Philips Hue: come ho (ri)scoperto il piacere di una bella luce [RECENSIONE]

La domotica non mi aveva mai interessato più di tanto.  Il poter controllare la mia abitazione secondo regole nuove mi sembrava un qualcosa di molto remoto rispetto alla mia quotidianità. Ecco, almeno fino ad oggi la domotica mi sembrava un qualcosa di molto distante da me. Poi, però, è capitato che grazie a un regalo di un amico scoprissi il Philips Hue.

Guardatevi intorno quando siete a casa vostra alla sera. Come cambia il vostro tinello quando la luce non è più quella del sole ma quella elettrica? Personalmente, la cosa mi è saltata all’occhio quando per sbaglio ho comperato una lampadina gialla al posto di una bianca:  una variazione apparentemente piccola che ha prodotto un effetto disastroso (quella luce gialla era veramente brutta).

Eppure, quando mi è stato donato il Philips Hue, il mio essere poco-appassionato-di-domotica ha preso il sopravvento, dato che la prima cosa che ho chiesto al mio interlocutore è stata: “Ok, ma quindi che fa di tanto speciale?”.

La risposta è più articolata di quanto si pensi.

Il Philips Hue, infatti, cambia l’illuminazione domestica: ne regolare l’intensità, modulandone e intrecciando i colori di ogni punto-luce  per ottenere un effetto diverso. Gestisce l’accensione, lo spegnimento e tutte le modifiche cromatiche da remoto, da desktop e da smartphone. Può creare effetti luminosi nuovi.
Ecco, è questo che fa il Philips Hue. Migliora la luce domestica e ne semplifica la gestione. Detta così, sembra una roba da poco. E invece, da poco non è.

Assemblaggio e attivazione

Il Philips Hue – Starter Kit è composto da 3 lampadine, un “bridge” e i relativi cavi per connetterlo al modem. Quando lo apro, provo subito a cercare le istruzioni per capire come funziona (essendo poco avvezzo, come detto prima, a tutto ciò che è domotica).
“Metti la lampadina, collega al modem wi-fi il bridge, scarica l’app e accedi”.

Semplice, immediato. Perfetto, mi dico, proviamo.

Monto una sola lampadina (perché in effetti si parte dalle basi, soprattutto se sei poco avvezzo in termini domotici come me) e collego il bridge al wi-fi. Poi, scarico l’app sul mio smartphone.

Inizialmente, la luce della lampadina è semplice, normale, niente di così speciale. Attivo l’app e seguo l’iter per settare il mio bridge. Mi registro, attivo il mio dashboard, sincronizzo bridge, connessione e account e accedo al mio pannello di controllo. Ora posso usare tutto il potenziale del mio Philips Hue.

Che, in effetti, è molto.

Una library molto ricca di “scene”, che fanno cambiare alla lampadina croma e intensità. Dal viola al giallo, all’azzurro fino al bianco: grazie al cursore del dashboard, posso regolarne il tono, così da ottenere sfumature non settate.

Mi decido, e monto anche le altre due in punti luce differenti. Riaccedo all’app, e continuo a giocare con scene e colori. L’effetto è veramente d’impatto, la casa sembra assumere contorni differenti. Tutto merito della luce.
Ecco, sì. La luce. Questo Philips Hue comincia a piacermi.

L’illuminazione come non l’avevo mai immaginata

Nei giorni seguenti, provo a capire cosa offra il sistema di gestione. Se la domotica mi permette di “relazionarmi” con la mia casa, allora proviamo a capire come. Accedo al sito Philips Hue e scopro che posso programmare l’accesione e lo spegnimento della luce, però andando oltre al semplice “gesto” dello spegnere: posso ad esempio programmare il Philips Hue per simulare l’alba e regalarmi così un risveglio più dolce di quello del “bip-bip” della sveglia. Il comando “Spegni tutto” mi permette di disattivare tutti i punti luce anche da lontano (e fare quelli che una volta si chiamavano “scherzi da prete”). Posso salvare le ambientazioni che creo io, aggiungendole alla mia library. Insomma, una serie di funzionalità niente male. Solo quella “Spegni tutto” mi si ritorce contro, visto gli sms minatori che ricevo da casa mentre continuo a dare l’imput di accendere e spegnere la luce mentre sono fuori casa: “Smettila di giocare con la luce o mi viene l’emicrania”: sì, forse quella funzione non è da abusare.

Feedback

In effetti, non pensavo di dirlo quando ho ricevuto questo regalo così particolare: il Philips Hue è sul serio un impianto che può incidere sul modo di vivere la propria abitazione e, se ben utilizzata, anche cambiare le abitudini. Forse il limite sta proprio nel modo di interfacciarsi alla domotica come concetto, un modo di “vivere” lo spazio domestico ancora troppo distante dalla quotidianità di molti. Se però la sintesi concreta è un oggetto come il Philips Hue, beh, sarà semplice abituarcisi.

Digital marketing ROI e l'ansia da prestazione dei marketer

John Wanamaker ROI advertising

Complimenti! Anche quest’anno il budget destinato alle attività di digital marketing è aumentato. Eppure, prima di darti una pacca sulla spalla, il CMO, dai capelli ormai bianchi e dagli occhi lividi e stanchi, ti ha guardato con aria di sfida e ti ha detto:”Voglio proprio vedere cosa porterai a casa con tutti quei soldi“.

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Ora, non prenderla troppo sul personale: se sei un social media manager o un digital media strategist o un “addetto alle varie ed eventuali attività di marketing” e ti hanno affidato delle risorse per realizzare la tua strategia social, ci sta che il tuo superiore, assillandoti, ti chieda: “Ehi, quanto ci abbiamo guadagnato con quell’aforisma di Einstein sulla fanpage?”

Probabilmente, mentre leggevi la frase qui sopra, ti sarà sfuggita l’allitterazione della lettera “T”. “Tua”, “tuo”, “ti”. La senti tutta questa pressione? Bene. Sappi che lo stress che percepisci tu è di gran lunga minore rispetto a quello che sente un CMO.

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I CMO sono stressati: ecco perché

Come riporta un articolo su Adobe, infatti, il 93% dei CMO dichiara di passare le notti insonne, quando si tratta di giustificare al board il ROI sulle attività di marketing. Come se non bastasse, un 50% si trova in difficoltà quando deve dimostrare come i ritorni economici siano direttamente collegati alle attività di marketing.

Ma c’è un pensiero che tormenta il tuo Responsabile Marketing e Comunicazione come se fosse sottoposto alla tortura della goccia cinese: investire o no sulle attività di digital marketing? L‘81% a gran voce dice che spenderebbe di più sui canali social e sulle attività di mobile marketing, se solo riuscisse a tracciarne il ROI.

Eppure, un timido 23% di marketer B2C sostiene di misurare facilmente i ricavi delle attività di content marketing, anche se un 51% continua a pensare che sia sfidante giustificarne l’efficacia. E pensare che un 15% dei CMO intervistati, proprio non ci pensa al ROI di queste attività. E per quanto riguarda le attività sui social media? Un 8% è felice di ammettere che è in grado di determinarne il ritorno.

C’è qualcuno che veramente può stare tranquillo? Pare proprio che il 75% dei brand possa vivere sereno: ad esempio il ROI sulle campagne di programmatic advertising si misura tenendo conto dei tassi di conversione. Se un 51.9% per le proprie attività di marketing sceglie il video, ecco che l’email marketing è ancora lo strumento più attendibile per misurare il ROI.

Ma come? Alcuni riescono, altri no, e altri ancora escludono dal calcolo del ROI le attività social?

ROI marketing

La verità è che i CMO non sono preparati

Insomma, c’è poco da stare allegri. Sono drammatici i risultati pubblicati da una ricerca apparsa sul Fournaise Marketing Group. Lo studio si basa su una serie di interviste rivolte ai big boss del marketing di tutto il mondo, Italia compresa, naturalmente.

Veniamo al dunque: sai perché i CMO si sentono così insicuri e stressati? Perché non sono adeguatamente preparati. Il 90% delle lauree in marketing e affini non presenta nel piano di studi un corso in performance marketing & ROI. Ma a lasciare a bocca aperta è la notizia che l’85% dei Responsabili Marketing possiede sì una laurea, ma non specifica in ambito marketing, bensì in lettere, sociologia, storia e lingue.

Quindi, stando così le cose, non dovremmo stupirci più di tanto se i CMO hanno i capelli bianchi anzitempo. Ma allora, non è impossibile calcolare il ROI delle attività di marketing, digital comprese. Basta dotarsi di conoscenze. E io che pensavo fosse un’impresa per pochi.

Una speranza dall’econometria: lo studio di Microsoft & BrandScience

Microsoft Advertising e l’agenzia di esperti in econometria BrandScience hanno condotto uno studio che ha interessato Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Norvegia, Danimarca e Svezia su 455 campagne di prodotti a largo consumo (impulso, food&drink, casalinghi, bellezza). L’oggetto della ricerca è comprendere quali siano le attività di marketing che impattano realmente sulle vendite e in quale misura.

TV mezzo in cui investe la pubblicità

La TV continua a essere il mezzo su cui i brand investono di più in pubblicità. E fin qui, nulla di nuovo. Che cosa sorprende realmente? Solo il 4% dell’adv viene investito sul canale digitale. E pensare che l’online è il secondo mezzo più proficuo in termini di ROI.

Al primo posto allora, ci sarà la TV? E invece no. A dominare la classifica è il cinema. Infatti, a fronte di un investimento di 1€, le attività di marketing sui canali digital restituiscono un €1.43. E quanto frutta il cinema? € 2.64. Terzo posto per la TV, che ha un ritorno di €1.26.

Ehi, ma fino ad ora abbiamo sempre parlato di ROI (return on investment). E se stessimo inseguendo un indicatore di performance errato?

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Dal ROI al RROI il passo è breve

RROI e non ROI. Proprio così. Ma come, deve esserci un errore. C’è una “R” di troppo. E invece no. Proprio quella R in più  potrebbe essere la tua àncora di salvezza. Se fino a qualche tempo  fa tiravi fuori dal cilindro la citazione di John Wanamaker:

Metà dei soldi che spendo in pubblicità è sprecata; il problema è che non so di quale metà si tratti

oggi, qualcosa è cambiato. Secondo lo studio, è più corretto parlare di revenue return on investment, RROI, appunto, che si calcola dividendo i ricavi ottenuti dalle attività di marketing per i costi sostenuti.

calcolare RROI

Sembra evidente che l’online non solo produca un RROI eccellente ma pare proprio che influenzi positivamente anche il RROI degli altri media. Ma in quale misura?

Prendiamo la TV. Il RROI del mezzo televisivo arriva a 0.74. Se aggiungiamo però le attività digitali a supporto dell’adv in televisione, ecco che in totale il RROI della TV sale a 1.26 (+70% grazie all’online). E il RROI del cinema? 1.54, ma se combiniamo le performance delle attività online, aumenta del 71% e raggiunge il valore di 2.64.

Quindi, tutti gli investimenti dell’advertising devono essere mirati all’online? No, certo che no. Anche perché il canale online non è immune da disastrosi risultati in termini di performance. Ça va sans dire: occorre combinare l’uso dei canali tradizionali con quelli digitali. Intanto puoi pensare di rivedere il tuo approccio al digital ROI: le tue campagne online rendono poco? Forse è il caso di allocare le risorse in altre attività.

Digital marketing e roi

5 modi per aumentare il ROI delle tue campagne digital

Come riporta uno studio della McKinsey&Company, a fronte di considerevoli investimenti in ambito digital advertising, le aziende devono tenere in mente che un primo passo verso l’aumento del ROI (o RROI) deriva dall’eliminazione dell’inefficienza.

1. Taglia gli investimenti improduttivi. Subito!

A che serve continuare a fare campagne facendo leva su 10.000 keyword, considerate le migliori per il proprio settore di riferimento, se solo la metà si rivela profittevole?

Luna

2. Non guardare il dito, guarda la luna

Non soffermarti su cost per lead e cost per acquisition. Non è da quei dati che capisci realmente il valore delle attività digital sul volume d’affari. Prova a considerare l’impatto del digital adv sull’intero margine lordo del business.

3. Se è digitale, allora è misurabile

Il dato digitale diventa tanto meno effimero e più tangibile, se consideriamo che tutto ciò che viaggia sul web è tracciabile. Un aiuto viene proprio dall’approccio econometrico alla base dello studio di Microsoft Advertising e BrandScience. Inizia ad aggregare i dati…

4. Sviluppa un sistema di tracciamento unico

Ogni agenzia e centro media a cui ti affidi produce il proprio report sull’andamento delle iniziative digital con relativi indicatori di performance.
Il passo definitivo è determinare internamente un modello unico di misurazione e di indicatori di successo delle campagne che comunicheremo ai nostri partner esterni; avrai così un sistema condiviso che renderà i dati comparabili tra di essi e compatibili con i report interni. E sopratutto aderenti ai nostri modelli di attribuzione dei costi.

Albert Einstein

5. Gli earned media sono le leve su cui investire

Il sito aziendale è un owned medium. La TV che passa lo spot del tuo prodotto è un paid medium. L’influencer che parla del tuo brand sul suo blog è earned media. Massimizzare il valore degli owned media significa, ad esempio, investire in attività SEO per promuovere il proprio sito.

E se questa folle corsa a essere primi a tutti i costi su Google fosse solo una tua ossessione? Per giunta inefficiente? Pensa: potrebbe essere molto più produttiva una strategia di digital PR.

In fondo, diceva il caro Albert: “Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato”. Sarà proprio vero?

 

Like su Facebook, dimmi Mi Piace e ti dirò chi sei

Passiamo molto del nostro tempo sui social network: condividiamo idee, emozioni, attività della nostra vita quotidiana. E dispensiamo like su Facebook.

L’azione che compiamo più spesso su questo social network, senza in realtà dargli troppa importanza, è apprezzare ciò che condividono le nostre connessioni. Sicuramente ciò che pubblichiamo dice molto di noi: ciò che condividiamo racconta i nostri gusti, opinioni, anche ideologie.

Molti di noi però non hanno una cognizione precisa dell’immagine che mostriamo agli altri in rete; è un po’ come nella realtà: non sempre siamo coscienti dei “segnali” che diamo agli altri.

I più non si rendono conto che determinati comportamenti tenuti online possono essere molto più significativi di un semplice click, riflettendosi nelle ricerche dei nostri colleghi e datori di lavoro o nella serp del selezionatore a cui abbiamo inviato un CV.

Facebook ti conosce meglio di quel che credi

Dalle scarse capacità empatiche delle persone passiamo ora alle capacità dei calcolatori: gli studiosi delle Università di Cambridge e Stanford hanno elaborato un algoritmo che, attraverso i like su Facebook, riesce a valutare la personalità delle persone.

Tale algoritmo è così efficace che può essere elaborato un valore preciso sulla persona che sta esaminando già dopo pochissime preferenze. Più aumenta il numero dei dati forniti al calcolatore, tanto questo è in grado di comprenderci a fondo.

I nostri dati, forniti sotto forma di apprezzamenti, permettono al sistema di farsi un’idea tanto precisa su di noi e sui nostri comportamenti abituali, comprese le scelte d’acquisto che operiamo, i brand che amiamo, la musica che diffondiamo, che nemmeno le persone a noi care riuscirebbero a disegnare.

 

I ricercatori hanno infatti calcolato che il software ci conosce meglio dei nostri colleghi di lavoro già dopo 10 mi piace . Bastano appnea 70 like per conoscerci meglio dei nostri amici più stretti e 150 per comprenderci meglio dei nostri genitori. Superati i 300 apprezzamenti, la mente digitale vi può descrivere meglio del vostro partner.

Like su Facebook: quanto vale un Mi piace?

Quello che sembra solo un gesto impulsivo (sperando che siate estranei al fenomeno dell’autolike) è in realtà spesso una presa di posizione che può svelare molte cose su di noi.

Pensate a quante volte avete storto il naso quando un vostro contatto ha cliccato mi piace su canzoni neomelodiche, post sulle scie chimiche, santo del giorno, duckface assortite e sul resto dei contenuti della varia umanità presente sul popolare social network. Ora pensate a cosa gli altri possono pensare quando esprimete preferenza pubblica per i contenuti che gradite.

 

 

Quanto possono essere utili questi dati per veicolare efficacemente campagne costruite su target specifici? Moltissimo, ed è per questo che, accanto ai post di amici, parenti o immensamente popolari, la notizia sponsorizzata sarà sempre presente.

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Invisibile, certo, nascosta tra gli aggiornamenti di stato sul gossip del giorno, corredata del rassicurante “ai tuoi amici piace questo contenuto”. Però è pubblicità a tutti gli effetti, mirata, costruita sul tuo profilo, sulle tue impostazioni generali, ma anche sul gradimento che esprimi ogni giorno con apprezzamenti e condivisioni.

Il messaggio pubblicitario su misura ha un costo oggettivamente basso: per raggiungere 1200 persone con un promoted post sono sufficienti appena cinque dollari e, con 15 dollari in più, il messaggio può arrivare a 4600 utenti specificamente individuati attraverso strumenti che Facebook mette a disposizione nella creazione dell’inserzione.

Piccoli introiti moltiplicati per il numero stratosferico degli utenti presenti sul social di Mark Zuckerberg.

E in tutto ciò, chi ci mette la faccia sei tu!

Come utilizzare la Graph Search di Facebook per ottimizzare i propri risultati

Come sappiamo da alcuni mesi ha introdotto il Graph Search, un motore di ricerca sociale che aiuta a scoprire le connessioni tra persone, foto, luoghi e interessi.
Un utilizzo strategico delle opportunità che questo strumento mette a disposizione dei marketer assicurerà, alle aziende più lungimiranti, una carta vincente per l’ottimizzazione delle campagne promozionali su Facebook. È lo stesso Zuckerberg a sottolinearne l’innovazione:

“Questo grande cambiamento renderà Facebook uno strumento di ricerca molto utile ed unico in quanto ha la possibilità di accedere a del contenuto che non sempre è indicizzato da Google e che è particolarmente rilevante perché legato alle nostre conoscenze personali.”

E nello stesso post di webpronews.com troviamo la riflessione di Rand Fishkin, CEO e co-fondatore di SEOmoz, leader nel campo degli strumenti e delle risorse per l’ottimizzazione sui motori di ricerca che sostiene a riguardo:

“La ricerca su Facebook offre agli utenti nuovi modi di ottenere informazioni. Questo significa che le imprese, che hanno subito cali drastici di visibilità nel News Feed, hanno nuove opportunità per ottenere ulteriori visite attraverso la ricerca”.

Facebook Graph Search utilizza una ricerca semantica

Innanzitutto è importante sottolineare il ruolo della ricerca semantica:  i risultati, indicizzati da Facebook stesso piuttosto che da Bing, sono relativi e legati al contesto dei termini di ricerca e comprendono persone, posti,  hashtag e luoghi.

Ad esempio, se cerco “Orange is the new black” si ottengono i risultati che mostrano gli aggiornamenti di stato in primo luogo degli amici in rete e poi  dalle fanpage seguite che hanno mezionato queste keyword nei loro status.

La ricerca semantica ha fatto sì che Facebook capisse che la ricerca fosse finalizzata a rintracciare aggiornamenti sulla serie televisiva statunitense della HBO e non su un’arancia, intesa come agrume.

Attraverso la ricerca semantica, sfruttando soprattutto l’analisi degli interessi, è possibile indirizzare il pubblico su determinate ricerche e ottimizzarne l’interazione. Come? Ecco i 3 modi suggeriti da Social Media Examiner.

1) Cercare e analizzare le mosse dei competitor

Ricercando in Graph Search i vostri competitor, vi verranno mostrati tutti i discorsi in rete in cui vengono menzionati. I risultati e le informazioni restituite dalla ricerca saranno infiniti e riguarderanno il brand della società competitor analizzata, i prodotti o servizi venduti, hashtag postati negli status, i commenti e le recensioni degli utenti e fan.

Bene, a questo punto esaminate i dati attentamente e cercate di ricostruirne il piano di comunicazione e le strategie. Se vedete, ad esempio, che la comunicazione è fortemente incentrata su un determinato trend di settore o punta su una determinata scontistica, cercate di farlo anche voi.

Analizzate lo stile delle inserzioni promozionali; indagate su cosa è stato condiviso; leggete i commenti dei fan. Dovete raggiungere il vostro target, con astuzia, partendo proprio dal contenuto, dai plus e dallo stile che li ha coinvolti.

2) Capire gli interessi del proprio target

Il content marketing vincente è basato sulla rilevanza dei contenuti proposti e sull’intercettare gli interessi del target di riferimento. Il nuovo motore di ricerca in Facebook ci aiuta a interecettare quegli interessi.

Se imposterete, ad esempio, un’analisi ricercando “i messaggi di persone che amano X” (dove X è il nome del marchio), identificherete svariati argomenti d’interesse. Occorrerà analizzare tutti i risultati per intercettare e focalizzarsi sul trend rilevante strategicamente.

Ad esempio, cercando “dancing with the star“, la ricerca dovrebbe essere orientata a ricercare utenti interessati al programma americano Ballando con le stelle. Il primo risultato mostra un video divertente in cui il ballerino è travestito da Mario Bros. Dunque il target di riferimento della nostra ipotetica indagine, preferisce video divertenti, simpatici. Occorrerà tenerlo in considerazione per i nostri post. Il coinvolgimento è tutto e occorre progettare contenuti adatti alle esigenze e ai gusti del pubblico che vogliamo colpire .

3) Utilizzare gli hashtag

Quando si analizza il pubblico e il loro comportamento, è fondamentale individuare le tendenze. Ormai gli hashtag non si utilizzano solo su Twitter e Instagram ma anche negli status di Facebook. L’utilizzo dell’hashtag consente all’utente di interagire con la community in modo più coinvolgente e alle aziende di individuare i trend topics più hot, per elaborare un piano editoriale strategico.

Considerando che Facebook Graph Search rileva notizie d’interesse anche attraverso gli hashtag, sarebbe consigliabile utilizzarli. E se non siete sicuri di quale hashtag cercare, potreste dare prima una sbirciatina su Twitter, per poi tornare in Facebook e utilizzarli in Graph Search. L’importante è analizzare le conversazioni, soffermandosi sui toni e l’andamento delle discussioni per capire se e come integrarli nelle nostre campagne o piani editoriali.

Quelli elencanti sono semplici consigli per sfruttare al meglio la novità Facebook Graph Search quando sarà disponibile per tutti. Iniziate ad affilare le armi e a riflettere su ulteriori tecniche e tattiche per migliorare la presenza del vostro brand su Facebook. L’importante è intercettare gli interessi del nostro pubblico e coinvolgerlo. Siete daccordo?

Qual è la ricetta segreta per avere successo su YouTube? Chiediamolo a Lucio Mormile [INTERVISTA] #ninjamasterSMM

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YouTube è la piattaforma video online più conosciuta ed utilizzata al mondo e rappresenta un canale strategico per tutte le aziende – anche microimprese con budget limitati – che vogliono raggiungere il proprio target in maniera efficace ed innovativa. Creare un video e caricarlo su un canale non basta, bisogna saper pianificare e mettere in atto una buona strategia di video marketing, essere creativi e coinvolgere!

Come si crea un canale YouTube efficace e di successo? In che modo YouTube può offrire opportunità di business? Lo abbiamo chiesto a Lucio Mormile, docente del Master Online in Social Media Marketing della Ninja Academy.

1. YouTube può davvero incrementare il mio business? Lì non ci sono solo video di gattini?

L’utilizzo di YT per promuovere il proprio business è una pratica ormai consolidata. Le attività di branding sono sempre più legate al video advertising proprio perché, attraverso un filmato, è possibile raccontare una storia che, veicolata e “targhettizzata” nel modo corretto, arriva dritto sugli schermi dei potenziali clienti del brand.

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2. Esiste una élite segreta che conosce gli ingredienti per rendere un video virale?

Esistono alcune pratiche che possono aiutare un video a diventare virale. Il contenuto è fondamentale, ma anche la sua distribuzione è cruciale affinché un video possa diventare virale.

3. Ho caricato dei video sulla mia fanpage su Facebook, perché è importante che io li carichi anche su YouTube?

È sicuramente importante caricare i propri video sulle pagine Facebook, ma la necessità di pubblicare i video anche su YouTube deriva da due fattori principali:
1) La possibilità di aumentare l’indicizzazione del video nei motori di ricerca (le possibilità che il proprio video venga mostrato nei risultati di eventuali ricerche);
2) L’esposizione del proprio video all’enorme potenziale di audience presente su YT.

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4. Come YouTube può essere inserito all’interno di una strategia di marketing integrata? Ci fai qualche esempio di successo?

Oreo è un esempio lampante di come i brand possano utilizzare YT per fidelizzare e coinvolgere i propri utenti con video semplici, brevi e accattivanti, senza sostenere costi eccessivi per la produzione.

5. Quali sono i tuoi canali YouTube preferiti?

Mi piace effettuare una distinzione tra i canali dei vari brand e quelli dei cosiddetti youtubers. Tra quelli dei brand sicuramente Oreo, ma anche GoPro ed Airbnb.

Se parliamo, invece, di youtubers (nel panorama italiano) sicuramente quelli degli ormai famosi theJackal e Frank Matano.

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Content Marketing VS Native Advertising: li stai sfruttando al meglio?

Content Marketing VS Native Advertising

Alcuni mesi fa un articolo del Wall Street Journal presentava i risultati di alcuni ricerche riguardanti il content marketing. Niente di strano, direte voi. Niente di strano, se non fosse che Joe Polizzi del Content Marketing Institute in un suo post ha fatto notare che anche quelli del WSJ ancora fanno confusione tra content marketing e native advertising.

Infatti, nell’articolo incriminato si parlava di content marketing come una strategia “in cui i brand creano contenuti strettamente integrati con quelli del sito dell’editore” (la frase, comunque, è stata emendata qualche tempo dopo).

Ok, facciamo chirezza. Content marketing VS Native advertising.

Si può dire che entrambi sono forme di comunicazione di marca basate su contenuti non espicitamente persuasivi. Ma esistono anche sostanziali differenze: modi, scopi e, soprattutto, canali.

Cos’è il content marketing?

Come spiega Polizzi nell’ articolo What is Content Marketing?:

“Il content marketing è una tecnica di marketing strategico che prevede di creare e distribuire contenuti di valore, pertinenti e coerenti per attrarre e acquisire un pubblico ben definito – con l’obiettivo di indurre il cliente a rispondere in maniera favorevole.

Lo scopo del content marketing è di attrarre e mantenere i clienti attraverso la creazione e la cura di contenuti rilevanti e di valore con l’intenzione di cambiare o migliorare il comportamento dei consumatori. Si tratta di un processo continuo che va ben integrato in una strategia di marketing globale, e si basa sul possesso dei media, non su quelli a pagamento.”

Potremmo dire che il content marketing consiste nel comunicare con i propri clienti, reali e potenziali, senza avere come scopo principale la persuasione all’acquisto. Non si tratta di sponsorizzare il prodotto ma di fornire al consumatore informazione utile. In sintesi, questo tipo di approccio sfrutta una comunicazione continua e coerente per assicurare la fedeltà dei clienti.

Una caratteristica fondamentale del content marketing è che esso si basa su owned ed earned media, ovvero quei canali su cui in qualche modo l’azienda può avere il controllo, mai sui paid media, a pagamento.

Good practice – La Casa Bianca ha rilasciato una photo gallery dei dietro le quinte delle attività quotidiane del presidente Obama. Un’idea di per sè semplice ma originale e capace di creare engagement.

Cos'è il content marketing?

LEGGI ANCHE: 9 esempi di content marketing efficace

E il native advertising?

Esistono varie forme di native advertising. L’IAB – Interactive Advertising Bureau ne distingue almeno 6 categorie nel Native Advertising Playbook.

Per semplificare, definiremo Native Advertising come una specifica forma di comunicazione attraverso la quale l’azienda mira a migliorare l’esperienza degli utenti attraverso l’integrazione di contenuti relativi al brand e contenuti editoriali su siti che offrono questo servizio dietro compenso.

native advertising

Molto spesso nemmeno ce ne accorgiamo ma interi articoli su siti d’informazione sono in realtà contenuti di native advertising che, se bene fatto, non interrompe l’esperienza del lettore. Questi annunci vengono visualizzati come parte della normale esperienza di navigazione e coinvolgono il lettore con contenuti che si integrano naturalmente con il resto del sito.

Good practice – Spesso il successo non si ottiene con metodi preconfezionati. BuzzFeed e Game of Thrones hanno ideato un contenuto non molto dissimile a un qualsiasi test che si potrebbe trovare su internet. Ma ricordate che anche questo è native advertising!

game of thrones

LEGGI ANCHE: Native Advertising is the new black

Come sfruttarli al meglio?

Ma quindi, content marketing e native advertising possono funzionare insieme? Non solo possono, ma devono. La sinergia tra queste due strategie comunificative amplifica il potenziale di ognuna.

Il modo più semplice di sfruttare il native advertising si sovrappone a quelli che sono gli obiettivi di comunicazione tradizionale: brand awareness, call to action et similia. Oppure, si può utilizzare questo tipo di pubblicità per traghettare una fetta maggiore del target sui canali direttamente gestiti dall’azienda, in modo da implementare la strategia di content marketing.

Come sempre, non esiste una ricetta giusta e una sbagliata ma solo è dall’equilibrio tra i diversi ingredienti che si può sviluppare una stategia di successo.

Internet via satellite: SpaceX e Google verso l'infinito e oltre!

Internet via satellite

Chissà come si è sentito Elon Musk, dopo avere chiuso l’accordo con Google. Il CEO di SpaceX – l’azienda di trasporti spaziali fondata nel 2002 – ha ceduto circa il 10% delle azioni a Fidelity e Google, per una cifra intorno al miliardo di dollari. È decisamente presto per dire che avremo dei razzi a marchio Google pronti a “sparare” civili nell’atmosfera per un viaggetto di piacere, ma il mastodontico investimento da parte di Google rende chiaro uno degli obiettivi dell’azienda per i prossimi anni.

L’intenzione del colosso di Mountain View è investire sulla ricerca e l’implementazione di satelliti a basso costo in grado di espandere l’accesso alla rete Internet per tutto il globo terraqueo. Si calcola che siano circa tre miliardi le persone che ad oggi non hanno la possibilità di accedere alla rete e una costellazione di satelliti in orbita permetterebbe comunicazioni più rapide rispetto a quelle disponibili tramite rete terrestre. Per quanto possa sembrare utopico, un accesso gratuito alla conoscenza, significherebbe vivere su un pianeta in grado di offrire un’esistenza dignitosa a tutti i suoi abitanti, soprattutto a quelli che vivono in aree in via di sviluppo e con scarse risorse tecnologiche.

Internet via satellite: una costellazione low cost

Il progetto di Musk, sul quale di recente Google ha riversato questa immensa somma di denaro, prevede la costruzione e il lancio di oltre 700 micro-satelliti nell’atmosfera più vicina alla superficie terrestre. Il fondatore di SpaceX ha pubblicato la sua intenzione di produrre questa fitta rete di satelliti tramite Twitter lo scorso novembre. La recente partnership con Google non fa che confermare quanto il suo progetto sia diventato sempre più concreto negli ultimi due mesi.

LEGGI ANCHE: Outernet: dallo spazio internet libero e gratuito

Internet dallo spazio: utopia o progetto?

L’interesse di Google per lo sviluppo di una rete Internet via satellite, sembra andare nella stessa direzione del progetto Outernet, start-up che lavora per rendere il web accessibile in maniera gratuita grazie a un sistema di satelliti e antenne riceventi. Anche altre aziende si stanno muovendo per la conquista del web via satellite: la Virgin Galactic e Qualcomm, per esempio.

Internet dallo spazio

Il crescente interesse da parte di questi giganti delle telecomunicazioni evidenzia un ambizioso progetto: il fine ultimo della conoscenza gratuita e disponibile per chiunque. Scopo nobile, auspicabile, e oggi realizzabile. In un’era come la nostra, in cui la diffusione dei contenuti non necessita più di un supporto materiale, immaginare un pianeta connesso non è più un sogno fantascientifico, ma un obiettivo comune raggiungibile.

Startup e social media: i consigli dal TIM WCAP di Milano [INTERVISTA]

Startup e social media

Ninja Academy propone anche quest’anno le Ninja Social Factory, i percorsi Learning by Doing collegati al Master Online in Social Media Marketing che saranno ospitati all’interno degli acceleratori TIM #WCAP.

Dopo aver ascoltato le store di successo delle startup del Sud direttamente dal TIM #WCAP di Catania, saliamo sù per lo stivale e parliamo con Anna Testa, responsabile del TIM #WCAP di Milano.

Milano è la capitale del business italiana, è la città “giusta” anche per le startup di respiro europeo?

Milano è in primo luogo la capitale del business in Italia ma anche dell’innovazione. Basta consultare il registro delle imprese per notare come il numero delle Startup Innovative in Lombardia sia di 705, seguito solo dall’Emilia Romagna (363) per un totale Italia di 3208. (dati aggiornati al 26 gennaio 2015). Credo che Milano sia la città in Italia con la più grande offerta di opportunità per giovani imprenditori. L’offerta di incubatori, acceleratori, spazi di co-working, privati e non, è sicuramente elevata. La Lombardia è difatti la regione con il maggior numero di Incubatori Certificati in Italia.

Il tessuto economico e sociale è molto florido e vivace, non a caso grandi aziende multinazionali hanno deciso di stanziare la loro sede qui nel capoluogo meneghino. Ritengo che a livello internazionale Milano sia il polo più attrattivo per imprenditori Europei, se paragonato con il resto di Italia. Non a caso, proprio quest’anno il GEC ha avrà luogo proprio qui. Tuttavia, rimaniamo ancora lontani dagli standard europei sia in termini di offerta di finanziamento da parte di VC e privati, sia a causa di un ecosistema, ancora poco attrattivo soprattutto per startup in una fase più matura e di espansione.

startup milano

D’altro canto, come mi è capitato di discutere con alcuni team europei nel corso delle mia esperienza nel settore, in una fase embrionale o early stage della vita di una startup, Milano può offrire svariate opportunità all’interno di un contesto vivace ma meno competitivo rispetto a quelli inglese o tedesco, per citare solo qualche esempio.

Dai un consiglio in 140 caratteri ad un founder italiano.

“Nothing is a mistake.There’s no win and no fail. There’s only make.” Corina Kent

I founder di oggi hanno le conoscenze adeguate per mettere in atto una strategia efficace sui social media?

Non tutti. Nella fase iniziale spesso i team sono composti da due persone, chi sviluppa e chi fa management.
Ho notato come ci sia una mancanza di conoscenza diffusa delle tematiche relative al Social Media Marketing, fondamentali oggi, per comunicare in maniera efficace il proprio business. Per tale ragione abbiamo organizzato diversi Workshop qui in TIM #WCAP Milano sul tema, coinvolgendo anche partner verticali come Facebook e Linkedin per esempio.

Il miglior successo a cui hai assistito al TIM #WCAP di Milano?

Per fortuna di successi me ne ricordo più di uno. Se dovessi elencare i primi tre non potrei non citare due grandi giovani imprenditori: Simone Lini, CEO di Waynaut, e Marco de Rossi, CEO di Oilproject. Entrambi giovanissimi, hanno fondato la loro azienda, facendola crescere. Il risultato è che oggi danno lavoro a oltre una decina di ragazzi italiani. Questo è il migliore successo auspicabile a mio parere.

Un po’ meno giovane ma non per questo meno talentuoso, il caso di Claudio Bedino, CEO di Starteed, che ha avuto il coraggio di abbandonare un business solido e già consolidato per seguire le proprie ambizioni e realizzare le proprie curiosità cimentandosi nel crowdfunding, una disciplina un po’ sconosciuta nel 2012. Il risultato è che oggi a soli due anni dalla sua costituzione, buona parte del mercato nazionale ha adottato una tecnologia Starteed.

Giovani imprenditori dunque, che credendo nella forza e nel valore delle proprie idee, le hanno portate alla luce con successo ed energia, creando posti di lavoro ed innovazione. È proprio da qui che l’Italia deve ripartire. Contribuire con il mio lavoro a tutto questo, è la gratificazione più grande.

Uber, Diesel, Vespa: i migliori annunci stampa della settimana

Quali saranno stati gli annunci stampa più creativi presentati questa settimana dalle migliori scuole e agenzie pubblicitarie? Ve lo diciamo noi, gustatevi la top 5!

Diesel Footwear: Photobomb

Diesel Footwear

Diesel Footwear

Photobombing eccezionale per questi animali focosi! #fuckexpectation by DIESEL!

Advertising Agency: Imaginarte, Spain
Creative Director: Antonio Piñero
Art Director: Victor Izquierdo
Copywriter: Nacho Macho
Photographer / Producer: José Campello

Vespa Ecuador: Solution

Vespa Ecuador: Solution

Vespa Ecuador: Solution

Vespa Ecuador: Solution

Cerchi la soluzione per il terribile traffico di Quito? Vespa!
Advertising Agency: RGB, Quito, Ecuador
Creative Director / Copywriter: Xavier Montag
Art Director: Santiago Ontaneda

Jack Link’s: Wide Side

Jack Link's: Wide Side

Jack Link's: Wide Side

Jack Link's: Wide Side

Con la carne essiccata Jack Link’s nutri il tuo lato selvaggio!

dvertising Agency: Carmichael Lynch, Minneapolis, USA
Chief Creative Officer: Dave Damman
Executive Creative Director / Copywriter: Marty Senn
Associate Creative Director / Art Director: Brad Harrison
Photographer: Mark Holthusen

The Art of Shaving: Summit

The Art of Shaving: Summit

“Ripetete dopo di noi: finalmente imparerò a navigare la topografia della mia faccia. Benvenuti nella fratellanza della rasatura: Art Shaving

Advertising Agency: BBDO, New York, USA
Chief Creative Officers: David Lubars, Greg Hahn
Senior Creative Directors: Kara Goodrich, Cesar Finamori
Copywriter: Kara Goodrich

UBER: Date Night/Getting Home/Job Interview

UBER

UBER

UBER

Puoi rovinare i tuoi appuntamenti, o puoi chiamare UBER, la scelta migliore.

Advertising School: Miami Ad School, San Francisco, USA
Art Director / Copywriter: Christiane Sawadogo

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Con l'app Adidas Confirmed prenoti le tue sneakers limited edition

Adidas, il gigante tedesco dell’abbigliamento sportivo, ha appena lanciato Confirmed, l’app che ti farà saltare la fila da Foot Locker.

Quando tutto diventa virtuale, anche la coda lo è. Niente più lunghissime attese al negozio per accaparrarsi questo o quel prodotto esclusivo. Con Adidas Confirmed, potrete finalmente riservare il vostro adorato paio di scarpe edizione limitata con un semplice click. Click e porto a casa.

La coda non farà altro che traslarsi sul vostro telefono, più precisamente sulla vostra app, diventando così una coda virtuale, riducendo frustrazione e malcontento dei clienti, fino ad ora vittime di estenuanti attese. Amanti delle sneakers, questa app è d’obbligo per voi. Il meccanismo di prenotazione è semplice e consiste in pochi steps.

Vi basterà scaricarvi l’app, disponibile per utenti iOS o Android, registrare i vostri dati personali ed attendere la prima notifica push, che vi informerà sul giorno di apertura delle prenotazioni, nella vostra specifica zona geografica.

È arrivato il momento, eccole lì le sneaker che aspettavate. Aprite l’app,  prenotatene taglia, modello e il luogo del ritiro, e voilà. A questo punto dovrete solo attendere la conferma. Una volta ricevuta, il vostro paio di scarpe sarà garantito e non dovrete far altro che andare a ritirarlo in negozio.

Ma, sì purtroppo c’è un ma, sembra che l’app funzioni solo se ci si trova in zona New York, il che sarebbe molto bello, ma anche particolarmente scomodo. Speriamo che, come già i commenti dei clienti attestano, gli ideatori dell’app espandano il raggio a tante altre città. L’effetto “esclusiva”, creato dall’app è stato pensato in maniera strettamente connessa al lancio delle prime sneakers disegnate da Kayne West in collaborazione con Adidas.

Dopo il successo delle prime due edizioni di Yeezy, nate dalla collaborazione di Kayne West con Nike, l’astuta mossa di marketing è stata proprio quella di collegare direttamente l’app alla possibilità di accaparrarsi il primo paio di Yeezy III. Il mistero che si cela dietro la data di vendita delle scarpe, accresce l’affezione del cliente al marchio e l’attesa nel riceverne la notizia. Il gioco-marketing è presto fatto dunque.

La politica all’interno dello store privilegia le prenotazioni effettuate tramite l’app. Coloro che si prenoteranno, acquisiranno i primi posti nel diritto di ritiro del paio di scarpe in un dato store, Adidas o suoi rivenditori, ad una data ora. L’app permette di prenotare un solo paio di scarpe annunciate sul mercato e non prevede il pagamento, che avverrà invece in store al momento del ritiro del prodotto.

L’idea di creare un’app di questo tipo nasce, come dice Simon Atkins, vice presidente del brand Adidas, dall’esigenza di ridurre i problemi che si creano tra la clientela dopo lunghe ore di attesa alla cassa, e con l’intenzione di creare una nuova esperienza d’acquisto, rendendola più giusta e migliorando l’attuale sistema di vendita di un prodotto edizione limitata a poche ore dal suo lancio.

Un’app orientata ad un comportamento d’acquisto più consapevole, e che guarda dritto alle esigenze del cliente. Ma una considerazione adesso sorge spontanea: in un universo in cui ci si impegna tanto nel rendere un prodotto altamente desiderato, soprattutto attraverso strategie  che lo vedono sul podio dell’edizione limitata, la proposta di Adidas non giocherà il ruolo inverso di svalutazione e calo del desiderio del prodotto?