i sapori) degli adepti-follower.

Oggi per le aziende è indispensabile non solo comprendere che cosa influenza la decisione di acquisto di target vecchi e nuovissimi, ma anche scoprire come avviare e tenere viva con questi una conversazione efficace e rilevante. I brand devono imparare a vendere non solo un prodotto ma un’intera esperienza culinaria che promuova valori, visioni ed emozioni.

Dall’how-to al know-how

MailUp parte dal food quindi, spostando la sua attenzione non più sull’how to come lo erano i precedenti ebook, ma sul know how realizzando questo whitepaper dal titolo ad opera di Simone Tornabene, Iris Giavazzi e Alberto Arossa. I temi affrontati sono:

  • Dal mercato (italiano) all’ecommerce globale
  • Contenuti editoriali e coinvolgimento
  • La cena come evento social
  • Coupon e social economy
  • Slow Food e MailUp

Che aspetti? Scarica gratuitamente il Whitepaper: Email marketing nel settore food e comincia la tua esperienza!

Coca-Cola: il brand più noto al mondo in 7 mosse

Lo sapevi che ogni giorno 1,9 miliardi di persone bevono una Coca-Cola? Il minimo sindacale per un logo rosso e bianco riconosciuto dal 94% degli abitanti del pianeta, non trovi?
Ma basta fare una buona bevanda per avere un successo planetario? Ovviamente no. Fortuna? Nemmeno quella.

Che siano forse state sette strepitose strategie di design e marketing? Secondo David Butler potrebbe essere così. Scopriamone i segreti

1. Un’unica ricetta testata sul campo

John Pemberton sviluppa una cola con alcol e cocaina, come epoca richiedeva. Peccato che nel 1886 Atlanta approva leggi proibizioniste e quindi ciao ciao alcol dalle bevande.

Così Pemberton spedisce suo nipote Lewis Newman in una farmacia, dove le persone si fermavano a bere queste prime versioni di soda. Entro la fine dell’anno, Pemberton ha una ricetta su misura per i gusti dei clienti.  Oggi custodita e sorvegliata costantemente ad Atlanta, in Georgia.

Via l’alcol e dopo via anche la cocaina, rimossa nel 1903. La ricetta è rimasta invariata da allora. Questo ha permesso alla Coca-Cola di non perdere tempo nel cercare di adattare il gusto ai mercati regionali in tutto il mondo.

2. Un font senza tempo

Lo Spencerian script. Scelto per differenziarsi dai competitors di allora, il logo è stato standardizzato nel 1923. Mentre le confezioni si adattavano ai tempi, il logo invece è rimasto invariato.
Avere ben cento anni per imprimere un logo fedele a se stesso nella mente dei clienti non è affatto male.

3. La bottiglia? Rigorosamente proprietaria


LEGGI ANCHE: Packaging: perché piccolo è meglio

Come differenziarsi dai concorrenti? Ma ovvio, lanciando un contest per progettare una bottiglia diversa da tutte le altre. E siamo nel 1915.
La Root Glass Company in Indiana decide di accettare le sfida, e cercando “coca” nel dizionario (eh no, niente Google ai tempi) trovano “cocoa” (il frutto del cacao), che ben poco centra con la coca, ma la strana forma del frutto è curiosa e ispira così la forma della nuova bottiglia. Da allora la bottiglia unica di Coca-Cola è diventata una icona, è lo è ancora oggi nonostante le bottiglie siano per la maggior parte diventate di plastica.

4. Non a una temperatura qualunque, rivenditori avvertiti

Il team Coca-Cola decide che la sua bevanda va servita a 36 gradi fahrenheit (circa 2,2 gradi celsius). Così i venditori vanno dai distributori e li istruiscono su questa condizione: mai sopra i 40 gradi fahrenheit. Sciocco? Può sembrare. Ma rende il brand Coca-Cola un marchio di qualità date le attenzioni che il prodotto richiede.

5. Prezzo fisso giusto per settant’anni

Che ci crediate o no, dal 1886 al 1959 una bottiglia di Coca-Cola è sempre e solo costata 5 centesimi.

6. Pionieri del brand

Secondo Butler, Coca-Cola è stata pioniera nel pubblicizzare il brand slegato dal prodotto, fornendo ai suoi rivenditori: poster, festoni, orologi e calendari per i clienti. Inoltre è stata fatta una massiccia campagna di distribuzione di coupon, per ben 33 anni, al fine di rendere conosciuto il marchio.

7. Un modello di franchising

“La Coca-Cola non è una azienda gigante, è un sistema di piccole aziende”, ci dice Butler.
Infatti nel 1899 Coca-Cola cede i diritti di imbottigliamento della sua bevanda per solo un dollaro, così in poco tempo molte aziende iniziano a imbottigliare, e quindi diffondere, Coca-Cola.

Questo ha permesso, invece di avere una sola enorme macchina di produzione del prodotto, di avere tante imprese indipendenti, aumentando in pochissimo tempo la produzione della bevanda.
Questo è stato l’inizio di ciò che ora è noto come il Coca-Cola System.

Che dire, che piaccia o non piaccia la bevanda più conosciuta al mondo, è indubbio che nell’arco del tempo le trovate geniali della bottiglia a forma di cacao siano state assolutamente azzeccate.
Tu cosa ne pensi?

Donald Trump presidente degli Stati Uniti: i social media impazziscono

Donald Trump

L’annuncio è uno di quelli clamorosi, che nessun media può esimersi dal coprire: Donald Trump scende in campo per le presidenziali americane, bollando Obama come una “Cheerleader”  e sfidando ufficialmente tutta la scuderia dei candidati repubblicani alla nomination 2016. L’hashtag ufficiale, #MakeAmericaGreatAgain, fa leva sul sogno di tanti americani di vedere il proprio paese tornare ai fasti di un tempo, dopo la discussa era-Obama. Il sentiment intorno all’hashtag, è in larga parte positivo:

 

Il giorno dell’annuncio ufficiale, affidato a instagram e Twitter, i social media sono letteralmente impazziti. Su Facebook 3,4 milioni di persone hanno condiviso per ben 6,4 milioni di volte la notizia, dati che fanno balzare Trump in vetta alla Social-Hit Parade dei candidati alla Casa Bianca, dopo Hillary Clinton (10,1 milioni di condivisioni).

 

A Jeb Bush per far meglio non è bastato un grande speech e una campagna elettorale che inizia con un’immagine fresca e rinnovata, a partire dal cognome di famiglia che scompare dai cartelloni, dove campeggia solo “Jeb!“. Per lui “solo” 850 mila messaggi su Facebook.

Ted Cruz, il candidato in quota Tea Party, raccoglie 5,5 milioni di citazioni da oltre 2 milioni di utenti. Poco sopra quota 1 milione di post, si attesta invece il Sen. Marco Rubio, volto fresco e telegenico della nuova generazione di candidati “latinos”, che paga tuttavia il recente calo di consensi dovuto alle sue posizioni troppo morbide in materia di immigrazione.

Del resto si sa: Trump è una Tweet Star (può vantare oltre 3 milioni di follower) e le sue opinioni (su politica, sport, società, cultura pop etc..) sono sempre seguitissime. Basterà al vecchio Donald il fatto di essere una celebrità per avere reali chance nel 2016? Se lo sono chiesti anche gli utenti di Google, le cui domande più ricorrenti dopo l’annuncio sono state: “Donald Trump è repubblicano?” e subito dopo “Quanti anni ha Donald Trump?”.

 

Ce lo siamo chiesto anche noi e abbiamo sentito il parere autorevole di Alessandro Tapparini (opinionista per America24, Sky TG24, The Post, Il Foglio, Libero e co-conduttore e co-autore di “Country Nation” su Radio Popolare Verona), che ci ha risposto così:

«La sua parte di “buzz” Donald Trump l’aveva creata anche nelle presidenziali del 2012, sfidando il Presidente Obama a rendere pubblico il proprio certificato di nascita, e poi paventando, anche allora, una propria candidatura presidenziale poi mai concretizzata. Non pago, aveva tenuto nella “sua” New York una serie di surreali  “consultazioni” con ciascuno dei candidati repubblicani reali o anche solo potenziali (memorabile il suo summit in pizzeria con Sarah Palin), per poi finalmente sciogliere la riserva dando il suo sostegno ufficiale proprio a quel candidato contro cui si era inizialmente dichiarato disposto a candidarsi egli stesso: Mitt Romney. Come è andata a finire poi, lo sappiamo bene!»

Nonostante l’effetto esplosivo sui social, la realtà sarebbe dunque ben diversa per il magnate americano, la cui distanza dai gusti dall’elettorato conservatore rimane il principale gap da colmare: un sondaggio post-annuncio della Monmouth University dà un impetoso 18% di favorevoli alla sua discesa in campo contro il 57% di elettori nettamente contrari. Ad oggi la percentuale più bassa di ogni candidato alle primarie del GOP.

ABC News