McDonald's con Signs, l'amore divide il web

Love is in the air… Non siamo ancora a San Valentino ma a McDonald’s poco importa e non perde tempo ad aggiungere un po’ (forse troppo) zucchero nella nuova campagna pubblicitaria Signs, andata in onda in America la scorsa settimana in occasione dei NFL Division Play Off Games e i Golden Globes Awards 2015.

Questo nuovo anno si apre, insomma, per McDonald’s all’insegna dell’amore ovunque e comunque. Il primo passo in questa direzione l’abbiamo già visto con la campagna Choose lovin’ lanciata a inizio anno, dove la catena di fast food si ripromette di appianare passate divergenze e trasformare in migliori amici nemici del calibro di Bip-Bip e Willy in Coyote piuttosto che Batman e Jocker, a suon di cibo veloce.

Il secondo, con Sign appunto, mira a creare e rafforzare l’integrazione del band nelle comunità locali; il messaggio è semplice: We love people of our communities (amiamo le persone delle nostre comunità).



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Negli Stati Uniti l’insegna all’ingresso della nota catena di fast food è caratterizzata da un pannello a lettere mobili (un po’ come quelli davanti alle chiese americane per capirci), che per convenzione porta la scritta “500 billion served”, ma che in occasione di particolari avvenimenti viene personalizzato ad hoc: da auguri di compleanno a messaggi di speranza e resistenza in occasione di importanti avvenimenti che hanno colpito la popolazione della zona.

Ecco, quindi, comparire un “Boston Strong” a seguito del bombardamento della maratona cittadina nel 2013, “Open” sotto un’insegna quasi completamente distrutta a Vero Beach in Florida, colpita in modo importante dalla furia dell’uragano Jeanne nel 2004 o ancora “Happy 30th Ed n Beth”, per celebrare l’anniversario di due clienti molto speciali.

Le fotografie di questi messaggi sono state montate una dopo l’altra per la creazione del nuovo spot sulle note della versione rivisitata in chiave politically correct della canzone “Carry on” del gruppo pop Fun. Se da un lato questa raccolta di fotografie racconta come McDonald’s faccia parte davvero della quotidianità di quasi tutti noi partecipandovi in maniera più o meno attiva, dall’altra tutto questo però è finito per risultare a molti come una vera e propria strumentalizzazione delle tragedie per fini commerciali e pubblicitari.

I social media sono esplosi e le critiche per la nuova campagna Sign hanno surclassato quelle di approvazione, giunte, tra l’altro, quasi solamente da pubblicitari o comunque addetti ai lavori. Sono bastati un paio di giorni e è stata pubblicata perfino una parodia che schernisce la compagnia facendo leva sulla qualità del cibo che viene servito.

Due fazioni, insomma, di chi sostiene McDonald’s e il suo sforzo di risollevare il brand facendo leva sui sentimenti e il potere dell’amore e di chi trova tutto questo davvero di cattivo gusto, una mancanza di eleganza: un po’ come fare una donazione per poi pubblicare la foto dell’assegno su Instagram.

Lo spot invita a visitare la pagina Tumblr creata a supporto dell’iniziativa dove viene raccontata la storia che c’è dietro ad ogni cartello e forse questa è la parte più toccante ed interessante dell’intera campagna.

Prendendosi il tempo di leggerle, infatti, si scopre che dietro a quel “Boston Strong”, ad esempio, non c’è solo un distaccato incitamento a reagire ma una struttura che si è messa a disposizione della comunità con un servizio 24 ore su 24 di distribuzione gratuita di cibo, bottiglie d’acqua, caffè e prima assistenza. Ancora, che Ed e Beth non sono, come si potrebbe pensare, i genitori del responsabile o di un qualsiasi impiegato, bensì due normalissimi clienti che, dopo aver trovato in McDonald’s l’unica alternativa per la loro cena di anniversario trent’anni prima, ne hanno fatto un rito e tornano anno dopo anno a festeggiare il loro amore davanti ad un hamburger.

Il punto, però, è: quante persone si sono prese davvero la briga di approfondire e capire cosa McDonald’s ci vuole raccontare davvero? Quanto, comunque, sbandierare con orgoglio quello che si fa di buono per il prossimo è positivo per il brand e quanto, invece, rischia di essere soltanto una pesante caduta di stile?

Staremo a vedere se l’amore a tutti i costi paga ancora nel 2015 o se ormai siamo talmente assuefatti ai messaggi strappalacrime che questi non suscitano in noi che irritazione e indignazione. Voi che dite? L’amore si dice, o si fa?

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

La scorsa settimana abbiamo parlato delle nuove tesi del Cluetrain Manifesto pubblicate di recente da Doc Searls e David Weinberger (se ti sei perso la prima parte la trovi qui!). Continuiamo quindi la nostra riflessione sui nuovi clues.

Una conversazione non è tirarci per la manica per mostrarci un prodotto di cui non vogliamo sentir parlare. (clue 53)

Secondo le nuove tesi, il marketing ci rende ancora più difficile parlare: gli autori ribadiscono che i mercati sono conversazioni, a patto che la spontaneità e la trasparenza dei partecipanti la facciano da padrone. Un brand può dialogare con le persone interessate entrando nella conversazione con una partecipazione autentica, non deve vendere nè trafugare dati! Smettetela di trivellare le nostre vite per estrarre dati che non sono affari vostri e che le vostre macchine interpretano male. (clue 58) Cercare di pilotare la discussione non aiuta a relazionarsi, il nuovo Cluetrain diffida i marketer dall’usare il native advertising: E poi: smettetela di travestire gli annunci da notizie nella speranza che non ci accorgiamo dell’etichetta appesa alla loro biancheria intima.(clue 64)

Le pagine web sono connessione. Le app sono controllo. (clue 70)

L’amore per la rete viene di nuovo espresso nell’avversione per le app: esse sono scatole chiuse, servono ad esercitare un controllo e a tenerci stretti in un comodo rifugio contornato di acquisti in-app. Vengono definite la Guantanamo della rete! Invece il web è connessione, ogni link rende la rete più grande e ricca. Se lasciamo il web per un mondo di app, perdiamo i beni comuni che stavamo costruendo insieme. Nel Regno delle App, siamo fruitori, non creatori.(clues 71-72)

La privacy nell’era delle spie e dei disonesti

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

Uno scambio non è equo se non siamo consapevoli di quello a cui rinunciamo. È chiaro, “meno Privacy per più Sicurezza”? (clue 86) Un altro tasto dolente dell’odierna rete è l’annoso problema della nostra privacy. Riprendendo in mano il patto sociale, per avere più sicurezza dobbiamo cedere parte della nostra libertà: quella di avere delle cose private in una rete aperta a tutti, dai governi che provano a controllarci ai markettari che cercano di captare (o indurre) i nostri bisogni. Nella lotta per la privacy, secondo gli autori del nuovo Cluetrain, siamo solo all’inizio: Potremo comprendere che cosa vuol dire privato solo quando avremo capito cosa vuol dire sociale. Abbiamo appena iniziato a reinventare il concetto.(clue 91)

Stare insieme: la causa e la soluzione ad ogni problema

Le nuove tesi del Cluetrain, una dichiarazione d’amore per il web [PARTE 2]

Le ultime tesi sono una dichiarazione di speranza e amore per la rete e per chi la popola, in fondo Internet ha cambiato il mondo in questi anni! Siamo ora in grado di farci una cultura da soli, salvo occasionali incursioni al cinema per qualcosa di esplosivo e una dose di popcorn da 9 dollari. (clue 97) Per tutto ciò che non capisci, puoi trovare una spiegazione. E una discussione sull’argomento. E un litigio su di essa. Non è forse fantastico, tutto questo? (clue 99) Il web contiene tutto, cresce giorno per giorno, ma non sostituisce la vita reale: Certo, Internet non ha risolto tutti i problemi del mondo. Ecco perché l’Onnipotente ci fatto dono delle chiappe: per farcele alzare dalla sedia. (clue 102) Le ultime tesi sono così belle che vi consiglio di leggerle direttamente dalla fonte (in italiano o in inglese)! Lunga vita a un’Internet che possiamo amare. (clue 121)

GDO: sul web la rivincita dei prodotti a Marca Privata

Matteo Flora marca GDO

A Marca 2015, evento tenutosi a Bologna il 14 e il 15 gennaio, The Fool ha presentato un’indagine che potrebbe mettere in imbarazzo i brand commerciali più blasonati.

Dalla ricerca condotta da Matteo Flora e il suo team, emerge una verità e non più una vaga sensazione: i consumatori amano i prodotti a Marca del Distributore. Che siano biscotti Coop, Lidl, Auchan, Carrefour, Esselunga, poco importa: costano meno e hanno la stessa qualità di quelli omologhi a Marca Industriale.

Ma che cos’è la private label? I prodotti a Marca Privata o Private Label sono quelli realizzati da terzi e commercializzati dalle catene della Grande Distribuzione Organizzata. Possibile che i consumatori li preferiscano a quelli delle Marche più famose? Sì.

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Lo studio di The Fool ha coinvolto 34 player sul mercato e la prima evidenza sconcertante riguarda proprio un dato: di tutte le aziende prese in esame, solo il 48% è presente sui social. Ma quali sono i canali preferiti dalle GDO? Vediamolo nel dettaglio:

  • 16 hanno una fanpage su Facebook
  • 7 sono presenti su Twitter
  • 5 su Google Plus
  • 5 su Youtube
  • 1 su Pinterest

The Fool Matteo Flora Web Reputation

La più amata dagli Italiani? LIDL. La più chiacchierata? Coop

Con 1.091.409 fan, è la catena tedesca dai prezzi imbattibili la regina di Facebook. A seguire Auchan (243.096 fan), Carrefour (210.776 fan), Conad (198.728 fan), e Unes (73.277 fan). Ma attenzione, se Lidl è il brand con la fanbase più numerosa, è la francese Carrefour ad avere più interazioni. Si parla di 36.198 interazioni, valore che corrisponde alla somma di share, like e commenti. A sorpresa, con 17.365 interazioni Conad compare timidamente al secondo posto. E Lidl allora? Detto, fatto: 7.591 azioni. Un po’ pochine, se confrontate col dato della community. Tuttavia, in rete tutte le bocche sono per Coop, la più chiacchierata nella GDO.

Su Twitter spopola Carrefour

43.000 tondi tondi sono i follower di Carrefour. Ma un momento. E l’italianissima Coop? Con 9.100 follower si posiziona al secondo onestissimo posto del podio. Pochi estimatori per Eurospin: siamo a quota 1.700. Ehi, ma un momento. Al terzo posto compare anche Bennet, la catena di supermercati e ipermercati comasca, ormai espansa in tutto il nord est.

Di che si parla su Facebook?

La maggior parte dei brand analizzati è allineata sul tema “prezzo” e “promozioni“. Lidl, Eurospin, Bennet, LD, e Dico hanno scelto una linea editoriale con un taglio piuttosto pragmatico e molto coerente rispetto al loro posizionamento nella mente dei consumatori. “Prezzi imbattibili”, “prezzi bassi”, “Prezzi piccoli”, “3×2”, “1+1” popolano le pagine di questi brand.  In pole position troviamo poi la descrizione dei prodotti a marca privata (è il caso di Coop) e infine come strategia editoriale ci sono alcuni brand che pubblicano contenuti del sito istituzionale (uno su tutti, Sigma). Fermi tutti. C’ è qualcuno che parla di cibo? Sì. Lo fanno: Conad, Unes e Crai. E meno male. Ma chi si distingue davvero dal coro? Se guardiamo nel dettaglio i dati, scopriamo che Eurospin propone tra i contenuti, quelli relativi gli animali domestici.

Web Reputation e GDO

E qui viene il bello. La ricerca ha passato in rassegna 409 conversazioni rilevanti ai fini del survey, (corrispondente al 10%  su un totale di 4.202 conversazioni) intercorse tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2014. Del chiacchiericcio online sui prodotti a marca privata, The Fool ha verificato il sentiment dei brand (in quali termini si esprimono gli utenti in merito ai brand e ai prodotti private label delle GDO) investigando anche il rapporto che i consumatori hanno con i Prodotti a Marca privata confrontati con gli omologhi a Marca Industriale. Ecco che cosa è emerso.

The Fool Marca 2015 Bologna

Dove si informano i consumatori della GDO?

Dai dati della ricerca si evince che il blog è la fonte di informazione più utilizzato dagli utenti (42%). Seguono i forum (26%) e i social media (24%). Solo una minima parte (8%) fa affidamento alle news tradizionali.

Private label: minor costo, stessa qualità, più bio

Pare proprio che i brand industriali abbiano perso appeal. Sarà stata la crisi, che ha inibito la capacità d’acquisto dei consumatori, sarà perché gli stessi sono diventati più “smart” e consapevoli rispetto agli acquisti dei prodotti alimentari, ma oltre un terzo degli utenti che conversano online sui prodotti a Marca del Distributore li reputa “a qualità uguale a quelli a Marca industriale”.

Solo un 7% del campione invece  afferma che i biscotti Barilla, ad esempio, siano migliori di quelli a Marca Industriale. Un interessante 30% si fida ciecamente dei prodotti private label e li ritiene addirittura superiori, o meglio “più sani” rispetto a quelli a Marca Industriale. Particolare menzione, a tal proposito, per i prodotti biologici delle Marche Private che godono di un’ottima reputazione e vengono preferiti rispetto agli stessi prodotti a Marca Industriale.

Morale della favola? I consumatori hanno piena fiducia nei confronti dell’offerta delle Private Label della GDO: si tratta di prodotti forse più autentici, perché privi di fronzoli pubblicitari, di prodotti più genuini (questa è la percezione dei consumatori) e dal packaging meno accattivante e più sobrio. Sta chiaramente cambiando il concetto di qualità, che si svincola dal prestigio della marca.

Oggi i consumatori sanno leggere le etichette del pacco dei biscotti e sanno che la confezione di prosciutto crudo a Marchio della Distribuzione nasce proprio nella stabilimento in cui viene realizzato quello di Marca. E allora, ha ancora senso spendere di più?

E poi, facci caso. Fino a un decennio fa, vantarsi di aver il frigorifero colmo di prodotti di Marca, era sinonimo di benessere e ti faceva apparire cool. Guai ad avere nel carrello della spesa, un prodotto “sfigato”, di cui la TV non parlasse. Oggi, si gioca ad armi pari e la coolness del prodotto, la stabilisce la rete.

 

 

Dopo Tiffany anche Nikon dà spazio alle coppie gay [VIDEO]

nikon

Qualche mese fa hanno pubblicato una foto su Instagram che li ritraeva mentre preparavano i figli per la giornata: lo scatto divenne virale in pochi giorni, e Kordale e Kaleb Lewis sono diventati due volti conosciuti nel web. Recentemente la coppia ha collaborato con Nikon e McCann New York per uno spot della campagna “I Am Generation“.

La campagna istituzionale mira a celebrare il ruolo della fotografia nella vita delle persone, per cui per Nikon la storia della famiglia Lewis si è presentata come un’occasione unica per comunicare con il pubblico tramite una vicenda vera e peraltro già nota.

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Una foto vale più di mille parole“. Il messaggio lanciato dai protagonisti descrive la fotografia come uno strumento per raccontarsi e permettere a chi li attacca di capire davvero chi sono, come crescono i loro figli, che tipo di vita svolgono.

Cosa ne pensate di questa scelta? Credete possa ottenere molta più risonanza se intrapresa da brand come Tiffany & Co, che dell’amore e delle relazioni romantiche fa da sempre una potente leva comunicativa?

Credits:

Advertising Agency: McCann, UK
Co-Chief Creative Officers: Tom Murphy, Sean Bryan
Executive Creative Director: Larry Platt
Group Creative Director: Thomas Sullivan
Associate Creative Directors: Cameron Fleming, Calvin Lyte
Design Directors: George Katz, David Mashburn
Executive Producer: Kathy Love
Integrated Producers: Jory Sutton, Chandler Simms
Production Coordinator: Ryan Fitzsimons

Il nuovo regime dei minimi e le novità fiscali per gli startupper

Il nuovo anno ha segnato l’arrivo di numerose ed importanti novità normative e fiscali, alcune delle quali di grande interesse ed impatto per startuppers, nuovi e vecchi imprenditori e professionisti. Una delle novità più importanti, ma stranamente poco battuta dalla comunicazione di massa, è la riforma del cosiddetto “regime dei minimi”, ovvero lo speciale e semplificato inquadramento fiscale, tributario e burocratico riservato dalla legge ai piccoli imprenditori persone fisiche esercenti attività d’impresa o arti e professioni prive di una struttura significativa. E’ quel microcosmo dove spesso galleggiano appunto i nuovi imprenditori o quelli che aspirano a diventarlo, magari in procinto di abbandonare la propria carriera tradizionale.

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Cos’è il regime dei minimi?

Il regime dei minimi, in estrema sintesi, prevede un’imposizione fiscale forfettaria ed agevolata, adesso nella misura del 15% sostitutiva delle varie Irpef, addizionali e Irap. Ci sono forti semplificazioni degli adempimenti amministrativi e contabili, come ad esempio l’esonero dagli obblighi di registrazione e tenuta delle scritture contabili, semplificazioni IVA, il non essere sostituti d’imposta (quindi non soggetti a ritenute alla fonte o subite) e non essere soggetti agli studi di settore. Per accedervi, oltre a limiti di fatturato specifici per settore economico (approfonditi nel paragrafo successivo), l’imprenditore non dovrà avere spese complessive per lavoratori o parasubordinati per un importo superiore a euro 5.000 e spese per beni strumentali superiori a euro 20.000.

 

Cos’è cambiato rispetto al vecchio?

Il 2014 si è chiuso con un vero e proprio boom di iscrizioni al vecchio (ormai) regime dei minimi, motivata principalmente da una valutazione di maggior convenienza del vecchio regime rispetto a quello approvato con la legge di stabilità ed in vigore dal 1 gennaio 2015. Cos’ha determinato questa corsa sfrenata? Valutiamo con ordine le varie novità: Aliquota forfettaria: l’aliquota forfettaria sale dal 5% a 15%, ma viene semplificata e standardizzata la quantificazione della base imponibile. Con il vecchio regime tale dato si estrapolava analiticamente detraendo i costi ai ricavi, adesso si è optato per un coefficiente “preconfezionato” a seconda del settore economico ATECO di riferimento dell’attività. Questo coefficiente varia, ad esempio, dal 40% del settore “industrie alimentari e bevande” all’86% del settore “costruzioni ed attività immobiliari”. Un’importante novità per le nuove attività e gli startuppers è la previsione di abbattimento speciale dell’aliquota del 15% al 10% nei primi tre anni. Fatturato massimo: Il vecchio regime dei minimi prevedeva un massimo di 30 mila euro di fatturato indipendentemente dal settore economico. Con il nuovo sistema invece il limite diventa variabile, andando ad esempio dai 15 mila euro per il settore “intermediari del commercio” ai 40 mila euro per “Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione” Durata del regime: Il vecchio regime dei minimi prevedeva una durata di 5 anni oppure fino al raggiungimento del 35° anno di età, vincoli adesso rimossi. Con il nuovo regime si potrà quindi continuare a restare nei minimi fino a quando sussistano i requisiti. IVA: Il nuovo regime non permetterà più di applicare la rivalsa a fini IVA e la detrazione imposta. Resta salvo che le attività in settori con regimi speciali iva non possono più accedere al regime dei minimi. Lavoro dipendente ed autonomo: I redditi d’impresa o di lavoro autonomo dovranno adesso essere prevalenti rispetto a quelli di lavoro dipendente o da pensione percepiti.

Che fare? Tempo fino al 30 gennaio

Se avete avviato un’attività entro il 31/12/2014 siete ancora in tempo nello scegliere tra il vecchio ed il nuovo regime dei minimi. C’è infatti tempo fino al 30 gennaio per aderire al vecchio regime forfettario, più conveniente dati alla mano nella maggior parte dei casi, per le scadenze naturali dei 5 anni o compimento del 35° anno di età, momento in cui non si potrà più rinviare il passaggio al nuovo. Sempre che nessuna legge di stabilità o altro apporti alcun cambiamento nei prossimi anni. Difficile!

Guida al Content Marketing del 2015

guida al content marketing 2015

Scrivere non basta più? La formula “Content is the King” è definitivamente morta? Il 2015 è iniziato con i migliori propositi. A pensarla così è Neil Patel di Forbes che suggerisce tutta una serie di opportunità per le aziende ed i business men interessati a guidare le nuove strategie di Content Marketing per il prossimo anno. Continua a leggere

Google+ Post Ads: perché sono così importanti e come usarli

Google+ post ads

In molti sono abituati a pensare a Google+ come un social network privo di qualsiasi utilità o seguito, tanto che i contenuti ironici sulla piattaforma social del più famoso motore di ricerca si sprecano.

Google+ G+

Oggi però vi proponiamo un motivo per il quale non prendersi totalmente gioco del povero Google+: i Google+ Post Ads.

In una rete in cui il Content Marketing è sempre più importante, e i post sponsorizzati stanno ormai prendendo il sopravvento, queste tre magiche paroline potrebbero essere un’ottima alternativa a Facebook.

Infatti i Google+ Post Ads permettono non solo di sponsorizzare contenuti mirati (immagini, video e Hangout), ma di far raggiungere al post un numero decisamente maggiore di potenziali consumatori.
Mentre i social network classici veicolano il contenuto sponsorizzato sulla loro stessa piattaforma (per poter vedere un contenuto pubblicitario su Facebook bisogna essere iscritto), i post di Google+ vengono creati con AdWords inseriti nella Google Display Network che include una serie di siti che hanno acconsentito a ospitare gli annunci pubblicitari, e sui quali verrà visualizzato il banner del Google+ Post Ads (inoltre sarà possibile monitorare l’andamento della campagna).

Stando a quanto risulta dal mercato, le aziende che hanno usato i Google+ Post Ads hanno incrementato il loro engagement di oltre il 50%.

Ora che è chiaro perché questi post sono così importanti, è arrivato il momento di capire come usarli in una buona strategia di marketing.
Innanzitutto, prima di creare un post sponsorizzato, è necessario possedere i seguenti requisiti:

  • il profilo o la pagina Google+ deve avere almeno 1.000 follower;
  • i contenuti del post devono essere pertinenti per il pubblico di riferimento;
  • devono essere attivati i “consigli condivisi per le pagine Google+”.

Google stesso, poi, consiglia una lista di best practice per poter massimizzare l’efficacia di una campagna di questo tipo:

Testo dell’annuncio

Il mantra dev’essere: call to action. Con le prime parole del post organico si deve invitare a compiere un’azione, ad esempio “Guarda”, “Iscriviti”, “Controlla” e così via.
Google consiglia di visualizzare un’anteprima degli annunci in AdWords prima di promuoverli come creatività, per assicurarsi che il testo abbia l’aspetto previsto.

Immagini

Se si parla di content marketing un motivo c’è: il contenuto prima di tutto. L’immagine dev’essere ad alta risoluzione, pertinente all’azienda, al prodotto o al servizio, e personale: niente foto di stock nei post e niente immagini per cui non si sono ottenute le autorizzazioni adatte.

Vi lasciamo con un caso di successo per quanto riguarda i Google+ Post Ads: Toyota, che aveva deciso di lanciare la nuova Corolla proprio con una campagna di questo tipo. Sviluppando contenuti accattivanti per il pubblico, l’azienda è riuscita a trasmettere il messaggio giusto al momento giusto.

Tre tool digitali a confronto per creare presentazioni originali

Riunioni in ufficio o meeting dal cliente: è il momento della presentazione. Se Power Point vi dà la nausea e gli zoom di Prezi vi fanno girare la testa, ecco tre tool per non fare sbadigliare la vostra platea. Per catturare l’attenzione del pubblico, abbiamo confrontato tre alternative efficaci per ottenere presentazioni originali.

1. Visme

Visme è un tool web-based che consente di realizzare presentazioni animate, senza dovere ricorrere a Flash. Si usa direttamente via browser ed è gratuito. La gamma di presentazioni realizzabili con Visme copre la maggior parte delle necessità di comunicazione per il business: dalle presentazioni alle infografiche, dai banner a schemi base da personalizzare. E in più è multi-platform: i contenuti generati sono perfettamente visualizzati sia su desktop che su dispositivi mobile.
Una volta effettuato l’accesso tramite creazione di un nuovo account (o login via Facebook) si può creare un nuovo progetto, nominarlo e in seguito scegliere tra presentazione, infografica, banner o un template vuoto. L’interazione con il software è semplice e intuitiva. E se siete alla ricerca di effetti emozionali, Visme mette a disposizione migliaia di immagini gratuite e file vettoriali che si adattano a tutti i tipi di temi e argomenti (basta digitale un topi nella barra di ricerca). Uno strumento inestimabile per scatenare la creatività senza svuotare il portafoglio. I progetti si possono scaricare come .jpeg (o PDF per le versioni a pagamento) e condividere tramite l’embed di uno script html (come questo qui sotto).

Pricing: Visme Basic (gratis); Visme Standard (5US$/mese); Visme Complete (14,25US$/mese).

2. Slides

Anche Slides è un programma di presentazioni web-based e consente la creazione di un nuovo account e il login tramite Facebook o GooglePlus. Dopo avere effettuato l’accesso si deve selezionare un “deck”: la dashboard di progettazione è lineare e semplice e offre un breve tutorial per individuare gli strumenti da utilizzare. Slides mette a disposizione dieci template per personalizzare le diapositive, sulle quali si possono caricare immagini di sfondo e aggiungere note vocali. Per i font è possibile scegliere tra 12 opzioni e svariati effetti di colore e transizioni animate. Anche in questo caso, per esportare il file in formato PDF bisogna acquistare la versione PRO del programma. Se ci si accontenta del pacchetto base, è possibile esportare la presentazione come documento html o tramite embedding.

Pricing: Slides Base (gratis); Slides Pro (6US$/mese); Slides Team (12US$/mese).

3. Emaze

Per usare Emaze e iniziare a creare presentazioni è necessario prima registrarsi (non è possibile l’accesso tramite account social). Anche questo tool offre tre pacchetti di servizi. Il punto a favore di Emaze è che sono disponibili molti template di presentazione, da quelli divertenti ai layout professionali, divisi per categorie (la barra di ricerca permette una consultazione più facile e veloce). Il pannello di progettazione è intuitivo e la presentazione viene introdotta da una breve guida agli strumenti principali: al primo accesso, compaiono alcune frecce che mostrano esattamente dove trovare cosa.
Per ricapitolare: semplice da usare e con una gamma molto ampia di template originali e accattivanti. Qualche pecca di Emaze? Dispone di un solo font e i colori da applicare ai testi sono limitati. E inoltre con l’account base i progetti sono accessibili pubblicamente.

Pricing: Emaze Free (gratis), Emaze Pro (4,90 US$) or Emazing (9,90 US$).

Viste, Slides e Emaze sono solo tre esempi di tool gratuiti per presentazioni originali; sul web esistono decine di programmi che – sulla scia di Prezi – offrono la possibilità di presentazioni originali, responsive e condivisibili.

E voi, quale tool utilizzate per i vostri progetti?

Consumer trend: svelati i protagonisti del 2015

Influencer o Millennial? Shopping online o retail experience? Se almeno una volta avete utilizzato questi termini durante un brainstorming, siete pronti per scoprire i consumatori del 2015.

Da una ricerca svolta da Euromonitor International, riguardante i consumer trends a livello globale, è emerso come la nuova sharing economy sia diventata determinante sia per attrarre nuovi target, sia per consolidare una fedeltà già acquisita: ecco dunque i 10 protagonisti dell’anno.

#1 “No perditempo”

Negli Stati Uniti Una delle app del momento è AisleFinder, il Google Maps dei Supermarket, che permette di trovare il reparto giusto, in breve tempo, di ogni prodotto presente sulla lista della spesa. Il motivo del successo? I consumer del 2015 svolgono diverse attività, ma non hanno il tempo per dedicarsi ad ognuna di esse; nell’era del multitasking è dunque importante costruire servizi che permettano loro di risparmiare tempo.

Questo target desidera un servizio veloce ma ricerca anche la convenienza; il consumer di cui trattiamo è dunque un target su cui la GDO potrebbe puntare, costruendo punti vendita smart, ma allo stesso tempo con un’ampia gamma di prodotti con un prezzo accattivante e di qualità.

#2 “Il Consapevole

CSR e le politiche di diminuzioni sprechi e rispetto dell’ambiente, sono stati i temi più discussi durante il 2014.
Il consumatore consapevole desidera contribuire, in modo concreto, alla salvaguardia dell’ambiente e alla coesione sociale; alcuni, infatti, ricercano prodotti con un packaging green o con processi di produzione trasparenti, altri sono più attivi lungo la sfera di sviluppo sociale, come la tutela dei diritti delle donne, declinata attraverso campagne di comunicazione o prodotti ad hoc.

“Il consapevole” è il consumatore cui le imprese di moda e lifestyle potranno dedicarsi, dal momento che i loro prodotti hanno diverse potenzialità in ambito CSR per attrarre questo nuovo target.

#3 “L’influencer”

Il consolidamento delle strategie social, l’utilizzo sempre più diffuso di smartphone e la iperconnessione, hanno contribuito a creare questa nuova categoria.

Importante ricordarsi però che non è solo un blog o un profilo instagram a fare di un persona un blogger, ma che tutti i nostri consumatori sono dei potenziali influencer.
Ogni nuovo nativo digitale può infatti postare su un profilo social un’opinione riguardante un prodotto, raggiungere una discreta visibilità e diventare motivo d’interesse.

Oltre a mezzi consolidati come Facebook, Instagram o Youtube, un social media da osservare con molta attenzione è Pinterest; esso permette infatti, ad ogni impresa, di classificare gusti e preferenze d’acquisto, creando una vera vetrina per il brand e identificando con molta facilità il target ideale.

Chi dovrebbe osservare gli influencer? Se appartenente al settore make up, lusso e lifestyle iniziate a scovarli!

#4 “Let’s share!”

Condividere: alzi la mano chi non l’ha mai fatto. Questa categoria di consumer è quella cui prestare più attenzione; i contenuti vengono pubblicati non solo per apparire, ma anche per trarre beneficio personale o aiutare le altre persone.

L’esempio migliore è Waze; il potenziale di questa app è dato dal coinvolgere i consumatori nel condividere informazioni utili, come la situazione del traffico, facendoli sentire importanti, come se avessero aiutato se stessi e gli altri.

Considerare queste attività aiuta, da un lato, a far conoscere il brand in modo innovativo e, dall’altro, a sviluppare canali di vendita nuovi, basati sulla condivisione: come ci insegna Depop.

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#5 “I love malls”

In Olanda è stato da poco creato un nuovo shopping center, The Horseshoe, che aiuta ad introdurre questa nuova tendenza: i clienti più affezionati dei grandi magazzini stanno ampliando gli orizzonti desiderando una vera e propria esperienza, attraverso la vendita di prodotti provenienti da più di 228 paesi del mondo.

Se siete attivi nella grande distribuzione, per il 2015 ispiratevi all’esempio olandese per creare mall che offrano anche servizi come il fitness o l’intrattenimento. Entrare in un centro commerciale vuol dire incontrare altre culture, vivere un’esperienza e conoscere prodotti internazionali.

#6 “I Millennial”

Una delle categorie più interessanti del 2014, che ritroveremo anche quest’anno. Chi sono i Millennials? i nuovi nativi digitali, in un’età compresa tra i 25 e i 34 anni.

Le caratteristiche fondamentali, su cui ogni brand dovrebbe focalizzarsi, sono due: la prima è l’attenzione, la seconda la connessione. Attenzione dal momento che questi consumer sono poco fedeli al marchio e più interessati ad informarsi sulle performance, prima di acquistare un prodotto.

Connessione: i Millennial utilizzano internet 24 ore su 24, per lavoro o per passione. Controllare questi canali, investire su campagne digital, vuol dire assicurarsi il loro interesse e, in futuro, il loro acquisto.

Se siete nel business della tecnologia, questo è il target da monitorare e che potrebbe fare al caso vostro.

#7 “Privacy prima di tutto”

Internet ha due lati della medaglia: facilità il reperimento di informazioni ma allo stesso offre alle imprese dati sensibili riguardanti le persone, che non sembre desiderano condividere.

Un consumer, dall’elevato potenziale, è quello attento alla tutela della sfera personale: molto spesso, però, non è necessario diventare paladini della privacy, ma basterà costruire una brand image forte, la cui parola d’ordine è affidabilità.

Lo sa bene Amazon, ad esempio, che ha sviluppato il servizio di track dei propri ordini: i consumatori, conoscendo il marchio, non hanno dubbi sulla serietà e non importa se, per usufruire del servizio, vengano richiesti dati sensibili. E’ testimoniato che la fiducia costruita è tale, al punto che la policy il più delle volte non viene considerata.

#8 “Shopping the World”

Quanti hanno sognato un viaggio a New York di solo shopping? I consumer di quest’anno hanno già pianificato l’itinerario. In Italia, come nel resto del mondo, si costruiscono vere e proprie esperienze per questi turisti.

Tuttavia, Un viaggio attraverso il mondo si può compiere anche online: fate in modo che il vostro canale e-commerce sia visibile a tutti. I prodotti stranieri fanno gola alle persone di tutto il mondo, dal momento che sono indice di esclusività.

#9 “Online e/o Offline?”

Le persone, ad oggi, desiderano essere sempre connesse, senza rinunciare alla loro vita reale. Bilanciano i due aspetti, ma spesso vivono influenzati dalla realtà virtuale o viceversa; basti pensare a quante persone, arrivate in un luogo di villeggiatura, chiedono la connessione Wi-Fi.

Il lato positivo di internet è l’immediatezza, quello della vita reale è l’esperienza. Un esempio di eccellenza è Tigros: la catena di grande distribuzione ha appena lanciato un sistema attraverso il quale si può fare la spesa online e ritirare presso il punto vendita. Vita reale e vita virtuale iniziano dunque ad avere nuovi punti d’incontro.

#10 “Fitnessaholic”

La salute psicofisica è uno dei primi passi per stare bene con se stessi; sembra che le persone, nell’ultimo anno, si siano interessate a questo aspetto, e che cerchino di migliorare le proprie prestazioni, grazie all’aiuto degli smartphone.

Anche il fitness è diventato viral e social: chi non ha, infatti mai visto, i progressi giornalieri del proprio amico su Runtastic. Nike sta costruendo eventi, competizioni e applicazioni proprio su questo argomento, intravedendo un notevole potenziale nella competizione virtuale e a distanza.

Le nuove tecnologie, permettono di monitorare la propria salute fisica, in modo più preciso e stimolante di una bilancia.

Se appartenete dunque al settore sport o lifestyle è dunque il vostro momento.

Qual è secondo voi il consumer su cui puntare nel 2015?

Alcune rivoluzioni portate dalla stampa 3D nella medicina, nell'automotive e nel settore aerospaziale [PARTE 2]

Nella prima parte di questo capitolo, abbiamo iniziato ad esplorare un’innovazione – quella della stampa 3D – che trova possibili applicazioni in numerosi campi e settori. Dopo avere analizzato il settore medico e dell’automotive, proviamo adesso ad esplorare il settore aerospaziale… e quello musicale!

LEGGI ANCHE: Alcune rivoluzioni portate dalla stampa 3D nella medicina, nell’automotive e nel settore aerospaziale [PARTE 1]

Tecnologia 3D per il settore Aerospaziale

Esattamente come per l’industria automobilistica, anche i costruttori aerospaziali devono affrontare continue sfide in termini di crescente complessità dei prodotti e (sempre più) esigenti richieste del mercato. Da qui la necessità, per i produttori, di ricorrere alla tecnologia 3D per rispondere a tali esigenze.

Numerose le applicazioni possibili, che vanno dalla progettazione di nuovi prodotti alla realizzazione degli stessi. E’ ormai realtà il primo prodotto “stampato” nella Stazione Spaziale Internazionale (ISS) grazie alla prima stampante 3D costruita per lo spazio. Si tratta di un progetto seguito e realizzato grazie al supporto direttamente della NASA, a dimostrazione del potenziale di questa tecnologia (si pensi alla produzione direttamente nello spazio di parti di ricambio di componenti a rischio rottura).

Evoluzione degli oggetti complessi: dalle armi agli strumenti musicali

Il suo nome è Liberator, si tratta di una pistola in plastica creata con una stampante in 3D. Il suo creatore Cody Wilson, fondatore della Defense Distributed è riuscito in un’impresa epica che ha disorientato il Pentagono, preoccupato dalla semplicità di fabbricazione e utilizzo dell’arma da fuoco stampata home made, tanto che ha imposto l’eliminazione delle istruzioni di utilizzo dal sito internet dell’azienda produttrice.
Altrettanto performante è Stradivarius, il primo violino stampato in 3D… che suona davvero!

Insomma, la stampa 3D apre nuove frontiere in termini di innovazione e sviluppo di nuovi prodotti. In un momento come quello attuale, economicamente insicuro ed instabile, è forse necessario provare a “distogliere lo sguardo dal nostro cupo presente e godere dell’ingresso nella cosidetta Terza rivoluzione industriale”. Questo è quanto afferma Jeremy Rifkin, consigliere dell’Unione Europea e Presidente della Foundation on Economics Trends di Washington.

Ci piace affermare, quindi, che le stampanti tridimensionali potranno portare ad una sorta di democratizzazione della produzione; tutti (potenzialmente) possiamo diventare produttori di qualcosa, fabbricanti degli oggetti di cui abbiamo bisogno. Dagli abiti agli alimenti, dai mobili alle armi, fino a parti del nostro stesso corpo. In conclusione, nel mondo iper-connesso attuale, la stampante 3D diventa uno dei pilastri portanti.

Insomma avete proprio capito bene: quella chitarra tanto desiderata potrete finalmente stamparla direttamente a casa!