Startup: per cominciare serve l'aiuto di mamma e papà? [INTERVISTA]

 

Le startup sono un’impresa, e si sa, lanciarsi in un’avventura imprenditoriale in Italia non propriamente è un gioco da ragazzi.

Eppure i media nazionali alternano il catastrofismo alle storie di epici successi di startup innovative. Ma come è possibile che un giovane riesca a costruire un’azienda nel Belpaese con una burocrazia soffocante, il Made in Italy mortificato (vedi battaglia a Bruxelles sull’etichettatura obbligatoria) e una tassazione così esosa?

Un recente editoriale di Dario D’Elia, direttore di “Tom’s Hardware”, cita un’indagine dell’Università di Bologna e ASTER (il consorzio della Regione Emilia Romagna per l’innovazione e la ricerca industriale) svelando l’arcano: 9 startup italiane su 10 sono finanziate dai soldi di mamma e papà. Tra le voci autorevoli a sostegno dello studio di D’Elia arriva anche quella del presidente nazionale di Confartigianato Giorgio Merletti, che denuncia la situazione in un recente tweet.

Abbiamo parlato di questo tema (e di molto altro) con Benedetta Gueresi, 40enne mantovana fondatrice di “Gueresi Financing” (con sede a Firenze e Mantova), consulente in progettazione finanziaria e in investimenti d’impresa per attività di sviluppo e internazionalizzazione, progettista in ambito di fondi europeo e mediatore creditizio. Benedetta ha svolto anche numerose attività didattiche per conto di Ecipar Rimini, Federazione Banche Credito Cooperativo di Milano, Assindustria Siena, Nuovo Cescot Bologna, Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” etc.

Ciao Benedetta, partiamo forte: cosa ne pensi di questa indagine che ci dice che 9 startup su 10 cominciano solo grazie ai soldi di mamma e papà?

Diciamo che la mia esperienza parla di una realtà molto particolare (finanza agevolata) che in buona parte suffraga quanto sostenuto dall’indagine da te citata. Innanzitutto capiamoci subito su una cosa: quando cerchiamo liquidità per fare impresa la banca non è il soggetto tutor che ci instraderà, tenterà anzi di dissuaderci. Anche se nel 70% dei casi dalla banca non si potrà prescindere, indirettamente o come appoggio, tuttavia si dovranno/potranno utilizzare tutta una serie di misure finanziarie – purtroppo non conosciute o conosciute male – che, se ben gestite e miscelate tra loro, aiuteranno notevolmente a bypassare il problema del mancato appoggio bancarioalleggerendo così anche l’apporto di “mamma e papà”. Dal mio punto di vista, i fattori frenanti per l’accesso al credito delle startup, sono principalmente 3:

1) Mancata Progettazione Finanziaria: gap derivante da scarsa professionalità di consulenti-coaches, soprattutto pubblici; dalla complessità nel “reperire”, “capire”, e “sfruttare” informazioni utili per accedere a tutta una serie di misure agevolative di fundraising; dall’eccessiva burocratizzazione del sistema, che stronca sul nascere sia la ricerca che lo sfruttamento dei fondi.

2) Business Idea deficitaria: se è vero che il sistema finanziario poco appoggia le nuove aziende è anche vero che prima di lamentarsi del mancato appoggio di un soggetto finanziatore (sia esso banca, stato, UE, o venture capitalist) bisognerebbe farsi delle domande serie circa la bontà del proprio progetto, prima tra tutte: “Se fossi una terza persona e leggessi il mio progetto, mi colpirebbe e ci crederei?”

3) Sistema bancario distorto: L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo (ci batte anche il Belize!) in cui le banche finanziano solo il certo e non hanno interesse a scuotere il sistema finanziando un progetto sulla base di una business idea supportata da un business plan potenzialmente vincente. Per le banche italiane viene prima il profitto garantito e poi, eventualmente, il rischio calcolato. Ecco perché il trend di oggi ci indica che le aziende finanziate, nonostante grandi proclami dei politici di turno, sono solo le PMI già stabili sul mercato (quindi mature), prevalentemente operanti in settori tradizionali e con cash flow convincente per le banche.

A che punto è il mito dei giovani che dal nulla fanno impresa (e magari anche i soldi)?

Credo poco ai miracoli finanziari. La categoria “giovani imprenditori” in realtà maschera una generazione di 30-45 enni che tenta di uscire dall’empasse di una vita fatta di precarietà ed insoddisfazione (magari dopo anni di studio ed esperienze lavorative non qualificanti) cercando un’identità lavorativa nuova e gratificante. Difficilmente ho incontrato sul mio percorso lavorativo nuove imprese giovani costituite da titolari al di sotto dei 30 anni che d’emblée partissero con idee chiare, capacità gestionale e know how all’altezza del mercato.

Secondo aspetto: difficilmente o raramente si diventa “ricchi” se si parte dal nulla, a meno che non si sviluppino progetti altamente innovativi, fuoriusciti, per esempio, da spin-off universitari (casi rari); o incubatori d’impresa pubblico-privati; oppure a meno che non si sviluppino rami aziendali direttamente collegati ad aziende famigliari, preesistenti da tempo, e da cui “succhiare” linfa finanziaria e fette di mercato che garantiscono crescite al di sopra della media. Il mito “giovane”, “sconosciuto”, “talentuoso e velocemente ricco” poco si sposa con la realtà.

Donne e startup: da donna, cosa ne pensi del proliferare di bandi e finanziamenti in rosa?

Come sai non credo nella ghettizzazione delle donne e sono per la meritocrazia a tutti i livelli e per tutti: se vali devi avere una possibilità, a prescindere che tu sia donna o uomo. Non avrei mai approvato le quote rose, figuriamoci i bandi in rosa. E poi, parliamoci chiaro: che cosa significa “imprenditoria femminile”? Cosa denota rispetto ad “un’imprenditoria maschile”? Dopo tanti anni non l’ho ancora capito. A mio parere con il pullulare dei bandi in rosa si è creata una distorsione di mercato tale per cui da un lato tali bandi si sono rivelati – anche a causa della loro stessa strutturazione tecnica (parametri, punteggi valutativi ecc) – fautori di centri estetici, saloni di bellezza, aziende di pulizie, negozi d’abbigliamento, bar (quindi più un incentivo alla tradizione che non un incentivo verso l’innalzamento del livello imprenditoriale femminile) e dall’altro sono divenuti spesso un mezzo “maschile” per la realizzazione di nuove attività imprenditoriali. Mi è capitato direttamente di vedere aziende nelle cui compagini societarie figurano, come titolari aziendali (spesso senza averne competenza) mogli, madri, cugine amiche, nonne ma poi effettivamente chi opera è “il maschio” di famiglia.

Startup innovative, web e comunicazione: sarebbero quasi il 30% del totale. Secondo la tua esperienza, qual è l’identikit di chi le crea.

Per lo più sono costituite da ragazzi tra i 30 e i 35 anni massimo, al 50% laureati in materie scientifiche (ingegneria, informatica e marketing), e al 50% diplomati presso istituti tecnici, provenienti da precedenti esperienze lavorative (spesso poco edificanti) ma nei settore d’interesse. Tutti loro difficilmente alle prime armi o freschi di studi. Purtroppo sono poco inclini alla brevettazione e alla tutela intellettuale del proprio lavoro (marchi registrati), probabilmente anche per la difficoltà del processo stesso di brevettazione.

Puoi farci un esempio del ciclo di vita di aziende “giovani” per cui hai lavorato su bandi e finanziamenti. Come nascono, come crescono e come (e se) finiscono.

Tra le aziende seguite e che seguo tutt’ora esempio che mi piace citare è “Tecom Energie Srl“, micro-impresa localizzata a Mantova, costituita nel 2010 da Lorenzo Sacchi, architetto oggi 31enne, specializzato nella ristrutturazione di edifici storici con la passione per l’efficienza energetica. Tecom nasce come successione naturale alla precedente azienda di famiglia (operante collegato ma differente) ed inizia ad operare nell’ambito dell’efficienza energetica. La prima fase di startup (primo anno) è stata autofinanziata; io sono entrata in azienda nel luglio 2011 quando era necessario reperire risorse per sviluppare nuovi prodotti e servizi, assumere personale, potenziare la struttura aziendale in termini di tutela proprietà industriale. Alla fine del 2011 abbiamo richiesto ed ottenuto un finanziamento a valere su fondo Firm Fesr – Regione Lombardia, per la prototipazione di un nuovo sistema di pilotaggio luci led. Nel Maggio 2012 abbiamo richiesto ed ottenuto un voucher a fondo perduto per assunzione a tempo indeterminato di un giovane tecnico e, nel medesimo anno, abbiamo richiesto ed ottenuto un finanziamento nazionale a fondo perduto per il deposito del marchio europeo. Oggi, al 4° anno di operatività, l’azienda funziona bene, investe, ha assunto altro personale e prevedo lunga vita, soprattutto per il coraggio che ha di investire. La moria di startup spesso avviene al secondo/terzo anno quando viene meno la capacità gestionale: spesso non si ha il polso del mercato, non se ne capisce l’andamento e si ha scarsa flessibilità rispetto alle sue richieste.

Startup in Italia: la nuova impresa è destinata a rimanere un argomento da convegno?

Per mia natura sono sempre molto realista e oggettiva, ma non distruttiva. Credo nelle nuove aziende, ma non credo nell’approssimazione e soprattutto non credo che tutti possano fare impresa. Sarà possibile incentivare la nascita fluida di nuove imprese, sfruttando appieno anche la potenzialità di finanziamenti pubblici e soggetti finanziatori terzi, solo quando ci saranno delle precise condizioni: da un lato quando il Sistema-Italia sarà sburocratizzato e reso finalmente snello, libero dalle influenze forti di lobbies finanziarie e produttive, che troppo spesso incidono anche sulla programmazione finanziaria delle risorse pubbliche e, dall’altro lato, quando chi vuole fare impresa sarà effettivamente pronto e preparato per assumersi tale responsabilità. Qui entra in gioco la scuola, a tutti i livelli: insegnare ai giovani italiani la responsabilità, dovrà essere la principale sfida formativa del futuro.

Lo slogan del secolo pronto per il reboot: De Beers (ri)lancia "un diamante è per sempre"

Era il 1947 quando la coprywriter Frances Gerety, dell’agenzia pubblicitaria N. W. Ayer & Son, partorì uno degli slogan pubblicitari di maggior successo nel mondo dell’advertising.

Aveva un cliente di quelli difficili da accontentare, la De Beers, un colosso dell’oreficeria che voleva lanciarsi sul mercato delle gemme e pietre preziose con un messaggio evocativo ma allo stesso tempo saldo, che identificasse al meglio il concetto d’amore e di matrimonio per le famiglie americane.

Frances al termine di un lungo processo creativo propose ai suoi committenti il seguente testo da associare alle future campagne De Beers: un diamante è per sempre.

Il messaggio era (ed è ancora) di una chiarezza disarmante, perfetto, sintetico e si adattava come un guanto alle esigenze richieste.

Un diamante è per sempre v2.0: la campagna 2015

Quello slogan viaggia per le settanta primavere a passo spedito, negli anni è diventato parte integrante delle campagne pubblicitarie della De Beers con tale forza ed iconicità da meritarsi il titolo di “slogan del secolo” dalla rivista Ad Age nel 1999 e, stando alle dichiarazioni dei grandi capi della Forevermark (uno dei marchi del gruppo) sarà oggetto di un vero e proprio reboot per la campagna autunnali della collezione autunnale.

LEGGI ANCHE: Forevermark: indossare diamanti non è mai stato così facile!

Veniamo nello specifico ai parametri di quella che sarà la campagna autunnale della Forevermark.

Charles Stanley, presidente della divisione statunitense del marchio, ha così illustrato la scelta di riutilizzare lo slogan del 1947 e come verrà messa in atto:

It can bring greater emotional attachment to our name and can help us propel our awareness much more strongly.
[…] and along with that is the aspiration to last forever. To hold on your hand forever.

Può generare un grande attaccamento emotivo al nostro nome ed aumentare con maggior forza la nostra consapevolezza come marchio. […] inoltre vi è l’ispirazione a che (la relazione) duri per sempre. Affinchè ci si tenga per mano per sempre.

Si tratta di un ricorso a meccanismi di brand awareness che hanno mostrato la loro efficacia in tutto il secolo scorso, De Beers in questo senso “gioca sul sicuro” ed ha già preannunciato che oltre a tutte le iniziative di pubblicazioni standard, il lancio della campagna verrà corredato da un nuovo spot televisivo ad hoc ed un evento a New York.

De Beers ed il reboot dello slogan, revival o riabilitazione identitaria ?

Calma non siamo impazziti, né abbiamo intenzione di scivolare off-topic passando dai diamanti a Guzzanti (nonostante la cosa ci solleticherebbe non poco). Il video che vi abbiamo appena mostrato è uno degli effetti che a nostro avviso ha portato la De Beers a riutilizzare il “suo” slogan marcando questa scelta con tanta forza.

Sempre in relazione alla presentazione della campagna dalla Forevermark hanno fatto sapere che durante i gruppi di studio, “un diamante è per sempre” veniva inserito nelle ricerche ai campioni di utenti ed in molti casi questi ultimi non riuscivano ad abbinare il motto a nessun marchio, solo di rado si ricordavano appartenesse alle collezioni De Beers.

Questa piccola rivelazione può essere quindi indicatrice di un fenomeno che rischiava di compromettere il rapporto tra slogan e marchio per cui era stato creato.

Se in molti non sanno a quale prodotto si riferisca “un diamante è per sempre” pur riconoscendo quella frase come propria del comune sentire visti i continui usi e adattamenti anche in altri ambiti nel corso degli anni (e di qui la parodia del Tremonti ministro), significa che quello stesso slogan ha perso la sua riconoscibilità per il brand, da icona è diventato un soggetto a sé stante.

In un certo senso possiamo vedere questo fenomeno come una nemesi della marchionimia. La marchionimia è quel fenomeno legato ai nomi commerciali di prodotti di così grande impatto nel quotidiano tale per cui il nome del marchio si sostituisce alla nomenclatura del prodotto stesso. Tanto per fare un esempio, è il fenomeno per il quale siamo soli chiamare scotch il nastro adesivo, come se scotch fosse il nome in inglese del nastro quando in realtà è solo una marca di nastro adesivo. O per le creme di nocciola che nel nostro sentire comune chiamiamo sempre e comunque Nutella o simil-nutella.

In questo caso sembra si sia verificato l’esatto contrario, lo slogan invece di appiccicarsi al marchio creando un legame indissolubile ha finito col “mangiarsi” il brand e slegarsi dallo stesso. A questo punto è probabile che alla Forevermark abbiano tentato di invertire la rotta riappropriandosi del motto affinché sia ben chiaro, ogni qual volta si pronunci quella frasi in qual si voglia contesto, che il rimando cognitivo deve essere ai diamanti De Beers ed a nessun altro.

SEO Tools: guida ai migliori strumenti per il tuo lavoro online

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Ogni SEO che si rispetti ha bisogno di una “cassetta degli attrezzi” composta da validi SEO Tools, pronti a semplificare il suo lavoro. Come? Ho pensato di fornirti una serie di consigli per potenziare e valorizzare l’ottimizzazione sui motori di ricerca. La quantità di strumenti presenti online, gratuiti e non, è pressoché infinita. Motivo per il quale ho deciso di selezionare e categorizzare in base all’obiettivo da perseguire i differenti Tools che maggiormente utilizzo per il mio lavoro quotidiano. Continua a leggere

Arriva l’app AgendaDottori e la sanità diventa 2.0

AgendaDottori, abbastanza facile intuire di che cosa si tratti. E infatti, finalmente, è arrivata in Italia l’app per gestire e organizzare i propri appuntamenti per gli specialisti del settore sanitario.

Per schedulare tutto, ma proprio tutto: per il medico e il professionista sanitario, che tiene conto di tutti gli appuntamenti e le prenotazioni direttamente dallo smartphone o dal tablet.

L’app AgendaDottori nasce dalla start up dottori.it ed è basata su di un facile funzionamento. È necessario solamente essere registrati al portale. Il portale dottori.it infatti è il più grande e utilizzato sito di medici italiani, per questo ha sentito la necessità di aprirsi maggiormente al campo digitale, utilizzando così strumenti ancor più interattivi per poter rendere la user experience sempre più funzionale.

LEGGI ANCHE: Addio pigrizia: ecco le app che ti faranno cambiare abitudine

L’app è molto intuitiva, permette di controllare e gestire i propri appuntamenti 24 ore su 24, con un click dal proprio smartphone o dal proprio tablet, consultare i propri impegni giornalieri e settimanali, consultare i dettagli dei singoli appuntamenti, inserire nuovi appuntamenti in pochi secondi, sincronizzare i propri appuntamenti con il calendario iOS, inviare automaticamente reminder delle proprie visite ai pazienti. Una cosa molto interessante è quella che il medico potrà documentarsi in tempo reale sul paziente, potendone leggere tutte le informazioni, avendo accesso diretto alle varie schede anagrafiche digitali.

 

Ottimizzata

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C’è un modo per ottimizzare i vostri appuntamenti? Sì, e sarà il vostro dispositivo con la vostra app a farlo per voi. Come? Attraverso lo smart timing, un’opzione che permetterà al vostro dispositivo di individuare per voi e suggerirvi gli orari migliori in cui fissare un appuntamento.

 

Multisede

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L’app vi permetterà di poter gestire tutti gli appuntamenti di tutti i vostri diversi studi specialistici in cui vi avrete appuntamenti fissati. Per differenziare e rendere visibilmente più chiara la vostra organizzazione, l’app utilizza colori diversi in base alla diversa sede degli studi.

Offline

Nonostante adesso ci troviamo nell’era digitale in cui si è sempre connessi con facilità, è pur sempre importante riuscire a consultare la propria agenda anche in assenza di rete. Infatti Agenda dottori funziona anche senza connessione e vi permette di organizzare la vostra giornata di appuntamenti anche in modalità offline.

Quest’app è pensata per migliorare la vita dei professionisti e specialisti sanitari che si trovano ad avere sempre minor tempo a disposizione tra i vari impegni e appuntamenti da gestire. In questo modo riescono a migliore l’esperienza del proprio servizio fin dal primo momento di prenotazione. Questa prima fase è molto importante e costituisce la prima modalità di rapporto che si crea durante l’erogazione di un servizio e dottori.it, avendo capito molto bene tale esigenza, ha deciso di farne un’app che potesse essere in grado di tenere tutti questi dati sotto controllo.

L’app è disponibile per iPhone e iPad ed è scaricabile su Apple store gratuitamente.

2 Kinds of People, l’art director Joao Rocha divide il mondo in due categorie di persone

Ai graphic designer piace semplificare la realtà, rendendo immediatamente comprensibili idee, concept e messaggi.

Joao Rocha ha creato su Tumblr 2 Kinds of People, realizzando illustrazioni che riducono le nostre manie a semplici decisioni di tutti i giorni che contribuiscono a dividere il mondo in due categorie di persone a seconda delle personalità e delle inclinazioni.

La mattina puntate una sola sveglia oppure tre? Tagliate il toast a metà oppure a triangolo?

Sul suo blog l’art director portoghese descrive così il suo progetto: “Ci sono solo due tipi di persone in questo mondo, quelle che trovano questo blog divertente e quelli che non hanno nessun senso dell’umorismo.”

E voi, in quale delle due categorie vi riconoscete?

Le 9 regole di Nancy Duarte per presentare un'idea

“Per me le presentazioni sono il mezzo più potente. Non si può nominare un movimento che non abbia avuto inizio con la parola parlata.”
Nancy Duarte

Se devi presentare un prodotto la prima cosa che fai è aprire Power Point buttandoci dentro tutto quello che devi dire? O sei un esperto che ha fatto migliaia di presentazioni aziendali e sul palco ti senti a casa?

Che tu sia un esperto o un principiante, se non conosci Nancy Duarte e il suo libro Resonate, tutto quello che conosci sul presentare un’idea sta per cambiare per sempre. La firma più grande della Silicon Valley ha reso le presentazioni una scienza. Da Martin Luther King a Mozart, da Steve Jobs a Martha Graham, non c’è forma comunicativa che non sia stata studiata per estrarne una precisa struttura, ed ecco le sue 9 regole d’oro:

1. Entrare in risonanza crea cambiamento

Che tu venda un prodotto, un’idea o un brand il tuo obiettivo è creare cambiamento e l’adozione del tuo messaggio. Se elenchi caratteristiche e fatti, la presentazione sarà noiosa. Sono le emozioni che creano risonanza.

# Quale cambiamento vuoi creare?

2. Incorporare una storia ha effetti esponenziali sul risultato

Non descrivere il prodotto o servizio ma crea desiderio e mostra come la tua idea riempie quel desidero. Questo farà vedere al pubblico dalla tua prospettiva. Questa è l’anima delle storie.

# Qual è la tua storia?

3. Se ti sintonizzi sulla frequenza di risonanza del pubblico, il pubblico risponderà

Tu non sei l’eroe, né lo è il tuo prodotto o servizio. Il pubblico è l’eroe e tu sei il mentore. Se non conosci il tuo audience e non crei il tuo discorso per quell’audience non ci sarà risonanza né cambiamento, il tuo messaggio non arriverà.

# Chi è il tuo target?

4. Il target resterà dov’è finché non sarà costretto a cambiare

Devi veicolare la tua idea, spiegare chiaramente cosa succederà se si adotta o non si adotta il tuo punto di vista: rischi e benefici. Il tuo compito è persuadere l’audience a lasciare le sue vecchie convinzioni e abitudini per adottane di nuove.

# Quale rischio corre il tuo target se non adotta il tuo punto di vista?

5. Taglia via tutte le frequenze che non sono quella di risonanza

Spesso le presentazioni sono colme di dati. Bilanci, costi, dettagli. Trasforma i dati in storie e le idee in messaggi. Non sono importanti i dati, ma cosa rappresentano per il tuo target. E come diceva Aristotele, ciò che non aggiunge, sottrae.

# Cosa non serve?

 

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6 La struttura è migliore della somma delle parti

Una presentazione persuasiva deve possedere una struttura basata sul contrasto problema-soluzione, causa-effetto o vantaggio-svantaggio. Struttura la tua presentazione nell’ordine che ottiene il maggior impatto emotivo. Una struttura solida permette alle idee di fluire e di essere comprese dal tuo target.

# Hai pianificato la struttura emotiva del tuo discorso?

7 Crea uno S.T.A.R. moment

Something They’ll Always Remember – Qualcosa che Loro Ricorderanno Per sempre.

Un esempio? Tutti i telefoni avevano scomodissime tastiere e più si evolvevano più aumentava il numero di tasti.

Un bel giorno, sopra un palcoscenico, un certo Steve Jobs passò un dito sbloccando lo schermo del suo iPhone e nulla fu più come prima.

# Come puoi creare un momento epico?

8 L’interesse del pubblico è direttamente proporzionale alla preparazione del presentatore

Una presentazione efficace richiede pianificazione e tanta tanta pratica. Prova, filmati, riprova. Amplifica il tuo messaggio e riduci il rumore di fondo togliendo tutto quello che non serve. E dopo prova e riprova ancora.

# Quanto tempo dedichi a provare la tua presentazione?

9 La tua immaginazione può creare una realtà (James Cameron)

Le tue idee sono potenti.

# Quindi sii flessibile, sii visionario e ora vai e riscrivi tutte le regole.
Hai un’idea, hai un pubblico. Crea la loro prossima storia.

Twitter: Dick Costolo si è dimesso [BREAKING NEWS]

La notizia è arrivata quando in Italia era notte: Dick Costolo si è dimesso dalla carica di CEO di Twitter.
Saranno molte le sfide che attendono il suo successore, che si appresta a dover metter mano a una società che nel 2014 ha contato 578 milioni di dollari di perdita.

Vox propone quattro spunti strategici che il nuovo CEO potrà perseguire per ripartire e tamponare l’emorragia di utenti.

1) Diventare più accessibile
Sono molti gli utenti che ancora considerano Twitter difficile nel suo utilizzo. Un’idea potrebbe essere approcciarsi in maniera diversa ai topic di discussioni e alle modalità di fruizione dei contenuti, in particolare lavorando sui topic di discussione più che sul semplice ordine cronologico di pubblicazione.
La scelta di aumentare il numero di caratteri dei direct message, abbattendo il numero dei 140 caratteri, potrebbe essere il primo passo verso questa nuova “apertura”: ma basterà?

2) Rilanciare le app
Rispetto a Facebook, Twitter non ha mai puntato negli ultimi anni sulle app (intese come spazi terzi sincronizzati con il social network, alla Farmville per intenderci). Uno spazio di manovra utile per social e anche per i brand, che potrebbero garantirsi touchpoint nuovi per ingaggiare nuovi clienti e generare lead altamente qualificati. Costolo aveva scelto di non puntare più su questo strumento: che il suo successo decida di invertire la tendenza?

3) Entrare nella famiglia Google?
Twitter ha recentemente stipulato un accordo con Google per valorizzare anche al di fuori del social network i tweet. Una scelta che certamente rafforza entrambi gli attori e che sembrava voler portare al traguardo dell’assorbimento, da parte di BigG, di Twitter e di tutti i suoi utenti. Un’operazione difficile dal punto di vista finanziario anche per Google, considerando che il valore di Twitter si aggira attorno ai 23 miliardi. Una vendita dell’uccellino blu al motore di ricerca più grande del mondo significherebbe anche un probabile frazionamento del primo… E questo potrebbe non essere un guadagno.

4) Più attenzione agli addicted
La valutazione monstre di 23 miliardi di dollari obbliga Twitter a doversi concentrare su un’evoluzione di larga scala, più assimilabile a quella di Facebook. Il problema è che Twitter non è Facebook, e difficilmente si potranno replicare le stesse dinamiche viste nel social network più popolare al mondo. Una strategia che potrebbe portare Twitter a rafforzarsi sarebbe puntare sui 300 milioni di utenti altamente qualificati che lo vivono ogni giorno, e per cui costruire nuovi progetti per capitalizzare al meglio la presenza di questi.

Sfide complesse per un social network che si appresta a vivere un’ennesima fase di trasformazione.

Tooso, la startup protagonista alla Rise di Hong Kong 2015 [INTERVISTA]


Non farti ingannare dall’origine giapponese del termine (toosu = congiungere due punti con una linea), Tooso è una startup rigorosamente Made in Italy, nata dall’idea di cinque ragazzi: Ciro Greco, Jacopo Tagliabue, Jacopo Romagnolo, Andrea Orioli, Mattia Pavoni che all’inizio del 2015 decidono di lanciarsi nel mondo delle startup tecnologiche.

Tooso è un motore di ricerca per la ricerca on-site dei siti eCommerce basato su una tecnologia inedita di processazione del linguaggio.

L’obiettivo è quello migliorare l’efficienza della barra di ricerca di questi siti, permettendo agli utenti di trovare esattamente ciò che stanno cercando e ai gestori del sito in questione di ottenere una maggiore tracciabilità delle ricerche attraverso l’elaborazione di analytics e report puntuali.

Abbiamo intervistato i ragazzi fondatori per capire meglio Tooso, l’idea di business alla base, e cosa significa essere scelti per partecipare alla RISE di Hong Kong a pochi mesi dal lancio ufficiale (giugno 2015).

Tooso, cosa significa? In che modo integra le piattaforme di eCommerce?

Il nome Tooso viene da una parola Giapponese ‘toosu’ (とおす) che significa “congiungere due punti con una linea“, che per noi significa che possiamo congiungere un parola o una ricerca con il suo esatto riferimento in un database.

L’idea di Tooso è duplice: da un lato, volevamo uno strumento di ricerca più ‘umano’, che andasse incontro al modo in cui le persone cercano le informazioni e non il contrario.

Volevamo consentire alle persone di cercare quel che vogliono nel modo più naturale possibile: usando la loro lingua. Dall’altro, volevamo mettere insieme tutte quelle realtà che oggi vivono sul web e contribuiscono al suo sviluppo, ma che non sono dei giganti, come Amazon o eBay, per dare loro la possibilità di avere uno strumento avanzato senza barriere all’ingresso, né economiche né tecnologiche.

A livello di architettura, Tooso è sempre fornito come servizio dal nostro cloud. Interagire con le sue funzionalità è quindi semplice come integrare delle API standard o, per alcune piattaforme (come Magento, altre in arrivo), installare gratuitamente il plugin apposito, che si prende cura di tutta l’integrazione.

Per monitorare Tooso e accedere a tutti gli analytics sulla ricerca che il sistema fornisce il cliente ha a disposizione nel cloud una dashboard privata. Ricerca intelligente ed efficiente per tutti!

LEGGI ANCHE: Tannico.it e Shoppable.it, le startup da 1 milione di euro [INTERVISTA]

Qual è il vostro business model e quali i vostri obiettivi?

Gli utenti che usano la barra di ricerca hanno un conversion rate impressionante: da 2 a 11 volte quello medio.

Eppure la maggior parte dei siti eCommerce non offre uno strumento di ricerca soddisfacente, perdendo soldi e informazioni importantissime per creare strategie di business informate e basate sui dati reali. Tooso offre una ricerca avanzata e analytics dettagliati, che non possono essere ricavati con gli strumenti esistenti.

L’obiettivo primario è fornire tutto questo a qualunque realtà eCommerce, non importa se grande o piccola, se basata su una piattaforma standard o su un custom stack. Per questo Tooso è offerto con un modello di pricing Freemium: ogni eCommerce può permettersi Tooso e ottenere uno strumento di ricerca avanzato facilmente.

Per ora, abbiamo un programma early adopters in cui offriamo Tooso a condizioni speciali e diamo aiuto per l’integrazione e la customizzazione.

Cosa significa per una startup la partecipazione alla RISE di Hong Kong?

La Rise di Hong Kong è il primo evento per il mercato asiatico parallelo al Web Summit di Dublino e alla Collision Conference di Las Vegas, due eventi che Forbes descrive come “the best technology conferences on the planet”.

È un’occasione straordinaria di presentare Tooso per eCommerce e per fare conoscere un prodotto nuovo e – noi crediamo – molto diverso da tutto ciò che c’è ora sul mercato. Per di più ad un mercato in espansione esponenziale come quello asiatico: TechCrunch stima che il mercato eCommerce solo in Cina varrà 1 trilione entro il 2019. Se non è un’opportunità questa.

Con SwatchMate Cube, vedi il mondo sotto una nuova luce

Esci di casa per una passeggiata, ad un tratto qualcosa attira la tua attenzione. Un colore semplice nel suo genere ma unico per te e pensi: “Si, questo è proprio il colore con cui vorrei dipingere il salotto di casa!”. Allora tiri fuori dalla tasca il cellulare e fai una foto ma (chi si occupa di grafica lo sa bene) il risultato non può essere lo stesso. Impossibile riprodurre la stessa tonalità di colore, o forse no?!

LEGGI ANCHE: Light Phone, il telefono che fa una sola cosa: telefonare

Vi presento SwatchMate Cube, il cubo progettato per catturare il colore di qualsiasi superficie, attraverso l’uso di un sensore di luce interno. È dotato di una batteria integrata a litio che dura fino a 15 ore e pesa solo 50 grammi, il che significa poterlo portare facilmente  con sé ovunque.

SwatchMate Cube, come funziona?

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Il suo funzionamento è semplicissimo: basta appoggiare il cubo sul colore che più ci piace e premere la parte superiore del dispositivo. Immediatamente inizierà a lampeggiare una luce rossa, ad indicare che il cubo sta lavorando. Basterà aspettare qualche secondo affinché la luce diventi verde, e il gioco è fatto!

Quando il cubo ha concluso il processo di cattura del colore desiderato, immediatamente invia, tramite App (Cube Companion App) o Bluetooth 4.0, il relativo codice di colore (CMYK, RGB, HEX, LAB e LRV), l’intensità luminosa (Lux) e la temperatura dell’ambiente (°C/°F) ad un dispositivo IOS o Android collegato. Non solo, il nostro “cubo cattura colore” può anche memorizzare internamente il colore scelto per un massimo di 20 tonalità diverse.

E non finisce qui, per la gioia di grafici e progettisti è possibile collegare lo SwatchMate Cube ad Adobe Photoshop del proprio computer, tramite l’applicazione Cube Link, e raccogliere una libreria di colori sempre “pronti all’uso”. Questo servizio è attualmente disponibile solo per Windows 7 e 8 ma per gli amanti della “mela verde” non c’è da preoccuparsi, è in arrivo anche la versione per il Mac.

Chiunque fosse interessato può acquistare  SwatchMate Cube sul sito ufficiale del prodotto al costo di $ 180.
Uno strumento utile per tutti ma soprattutto per grafici, artisti, pittori, fotografi e restauratori, che potranno trasformare la visione veloce di un colore nell’ispirazione per il prossimo progetto creativo.

Wearable e retail marketing: un avvenire luminoso

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Che tra wearable device e retail marketing sia destinato a scoppiare presto un amore lungo e duraturo è ormai cosa certa: lo affermano quasi tutti gli esperti, che vedono nei dispositivi indossabili potenzialità enormi sia per i retailers che per i clienti.

Parliamo della più classica delle situazioni win-win: grazie ai wearable, l’azienda può raccogliere dati preziosi sui propri clienti, i quali, grazie a una profilazione sempre più precisa, possono ricevere sul proprio dispositivo offerte e promozioni direttamente nel punto vendita. Fare acquisti in un negozio “reale”, e preferirlo all’offerta del web, che è non vincolata da limiti fisici (tradotto: trovi quello che vuoi quando vuoi), dovrà trasformare il momento dell’acquisto in un’esperienza coinvolgente per il cliente.

LEGGI ANCHE: Retail marketing: alla ricerca dell’esperienza perfetta

Una nuova concezione della shopping experience

Il tema del futuro della relazione nascente fra wearable devices e retail marketing appassiona molti professionisti del settore, da una parte all’altra del globo. Una delle riflessioni più interessanti ci viene dal Business Innovation and Change Director di Ovs, Marco Grieco, che recentemente su Pulse ha affrontato l’argomento, rispondendo a una domanda semplice e diretta: come ci interfacciamo con i dispositivi indossabili dei nostri clienti?
Grieco individua tre modi in cui il retailer può sfruttare la tecnologia wearable per aumentare fidelizzazione e vendite:

  • Rendendo la shopping experience divertente;
  • Attribuendo un ruolo preciso al wearable nella propria strategia di digital marketing;
  • Sfruttando l’interattività per raccogliere più dati possibili sui clienti (privacy permettendo).

Un altro modo di usare i wearable riguarda la formazione interna, che può essere resa più agevole ed efficace: ne gioverebbe sia la produttività del personale che la percezione del servizio da parte del cliente.
Storytelling e gamification possono dare un prezioso contributo alla riuscita del matrimonio fra wearable e retail marketing, soprattutto se consideriamo il primo punto elencato da Grieco: per rendere la shopping experience divertente bisogna creare una storia ed emozionare, e cosa c’è di meglio di queste due metodologie per riuscirci?

Servirà una grande attenzione al mercato, una strategia adeguata e capacità di adattamento: come ci ha raccontato in una recente intervista Gianluigi Zarantonello, “l’online customer journey si interseca continuamente con quella offline e il cliente si aspetta sempre un’esperienza all’altezza“.
Brand come Ikea, Tesco e Strabucks hanno integrato i wearable nella propria strategia retail: il futuro è già qui, e tutto fa pensare che il retail troverà nuova linfa vitale nell’intregrazione con i sempre più diffusi device indossabili.