Deodorante smart? Ecco Google Spritz, la battaglia di Google contro il sudore

Le frontiere della wearable technology stanno per essere sfidate ancora una volta. Non si tratta di occhiali, bracciali o calzini intelligenti. Questa volta parliamo del deodorante smart powered by Google.

Sappiamo tutti quanto Google sia ormai penetrato nella nostra vita quotidiana in maniera prepotente. Mappe, contatti, email, informazione e pubblicità online. Persino lo spazio ha recentemente catturato l’interesse del colosso informatico di Mountain View. Ma scommetto che nessuno dei più visionari marketer avrebbe potuto escogitare un dispositivo anti-odore.

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Notizia di pochi giorni fa, vuole che Google abbia registrato il brevetto per un deodorante in grado di individuare quando l’indossatore… inizia a emanare odori sgradevoli. Non solo: il dispositivo è programmato per preservare la vostra dignità. Il “deodorante intelligente” infatti saprà informarvi su quale strada intraprendere per non incrociare i vostri contatti social ed evitare così la pubblica gogna dell’ascella importante.

Altolà al sudore o altolà agli amici? Poco importa, perché il sensore inotre potrà anche emettere una sostanza per combattere il cattivo odore.

Pare che il nome del progetto sia Google Spritz, ma al momento si tratta solo di congetture. Le aziende di prodotti per l’igiene personale devono quindi iniziare a preoccuparsi? Probabilmente no: la richiesta di registrazione del brevetto da parte di Google risale al 2012 e la maggior parte dei brevetti difficilmente si traduce in una produzione industriale.

Alcuni interrogativi restano però aperti. Di recente infatti l’azienda ha aggiunto tra le sue fila alcuni ex dirigenti di P&G, L’Oréal e Kellog’s. Perché Google sta cercando così aggressivamente di penetrare nel mercato dei beni di consumo? Si tratta solo di espedienti pubblicitari o dietro questi progetti quanto meno curiosi si nasconde una precisa strategia? Solo il tempo e le scelte dei consumatori potranno rispondere a queste domande.

E voi, dopo avere consegnato a Google una valanga di informazioni sulle vostre abitudini quotidiane, permettereste al deodorante intelligente di controllare la vostra sudorazione?

Apple Watch: la prima pubblicità è su Vogue

Apple Watch: una comunicazione multipagina su Vogue

Apple Watch sta per diventare realtà! Aprile è alle porte ed il nuovo gioiellino Apple sembra essere pronto per la commercializzazione; per tale motivo non potevamo che aspettarci importanti operazioni di marketing per il lancio.

A conferma di come il settore della moda sia visto come uno dei target principali su cui puntare, troviamo un’importante pubblicità multipagina (ben 12) sul numero di marzo della rivista americana Vogue, una delle più importanti ed autorevoli riviste di moda del mondo.

Apple Watch: una comunicazione multipagina su Vogue

L’Apple Watch è pubblicizzato, quindi, su più pagine; tale scelta permette di analizzare nel dettaglio le differenti versioni e la pluralità di cinturini. Gli annunci sono estremamente essenziali, un linguaggio semplice, chiaro e diretto, del resto la multinazionale americana, non ha certo bisogno di comunicare aggiungendo fronzoli ed infiorettature.

In questi messaggi di marketing vi è un unico e vero protagonista: il prodotto. Inoltre, la volontà di essere naturale e semplice, si manifesta non solo nel linguaggio, ma viene rafforzata dalle immagini.

Apple Watch: una comunicazione multipagina su Vogue
LEGGI ANCHE: Miti e misteri del logo di Apple: come un frutto diventa il logo più famoso del mondo 

Infatti, gli scatti che raffigurano l’orologio Apple sono a grandezza naturale, questo, ovviamente, permette ai lettori di rendersi conto delle dimensioni reali del prodotto.

Tre le versioni pubblicizzate: il modello standard rilegato in pelle, un cinturino di cuoio soffice trapuntato che nasconde i magneti; un modello sport fasciato in gomma ed una variante con cassa in oro rosa o giallo 18 carati.

Apple Watch: una comunicazione multipagina su Vogue

È molto probabile, anche, che pubblicità simili appariranno nei mesi seguenti anche in altre riviste del mondo fashion.

Ovviamente, questo è solo l’inizio, ci aspettiamo molto altro dalla multinazionale californiana.

Come si progetta una Social Media Strategy? Risponde Simone Tornabene [INTERVISTA] #ninjamasterSMM

progettare una Social Media Strategy

Da dove partiamo per progettare una Social Media Strategy di successo? Come scegliamo i contenuti giusti? Ce lo spiega Simone Tornabene, docente del Master Online in Social Media Marketing della Ninja Academy.

1. Ho accettato l’idea di pianificare una Social Media Strategy. Da dove parto?

Sicuramente dai contenuti. Partire dal messaggio è fondamentale in qualsiasi forma di comunicazione, i social media non fanno eccezione.

Successivamente occorre focalizzarsi sulle specificità del singolo canale – Facebook è diverso da Twitter che è diverso da LinkedIn – non soltanto a livello di target (un punto che do per acquisito), ma proprio a livello di possibilità tecnologiche e, dunque, di tecniche da utilizzare.

Troppo spesso, ancora oggi, si assiste ad azioni sui social che non tengono conto delle specificità del canale: immagini dalle dimensioni non ottimali, testi pensati come se andassero su un cartaceo, video dal taglio televisivo.

Una Social Media Strategy di successo parte dal riconoscere che i Social sono canali (e non un solo canale) su cui occorre studiare, sia perché hanno una propria specificità sia perché si evolvono molto rapidamente.

master online social media marketing

2. Come integro la strategia social con gli altri strumenti di marketing?

Sicuramente ogni azienda è una storia a sé, ma bisogna riconoscere la necessità di integrare le diverse azioni di marketing. In generale, le integrazioni fondamentali avvengono fra i canali social e i contenuti prodotti dall’azienda (anche per canali non social, adattandoli); fra i canali social e il prodotto/servizio venduto (a livello di pack, ma soprattutto a livello di possibilità di utilizzo: compra il frullatore e scopri su Youtube che cosa puoi realizzare); fra i canali social e i clienti (a livello di Social CRM).

Infine tra i canali social e l’azienda stessa, intesa come ecosistema. Non soltanto nell’ottica dell’Employer Branding, ma, soprattutto, nell’ottica della trasparenza; non necessariamente in maniera così incredibile come i miei miti personali di Buffer, che hanno realizzato questo:

strumenti social media strategy

3. Ho un eCommerce, i Social Media possono aiutarmi a vendere di più?

Assolutamente sì. Nel mondo pre-Internet il veicolo migliore (rapporto costo-efficienza) per generare vendite era il passaparola (Word of Mouth). E lo è tuttora. Internet ha “solo” introdotto la possibilità di tracciare e, quindi, poter stimolare questo passaparola, rendendolo visibile.

I social, in particolare, sono una macchina per il passaparola. Basta chiedere al vostro ristorante di fiducia quanto fattura grazie a TripAdvisor o al negozietto di San Francisco che vende su Fancy.

I social aiutano l’ecommerce in diversi modi: a) come fonte di reputazione attraverso le recensioni; b) come fonte di importanti insight su come migliorare il prodotto e l’esperienza di acquisto; c) come canale di vendita che collega la narrazione del prodotto (storytelling) alla call-to-action diretta dell’acquisto (vedo le foto, mi piace, posso acquistarlo).

4. Come misuro i KPI sui social media?

Le piattaforme social sono ben consapevoli del proprio valore, che, sostanzialmente, è un valore di relazione.

Tale valore cresce in funzione della possibilità di analizzarlo. Dato che per natura la relazione è intangibile, le piattaforme social accrescono il proprio valore offrendo strumenti di analisi delle interazioni e di profilazione degli utenti.

Il caso più emblematico è Facebook, in grado di offrire uno strumento molto potente sia per l’analisi dei contenuti (come il Page Insights e il Domain Insights) sia per l’analisi del target (l’Audience Insights ha una portata spaventosa).
Ma, ormai, tutte le piattaforme social tendono ad allinearsi a Facebook offrendo strumenti nativi di analisi delle performance.

Non è, quindi, più un problema estrarre dei KPI; semmai il rischio è diventato sbagliare il KPI: se giudico la mia azione su Facebook dal numero dei like che riceve la pagina oppure dal tasso di engagement sui contenuti, la mia prospettiva può cambiare anche radicalmente. In un mondo che abbonda di dati, sempre più valore acquisisce chi sa interpretare questi dati.

5. Qual è la tua campagna social preferita?

A livello di campagne social sono un po’ tradizionalista: le mie preferite sono quelle basate sui video virali.

Il mio classico preferito è l’Epic Split di Van Damme

Impossibile da non vedere insieme alla risposta di Chuck Norris per Natale.

Recentemente ho apprezzato molto il video di SumOfUs su Doritos.

 

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Come si progetta una Facebook strategy?

 

Facebook lancia un'app per gestire le inserzioni in mobilità

Chiunque utilizzi Facebook per dare visibilità al proprio business sa che una larghissima fetta del traffico – se non la maggior parte, ormai – arriva da mobile. Ma, esattamente come gli utenti, anche chi si occupa di proporgli contenuti si trova sempre più di fronte alla necessità di poterlo fare in mobilità. Per questo Facebook ha lanciato l’app “Gestore delle Pagine” e, da pochi giorni, ha reso disponibile anche “Gestione inserzioni“, una nuova applicazione destinata al controllo delle campagne adv.

Vista la forte risposta nei confronti della versione mobile del sito – oltre 800.000 utenti/mese, secondo Facebook – il team di sviluppatori ha deciso di lanciare un’app specifica per queste necessità. Questa offre la possibilità di creare e modificare le inserzioni, gestire i budget, analizzare i risultati e ricevere notifiche relative agli ad attivi.

L’interfaccia dell’app permette di creare inserzioni direttamente sul proprio smartphone e di gestire i target e i budget in maniera facile ed intuitiva. Per quanto riguarda le notifiche, queste offriranno diverse informazioni in tempo reale: dall’imminente scadenza di un’inserzione al raggiungimento del limite di spesa.

L’applicazione è già disponibile per piattaforma iOS nel mercato statunitense, e tra alcune settimane arriverà nel resto del mondo. Quanto alla versione per Android, gli sviluppatori promettono che è in fase di sviluppo.

Heineken, UniPin e Sony: i migliori annunci stampa della settimana

Questa settimana vi propongo una top 5 davvero carica di creatività! Pronti a vedere i migliori annunci stampa ? GO!

Evolve: Balloons/Claws/Fort

Questa la migliore della settimana.

Se le trovano, ci giocano. Mettete sempre sotto chiave le vostre armi.

In questo caso gli oggetti che vengono utilizzati dai bambini, se pur privati e inadatti al gioco, risultano innocui.
Ottima la scelta di mostrare il pericolo senza mettere in scena fucili o pistole.

Advertising Agency: McCann, New York, USA
Chief Creative Officers: Sean Bryan, Thomas Murphy
Associate Creative Directors: Ferdinand Daniele, Thomas Weingard
Photographers: The Selby, Kevin Zacher

Sony: Strike/Traffic

Le nuove cuffie Sony, cancellano i rumori. ( suono = testo canzoni  / disturbo = traffico e sciopero)

Advertising Agency: Cerebro Y&R, Panama City, Panama
General Creative Director / Creative Director: Jorge Heilbron
Art Directors: Mario Monteza, Alberto Weand, Raul Pardo, Denise Quintero
Other Credits: Juan Francisco Bernal

Tambour Paint:Diego/Michael/Lance/Monica

Il concept non è certo originalissimo, ma la scelta dei personaggi ci pare spassosa. Riuscite a ricordare tutti gli episodi di storia recente qui mostrati dalla ditta di pitture Tambour? 

Advertising agency: ACW Grey, Tel Aviv, Israel
Executive Creative Director: Tal Riven
Creative director: Ziv Meiri
Art Director: Carmit Ken-Dror

Heineken: Happy New Year


Si è da poco aperto l’anno cinese della capra. Heineken festeggia a suo modo!

Advertising Agency: Rothco, Dublin, Ireland
Art Director: Sam Caren
Copywriter: Martin Corcoran
Account Director: Grace Looney

UniPin: The Big Ones


Qui abbiamo un vero concentrato di creatività! I grandi progetti iniziano con un pennarello UniPin! 

Advertising Agency: Target McConnells, Dublin, Ireland
Creative Director / Art Director: Robert Boyle
Illustrator: Steve Doogan
Photographer: Liam Murphy
Retoucher: Walter MacLachlan / iCraft
Finished Art: Eamon Quigley
Account Director: Enda Kelly

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Internet Of Things: le aziende sono pronte per un Business da trilioni di Dollari? [INFOGRAFICA]

La sezione Digital ha affrontato più volte l’agormento Internet Of Things, analizzandone tutte le implicazioni ed i differenti campi di riferimento (marketing, ratail, analytics, smart-home, ecc.) ma non abbiamo mai (finora) toccato uno degli argomenti maggiormente importanti legati a questo “nuovo” business: il giro di affari multi-milionario che genererà.

Il business generato dall’IoT (volume d’affari vero o presunto che sia) è sicuramente uno degli argomenti più interessanti degli ultimi anni.  Questo ed altri motivi ci hanno portato a mostrarvi una interessante infografica realizzata da Capgemini Consulting riguardante, appunto, il giro d’affari che l’IoT sta generando e genererà da qui al 2020. La ricerca tenta di rispondere ad un quesito semplice ma importantissimo: le aziende sono pronte ad affrontare un business multi-milionario?

Quale è il livello di maturità dell’IoT nei vari settori?

Come sottolinea l’infografica ci sono differenti settori in cui l’IoT sta entrando di prepotenza e nei quali la maturità delle soluzioni sta crescendo. Come indicato nell’infografica l’incremento maggiore dele soluzioni disponibili si avrà nel settore industriale dato che, ad esempio, a livello applicazioni domestiche siamo già in presenza di molte soluzioni. Una delle industry che saranno maggiormente interessate dall’aumento delle soluzioni disponibili è il settore medico.

La ricerca mostra un aspetto estremamente interessante e veritiero indipendentemente dal settore di riferimento: a volte non è detto che una grossa opportunità di business e quindi di guadagni siano alla portata di tutti gli attori che potrebbero beneficiarne. Se l’organizzazione non è pronta, i guadagni andranno ad altri. E voi Ninjas? Cosa ne pensate? 😉

Google e l'alleanza con Uber: perché? – [PARTE 1]

Google. Basta il nome per dire tutto. Con circa 2.095.100.000.000 di ricerche effettuate nel 2014, Big G è di gran lunga il motore di ricerca più usato al mondo. Uno strumento che da più di un decennio condiziona il nostro modo di navigare, e che nessuno sembrerebbe poter discutere: neanche colossi come Apple, Facebook o Yahoo.

Eppure, come tutte le cose, anche per Google si sta prefigurando l’esigenza di evolversi.
Prima, una piccola premessa.

Nel capitolo #7 del report pubblicato lo scorso gennaio da GlobalWebIndex sui 5 trends attesi per il 2015, si legge un dato interessante. Seppur confermandosi come player indiscutibile del web mondiale, Google ha un problema: e quel problema si chiama mobile.

Pensateci: quando usate il vostro smartphone, adoperate Google con la stessa frequenza di quando navigate con un laptop? Anche se avete uno smartphone che monta Android, quel gesto così normale su una tastiera è per così dire, meno automatico su uno schermo touchscreen di un iPhone o di un Galaxy.

Fino al novembre scorso, anche i device Apple avevano impostato su Safari Google come motore di ricerca di default: un cambiamento che non deve aver influito su queste statistiche, ma che probabilmente incideranno sul tasso finale alla fine di quest’anno abbassando una percentuale forse già abbastanza deficitaria.

Il 2015, secondo le previsione, potrebbe rivelarsi il primo anno in cui il motore di ricerca più utilizzato al mondo subisca una decelerazione rispetto al suo abituale trend di crescita. Certo: Google non si farà certo cogliere impreparato, no? E poi: perché preoccuparsi? In fondo la ricerca è ormai solo uno dei settori in cui Google eccelle. L’azienda di Mountain View è un provider di servizi diversificati, un player importante nel campo del social networking con Google Plus, oltre che la culla dell’innovazione per eccellenza.

Tutto vero. Ma è anche vero che Google ha, attraverso la ricerca, l’imput per erogare la pubblicità più perfetta che sia mai stata immaginata: quella profilata.

Io cerco qualcosa su Google, Google è in grado di suggerirmi prodotti e servizi attinenti alla mia ricerca. Il principio è ormai diventato parte integrante del nostro modo di pensare il web e il marketing digitale: ma, appunto, vede il suo hype nel gesto della ricerca, che è il link indispensabile per costruire la navigazione personalizzata.

Un principio mutuato anche nelle piattaforme in grado di memorizzare i cookie per “ricordarsi” l’utente che naviga: anche questo, un trend che il report di GlobalWebIndex prevede in discesa per quest’anno, considerando il proliferarsi dell’abitudine a navigare in modalità “anonima” per tutelarsi dalla privacy.

In ogni caso: una diminuzione del numero di ricerche possono portare, per forze di cose, a un depotenziamento del mezzo con conseguentemente possibile diminuzione di investimenti. Certo, stiamo parlando di un qualcosa di non epocale e che non ridimensionerà certo Google nel breve periodo: ma è certamente un segnale da registrare pe provare a interpretare ciò che succederà nel lungo periodo.

Proviamo quindi ad interpretare le scelte compiute da Mountain View e, in particolare, un investimento fatto negli anni scorsi che potrebbe esser considerato indicativo: quello in Uber, appunto.

250 milioni di buoni motivi per credere in Uber

Era il 23 agosto del 2013 e ilSole24ore batteva la notizia: Google Venture aveva investito nella startup Uber 250 milioni di euro. Gli analisti prevedevano già allora un’IPO sull’azienda creata da Travis Kalanick e Garrett Camp. Ufficialmente, questa non è mai avvenuta.

Ufficialmente: perché Google ha comunque mantenuto una sorta di “contatto diretto” con Uber.

Se si leggono infatti i nomi del board, si può appurare come fra i quattro consiglieri d’amministrazione ci sia David Drummond, della Google Inc. Una notizia risaputa, che può esser verificata semplicemente navigando su Bloomberg.

Chi è David Drummond? Il Chief Legal Officer, Senior Vice President of Corporate Development e Secretary di Google Inc.

Anche questo, niente di nuovo: è possibile leggere della sua presenza nel board Uber anche sul sito ufficiale di Google. Drummond è responsabile oltre che delle operazioni legali della società, anche della stessa Google Ventures e dello sviluppo aziendale.

Non è un mistero che Google stia cercando di sviluppare un sistema di trasporti senza conducente. Un ambito non esclusivo di Google, intendiamoci: aziende come Cruise stanno già provando a esplorare il mondo delle driveless car e le sue possibilità, e in rete è possibile trovare molte notizie sul tema, ad esempio su blog specializzati come Driveless Future.
Il terreno però rimane apparentemente lontano da Google stesso: anche se, a quanto si apprende da una notizia
apparsa su Telecrunch qualche settimana fa, non così lontana dal concretizzarsi. Pare infatti che lontano da Mountain View sia stato già avviato il laboratorio di ricerca per trovare la chiave di volta e lanciare un sistema di taxi robotici.

Rumors non confermati affermano che lo stesso Drummond abbia mostrato al board di Uber le prime bozze dell’app mobile di questo nuovo servizio, sentendosi chiedere dagli altri consiglieri d’amministrazione le dimissioni.

Eppure, come sottolinea in un’interessante analisi Formiche.net, Uber poggia il suo servizio sulla suite di Google Maps. Se si rompesse quest’alleanza, a rischio ci sarebbe addirittura la possibilità di erogare il servizio.

Posto che la questione è delicata e non siamo in grado di sapere quale sia la reale intenzione di Big G nei confronti di Uber (almeno a livello amministrativo), rimane però la domanda del perché tanti sforzi da parte di Google per un settore che non sembra poter influire concretamente sul suo core business.

Una teoria, però, l’abbiamo formulata: ve la esporremo nel prossimo post di questa serie.

5 modi per conquistare anche i Millennial più diffidenti

In un intervento presso l’Interactive Advertising Bureau Annual Leadership Meeting Erin McPherson, Chief Content Officer presso Maker Studios, ha evidenziato quali sono gli ostacoli principali che un marketer troverà nel tentativo di raggiungere e fidelizzare i Millennial. La pubblicità tradizionale non basta più.

Questa generazione non disprezza i brand. Ciò che odia è la pubblicità.

Si guarda sempre meno TV, in favore dei dispositivi mobile, e il pubblico richiede contenuti sempre più brevi. Nel caso dei Millennial dobbiamo sempre tener presente quali sono gli interessi di un pubblico così eterogeneo. La tattica del One size fits all ormai è impossibile da applicare. E allora, come addattarsi a un utente così esigente?

LEGGI ANCHE: 7 cose da sapere sui Millennial

#1 Affidati a un buon content creator

Insomma, un buon contenuto è un ottimo punto di partenza. Inoltre un pubblico come quello dei Millennial preferisce un tipo di pubblicità che non sia avvertita come pubblicità. Un buon marketer deve cercare di divertire e intrattenere senza fare il simpatico.

McDonald’s e NFL, ad esempio, hanno sfruttato un famoso format di Youtube, Bad Lip Reading, a proprio vantaggio. Ed ecco che sembra che i migliori giocatori di football americano impazziscano per le Chicken Wings.

 

#2 I Millennial apprezzano l’autenticità

Le storie che raccontiamo sono efficaci solo se coinvogono davvero chi ci ascolta. Una buona strategia di storytelling si fonda sull’autenticità e una narrazione efficace non deve essere per forza complessa, essa può focalizzarsi su un dettaglio, un punto di vista.

La campagna #seetherealme di Clean & Clear (Johnson&Johnson’s) non pone l’attenzione sul prodotto ma su quelle che sono le paure e le speranze del proprio target, le teenager.

 

#3 Cerca di attivare il coinvolgimento

I Millennial vogliono sentirsi parte di ciò che gli interessa. E i brand devono avvicinarsi ai propri utenti, non solo emotivamente. La creazione di un touchpoint è fondamentale e qui non s’intendono solo i punti vendita. Il consumatore vuole entrare a contatto con il brand.Vuole essere un attore attivo.

Pensate a Nike, che riesce a creare un’esperienza unica e differenziata per ogni suo cliente. Lo segue con i dispositivi indossabili, gli permette di customizzare i prodotti e infine lo avvicina attraverso i punti vendita.

 

#4 Il tuo impegno sociale conta

I Millennial hanno a cuore il proprio futuro, e perciò anche quello del pianeta. È una generazione consapevole, attenta a molte cause diverse. E questo ne influenza anche la scelta in fatto di brand. La responsabilità sociale d’impresa non può essere solo un espediente per migliorare le pubbliche relazioni. Certo è che anche piccole iniziative possono migliorare la rispettabilità del brand.

Esemplare è la campagna di Coca-Cola in Israele per sensibilizzare i clienti al riciclo: The Recycling King

 

#5 Gli influencer sono tuoi amici

I Millennials passano una quantità enorme di tempo su una quantità di social network differenti, il che rende necessario per le aziende trovare un modo per mettersi in contatto con queste comunità. Per certe nicchie il giusto influencer può essere più efficace di un testimonial pagato con cachet stratosferici.

Oreo ha recentemente invitato svariati Youtuber a partecipare alla lick race: due persone che fanno una gara a chi lecca via più velocemente la crema dai famosi biscotti. Espediente originale, moderna forma di product placement, ha portato a un enorme visibilità salvaguardando al contempo la dimensione ludica.

In conclusione, ci sembra interessante notare come nuovi tipi di comunicazione si stiano diffondendo: i cosiddetti contenuti nativi oggi vengono giudicati per la loro qualità al contrario degli annunci tradizionali che sono visti con sempre maggiore diffidenza.

Erin McPherson conclude:

La nuova autorità è l’autenticità.

E riguardo al concetto di contenuto nativo e la sua vasta diffusione:

Penso che manderemo in pensione questo termine (nativo) per tornare a chiamarlo semplicemente contenuto.

Come soddisfare le aspettative dei consumatori? Partecipa GRATIS al Ninja Talk targato The Lovie Awards

Dopo il successo del primo Ninja Talk, andiamo avanti con la collana di appuntamenti online del tutto gratuiti, pensati per i professionisti del digital & social media marketing.

Il secondo free webinar offerto dalla Ninja Academy, previsto per il 25 marzo 2015 dalle ore 13 alle ore 14, sarà in inglese perché avrà per protagonista un’ospite internazionale: Beth Higbee, European Director del Webby Media Group.

The Lovie Awards presents: The Golden Age of Expectations

I consumatori oggi possono ottenere tutto quello che vogliono quando lo vogliono, magari con un semplice tap all’interno di un’app.

Quest’eccesso di disponibilità e scelta ha dato vita ad un’era in cui i consumatori hanno delle aspettative più alte che mai. In base alla ricerche svolte da The Lovie Awards ed Harris Interactive queste aspettative possono solo crescere ancora di più. L’Età delle Aspettative d’Oro è già qui.

Durante il Ninja Talk scoprirai che implicazioni l’aspettativa del consumatore può avere sul tuo business e come sopravvivere all’economia dei servizi on-demand. Beth ci illustrerà le evidenze della ricerca approfondendo cosa sta cambiando nella mente del consumatore.

Abbiamo pensato a questo incontro per aiutarti a capire com’è fatto il “consumatore tipo” dei servizi digitali e quali sono delle possibili soluzioni creative per continuare ad accontentarlo. Sei curioso di scoprire quali aziende riescono a soddisfare le esigenze più alte dei consumatori e quali sono le possibili soluzioni sostenibili economicamente? Leggi qui il programma completo.

Come partecipare ai Ninja Talks?

I nuovi appuntamenti #NinjaTalks targati Ninja Academy sono completamente gratuitibasterà iscriversi qui per prenotare il proprio posto digitale e collegarsi alla nostra piattaforma per seguire il webinar.

Ricapitoliamo:


The Lovie Awards presents: The Golden Age of Expectations

con Beth Higbee, European Director del Webby Media Group
Mercoledì 25 marzo 2015, dalle ore 13 alle ore 14

ISCRIVITI ORA!

 

Le novità Samsung: Galaxy S6 e Galaxy S6 Edge allo scoperto

Dopo una lunga attesa ieri finalmente i nuovi Samsung Galaxy S6 sono usciti allo scoperto con un evento interamente dedicato, anticipando in un certo senso l’apertura del Mobile World Congress 2015 di Barcellona che ufficialmente inizia oggi.

Da tempo se ne parla e rumor e mezze verità possono finalmente trovare un riscontro nella realtà dei fatti, quindi entriamo subito nel vivo della novità.

Samsung Galaxy S6 e Samsung S6 Edge


I due nuovi gioiellini Samsung si distinguono innanzitutto per la forma: il Galaxy S6 ha un aspetto conforme agli ultimi Samsung usciti sul mercato mentre l’Edge presenta una superficie curva che dà anche al display una forma arrotondata, una caratteristica motivata da alcune funzionalità non concesse al solito display! A schermo spento, grazie a questa particolare conformazione, è possibile veder scorrere lateralmente le notifiche, l’ora e altri tipi di informazioni.

Con lo schermo acceso si attiva la funzione People Edge che permette di accedere ai cinque contatti più frequenti evidenziati con colori differenti che li renderanno riconoscibili anche al momento della chiamata poiché il display lateralmente si illuminerà di quel colore rendendo subito chiaro da quale contatto stiamo ricevendo la chiamata.

Ma non solo questo, riconoscendo il colore, se lo smartphone ha il display rivolto in basso, saremo in grado di rifiutare la chiamata e inviare automaticamente un messaggio per posticipare l’appuntamento telefonico, poggiando il dito sul sensore cardiaco posto sul retro dello smartphone.
Queste le funzionalità che li distinguono, per il resto i due modelli sono all’incirca uguali.

Caratteristiche


Lo schermo è di 5,1 pollici, in vetro così come il retro. La scocca è unica e i device infatti non sono apribili perciò la batteria non è estraibile.

Il processore è un Exynos octa-core a 64-bit, la RAM è da 3GB e la memoria interna, rigorosamente non espansibile, sarà da 32GB, 64GB e 128GB.

Il Galaxy S6 misura 143,4 x 70,5 x 6,8 millimetri e pesa 138 grammi, l’S6 Edge misura 142,1 x 70,1 x 7,0 millimetri e pesa 132 grammi, appena più leggero perché non ha i bordi in metallo.

Anche in casa Samsung la fotocamera ricopre un ruolo fondamentale, non solo a causa delle caratteristiche ma anche per la modalità d’accesso ad essa riservata. La fotocamera con HDR ha 16 Megapixel, stabilizzatore ottico d’immagine e apertura focale 1.9 (superiore ai precedenti) mentre la fotocamera frontale ha 5 Megapixel. La velocità di reazione della fotocamera è di 0.7 secondi, accessibile con doppio clic dal tasto home, per uno scatto veloce, immediato e sempre a portata di mano. Non mancano le funzioni avanzate da personalizzare, che permettono di avere foto sempre più professionali.

L’interfaccia TouchWiz è stata rivista e alleggerita così da raggiungere estrema velocità e fluidità dei movimenti. Novità anche per il sistema di sblocco tasti avviene dal tasto home con lettore di impronta digitale. Per quanto riguarda il SO, naturalmente si tratta di Android, versione Lollipop 5.0.2.

In tema di pagamento da mobile, entrambi supportano Samsung Pay, che integra tre tipi di piattaforme di pagamento elettronico, NFC, Barcode e MST che lo rende compatibile con gli attuali lettori di carte di credito più diffusi.

Rispetto alla batteria, l’S6 ne ha una da 2550 mAh mentre l’Edge da 2600 mAh. In questo campo due novità: possibilità di ricarica wireless mediante contatto tra il retro e l’apposita base, da acquistare separatamente o da ricevere in omaggio con un pre-ordine a partire dal 15 marzo; oppure classica modalità da cavetto ma con la funzionalità Fast Charging, ovvero ricarica veloce che assicura 2 ore di riproduzione di video con soli 10 minuti di ricarica e il 100% dell’autonomia in 80 minuti.

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I due Samsung saranno disponibili dal 10 aprile in quattro colori: platino, nero e bianco per entrambi, mentre l’Edge sarà disponibile anche in verde smeraldo e l’S6 in azzurro.
Il prezzo non è stato ancora annunciato, ma si vocifera sarà di 739 euro per la versione da 32GB, quindi gli altri saranno disponibili a un prezzo superiore.